venerdì 29 agosto 2014

L’ordine dei giornalisti contro Allam così si calpesta la libertà di opinione

Corriere dells sera

di Pierluigi Battista

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Trasformare in un crimine un’opinione, per quanto criticabile, non dovrebbe rientrare nei compiti di uno Stato che voglia conservare la sua anima liberale, figurarsi di un Ordine professionale come quello dei giornalisti. E invece mettere sotto accusa le opinioni di un commentatore come Magdi Cristiano Allam è diventato l’occupazione estiva dell’Ordine dei giornalisti. Una parodia dell’Inquisizione che fa di un’associazione di categoria, nata durante il fascismo e senza eguali in nessun’altra democrazia liberale con l’eccezione del post-salazariano Portogallo, un tribunale abusivo che si permette di interpretare a suo modo i princìpi della libertà di espressione e che si permette di emettere verdetti sulle opinioni espresse da un proprio associato.

Già l’Italia è caricata da una pletora di reati d’opinione mai smaltiti in tutti gli anni della Repubblica post-fascista. Non c’è bisogno di processi aggiuntivi istruiti da chi si arroga il diritto di giudicare le opinioni altrui solo perché munito del tesserino di un Ordine professionale. Se un giornalista commette un reato, dovrà essere giudicato come tutti gli altri cittadini da un Tribunale della Repubblica. Piccoli tribunali del popolo che si impancano a misuratori dell’eventuale «islamofobia» di Allam sono invece pallide imitazioni di epoche autoritarie che non distinguevano tra reato e opinione. Mentre la libertà d’opinione, dovremmo averlo imparato, è indivisibile e non dovrebbe essere manipolata a seconda delle predilezioni ideologiche.

Si vuole criticare Allam? In Italia c’è il pluralismo della critica e dell’informazione e il conflitto delle idee è il sale di una democrazia liberale. La giustizia fai da te, i tribunali delle corporazioni che si permettono di intromettersi non su un comportamento, o su una grave negligenza professionale, bensì sul contenuto di un articolo, sono invece il residuo di un’intolleranza antica, e che non sopporta la diversità delle opinioni, anche delle più estreme. Per cui i censori dell’Ordine potrebbero rimettere nel cassetto i loro processi, togliersi la toga dell’inquisitore e ammettere di aver commesso un errore. Non è mai troppo tardi per la scoperta della libertà.

29 agosto 2014 | 08:05

Macché "islamofobia": i giudici tifano per loro

Paolo Bracalini - Ven, 29/08/2014 - 07:00

L'Ordine processa Allam per le sue opinioni. Nei tribunali la religione musulmana spesso diventa un'attenuante anche nei reati più gravi


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Quasi una discriminazione razziale al contrario, in ossequio al pensiero unico buonista. Il «migrante irregolare» va tutelato, assistito, compreso nella sua matrice culturale, anche quando delinque. Mentre chi ha posizioni critiche sul fanatismo islamico e i rischi connessi, come Magdi Allam, viene indagato dall'Ordine dei giornalisti per discriminazione razziale.

Invece capita che i discriminati abbiano invece trattamenti di favore. La religione del «migrante» considera la donna una proprietà e vieta rapporti sessuali con infedeli anche se vive in un Paese occidentale? Allora se il padre prova a strangolare la figlia perché fidanzata con un non islamico, il fatto è grave, ma non poi così grave, perché lui va capito. Lo ha stabilito la Cassazione con una sentenza del dicembre 2013 in cui ha annullato le aggravanti per Hamed Ahamed, condannato dalla Corte d'appello di Milano a sette anni per tentato omicidio della figlia colpevole di aver avuto rapporti con un fidanzato non musulmano.

La corte suprema italiana ha respinto le aggravanti perché «per quanto i motivi che hanno mosso l'imputato non siano assolutamente condivisibili nella moderna società occidentale - scrivono i giudici nella sentenza - gli stessi non possono essere definiti futili, non potendosi definire né lieve né banale la spinta che ha mosso l'imputato ad agire». Pena ridotta, insomma, perché islamico. E chissà se un precetto della religione cristiana verrebbe mai ammesso come motivo «non banale» da un Tribunale per eliminare le aggravanti di un reato commesso da un italiano.

Una legge italiana (la 152 del 1975, «Disposizioni a tutela dell'ordine pubblico») vieta l'uso di caschi o copricapo e «di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona in luogo pubblico senza giustificato motivo». Se giro con un passamontagna o un casco per strada rischio l'arresto («da uno a due anni») e una multa di 2mila euro. Ma se lo faccio per motivi religiosi no. Il Comune di Varallo (Vercelli) ha vietato con un'ordinanza l'uso del «burkini» (il costume da bagno che copre quasi integralmente le donne musulmane) su tutto il territorio comunale «nelle strutture finalizzate alla balneazione» nonchè il divieto «di abbigliamento che possa impedire o rendere difficoltoso il riconoscimento della persona».

Ma il Tribunale di Torino, dopo un ricorso dell'Associazione per gli Studi Giuridici sull'Immigrazione, ha dichiarato «discriminatorio» il divieto del burkini «sostanzialmente corrispondente - scrive il giudice - ad una muta da subacqueo (certamente mai vietata nelle strutture finalizzate alla balneazione), adottato espressamente da alcune credenti di religiose islamica».

