sabato 6 settembre 2014

Svizzera: 2 giorni di carcere per sacco spazzatura fuori orario

Corriere della sera

di Elmar Burchia

Deny Eggimann, allenatore della squadra di sci paralimpica elvetica, si è rifiutato di pagare la multa di 150 franchi. Che è stata convertita in giorni di galera

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Depositare un sacco di spazzatura sotto un albero vicino a casa ma fuori dall’orario di raccolta può costare due giorni di prigione. Dove? In Svizzera. Due anni fa Deny Eggimann, di Bienne (Cantone Berna), doveva partire per la località montana di Saas Fee dove avrebbe seguito gli sciatori non vedenti negli allenamenti del team paralimpico svizzero. Per non lasciare la spazzatura a marcire nell’appartamento, visto che sarebbe stato via per due settimane, la domenica sera ha lasciato un sacco dell’immondizia all’esterno di casa sua, sotto un albero. Il suo immobile, in centro città, non dispone di un bidone condominiale per la raccolta dei rifiuti.
Identificato
Ma le norme locali impongono di attendere almeno le 6 del mattino del giorno di raccolta (in questo caso, il martedì). Ai funzionari di Bienne non è sfuggito quel sacco della spazzatura: messo lì, fuori posto e fuori dall’orario consentito. È stato raccolto, aperto, esaminato. Nelle profondità di quel sacco (quello ufficiale da 17 litri della città), i funzionari hanno subito trovato il nome e l’indirizzo del trasgressore. Al suo ritorno, il 44enne ha quindi trovato una multa di 150 franchi (124 euro) nella cassetta delle lettere. Ciò nonostante, Eggimann quella sanzione non la voleva pagare. «È fuori questione, non sborso nemmeno un centesimo», ha raccontato al quotidiano Le Matin.
Ricorso in ritardo
Ha fatto ricorso. Purtroppo per lui, a causa del soggiorno in montagna, era già troppo tardi. Dopo un lungo tira e molla con le autorità, alla fine ogni suo tentativo è risultato essere vano. «Poteva arrangiarsi con un vicino», gli hanno risposto. La legge è legge, e non c’è nulla da fare. Alla fine, visto che il 44enne si ostinava a non pagare la multa, questa è stata convertita in due giorni di carcere, che l’uomo ha scontato settimana scorsa, al penitenziario regionale di Bienne. In una cella, racconta al quotidiano, «prevista per coloro che scontano le pene più pesanti (sembra che le altre fossero tutte occupate, ndr), con solo pane e acqua sporca per colazione. È stato un incubo», ha raccontato Eggimann. Alcuni detenuti gli avrebbero anche proposto cocaina ed eroina. La cosa buffa in tutta questa storia è forse un’altra: Eggimann dirige Sky-Zone-Attitude, una società che, tra l’altro, si occupa di sviluppare cestini della spazzatura. Il suo credo: il recupero. Il suo target: gli organizzatori di eventi. E le amministrazioni comunali
6 settembre 2014 | 15:28

L’attentatore al museo ebraico di Bruxelles era carceriere dell’Isis

La Stampa

L’uomo riconosciuto da Nicolas Henin, giornalista francese che era stato rapito in Siria

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Mehdi Nemmouche, il cittadino francese accusato dell’attentato al museo ebraico di Bruxelles, sarebbbe stato uno dei carcerieri degli ostaggi occidentali detenuti in Siria dai miliziani dello Stato Islamico (Is). L’uomo è stato riconosciuto da Nicolas Henin, giornalista del settimanale francese Le Point. Altri tre giornalisti francesi detenuti assieme ad Henin - Didier Francois, Edouard Elias e Pierre Torres - lo hanno riconosciuto con diversi gradi di certezza.

