lunedì 8 settembre 2014

Barboncino elemosinava cibo a via Toledo: preso a calci

Il Mattino

Elemosinava cibo. Stremato e zuppo d'acqua. Vagava disperato in via Toledo a Napoli. Ma per fortuna c'è stato qualcuno che ha avuto pena di questo piccoletto e si è fermato. Il barboncino delle foto è un'altra delle piccole vittime dei continui abbandoni. Anche per lui con la campagna di adozioni promossa dal Mattino, cerchiamo una casa e tanto amore. Giovanissimo, circa otto mesi, sano, malgrado i tanti calci presi, dolcissimo e bravo con tutti.

Oscar, così è stato chiamato, è a Napoli affidato ad una associazione di volontari, ma è adottabile vaccinato e chippato anche al Centro-Nord.



Per lui chiamate il 3384307229
 
sabato 6 settembre 2014 - 22:48   Ultimo agg.: 23:02

Nuovo capriccio degli immigrati: non vogliamo stare con gli egiziani

Valentina Raffa - Lun, 08/09/2014 - 08:26

In Sicilia 25 persone provenienti da Ghana e Gambia protestano perché non gradiscono la nazionalità dei compagni di alloggio: "Preferiamo la parrocchia"

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Ragusa L'Italia fa posto a tutti. Si stringono i denti. Si stringono anche le cinghie. E, tra una difficoltà e l'altra per riuscire a sbarcare il lunario, ci si sbraccia per accogliere gli immigrati.Ma tante volte «fai bene e scordatelo» come dicevano gli antichi. Perché i sacrifici non sono sempre apprezzati. Eccoci ad esempio a Pozzallo, in provincia di Ragusa, dove, a guardarli dormire davanti al Municipio, si direbbe che per 25 immigrati del Ghana e del Gambia non si sia trovato posto. Invece c'era eccome. Ma non era benaccetto.

A dirla tutta a non garbare erano gli immigrati già ospiti al Cpsa. Il gruppetto non ne gradiva la nazionalità (egiziana). «Vogliamo stare nella parrocchia del Rosario». Ed ecco inscenata la protesta. E via all'ormai solito impiego di polizia e carabinieri, come se non avessero da fare. «Il Cpsa è decentrato - spiega il sindaco, Luigi Ammatuna - Gli immigrati vogliono restare in città». Non è più possibile ospitarli nemmeno al palazzetto dello Sport, utilizzato fino a ieri per l'accoglienza e ora svuotato per restituirlo alla città.

Avviata la mediazione, è arrivato l'accordo quando si è deciso di assecondare gli immigrati facendoli rientrare nella struttura religiosa in attesa del successivo trasferimento altrove. Poche settimane prima a dare fastidio a 22 immigrati minorenni era stata la presenza di zanzare che a loro dire infestavano la struttura che li ospitava in provincia di Ragusa. Nulla di strano se si pensa che ad agosto un hotel a 3 stelle poco prima scelto dagli italiani per le vacanze (ovviamente a pagamento), il Janas Village di Sadali, tra Cagliari e Nuoro, non è andato giù agli immigrati che hanno preferito restarsene fuori dando alle fiamme cassonetti dell'immondizia per scaldarsi.

Un ambiente più confortevole chiedevano anche una quarantina di immigrati ospiti al Centro di solidarietà di La Secca, in provincia di Belluno, che, non gradendo nemmeno il cibo, hanno tagliato gli pneumatici ai volontari, arricciando il naso dinanzi alle pietanze e minacciando di andare via. Che poi è quello che da sempre suggerisce il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, intervenuto a commento dei capricci non facilmente digeribili di alcuni gruppi di immigrati.

Che dire se non che la cucina unisce. Le lamentele sul cibo da parte degli immigrati riguardano tutto il Paese. Volevano gli spaghetti al pomodoro al 3 stelle Bellevue di Cosio, in Valtellina, mentre a Triscina, in Sicilia, gli immigrati denunciavano con tanto di striscioni porzioni modeste e non adeguate ai loro costumi. Nemmeno al Cie di Bari il cibo è andato a genio a dicembre. E via con l'allagamento e la distruzione dei locali. Evviva il rispetto.

Ferrari e Apple, la prima "rossa" con il sistema CarPlay è di un italiano

Il Messaggero



È nelle mani di un cliente italiano la prima FF dotata del sistema CarPlay.
Le Ferrari che dispongono della tecnologia Apple integrata sono in consegna in questi giorni e stanno raggiungendo le loro destinazioni in tutto il mondo.

In Europa sono dirette in Germania, Gran Bretagna, Francia e Svizzera, mentre altri esemplari hanno preso la via verso Stati Uniti e Giappone. CarPlay è il sistema per usare il proprio iPhone in vettura e permette un utilizzo intuitivo per le chiamate, per usare le mappe, ascoltare la musica e accedere ai messaggi, con una parola o un tocco del display centrale. Il sistema è disponibile anche sulla nuova Ferrari California T, il V8 Turbo con motore anteriore centrale, presentato all'ultimo Salone di Ginevra.

Lunedì 8 Settembre 2014, 16:33

L'eterna statalista Boldrini allergica alle forze dell'ordine

Paolo Bracalini - Lun, 08/09/2014 - 08:12

A Cernobbio la presidente della Camera chiede più presenza pubblica in economia. E sulla tragedia del ragazzo a Napoli non spende una parola per i carabinieri

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Per un premier che a Cernobbio preferisce la fabbrica di rubinetti, c'è una presidente della Camera che invece al forum degli industriali ci va, ringrazia per il cortese invito e prende la parola. Un intervento «soporifero», a detta di un altro ospite del workshop di Villa d'Este, il segretario leghista Matteo Salvini, il cui giudizio lapidario («Se tutti gli interventi fossero come il suo avremmo dormito per un'ora e tre quarti») fa inorridire l'animo delicato della presidente Boldrini: «È un gentleman, e d'altra parte l'ha dimostrato in molte occasioni».

Invece l'intervento della presidente (sostantivo da declinare al femminile, come tutti gli altri mestieri secondo la Boldrini per par condicio: architetta, giudicessa, chirurga, sindaca...) ha volato alto, altissimo. Dopo aver ricordato che l'Italia è «al palo, ferma» e che è «un immobilismo non è più sostenibile in questo Paese», e che l'aula di Montecitorio sembra «un ring» mentre servirebbe «un po' più di maturità», la Boldrini, eletta alla Camera nelle liste di Sel ma ora più simpatizzante del Pd (si mormora, per l'ambizione di salire al Colle, e lì servono i voti) offre a imprenditori, manager e banchieri la sua ricetta anticrisi, maturata in anni di esperienza a contatto con povertà e ingiustizie sociali.

La soluzione per la presidente di Montecitorio, dopo le ubriacature liberiste, può arrivare solo dallo Stato. Anzi, al fondo della crisi c'è proprio «l'idea che il mercato abbia una sua capacità di autoregolamentarsi e che lo Stato debba rinunciare a una componente attiva nell'economia». Invece è il contrario: «La mancanza di un intervento pubblico attivo ha minato la credibilità delle istituzioni. C'è bisogno dello Stato e delle sue risorse migliori, se vogliamo che la ricerca e la conoscenza siano il volano di questo sviluppo».

È forse questo che la Boldrini intende quando dice, piuttosto fumosamente e alla maniera di Vendola, che «c'è bisogno di implementare una visione contemporanea a livello sociale, in cui l'Italia è ancora indietro», o detto altrimenti (ma non più chiaramente) «osare a rimettere in discussione un assetto che ha fatto il suo tempo. Bisogna andare oltre e vedere quello che funziona altrove».