Quando la Santanchè nel 2009 ha organizzato a Milano una manifestazione contro l'uso del burka, è finita in ospedale (20 giorni di prognosi) colpita allo sterno da un cazzotto di Ahmed El Badry, migrante in dissenso col corteo dell'ex parlamentare. Il pm, nel processo che ne seguì, chiese un mese di reclusione. Ma per la Santanchè, rea di aver organizzato una manifestazione senza il permesso della Questura. Se la caverà poi con quattro giorni di arresto (convertiti in 1100 euro di ammenda). Arresto per l'aggressore egiziano? Macché, solo 2mila euro di multa. Anche lui da capire, perché turbato dalla manifestazione non islamicamente corretta.

Non c'è solo la religione musulmana come attenuante, anche altre appartenenze possono rivelarsi decisive sotto processo. Può risultare sconcertante che il Tribunale per i minorenni di Milano abbia concesso le «attenuanti generiche» a Remi Nikolic, un giovane rom che con un suv rubato travolse e uccise un vigile urbano. Il motivo, per i giudici, è il «contesto di vita familiare» nel quale l'omicida è cresciuto, «caratterizzato dalla commissione di illeciti da parte degli adulti di riferimento e dalla totale assenza di scolarizzazione».

Pena ridotta in quanto Rom. Mentre da giorni il Cittadino di Lodi racconta la storia di una diciassettenne minacciata e aggredita, da ben un anno, da un quarantenne ivoriano. Malgrado le denunce e le richieste di intervento nulla succede. «Il magistrato finora non ha autorizzato l'arresto e nemmeno l'espulsione - racconta terrorizzata la sorella - e così rischiamo ogni giorno di trovarcelo di fronte».

Fuori dalle aule giudiziarie, anche in un ospedale, può capitare il razzismo al contrario. All'Ospedale di Recanati - racconta il Resto del Carlino - un marito voleva accudire la moglie partoriente, ma la direzione della clinica non l'ha permesso: le compagne di stanza della moglie erano musulmane e mostrare il corpo a un uomo che non sia il marito è assolutamente vietato. Ergo, fuori il marito.
Discriminati in quanto italiani.

Perché gli hacker attaccano il Sony PlayStation Network

La Stampa
antonino caffo

Dal 2011 ad oggi il colosso giapponese è uno dei bersagli preferiti dai pirati informatici. Quali sono i motivi?

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Tutto è cominciato nella notte tra sabato 23 e domenica 24 agosto, quando la rete dell’operatore telefonico statunitense AT&T è stata presa di mira da un attacco informatico. Gli stessi hacker si sono poi spostati sui server dei giochi online “League of Legends”, “Diablo III” e “Hearthstone”, interrompendo il regolare svolgimento delle partite di migliaia di videogiocatori. Non contenti hanno poi messo fuori uso la rete Comcast e la piattaforma Twitch, recentemente acquistata da Amazon per 970 milioni di dollari.
Quella che all’inizio sembrava una delle tante azioni di disturbo di qualche attivista della rete, si è rivelata come un’opera concertata, sviluppata per danneggiare diversi big del mondo dei videogiochi. L’apice è stato raggiunto quando il gruppo di hacker Lizard Squad ha rivendicato la paternità dell’attacco che ha causato il blackout del PlayStation Network, messo fuori uso tramite la tecnica conosciuta come DDoS.

La piattaforma usata dai clienti Sony per scaricare demo dei giochi, guardare video e leggere notizie sui titoli in uscita, è rimasta irraggiungibile per diverse ore, prima di esser messa in “quarantena” per risolvere i problemi di sicurezza. La prima preoccupazione è stata verificare che gli hacker non avessero sottratto le informazioni personali degli iscritti, tra cui i dati delle carte di credito, con un danno che sarebbe stato anche maggiore per i milioni di utenti registrati al servizio.

Dopo le opportune verifiche, si è capito che gli obiettivi non erano i clienti ma la stessa casa nipponica. Del resto proprio gli hacker lo avevano preannunciato: “Stiamo provando a mettere fuori gioco Sony” – si leggeva dal loro account Twitter, con un messaggio seguito dall’annuncio di una bomba sul volo della American Airlines in cui si trovava il presidente di Sony Online Entertainment, John Smedley, diretto a San Diego. Dopo un atterraggio di sicurezza a Phoenix, la compagnia aerea ha tranquillizzato tutti dichiarando di non aver individuato alcun ordigno o altre minacce sul velivolo.

Ma perché gli hacker ce l’hanno così tanto con Sony e il PlayStation Network? Tra la fine di maggio e gli inizi di giugno del 2011, il gruppo di hacker conosciuto come LulzSec attaccò Sony, intrufolandosi nei server del PlayStation Network (PSN), con il conseguente furto e pubblicazione dei dati di acceso di 77 milioni di utenti. La condanna arrivata lo scorso anno sembrava aver messo fine ai travagli della piattaforma ludica giapponese, ma evidentemente non era così. Le bravate di LulzSec costarono a Sony 24 giorni per ripristinare e rafforzare il servizio e 15 milioni di dollari versati come rimborso ai clienti colpiti, dopo una class action internazionale.

Attacco al sistema                                                                     
L’obiettivo dichiarato di Lulzsec e degli ultimi Lizard Squad sembra essere lo stesso: fermare i modi in cui Sony spende i soldi ricavati dai suoi clienti. Il PlayStation Network è una delle fonti principali di guadagno dell’azienda. L’accesso alla piattaforma è gratuito ma Sony chiede il pagamento di un abbonamento annuale (pari a 50 euro) per usufruire dei servizi “Plus”, tra cui la possibilità di giocare in multiplayer online per chi ha una PS4. Il problema maggiore pare essere proprio questo visto che gli hacker, in un altro post su Twitter, hanno scritto: “Sony, l'ennesima grande azienda, che non sta spendendo i fiumi di denaro che ottiene dal PSN per dare il meglio ai suoi clienti. Che quest'avidità finisca”. 

