sabato 30 agosto 2014

L'Ordine dei giornalisti censura anche le parole: vietato dire clandestino

Paolo Bracalini - Sab, 30/08/2014 - 12:32

Anche se la Treccani indica come significato del termine proprio quello ("colui che entra in un paese illegalmente") al posto di quel sostantivo denigratorio vanno usati vocaboli più rispettosi, come "migrante irregolare", "richiedente asilo", "rifugiato"...


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Chi entra clandestinamente in Italia non va chiamato clandestino, potrebbe restarci male. Anche se la Treccani indica come significato del termine proprio quello («colui che entra in un paese illegalmente») vanno preferiti, al posto di quel sostantivo denigratorio, vocaboli più rispettosi, come «migrante irregolare», o «richiedente asilo», «rifugiato», «beneficiario di protezione umanitaria», «vittima della tratta», «migrante», o nel caso «migrante irregolare», tutti più adeguati.

Non clandestini, ma diversamente regolari. Un clandestino viene fermato dalla polizia con pistola e proiettili (fatto di cronaca successo giovedì ad Ancona)? Non è corretto titolare «Clandestino arrestato», ma va invece scritto «migrante irregolare» oppure «richiedente asilo fermato con pistola e proiettili». «Un extracomunitario scippa la borsetta con 700 euro a signora di 70 anni» (successo l'altro giorno a Reggio Emilia)?

È preferibile non scrivere così, meglio «Un migrante scippa la borsetta», o anche «Un beneficiario di protezione umanitaria scippa una settantenne». Anche l'immigrazione ha il suo vocabolario certificato ed eticamente approvato, in questo caso dall'organo che vigila (solo in Italia e pochi altri paesi al mondo) sul comportamento e sulle opinioni dei giornalisti, l'Ordine dei giornalisti.

Da qualche anno l'Ordine, in sinergia con l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (quello che aveva Laura Boldrini come sua portavoce), ha stabilito un «Protocollo deontologico concernente richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti», con allegato un glossario delle parole da usare e una spiegazione su quelle da non usare più perché razziste. Regole che, se violate, possono costare un procedimento disciplinare per un giornalista, un processino che può concludersi anche con la sospensione, o in casi estremi con la radiazione. Insomma c'è poco da scherzare per chi di mestiere scrive.

Con quel protocollo l'Ordine, e il sindacato dei giornalisti Fnsi, si impegnano a «promuovere periodicamente seminari di studio sulla rappresentazione di richiedenti asilo, rifugiati, vittime di tratta e migranti nell'informazione, sia stampata che radiofonica e televisiva», a «monitorare» l'informazione quando parla di migranti, a premiare gli articoli più migrantemente corretti. Ma non solo, spiega come bisogna scrivere. «Lo stesso termine “extracomunitario” può non essere appropriato - si legge nella circolare dell'Odg -, chiediamoci, ad esempio, per quale motivo non viene mai utilizzato negli episodi di cronaca

che riguardano statunitensi o australiani o canadesi (che pure sono extracomunitari), ma sempre quando i protagonisti delle cronache sono di provenienza africana. Devono essere evitate espressioni che hanno valenza dispregiativa come ad esempio “Vu' cumprà”. Anche il termine “clandestino” può avere valenza negativa e ingenerare allarme sociale, risultando perciò improprio: molti dei migranti fuggono da guerre e rivoluzioni e, più che clandestini, sono richiedenti asilo per motivi umanitari o di sicurezza». Non ci vuole molto per finire sotto procedimento.

Due colleghi dell'Unione sarda sono stati sanzionati dall'Ordine per un articolo sull'assegnazione di case a famiglie rom da parte del Comune di Cagliari nel 2012. Dopo un esposto dell'«Associazione sarda contro l'Emarginazione» l'Ordine ha aperto il procedimento e concluso che era stata violato il protocollo deontologico su migranti e minoranze: censura e avvertimento. L'Ordine invita proprio a non usare il termine «zingaro», perchè è «stigmatizzante» e discrimina i nomadi. Anzi, nemmeno «nomadi» va usato, perché si riferisce a popolazione che spesso non sono più nomadi, ma stanziali, e finisce con il ghettizzarli linguisticamente. Rom?

Nemmeno, l'Ordine lo sconsiglia vivamente, a meno che non si conosca con precisione il loro ceppo, perché potrebbero essere Sinti, oppure Camminanti, e non Rom. E allora, un accampamento di zingari come si può chiamare? Ci si può recare lì e chiedere se si tratti di Rom o piuttosto di Sinti o Camminanti, e annotare la risposta del capo della baraccopoli. Oppure optare per «Romanì», con l'accento sulla «i» finale. Sempre che non si dia adito a confusione con «Romeni», perché non c'entrano e poi si finisce col discriminare loro. In alternativa, nell'imbarazzo, si può restituire il tesserino dell'Ordine.

Un sistema, 19 mila schermi: l’incredibile frammentazione del mondo Android

La Stampa
stefano rizzato

Il sistema operativo di Google è il più diffuso su smartphone e tablet, e così viene usato su migliaia di modelli diversi, soprattutto per dimensione dello schermo. Un incubo per chi produce app? Non più, spiegano proprio gli sviluppatori

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Una babele di marchi, modelli, schermi di ogni dimensione. Tutti per lo stesso sistema operativo. Nella sua scalata fino all’84,7 per cento del mercato di smartphone e tablet, Android s’è portato dietro una sorta di effetto collaterale: quello di essere usato su dispositivi di ogni tipo e taglia. L’immagine qui sopra – frutto dell’osservatorio mobile OpenSignal – dice tutto. Il sistema operativo di Google è declinato in almeno 18.769 modi diversi. 

Cresce la frammentazione
Per la verità, i diversi dispositivi Android potrebbero essere ancora di più. Per calcolarli, OpenSignal ha tracciato tutti i download della sua diffusissima app, che serve a valutare la forza della connessione dati e wi-fi. Così, è venuto a galla il sensibile aumento della frammentazione del mondo Android. Nel 2013 erano stati rilevati 11.868 dispositivi diversi, oggi – come detto – ben 18.769. Un anno fa i dieci dispositivi più diffusi rappresentavano il 21 per cento del totale. Oggi, sono solo il 15 per cento.

Samsung resta in testa: è il 43% del mercato Android
L’occasione è servita anche per vedere come si divide, tra i produttori, la torta del mercato Android. Su questo poche sorprese: la fetta più grande resta quella di Samsung, che resiste in testa con addirittura il 43 per cento. Segue a gran distanza Sony, ferma al 4,8 per cento, con LG e Motorola poco distanti.

Un incubo per sviluppatori? Non più
In attesa che anche Apple moltiplichi la varietà dei suoi schermi, i dati suggeriscono soprattutto una cosa: fare un’applicazione per iOs o per Android pone una gamma di problemi tutta diversa. «Ottimizzare un’app per 18 mila dispositivi è una bella sfida», avvertono proprio da OpenSignal. Ma c’è chi non è d’accordo, come Eddie Vassallo, sviluppatore della casa inglese Entropy. Che dice: «La frammentazione era un problema, ma nel 2014 è ormai un mito. La soluzione è dentro Google Play Services, il pacchetto che contiene tutto ciò che serve per far girare un’app. Ebbene, l’ultima versione di questo pacchetto è usata dal 93 per cento dei dispositivi Android».


“Ecco come fare app per schermi di ogni dimensione”
Anche adattare un’app a schermi di misure diverse, in termini di pollici e forma, è meno complesso di quanto potrebbe sembrare. «Ci sono metodi per gestire quest’aspetto, sistemi che funzionano come i CSS per i siti web e permettono di indicare a monte come un’app dovrà adattarsi ai vari tipi di schermo», spiega Stefano Bellotti, sviluppatore e titolare di B77 Entertainment (la casa di Piano Master). «Uno 0,1” in più o in meno non cambia nulla. In fase di sviluppo, si prende una serie di formati di riferimento e si decide come l’app sarà visualizzata su ognuno. L’approccio ideale prevedere un’organizzazione diversa dei contenuti e dei pulsanti, è non solo scalare o ridimensionare la schermata».

Un’app, almeno due strutture
Una buona app si distingue anche da questo: la versione per tablet non è solo una copia ingrandita di quella per smartphone. «E lo stesso principio – prosegue Bellotti – vale anche per la rotazione dello schermo: è buona norma, e non è difficile, prevedere almeno due strutture diverse per l’app, da mostrare a seconda che lo schermo sia in posizione verticale oppure orizzontale. L’unico vero inconveniente della frammentazione di Android è negli aggiornamenti software dei diversi dispositivi, che a volte cambiano le carte in tavola a livello di funzioni e grafica. E poi ci sono i bug: difetti di funzionamento dell’app, che si verificano solo per un modello di smartphone o tablet e a volte sono davvero difficili da risolvere».

Volontarie rapite in Siria, chiesto un milione di euro

Libero

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Un milione di euro per rilasciare le due volontarie italiane, Vanessa Marzullo e Greta Ramelli, rapite in Siria il 31 luglio. È questa, secondo quanto riportato dal «Tempo», la cifra chiesta da chi in questo momento ha in consegna le due ragazze: si tratterebbe di un gruppo di criminali comuni, che però opera a stretto contatto con milizie islamiste. Secondo quanto riferiscono fonti di intelligence, gli ostaggi sarebbero stati venduti più volte (pare che i passaggi siano stati quattro) a diversi gruppi di ribelli, fino ad arrivare agli attuali rapitori. Le stesse fonti parlano di una trattativa aperta con l’Ital

Oriana Fallaci e l'Islam: "Diventeremo l'Eurabia. Il nemico è in casa nostra e non vuole dialogare"

Libero

Per gentile concessione dell'erede Edoardo Perazzi, continuiamo la pubblicazione del discorso che Oriana Fallaci pubblicò nel 2005, quando fu insignita del Annie Taylor Award, prestigioso riconoscimento statunitense. I temi che la Fallaci affronta sono quelli delle sue celebri opere, tutte edite da Rizzoli.


