sabato 13 settembre 2014

Cassazione: vietato dire a una donna “sei nave scuola...”

La Stampa

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Vietato paragonare le donne alle navi scuola, con riferimento alla vastità delle loro trascorse relazioni amorose. Condannato, infatti, dalla Cassazione, un ex marito siciliano di Messina che spesso, quando vedeva la moglie separata, nei primi tempi della rottura, aveva il brutto vizio di dirle «sei una nave scuola», e per essere ancora più chiaro aggiungeva «hai sempre avuto amanti». Ad avviso della Suprema Corte, «i termini rivolti dall’imputato alla ex moglie si rivelano chiaramente offensivi secondo l’apprezzamento della generalità dei consociati», ossia in base al comune sentire della maggior parte delle persone.

Per questo, la Cassazione ha respinto la tesi dell’imputato - Giuseppe Z. (classe 1960) - che voleva scampare alla condanna penale sostenendo che quelle frasi erano solo parole di «tenue» contenuto offensivo sulle quali si poteva chiudere un occhio.

I supremi giudici, invece, con la sentenza 37506 della Quinta sezione penale depositata oggi e relativa all’udienza svoltasi il 13 maggio, hanno confermato il verdetto emesso dal Tribunale di Messina il 22 settembre 2010 con il quale l’ex marito era stato condannato a 450 euro di multa. Giuseppe Z. si era separato da Antonia R. nel 2002 ma ancora nel settembre di quell’anno non aveva digerito la chiusura del rapporto matrimoniale e «in più occasioni», tra il 22 e il 28 settembre di quell’anno, aveva apostrofato la ex moglie paragonandola alla “nave scuola” che insegna ai non iniziati il manuale `pratico´ dell’amore.

 (Fonte: Ansa)

Coltello-card, è boom tra i ragazzi: «Così inganniamo la polizia»

Corriere del Mezzogiorno

Lama di 8 centimetri «nel portafogli e non si vede» La marca inglese impazza nei quartieri popolari, la reclame: «Utile strumento per la sopravvivenza»


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NAPOLI - L’oggetto inizia a fare tendenza, soprattutto nei quartieri popolari della città, quelli a ridosso della stazione centrale. Una lama da 8 centimetri, rinchiusa in una struttura a forma di carta di credito che, scomponendosi secondo la logica degli origami, diventa un coltello a tutti gli effetti, con tanto di impugnatura e lama in acciaio.

«Se lo metti nel portafogli, tra la patente e il bancomat, non si vede proprio. Pure se ti ferma la polizia e ti perquisisce, non può mai pensare che c’hai il coltello addosso». La considerazione di uno dei ragazzi che bazzicano le strade a ridosso di piazza Garibaldi e che presenta “questo nuovo prodotto”, non fa una piega, e alla domanda della necessità, o meno, di girare armati risponde: «Ma ti rendi conto in che mondo viviamo? Qua se non ti difendi da solo non hai alternative. Tu lo sai meglio di me quello che succede in questa città. Vai allo stadio e sei in pericolo, esci con gli amici o con la fidanzata e possono succedere tarantelle. Meglio essere pronti a tutto».



La logica è quella del Far West e non è semplice spiegargli che non funziona così e che non si può girare liberamente armati. La diffusione del coltello a carta di credito sta diventando virale, sono molti i giovani che lo portano nascosto nel portafogli, nei borselli a tracolla o nelle selle dei motorini e per alcuni potrebbe essere non “solo” uno strumento di difesa. «Io lo porto sempre con me- racconta il nostro interlocutore -. Quando, alcune volte, la polizia mi ha fermato e mi ha controllato, non mi ha trovato niente. Quelli quando ti fermano ti tastano le tasche o te le fanno svuotare, ti controllano il portaoggetti dello scooter, il sottosella, si fanno mostrare il portafogli, ma non è mai successo che me lo facessero svuotare...non mi possono mai sgamare».

Il coltello “Card Sharp”, letteralmente “carta tagliente”, non è la solita “diavoleria cinese”, ma un oggetto di design concepito in Gran Bretagna dalla Iain Sinclair Design, azienda che progetta e sviluppa prodotti di consumo per i mercati globali, utilizzando in-house team di designer industriali specializzati, inventori e ingegneri meccanici ed elettronici. Il prodotto è acquistabile online a un prezzo vicino ai 15 euro, spedizione inclusa, ma si può comprare anche “sottobanco”, da conoscenti e amici a 25 euro, come accade nei quartieri popolari di Napoli. «Può diventare pure un business, perché più e ne compri e meno paghi.

E poi un sacco di ragazzi lo vogliono perché si nasconde benissimo - racconta sempre il nostro interlocutore-. La mia idea è quella di comprarne un centinaio di pezzi e di rivenderli agli amici che me lo chiedono». Facendo una veloce ricognizione sul web è possibile trovare la “Card Sharp” su diversi siti di e-commerce e in diverse tipologie. E’ possibile acquistare il modello in metallo naturale, oppure nero, le misure sono, invece, sempre le stesse 8,5cm x 5,4 cm per uno spessore di 2.2 mm, in pratica le misure di una carta bancomat o di una patente.

Sul sito ufficiale della casa produttrice la “Cardsharp” è illustrata come «un elegante strumento di utilità. Meno ingombrante di un coltello da tasca e tagliente come un bisturi. Cardsharp è la prima vera innovazione da quando il primo coltello pieghevole è stato pensato. Cardsharp – si legge ancora - è più sottile e più leggero grazie al suo materiale in acciaio chirurgico, uno strumento essenziale per la sopravvivenza». Questa parte finale della descrizione, forse, è stata presa troppo alla lettera da tanti giovani che nella giungla metropolitana credono di doversi difendere da soli per sopravvivere alla quotidianità.

Nel 2007 la Chiesa di Napoli diede il via a una campagna contro i coltelli ai minori. Un ragazzo di sedici anni, Luigi Sica, venne ucciso durante una lite tra ragazzini. Dopo qualche giorno venne arrestato l’assassino. Aveva appena quindici anni.