E, a quanto scrive Le Monde, vi sono elementi per ritenere che Nemmouche sia stato anche fra i carcerieri di James Foley, il giornalista americano decapitato il 20 agosto. «Quando Nemmouche non cantava, torturava - ha raccontato Henin, in un’agghiacciante testimonianza dei mesi fra il luglio e dicembre 2013 in cui fu detenuto in un ospedale di Aleppo trasformato in carcere - era membro di un piccolo gruppo di francesi il cui arrivo terorizzava la cinquantina di prigionieri siriani detenuti nelle celle vicine. Ogni sera erano botte nella sala dove ero stato interrogato. La tortura durava tutta la notte, fino alla preghiera dell’alba. Alle urla dei prigionieri, rispondevano a volte dei mugolii in francese». 

Liberati il 20 aprile, i quattro giornalisti sono stati ascoltati più volte dai servizi francesi interni ed esterni della Dgsi e Dgse, racconta Le Monde. Secondo le testimonianze raccolte, Nemmouche sarebbe stato un militante di base dello Stato Islamico, incaricato di sorvegliare gli ostaggi occidentali. In questo ambito avrebbe «fatto prova di grande brutalità e commesso atti gravi». Cittadino francese di origine algerina, Nemmouche è stato estradato in Belgio per rispondere dell’attentato al museo ebraico di Bruxelles in cui sono morte quattro persone. Il 29enne era stato arrestato a Marsiglia pochi giorni dopo l’attentato del 24 maggio.

Non è ancora chiaro perchè Nemmouche abbia lasciato la Siria in febbraio per recarsi in Malaysia prima di tornare in Europa. Così come s’ignora se a Bruxelles abbia agito da solo o in connessione con lo Stato islamico. Le testimonianze raccolte su Nemmouche sono state intanto trasmesse alla giustizia francese, nell’ambito delle indagini sul sequestro dei quattro giornalisti. «Tocca alla giustizia fare il suo lavoro. Questo funesto personaggio deve essere giudicato e lo sarà», ha dichiarato oggi il ministro degli Interni, Bernard Cazeneuve. 

Io statale con lo stipendio a 25mila euro bloccato da cinque anni

Corriere della sera

di LORENZO SALVIA

Emanuele Finocchi, 57 anni, non vede un aumento dal 2009. Rinuncia alle vacanze e fa la spesa solo al discount. Gli 80 euro? Per lui sono solo 20


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ROMA - «Incavolato? Triste più che altro. Quando ho sentito la notizia alla tv ho ripensato al giorno in cui vinsi il concorso per entrare al ministero». Un bel giorno. «Per la felicità andai al santuario del Divino Amore, 20 chilometri a piedi da casa mia. La famiglia, i figli: pensavo di essermi sistemato. Tornando indietro forse quel pellegrinaggio non lo rifarei». Era il 1985, Emanuele Finocchi stava per lasciare il suo posto da ragioniere in una ditta che produceva scaffali in ferro per diventare un dipendente del ministero dell’Interno. Dipartimento di pubblica sicurezza: posto fisso, stipendio certo, un italiano tranquillo. Adesso ha saputo che il suo stipendio, fermo dal 2010, sarà bloccato per un altro anno. E la tranquillità sembra averla persa da un pezzo.

Il governo dice che i soldi per rinnovare i contratti non ci sono.
«Per carità, so bene che il momento è difficile e che tutti dobbiamo fare dei sacrifici. Però dopo i grandi annunci finisce che se la prendono sempre con noi: blocco degli stipendi, così son bravi tutti».

Quanto guadagna lei?
«A 57 anni sono a 25 mila euro lordi l’anno, sui 1.300 netti al mese. Esattamente la stessa somma che prendevo nel 2009. Solo che nel frattempo è aumentato tutto: la spesa, le bollette, per non parlare delle tasse sulla casa, dall’Imu alla spazzatura».

Ha preso il bonus da 80 euro, però.
«Per me sono meno di 20 euro, perché mi trovo in quella fascia di reddito che il bonus lo prende solo in parte. Per fortuna mia moglie, che lavora alle poste, lo prende tutto. Ma alla fine siamo più poveri di prima e anche noi abbiamo dovuto fare la nostra spending review».