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Questo può apparir demagogico, semplicistico, e perfino superficiale: lo so. Ma se analizzate i fatti vedrete che la mia è pura e semplice verità. La verità del bambino che nella fiaba dei Grimm, quando i cortigiani lodano le vesti del re, grida con innocenza: Il re è nudo. Pensateci ragionando sull'attuale tragedia che ci opprime. Perbacco, nessuno può negare che l'invasione islamica dell'Europa sia stata assecondata e sia assecondata dalla Sinistra. E nessuno può negare che tale invasione non avrebbe mai raggiunto il culmine che ha raggiunto se la Destra non avesse fornito alla Sinistra la sua complicità, se la Destra non le avesse dato il imprimatur. Diciamolo una volta per sempre: la Destra non ha mai mosso un dito per impedire o almeno trattenere la crescita dell’invasione islamica. Un solo esempio? Come in molti altri paesi europei, in Italia è il leader della Destra ufficiale che imita la Sinistra nella sua impazienza di concedere il voto agli immigrati senza cittadinanza.

E questo in barba al fatto che la nostra Costituzione conceda il voto ai cittadini e basta. Non agli stranieri, agli usurpatori, ai turisti col biglietto di andata senza ritorno. Di conseguenza, non posso essere associata né con la Destra né con la Sinistra. Non posso essere arruolata né dalla Destra né dalla Sinistra. Non posso essere strumentalizzata né della Destra né della Sinistra. (E guai a chi ci prova). E sono profondamente irritata con entrambe. Qualunque sia la loro locazione e nazionalità. Attualmente, per esempio, sono irritata con la Destra americana che spinge i leader europei ad accettare la Turchia come membro dell’Unione Europea. Esattamente ciò che la Sinistra europea vuole da sempre. Ma le vittime dell’invasione islamica, i cittadini europei, non vogliono la Turchia a casa loro. La gente come me non vuole la Turchia a casa sua.

E Condoleezza Rice farebbe bene a smetterla di esercitare la sua Realpolitik a nostre spese. Condoleezza è una donna intelligente: nessuno ne dubita. Certo, più intelligente della maggioranza dei suoi colleghi maschi e femmine, sia qui in America che al di là dell’Atlantico. Ma sul paese che per secoli fu l’Impero Ottomano, sulla non-europea Turchia, sulla islamica-Turchia, sa o finge di sapere assai poco. E sulla mostruosa calamità che rappresenterebbe l’entrata della Turchia nell’Unione Europea conosce o finge di conoscere ancora meno. Così dico: Ms. Rice, Mr. Bush, signori e signore della Destra americana, se credete tanto in un paese dove le donne hanno spontaneamente rimesso il velo e dove i Diritti Umani vengono quotidianamente ridicolizzati, prendetevelo voi. Chiedete al Congresso di annetterlo agli stati Uniti come Cinquantunesimo Stato e godetevelo voi. Poi concentratevi sull’Iran.

Sulla sua lasciva nucleare, sul suo ottuso ex-sequestratore di ostaggi cioè sul suo presidente, e concentratevi sulla sua nazista promessa di cancellare Israele dalle carte geografiche.
A rischio di sconfessare l’illimitato rispetto che gli americani vantano nei riguardi di tutte le religioni, devo anche chiarire ciò che segue. Come mai in un Paese dove l’85 per cento dei cittadini dicono di essere Cristiani, così pochi si ribellano all’assurda offensiva che sta avvenendo contro il Natale? Come mai così pochi si oppongono alla demagogia dei radicals che vorrebbero abolire le vacanze di Natale, gli alberi di Natale, le canzoni di Natale, e le stesse espressioni Merry Christmas e Happy Christmas, Buon Natale, eccetera?!? Come mai così pochi protestano quando quei radicals gioiscono come Talebani perché in nome dei laicismo un severo monumento a gloria dei Dieci Comandamenti viene rimosso da una piazza di Birmingham?

E come mai anche qui pullulano le iniziative a favore della religione islamica? Come mai, per esempio, a Detroit (la Detroit ultra polacca e ultra cattolica le ordinanze municipali contro i rumori proibiscono il suono delle campane) la minoranza islamica ha ottenuto che i muezzin locali possano assordare il prossimo coi loro Allah-akbar dalle 6 del mattino alle 10 di sera? Come mai in un paese dove la Legge ordina di non esibire i simboli religioni nei luoghi pubblici, non consentirvi preghiere dell’una o dell’altra religione, aziende quali la Dell Computers e la Tyson Foods concedono ai propri dipendenti islamici i loro cortili nonché il tempo per recitare le cinque preghiere? E questo a dispetto del fatto che tali preghiere interrompono quindi inceppano le catene di montaggio?

Come mai il nefando professor Ward Churchill non è stato licenziato dall’Università del Colorado per i suoi elogi a Bin Laden e all’11 Settembre, ma il conduttore della Washington radio Michael Graham è stato licenziato per aver detto che dietro il terrorismo islamico v’è la religione islamica? Ed ora lasciatemi concludere questa serata affrontando altri tre punti che considero cruciali. Punto numero uno. Sia a Destra che a Sinistra tutti si focalizzano sul terrorismo. Tutti. Perfino i radicali più radicali. (Cosa che non sorprende perché le condanne verbali del terrorismo sono il loro alibi. Il loro modo di pulire le loro coscienze non pulite). Ma nel terrorismo islamico non vedo l’arma principale della guerra che i figli di Allah ci hanno dichiarato. Nel terrorismo islamico vedo soltanto un aspetto, un volto di quella guerra.

Il più visibile, sì. Il più sanguinoso e il più barbaro, ovvio. Eppure, paradossalmente, non il più pernicioso. Non il più catastrofico. Il più pernicioso e il più catastrofico è a parer mio quello religioso. Cioè quello dal quale tutti gli altri aspetti, tutti gli altri volti, derivano. Per incominciare, il volto dell’immigrazione. Cari amici: è l’immigrazione, non il terrorismo, il cavallo di Troia che ha penetrato l’Occidente e trasformato l’Europa in ciò che chiamo Eurabia. È l’immigrazione, non il terrorismo, l’arma su cui contano per conquistarci annientarci distruggerci. L’arma per cui da anni grido: «Troia brucia, Troia brucia». Un’immigrazione che in Europa-Eurabia supera di gran lunga l’allucinante sconfinamento dei messicani che col beneplacito della vostra Sinistra e l’imprimatur della vostra Destra invadono gli Stati Uniti.
 
Soltanto nei venticinque paesi che formano l’Unione Europea, almeno venticinque milioni di musulmani. Cifra che non include i clandestini mai espulsi. A tutt’oggi, altri quindici milioni o più. E data l’irrefrenabile e irresistibile fertilità mussulmana, si calcola che quella cifra si raddoppierà nel 2016. Si triplicherà o quadruplicherà se la Turchia diventerà membro dell’Unione Europea. Non a caso Bernard Lewis profetizza che entro il 2100 tutta l’Europa sarà anche numericamente dominata dai musulmani. E Bassan Tibi, il rappresentante ufficiale del cosiddetto Islam Moderato in Germania, aggiunge: «Il problema non è stabilire se entro il 2100 la stragrande maggioranza o la totalità degli europei sarà mussulmana. In un modo o nell’altro, lo sarà. Il problema è stabilire se l’Islam destinato a dominare l’Europa sarà un Euro-Islam o l’Islam della Svaria».

Il che spiega perché non credo nel Dialogo con l’Islam. Perché sostengo che tale dialogo è un monologo. Un soliloquio inventato per calcolo dalla Realpolitik e poi tenuto in vita dalla nostra ingenuità o dalla nostra inconfessata disperazione. Infatti su questo tema dissento profondamente dalla Chiesa Cattolica e da Papa Ratzinger. Più cerco di capire e meno capisco lo sgomentevole errore su cui la sua speranza si basa. Santo Padre: naturalmente anch’io vorrei un mondo dove tutti amano tutti e dove nessuno è nemico di nessuno. Ma il nemico c’è. Lo abbiamo qui, in casa nostra. E non ha nessuna intenzione di dialogare. Né con Lei né con noi.

di Oriana Fallaci

Stato islamico, il progetto dei jihadisti: "Armi batteriologiche alla peste bubbonica"

Libero

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Una bomba alla pesta bubbonica. Sarebbe questo uno dei progetti di armi batteriologiche allo studio dei guerriglieri dello Stato Islamico. Un deciso passo avanti nella guerra del terrore rispetto a decapitazioni e fucilazioni da trasmettere via web o possibili attentati suicidi in Occidente. A rivelare l'ipotetico piano d'attacco dei fondamentalisti sunniti salafiti è Foreign Policy, rivista di politica internazionale americana di proprietà del Washington Post. Fonte autorevole, dunque, anche se la notizia  è da prendere con le molle.

Il pc del jihadista - E' stato il comandante di un gruppo ribelle moderato siriano, Abu Ali, a fornire al giornale statunitense le prove di questo disegno criminale. Dopo giorni di scontri in Siria con milizie jihadiste del Califfato di Al Baghdadi, Ali e i suoi uomini hanno messo le mani sulle loro armi, munizioni e un pc Dell con cavo di alimentazione, dimenticato dai jihadisti nella concitazione della fuga. "L'ho subito preso e l'ho aperto - racconta il militare siriano -. Pensavo che fosse rotto o guasto. In realtà era perfettamente funzionante.

Ho cercato tra le risorse ma erano vuote. L'ho comunque conservato e portato via. Con alcuni compagni più esperti di informatica abbiamo iniziato a navigare sull'hard disk e senza neanche ricorrere ad una password siamo riusciti ad entrare e scovare una montagna di file: ce n'erano 35.347 suddivisi in 2.367 cartelle". Secondo i giornalisti di Foreign Policy il proprietario del pc sarebbe un tunisino, Muhammed S., con alle spalle studi di chimica e fisica in patria di cui due università non hanno più notizie dalla fine del 2011.

"Piccole granate nelle metropolitane" - Nel laptop cerano documenti in francese, inglese e arabo. Non solo discorsi religiosi, ma anche "guide" per il perfetto guerrigliero: come costruire bombe, rubare automobili, suggerimenti per travestirsi e sfuggire ai controlli dei posti di blocco. Quindi quel file, con la ricetta per costruire ordigni batteriologici "caricati" a peste bubbonica ricavata da animali infatti, dagli imprevedibili, terrificanti effetti su scala mondiale. "Il vantaggio delle armi biologiche - si legge in quelle pagine - è che non richiedono grossi investimenti, mentre le perdite umane possono essere enormi". "Quando il microbo viene iniettato nei topi - è un altro passaggio dei documenti contenuti nel pc -, i sintomi dovrebbero iniziare a comparire nel giro di 24 ore".