12 settembre 2014

Attenti al falso made in Italy: l’Inghilterra propone il kit per fare la mozzarella in casa

Corriere del Mezzogiorno

Dopo il riconoscimento della dieta mediterranea come patrimonio culturale immateriale dell’umanità si moltiplicano i casi di pirateria alimentare


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NAPOLI - Dalla «Pomarola» del Brasile all’olio «Pompeian» del Maryland, fino alla «Zottarella» venduta in Germania. Ma anche i pelati San Marzano fatti in California, la scamorza Salerno prodotta in Canada, il salame Napoli del Nordamerica e addirittura il kit per fare in casa la mozzarella prodotto in Inghilterra sono stati esposti dalla Coldiretti per denunciare l’attacco ai prodotti simbolo della dieta mediterranea.

"Pomarola" del BrasileOlio San Marzano fatti in CaliforniaScamorza Salerno prodotta in CanadaSalame Napoli del NordamericaKit per fare in casa la mozzarella prodotto in Inghilterra

Una «mostra degli orrori» dedicata alle più improbabili e pericolose imitazioni del made in Italy è stata allestita ad Acciaroli dove visse per circa 40 anni Ancel Keys, scienziato americano del Minnesota definito il padre della dieta mediterranea. A quasi quattro anni dall’iscrizione della dieta mediterranea nella lista del patrimonio culturale immateriale dell’umanità dell’Unesco si sono moltiplicati i casi di pirateria alimentare con la diffusione di prodotti che - sottolinea la Coldiretti - non hanno nulla a che fare con la realtà produttiva nazionale ma che utilizzano impropriamente nomi, immagini, colori e paesaggi per trarre in inganno i consumatori sul mercato mondiale. Si tratta di un danno insostenibile per l’economia, l’occupazione e l’immagine tanto da diventare oggetto di approfondimento della prima Summer school sul made in Italy, promossa da Coldiretti Giovani impresa in collaborazione con l’Osservatorio sulla criminalità nell’agroalimentare.

SCUOLA DEL MADE IN ITALY - La scuola è nata dalla consapevolezza che il made in Italy rappresenta uno degli asset strategici su cui si basa un nuovo modello di sviluppo, e intorno al quale è necessario costruire nuove figure professionali che possano contribuire a far evolvere al massimo le sue potenzialità, come brand a livello internazionale. Il programma di lezioni di esperti del sistema agroalimentare, professori universitari, imprenditori, magistrati e manager, seguito da trenta giovani laureati eccellenti provenienti da tutte le Università italiane, si è concluso con la presentazione dei casi più eclatanti di cibi italiani «contraffatti» scovati nei diversi continenti: dal formaggio Capri prodotto in Usa alla provoleta dell’Argentina, dalla scamorza Salerno prodotto in Canada alla Salsa all’italiana di Napoli prodotta in Svizzera.

Davvero surreale è però il kit inglese per la produzione casalinga di Mozzarella cheese che costa 25 sterline, pari a 30 euro circa. «La mozzarella- si legge nelle istruzioni- non è il formaggio più facile da fare e richiede un pò di pratica per perfezionare l’operazione di estensione della cagliata. Se i vostri primi due tentativi sono deludenti non fatevi scoraggiare. Sarete ricompensati». Dai dati della Coldiretti è emerso che la contraffazione e la falsificazione dei prodotti alimentari made in Italy vale nel mondo circa 60 miliardi di euro e costa all’Italia quasi trecentomila posti di lavoro che si potrebbero creare nel Paese.

«Bisogna combattere un inganno globale per i consumatori che causa danni economici e di immagine alla produzione italiana sul piano internazionale cercando un accordo sul commercio internazionale nel Wto per la tutela delle denominazioni dai falsi» ha affermato il presidente della Coldiretti, Roberto Moncalvo, nel sottolineare che «è anche necessario fare chiarezza a livello nazionale ed europeo dove occorre estendere a tutti i prodotti l’obbligo di indicare in etichetta l’origine dei prodotti alimentari».

12 settembre 2014

Datagate, Yahoo! ricattata per i dati degli utenti

La Stampa

Emerge dai documenti la minaccia imposta dal governo di una maxi-multa da 250 mila dollari al giorno

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Yahoo! ha rischiato di dover pagare nel 2008 una sanzione da 250.000 dollari al giorno se avesse rifiutato di attenersi alle richieste di informazioni sui suoi utenti da parte delle autorità americane.

È quanto emerge da alcuni documenti riportati dalla stampa americana , che lasciano intravedere un nuovo spaccato della battaglia fra i colossi di internet e le autorità americane sui vari programmi di spionaggio della National Security Agency, rivelati da Edward Snowden, la talpa del Datagate. I documenti mostrano come le autorità abbiano minacciato Yahoo! per ottenere dati prima ancora che la corte autorizzasse azioni su specifici target.

Yahoo! ha chiesto per mesi la pubblicazione dei documenti così da confermare la difesa che da tempo porta avanti insieme agli altri colossi internet sulla tutela dei dati. «Riteniamo questa un’importante vittoria per la trasparenza e ci auguriamo che queste informazioni aiutino a promuovere una discussione sulla privacy », afferma Yahoo!.

(Ansa)

La password che usiamo è sicura? Ecco un semplice test e i consigli degli esperti

Il Mattino

In aiuto degli utenti arrivano i consigli di Kaspersky Lab per evitare che gli account online vengano compromessi

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La preoccupazione di milioni di persone in tutto il mondo è quello del furto della propria password. Come mettere al sicuro la nostra privacy? In aiuto degli utenti arrivano i consigli di Kaspersky Lab per evitare che gli account online vengano compromessi. È inoltre possibile mettere alla prova la nostra password con un semplice test online.
Per proteggersi meglio dai furti di password si dovrebbe innanzitutto proteggere i propri dispositivi hardware. In secondo luogo, si consiglia di sviluppare un “buonsenso in rete” per minimizzare l’esposizione agli attacchi.

I seguenti suggerimenti sono un buon punto di partenza:

1. Installare un software per la sicurezza online di qualità: assicurarsi che includa una difesa preventiva contro le nuove minacce, invece di un’elementare protezione antivirus.