Secondo Matteo G. P. Flora, esperto di monitoraggio della rete e fondatore di The Fool: “È ancora incerto chi abbia davvero effettuato l'attacco. Per ora l'ipotesi più probabile è che sia stato il personaggio conosciuto come Fame God, mentre il collettivo di Lizard Squad sarebbe il responsabile del falso annuncio della bomba sul volo del CEO di Sony Entertainment Online. Se l'attaccante fosse davvero Fame God ci sarebbero pochi dubbi sulle sue motivazioni: attaccare le politiche di sicurezza di Sony, che sarebbe colpevole di non proteggere i suoi utenti. L’hacker aveva anche creato un video di motivazione dell’attacco, repentinamente rimosso da YouTube”.

Il terrorismo
Ma c’è anche un’altra pista che conduce all’offensiva contro Sony ed è quella del terrorismo. Il dubbio è diventato certezza nel momento in cui, dopo aver affermato di essere gli esecutori dell’azione di hacking, i Lizard Squad hanno postato su Twitter una frase molto chiara: “Oggi abbiamo piantato la bandiera di ISIS sui server Sony”. Non sarebbe così strano che il gruppo voglia utilizzare il mondo dei videogiochi, molto seguito anche tra i giovani europei simpatizzanti del califfato, per fare propaganda, in favore dello Stato Islamico dell'Iraq e del Levante. Oggi i ragazzi che usano la rete sono più spigliati dei coetanei di qualche anno fa e, almeno in teoria, in grado di prendere parte ad un’azione di DDoS senza particolari problemi. Per questo oltre che sul piano tecnico, le indagini dell’FBI si stanno concentrando anche sui possibili collegamenti tra Liquid Squad, Fame God e terrorismo, convinti che dietro l’odio verso Sony non ci sia solo il capriccio di qualche fan deluso.

Office: vale ancora la pena di acquistare il pacchetto?

La Stampa
nadia ferrigo

A più di vent’anni dall’esordio, Microsoft deve fare i conti con i rivali di Apple e Google

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Preferisci un classico senza tempo come Office oppure ti sei lasciato affascinare da un software open source come Open Office? Mai senza Apple oppure entusiasta di Google? Ancora oggi Microsoft Word è il programma di videoscrittura più diffuso al mondo, con oltre un un miliardo e cento milioni di utenti: la prima versione venne presentata da Bill Gates il primo agosto del 1988 a Las Vegas, con Excel e PowerPoint. Ma a più di vent’anni dall’esordio, il «pacchetto Office» deve fare i conti con più di un rivale, così è naturale chiedersi: vale ancora la pena di acquistarlo? Dipende: prima di scartare l’idea di installare l’ultima versione sul proprio personal computer, meglio valutare con attenzione quali sono le nostre esigenze, se per esempio non dobbiamo far altro che comporre testi oppure abbiamo bisogno di inserire presentazioni e grafici tridimensionali. 

«Microsoft Office 365 » è un servizio a pagamento lanciato nel giugno del 2011: il canone mensile per poterlo installare sul proprio pc è di 7 euro al mese, con 10 euro invece si può avere su più di un terminale, per un massimo di cinque. Oltre a tutti i software del tradizionale pacchetto Office - tra cui Outlook, Word, Excel, Publisher e Power Point, calendario e rubrica - il servizio offre anche uno spazio di un tetrabyte su «OneDrive», il cloud Microsoft, oltre a 60 minuti al mese per le chiamate in tutto il mondo con Skype. Il programma si può poi installare anche su tablet e smartphone. 

Il pacchetto si può scaricare in prova per trenta giorni. Rispetto a Apple e Microsoft, il programma di Microsoft ha standard di qualità molto elevati, come ad esempio la possibilità di creare grafici in tre dimensioni, anche se prima di acquistarlo è meglio chiedersi se davvero useremo tutte le funzioni disponibili. Office ha anche una versione online - e gratutita - che consente di salvare fogli di calcolo, presentazioni e documenti per poi condividerli con altri utenti e collaborare online sullo stesso testo, anche se non ci sono tutte le opzioni invece disponibili su «Office 365». Per iniziare, basta aprire un account con Microsoft. 

Per Apple «iWork», ci sono Pages, Numbers e KeyNote: anche questi permettono di collaborare online. Aggiornato lo scorso giugno, Pages ora ricorda le impostazioni usate nell’ultimo documento come il livello di zoom, l’opzione per nascondere la finestra degli strumenti di formattazione e le guide. Numbers invece conserva le impostazioni sul foglio selezionato. Se tra Word e Pages e Excel e Numbers primeggia il pacchetto Office per la varietà di funzioni, KeyNote, che permette di realizzare presentazioni come Power Point, è più semplice, con un risultato grafico migliore.

A differenza di Microsoft e Apple, con «Google Drive» non c’è nessun programma da installare su proprio personal computer, ma si può lavorare su strumenti e fogli di calcolo online, poi memorizzati sul proprio account. Google mette a disposizione dei suoi utenti 15 gigabyte, mentre un tetrabyte costa dieci dollari al mese. Anche se molte le funzionalità, non ha tutte le caratteristiche e possibilità che hanno reso celebre Word. L’interfaccia, molto semplice e bianca e grigia, non è delle più accattivanti. Con la possibilità di lasciare commenti e chattare, resta il migliore se si ha bisogno di lavorare a più mani sullo stesso documento. 