Quindi il vademecum per il perfetto terrorista: "Riempire piccole granate con il virus e poi gettarle in ambienti chiusi. Come metropolitane, stadi, discoteche. Meglio usarle accanto alle prese dell'aria condizionata. Il batterio di espande in pochi minuti e colpisce migliaia di persone". Impossibile sapere, al momento, se le milizie del Califfato hanno già tra le mani armi di tipo batteriologico. Di sicuro, però, tra le loro fila compaiono diverse centinaia di ex soldati e ufficiali dell'esercito iracheno di Saddam Hussein, e al nuovo regime di Al Baghdadi non mancano né risorse economiche né logistiche, potendo contare sui laboratori e i tecnici già attivissimi ai tempi del Rais.

Antonio Esposito, "viaggio negli Usa per preparare la caduta di Silvio Berlusconi"

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Un tour negli Stati Uniti. L'obiettivo: preparare la caduta di Silvio Berlusconi, complici i suoi rapporti con Vladimir Putin. Il tutto con lo zampino della Cia. Uno scenario dal sapore fantapolitico. Il presunto protagonista? Antonio Esposito, il presidente della sezione feriale di Cassazione che, nell'agosto del 2013, rese definitiva la condanna del Cavaliere nel processo Mediaset. Almeno questo è quanto sostiene Michele Morenghi, avvocato ed un tempo amico del figlio di Esposito, Ferdinando: secondo il legale, quel viaggio del "giustiziere" di Berlusconi fu tutt'altro che casuale. Nel mirino, insomma, c'era già l'ex premier.

Le accuse - Le accuse di Morenghi sono messe nero su bianco nelle carte del procedimento avviato a Brescia contro Ferdinando Esposito, sul quale cadono le molteplici accuse di Morenghi: di non avergli restituito 7mila euro, di pressione per ottenere la firma d'affitto dell'attico milanese in cui il magistrato viveva; di avergli sottratto documenti, un paio di gemelli e anche un cravatta. E in tutta questa sequela di esposti, ce n'è uno in cui si racconta proprio del viaggio negli Stati Uniti della famiglia Esposito, padre e figlio, Antonio e Ferdinando.

L'incontro - Siamo nel 2012, e a Washington, come ogni anno, si tiene la cerimonia in cui il Niaf - l'Associazione degli italoamericani compatrioti - premia i connazionali che si sono distinti nel mondo. Tra gli invitati, Antonio e Ferdinando Esposito, insieme a Vitaliano Esposito, procuratore generale presso la Cassazione, fratello di Antonio e zio di Ferdinando. E secondo Morenghi, i tre magistrati italiani avrebbero incontrato anche un giudice della Corte suprema a stelle e strisce.

Complotto - Dopo queste premesse, nel suo esposto Morenghi chiede: "Da cittadino voglio sapere che cosa è successo. Ho chiesto alla Procura di Perugia di verificare chi hanno incontrato gli Esposito a Washington, se gli sono stati consegnati dei documenti" e se hanno avuto "ipotetici contatti con il Central Intelligence Agency americano", la Cia. Un'affermazione piovuta solo pochi giorni dopo che nell'ambito del caso Wikileaks erano filtrate indiscrezioni sui rapporti "tra Putin e Berlusconi". Sibilina la conclusione di Moregnhi, che insomma mostra di intravedere un complotto anti-Cav con la complicità dell'intelligence Usa: "Ritengo mi corra il dovere di riferire che il mio nominativo è professionalmente conosciuto al Fbi di Washington



Ferdinando Esposito al collega pm: "Concordiamo le versioni"

Libero
21 agosto 2014



"Inventiamoci qualcosa...Potresti concordare una versione con Gennarino e poi dirmela per quando sarò interrogato. E' una cazzata ma è importante che le versioni coincidano". Il bigliettino è di Ferdinando Esposito, pm della procura di Milano (figlio di Antonio che un anno fa presiedette in Cassazione il collegio che condannò Berlusconi nel processo Mediaset) e secondo il gip bresciano Marco Cucchetto ha "attuato una frenetica e scomposta attività di vero e proprio inquinamento probatorio".

Secondo il Corriere della Sera Ferdinando Esposito l'avrebbe fatto quando ha intuito che gli inquirenti bresciani da febbraio 2014 stavano indagando sui soldi che gli erano stati prestati dall'avvocato Michele Morenghi (7mila euro), e da un imprenditore (altri 5mila) ma anche dal commercialista che nel 20123 Ferdinando Esposito aveva accompagnato in Procura per chiedere a un pm del pool dei reati finanziari (il pm Maurizio Ascione) di "affidargli qualche consulenza contabile". Alla richiesta avrebbe aggiunto una battuta: "Dai, nominiamolo così poi spartiamo". Il bigliettino è stato subito consegnato da Ascione dal pm bresciano al procuratore Bruti Liberati e anche ai colleghi bresciani.

In servizio - La sera del 4 marxo 2013 il pm millanese corse a Brescia a incontrare uno dei vice del capo Tommaso Buonanno della procura locale, Sandro Raimondi, ex collega di Milano. Esposito ha spiegato quest'incontro con la necessità di "sfogarsi con un amico e l'intenzione di chiedergli la disponibilità a difenderlo davanti al Csm in un eventuale procedimento disciplinare". Il gip Cucchetto scrive che Esposito ha "parassitariamente beneficiato e indegnamente scroccato il godimento di un attico di 100mq nel centro di Milano senza mai corrispondere il canone di 32mila euro l'anno". Il conto veniva pagato dal manager di una società interessata alle pubbliche relazioni del pm.  Come osserva Luigi Ferrarella nel suo articolo sul Corriere. il pm resta in servizio a Milano il pm su cui allo stato la Procura generale di Cassazione o il ministro o il Csm non risultano aver avviato iniziative di propria competenza".



Antonio Esposito scopre i giudici di parte: la toga anti-Berlusconi ricusa i membri del Csm "eletti dal Pdl"

Libero
18 luglio 2014


Ma guarda, adesso il giudice non ha piacere di essere giudicato. E non è mica l’unico paradosso, perché Antonio Esposito vive un singolare contrappasso: gli tocca utilizzare gli stessi argomenti che tante volte sono usciti dalle labbra di Silvio Berlusconi. Curioso, visto che Esposito presiede la sezione della Cassazione che ha condannato a quattro anni il Cavaliere nel processo Mediaset. Ma non c’è troppo da stupirsi, perché questa vicenda è un piccolo capolavoro di contorsionismo, per non scomodare il surrealismo.

Andiamo con ordine, però. Esposito si è guadagnato le prime pagine dei giornali nell’agosto scorso grazie a un’intervista al Mattino di Napoli in cui anticipava le motivazioni della condanna a Berlusconi. Motivo per cui questo venerdì dovrebbe presentarsi di fronte al Consiglio superiore della magistratura per essere giudicato. Per lui sarebbe la seconda volta, dopo che la prima commissione del Csm ha archiviato. Ebbene, a quanto pare Esposito non gradisce affatto.

Mercoledì, sul Fatto quotidiano, Marco Lillo ha rivelato che il giudice ha inviato una nota a Michele Vietti (presidente del Csm) in cui sostiene che il giudizio nei suoi confronti sarebbe viziato. In pratica, il giudice non gradisce i giudici. Nel suo scritto, Esposito spiega di aver parlato, il 6 marzo scorso, con il primo presidente della Cassazione Giorgio Santacroce, il quale gli avrebbe detto: «Al Consiglio c’è un clima non buono... Vedo un clima ostile». Insomma, al Csm sarebbero prevenuti. Beh, c’è da dire che questa l’abbiamo già sentita, per l’esattezza da Berlusconi (il quale, dopo tutto, ha qualche ragione in più di Esposito per lamentarsi di quanto accade in aula).

Adesso però arriva il bello. Perché se Silvio ce l’aveva con le toghe rosse, il giudice Esposito teme nemici di azzurro vestiti. In particolare, ricusa i consiglieri Francesco Vigorito e Annibale Marini. Motivo? Quest’ultimo, secondo lui, è stato «eletto e proposto anche come vicepresidente del Csm su indicazione del partito (Pdl) che compatto si è mosso a difesa del capo condannato». Questa è bella. Perché Marini non è stato eletto dal Pdl, ma dal Parlamento riunito in seduta comune, che lo ha indicato come componente laico del Csm. Ma ad Esposito non va bene lo stesso, Parlamento o non Parlamento, Marini proprio non lo gradisce.

E qui siamo all’ennesimo paradosso. Esposito si lamenta del fatto che chi deve giudicarlo potrebbe non essere imparziale. Da che pulpito. Lui, infatti, ha condannato Berlusconi anche se c’era più di un motivo per sospettare della sua imparzialità. Nello scorso agosto, Stefano Lorenzetto ha raccontato sul Giornale di aver partecipato a una cena a cui era presente anche il giudice Esposito. Il quale si sarebbe lasciato andare a dichiarazioni decisamente poco opportune sul Cavaliere e su alcune deputate del Pdl (di cui riportava le imprese amatorie che avrebbe appreso da intercettazioni telefoniche). A quella stessa cena, il giudice - parlando con un altro commensale - avrebbe definito Silvio «un grande corruttore» e «il genio del male». Ecco, il sospetto che un pochino potesse essere prevenuto sorge.

Non è finita. Perché a un’altra cena, organizzata dall’imprenditore Massimo Castiello, Esposito avrebbe di nuovo sparlato del Cavaliere. Per l’esattezza, avrebbe detto: «Berlusconi mi sta sulle palle. Se lo incrocio gli faccio un mazzo così». Chiaramente il giudice ha smentito, ma alla cena era presente un testimone d’eccezione ovvero l’attore Franco Nero. Il quale, intervistato da chi scrive, confermò che Esposito provava «ostilità» nei confronti di Berlusconi. E adesso il giudice ricusa i suoi giudici perché non imparziali. Complimenti.

Ludovic-Mohamed Zahed, l'imam omosessuale che celebra matrimoni gay

Libero

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Ludovic-Mohamed Zahed sta facendo parlare di sè come Imam "al passo con i tempi" e impegnato nel sostegno dei diritti per le coppie omosessuali, a tal punto da girare l'Europa per celebrare matrimoni gay secondo il rito musulmano. Nato in Algeria 37 anni fa, ma trasferitosi da bambino in Francia con la famiglia. Ludovic-Mohamed Zahed è convinto che "se il Profeta Maometto fosse ancora vivo non avrebbe problemi a sposare coppie gay". Profondamente religioso ed erudito del Corano, non vuole rinunciare a professare la sua fede e nemmeno negare la sua omosessualità, certo che nel Corano nulla induca a condannarla. Ne è così sicuro da aver aperto, a Parigi, l'anno scorso, la prima moschea definita gay-friendly, unica al mondo.