2. Installare le patch di sicurezza sia dei sistemi operativi sia delle applicazioni appena vengono rilasciate; inoltre, è consigliabile, attivare gli aggiornamenti automatici.
3. Non cliccare su link o allegati contenuti in messaggi indesiderati. È sempre meglio digitare un URL direttamente sul browser per evitare il rischio di essere trasportati su un sito di phishing.

4. Utilizzare password esclusive e complesse; dunque password che combinino lettere, numeri e caratteri speciali, di almeno otto caratteri - meglio 15 - e che non contengano informazioni personali (come il nome del marito o di un animale) o qualsivoglia parola compresa nel dizionario. È di importanza cruciale non usare la stessa password per diversi account. Se un’azienda subisce una violazione del dato e il vostro username e la password sono compromessi, l’aggressore può utilizzare le stesse credenziali per compromettere gli altri vostri account online.

Nel caso troviate difficile ricordare numerose password complesse, potete prendere in considerazione la possibilità di installare un password manager che le possa ricordare al vostro posto, cosicché dovrete ricordare un’unica password. In alternativa, è possibile scrivere le password, ma codificate. In tal caso, è meglio non tenerle dove altre persone potrebbero trovarle, o nello stesso posto del vostro portatile, tablet o smartphone; nel caso venissero persi o rubati, qualcun altro potrebbe avere accesso a tutto ciò di cui necessita per rubare le vostre identità online.

5. Se disponibile, utilizzare l’autenticazione a due fattori. I provider online sono sempre più d’aiuto nel mettere in sicurezza il vostro account richiedendovi di inserire un one-time code in aggiunta alla vostra password (ad esempio un codice inviatovi via SMS).

6. Monitorare gli account per scoprire qualsivoglia attività sospetta e contattare immediatamente il provider se si dovesse trovare qualcosa di sbagliato.


È possibile mettere alla prova la propria password al seguente indirizzo: CLICCA QUI

Ecco le peggiori password: sono le più pericolose  
Come scegliere una password sicura, ecco i consigli da seguire

Sette cose da fare (assolutamente?) a Las Vegas

Il Mattino

di Chiara Todesco


Consigli per la città più stramba del mondo. Con qualche follia

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È la città che non dorme mai, capitale del divertimento, dello shopping e del gioco d’azzardo. A Las Vegas ci sono un’infinità di cose da fare e da vedere. Eccone qualcuna da non perdere, ovviamente dopo aver giocato un po’ (ci sono slot-machine anche alla toilette, difficile passare indenni).

1. IL TOUR DEGLI HOTEL: indipendentemente da quello in cui andrete ad alloggiare fatevi un giro di perlustrazione in tutti gli altri. Si può girare a piedi o prendere le monorotaie che collegano diversi alberghi (MGM-Bally’s-Flamingo-Harrah’s, Montecarlo-Bellagio, Excalibur-Mandalay Bay). Naturalmente qui a Las Vegas un albergo non è solo e semplicemente un albergo: è una vera e propria cittadella ricca di sorprese. Ogni hotel ha un’ambientazione diversa e a tema: c’è il Venezia con i suoi canali, i suoi negozi e addirittura i gondolieri che cantano in italiano; il Paris con la ricostruzione precisa nei minimi particolari della Torre Eiffel; il New York-New York, tipico americano, con un ristorante dove gustare gigantesche bistecche a stelle e strisce; Il Luxor con la sua gigantesca piramide, il Circus Circus dove a tutte le ore ci sono spettacoli con numeri da circo per grandi e piccini. E così tanti altri… Tutti gli alberghi hanno una quantità infinita di ristoranti e bellissime piscine: al Mandalay Bay c’è addirittura la spiaggia di sabbia e le onde come se fossimo al mare.

2. UN COCKTAIL PARTICOLARE: volete bere un aperitivo e divertirvi un po’? Fate una sosta lungo lo strip al Carnival Bar, all’aperto. Vi ricordate il film “Cocktail” dove un giovanissimo Tom Cruise si dilettava a far volare in aria bottiglie e bicchieri dietro il bancone? Qui succede la stessa cosa, non c’è Tom Cruise ma i barman sono altrettanto bravi. Veder preparare gli aperitivi è uno spasso.

3. LO ZAMPILLIO DELLE FONTANE: non perdetevi lo spettacolo delle fontane al Bellagio Hotel. Va in scena ogni mezz’ora dalle 3 alle 7 di pomeriggio e ogni quarto d’ora la sera fino allo scoccare della mezzanotte.

4. GLI SPETTACOLI MUSICALI: ogni albergo fa sempre diversi spettacoli ogni giorno. Da non perdere “Love”’ (con musiche dei Beatles) by Cirque du Soleil presso l’Hotel Mirage; meglio prenotare in anticipo scegliendo i posti migliori.

5. TIGRI E DELFINI: sempre presso il Mirage da visitare il Secret Garden and Dolphin Habitat dove si possono ammirare leoni e tigri bianche e imparare qualcosa sulla vita dei delfini. Ogni sera poi c’è lo spettacolo del vulcano artificiale che entra in funzione ogni mezz’ora dalle ore 20 fino a mezzanotte.

6. VERTIGO: Salite sulla Stratosphere Tower per avere una bella vista sulla città dall’alto. Ci sono anche bar e ristorante. Per i più spericolati (sempre in cima alla torre) c’è la scelta fra quattro diverse alternative: Skyjump, Insanity The Ride, X-Scream, Big Shot. Provate anche il Roller Coaster, le montagne russe del New York Hotel.

7. SPOSARSI IN UN ATTIMO Senza perdere troppo tempo, senza troppi fronzoli e stress si diventa in men che non si dica marito e moglie. Servono infatti poche ore per fare i documenti, prenotare il luogo e gestire la cerimonia. Basta andare al comune (il Marriage licence bureau nella County Court House) e farsi fare la licenza matrimoniale che si ottiene compilando allo sportello un modulo sotto forma di autodichiarazione. Si scelgono la chiesa o il luogo del matrimonio con relativo pacchetto (tramite agenzia o contatto diretto in loco) e si prenota l'orario della cerimonia. Il prezzo varia in funzione degli optional inseriti. Le cappelle sono aperte 24 ore su 24 per cui ci si può sposare a qualsiasi ora. Il matrimonio, una volta trascritto è valido anche in Italia.