A cosa avete dovuto rinunciare?
«Il primo taglio è stato per le vacanze. Fino a qualche anno fa andavamo una settimana sulla riviera romagnola, adesso a Ostia dalla mattina alla sera con il panino nello zaino e l’acqua del rubinetto. Poi la spesa: ho trovato un mercato lontano da casa, al Quadraro, dove sulla frutta e sulla verdura si riesce a risparmiare qualcosina. Il supermercato, poi, l’abbiamo proprio abolito. Solo discount».

Non ha mai avuto la tentazione di arrotondare con un secondo lavoro?
«Guardi, quella del ministeriale che si trova un lavoretto in nero è una favola. Magari qualche anno fa, quando l’economia girava, per qualcuno funzionava così. Io non ci ho mai pensato ma adesso, anche volendo, non troverei nulla. E se mai trovassi qualcosa la girerei ai miei figli. Sono precari tutti e due e se la passano ancora peggio di me e mia moglie. Noi almeno uno stipendio fisso ce l’abbiamo».

Ecco, almeno il posto non lo rischiate.
«Ma l’ha vista la riforma della pubblica amministrazione? Revisione degli organici, mobilità. Il posto pubblico non è più garantito come una volta. E poi questo non può essere l’alibi per continuare ad accanirsi su di noi».

Cantava Gigi Proietti: “Me so’ trovato un posto al ministero, per legge’ in santa pace il Messaggero”. Non c’è nemmeno un po’ di verità nella cattiveria di quella battuta?
«È il tipico atteggiamento di chi gli uffici pubblici li vede solo da fuori. Io sono orgoglioso di lavorare per lo Stato, lo faccio con passione, con responsabilità. La maggioranza la pensa come me. Poi certo, gli sfaticati ci sono in tutti i lavori. Anche nel suo, no?».

Lei cosa avrebbe fatto per risparmiare sulla pubblica amministrazione?
«Tagliato tutte le esternalizzazioni. Anche alcuni servizi amministrativi vengono affidati a ditte esterne. Perché? Potremmo usare i dipendenti che sono dentro e risparmiare un po’ di soldi. Oppure le auto blu».

Non sono state tagliate?
«All’inizio Renzi aveva detto che ne avrebbe lasciate quattro per ministero. E invece sono molte di più. La verità è che dopo gli annunci arrivano le resistenze. Solo con noi dipendenti pubblici può andare giù duro: siamo carne da cannone e non ci difende nessuno».

Sarebbe stato meglio non vincerlo quel concorso?
«Rimanendo nella mia vecchia ditta avrei guadagnato molto di più. E magari da ragioniere sarei diventato pure commercialista».

Senta, ma esiste ancora quella ditta dove lavorava prima?
«Era al Mandrione (un’area di Roma tra la Casilina e la Tuscolana, ndr), ha presente? L’ultima volta che sono passato da quelle parti non l’ho vista. No, credo abbia chiuso qualche anno fa».

5 settembre 2014 | 16:17

Post anti-Kyenge, primo leghista assolto

Redazione - Mar, 08/10/2013 - 08:31

Forse sarà ricordato come il primo politico sfuggito alla dura legge del "guai a chi tocca la ministra"

Forse sarà ricordato come il primo politico sfuggito alla dura legge del «guai a chi tocca la Kyenge».



Andrea Draghi, assessore comunale leghista a Montagnana con delega alla Cultura nonché consigliere provinciale di Padova, non sarà processato per diffamazione. Il pm ha trasmesso il fascicolo all'ufficio del giudice per le indagini preliminari con la richiesta di archiviazione. Draghi si è difeso spiegando di aver compiuto un gesto istintivo, ovvero aveva condiviso sulla propria bacheca di Facebook un post pubblicato da un altro utente del social network.

La fotografia in questione offendeva il ministro di colore mettendola in relazione con il famoso spot pubblicitario con protagonista un gorilla che dice «Dino dammi un crodino». Per dimostrare di non essere un razzista l'assessore ha portato davanti al magistrato gli atti compiuti a favore degli extracomunitari da assessore. E poi, le foto del battesimo del figlio con un sacerdote congolese.