Non solo, l'Imam si sta impegnando a viaggiare in tutta Europa per celebrare matrimoni tra persone dello stesso sesso secondo il rito musulmano. L'ultimo risale alla scorsa settimana, a Stoccolma, ed è stato quello tra Sahar Mosleh e Maryam Iranfar, due donne di origine iraniana. Il matrimonio in Svezia è stato l'ennesima occasione per ribadire le sue idee e portare avanti la sua battaglia, anche se l'allegria delle nozze era offuscata dal fatto che il compagno, Qiyaammudeen Jantjies, sposato in Sud Africa due anni fa, l'aveva appena lasciato.

Mostro di Firenze, Pacciani, la famiglia non vuole i suoi resti. Li chiede un gruppo di studiosi per analizzarli

Il Messaggero

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Qualcuno voleva i resti di Pietro Pacciani. Da quando la salma è stata riesumata, il 17 luglio 2013, sembrava che nessuno si sarebbe mai fatto avanti per dare una sepoltura al contadino di Mercatale accusato di essere l'assassino delle coppie uccise dal Mostro diFirenze, neanche le figlie. E che i resti fossero destinati, come è sempre più probabile col passare del tempo, all'ossario comune. Invece non è stato proprio così. Nei tempi scorsi al Comune di San Casciano Val di Pesa c'è stato un tentativo di 'portarsi a casà Pacciani. Al municipio del piccolo paese è arrivata almeno una richiesta formale per avere quelle spoglie, non tanto per dare una pietosa tumulazione quanto, sembra, con la motivazione di portare via i resti di Pacciani, addirittura a fini di studio.

Richiesta bizzarra, e poi bocciata dagli uffici comunali, presentata dei ricercatori riuniti in un centro studi italiano di livello universitario, avrebbero voluto vagliare il materiale in laboratorio. Ma la pratica, già chiusa, si è risolta in un nulla di fatto ed è stata archiviata con un "no". Nel caso specifico anche la procura di Firenze venne coinvolta per dare un parere. E fu negativo. Il pm Paolo Canessa rispose al piccolo municipio che questi 'studiosì non avevano titolo per ritirare i resti di Pacciani, nè c'erano fondati motivi per esaminare le ossa dopo la riesumazione del 2013. Secondo quanto emerge, anche altri avrebbero sondato, nei tempi scorsi e in modo informale, la possibilità di avere i resti di Pacciani, pare a fini di ricerca.

Tra questi, si parla addirittura di un gruppo di studiosi tedeschi. Pietro Pacciani, al centro della vicenda giudiziaria del Mostro di Firenze da quando fu arrestato il 16 gennaio 1993, venne condannato all' ergastolo nel 1994, ma in appello fu assolto. Morì, da assolto, nella sua casa di Mercatale Val di Pesa il 22 febbraio 1998 mentre aspettava un nuovo processo di appello dopo un annullamento della Cassazione deciso a seguito delle nuove indagini sui 'compagni di merendè.

Il 17 luglio 2013, all'alba, i suoi resti vennero riesumati dal cimitero di Mercatale, dov'era sepolto, come accade a 15 anni dalla morte. Ma nessuno li ritirò per una nuova tumulazione. E successivamente le figlie, che invece accudiscono la tomba della madre Angiolina Manni nello stesso camposanto, non li hanno mai richiesti. Da allora sono nel deposito del cimitero di San Casciano e nei prossimi tempi il municipio potrebbe prendere la decisione se destinarli all'ossario comune, se nessuno, a buon diritto, farà la richiesta.


Sabato 30 Agosto 2014 - 10:30
Ultimo aggiornamento: 10:57

Era l’anno del miracolo economico Con la Seicento e due premi Nobel

Corriere della sera
di Giuditta Marvelli

Come eravamo 55 anni fa, quando vennero introdotti i minimi sindacali nei contratti e una famiglia su due aveva conquistato finalmente frigorifero e televisore


.it
Nel 1959 l’Italia è un Paese con due Nobel e il minimo sindacale. Viaggia in Seicento con la patente di miracolo economico assegnata dai giornali britannici. Il malessere non manca, ma è legato alla crescita industriale e alla profonda trasformazione che svuota le campagne e riempie le città. La nazione sull’orlo del boom tra marzo e settembre del 1959 contabilizzò sette mesi di diminuzione dei prezzi. Un fenomeno che non si è mai ripetuto nelle serie statistiche dell’Istat. Fino ad oggi. Ma la situazione generale dell’economia era ben diversa: in quegli anni il Prodotto interno lordo marciava al ritmo del 5% e nel 1959 sfiorava il 7%. Falcate che oggi possiamo solo invidiare ai cinesi e ai Paesi lontani a cui toccano crisi di crescita. Non di declino.
La patente
Come eravamo nel 1959? In quegli anni, per la prima volta, gli italiani impiegati nell’industria e nei servizi superano gli addetti al lavoro agricolo. Il 25 maggio una corrispondenza da Roma del quotidiano Daily Mail parla di «miracolo economico» per descrivere il cambiamento del Paese, mentre l’anno dopo, durante le Olimpiadi di Roma, una giuria internazionale nominata dal Financial Times assegna alla lira italiana una sorta di Oscar alla moneta più solida d’Occidente. «C’era una volta poi non c’è più», cantavano Domenico Modugno e Johnny Dorelli, vincendo quell’anno il Festival di Sanremo con «Piove». Il tema era ovviamente l’amore. Oggi sembra una profezia per la crescita economica e, qualche volta, per la stima dei giornali internazionali nei confronti del nostro Paese. Tornerà quello che c’era una volta e adesso non c’è più?
Il nobel e il Gattopardo
Lo slancio del 1959 non è solo economico. Quell’anno l’Italia fa il bis con i premi Nobel. Salvatore Quasimodo vince quello per la Letteratura perché «la sua poetica lirica, con ardente classicità esprime le tragiche esperienze della vita dei nostri tempi», mentre lo scienziato Emilio Gino Segrè si aggiudica quello per la Fisica con la scoperta dell’antiprotone. A Venezia il Leone d’Oro viene assegnato a «La Grande Guerra», il capolavoro di Mario Monicelli, premiato ex aequo con «Il Generale della Rovere» di Roberto Rossellini. Film che raccontano epoche di conflitto ancora vicine, subito dietro alle spalle dell’Italia che si è messa a correre. Il premio Strega del 1959 va a «Il Gattopardo», che diventa il primo best seller italiano con oltre 100 mila copie vendute. Quante profezie anche nel romanzo pubblicato un anno dopo la morte di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che narra per sempre la possibilità e l’impossibilità di cambiare davvero.
In macchina
Gli italiani nel 1959 si comprano la Seicento, il frigorifero e la televisione. In quell’anno vengono immatricolate 109 mila 355 esemplari dell’utilitaria Fiat simbolo incontestato del boom. Fra il 1959 e il 1964 saranno completati i 700 chilometri di Autostrada del Sole che collegano Milano e Napoli. Se a metà degli anni Cinquanta le quattro ruote in circolazione erano più o meno settecentomila, dieci anni dopo si può cominciare a parlare di traffico, con cinque milioni di vetture per le strade.
Tra il 1951 e il 1959 i consumi privati crescono in media del 5%, mentre tra il 1959 e il 1963 galoppano all’8%. Nel quinquennio in cui l’Italia sogna e lavora come non ha mai fatto (1958-1963) le famiglie con un frigorifero in cucina passano dal 13% al 55%, mentre quelle con un televisore in salotto crescono dal 12% al 49%. Tra il 1959 e il 1960 gli abbonati Rai, quelli con il posto in prima fila per i telegiornali e la «Canzonissima» di Delia Scala, Nino Manfredi e Paolo Panelli diventano due milioni: nel 1954 erano meno di centomila.
Annunci e traguardi
Consumi, politica e traguardi sociali. Nel 1959 l’Italia dice addio a Don Luigi Sturzo, fondatore della Partito Popolare, mentre Aldo Moro viene eletto segretario della Democrazia Cristiana. Papa Giovanni XXIII annuncia il Concilio Vaticano II. La società cambia velocemente. Le donne non sono più solo casalinghe. In dicembre viene istituito il primo corpo di polizia femminile. Il lavoro chiede tutela. In ottobre entra in vigore una legge che parla di minimo sindacale e di estensione erga omnes dei contratti collettivi. «C’era una volta poi non c’è più». Adesso è tempo di disoccupazione e di dolorosa discussione sugli strumenti per uscire dall’impasse. Ma la nostra è stata una bella storia.

30 agosto 2014 | 09:52

Medici diplomati in Albania senza un giorno di frequenza

Corriere della sera

di Leonard Berberi

Sono almeno 900. Il caso del medico di Pescara e le dieci lezioni frequentate



Una laurea in soli dieci giorni. E, per di più, in un ateneo – si è scoperto anni dopo – costruito in maniera abusiva. Se all’ambasciata italiana in Albania non avessero fatto i controlli necessari, oggi in Italia ci sarebbe un altro odontoiatra con un diploma quantomeno dubbio. Uno dei tanti. Perché, calcolano al ministero dell’Istruzione a Tirana, negli ultimi anni sono almeno 900 gli studenti stranieri che si sono laureati negli atenei albanesi seguendo – si fa per dire – corsi in lingua locale senza nemmeno sapere una parola. «È chiaro che quei 900 il pezzo di carta se lo sono comprato», ragiona il premier Edi Rama. «Gli universitari sono quasi tutti italiani», spiegano dal dicastero. Quello che ancora non si riesce a sapere è quanti – di questi 900 documenti – siano stati «convalidati» dalla rappresentanza consolare. Perché non sempre si riesce a capire, nella mole di fogli da presentare, se ci sia qualcosa da approfondire.
I corsi alla Kristal: il «trota» e i suoi fratelli
È il 6 marzo 2012. Agli uffici diplomatici italiani in Albania si presenta V. N., pescarese di 42 anni. In mano ha una laurea in Stomatologia ottenuta il 20 luglio 2011 all’Università Kristal, la stessa «frequentata» da Renzo Bossi, l’ex consigliere regionale della Lombardia e figlio del fondatore della Lega Nord. Insieme con quel titolo V. N. allega anche una richiesta per farsi rilasciare una dichiarazione di valore, così da rendere efficace quel foglio anche in Italia. Pensa sia soltanto una formalità. «Ma come per tutti i nostri connazionali che chiedono questo servizio noi abbiamo bisogno sempre di un documento rilasciato dall’ateneo con le date degli esami», spiegano dall’ambasciata. V. N. non risulta nemmeno iscritto all’Anagrafe italiani residenti all’estero (Aire), «previsto per chi risiede fuori dal proprio Paese per più di dodici mesi». L’ufficio italiano chiede al pescarese quel documento. V. N., tramite l’avvocato, fa sapere che l’ateneo non glielo fornisce.