L'esempio scelto dalla presidente Boldrini, cioè la Silicon Valley californiana eldorado della libera impresa e delle rivoluzioni tecnologiche fatte nel garage di casa (in Italia lo Stato le avrebbe fatte chiudere per violazione delle leggi sulla sicurezza e antincendio), non aiuta a diradare la nebbia. Se le start up della Silicon Valley «hanno potuto approfittare degli investimenti fatti dal comparto militare Usa», ciò è la dimostrazione che «la forza dello Stato è la capacità di avventurarsi dove il privato non osa».

Nel magico mondo della Boldrini, dove la spesa pubblica crea lavoro e innovazione, anche la disoccupazione ha una risposta altrettanto fumosa e statalista. Non serve più flessibilità, perché «un grande progetto sul lavoro deve arrestare la crescita inarrestabile delle diseguaglianze sociali». Come, in concreto? Non modificando l'articolo 18 «che non è una priorità», ma «puntando su prodotti di qualità» spiega la Boldrini, senza troppa originalità. «L'Italia deve puntar su cultura, innovazione, le grandi sfide dell'alimentazione», per ottenere «una crescita socialmente, economicamente ed ecologicamente sostenibile».

Al decalogo manca l'appello all'unità della Patria, ed eccolo: «Qualcuno è convinto che l'Italia si rialzi a metà. Io sono convinta che ci rialzeremo tutti insieme e non a metà». Poi sulla morte del ragazzo a Napoli, colpito da un carabiniere, la Boldrini - che comprende «la frustrazione delle forze di polizia» ma non è d'accordo «con i toni troppo accesi» - confida che «venga fatta chiarezza fino in fondo». Prima di spiegare che le giovani ministre «sono donne con una loro connotazione ed esperienza politica e vanno rispettate in quanto tali». Luoghi comuni soporiferi? Non è da gentleman.

Stili di vita diversi: ecco cosa cercano online gli appassionati di Apple e di Samsung

Il Mattino




Il sito di compravendita dell'usato Subito.it ha investigato tra le ricerche effettuate nei primi sei mesi 2014 dai propri utenti tramite le proprie app ed estratto le keyword più utilizzate. I numeri dell’utenza su cui si è svolta l’indagine conta 3.9 milioni di visitatori mensili dall’app iOS e 4.2 milioni dall’app Android. Separando le ricerche a seconda della loro provenienza, da app iOS o Android, e della categoria merceologica, si evince come, a seconda del dispositivo utilizzato, si possa far rientrare l’utente in una precisa sfera di consumo:

l’utente iOS si rivela più attento alla marca, agli oggetti di design, agli status symbol con cui potersi identificare. Amante di tutto ciò che è cool, è sempre attento alla moda e a tutto ciò che fa tendenza, con una evidente propensione alla spesa; l’utente Android è orientato maggiormente alla concretezza, più appagato dalla normalità, rispecchia forse un profilo tendenzialmente più parsimonioso e conservatore seppure a tratti aspirazionale.

L’utente iOS nel dettaglio
Le ricerche da app iOS tracciano un consumatore decisamente sensibile al fascino della riconoscibilità del marchio, sia su fronte tech - che rappresenta, come categoria merceologica, il 18% delle ricerche da smartphone - sia automotive (45%), sia lifestyle (15%).  In primo luogo confermano l’affetto e la predilezione per i prodotti della mela morsicata: iPhone, iPad, Macbook popolano la classifica delle keyword tech più utilizzate, a rimarcare quanto l’azienda di Cupertino vinca tutt’oggi con una politica di fidelizzazione talmente efficace da indurre gli utilizzatori a cercare, con una certa assiduità, sempre nuovi accessori o device con l’iconico logo Apple.

Del segmento auto e moto, al top della classifica, emergono Vespa, Smart, Bmw rispettivamente al primo posto, al terzo, al quarto e al decimo della classifica generale, identificando una passione per i motori e per un certo status, oltre che per uno stile di guida. Seguono al 6° posto Harley (che totalizza un numero di visualizzazioni tale da guadagnarsi il quarto posto della classifica auto e moto) e Mercedes. Compaiono anche Ferrari, Porche, Abarth, modelli assenti nella classifica degli utilizzatori Android.

In generale, chi accede alla app Subito.it tramite iPhone denota una propensione maggiore alla spesa ricercando per lo più beni di lusso. Sul fronte lifestyle, infatti, al primo posto delle dieci parole più comuni, il termine Mtb (MountainBike) è seguito da Rolex, al settimo posto della classifica generale e a marchi fashion come Gucci e Louis Vuitton. La parola Barca si trova alla nona posizione della classifica lifestyle.

L’utente Android in dettaglio
Le ricerche da app Android, invece, tracciano un consumatore più concreto, con maggiore attenzione alle priorità di vita quotidiana rispetto all’utente iOS. Nel settore auto/moto (che rappresenta il 47% delle ricerche), si conferma la pole position delle keyword Auto, Vespa, moto e Camper rispettivamente al primo, secondo, terzo e sesto posto della classifica generale. Come per iOS anche per l’utente Android i modelli d’auto/moto top sono Smart, Vespa e BMW, a conferma dell’attrattiva generale che questi top brand hanno. La comparsa della voce ‘camper’ rivela inoltre una propensione al viaggio vacanza in famiglia con una particolare attenzione al risparmio. La parola Camper è, infatti, la 7° keyword più cercata in generale su Subito.it ed è cresciuta del +20% negli ultimi 3 mesi.

Se analizziamo, inoltre, la posizione della voce lavoro, questa compare al 5° posto della classifica generale dell’utente Android, in netta contrapposizione con il trentasettesimo posto delle ricerche da parte degli utenti iOS. E’ quindi evidente la attitudine dell’utente Android alla concretezza e alle priorità, confermata altresì dalla voce ‘appartamento’ e ‘cucina’ in ottava e decima posizione. Infine, spesso le preferenze si basano sull’estetica, app disponibili o semplicemente sull’affinità o meno verso l’uno o l’altro produttore. È meno frequente la scelta basata sul livello di sicurezza che i due diversi dispositivi possono garantire, pensando che le intrusioni informatiche riguardino solo una certa fetta di utenti (ad esempio i “ricchi” e “famosi”) e non la gente comune.

Jesolo, vendono il Rolex per far salvare il cane

La Stampa

Così una donna ha recuperato i soldi per far operare il suo amato meticcio

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L’amore di un cane non ha prezzo, figuriamoci se può valere meno di un Rolex. E così una donna, e un suo parente, non ci hanno pensato due volte a liberarsi del prezioso orologio per recuperare i soldi utili a far operare il meticcio della signora. A raccontare la storia è La Nuova Venezia.

Il cane di media taglia da qualche giorno aveva problemi allo stomaco e intestino, difficoltà respiratorie e battito accelerato. Così la donna lo ha portato dal veterinario per una visita: per il medico l’unica soluzione era quella di sottoporlo immediatamente a un intervento chirurgico. Un’operazione dai risultati certi, ma molto costosa: circa 800 euro da pagare subito.

«Ho dovuto chiamare un parente - racconta la donna alla Nuova Venezia - perché mi aiutasse a trovare i soldi. E lui ha dato come garanzia il suo Rolex: lo abbiamo dovuto vendere per arrivare alla somma. Siamo stati costretti a fare questo pur di assicurare che l’operazione fosse effettuata senza perdere altro tempo, perché, senza i soldi, il veterinario non avrebbe portato sul tavolo chirurgico il mio cane».