Renzo Arbore: “Il comunismo è stato un bluff”

di Francesco Sala

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Cognome Arbore, nome Giovanni Lorenzo. Disc-jockey, autore, regista, sceneggiatore, attore, showman, clarinettista. In una parola: artista. La sua casa romana è una specie di Vittoriale Pop, traboccante di ninnoli, carillon che suonano, foto epiche con dediche, libri, vinili; è luminosa e colorata come lui. Abbiamo parlato di tutto: musica, improvvisazione, televisione, poesia, donne, arte e orto: “Come sono difficili le melanzane, vanno aiutate a crescere. I pomodori invece danno molte soddisfazioni”. Abbiamo mantenuto il “lei” istituzionale a fatica.

Chi è un artista?
Secondo me l’artista ha un tassello in più dello scienziato, che è già il massimo della scala. Il vero artista è un signore fuori ordinanza. Ha un vantaggio rispetto agli altri mestieri: non è razionale. L’artista sfugge alle regole. Fontana fa uno squarcio sulla tela ed è artista come Modugno che canta Lu pisci spada. E siccome siamo in un’epoca di rottamazione voglio dire: l’artista è longevo! Quando sento: “Questo lo rottamiamo, ha fatto il suo corso”, ebbene caro Renzi, Presidente del Consiglio, nel mondo artistico non esiste la rottamazione. Io ho imparato dagli artisti più vecchi di me: Roberto Murolo, Louis Armstrong, Totò, Charlie Parker, Ruggero Orlando. Erano tutti più vecchi di me e sono stati tutti miei maestri. Ancora oggi io guardo al passato. È un arricchimento spirituale, di sapienza, saggezza. In arte non esiste vecchiaia. Alcuni sono spenti e vabbè…

Il principale problema dell’artista è quello di essere accettato. Da figlio di un medico e di una casalinga, com’è nata a Foggia la sua passione per la musica?
Foggia è la città di Umberto Giordano. C’era una banda e tutto il pubblico, tutta la gente di Foggia era melomane. I negozi avevano l’altoparlante e si sentiva musica da tutte le parti. La città di Foggia nel’43 è stata severamente bombardata. Tutti i muratori che ricostruivano la città, cantavano. Io sentivo musica da tutte le parti. Mio padre era melomane, mia madre cantava le canzoni napoletane, mia sorella era soprano. Quando io ho sentito il Jazz ho capito che era molto più importante della canzonetta. Comprai una tromba, poi l’ho ceduta in cambio di un clarinetto. Frequentavo un circolo che si chiamava Tre Bis. Ti puoi immaginare il Tre Bis a Foggia! C’erano gli artisti della mia città. Io ho sempre pensato: “Voglio fare l’artista, non voglio essere un figlio di papà con l’Alfa Romeo”. Prima abbiamo fondato il Jazz College e poi la Taverna del Gufo, un Cabaret dove venivano scritturati Roberto Benigni, Massimo Troisi, Carlo Verdone, Enrico Montesano, Pippo Franco… io suonavo il clarinetto, facevo Dixieland.

È vero che è stato il primo a mettere i jeans a Foggia?
Sì. Io ero molto appassionato delle mode americane. Sono sempre stato filoamericano. Ero uno di quei ragazzini che chiedevano le gomme americane ai soldati alleati. Appena arrivati a Napoli, i jeans, li ho presi e portati a Foggia. Mio padre diceva: “Cosa sono questi, pantaloni da elettricista? Senza la piega!”

Suo padre non aveva tutti i torti. Lei canterà poi… Mannaggia a sti’ blue jeans!
Le lotte con i jeans stretti, molto più difficili da sfilare rispetto alle gonne per le ragazze.

Si ricorda il primo amore?
E certo. Non si scorda mai davvero. Mi ha fatto soffrire ed è giusto che sia così. Mi ha dato un carattere sentimentale, appassionato. Sono le emozioni che ti dà la vita. Guai a non avere avuto dolori. Sarei un pirla come molti credono che io sia… (ridiamo)

Nei testi delle canzoni napoletane ci sono molti amori non corrisposti. Un suo amore non corrisposto?
Ci sono stati amori non corrisposti con donne non famose. I testi delle canzoni napoletane poi, sono i testi più belli del mondo, più poetici del mondo. Soltanto in Messico ci sono testi altrettanto poetici. Le canzoni spagnole che conosciamo, non sono né spagnole, né cubane, sono messicane! Paloma, La storia di un amor, ecc… quando parlo con dei veri appassionati di canzoni napoletane, mi commuovo e mi delizio. Non si trovano giovani artisti che amano ancora la vera canzone napoletana. Chi canta oggi le canzoni napoletane antiche, d’autore anzi? Chi? Tra i giovani? Il discorso potrebbe riguardare l’intera canzone italiana. Io amo molto Francesco De Gregori, un vero poeta di ricordi, di emozioni. Oggi le canzoni le usano i giornalisti. Mi tocca leggere Scalfari che titola: Fatti più in là! Gaber, Endrigo, testi meravigliosi che andrebbero studiati a scuola.

È cambiata Napoli? Io sono romanticamente ancorato a De Filippo, ma c’è ancora la Napoli di Eduardo?
Napoli è cambiata, ma c’è ancora la Napoli che dici tu. Di Napoli si parla solo in senso negativo. C’è la borghesia napoletana che purtroppo è silente. La borghesia napoletana è ancora un’ottima borghesia: educata, elegante, frequenta i teatri, però prende le distanze dalla Napoli eduardiana, non ne parla. C’è stata una generazione -ne ho parlato con Raffaele La Capria – di grandi borghesi: Rosi, Patroni Griffi… un’altra generazione che si è opposta alla Napoli laurina, pittoresca, ecco che ha dominato una cultura egemone della controreazione. Egemonia, a Napoli specialmente, egemonia culturale dei comunisti!