Così l’ambasciata si rivolge alla polizia di frontiera albanese. La stessa che – come scoprì il Corriere della Sera ai tempi dello scandalo sulla falsa laurea di Renzo Bossi – spiegò che il figlio dell’ex leader del Carroccio non aveva mai messo piede in Albania. Usando il Tims, il sistema informatico che registra gli ingressi e le uscite dal Paese, gli agenti scoprono che V. N. è sì stato a Tirana. Ma soltanto per dieci giorni. Spalmati nel periodo 2006 (quando si è immatricolato alla Kristal) al 2012 (quando si è laureato). «Ma il corso di laurea in Stomatologia in quella università dura cinque anni e prevede la frequenza obbligatoria per almeno 3 giorni la settimana», continua il funzionario dell’ambasciata. «Analizzando gli ingressi in Albania è chiaro che il nostro connazionale non ha studiato davvero alla Kristal di Tirana».
Il falso medico finisce in procura
Risultato: il caso, segnalato proprio dall’ufficio diplomatico italiano contro un italiano, è finito alla Procura generale della capitale albanese. Il pescarese – che secondo il suo profilo Facebook e Linkedin lavora nel settore odontoiatrico in Abruzzo – non si è mai reso reperibile, nonostante i ripetuti tentativi di questo giornale. E ora dovrà pure chiarire, di fronte ai magistrati albanesi, come abbia fatto a prendere quella laurea. Poi, nei prossimi mesi, forse toccherà anche ad altre decine di persone spiegare come abbiano ottenuto quel titolo in così poco tempo. E in una lingua sconosciuta.

Il governo contro gli atenei privati Agli inizi di agosto è partita l’offensiva del governo socialista di Edi Rama contro i «diplomifici» albanesi. E così se a tredici atenei privati è stato chiesto di migliorare i loro criteri accademici, per altri tredici è stato chiesto di sospendere l’attività, mentre per altri diciotto ancora il ministero dell’Istruzione ha chiesto la revoca delle autorizzazioni. Insomma: devono chiudere. Così come devono smettere con l’insegnamento anche sette succursali di università pubbliche. E gli studenti già iscritti? «Saranno trasferiti senza nessun problema nei corsi che hanno passato l’esame di idoneità – assicura il governo –. È finita l’era delle lauree comprate».

30 agosto 2014 | 08:52

Torre Pellice “espelle” Mussolini

La Stampa

guido novaria

15/03/2014

Il Duce sarà cancellato dall’elenco dei cittadini onorari




Sparisce Benito Mussolini dall’elenco dei cittadini onorari di Torre Pellice. A novant’anni esatti dalla sua iscrizione, sabato prossimo, il Consiglio comunale è chiamato a cancellare il nome del Duce e fondatore del fascismo che, nel ’24, ad appena due anni dalla conquista del potere, il podestà del Comune valdese si era affrettato a proporre e a far approvare - naturalmente all’unanimità - dall’assemblea consiliare.

Oggi il sindaco di Torre Pellice Claudio Bertalot spiega che la presenza del cavaliere Benito Mussolini non è stata una scoperta tardiva: «Sapevamo, ma il problema si è posto - spiega - nel momento in cui abbiamo deciso di istituire un apposito registro per i bambini stranieri nati e residenti in Italia». E aggiunge, quasi a discolpa: «D’altra parte negli Anni Venti erano stati molti, se non quasi tutti, i Comuni che conferirono l’onorificenza a Mussolini. Ma tenere il suo nome oggi e soprattutto quando andiamo a conferirla ai minori stranieri, come esempio di democrazia, ci è sembrato che stridesse parecchio».Ma nella «capitale» valdese non mancano perplessità sulla cancellazione: «Si poteva fare prima, quando tutti in paese sapevano che il Duce era un nostro concittadino».



Neri e Gianna vittime del lato oscuro della Resistenza
La Stampa
marcello sorgi

11/04/2014


Nel libro di Mirella Serri la storia del comandante partigiano e della staffetta uccisi perché amanti e perché sapevano chi aveva preso l’oro di Dongo



Forse l’ultima immagine di Mussolini vivo. È il 25 aprile 1945. Il Duce sta per partire alla volta di Como , da dove poi fuggirà a Dongo

Un amore partigiano, forte, disperato, come può esserlo una passione nata nei giorni più tragici della guerra. E un destino terribile, finire vittima della brutalità del fascismo morente, e della violenza irrazionale dei partigiani. La storia di «Neri» e «Gianna», nomi di battaglia del comandante partigiano Luigi Canali della Cinquantaduesima brigata che catturò Mussolini e Claretta Petacci, e della staffetta, «collegatrice», Giuseppina Tuissi, rivive in un saggio di Mirella Serri («Un amore partigiano», pagg. 215, Longanesi, 16,40), in cui lo spessore dei sentimenti e il rigore dell’analisi storica si fondono in un duro atto d’accusa delle responsabilità della classe dirigente, da Togliatti a Longo alla prima fila dei capi del Pci clandestino, che guidarono la lotta di Liberazione.

Siamo nell’inverno ’44-’45, ultimi mesi della seconda guerra mondiale, in quel fazzoletto di terra attorno a Como in cui Mussolini e la Repubblica di Salò vivono la loro agonia, circondati dalla stretta sorveglianza nazista delle SS e dalla Resistenza dei partigiani clandestini, in un clima di tensione, sospetti e doppi giochi che a un certo punto non consente davvero a nessuno di fidarsi di nessuno.
Luigi Canali, impiegato già a sedici anni della Società Funicolare Como-Brunate, è un campione atletico, collezionista di medaglie, alto, forte, attraente, gran lettore di Marx, Proudhon, Turati, figlio di un’operaia di una filanda, e presto sposato a un’impiegata della sua stessa ditta, Giovanna Martinelli, che se ne innamora, ma senza condividerne la passione politica e il gusto della clandestinità. Giuseppina Tuissi, una maschiaccia che faceva a botte con i fascistelli in erba, è nata in una famiglia antifascista e fa l’operaia alla Borletti.

Ai primi scioperi è in prima linea. Presto si fa strada nel movimento partigiano: Gianna, questo il suo nome di battaglia, va e viene in bicicletta dalle linee della guerriglia ai rifugi segreti, per portare ordini e informazioni. L’incontro con Neri, che sta per diventare comandante di una brigata partigiana, è scritto nel destino. Vanno a vivere insieme, continuando a svolgere ciascuno i suoi compiti e a correre rischi, cambiando continuamente nascondigli, dividendo spazi angusti e rari momenti di intimità, aggravati da stanchezza e disagi.

Il racconto dell’autrice si svolge su piani diversi. C’è, appunto, quello della guerra di Liberazione, sullo sfondo della quale Serri descrive, con acri e sapienti pennellate, la nascita di una burocrazia di partito conformista e stalinista, che ha in odio la coppia clandestina, il coraggio e il gusto dell’avventura, l’amore per i sogni e per la libertà sopra ogni cosa. E c’è, nelle stesse pagine, nell’area di pochi chilometri di Valtellina, fatta di frazioni come Grandola o Dongo, dove il Duce verrà catturato, una mirabile descrizione degli ultimi giorni di Mussolini, chiuso nella Villa Feltrinelli di Gargnano, raggiunto da un’estenuata Claretta Petacci.

Il Duce è nevrotico, pallido, tormentato dall’ulcera, insofferente alla stretta sorveglianza dei tedeschi, che manifestamente non si fidano più di lui. Eppure, nei momenti in cui è in compagnia dell’amante, non rinuncia alla sua intrinseca volgarità: la intrattiene sulle passioni sessuali delle donne francesi per gli uomini di colore, sulle differenze tra «l’uccello ben piantato» degli italiani, e quello inutilmente lungo e pendulo degli africani. Parlano, litigano, Claretta è gelosa e Benito inutilmente bulimico di tradimenti. Un giorno una segretaria si rivolge al Duce, dicendosi disciplinatamente «a disposizione», e quello ne approfitta possedendola prima che la malcapitata abbia modo di rendersene conto.

È nella stretta tra il fascismo decadente di Salò e il nuovo potere nascente dei partigiani che preparano l’insurrezione che i due «irregolari» protagonisti verranno stritolati. Arrestati dai repubblichini, vengono sottoposti a torture che Serri ricostruisce nelle pagine più crude del racconto: schiaffi, pugni, calci, frustate, ustioni, umiliazioni personali e violenze sessuali imposte a Gianna dai soldati, fino a un espediente di fronte al quale tutti i prigionieri prima o poi si arrendono: la reclusione in un armadio collegato a una cantina piena di topi e scarafaggi affamati, che non lasciano scampo. Neri riuscirà a fuggire; Gianna, ridotta allo stremo, qualcosa dovrà dire.

Alla fine entrambi riconquisteranno la libertà - e Neri anche il suo posto di comando della brigata -, ma non la fiducia dei loro compagni, che anzi li terranno a distanza, imprigionandoli in una rete di maldicenze, e arrivando a pronunciare contro di loro, alla fine di un processo staliniano, una condanna a morte come «traditori».

L’epilogo grottesco della vicenda, a cavallo dei giorni della cattura e dell’esecuzione di Mussolini e della Petacci, e della selvaggia esposizione dei cadaveri a Piazzale Loreto, vedrà Neri e Gianna – scampati ai fascisti, perfino riabilitati al punto da poter prendere parte alla cattura del Duce e della sua amante –, giustiziati, uno dopo l’altro, dagli stessi comunisti, in forza della condanna precedentemente subita, e solo formalmente annullata dopo il 25 aprile, la Liberazione e la conclusione della guerra.