Alla fine l’operazione è andata a buon fine e il cane si è salvato, ma il comportamento del medico non è andato giù alla donna che ha deciso di raccontare l’accaduto a un’associazione animalista locale e di segnalarlo all’Asl 10. 

«Di fronte a un animale che soffre e rischiava di perdere la vita - commenta la donna al quotidiano veneto -, mi sarei aspettato un trattamento diverso, maggiore comprensione e compassione e non l’esigenza di avere subito i soldi per il pagamento, visto che di certo non potevo avere quei soldi con me in quel momento».

Svelata l’identità di Jack Lo Squartatore. Incastrato 126 anni dopo dal test del Dna

La Stampa

Si tratterebbe di un immigrato polacco, Aaron Kominski, un giovane barbiere di 23 anni. Fondamentale uno scialle appartenuto a una delle sue vittime, morta il 30 settembre 1888


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126 anni. Tanto ci è voluto. Ma alla fine il «cold case» più famoso di tutti i tempi è stato risolto: l’identità misteriosa del serial killer che terrorizzò la Londra vittoriana noto con lo pseudonimo di Jack Lo Squartatore è stata svelata. Secondo nuovi studi si tratterebbe di un immigrato polacco, Aaron Kominski, un giovane barbiere di 23 anni.

Il suo nome già all’epoca degli efferati delitti era comparso nella lista dei sospettati dalla polizia. L’ispettore Donald Swanson, a capo delle indagini, scrive di Kominski nei suoi appunti: è un ebreo polacco, di basso ceto, che vive con la sua famiglia a Whitechapel, la zona tristemente rinomata per i suoi quartieri degradati e teatro degli efferati delitti del killer. Gli appunti donati dai discendenti di Swanson al Museo del Crimine di Scotland Yard nel 2006, includono anche un memorandum dell’assistente capo, Sir Melville Macnaghten, che di Kosminski dice «ha un grande odio per le donne ... con forti tendenze omicide». Tuttavia la colpevolezza di Kominski non venne mai accertata. Il killer morì impunito, nel 1899, in un manicomio dopo aver contratto la cancrena a una gamba.

La clamorosa scoperta è illustrata in un libro in uscita in questi giorni in Inghilterra, che fa luce sull’identità dell’omicida di Whitechapel grazie a nuove analisi storiche combinate a test del Dna condotti su uno scialle che si crede essere appartenuto ad una delle vittime del killer, Catherine Eddowes assassinata il 30 settembre 1888, e che l’autore del libro Russell Edwards ha acquistato ad un’asta nel 2007. «Ci ho lavorato per 14 anni - afferma Edwards - Abbiamo definitivamente risolto il mistero sull’identità di Jack lo Squartatore». Lo scialle che ha permesso la ricostruzione dei fatti ha una storia interessante. 

L’indumento lungo oltre 7 metri, ovviamente molto vecchio e danneggiato, era stato preso da un poliziotto sulla scena del delitto della quarta vittima di Jack, Catherine Eddowes, il 30 settembre 1888. Il sergente Amos Simpson chiese se poteva avere quell’indumento per la moglie sarta. Ma comprensibilmente, la moglie di Simpson reagì con orrore al pensiero di usare uno scialle insanguinato. E così l’indumento venne riposto al sicuro, mai lavato, e tramandato di generazione in generazione, fino al giorno della sua vendita all’asta, a parte un paio di anni in cui l’indumento fu dato in prestito allo Scotland Yard’s Black Museum. 

Dalle macchie di sangue e sperma ancora presenti sullo scialle è stato possibile risalire al Dna di Catherine Eddowes e del suo assassino e confrontarlo con quello dei discendenti di entrambi. E se è stata svelata la sua identità, non è ancora certo il numero delle sue vittime. Alla mano di Jack lo Squartatore vengono attribuiti con sicurezza gli omicidi di cinque donne nell’East London, fra l’agosto e il novembre del 1888. Ma secondo molti il killer ha proseguito anche oltre, eliminando altre quattro donne sempre nella stessa zona. Quello che è invece certo è il modo in cui uccideva le sue vittime, tagliando loro la gola, per rimuovere indisturbato gli organi interni e abbandonare poi il loro corpo mutilato in vicoli bui. 

Antonio Socci: Papa Bergoglio premia i preti comunisti e snobba quelli fedeli a Ratzinger

Libero

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Nell’epoca Bergoglio, il Vaticano ha praticamente riabilitato la Teologia della liberazione che, nata negli anni Sessanta, molti disastri ha combinato, soprattutto in America latina, per aver alimentato la subalternità della Chiesa al pensiero marxista. Nei mesi scorsi ci sono stati eventi clamorosi, come lo «sbarco» trionfale in Vaticano di Gustavo Gutierrez, «padre» della Tdl. Un anno fa «L’Osservatore romano» pubblicò ampi stralci di un suo libro che celebrava le sue invettive contro il neoliberismo. Questa estate è arrivato un altro gesto altamente simbolico, passato quasi inosservato, che riguarda Miguel d’Escoto Brockmann.
D’Escoto era il figlio dell’ambasciatore del Nicaragua negli Stati Uniti.

Ordinato prete nel 1961 si coinvolse nella Tdl e nell’ottobre 1977 si pronunciò pubblicamente a favore del Fronte Sandinista, un gruppo rivoluzionario d’ispirazione marxista che nel 1979 prese il potere in Nicaragua. D’Escoto fu ministro degli Esteri nel governo sandinista dal 1979 al 1990. Nello stesso governo-regime il gesuita Fernando Cardenal fu ministro dell’educazione e suo fratello Ernesto fu ministro della cultura. Giovanni Paolo II bocciò duramente il coinvolgimento dei tre religiosi nel governo sandinista. Già subito dopo la sua elezione papa Wojtyla aveva tuonato contro la Tdl. Nel suo viaggio in Messico del 1979 affermò: «La concezione di Cristo come politico, rivoluzionario, come il sovversivo di Nazaret, non si compagina con la catechesi della Chiesa».

Giovanni Paolo II - Nel 1983 Giovanni Paolo II andò in visita pastorale proprio in Nicaragua dove già all’aeroporto rimproverò pubblicamente padre Ernesto Cardenal per il suo coinvolgimento nel governo. Il fatto fece scalpore e il regime sandinista organizzò una contestazione pubblica del papa durante la celebrazione della messa. Ma papa Wojtyla non era tipo da farsi intimidire e, dall’altare, urlò più dei contestatori sollevando il alto il crocifisso, come l’unico vero Re dell’universo. Nonostante il richiamo pubblico i tre religiosi risposero picche e D’Escoto nel 1984 fu sospeso a divinis con gli altri.

Il governo sandinista cadde nel 1990, ma D’Escoto continuò a far politica. Nel 2008 addirittura lo ritroviamo a presiedere la sessione annuale dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Eletto Bergoglio, D’Escoto fiuta l’aria e scrive al nuovo papa chiedendo il ritiro della sospensione a divinis per poter tornare a celebrare la messa. Richiesta subito accolta. Il 1° agosto di quest’anno Bergoglio firma la revoca. Perché «sono mutate le epoche, i contesti e soprattutto è cambiato lui», spiegavano in Curia il 4 agosto 2014. D’Escoto - a loro dire - «ha capito di aver sbagliato e il Pontefice ha compreso la sincerità del ravvedimento».