Ancora dicono: “Non ci piace o’ presepe!”
Sì. Qualcuno ha pure detto che Eduardo era piccolo borghese, ma ti rendi conto? La Napoli per loro, per essere verace, deve essere quella della merda, della povertà, della periferia e della suburra. C’è, ma c’è anche Salvatore Di Giacomo! Ecco di Di Giacomo, questi qui, non ne vogliono sentir parlare.

Parliamo di donne se non le dispiace. Lei ha affinato negli anni, una tecnica di seduzione?
A parte gli amori grandi, di cui non voglio parlare perché mi commuovo, ho avuto dei grandi intervalli. Naturalmente venivo corteggiato da aspiranti modelle. Quando non c’era colloquio tra me e una bellissima ragazza fotomodella friulana, il mio amico Luciano De Crescenzo risolveva parlando lui e sfiniva quella poveretta friulana che non si interessava alle sue avventure di guerra. Io mi rendevo conto della noia di dovermi sciroppare i suoi racconti o i miei di repertorio.

De Crescenzo ha dichiarato: “Il sesso? Fatica tanta, piacere breve, la posizione è ridicola”.
(risata contagiosa) È vero. La posizione è ridicola. Con De Crescenzo abbiamo parlato molto di sesso…

La nostra testata si chiama OFF. Un racconto Off a riguardo?
Lo sai come ci siamo conosciuti con Luciano De Crescenzo? Avevamo una fidanzatina in comune. Una furbacchiona che manteneva i contatti tra me che stavo a Sorrento, e lui che stava a Napoli. Il bello è che non lo sapevamo! Lo scoprimmo dopo e diventammo amici! Cosa vuoi, con l’età si diventa più esigenti. Se c’è un incoraggiamento da parte loro, va bene… il feeling intellettuale però è importantissimo. La fotomodella friulana non va al cinema, a teatro, non legge, sport niente, musica o politica neanche a parlarne. Arrampicarsi per cercare una conversazione minima è triste. Con la fotomodella poi non c’è neanche la gastronomia. Non mangiano la parmigiana di melanzane… Io le friulane le adoro, intendiamoci, la mia bambinaia era friulana. La mia prima canzone era in friulano, ma la fotomodella no, perfavore!

La canzone Io faccio o’show a chi era dedicata?
A una ragazza con cui ho avuto un breve ma succoso amore. E veramente l’ho scritta in dieci minuti… con questa ragazza, della quale ero innamorato, andai a una festa di amici, e come succedeva sempre, usciva fuori una chitarra e si cantava e beveva. Questa ragazza a fine serata fa una sfuriata al mio migliore amico, mi rimprovera di aver fatto o’ show! La mattina dopo chiamo Claudio Mattone e gli racconto tutto. Lui mi fa :” Vediamoci subito!” A casa mia in dieci minuti è uscita Io faccio o’ show! È autentica.

Come ha vissuto Renzo Arbore gli anni della contestazione del Sessantotto?
Dolorosamente. Avevo amici sessantottini. Io non condividevo. Ero stato a Berlino Est. Avevo visto la differenza. Le chiacchiere sul comunismo non mi convincevano per niente. Il comunismo è stato un bluff! Raccontavano palle! Gli artisti che arrivavano in Russia, in Unione Sovietica, raccontavano di repressione, censura. Io sono sempre partito dalla libertà. Sopra il mio letto c’è un ritratto di Abramo Lincoln. Confesso di essere a-comunista. Poi nel’68 ho sofferto molto per le morti di poliziotti e magistrati. Quando ho fatto Speciale per voi c’erano tutti i ragazzi divisi in categorie ideologiche di sinistra: i Sanbabilini…ecc, in tribù.

È una domanda che ho fatto anche a Boncompagni: come vedevano i dirigenti Rai le vostre improvvisazioni?
Bisognava dare il copione. Ad Alto gradimento lo abbiamo eliminato! Siamo riusciti a dire: “Noi il copione non lo possiamo fare!”. I funzionari non volevano, ma noi facevamo le cassette che poi mandavamo alla Siae.

È nata prima Domenica in o L’Altra domenica?
Ecco bravo. È nata prima L’Altra domenica. Domenica In è nata per contrastare il successo nostro. Hanno visto che c’era una trasmissione che intratteneva il pubblico, dalle due di pomeriggio alle otto, nella prima edizione io e Barendson con Sport e Spettacolo. Abbiamo litigato col Tg2 che si mangiava le nostre cose e abbiamo fatto la trasmissione dalle due alle cinque e mezza.

Come riconosce i suoi fan?
Dai capelli! Io per esempio, ti ho individuato subito, persino musicalmente. Vabbè tu sei un caso raro, perché a quarant’anni ami il Jazz, ma la tua generazione è dance music.

Io sono vintage.
E ho capito, sei anomalo. Ma quello di Bandiera Gialla ha settanta anni! Sono i D’Agostino quelli che si sono formati con Bandiera Gialla e che erano giovani. Tra i sostenitori avevo Renato Zero, la Bertè. Poi ci sono quelli di Alto Gradimento, quelli di DOC come te, quelli di Indietro tutta, vengono tutti ai miei concerti.

E i detrattori li hai individuati?
Alcuni intellettuali che ritengono che io sia frivolo come i programmi che ho fatto.
C’è un gruppetto di snob che mi identificano soprattutto con Quelli della notte e Indietro tutta che sono le trasmissioni di maggiore evasione. Non mi considerano. Qualcuno pensa che il mio amore per la canzone napoletana sia suggerito da un fatto commerciale, ma si astengono dal parlare in pubblico male di me, perché io sono “beniamino” e quindi ci rimettono. La mia era una missione.

Un altro episodio OFF della tua vita che ti commuove?
Ho scelto la canzone di Louis Armstrong per il Festival di Sanremo: Mi va di cantare. E quando Ravera mi portò nel suo camerino e disse: “Questo è il ragazzo che ha scelto la tua canzone”, Armstrong mi ha messo la mano sul cuore. Io ancora oggi non ne posso parlare… (Renzo prende un fazzoletto) Poi Totò. Sono stato una giornata intera sotto la sua casa, il giorno che Totò è morto. Ero con la mia Cinquecento, ho fatto il giro del palazzo, del quartiere, ma non ho avuto il coraggio di vederlo, di salire. Il mio cruccio di tutta una vita: non ho avuto il coraggio di salire per dare l’ultimo saluto a Totò.