Pagano così, non solo la palese ingiustizia dei sospetti che avevano subìto, mentre, sopportavano le torture del regime. Ma anche il dissenso espresso sulla procedura sommaria che ha portato alla fucilazione della Petacci, oltre che di Mussolini, senza uno straccio di processo, né alcuna considerazione dell’evidente divario di responsabilità tra l’una e l’altro. Su Gianna, pesa anche la scomoda coincidenza che l’ha portata ad essere testimone della razzìa dell’oro di Dongo, il tesoro che il Duce e i suoi ufficiali in fuga portavano con sé, di cui i dirigenti comunisti di Como decisero inopinatamente di appropriarsi.

Nel silenzio colpevole di Togliatti, Longo e di tutti i leader del Pci della storia della Prima Repubblica, ci vorranno più di sessant’anni prima che il Presidente Ciampi, su spinta di Veltroni, restituisca l’onore di combattenti al comandante Luigi Canali e alla staffetta Giuseppina Tuissi, i partigiani innamorati, torturati dai fascisti e uccisi dai loro compagni.



Veltroni: “I luoghi del fascismo non siano più un tabù”
La Stampa
mattia feltri


L’ex sindaco di Roma: per fare i conti con la storia è sciocco cancellarne le tracce, riapriamo il balcone di Palazzo Venezia


«Il balcone di Piazza Venezia - dice Veltroni - era occultato da un paravento nero. Ma che senso ha? È un metro quadrato su cui si è fatta la storia. Rimuovere i simboli degli errori è il modo migliore per ripeterli»

La scoperta dell’ultimo bunker del Duce, sotto Palazzo Venezia, è una novità anche per lei, Walter Veltroni, che è stato sindaco di Roma?
«Non ne sapevo niente e la notizia mi ha colpito. Soprattutto perché racconta di una fragilità italiana, che è la fatica di fare i conti col passato. Come è possibile che quel bunker sia rimasto per quasi settant’anni nascosto? Lo è perché abbiamo girato la pagina del fascismo senza averla metabolizzata e compresa. E quindi continuiamo a occultare le tracce fisiche del ventennio».

E abbiamo terrore del revisionismo.
«Facciamo una premessa: io sono contro il revisionismo storico e quello politico. Il fascismo è stato condannato senza appello e la sua condanna è scritta nella Costituzione. Il fascismo e le dittature sono il male assoluto. Chi, come Berlusconi, dice che Mussolini era buono a parte le leggi razziali, o robe del genere, lo fa con furbizia moralmente inaccettabile. Quel regime ha negato i diritti fondamentali, ha assistito e collaborato alla follia di Auschwitz, si è accodato alla guerra dei tedeschi. Sono contro il fascismo senza se e senza ma. Però la storia non è fatta di demolizioni di oggetti».

Cioè?
«Pensate se il Rinascimento avesse cancellato il Medioevo o se ora arrivasse una nuova religione a radere al suolo i segni di chi l’ha preceduta. Vivremmo in uno stupido presente eterno. La storia consegna i suoi prodotti, le sue opere d’arte, la sua architettura ai posteri perché abbiano coscienza e memoria della loro civiltà. Mi sembra assurdo che si continui a nascondere un ventennio che è parte tragica della nostra storia».

A che cosa si riferisce?
«Mi è capitato spesso di assistere a questa rimozione. Nel salone d’onore del Coni c’è un quadro di Luigi Montanarini che si chiama Apoteosi del fascismo. Dal dopoguerra era coperto da un drappo verde. Proposi di toglierlo e mi guardarono con stupore e sollievo perché, siccome sono di sinistra, non ero sospettabile di nostalgia. Ora il dipinto è visibile».

È bello?
«Non spetta a me dare un giudizio estetico. Ero ministro della Cultura, però, e avevo il dovere della salvaguardia dei beni. Bisognerebbe cancellare il genio di Leni Riefenstahl soltanto perché era la regista del Fuehrer o i film sovietici o radere al suolo la Piazza Rossa perché era il luogo del trionfo staliniano?».

Ci vergogniamo del fascismo perché ne erano coinvolti in molti?
«Può essere. Ma se è così è un errore. Il fascismo degli albori - ce lo hanno spiegato Renzo De Felice, Claudio Pavone, Emilio Gentile pur con accenti diversi - ha conquistato intere generazioni di giovani che poi hanno fatto la storia della Resistenza e della democrazia. Penso a Carlo Lizzani, a Pietro Ingrao, a Piero Calamandrei, ma con l’elenco si riempirebbero pagine. È la storia italiana, tutta intera, che dobbiamo capire. Il fascismo è stato un prodotto tragico dello sfascio politico e istituzionale, non un accidente della storia».

E poi avere cura dei simboli e dei luoghi del fascismo li demitizza.
«E’ così. Ricordo una visita a Palazzo Venezia. La sala del Mappamondo, quella dove lavorava il Duce, non era nemmeno indicata. Il balcone era occultato da un paravento nero. Ma che senso ha? Quel balcone non è un feticcio, ma è un metro quadrato su cui si è fatta la storia, una storia tragica. Rimuovere i simboli degli errori è il modo migliore per ripeterli».
Non teme che poi quel balcone lo si banalizzerebbe? «No. Quel balcone, che era esclusiva del tiranno, deve diventare il balcone di tutti, il balcone della democrazia. Ci si deve salire e si deve guardare la piazza come la vedeva Mussolini il 10 giugno del 1940, quando dichiarò guerra e la folla esultante lanciava i cappelli in aria. Per non dimenticare che cosa è stato».

Lei infatti volle il restauro di villa Torlonia, la residenza privata del Duce.
«E villa Torlonia non è più il luogo del mito. I bambini vanno in bicicletta lungo i sentieri che Mussolini percorreva a cavallo. Si va a mangiare la pizza nella Limonaia. Se però uno ha la passione, va e se la guarda con gli occhi dello storico. La villa era fatiscente. Abbiamo fatto rimettere i pochi mobili rimasti, compreso il letto di Mussolini. O i disegni dei soldati americani che la occuparono. E adesso che la villa è com’era, uno può veramente cogliere il disgusto all’idea che il Duce facesse colazione in giardino mentre i nostri soldati morivano di freddo in Russia».

Che cosa c’è da fare?
«Moltissimo. A cominciare dal recupero della Palestra di scherma di Luigi Moretti al Foro Italico, che è un gioiello. È stata riutilizzata come aula bunker e mi piacerebbe se tornasse all’uso originario. Poi mi piacerebbe se fosse ripristinata filologicamente la sala del Mappamondo e fosse aperto il balcone, settanta anni dopo.».

È ancora un tabù.
«Per condannare bisogna conoscere, storicizzare e razionalizzare, non rimuovere. Altrimenti gli orrori ritornano».


Guerra politica sul Lago di Garda per il busto sommerso di Mussolini
La Stampa
anna martellato

03/01/2013


Il Duce incatenato al collo con un blitz. E c’è chi giura vendetta



L’immagine postata su Facebook del busto di Mussolini incatenato

C’è un mondo sommerso, nei fondali del lago di Garda. Davanti al paesino da cartolina di Torri del Benaco, sulla sponda veronese, a 40 metri di profondità palpita un villaggio nascosto, abitato da personaggi bizzarri: mezzi busti, balillini e nani che vivono dell’eco del passato, vecchie glorie mitizzate e storia ancorate tra le rocce sommerse. Ma che ancora oggi si fanno la guerra. Il 28 ottobre scorso, nell’80esimo anniversario della marcia su Roma, la new entry: il mezzo busto, il “testone” del fu Benito Mussolini.

Da allora, è guerra subacquea politica aperta tra i “neri” che hanno ricordato l’evento storico posizionando il mezzo busto del duce, e i “rossi” che per dispetto (o disprezzo) l’hanno incatenato al collo, come un impiccato, visto che non potevano portarlo via: temendo il rapimento era stato fissato con dei bulloni alla roccia. Già che c’erano gli hanno rotto pure il naso, sfregiandolo. La scoperta dell’impiccagione è stata fatta domenica scorsa, dopo che un gruppo di sub si era avventurato nei fondali. E dal fondo del lago la guerra è arrivata sui social network. Subito su facebook, l’allarme: “Attentato, hanno impiccato il duce!”.

Ma questo è solo l’ultimo (per ora: c’è chi promette vendetta) di una serie di capitoli che vede come protagonista l’allegro villaggio sott’acqua. Un anno fa era infatti stato adagiato un “piccolo balilla”: rapito, riposizionato, frantumato e infine con la mano mozzata. Al suo posto ora c’è un «Nanilla», un balilla nano, lì per far fronte ai sette nani di Biancaneve, che “ingiustamente”, a detta dell’assessore della Regione Veneto Massimo Giorgetti, come riporta il Corriere Veneto, non vengono mai attaccati. A far compagnia a nanilli, balilli, duci e così via, però, c’è anche la scultura della Fiamma dell’Arma, e il presepe subacqueo dei Carabinieri, che con tanto di benedizione è stato adagiato sul fondale per Natale con tutti i suoi rassicuranti personaggi. Loro, per il momento, non hanno intenzione di litigare.

La Libia è definitivamente pacificata” Il popolo in tripudio per il Re e il Duce

La Stampa
29/08/2014


Corsi&ricorsi: viaggio nell’archivio della Stampa




Tutto ciò che accade ha radici antiche, anche se abbiamo sempre la sensazione che sia la prima volta. Viaggiare negli archivi ci apre gli occhi, per questo abbiamo preso alcuni dei temi di questa estate e siamo andati a cercare i precedenti. Per chi volesse provarci è semplicissimo e soprattutto non costa nulla perdersi nei nostri 147 anni di storia:

http://www.lastampa.it/archivio-storico/

Per la Libia questa è stata una nuova estate tormentata, di caos e di guerra per bande. Scavando in archivio e cercando materiale per questa rubrica mi è capitata tra le mani una prima pagina del 1932 con il titolo: “La Libia è definitivamente pacificata”. Molta storia sarebbe ancora passata su quella sponda del Mediterraneo, ma quello che colpisce è il linguaggio del giornalismo di regime, che celebra le conquiste del fascismo in toni epici e senza alcun dubbio sui costi della pacificazione, ottenuta con deportazioni di massa e campi di concentramento.