Infatti l’indomani, 5 agosto, «La Prensa» di Managua riporta alcune bombastiche dichiarazioni rese in quelle ore dallo stesso D’Escoto alla tv governativa Canal 4. Titolo dell’articolo: «D’Escoto: Fidel Castro è eletto da Dio». Il religioso ed ex ministro, appena riammesso alla celebrazione eucaristica da Bergoglio, ha affermato: «Il Vaticano può mettere a tacere tutto il mondo, (ma) allora Dio farà in modo che le pietre parlino e che trasmettano il Suo messaggio. Tuttavia (Dio) non ha fatto questo, ha scelto il più grande latinoamericano di quasi tutti i tempi: Fidel Castro».

D’Escoto che - dice «La Prensa» - è «attuale consigliere per gli affari di frontiera e per le relazioni internazionali del Governo, del presidente del Nicaragua, il sandinista Daniel Ortega» (ma non aveva abbandonato la politica?), ha anche aggiunto: «È attraverso Fidel Castro che lo Spirito Santo ci trasmette il messaggio, questo messaggio di Gesù sulla necessità di lottare per stabilire con forza e in maniera irreversibile il Regno di Dio in terra, che è la Sua alternativa al potere».

Dopo questa esaltazione teologica del tiranno di Cuba, che opprime da decenni un intero popolo con la dittatura comunista, D’Escoto si è rallegrato per il provvedimento di revoca della sospensione da parte di papa Francesco. Il guanto di velluto usato da Bergoglio verso il potente e famoso «compagno» D’Escoto contrasta col pugno di ferro che ha usato per colpire un bravo e umile religioso dalla vita santa, padre Stefano Manelli, figlio spirituale di padre Pio e fondatore dei Francescani dell’Immacolata. Anche padre Manelli aveva scritto al papa, ma la sua lettera non è stata nemmeno presa in considerazione. La sua famiglia religiosa, ortodossa, disciplinata e piena di vocazioni è stata annientata per volere di Bergoglio, in quanto applicava il motu proprio di Benedetto XVI sulla liturgia. Ed era troppo ortodossa.

Padre Manelli - Padre Manelli non ha mai disobbedito alla Chiesa, mai ha deviato dalla retta dottrina, mai si è buttato in politica come D’Escoto e mai ha esaltato dei tiranni comunisti. Così è stato duramente punito. E non a caso a firmare il provvedimento punitivo è stato il cardinale Braz de Aviz, prefetto della Congregazione vaticana di competenza.

Questo cardinale brasiliano, guarda caso, viene proprio - lui stesso - dalla Teologia della liberazione e nelle interviste che ha rilasciato, a proposito della Tdl, ha dichiarato essa è non solo «utile», ma addirittura «necessaria». Ha aggiunto: «Rimango convinto che in quella vicenda è passato comunque qualcosa di grande per tutta la Chiesa». Sì, un grande disastro. Ma certi «compagni» in rosso porpora oggi stanno ai vertici in Vaticano e puniscono coloro che sono stati sempre fedeli alla Chiesa. Il cardinale Braz de Aviz in quell’intervista ha allegramente snobbato le memorabili condanne della Tdl firmate da Joseph Ratzinger (e Giovanni Paolo II) con la «Libertatis Nuntius» (1984) e la «Libertatis Conscientia» (1986). Ormai si sentono i trionfatori: Wojtyla è morto e ritengono che Ratzinger abbia perso.
Proprio Benedetto XVI, di recente, ricordando Giovanni Paolo II, ha scritto:

«La prima grande sfida che affrontammo fu la Teologia della liberazione che si stava diffondendo in America latina. Sia in Europa che in America del Nord era opinione comune che si trattasse di un sostegno ai poveri e dunque di una causa che si doveva approvare senz’altro. Ma era un errore. La fede cristiana veniva usata come motore per questo movimento rivoluzionario, trasformandola così in una forza di tipo politico (…). A una simile falsificazione della fede cristiana bisognava opporsi anche proprio per amore dei poveri e a pro del servizio che va reso loro». Nel 2013 uno dei fondatori della Tdl, Clodoveo Boff (fratello dell’altro Boff), uno dei pochi che ha veramente capito la lezione (non così D’Escoto), ha dato ragione a Ratzinger per quello che (a nome di papa Wojtyla) fece trent’anni fa: «Egli ha difeso il progetto essenziale della teologia della liberazione: l’impegno per i poveri a causa della fede. Allo stesso tempo, ha criticato l’influenza marxista.

La Chiesa» osservava Clodoveo Boff «non può avviare negoziati per quanto riguarda l’essenza della fede: non è come la società civile dove la gente può dire quello che vuole. Siamo legati ad una fede e se qualcuno professa una fede diversa si autoesclude dalla Chiesa. Fin dall’inizio ha avuto chiara l’importanza di mettere Cristo come il fondamento di tutta la teologia (…). Nel discorso egemonico della teologia della liberazione ho avvertito che la fede in Cristo appariva solo in background. Il ’cristianesimo anonimo’ di Karl Rahner era una grande scusa per trascurare Cristo, la preghiera, i sacramenti e la missione, concentrandosi sulla trasformazione delle strutture sociali». Oggi, nell’epoca Bergoglio, si torna indietro proprio a Rahner, a quella filosofia che già tanti danni ha fatto fra i gesuiti e nella Chiesa. E in questo vuoto abissale i cattolici tornano ad essere sballottati qua e là «da ogni vento di dottrina». Subalterni ad ogni ideologia e inquinati da qualunque eresia. Una grande tenebra avvolge Roma.

Buon compleanno alla Grande Mela: oggi New York compie 350 anni

Il Messaggero



Buon compleanno New York! La Grande Mela compie oggi 350 anni.
Era l'otto settembre del 1664 quando la città fu ribattezza New York. Fino ad allora si chiamava da New Amsterdam. Quella che oggi è la Grande Mela trae le sue origini nel 1624. Inizialmente era un luogo di smercio per i colonizzatori della repubblica olandese che per questo la chiamarono New Amsterdam nel 1624.

Nel 1664 passò sotto dominio inglese e fu chiamata New York in onore di Giacomo II, duca di York e Albany. Tuttavia, come scrive anche il New York Times, l'importante anniversario passerà quasi inosservato perchè non sono previsti festeggiamenti. «Le ragioni - si legge - dietro l'indifferenza dei newyorkesi sono per lo più di carattere storico. E sopra tutte ci sono l'ambivalenza nei confronti degli inglesi e un distacco dal passato».

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Lunedì 8 Settembre 2014, 15:51 - Ultimo aggiornamento: 16:09

La Goldwing compie 40 anni E rilancia con la versione «dura»

Corriere della sera

di Paolo Lorenzi

La gigantesca moto giapponese pesa 400 kg e ha pure retromarcia e cruise control

Ecco una giapponese con uno «slang» tipicamente yankee. La Honda Gold Wing F6B potrebbe ingannare anche l’occhio di un biker americano perché forma e dimensioni sembrano ricalcate sulle classiche «bagger», le moto basse e lunghe che percorrono le interminabili strade dell’Arizona.
Custom da puristi
Invece è la versione, molto american style, di un classico che la Honda produce da 40 anni, la Gold Wing, una vera moto da crociera: sei cilindri nella versione più conosciuta, quasi 400 kg col pieno, 2,6 metri di lunghezza.
La Honda Goldwing compie 40 anni 
La Honda Goldwing compie 40 anni 
La Honda Goldwing compie 40 anni 
La Honda Goldwing compie 40 anni
 