E poi c’è «Apache Open Office», lanciato nel 2001 come alternativa open source ai programmi a pagamento: oggi viene usato anche da molte amministrazioni pubbliche in tutto il mondo. Writer, l’interfaccia per la video scrittura, è molto simile a quella di Word, con funzioni analoghe. Oltre a Calc, simile ad Excel e Impress, che ha le stesse funzioni di PowerPoint, nel pacchetto di Open Office ci sono anche Base, programma di creazione e gestione di database, simile a Microsoft Access, Draw, programma di grafica vettoriale e Math, che serve per scrivere complesse formule matematiche come Drive, di proprietà della statunitense Texas instruments.

Noi censurati, il jihadista invitato in tv da Lerner

Gian Micalessin - Ven, 29/08/2014 - 08:26

L'elettricista di Cologno andato a combattere per l'Isis in Siria è indagato per terrorismo, ma due anni fa in Italia veniva trattato da eroe della rivolta


I tagliagole amici e complici dell'Isis li avevamo in casa. Vivevano e manifestavano a Milano, mentre a Roma godevano delle migliori coperture. E così quando polizia della Capitale li arrestava mentre assaltavano e devastavano le sedi diplomatiche, i magistrati li rimettevano in libertà.


Nelle immagini, Haisam Sakhanh

Del resto i ministri del governo Monti, gli stessi che rispedivano i nostri marò nella trappola indiana, ricevevano i loro capi politici alla Farnesina trattandoli alla stregua di eroi.
Gad Lerner, nel frattempo, li invitava nel suo salotto televisivo. E Pier Luigi Bersani, allora segretario del Pd, non si faceva problemi ad appoggiarli concionando da un palco adornato con la bandiera dei ribelli. La stessa bandiera in cui s'avvolgevano le sprovvedute attiviste Vanessa Marzullo e Greta Ramelli inghiottite qualche settimana fa dall'inferno siriano. Ma siamo nel Belpaese. Un paese dove l'Ordine dei Giornalisti indaga chi critica l'Islam, ma si guarda bene dall'obbiettare se qualcuno da voce ad un terrorista.

E dunque non succedeva nulla. E così anche quando Il Giornale , si permetteva di mostrare i volti e documentare le atrocità di questi signori tutti facevano vinta di non vedere, di non sapere, di non capire. Guardate questo signore. Il suo vero nome è Haisam Sakhanh, il suo nome di battaglia è Abu Omar. Da mercoledì, da quando l'assai sollecita procura di Milano ha fatto sapere di star indagando su di lui, tutti fanno a gara a parlarne. La sua foto campeggia dal Corriere della Sera a Repubblica e i telegiornali fanno a gara nel descriverlo come il reclutatore dei jihadisti di Milano e dintorni.

Bella scoperta. Sul Giornale la sua foto era già comparsa l'11 gennaio accanto a un titolo che recitava «Cercate killer islamici? Eccone uno». Come lo sapevamo? Semplice. A differenza degli «ignari» magistrati, politici, diplomatici e di tanti colleghi, sempre pronti a chiuder gli occhi quando le notizie non sono politicamente corrette, non c'eravamo fatto scrupoli a identificare i protagonisti dell' agghiacciante video girato nell'aprile 2013 nella provincia siriana di Idlib e pubblicato lo scorso settembre sul sito web del New York Times .

In quel video il siriano-milanese Sakhanh-Abu Omar è protagonista, assieme ad altri militanti guidati dal comandante Abdul Samad Hissa, della spietata esecuzione di 7 soldati governativi appena catturati. Nel filmato indossa un giubbotto marroncino, impugna il kalashnikov e ascolta il comandante che spiega a lui e altri nove militanti perché sia giusto e doveroso ammazzare i prigionieri. Subito dopo preme il grilletto e infila un proiettile nella nuca di un soldato denudato e fatto inginocchiare ai suoi piedi. A gennaio dopo la nostra denuncia nessuno muove un dito.

Ma questa non è una novità. Ben più grave è che nessuno si curi di accertare i contatti e i collegamenti di Haisam alias Abu Omar nel febbraio 2012 quando il militante viene arrestato al termine di un vero e proprio assalto all'ambasciata siriana di Roma. Un assalto durante il quale guida alcuni complici all'interno degli uffici della sede diplomatica devastandoli e malmenando alcuni impiegati. Interrogati dal giudice Marina Finiti e indagati per danneggiamento, violazione di domicilio e violenza privata aggravata Haisam e i suoi vengono rinviati a giudizio per direttissima. Ma anche allora non succede nulla. Lui torna libero, continua a far proseliti e a guidare il suo gruppetto basato a Milano e dintorni.

Tra questi si distingue l'amico Ammar Bacha che il 19 agosto 2012 non si fa problemi a pubblicare un video in cui i decapitatori dell'Isis (Stato Islamico dell'Iraq e del levante) illustrano la propria attività con il consueto corollario di atrocità e violenze. Anche stavolta tutti fanno finta di non vedere. Del resto solo pochi mesi prima, il 13 maggio 2012, il ministro Giulio Terzi ha incontrato alla Farnesina il Presidente del Consiglio Nazionale Siriano (Cns), Bourhan Ghalioun, capo politico di quei ribelli già allora finanziati dal Qatar e monopolizzati dall'estremismo di Al Qaida e dell'Isis. E così qualche mese dopo pm e polizia si guardano bene dal fermare il signor Sakhanh e il suo sodale. E loro fuggono in Turchia e poi in Siria. Dove possono finalmente dedicarsi alla loro attività più congeniale.
Ovvero uccidere e massacrare.