Mario Calabresi


IL TESTO DELL’ARTICOLO

Roma 26 notte

L’ordine del giorno del Maresciallo Badoglio va citato all’attenzione del popolo italiano: la pacificazione dell’intera Colonia Libica, Tripolitania e Cirenaica, è un fatto compiuto. In questa constatazione semplice e lineare in cui non si annida più alcuna riserva, è un avvenimento d’importanza storica per la nuova Italia, la Nazione ne è consapevole per quella sensibilità che ha sempre dimostrato per le incerte vicende libiche da quando lo sbarco dell’ottobre 1911 costituì il segno più ardente del risveglio delle energie nazionali che dovevano provarsi poco dopo alla grande guerra, fino alle operazioni condotte con tanta perizia negli ultimi anni; non è storia coloniale che possa essere localizzata, è storia viva, aderente a tutto il travaglio della risorta civiltà italica. Non poteva essere diversamente quando si pensi che la scena degli eventi era nel mezzo del Mediterraneo, su una sponda che sembra allontanarsi dalle nostre coste per penetrare verso il cuore dell’Africa, ma che pur sempre guarda la Sicilia e lo Jonio.

Venti anni! Lungo periodo nella esistenza umana; breve nella vita dei popoli. In venti anni dobbiamo racchiudere il primo e l’ultimo capitolo delle lotte armate combattute sulla quarta sponda; possiamo a fronte serena sostenere qualsiasi confronto con altre occupazioni coloniali; ma non si diminuiscono affatto i sacrifici del primo decennio, anzi si esaltano maggiormente la abnegazione e gli eroismi dei morti e dei reduci, se affermiamo che una direttiva ferma, organica, rivolta al controllo assoluto e completo di tutta la Libia, si ebbe soltanto con l’avvento del Fascismo.

Ci voleva la continuità inesorabile della volontà del Duce che ritenne impegno d’onore della Rivoluzione fascista donare all’Italia l’integrale ed effettivo possesso della Tripolitania e della Cirenaica. Da quando il Fascismo è al potere, non si sono avute più tergiversazioni; non si sono più fatte delle sottili e dannose distinzioni fra la fascia costiera, l’altopiano, e il deserto; la loro diversità geografica portava all’unita assoluta dei fini delle operazioni; la costa non si poteva difendere senza il dominio dell’altopiano e l’altopiano non sarebbe mai stato sicuro senza il controllo completo del deserto e dei nomadi che lo percorrevano razziando. Concezione quanto mai totalitaria da cui non si è deflettuto un solo istante; ed essa ha animato un’organizzazione tecnica modello, degna di far testo nella storia delle conquiste coloniali.

Non è a tutti ancor noto che le eroiche colonne le quali hanno portato il Tricolore fino agli estremi limiti si componevano di poche migliaia di combattenti, e che, pur disponendo di un servizio logistico perfetto, tenendo conto dei luoghi e del clima, le loro qualità essenziali furono l’agilità di movimento e l’elevatissimo spirito guerriero. E un uomo, un Capo, è balzato in piena luce da questa lotta decennale, un Generale circondato già dall’alone della legenda: Rodolfo Graziani. E’ una figura acquisita per sempre alla nostra Storia.

La Cirenaica ha costituito la trincea più ostinata nella nostra opera di pacificazione. Oggi, per la prima volta, forse dopo i periodi ellenico e romano, l’altopiano cirenaico ha la sua pace vera e salda. Lo sforzo fu arduo, ma appunto per ciò, la conquista è più ambita e preziosa ed i ricordi delle antiche civiltà che quivi ebbero sede felice non hanno più valore retorico; superano la stessa risonanza delle scoperte archeologiche e diventano sicuro auspicio d’un avvenire ricco di nuove affermazioni per la stirpe italica.

Come per Roma, anche per l’Italia gli allori militari non sono fini a se stessi. Oggi, finalmente, realizzate le condizioni di sicurezza, le attività potranno indirizzarsi completamente a scopi produttivi. Comincia una nuova mobilitazione che approfondisce i vantaggi ottenuti con la prima: con quella militare. L’immagine che il Duce ha più volte ripetuta di una numerosa popolazione italiana stabile nella verde penisola marmarica e nella vasta pianura tripolitana che viene ridonata alle collettività più promettenti, deve tradursi nella realtà. Di quanto ne sarebbe accresciuta la nostra potenza nel Mediterraneo! E crediamo che una politica di sfruttamento delle risorse latenti nella Libia, del conseguente popolamento con cittadini italiani, possa essere spinta innanzi con ardore e con relativa celerità.

La crisi di cui tanto si parla, spesso a sproposito, invece di essere fattore di ritardo nel processo auspicato, deve essere ritenuta un elemento propulsore; con ritmo precipitato le varie economie nazionali si stanno chiudendo, l’una verso l’altra, negli scambi e di uomini e di prodotti; questo è certamente un male, ma si tratta di uno stato di fatto che non si può ignorare, mentre gli emigrati ripassano le frontiere della Patria e mentre i margini dei commerci internazionali si vanno riducendo costantemente.

In attesa che cambino tali situazioni immutabili, con iniziative isolate di questo o quello Stato, bisogna pensare soprattutto alle proprie possibilità all’interno. Per il Fascismo le migrazioni interne hanno già un valore superiore alle correnti migratorie all’estero, i cui problematici utili raramente superano le perdite di gente. Ebbene: il campo di azione per l’Italia si arricchisce, grazie al valore dei suoi soldati, di territori che non tradiranno le speranze in essi riposte.

Alfredo Signoretti

Google-Amazon e la battaglia dei cieli. Con i droni

Corriere della sera


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Google sfida Amazon nella battaglia dei cieli. Mountain View annuncia di essere impegnata a sviluppare un sistema di droni per le consegne di prodotti. I primi test sono stati condotti – come riporta il Wall Street Journal – lo scorso anno. La corsa alla conquista dei cieli con i droni, che anche Amazon ha iniziato a testare per le consegne, arriva nonostante il divieto quasi totale dell’uso per motivi commerciali negli Stati Uniti. La Federal Administration Aviation sta valutando modifiche alla normativa esistente e finora ha autorizzato un solo volo commerciale di drone sulla terra, quello di Bp in Alaska.Google ha iniziato a lavorare sui droni nel 2011 e prevede ci «vorranno anni per sviluppare un servizio con più veicoli in grado di effettuare più consegne al giorno».

Più a fondo nella questione sembra esserci andato The Atlantic, che racconta come il progetto in realtà sia in sviluppo da almeno due anni e sia condotto da Google X, quella branca dell’azienda che – come suggerisce il nome – segue i progetti più segreti. O presunti tali, come l’auto che si guida da sola. Nel video che vediamo sopra i test che sono stati condotti nel Queensland, in Australia. Lo scopo, ufficializzato da Big G nei giorni scorsi, è di creare un esercito dei cieli capace di recapitare le merci in città nel giro anche di pochi minuti. La rivoluzione definitivadell’ecommerce, come anche Jeff Bezos sa bene.

Video

Tolti tre miliardi alla Campania

Corriere del Mezzogiorno

Punite le regioni che hanno speso male: il governo taglia dal 50 al 26% il contributo ai fondi Ue, proteste e polemiche


Nella visita dello scorso 14 agosto il premier Matteo Renzi non toccò l’argomento. Ammettere a Napoli e poi a Reggio Calabria e infine a Palermo che l’idea di un taglio di 8-10 miliardi per Campania, Calabria e Sicilia fosse realmente allo studio del governo non era un annuncio di quelli che al presidente del Consiglio piace twittare. Eppure proprio quel giorno Il Sole 24 Ore aveva rivelato, in prima pagina, la strategia del governo: «Allo studio il taglio dei cofinanziamenti dei fondi Ue al Sud».

Ieri, esattamente due settimane dopo il tour delle Due Sicilie, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio ha confermato in un’intervista allo stesso quotidiano della Confindustria, che il piano c’è e verrà attuato: «È la Ue a chiederci di abbassare il cofinanziamento ai minimi nelle aree di convergenza. Non ha senso assumere ulteriori impegni di spesa vincolanti in tempi stretti se non si riesce a spendere i vecchi e i nuovi fondi Ue.

Noi quindi abbiamo avviato la procedura per la riduzione del cofinanziamento non solo nei programmi regionali ma anche in quelli nazionali. E lo stiamo facendo con l’impegno che quelle risorse torneranno comunque tutte sul territorio ed entreranno a far parte di una programmazione parallela che sarà concentrata su obiettivi strategici e di più lungo periodo. Noi dobbiamo dare certezza di risorse a questo sviluppo». Le parole del sottosegretario, tradotte in numeri, significano che Campania, Calabria e Sicilia si vedranno ridurre dal 50 al 26% il cofinanziamento nazionale ai fondi Ue 2014-2020.

Da subito. Con una promessa di restituzione di lungo periodo. Prendendo in considerazione soltanto i due fondi principali — il Fondo europeo per lo sviluppo regionale (Fesr) e il Fondo sociale europeo (Fse) — le tre regioni in questione perderanno complessivamente almeno 8 miliardi. Per la Campania, in particolare, sono previsti per il prossimo settennato, 6.326 milioni dall’Unione europea. L’Italia, se le cose dovessero rimanere così come sono fino ad ora, ne avrebbe dovuti mettere altrettanti.

Con il dimezzamento del cofinanziamento nazionale, invece, da Roma ne arriveranno la metà e quindi nei prossimi sette anni la Campania potrà contare su quasi 3,2 miliardi in meno soltanto per quanto riguarda i fondi strutturali. Delrio, però, ha sottolineato che la riduzione del cofinanziamento riguarderà anche i programmi nazionali, e quindi anche i Pon subiranno una sforbiciata del 24%, che su un totale di circa 10 miliardi significa quasi 2,5 miliardi.

I Pon non saranno, nel periodo 2014-2020, esclusivamente dedicati alla Regioni Convergenza (perché per alcuni obiettivi come competitività e ricerca riguarderanno anche il Nord) ma la maggior parte resterà dedicata al Sud. E quindi il Mezzogiorno subirà un ulteriore taglio da circa 2 miliardi. Un’altra sforbiciata da 2 miliardi riguarderà i fondi agricoli: così la somma complessiva arriverà ad almeno 12 miliardi. E questo nella migliore delle ipotesi che attualmente esclude dal taglio del cofinanziamento le altre due regioni meridionali, Puglia e Basilicata, perché in passato hanno dimostrato di spendere in misura più cospicua le risorse europee. Non è escluso, però, che a breve possano venir coinvolti anche pugliesi e lucani.