La Honda Goldwing compie 40 anni
Non una moto potentissima (118 cv), nonostante i sei cilindri contrapposti che arrivano a 1800 cc di cilindrata, ma dotata di una robusta coppia di 167 Nm a 4.000 giri. Di moto così se ne vedono poche in giro, ma in Italia ci sono diversi appassionati che se le tengono strette e il motivo è nella sua personalità, unita a doti di grande fondista. Sono moto per viaggi importanti, non certo per andare a prendere l’aperitivo al bar. La versione più conosciuta è la classica GL col parabrezza alto ma più pesante di 29 kg. La F6B è un concetto un po’ diverso, più elegante e allo stesso tempo più aggressiva, più essenziale nel design, ma di fascino forse anche maggiore. Ancor più in questa versione speciale pensata per celebrare i quarant’anni della Gold Wing. La colorazione grigio scuro, tipo canna di fucile (ribattezzata dalla Honda Mat Bullet Silver) ricorda certe bicilindriche americane che fanno girare la testa al passaggio. Oltre agli immancabili loghi celebrativi la Anniversary è stata dotata di cruise control e retromarcia elettrica come un’automobile… Non manca nemmeno l’over drive, la sesta lunga per i viaggi in autostrada.
8 settembre 2014 | 11:42

Meglio morire che convertirsi»

Corriere della sera
di Lorenzo Cremonesi nostro inviato

La testimonianza dei cristiani iracheni sfuggiti dalle milizie dello Stato Islamico. «Ci chiedono di diventare musulmani e al nostro no ci picchiano forte».

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ERBIL —“Meglio morire che convertirci”, affermano con aria decisa i cristiani iracheni sfuggiti dalle milizie dello Stato Islamico. Considerano un “traditore” chi per salvare la vita, o anche solo per tenersi soldi e proprietà, ha pronunciato la “Shahada”, la dichiarazione di conversione all’Islam. E dimostrano una fede e una determinazione nel mantenerla che per noi europei figli della secolarizzazione può sembrare una cosa del passato, superata, una memoria di tempi antichi. “Per un mese ci hanno provato. Ogni giorno venivano a dirci che dovevamo diventare musulmani.

Una mattina gli abbiamo detto che forse era meglio se loro si battezzavano. Ma ci hanno picchiato più forte”, raccontano tra i tanti quattro uomini del villaggio di Batnaia, posto a una quindicina di chilometri a ovest di Mosul. Sono Salem Elias Shannun di 57 anni; Habib Noah di 66; Najib Donah Odish, 67, ed il 65enne Yohannah Kakosh: assieme sono arrivati tre sere fa a Erbil, dopo aver convissuto per 22 giorni con i miliziani jiahadisti che occupavano le loro case, quindi essere rimasti rinchiusi 12 giorni nel carcere di Hawuja e infine raggiunto le postazioni curde a Kirkuk.

La loro testimonianza offre nuovi elementi per delineare il comportamento degli estremisti sunniti nei confronti delle altre fedi. Ma aiuta anche a ricordare quali e quanti tabù ancestrali sono messi in gioco a causa di questa rivoluzione che sta soffiando persino oltre i confini del Medio Oriente. Sta per esempio emergendo che le donne yazidi violentate in molti casi preferirebbero morire piuttosto che affrontare l’onta del “disonore” nelle loro stesse comunità famigliari. Ieri dall’ospedale di Zakho, nell’Iraq curdo non lontano dal confine con la Turchia, è giunta la segnalazione di tre giovani sfuggite ai mercati del sesso nella zona di Mosul che hanno tentato il suicidio.

Una è morta. La cosa non è strana. Incontrando i famigliari delle donne rapite nei campi di sfollati attorno a Dohuq, specie mariti e fratelli, non è difficile sentirsi dire che preferirebbero un “accurato bombardamento americano che uccidesse le donne assieme ai loro aguzzini”, piuttosto che vivere con la vergogna dello stupro. Per i cristiani le sofferenze sono meno drammatiche. Sino ad ora non sono emerse tra loro prove concrete di donne ridotte a schiave sessuali o di massacri di uomini. Eppure, i tabù e i valori messi in gioco appaiono altrettanto importanti.

“La prima settimana dopo il loro arrivo a Batnaia,i jihadisti ci hanno lasciato in pace. Non c’erano minacce da parte loro. Anzi, sono venuti a portarci cibo, acqua. Il nostro villaggio conta circa 3.000 abitanti. Eravamo rimasti in una quarantina. E loro dicevano che dovevamo telefonare ai nostri cari per convincerli a tornare. Poi, però le cose sono rapidamente peggiorate. Hanno cominciato ad insistere che dovevamo convertirci. Tutti siamo stati ripetutamente picchiati. I più giovani in modo prolungato, continuo”, ricordano i quattro.

Si mettono quasi a piangere quando descrivono la dissacrazione della “Mar Kariakos”, la basilica locale. “Tra i jihadisti ci sono volontari arrivati dal Sudan, dal Qatar, tanti sauditi, ma anche siriani, libanesi, ceceni, afghani, pakistani. Però il più cattivo è un iracheno sulla cinquantina che si fa chiamare Abu Yakin. Lui mandava i suoi uomini a picchiarci. Ci minacciava. E lui ha ordinato che venissero spezzate le croci in chiesa, ha voluto che le statue della Madonna e del Cristo venissero decapitate e prese di mira con i Kalashnikov”.

Per loro la conversione però è fuori discussione. “Non è tanto la formuletta di adesione all’Islam che vale. Se fosse solo quello, si potrebbe anche fare. Poi ti confessi e finisce tutto, torni cristiano. Il fatto è che i jihadisti ti chiedono di provare la tua nuova fede. Esigono che il neo-convertito vada a combattere con loro, partecipi alle operazioni in prima linea”, dicono. Pochi giorni fa alcuni sfollati dal villaggio di Qaraqosh testimoniavano a riprova di aver visto alcuni giovani cristiani di Mosul diventati autisti delle brigate jihadiste. Lo stesso farebbero anche decine di curdi.

Ma per i dirigenti della Chiesa caldea si tratterebbe di infime minoranze e comunque di un problema secondario. Padre Paolo Mekko, studioso di teologia e parroco in prima linea con la sua diocesi nella piana di Niniveh ora sfollato a Erbil, ha persino rispolverato i testi della storia della Chiesa riferiti agli anni dei primi martiri per cercare risposte. “La Chiesa non ammette un secondo battesimo. I convertiti con la forza nel loro cuore restano cristiani, se si pentono la questione della loro abiura non si pone neppure”, spiega.

Si osserva del resto un certo ottimismo crescere tra gli sfollati. Nelle prossime ore a Bagdad dovrebbe venire annunciato il nuovo governo di unità nazionale sotto la guida del neo-premier Haider al Abadi. Un passo considerato fondamentale per la stabilizzazione del Paese, che dovrebbe facilitare il patto di collaborazione con le grandi tribù sunnite in grado di isolare lo Stato Islamico e soprattutto facilitare l’intervento militare degli americani e dei Paesi alleati. I recenti bombardamenti Usa presso la diga di Haditha sono seguiti con attenzione tra i cristiani. “Parlare di ritorno alle nostre case è certo prematuro”, ammette Mekko. “Però possiamo ricominciare a sperare”. Lorenzo Cremonesi

8 settembre 2014 | 07:52

Osteopati in attesa di riconoscimento professionale, per garantire i pazienti

Corriere della sera
di Ruggiero Corcella

Una disciplina che all’estero è «normata» da tempo e con precisione. L’obiettivo è l’inserimento tra i profili sanitari, dopo cinque anni di formazione

(Clicca in alto a destra per ingrandire l’immagine)

In oltre trent’anni, ne ha fatta di strada l’osteopatia italiana. Da iniziativa personale di pochi pionieri, entusiasti degli studi seguiti in Inghilterra o in Francia soprattutto, la disciplina manuale nata negli Stati Uniti a fine Ottocento si è organizzata in scuole e associazioni di categoria e ha conquistato sempre maggiori spazi e considerazione tra il pubblico: dati Istat e Eurispes dicono che circa il 7-8% della popolazione si rivolge agli osteopati, con un grado di soddisfazione del 78%. Adesso l’osteopatia tenta il “grande salto” del riconoscimento come professione sanitaria.