Se la Corea del Nord insegna i diritti umani

Orlando Sacchelli


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Incredibile ma vero: la Corea del Nord dà lezione di diritti umani al mondo. Sentite cosa ha detto il ministro degli Esteri di Pyongyang: “L’uccisione del 18enne Michael Brown da parte della polizia di Ferguson, in Missouri, dimostra che gli Stati Uniti sono la tomba dei diritti umani.

Scontato sottolineare da che pulpito viene la predica. Un paese che nega ogni minima libertà ai propri cittadini, riducendoli persino alla fame per via delle proprie assurde politiche economiche, arriva a criticare gli Usa che, sia pure tra mille difetti, sono pur sempre la più grande democrazia liberale che esiste al mondo.

Il comunicato del ministro nordocreano afferma che gli Stati Uniti sono un Paese “in cui le persone sono sottoposte a discriminazioni e umiliazioni dovute alla loro razza”. “Le proteste a Ferguson e in altre zone degli Stati Uniti sono l’esplosione dello scontento soffocato e della resistenza della popolazione contro la discriminazione razziale e l’ineguaglianza, profondamente radicate nella società americana”, prosegue il comunicato, battendo ancora sul tasto delle violenze scoppiate nel Missouri nei primi giorni di agosto.

La Corea accusa l’America di comportarsi come “un giudice internazionale sui diritti umani”, aggiungendo che Washington “dovrebbe pensare ai suoi affari invece di interferire nelle questioni interne di altri Paesi”. Gli Stati Uniti “non dovrebbero cercare la soluzione al loro problema di soppressione dei dimostranti, ma portare alla luce la vera situazione della società americana, un cimitero dei diritti umani, e avere la giusta comprensione di come sono i veri diritti umani e come dovrebbero essere garantiti”.

Ora, si può benissimo essere antiamericani e non avere a simpatia la politica di Washington e i modi di agire degli yankee. Ma da qui a prendere a modello Pyongyang ce ne corre. Insomma, ben vengano le critiche alla “cattiva” America, ma se il maestro dei diritti umani è un certo Kim Jong-un siamo messi bene.

Nasa: "Entro venti anni avremo un contatto con gli extraterrestri"

Luisa De Montis - Mer, 27/08/2014 - 14:34

Gli esperti americani il vero problema sarà la comunicazione tra noi e gli alieni


La Nasa ne è quasi certa: nel giro di venti anni ci sarà il primo contatto con forme di vita extraterrestri. La previsione è contenuta in uno studio sui problemi di comunicazione che potrebbero verificarsi (per ovvie ragioni) tra gli esseri umani e gli "alieni". Lo studio è stato pubblicato dalla Nasa in un e-book. Come osserva uno degli autori, John Traphagan, "una specie arrivata da distanze spazio temporali inconcepibili potrebbe anche capire le parole ma avrebbe sicuramente un quadro di riferimento culturale radicalmente diverso dal nostro".

E prosegue: "Ciò che vogliamo dire ha senso perché è riferito all'esperienza comune dell'umanità, ma quale senso avrebbe per chi ha esperienze completamente diverse? Che cosa può essere il bene e il male per loro?". 

 Interrogativo che pone problemi filosofici prima che scientifico-tecnologici. Tra l'altro, come emerge sempre dallo studio, non è detto che gli extraterrestri abbiano sviluppato una cultura planetaria e quindi una lingua e una civiltà unitaria. Neanche l'uomo ci è riuscito, visto e considerato che si contano oltre 6.900 diverse lingue su tutto il globo. E' così complesso ipotizzare una comunicazione con forme di vita provenienti al di fuori dalla Galassia, che nessuno osa fare previsioni. La Nasa, però, si spinge in avanti e azzarda una previsione temporale. Il "contatto" tra noi e loro avverrà tra venti anni. E visto che non manca poi così tanto, sarà bene correre ai ripari studiando qualche modo che ci permetta di comunicare.

Il Partito comunista cinese si dà ai social e apre un profilo su WeChat

Franco Grilli - Mer, 27/08/2014 - 16:07

La scelta, presa a giugno, per diffondere meglio "teorie e politiche". Con l'invito agli iscritti a unirsi alla community


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Il Partito comunista cinese ha deciso di puntare sui social network e, come aveva già annunciato, ha aperto un profilo su WeChat, la piattaforma di messaggistica più utilizzata in Cina. Alla vigilia del primo luglio, anniversario della nascita della formazione politica, l'agenzia di Stato Xinhua aveva scritto della decisione, presa durante una cerimonia ufficiale alla presenza delle più alte cariche del Paese. Più di recente, sul sito del Dipartimento organizzativo del Comitato centrale è comparso un invito agli iscritti al partito (86 milioni di persone) a entrare nella community virtuale di WeChat.
Dietro la scelta presa dal Partito comunista c'è la volontà di "rendere pubbliche le politiche" e "diffonderne le teorie".