Perché, al di là della frase di circostanza di Delrio — «Non ha senso assumere ulteriori impegni di spesa vincolanti in tempi stretti se non si riesce a spendere i vecchi e i nuovi fondi Ue» — la decisione del governo è con ogni probabilità da ricercarsi nell’obiettivo di costruirsi un «tesoretto». Il taglio di una decina e oltre di miliardi di cofinanziamento consentirebbe di evitare, come fatto in passato, delibere Cipe di copertura: per il solo biennio 2014-2015 potrebbero essere iscritti nel bilancio statale circa 1,5 miliardi in meno, somma che può tornare molto utile a Renzi per evitare di sforare il tetto del 3% di deficit-Pil quando si tratterà di mettere nero su bianco la legge di Stabilità 2015.

In alternativa la somma potrebbe essere destinata ad aumentare i fondi per altre partite che il premier vuole giocarsi, per esempio quella dell’edilizia scolastica. Partite nazionali da cavalcare con i fondi inizialmente destinati al Mezzogiorno. Che, per questo motivo, non ci sta: «Sul Sud basta demagogia: no al taglio del cofinanziamento dei fondi Ue. Punire incapaci ma non penalizzare imprese e cittadini del Mezzogiorno» ha twittato ieri Francesco Boccia (Pd), presidente della commissione Bilancio della Camera, da Chicago, dove è impegnato alla University of Illinois per attività di ricerca.

«Ridurre il cofinanziamento senza un chiaro orizzonte programmatico — ha aggiunto — significa frenare ulteriormente la propensione agli investimenti. Lo sanno tutti che la ratio degli investimenti comunitari è stimolare gli investimenti privati, far aumentare l’output, in questo caso il Pil anche su scala locale, e l’occupazione. Tutte vere e proprie emergenze del Mezzogiorno che non si curano certo tagliando il cofinanziamento». A Boccia, su twitter, ha plaudito l’economista Gianfranco Viesti: «È una scelta politica grave ed errata. I democratici del Mezzogiorno che ne pensano?». Chissà se se lo è chiesto anche Renzi.

29 agosto 2014

La lezione di Schuster

Corriere della sera

di MARCO GARZONIO

Con l’alto prelato, la Chiesa Ambrosiana s’è fatta carico delle tensioni delle persone e della storia, anche se non ne è stata travolta


Il cardinale SchusterIl cardinale Schuster

Una suora che, condannata alla cecità da un tumore, in Duomo prega sulla tomba di Schuster (1880-1954) e torna a vedere è il miracolo che ha fatto proclamare santo il cardinale. L’evento dice più di quanto sanno esprimere le regole canoniche e l’impossibilità della scienza a spiegare certi fenomeni. L’uomo vive di simboli, che danno senso all’esistenza. Gli occhi che tornano a vedere è guardare con «occhi nuovi» gli altri, il mondo, gli accadimenti anche drammatici in cui siamo immersi e dei quali dobbiamo farci carico. È la Buona Novella quando il vangelo esorta a cambiare mentalità; è la santità dalla Chiesa riconosciuta agli uomini e alle donne che han vissuto il proprio tempo senza far nulla di speciale, se non rendersi testimoni della «novità» di Gesù crocifisso e risorto, pagando di persona.
Luci e ombre
Far memoria di Schuster, morto il 30 agosto di 60 fa, è unire religione e laicità e chiedersi cosa vuol dire essere santi in una grande città e, soprattutto, se oggi è ancora possibile. Processo canonico e studi storici hanno definito il ruolo del cardinale in una stagione controversa, tumultuosa, tragica (fu arcivescovo dal 1929 al 1954), facendo giustizia di luoghi comuni, incomprensioni, polemiche. Ma non è perché ha evitato che la Milano industriale venisse rasa al suolo dai nazisti o ha cercato la resa di Mussolini, perché ha inventato la Caritas e si è speso per la ricostruzione della città dalle macerie materiali e morali che Schuster è stato elevato agli altari.

Sembra un paradosso, ma son state le contraddizioni, le luci e le ombre ad aver decretato la santità del cardinale. È la condizione di essere nel mezzo di tante antinomie, affrontarle senza tirarsi indietro, giocando tutto se stesso, correndo il rischio di perdere e di perdersi che fa ritenere un uomo e una donna «esempi» per gli altri. Schuster, nel suo tempo, tra fascismo, guerra, Lotta di Liberazione, Ricostruzione ha vissuto la dimensione profetica della vita cristiana che papa Francesco oggi cerca di rimettere al centro della Chiesa, in un momento che ha definito - corsi e ricorsi - da «terza guerra mondiale», quando raccomanda di essere se stessi, di incoraggiare e non giudicare, pone il cuore del pastore accanto a poveri e perseguitati, ricorda che la violenza genera altra violenza.
Ora et labora
Con Schuster la Chiesa Ambrosiana s’è fatta carico delle tensioni delle persone e della storia, ma non ne è stata travolta, perché è riuscita a contenere passioni e contrasti della città e a guardar oltre: all’uomo, che vien prima degli accadimenti di cui pur è attore. Carlo Bo ricordò il suo stupore nell’aver visto partigiani e repubblichini accostarsi alla comunione in Duomo. Il cardinale, di suo, era monaco benedettino e si ispirava al motto ora et labora, prega e impegnati, fai sintesi in te di queste due parti inscindibili: una alimenta l’altra e viceversa. Ecco, Schuster può dire qualcosa nella Milano di oggi proprio in ragione dei due pilastri della spiritualità cui s’ispirò, antichi eppure attuali: fermarsi, raccogliersi, pensare e se si vuole pregare (non necessariamente entro i canoni d’una religione istituzionale) per animare e dare senso al lavoro, alle relazioni, all’essere cittadini di questa bella, grande città. Il cardinale ha seminato: anche ciò è santità. Ad altri di mietere.

29 agosto 2014 | 09:09

Il racconto di una famiglia di Cuzzago: “E’ una persecuzione, in paese non ci vogliono”

La Stampa
renato balducci

Nella frazione di Premosello Chiovenda una famiglia si è rivolta anche ai carabinieri: “E’ stato avvelenato anche il cane, non ne possiamo più”


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La goccia che ha fato traboccare il vaso - raccontano - è stata l’avvelenamento del loro cane. A questo punto si sono rivolti ai carabinieri del paese: hanno presentato denuncia per l’uccisione di quel meticcio al quale tenevano tanto e hanno raccontato la loro storia. Si sente perseguitata la famiglia di Francesco Rosito che da quattro anni vive nella parte alta di Cuzzago, frazione di Premosello Chiovenda.

Lui, la moglie e la giovane figlia percepiscono di non essere stati ben accolti dagli abitanti della frazione. «In questi quattro anni ci sono accaduti diversi “contrattempi’’, che non possono essere un caso» dice Rosito, dipendente di ConSerVco che a Cuzzago ha costruito la sua casa recuperando un vecchio stabile in località La Meggiola.

Con sacrifici economici e fisici, il tanto lavoro nelle ore lasciate libere dalla sua professione, Rosito ha realizzato un’abitazione per lui, la moglie Daniela e la piccola. Non sono originari del paese: «Perché Cuzzago? Qui siamo in una posizione baricentrica per il mio lavoro e quello di mia moglie» spiega l’uomo. I problemi, dicono, sono iniziati subito: «Ho notato che salutavo le persone e queste non mi rispondevano. Non pensavo, però, che le cose sarebbero peggiorate». I coniugi si sono rivolti a un medico veterinario quando si sono accorti che il cane non stava bene. Ed ecco la scoperta: qualcuno aveva dato da mangiare all’animale un boccone avvelenato.

«I dispetti si susseguono - aggiunge Rosito -: quando una tegola del mio tetto è scivolata sulla strada, anziché invitarmi a sistemarlo mi hanno fatto mandare una lettera dal Comune. Poi è stata la volta del furto delle grondaie di rame, ma non è finita qui. Troviamo biglietti sul parabrezza delle auto quando parcheggiamo la vettura in uno spiazzo laterale al parcheggio. C’è chi si lamenta del fumo che esce dal nostro camino, nonostante qui tutti o quasi usino la legna per riscaldarsi».

Difficile trovare una via d’uscita: «La situazione sta diventando insostenibile, soprattutto dopo l’avvelenamento del nostro cane».

Il parcheggio errato consapevolmente è violenza privata

La Stampa

La violenza privata si configura attraverso qualsiasi mezzo che sia idoneo a privare coattivamente della libertà di determinazione e azione una persona, costringendolo a fare, non fare o omettere qualcosa contro la propria volontà. Tra questi mezzi idonei può esserci anche l’autovettura, quando questa sia utilizzata per impedire ad altri di accedere al proprio fondo. Lo afferma la Cassazione nella sentenza 25785/14.

Y=--La Corte d’appello, confermando la decisione del giudice di primo grado, condannava per il delitto di violenza privata l’uomo che aveva parcheggiato il proprio fuoristrada su una stradella per impedire ad un altro la possibilità di accedere al suo fondo. Il soccombente ricorreva in Cassazione lamentando il difetto dell’elemento psicologico, poiché lo stesso affermava che si era trattato di un parcheggio errato, non integrante la fattispecie del reato di violenza privata, in quanto non vi era stato alcun rifiuto allo spostamento del proprio mezzo.

La difesa, infatti, rilevava che i Giudici territoriali non avevano considerato che la vettura dell’imputato si presentava aperta e con le chiavi inserite nel cruscotto, per cui chiunque l’avrebbe potuta spostare, e che quindi non si trattava di impedimento, ma semplicemente di un parcheggio momentaneo.

La Suprema Corte ricorda il proprio orientamento, secondo il quale, al fine della configurabilità del delitto di violenza privata (art. 610 c.p.), il requisito della violenza si identifica con qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente delle libertà di determinazione e di azione dell’offeso, il quale sia costretto a fare, tollerare o omettere qualcosa contro la propria volontà. Per cui integra il reato in esame il parcheggio di un’autovettura eseguito intenzionalmente in modo tale da impedire a un’altra automobile di spostarsi per accedere alla pubblica via e accompagnato dal rifiuto reiterato alla richiesta della persona offesa di liberare l’accesso (Cass. n. 16571/2006).

Nel caso di specie, l’imputato, richiamato dai colpi di clacson, si era prima affacciato dalla propria abitazione, ma aveva fatto subito rientro in casa e soltanto il sopraggiungere del figlio aveva posto fine alla condotta antigiuridica volontariamente posta in essere dall’imputato. L’inserimento delle chiavi nel quadro di accensione della vettura non rileva quale elemento di favore, essendo comunque onere del proprietario dell’autovettura rimuovere la situazione antigiuridica consapevolmente creata.

Per i suddetti motivi, la Cassazione rigetta il ricorso.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it