Sì. perché, ancora oggi, i circa 5 mila osteopati (7 mila, secondo alcune stime) che operano nel nostro Paese non hanno un inquadramento specifico. E la strada appare ancora accidentata. «Questo del riconoscimento è il nodo fondamentale rispetto al quale ci stiamo muovendo - spiega Paola Sciomachen, presidente del Registro degli Osteopati d’Italia (ROI), il primo, nel 1989, a introdurre una serie di criteri di autoregolamentazione del settore -. A fine luglio sono stati presentati tre emendamenti al Disegno di legge del ministro Lorenzin sul riordino delle professioni sanitarie, che prevedono l’inserimento dell’osteopata con un profilo professionale sanitario specifico e un percorso formativo di 5 anni paragonabile a quello di odontoiatria».

Cerchiamo di capire meglio. Allo stato attuale, la professione di osteopata non è regolamentata dalla legge italiana, se non per quanto riguarda il regime fiscale, e rientra tra le professioni non riconosciute. «C’è un vuoto legislativo - sottolinea Carlo Broggini, presidente dell’Associazione Professionale degli Osteopati (APO), una settantina di soci, nata due anni fa per coordinare gli osteopati e fissare requisiti formativi, deontologici e professionali adeguati a garantire uno standard elevato nel servizio -. Chiunque può aprire una scuola e rilasciare un diploma di osteopata con criteri che più o meno può inventarsi lui. Certo, ci sono i riferimenti agli standard europei e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ma non sta scritto da nessuna parte che uno debba per forza osservarli.

In realtà, da noi basta ottemperare alle leggi esistenti per l’apertura di uno studio professionale». In mancanza di uno status giuridico, è stato appunto il Registro in prima battuta a cercare di mettere i “paletti” e a fornire gli orientamenti per la formazione e lo svolgimento della professione. «Tutti i nostri iscritti hanno un percorso certificato , a garanzia dell’utente - specifica Paola Sciomachen -. Però l’iscrizione è facoltativa. Quindi ci sono scuole che sicuramente hanno standard formativi ottimi, ma c’è stato anche un proliferare di situazioni un po’ fuori controllo». Così, accanto alle nove Scuole a tempo pieno e alle diciannove a tempo parziale riconosciute ed accreditate dallo stesso ROI, ce ne sono almeno una ventina non meglio identificate.

Una situazione di incertezza e di ambiguità, che forse a una parte del mondo dell’osteopatia ha anche fatto - e continua a fare - comodo. «Nell’osteopatia c’è chi agisce in modo serio e chi invece lo fa solo come business - ammette Carmine Castagna, direttore generale dell’Istituto Superiore di Osteopatia di Milano, la prima scuola a tempo pieno in Italia, nata nel 1993 -. Il sentore è che anche tra gli osteopati qualcuno volesse mantenere la situazione in un limbo. Chi guarda solo agli affari ha tutto l’interesse a rifiutare un profilo professionale delineato e adeguato. Questo ha creato un enorme danno di immagine a tutti noi». L’obiettivo dichiarato delle associazioni che spingono per un pieno riconoscimento è dunque la trasparenza e la chiarezza. A partire dalla formazione, dove si punta a far crescere il livello di preparazione delle scuole fino a quello raggiunto dalle 4 o 5 che possono competere con le migliori in Europa.

Oggi, nel nostro Paese, chi vuole diventare osteopata può seguire l’iter della laurea in campo sanitario e poi frequentare un master specifico. Oppure, se sceglie la scuola privata, ha due possibilità: il percorso a tempo pieno o quello a tempo parziale. Il primo, al quale si accede dopo la maturità, dura 5 anni. «Gli insegnamenti prevedono tutte le scienze biomediche di base e poi le scienze di tipo osteopatico - racconta Marco Giardino, direttore dell’Accademia Italiana di Medicina Osteopatica di Saronno, una delle associate all’APO -. Si tratta di circa 3.000-3.500 ore di lezioni frontali, più altre 1.200 ore di tirocinio clinico su pazienti, come è richiesto dai documenti internazionali e dagli standard europei. Il tirocinio deve essere svolto in un centro attrezzato e la pratica degli studenti deve svolgersi sotto la supervisione di personale medico e soprattutto di tutor osteopati».

Il percorso a tempo parziale è invece riservato a chi ha già una laurea in campo sanitario, quantomeno triennale e prevede 1.500 ore di lezioni più 1.000 ore di tirocinio clinico in sei anni. Le scuole più serie hanno poi degli accordi di gemellaggio con alcune scuole di formazione estere a livello universitario, principalmente in Inghilterra e in Francia, che consentono agli studenti italiani di ottenere oltre al diploma in osteopatia anche un titolo accademico (bachelor). «Dal punto di vista legale - tiene a precisare Broggini - il diploma italiano è carta straccia, purtroppo». La certificazione di università o istituti esteri è un titolo accademico, «ma sotto l’aspetto dell’abilitazione professionale in Italia - dice Paola Sciomachen - non aggiunge nulla di più». Le famiglie degli studenti dei corsi a tempo pieno, dunque, oltre ad un investimento consistente (dai 35 ai 40 mila euro in tutto), devono così affrontare anche le incertezze e i rischi legati alla situazione di vuoto normativo.

«La speranza è che finalmente l’osteopatia venga riconosciuta - ribadisce Alfonso Mandara, presidente della Federazione Sindacale Italiana Osteopati (FeSIOs) -. Se gli emendamenti al Ddl Lorenzin dovessero finire in un nulla di fatto, allora proporremmo lo studio di una legge ad hoc per l’Osteopatia e la Chiropratica, che possa in tempi brevi normare entrambe le professioni». Unica “consolazione” è che, secondo gli addetti, nessuno resta disoccupato. «I nostri studenti si rendono tutti autonomi entro tre anni dal diploma e il settore offre spazi enormi» assicura Castagna. Il lavoro poi è ben retribuito: «Non abbiamo un tariffario di riferimento - spiega Marco Giardino -. In media però il costo di un trattamento, dai 30 minuti a un’ora, può variare dai 40-50 euro ai 100, a seconda del professionista. Un osteopata con uno studio avviato, come minimo visita dai 40 ai 50 pazienti alla settimana». Il conto è presto fatto.

8 settembre 2014 | 10:05

Dalla parte dello Stato

Corriere del Mezzogiorno

di ANTONIO POLITO

La frustrazione degli uomini in divisa

 
Come tutti i napoletani, noi vogliamo che il carabiniere che ha ucciso un ragazzo minorenne, disarmato e incensurato, sia giudicato per quello che ha fatto, e punito se ha sbagliato, e spogliato della divisa se ha agito in maniera incompatibile con l’autocontrollo richiesto a chiunque eserciti per conto dello Stato il monopolio legittimo dell’uso della violenza. E vogliamo che quella divisa non venga ora usata come una protezione, perché chi la porta ha gli stessi doveri di obbedire alla legge di ogni altro cittadino, e forse anche di più.