Apple migliora la privacy e rende più sicuro iCloud: «Evitare nuovi attacchi hacker»

Il Mattino

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ROMA - L'hackeraggio di smartphone è stato un duro per la Apple che ha deciso di prendere misure di sicurezza per il controllo della privacy molto più rigide. Apple fara' di piu' per difendere gli account dei suoi clienti dagli attacchi hacker, ma ribadisce: nessuna Apple ID o password e' trapelata dai server della societa', gli account delle star sono stati violati dopo aver risposto correttamente alle domane di sicurezza. In un'intervista al Wall Street Journal, l'amministratore delegato di Apple, Tim Cook, parla per la prima volta della pubblicazione delle foto di vip nudi.

Per evitare che questo si ripeta, Apple avvertita' gli utilizzatori via mail e non solo quando qualcuno cerchera' di cambiare password, trasferire i dati iCloud su un nuovo dispositivo o quando un dispositivo verra' collegato a un account per la prima volta. Apple rafforzera' anche il proprio sistema
di sicurezza con la ''doppia autenticazione'', che sara' ampliata a piu' servizi.

I titolari che vorranno accedere ai propri account dovranno avere almeno due cose su tre fra password, un codice di quattro cifre o la chiave d'accesso data agli utilizzatori quando si registrano per il servizio.

Accogliere gli immigrati: ecco quanto si guadagna

Giovanni Neve - Sab, 06/09/2014 - 10:01

Accogliere un immigrato fa guadagnare 240 euro al mese che diventano 540 in caso di minore. Ecco si arricchisce


Per ogni immigrato accolto in un istituto, anche se clandestino, lo Stato elargisce 35 euro, che diventano 45 se è un minorenne non accompagnato. Ma  qual è il loro reale costo della vita all'interno di una struttura? A rispondere alla domanda ci ha pensato Libero.
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Il giornale diretto da Belpietro, infatti, ha pensato bene di chiedere agli istituti e agli ospedali alcuni costi, in modo da verificare se i 35 euro che dà lo Stato possano bastare per il mantenimento di un profugo. La risposta è chiara: non solo bastano, ma avanzano anche.

Prima di tutto occorre fare una distinzione tra gli istituti che ricevono la beneficenza e quelli che vanno avanti senza alcun tipo di aiuto. Per i primi, naturalmente, il guadagno è anche maggiore, mentre per i secondi il profitto è minore. Comunque parliamo di un "utile" di circa 8 euro al giorno. Come si arriva a questo risultato? È presto detto. Un pasto scolastico o nelle mense cliniche costa, mediamente, 4 euro, e dato che gli istituti forniscono tre pasti al giorno, il totale è di 12 euro. Dopo aver sentito un ospedale lombardo, inoltre, si apprende che il costo per lenzuola e coperte è di circa 2 euro al giorno.

A questi vanno aggiunti 2,50 euro di pocket money (il denaro per le piccole spese), e 2,50 euro al giorno (75 euro al mese) per scarpe e vestiti. In più bisogna calcolare le spese di gestione degli edifici - acqua, luce e gas - che ammontano a 6 euro al giorno e le spese per l'igiene personale, circa 2 euro. Il totale è di circa 27 euro al giorno. Cioè 8 euro in meno rispetto ai soldi che lo Stato fornisce. Dunque, al mese, fanno 240 euro di introiti. Questa cifra, comunque, può naturalmente lievitare in due casi. Il primo: se l'immigrato è un minorenne non accompagnato lo Stato sborsa 45 euro al giorno, che porta il guadagno a 540 euro al mese. Il secondo: se l'istituto di accoglienza accetta anche la beneficienza, i costi di gestione giornalieri sono minori rispetto a quanto precedentemente calcolato. Per fare un piccolo esempio, infatti, le spese riguardanti le scarpe e i vestiti sono pari a 0 visto che sono i cittadini a fornirli.