Nella mia Inghilterra gli immigrati sono liberi di stuprare

Nicholas Farrell - Gio, 28/08/2014 - 09:19

Un gruppo di pachistani abusò per anni di 1.400 bambine. Le autorità tacquero per paura di essere tacciate di razzismo


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Sembra l'ennesima deprimente notizia proveniente da un Paese musulmano della cosiddetta Primavera araba. Invece, no, proviene dal mio Paese natale - la cosiddetta Gran Bretagna. E mi fa orrore anche perché ho tre figlie piccole di origini anglo-italiane. Nella città di Rotherham (popolazione 117.000) nella contea di Yorkshire al nord del Paese, branchi organizzati di inglesi musulmani, di origini pakistani, hanno sistematicamente abusato di 1.400 ragazze minorenni (la maggior parte sotto i 16 anni) dal 1997 al 2013 - a livelli industriali.

Le hanno trattate da schiave. Davano loro dell'alcol e delle droghe e le sottomettevano ad ogni umiliazione sessuale, stupro di gruppo compreso. Le minacciavano con pistole e a volte le innaffiavano di benzina pure. Le chiamavano «white trash» (spazzatura bianca). E dovevano stare zitte - altrimenti… La cosa ancora più allucinante è che tante di queste ragazzine erano affidate - o erano state affidate nel passato - ai servizi sociali del Comune e perciò sotto la loro protezione. Tante di loro, nonostante la paura e lo stato d'animo confuso, hanno cercato di denunciare i colpevoli. Ma nessuno le ascoltava. Erano trattate come prostitute, non solo dai loro aggressori ma anche dai loro protettori.

Ora, una commissione indipendente diretta dalla professoressa Alexis Jay ha pubblicato un rapporto sullo scandalo e ha concluso: gli assistenti sociali e la polizia di Rotherham sono colpevoli di grave negligenza. Entrambi erano in possesso di tutti gli elementi necessari per arrestare quei mostri musulmani di provenienza pakistana ma non hanno mosso un dito. Per un motivo: avevano paura di essere etichettati come «razzisti». Dunque, nel loro mondo idiota i diktat della political correctness e della paura di non offendere i musulmani contavano più del benessere di quelle ragazzine.

Ecco, cari lettori, dove ci porta la beata ideologia sinistroide del multiculturalismo e della diversità, e della tolleranza: alla loro intolleranza nel nostro Paese. Ci porta anche allo stupro di massa delle nostre ragazze (a casa nostra) - definite appunto «white trash» - da pakistani musulmani. Non vi illudete. Se succede in Inghilterra una cosa simile, può succedere e succede anche qui da voi. Perché in Italia come in Inghilterra, come ovunque in Europa, regna la stessa maledetta ideologia.

Proviamo ad immaginare il contrario: 1.400 ragazze musulmane abusate sistematicamente per più di 10 anni da branchi organizzati di uomini bianchi che le chiamano «black trash» (spazzatura nera) e lo Stato che sa tutto, ma tace. Sicuramente, gli imam residenti in Inghilterra, tutti, dichiarerebbero una jihad. Non finisce qui. Come potrebbe? I colpevoli nel caso di Rotherham hanno scelto apposta delle vittime bianche - piuttosto che nere o scure. Volevano stuprare solo ragazze bianche. Beh sì, cari lettori, non ci sono dubbi: i nostri amici musulmani dal Pakistan sono dei razzisti. L'abuso quindi fu non solo sessuale ma razziale.

Ancora adesso però gran parte della sinistra inglese fa lo struzzo e continua a blaterare: non c'entrano le motivazioni razziali dei colpevoli, figuriamoci la loro religione. Ma va là! La Bbc (baluardo della political correctness) e The Guardian ( La Repubblica inglese) non parlano, a riguardo, di «pakistani», figuriamoci di «musulmani», ma solo al limite e sottovoce, di «asiatici». Lo scandalo è venuto alla luce solo grazie ad un'indagine della stampa inglese, in particolare del quotidiano The Times .

I giornalisti coinvolti sono stati diffamati dai politici locali di sinistra come bugiardi e razzisti. Alla fine però cinque musulmani residenti di Rotherham e di origini pakistane sono stati processati e mandati in galera nel 2010 per reati sessuali nei confronti di ragazze dai 12 ai 16 anni, stupro compreso. Scandali simili sono stati scoperti in altre 13 città al nord dell'Inghilterra. Finora, 56 uomini di origini pakistane e di fede musulmana sono stati condannati. Ma questi sono forse solo la punta dell'iceberg. Non è un nostro diritto dire che quelle povere ragazze sono state vittime di abuso sessuale e razziale: è un nostro dovere.

Profezia di Google e Facebook: niente password né vocabolari

Francesco Paolo Giordano - Gio, 28/08/2014 - 09:39

Volete sapere cosa ci riserva il domani? Seguite gli investimenti dei big della Rete: droni, robot, traduttori istantanei, sorveglianza sociale. E se lo dicono loro...


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U na volta, e in parte anche adesso, andava di moda quel giochino di strategia, il Risiko , in cui ogni giocatore doveva posizionare, sui vari territori, il maggior numero possibile di proprie armate, così da certificare il controllo su una specifica area e arrivare alla vittoria del gioco. È un Risiko molto più dispendioso e delicato quello a cui le superpotenze di Internet stanno giocando da anni: da Google (166 acquisizioni) a Facebook (49), passando per Yahoo (106), ogni colosso della rete cerca di accaparrarsi quanti più territori possibili. E potenziare così il proprio impero informatico.