Come la gran parte dei napoletani, però, non vogliamo che quel carabiniere sia usato come capro espiatorio di un male più profondo, di tutto ciò che non funziona nel rapporto tra lo Stato e la nostra società meridionale, specialmente a Napoli. Non vogliamo accettare l’idea che un intero quartiere, il Rione Traiano, si senta e si comporti come un ghetto nero, e dia vita a una vera e propria rivolta contro la polizia, fino all’assalto e all’incendio di una “volante”.

Non possiamo chiudere gli occhi di fronte al fatto che i carabinieri cercavano un latitante, e l’hanno individuato a bordo di quel motorino su cui viaggiavano tre persone, che non si è fermato all’alt, e anzi ha ingaggiato un lungo inseguimento, opponendo una resistenza e rappresentando una minaccia per le forze dell’ordine. Non vogliamo illuderci che tutto sarebbe andato per il meglio nella vita di quel povero ragazzo, da lui stesso descritta su Facebook, immersa in una sub-cultura intrisa di relazioni pericolose e di valori malintesi, all’ultimo respiro, se solo non si fosse imbattuto in un posto di blocco notturno. Non vogliamo tollerare che nelle nostre strade la violenza sia di casa, che ogni notte si spari, qualche volta con i kalashnikov come in zona di guerra.

Non possiamo accusare un carabiniere di aver fatto il pistolero in una città che è davvero un Far West, e dove gli unici a non sparare di solito sono gli sceriffi. Non possiamo accettare che i nostri agenti siano frustrati e stanchi come i carabinieri che hanno agito al rione Traiano, impegnati ben oltre il turno di lavoro per acchiappare un latitante, che non abbiano i soldi per la benzina delle loro auto, che girino con gli specchietti retrovisori attaccati con il nastro adesivo, che guadagnino quattro soldi e che per loro non ci sia il contratto e neanche il diritto di sciopero per il contratto, che vengano dileggiati in piazza, quando non attaccati.

In sostanza non possiamo accomodarci all’idea che a Napoli, come a Bari o come a Palermo, Stato e delinquenza siano messi alla pari, l’un contro l’altro armati, e che politici demagoghi, che hanno contribuito a questo disastro civile, si facciano belli alzando il dito accusatore, emettendo sentenze prima del processo. Noi stiamo con lo Stato. Con lo Stato di diritto per la precisione. Ed è per questo che pretendiamo che lo Stato di diritto sappia giudicare ed eventualmente punire i suoi servitori che sbagliano. È per questo, non per vendetta, che chiediamo giustizia per la morte di Davide Bifolco. E la chiediamo in nome di chi porta con dignità e serietà la divisa, non di chi ancora ieri su quella divisa ha sputato.

06 settembre 2014

Benigni, la sua società raddoppia gli utili

Libero

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superato brillantemente la crisi. Non quella coniugale - che non è mai risultata. Quella economica, che come tutti gli italiani hanno dovuto affrontare anche due star del cinema come Roberto Benigni e Nicoletta Braschi. La coppia è azionista pariteticamente della società che produce i film e gli spettacoli del comico toscano (e talvolta anche della consorte), sfruttandone poi la commercializzazione: la Melampo cinematografica. Depositato da qualche giorno, il bilancio 2013 del gruppo ha evidenziato un sorprendente raddoppio dell’utile netto, che passa a 2,74 milioni di euro da, 1,15 milioni dell’anno precedente.

L’utile per altro era già raddoppiato l’anno scorso, visto che nel 2011 ammontava a 569.358 euro (comunque in crescita rispetto ai 418.310 euro del 2010). Un successo notevole, decisamente in controtendenza rispetto all’andamento delle principali società italiane, anche nel settore dello spettacolo e dei diritti tv e cinema. Tanto è che la coppia Benigni-Braschi ha deciso di non avere bisogno di tanti soldi in tasca. Quei 2,7 milioni di euro sono stati portati a riserva utili a nuovo. E dal patrimonio della società sono stati distribuiti ai due azionisti 1,29 milioni di euro prelevati dalle riserve disponibili della società.

Visto che la tassazione dei capital gain (in questo caso prima ancora dell’aumento deciso da Matteo Renzi) incide assai meno di quella sul reddito delle persone fisiche, la coppia Benigni ha potuto contare quest’anno su circa 500 mila euro netti a testa. Non male, anche per un comico di successo nel cui reddito per altro entrano compensi di vari natura legati sia a gli investimenti che alle prestazioni professionali. Come indica la nota integrativa al bilancio per altro la Melampo ha anche pagato un extra a ciascuno dei due soci. Alla Braschi 50.375 euro «a titolo di prestazione artistica e di rimborso spese». A Benigni 54 mila euro «a titolo di canone di affitto dell’immobile che costituisce la sede legale ed operativa della società».

Come si spiega il boom dei conti Melampo nel 2013, visto che da tempo i Benigni non sfornano nuovi film e la commercializzazione dei diritti dei vecchi risente ovviamente dei numerosi passaggi già avuti nelle varie library tv che li hanno acquisiti? Soprattutto con uno spettacolo: «Dante Firenze» 2013, che ha venduto un bel po’ di biglietti per le 12 puntate di letture dantesche fatte in piazza, ma soprattutto ha incassato dalla Rai il misterioso compenso pattuito per l’esclusiva dei diritti tv.

I Benigni non spiegano quale importo sia stato loro pagato, e dicono solo di avere «consegnato al committente 9 puntate». La Rai al momento ha trasmesso solo quello che aveva acquistato nell’edizione precedente, e non è stato un grande successo, visto che alcune serate hanno raggiunto livelli bassissimi di ascolto (il 2,5% su Rai Due). Ma lo spettacolo ormai è stato venduto, e questo ha già portato ai Benigni gli utili desiderati. La Rai è infatti buon pagatore, a differenza di altri soggetti istituzionali.

In bilancio si lamenta infatti un credito ormai di lunga durata di 261.538 euro vantato dall’«Onorevole Teatro Casertano per lo spettacolo Tradimenti», che vedeva protagonista la Braschi. Il 2013 comunque è stato un anno fortunato, perchè finalmente si è svegliata dal lungo sonno anche una società partecipata (insieme a Cinecittà), quella Papigno dove fu registrato Pinocchio e che è restata bloccata per lunghi anni da problemi con la burocrazia umbra.

di Franco Bechis

Le confessioni di Sophia Quando il principe mi adocchiò

Corriere del Mezzogiorno

di SOPHIA LOREN

In esclusiva uno stralcio dell’autobiografia «Sophia Loren. Ieri, oggi, domani. La mia vita» in uscita il 10 settembre mese per l’editore Rizzoli

Pubblichiamo uno stralcio dell’autobiografia «Sophia Loren. Ieri, oggi, domani. La mia vita» in uscita il 10 di questo mese per Rizzoli, in vista dell’ottantesimo compleanno della diva che cadrà il 20.



Della Napoli dorata è proprio lui, il principe Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio. Lo avevo già inseguito tante volte sul set, fin dal mio arrivo a Cinecittà, nel 1950. L’avevo osservato, timida e adorante, dal basso delle mie piccole parti e dei miei pochi anni, mentre da comparsa facevo una delle «Sei mogli di Barbablù» o una ragazza di «Tototarzan». Prima ancora – ero davvero poco più di una bambina, senza lavoro e senza una lira – ero andata alla Scalera, dove il Principe stava lavorando. Mi ero introdotta in sala piano piano e uno della produzione, forse commosso dalla mia giovinezza, mi aveva fatto sedere. Totò, adocchiandomi, aveva chiesto ai suoi: «Chi è quella piccerella?».