Libero, però, intervista anche Omar, un extracomunitario che da anni ormai è in prima fila per l'assistenza ai profughi. Omar racconta che, secondo lui, i maggiori guadagni sono per gli albergatori che "in periodi di crisi o di bassa stagione possono riempire le stanze, magari mettendo quattro persone in una doppia". Sempre secondo il ragazzo, invece, è la Caritas a guadagnarci di meno, perché "molto spesso ospita le persone nei suoi edifici, ma prima li mette a norma e quindi spende denaro per i lavori", successivamente formerà i volontari e anticiperà i soldi che lo Stato rimborserà in ritardo.

Devi rifare il bagno? Azienda ti manda solo operai italiani

Gianpaolo Iacobini - Sab, 06/09/2014 - 08:20

Impresa marchigiana lancia spot tv: "A domicilio esclusivamente gente che parla il vostro dialetto". E tutto per colpa di un sondaggio

Per installare e riparare vasche e docce «no tecnici extracomunitari», annuncia uno spot. Ed è polemica, ma l'azienda si difende: «Ce lo chiedono i clienti».



È diventata un caso la pubblicità ideata da una ditta di Potenza Picena, nel maceratese, per promuovere il progetto «Vasche e docce». Titolo anonimo, che non sarebbe mai entrato nella storia del marketing se la réclame, rilanciata da un'emittente televisiva, non avesse attirato le scomuniche dei sacerdoti del politically correct .

Il fatto: sul piccolo schermo, da agosto, va in onda un filmato di appena 34 secondi. Semplice, senza pretese. Perché come spiega l'amministratore della società, Emanuele Poliero, «più che spendere in pubblicità preferiamo offrire il miglior servizio possibile». Le immagini, una sequenza di foto cucite alla meno peggio, scorrono rapide per promuovere «la trasformazione da vasche a docce» e «la sostituzione di vasche per anziani e disabili». Al secondo 27 la scarica di adrenalina che scuote dal torpore. Con la voce fuori campo a leggere le scritte in sovrimpressione: «Operiamo in tutta Italia con tecnici della tua zona a km 0». Quindi, a rafforzare il concetto autarchico: «No materiali cinesi. No tecnici extracomunitari».

Sei parole. Sufficienti a scatenare la reazione degli indignati, tracimata in mail e telefonate di protesta. «È una qualità del manufatto il fattore etnico?», chiedono i più. «Forse africani, australiani ed americani sono meno bravi?», insistono altri. In filigrana, una considerazione comune: «Riteniamo si tratti di un messaggio promozionale a fortissima connotazione razzista». Accuse che però l'azienda, dal proprio sito internet, respinge. «Non dirmi che ti fa più piacere ricevere in casa un ragazzotto che proviene dall'Est o da dove si voglia dire - scrive Poliero - piuttosto che un tecnico che parla il tuo stesso dialetto! Significa che sei razzista?». Archiviati gli sfottò, la riflessione vira sulla serietà: «Indicare tecnici a chilometro zero vuol dire garantire interventi efficaci in tempi brevi da parte di persone di cui ci si può fidare».

Il fattore fiducia legato al colore della pelle o alla lingua parlata non acquieta l'indignazione. Poliero allora tira fuori altri argomenti: «La concorrenza usa manodopera extracomunitaria, perché lavora bene ma soprattutto lavora tanto. E questo non è approfittare del bisogno altrui? O mancanza di cura necessaria per fare un buon lavoro? Se succedesse a casa vostra, lo gradireste?». In ogni caso, se pure la scelta fosse da ritenersi discriminatoria, lascia intendere l'imprenditore marchigiano, di razzismo dovrebbero essere tacciati gli italiani. «La frase tanto discussa - è la precisazione - è scaturita da un'indagine di mercato svolta su famiglie e potenziali clienti interessati a una vasca comoda o alla trasformazione da vasca in doccia, che hanno apertamente dichiarato di non gradire tecnici non italiani».

In sostanza, l'azienda - per come le regole del mercato d'altro canto impongono - si sarebbe mossa assecondando le tendenze e i gusti dei consumatori. Nulla più. «Quello spot è nato da una necessità commerciale», ribadisce Poliero, prima di tornare al contrattacco: «Razzisti noi? Ma se abbiamo validi dipendenti extracomunitari. Il nostro unico obiettivo è risolvere i pericoli dei bagni dei clienti».
Missione delicata: il bagno è tra i luoghi in cui gli italiani passano più tempo. Quasi un'oasi. In molti casi, l'unica. Saranno padroni di far entrare, almeno lì, chi vogliono loro?