L'ultima contesa si è vissuta sul territorio di Twitch, una piattaforma che raccoglie le clip dei giocatori di videogames: una sorta di tutorial per chi vuole capire il modo migliore per raggiungere un certo livello di gioco. Con più di 50 milioni di utenti al mese, il sito californiano aveva attirato l'interesse di Google; ma poi l'ha spuntata Amazon, che ha dovuto tirare fuori la bellezza di 970 milioni di dollari - l'acquisto più caro in assoluto da parte del colosso del commercio elettronico -.
Le sfide lanciate dai big dell'online sono una scommessa sulla loro capacità (già dimostrata in passato) di prevedere come cambierà la nostra vita, i nostro bisogni di domani. Gli investimenti nei business più avveniristici sono programmati per regalarci un futuro diverso, più smart. Pensiamo ai robot, per esempio: un settore su cui Google negli ultimi mesi ha deciso di puntare con convinzione, al punto da rilevare ben otto società e metterci a capo Andy Rubin, l'uomo di Android.

Progetti che, anche se per stessa ammissione dei responsabili sono ancora in fase di sperimentazione, stanno già dando i primi frutti: come l'auto intelligente messa a punto dal colosso di Mountain View, capace di muoversi da sola, senza alcun intervento da parte dell'uomo. Tra le aziende rilevate, spicca la Boston Dynamics, da anni in stretto contatto con il Pentagono: qui sono nati robot come Cheetah, in grado di correre più veloce di Usain Bolt, e Atlas, un robot umanoide alto quasi 2 metri. Google è da poco tempo sbarcato nel mondo dei sistemi di sorveglianza sociale e dei rilevatori di fumo. Come? Procedendo all'acquisizione di Dropcam e Nest Labs.

Un passo in avanti per il sogno della casa intelligente, con i vari dispositivi per gli interni manipolabili con un clic o con un comando touch. Ci sono i termostati che fanno tutto da soli, che una volta impostati regolano caldaia e condizionatori in base alla temperatura percepita all'esterno. E poi i rilevatori di fumo hi-tech: ma nello scorso aprile i prodotti sono stati ritirati, perché si spegnerebbero con un semplice movimento delle mani. Ancora Google ha poi deciso di entrare nel mercato dei controller di gioco per console e dei droni, con i modelli della Titan Aerospace, funzionanti a pannelli solari, in grado di volare ad alta quota e fornire dettagliate immagini della Terra.

E poi i Google Glass, certo. Ma qui Facebook non vuole darla vinta e nella scorsa primavera ha perfezionato l'acquisto di Oculus, in diretta concorrenza sul mercato futuristico dei visori per la realtà aumentata. Un oggetto che, si scommette, presto sarà indispensabile per ognuno di noi. Come pure potranno presto diventarlo tutti quei servizi in grado di tradurre da una lingua all'altra: è il caso di Jibbigo, cui serve un input vocale, o di Word Lens, che mediante la realtà aumentata traduce un cartello inquadrato dalla fotocamera di uno smartphone.

C'è chi poi già sogna di dire addio a password e codici d'accesso: diventeranno semplici ricordi, con il riconoscimento facciale su cui lavorano le varie Viewdle, PittPatt e Face.com. Per finire con il mondo vario e a tratti eccentrico delle app: c'è quella che ti permette di fare un regalo virtuale a un tuo amico, quella che prevede i comportamenti sociali sulla base dell'utilizzo dello smartphone, quella che monitora la tua attività sportiva, conteggiando tipo di esercizio svolto, durata, e così via. Vi sembrano ammennicoli di quart'ordine? Sarà, ma finché Page, Brin e Zuckerberg punteranno i loro ingombranti risparmi, prima o poi ce li troveremo di fronte.

Strage di via Caravaggio, dopo quarant’anni rilevato Dna del principale indiziato ormai assolto

La Stampa

Nel 1975 a Napoli massacrate tre persone, nuovi esami hanno attribuito tracce al nipote di una delle vittime, processato e non più imputabile


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L’esame del Dna sui reperti della strage di via Caravaggio avvenuta nel 1975 a Napoli (una famiglia di tre persone massacrata in un appartamento) ha portato all’individuazione sul luogo del delitto di tracce dell’imputato che fu assolto con sentenza definitiva, Domenico Zarrelli, nipote di una delle vittime. È quanto emerso dagli accertamenti della polizia scientifica eseguiti su delega della procura partenopea. Il caso sarà archiviato in quanto non si può procedere nei confronti di un indiziato già assolto.

Le tracce, secondo quanto si è appreso, sarebbero state individuate su diversi reperti, tra cui uno strofinaccio insanguinato e mozziconi di sigaretta. Gli accertamenti, eseguiti dalla polizia scientifica di Roma e di Napoli, sarebbero stati ultimati da circa un anno, ma solo ora sono emerse conferme dalle maglie dello stretto riserbo imposto dagli inquirenti. Un riserbo che si spiega anche - si evidenzia in ambienti giudiziari - con il fatto che l’indiziato non può esercitare il diritto di difendersi in un processo. Vale infatti il principio del «ne bis in idem», ovvero il divieto di processare due volte una persona (in caso di assoluzione) per lo stesso fatto.

Il delitto avvenne nella notte tra il 30 e il 31 ottobre 1975 in un appartamento di via Caravaggio, nella zona alta del quartiere Fuorigrotta. Furono uccisi, probabilmente con un corpo contundente mai rinvenuto, Domenico Santangelo, 54 anni, capitano di marina mercantile in pensione, la sua seconda moglie, l’ostetrica Gemma Cenname, 50 anni, e Angela Santangelo, 19 anni, figlia dell’ex capitano. Il massacro fu scoperto l’8 novembre dalla polizia, alla quale si erano rivolti i familiari delle vittime preoccupati per l’assenza di notizie, dopo che i vigili del fuoco erano riusciti a entrare nell’abitazione. I cadaveri di marito e moglie erano nella vasca da bagno, dove fu rinvenuto anche il cane Dick, ammazzato anch’esso dall’assassino.