E Ruggero Orlando?
Con Ruggero eravamo amici. Ha fatto una scena nel mio Pap’occhio. Io ero timido, dovevo parlare alla radio e lui era il mio idolo di giornalismo televisivo. Con Ruggero ho superato la timidezza. All’epoca della contestazione, noi avevamo la passione per l’America e ci parlavamo all’orecchio: “Ruggé, ma tu hai capito questi che stanno dicendo?”

Federico Fellini?
A lui era piaciuto moltissimo Pap’occhio. Per il secondo film abbiamo litigato. Poi abbiamo fatto pace. Mi ha scritto una lettera bellissima. La fantasia di Fellini!

Nei suoi programmi il telespettatore è invitato a casa sua, alla sua festa, partecipando attivamente alle vostre goliardate. Non c’è separazione fra lo schermo e la vita reale. Sembra di stare con voi.
La parola goliardia va riletta. C’è la buona e la cattiva. In Quelli della notte era Jazz, totalmente improvvisata. Aveva la liturgia del jazz. Tema, tonalità, Pazzaglia: trombone, una jam session.

Un ricordo di Massimo Catalano e le sue massime?
Ecco Massimo era un jazzista. Tutte le domeniche veniva a suonare a casa mia e si divertiva a giocare. Lui suonava con i Flippers, Vianello, Siamo i Vatussi…Spiritoso, carino, educato. Pensa che dal primo bacio fino alla fine dei suoi giorni, è stato sempre con la moglie. Sempre insieme. Un tuffo al cuore quando lo rivedo in televisione. La “catalanata” l’ho suggerita io. Le ovvietà che si dicono nelle interviste su qualsiasi cosa, elette a sistema. E così nacque la “catalanata”.

Indietro Tutta. Io ero pazzo di Miss Nord. Ma chi era la più bella?
Difficile. Erano davvero tutte belle. Noi volevamo ragazze della porta accanto. Naturalmente Maria Grazia Cucinotta giovanissima, bellissima e serissima, era una delle più belle perché era l’emblema: la ragazza che avresti voluto sposare.

L’invenzione del Cacao Meravigliao! Mi ricordo un cartello da Castroni (nota caffetteria romana, n.d.r): “Non vendiamo il Cacao Meravigliao!”
Tutti torturavano Castroni. Quella fu un’intuizione. Indietro tutta è stata la satira contro la televisione anni Ottanta/Novanta. Il pericolo era: “La televisione la fate voi, da dove chiama?”. Lo sponsor che è il dominus attraverso la pubblicità. Lo sponsor decideva addirittura le ragazze di Fantastico di Celentano! Metteva bocca sulla qualità dello spettacolo. Allora il Cacao Meravigliao…

Uno poi s’è messo a produrlo…
Abbiamo vinto la causa contro un libanese che aveva depositato il marchio. Noi l’avevamo inventato ma non lo depositammo.

Non le chiederò di Mariangela Melato…
La ferita è aperta e sanguinante. Prima o poi parlerò di lei. Mariangela è stata la più grande. Ha fatto sì il cinema, ma ha fatto tutto il Teatro! Le altre grandi attrici non lo hanno fatto. Basta mettere in fila i titoli.

È ancora Radicale?
Sono stato Radicale. Parto da Il Mondo di Mario Pannunzio, Ennio Flaiano, Nicolò Carandini. Mi leggevo tutti i giornali di partito cercando un’identità: La Tribuna, La Voce Repubblicana, Mondo Nuovo, La Discussione. I socialdemocratici mi erano simpatici. Ma io resto kennediano!

Dove ti piace passare le vacanze, se le fai?
Da bambino andavo a Riccione, dalla nonna bolognese. Poi a Pescara, Francavilla, sul Gargano… adesso mi piace la bellezza di Ischia. Saranno i bagni caldi, i nove comuni, la cucina napoletana… Ischia!

Convivi con i selfie dei tuoi ammiratori?
Mammamia! Una volta un fan di Caserta Sud voleva una foto con me alla toilette. “Come scusi, al bagno?” “Devo dire a mia moglie che ho fatto pipì con Renzo Arbore!”. Il pompiere di servizio a teatro che ti abbraccia mentre stai per entrare in scena e vuole farsi il selfie! Io però non posso rifiutarmi.

Ultima domanda: lo stesso giochino che ho fatto con Gianni Boncompagni. Arbore presidente assoluto della Tv. Che farebbe?
Io non sono come Boncompagni. Gianni dice il peggio della tv ma c’è un piccolo particolare: non la vede. Io la vedo. Ha bisogno di creatività. Non c’è creatività. Noi che siamo il Paese del gusto, della fantasia, abbiamo delegato a format olandesi.

Con chi ti piace scherzare, improvvisare oggi?
Con Gegé Telesforo. È un jazzista. Abbiamo un repertorio formidabile. Con Gegé non riesco a fare una telefonata normale. Proviamo a chiamarlo?

Il Vaticano caccia i clandestini

Paolo Bracalini


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La Cei ha detto che il reato di immigrazione clandestina è “da rivedere”, l’Osservatore romano, organo della Santa Sede, che “l‘Italia preoccupa, dare aiuto a chi ha bisogno è priorità”, e recentemente Papa Francesco è andato a Lampedusa, e nell’omelia ha chiesto “la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi, anche in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada a drammi come questo”. Poi uno va a vedere le leggi del Vaticano, uno Stato indipendente e con un suo codice, e si aspetta che l’accoglienza sia codificata anche nel sistema giuridico della Santa Sede. Invece no, anzi, le leggi del Vaticano, in tema di immigrazione e clandestinità, sono parecchio severe.