Titubante, mi ero avvicinata per presentarmi: «Scicolone Sofia, molto onorata…». Lui era stato dolce, mi aveva sorriso e mi aveva offerto un po’ del suo tempo prezioso. «Che ci fa qui una guaglioncella come te? Da dove vieni?» «Sono di Pozzuoli, sono qui per fare il cinema…» «Ah, il cinema» aveva sospirato, dedicandomi una delle sue celebri facce. Per un istante la sua ironica, irresistibile malinconia fu tutta per me. La bevvi, come un bicchiere d’acqua fresca, e mi sentii più forte. Se Totò mi stava regalando un pizzico della sua attenzione, significava che tutto era possibile. Che tutto il meglio era già qui. Ma il Principe non si era limitato alle parole. Alla fine, intuendo ciò che avevo tentato di nascondere, mi aveva messo in mano centomila lire. Credo mi avesse letto negli occhi la fame: di cibo, di lavoro, o forse più semplicemente di cinema. Io e mammina ci mangiammo a lungo, come se avessimo vinto al lotto.

La figlia Liliana racconta che un pomeriggio, vedendomi comparire nel suo camerino sul set di «Barbablù», Totò ebbe quasi un mancamento. «È pericoloso contemplare certi panorami alle due del pomeriggio, tra promontori e insenature mi si è bloccata la digestione.» Avendo avuto l’onore di conoscerlo, posso dire che il re dei comici recitava sempre, anche fuori dal set, e avrebbe dato la vita per una battuta. Lo avevo incontrato di nuovo nel 1953 – un anno per me denso di film, a cominciare dall’Aida – in due occasioni più importanti.In «Miseria e nobiltà», tratto da una farsa di Eduardo Scarpetta, è Felice Sciosciamocca, scribano squattrinato il cui nome è già tutto un programma, che viene assoldato con la sua famiglia da un marchesino perché recitino davanti ai suoi la parte dei parenti aristocratici della fidanzata Gemma (la sottoscritta!), che lui vorrebbe sposare.

«Alla faccia di Cartagine e di tutti i cartaginesi» esclama Totò quando mi vede nelle vesti della futura sposa. «Noi ti accoglieremo nel seno della nostra famiglia, e tu accoglici sul tuo seno…» Il Principe era irresistibile, stargli al fianco scioglieva qualunque paura e qualunque imbarazzo. Anche perché si inventava al momento metà del copione, e nessuno riusciva a trattenerlo. Così accade nella famosa scena in cui si infila in tasca gli spaghetti, che è entrata a far parte della storia del cinema e che parla della fame del nostro popolo, quella di Pulcinella e quella che ho vissuto a Pozzuoli durante la guerra. Una fame che si può combattere soltanto con l’arma del sorriso, con quella leggerezza piena di spirito di cui siamo intrisi noi napoletani. Napoli rimane per me la città e il popolo più belli d’Italia. Ha visto tante sconcezze, tante brutture, e oggi ha bisogno di poter pensare a un domani migliore. Forse è per questo che, nel 2013, quando mio figlio Edoardo mi propose di girare la «Voce umana» di Cocteau a Napoli, accettai con immensa gioia.

È il mio piccolo contributo di speranza alla terra che amo. La vita mi ha portato lontana dalle mie radici, ma il mio cuore resta lì, nella luce, nella lingua, nella cucina partenopee. Più passa il tempo, e più mi viene da parlare in napoletano. Forse perché in napoletano mi esprimo meglio, riesco a dire cose che non posso dire in italiano, tanto meno in inglese o in francese. Ci metto così tanto amore, in questa lingua, che pure i miei figli mi capiscono quando la parlo, e ora perfino i nipotini. Lo stesso vale per i piatti della tradizione, che mi riportano a casa, nella cucina di via Solfatara. Lì trascorrevo le mie giornate, tra i profumi e gli aromi della povertà. Lì il canto di mammà e il calore della stufa mi facevano compagnia e, quando c’erano i soldi, il ragù borbottava nella pentola.

Oggi non cucino spesso, mangio poco, sempre presa tra mille pensieri. Ma quando arrivano i miei figli dall’America e mi chiedono una ricetta speciale, mi rintano nel mio regno e mi sento di nuovo a Pozzuoli. L’impresa che mi dà più soddisfazione è la Genovese, quei cinque chili di cipolle rosolate fino a diventare mosce, e dentro gli involtini di carne, a cuocere per quattro ore. In questa vita diventata così veloce, quattro ore sono un tempo infinito, quello che mi occorre a risalire gli anni fino alla mia infanzia lontana. Per tornare a Totò, lo avevo incrociato ancora in «Tempi nostri», diretto niente meno che da Alessandro Blasetti. Altro grande maestro del nostro cinema, Sandro aveva creduto in me quando ancora non ero nessuno. Anche questo era un film a episodi, uno zibaldone che metteva insieme tutti i protagonisti del tempo, da De Sica a Mastroianni, da Yves Montand ad Alberto Sordi, da Eduardo al magico Quartetto Cetra.

Alla “tastiera”, Moravia e Pratolini, Marotta e Bassani, Achille Campanile, Sandro Continenza e Suso Cecchi D’Amico. Io lavoravo proprio con Totò, nell’episodio in cui lui, fotografo di professione, viene derubato della sua macchina fotografica mentre cerca di abbordare una bella ragazza, che poi sarei io. Si dice che Blasetti fosse rimasto sedotto dalla mia capacità di accompagnare il grande guitto. Io che amavo studiare a fondo il copione, magari anche in anticipo, in quel caso capii che sarebbe stato inutile.

A Totò piaceva improvvisare, farciva il canovaccio di mossette, di invenzioni, di sogni. Tanto valeva lasciarsi andare alla sua corrente, cercando di non perdere il passo. In quell’occasione, essere cresciuta a Pozzuoli mi aiutò. I nostri spiriti napoletani – fatti di intuito, di fiuto, di ironia – si incontrarono e fecero scintille. Con Totò non avrei più lavorato. Blasetti, invece, l’avrei incontrato di nuovo di lì a poco, in un altro film che da allora mi porto sempre nel cuore.

06 settembre 2014

Lady D stanca e depressa, minacciava Camilla durante la notte: «Ti mando dei killer a casa»

Il Messaggero

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Sono molte le ombre sulla morte di Lady Diana, ma continuano ad emergere anche molti particolari sulla sua vita matrimoniale con Carlo, futuro re d'Inghilterra. Secondo la stampa inglese lady D sarebbe stata a conoscenza della relazione tra suo marito e Camilla e avrebbe minacciato l'attuale moglie di Carlo. «Ti mando dei killer a casa - avrebbe detto alla sua rivale per spaventarla - . Guarda fuori in giardino, li vedi?». Camilla era, inoltre, tempestata da telefonate notturne da parte della principessa.

Carlo per quanto cercasse di essere un buon marito era, infatti, innamorato di Camilla. Secondo una nota biografa della casa reale inglese Carlo e Diana semplicemente non erano fatti l'uno per l'altra, ma la principessa era ossessionata dai complotti e credeva che l'ex marito avesse avviato una campagna per screditarla dopo la separazione. Diana nell'ultimo perido del suo matrimonio era divenuta estremamente sospettosa e ansiosa, sviluppando anche seri disturbi alimentari.

Lunedì 8 Settembre 2014, 11:17 - Ultimo aggiornamento: 11:48