Minacce di morte e insulti: la consigliera marocchina del Pd lascia l'Italia. Esulta la Lega

Libero

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Alla fine ha deciso di mollare tutto e andarsene dall'Italia. Le minacce di morte (una lettera con l'immagine di lei in una bara), gli "inviti" poco gentili a tornarsene al suo Paese, gli insulti beceri l'hanno costretta a prendere la sofferta decisione. Lei è Aicha Mesrar, marocchina di 45 anni giunta nel nostro Paese 23 anni fa, eletta nel 2010 consigliere comunale di Rovereto nelle liste del Pd. La sua storia la racconta oggi La Stampa che svela come nessuno in città si fosse reso conto della situazione di disagio che stava vivendo fin quando lei stessa ha rassegnato le dimissioni in Municipio con l'obiettivo di tornare in Marocco.

"Io non voglio fare la figura della vittima e non voglio continuare a parlare di cose che mi fanno soffrire", spiega Aicha che in questi giorni ha ricevuto migliaia di messaggi e telefonate di solidarietà a Maurizio Giangiacomo. "E' una decisione che la mia famiglia ha preso dopo le minacce del 2012, che è maturata in questi due anni per altri episodi, ma anche per quello che sta succedendo all'estero: la primavera araba, tutti i profughi che arrivano, io sono coinvolto direttamente tanto per la mia appartenenza, quanto per il mio lavoro".

Dalla parte di Aisha si schiera il presidente del Consiglio provinciale, Bruno Dorigatti (Pd): "Dobbiamo preoccuparci tutti perché se proprio lei cede alle intimidazioni significa che il Trentino non ha ancora sconfitto del tutto i pericolosi germi dell'intolleranza". Di tutt'altro tono il comunicato della Lega Nord Trentino: "Non sentiremo la mancanza di stranieri che come lei hanno usufruito del nostro sistema sociale e solidale se ne vanno sparando alla schiena dei tre

Nel posto sbagliato

La Stampa

Massimo Gramellini

Il ragazzo ammazzato a Napoli aveva sedici anni. Il carabiniere che lo ha ucciso, ventidue. Meno di quarant’anni in due. Cosa ci facevano su una strada della periferia di Napoli alle tre del mattino? Il ragazzo ammazzato era fino a prova contraria un bravo ragazzo, ma girava in compagnia di un ladruncolo con precedenti penali e di un latitante evaso dai domiciliari: in tre su uno scooter senza assicurazione né patentino. Prima di accusarlo di cattive frequentazioni, bisogna domandarsi se il contesto in cui era cresciuto gli avesse offerto la possibilità di scegliersene di migliori. Di bravate a sedici anni ne abbiamo combinate tutti: ma nelle nostre cattive compagnie era statisticamente più difficile incontrare latitanti che accelerassero ai posti di blocco. 

Anche il carabiniere omicida è fino a prova contraria un ragazzo perbene, ma lo hanno spedito a presidiare un quartiere che ogni notte ospita regolamenti di conti tra bande rivali. È probabile che davanti allo scooter in fuga abbia perso il controllo di sé: la paura e l’inesperienza gli hanno armato la mano provvista di pistola da cui al termine dell’inseguimento è partito il colpo: «accidentale» quanto chirurgico nel colpire al cuore. Dovrà pagare per ciò che ha fatto. Però dovrà riflettere anche chi lo ha mandato allo sbaraglio, a un’età in cui non si ha ancora l’equilibrio per gestire un simile carico di tensione. Da sempre in prima linea vanno i più giovani e inadeguati. Ma il fatto che accada da sempre non significa che debba accadere per sempre. Che un ragazzo possa uccidere, e un altro possa morire, solo perché si trovano in un posto dove non dovrebbero stare.