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Nel 2000, anno del Giubileo, è entrata in vigore la nuova “Legge fondamentale dello Stato della Città del Vaticano”, che ha sostituito quella del 1929, che prevedeva l’espulsione “con la forza” per i clandestini: “Coloro che si trovano nella Città del Vaticano senza le autorizzazioni previste (…) possono essere espulsi anche colla forza pubblica” si legge. E dopo il 2000, cosa prevede la legge papale? La nuova “Legge sulla cittadinanza, la residenza e l’accesso” in Vaticano, emanata sotto Papa Benedetto XVI il 22 febbraio 2011, è un po’ più morbida (non si prevede più l’uso della forza per far cacciare dai gendarmi svizzeri gli immigrati non autorizzati) ma resta comunque molto rigida. Si entra se autorizzati, con precise modalità, un permesso rilasciato dal Governatorato, e che può essere rifiutato “qualora ricorrano giusti motivi”, e che comunque è temporaneo.

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E veniamo al divieto di accesso. L’interdizione scatta, dice l’articolo 12, “quando sussistano giusti motivi”. E “coloro che si trovano nella Città del Vaticano senza le necessarie autorizzazioni o dopo che siano scadute o revocate possono esserne allontanati”. Si viene “allontanati”, non più cacciati con la forza pubblica, ma comunque allontanati. Come gli italiani chiedono si faccia con i clandestini che sbarcano sulle nostre coste. Salvo essere ammoniti dalla Chiesa (che in Vaticano non vuole clandestini) che così si pecca di egoismo e indifferenza.

La Cassazione: il saluto romano resti vietato

La Stampa

La Suprema Corte conferma la condanna a due simpatizzanti di Casapound che avevano salutato a braccio teso: «C’è il rischio che ritornino movimenti ispirati al fascismo»


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Non sono ancora maturi i tempi per lasciarsi alle spalle la legge Scelba del 1952 che punisce la ricostituzione del partito fascista e chi in pubblico replica le manifestazioni esteriori della dittatura di Mussolini, come il saluto romano e l’urlo «presente». Lo afferma la Cassazione con riferimento all’attualità del rischio di «rigurgiti» antidemocratici il cui timore, data la loro «frequenza» anche nel resto d’Europa, sottolinea la Suprema Corte, è presente nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione del 2000 scritta a tutela dei «valori fondanti» della Ue.

I supremi giudici, infatti, hanno confermato la condanna per due simpatizzanti di Casapound - che a un raduno neofascista avevano salutato a braccio teso urlando “presente” - rilevando che «nulla autorizza a ritenere che il decorso di ormai molti anni dall’entrata in vigore della Costituzione renda scarsamente attuale il rischio di ricostituzione di organismi politico-ideologici aventi comune patrimonio ideale con il disciolto partito fascista o altre formazioni politiche analoghe».

«L’esigenza di tutela delle istituzioni democratiche non risulta, infatti, erosa dal decorso del tempo e frequenti risultano gli episodi ove sono riconoscibili rigurgiti di intolleranza ai valori dialettici della democrazia e al rispetto dei diritti delle minoranze etniche o religiose», scrive la Prima sezione penale della Suprema Corte nella sentenza 37577 (presidente Arturo Cortese, relatore Raffaello Magi).

Con questa risposta, gli “ermellini” hanno respinto la tesi degli imputati - Andrea B., con precedenti, e Mirko G. - che sostenevano l’assenza di «lesività» dei comportamenti da loro tenuti e la necessità di “depenalizzare” i retaggi del reato di opinione per via del «mutato clima politico» e delle norme internazionali sulla libera manifestazione delle opinioni.

È stato così confermato il verdetto emesso il 31 maggio 2012 dalla Corte di Appello di Trento, sezione distaccata di Bolzano, che aveva a sua volta convalidato la decisione di primo grado del Tribunale di Bolzano del 26 aprile 2011 emessa con rito abbreviato. Il raduno neofascista si era svolto a Bolzano il dieci febbraio 2009 in memoria delle vittime delle foibe. Ad Andrea B. sono stati inflitti due mesi di reclusione e 300 euro di multa, a Mirko G. venti giorni di reclusione e 140 euro di multa, pena sostituita con complessivi 760 euro di multa.

Giustizia, la legge vieta la prigione agli scippatori

Libero

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I lettori milanesi sono stati informati da poche righe in cronaca. Se riassumo la vicenda è dunque ad uso e consumo di chi non riceve le pagine dedicate al capoluogo lombardo. Martedì, in una zona centrale e ben frequentata della città, una donna di 68 anni è stata seguita fin dentro l’androne del palazzo in cui abita, dopo di che le è stata strappata la collanina che portava al collo. Lo scippo ha avuto un esito violento, perché nella colluttazione che ne è seguita la vittima ha riportato ferite al collo. Non fosse per il seguito, si potrebbe dire che si è trattato di un episodio di ordinaria criminalità che ormai si registra quotidianamente nelle nostre metropoli. Sennonché lo scippatore una volta presa la collanina e fuggito è stato inseguito da un avvocato, il quale con la collaborazione di altri passanti è riuscito ad acciuffare il ladro.

Tutto bene dunque? No, per niente, in quanto il bandito, una volta portato di fronte al magistrato, si è visto togliere le manette e rimandare a casa invece che in cella. Non dico che gli siano state rivolte delle scuse, ma quasi, e la colpa per una volta non è del pm ma della legge che pur non condividendo ogni procuratore è tenuto ad applicare. Vi pare cioè incredibile che un tizio preso in flagranza di reato, dopo aver procurato lesioni a una donna, venga rimandato a casa con una pacca sulla spalla e al massimo una ramanzina? Eppure è la logica conseguenza di una misura approvata dal Parlamento italiano su indicazione del governo.

Sotto il nome di Svuota carceri e con la scusa di venire incontro a una precisa richiesta dell’Europa, che altrimenti minacciava pesanti sanzioni nei confronti dell’Italia, mesi fa Camera e Senato hanno votato in tutta fretta una norma che praticamente fa divieto ai pm di mandare in galera chiunque non corra il rischio di essere condannato a una pena detentiva superiore ai tre anni. Risultato, di fatto si è garantita l’impunità a ladri, spacciatori, scippatori, stalker e tutte quelle persone che commettono reati che spaventano l’opinione pubblica ma che - chissà come mai - i politici liquidano come microcriminali. Chi strappa la collanina a una pensionata di ritorno dalla spesa certo non è un grande criminale, ma il collo ferito della donna è più importante di tanti discorsi sulle truffe alle banche o sulla corruzione, perché quella violenza contribuisce a generare un senso di insicurezza fin dentro la propria abitazione.

Quando nell’edizione del 2 luglio scorso noi di Libero, in assoluta solitudine, denunciammo il rischio che metter fuori i ladri e dichiararli non arrestabili fosse un autogol che avrebbe reso ancora più pericolose le nostre città, fummo accolti dallo scetticismo. Pochi altri organi di stampa decisero di approfondire la faccenda e anche quei pochi che scelsero di occuparsene lo fecero con scarsa convinzione. Risultato, la legge non è stata rivista né corretta, ma è stata pubblicata tale e quale sulla Gazzetta ufficiale. A onor del vero bisogna riconoscere che a stare zitti non sono state solo le principali testate, le quali sono solite commentare i grandi fatti ma non quelli che toccano la gente comune. A tacere, insieme ai quotidiani, sono stati anche coloro i quali la legge la debbono applicare, ossia i magistrati.

Se il governo li tocca nel portafoglio o nelle ferie, apriti cielo. Ma se invece li colpisce nell’autonomia di spedire dietro le sbarre un tizio preso con le mani nella marmellata, anzi con le mani intorno al collo di una donna indifesa, fanno spallucce: un lavoro di meno. Né l’Anm, né il Csm - da cui è venuta un’alzata di scudi contro le parole pronunciate dal premier a Porta a porta a proposito delle vacanze - hanno sentito il dovere di protestare. Silenzio anche dalle Procure, di solito ciarliere nel denunciare ogni virgola berlusconiana in materia di giustizia. Risultato: lo scippatore di martedì - insieme a tanti altri all’opera nelle città italiane - ha goduto della libera uscita e con lui hanno beneficiato della legge salva dalla galera anche alcune migliaia di condannati.

Alla vigilia delle vacanze, solo a Milano ne sono stati messi fuori poco meno di un migliaio. Non si sa se sia stato uno di questi a rubare, togliendola dal tetto della vettura su cui era stata fissata, la bicicletta nuova fiammante di un giudice in partenza per le ferie. Ma se non è stato un ex galeotto è stato di sicuro qualcuno a conoscenza del fatto che rubare una bici è un reato senza pena, perché la galera è riservata ora solo ai colletti bianchi. Quelli che invece il colletto e le mani ce le hanno rosse di sangue per aver fatto battere la testa a una pensionata, possono stare tranquilli.

Multe per i manifesti abusivi, a Pisapia sconto del 90%

Luca Fazzo - Gio, 11/09/2014 - 09:59

Per i manifesti elettorali abusivi il sindaco avrebbe dovuto pagare 420mila euro. Ma alla fine la sanzione è di 28mila


«Sono da sempre contro tutte le ingiustizie, e avrei voluto battermi contro questa ingiustizia che riguardava me.
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Considero dubbiamente costituzionale la norma che mi ha impedito di presentare ricorso contro la multa che mi è stata comminata. Ma la multa c'è, e la pagherò». Così ieri il sindaco Giuliano Pisapia commenta il provvedimento che gli è stato notificato a chiusura della vicenda dei manifesti abusivi affissi durante la campagna elettorale che nel 2011 lo portò alla guida di Palazzo Marino. Ma anche senza aver presentato ricorso, il primo cittadino si vede riconoscere uno sconto decisamente consistente rispetto alla multa che inizialmente gli era stata notificata. Invece dei 424mila euro che avrebbe dovuto pagare secondo la contestazione originaria, il sindaco se la caverà con 27.975 euro. Uno sconto del 93%, calcolatrice alla mano. Ma pur sempre, sottolinea Pisapia, «l'equivalente di un anno di stipendio come sindaco».

Che la vicenda delle affissioni selvagge con cui i candidati sindaci sommersero i tabelloni elettorali nei giorni del maggio 2011 fosse destinata a portare nelle casse del Comune assai meno del previsto lo si era appreso già il 3 settembre scorso, quando l'assessore alla sicurezza Marco Granelli aveva reso noto l'importo complessivo della nuova ondata di multe, ricalcolate tenendo conto delle obiezioni sollevate in questi mesi dai destinatari: invece dei 6 milioni contestati a partiti e candidati nel maggio 2011, il Comune si di poco più di 2 milioni di euro. Ma Granelli non aveva diffuso l'elenco dei quattrini chiesti a ognuno dei destinatari.

Ieri provvede direttamente Pisapia a rendere noto che, per quanto lo riguarda, lo sconto è assai elevato. Il Comune si è rimangiato 124 multe che erano state inviate all'attuale sindaco, e ne ha invece confermate 135. Ma la vera svolta è la riduzione dell'importo di ciascuna multa, che riduce drasticamente il totale che il cittadino Pisapia dovrà inviare al Pisapia sindaco. I 27.975 euro andrebbero versati entro trenta giorni, ma il sindaco potrà chiedere di rateizzarli fino a 60 mesi.
Pisapia si rende conto che l'esito della vicenda si presta «a strumentalizzazioni e polemiche».

Ma rivendica di avere la coscienza assolutamente tranquilla: «Mai, in questi mesi, ho affrontato questo tema con chi doveva occuparsene. Ho lasciato che assessore e funzionari facessero il loro dovere». Ma come si è arrivati ad uno sconto del 93%? Quali sono i criteri che hanno portato a rivedere al ribasso le multe? Essenzialmente due. Primo, il cosiddetto «cumulo giuridico», per cui se la multa riguardava decine di manifesti uno accanto all'altro, si è considerato come se fossero al massimo tre; e poi quello sulla disgiunzione delle responsabilità, per cui Pisapia dovrà pagare solo per i manifesti affissi dal suo comitato elettorale e non dai partiti della coalizione che lo sosteneva, e che andranno invece messi a carico dei singoli partiti.