Per il triplice omicidio fu accusato Domenico Zarrelli, appartenente a una nota famiglia di professionisti (da detenuto prenderà la laurea in legge ed eserciterà l’attività di penalista). Il processo di primo grado, fondato su indizi, si concluse con la condanna all’ergastolo. L’imputato fu assolto in appello a Napoli e, dopo l’annullamento della sentenza da parte della Cassazione, nuovamente assolto con formula piena dalla Corte di Assise di Appello di Potenza. Sentenza confermata nel 1985 dalla Cassazione. In seguito Zarrelli ottenne della Stato il risarcimento per danni morali e materiali.

Il caso è stato riaperto in seguito a un esposto anonimo inviato in procura nell’ottobre 2011. L’allora procuratore aggiunto Giovanni Melillo delegò nuove indagini alla scientifica che recuperò negli archivi del Tribunale gli scatoloni con i reperti, trovati in buono stato di conservazione, degli oggetti sequestrati sul luogo del delitto. Il fascicolo è da tempo al vaglio del pm Luigi Santulli, coordinato dal procuratore aggiunto Vincenzo Piscitelli. È probabile che tra breve sarà inoltrata una richiesta di archiviazione, molto articolata anche sotto il profilo giuridico, al giudice per le indagini preliminari.

Mafia, Riina intercettato: incontrai Andreotti ma niente bacio

Il Mattino

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Incontrari Giulio Andreotti, ma non ci baciammo. Intercettato nel cortile del carcere milanese di Opera mentre parla con il boss pugliese Alberto Lorusso, Totò Riina afferma che sì, incontrò Andreotti, ma diversamente da come raccontato da Balduccio di Maggio, l'autista del boss, l'incontro avvenne alla presenza della scorta del sette volte presidente del Consiglio e i due non si baciarono. È quanto riporta stamane Repubblica.

Secondo il quotidiano il contenuto del dialogo, che risale al 29 agosto 2013, è stato depositato dai pm al processo sulla trattativa Stato-mafia.

Andreotti, morto lo scorso anno, fu assolto a Palermo dall'accusa di aver incontrato nell'87 l'allora capo di Cosa nostra. «Balduccio Di Maggio - afferma Riina nell'intercettazione - dice che mi ha accompagnato lui e mi sono baciato con Andreotti. Pa... pa... pa...». E poi: «Però con la scorta mi sono incontrato con lui».

«Si tenevano nascosti - osserva Lorusso - ed erano fidati, la scorta sua erano fidati». E Riina sottolinea: «Questi l'hanno salvato, questi, questi l'hanno salvato e si è salvato per questo. E si salvò».

Infine, Riina fa notare a Lorusso che anche Di Maggio la fece franca: «Balduccio dice che lui si è messo in una stanza ed io sono rimasto con Andreotti. Minchia... ma questo cornuto... minchia figlio di puttana... ce la spuntò, ce l'ha spuntata e se n'è andato assolto».

«Ogni giorno Riina può dire ciò che vuole su Andreotti e sull'universo mondo sapendo benissimo di essere intercettato per cui - quasi in diretta televisiva - andrà sui media», commenta il deputato di Ncd Fabrizio Cicchitto. «Ora che Andreotti andasse ad incontrare Riina accompagnato dalla scorta è una favola che può essere raccontata ai bambini, a qualche pm e a qualche giornalista - osserva Cicchitto - i primi non ci credono, qualcuno dei secondi ci crede, qualcuno dei giornalisti fa finta di crederci per fare un titolo sul proprio giornale».

mercoledì 27 agosto 2014 - 16:36   Ultimo agg.: 22:47

Bologna, la polizia protesta: "Non possiamo pedinare i banditi"

Libero
28 agosto 2014

Bologna, la polizia protesta: "Non possiamo pedinare i banditi"

Ma il ministro degli Interni Alfano lo sa che a Bologna la polizia «dipende» da Colombo, e non è il tenente? Bensì è l’assessore della giunta Pd che sta introducendo da qualche anno strane idee per la gestione del traffico cittadino che creano non poche polemiche.

Dalle pedonalizzazioni di uno dei più grandi centri storici d’Europa senza mezzi di mobilità per disabili e anziani, al soqquadro della città per un trasporto rivoluzionario e costoso (il Crealis) che alla fine è un filobus, fino alla proposta surreale di una pista ciclabile in mezzo agli intasatissimi viali di circonvallazione. E ne spunta un’altra. Da oggi sugli autobus di Bologna i poliziotti che fanno un pedinamento o sono in incognito devono qualificarsi e farsi riconoscere.

Lo stabilisce una disposizione della Questura che accoglie l’indicazione dell’impresa dei trasporti Tper, di cui il Comune di Bologna è fondamentale azionista, 30,11%, insieme alla Regione Emilia Romagna, dopo la messa in liquidazione della sua storica impresa dei trasporti Atc. Tper è guidata da Giuseppina Gualtieri, vicina all’ex premier Romano Prodi. Per contrastare l’evasione di chi non paga il biglietto, Tper ha stabilito che chiunque usi l’autobus dovrà validare obbligatoriamente il titoli di viaggio ad ogni salita.

Una disagio per chi ha un abbonamento, principalmente anziani, categorie protette e particolari e studenti delle classi inferiori. I fruitori del servizio dovranno aspettarsi lunghe file all’ingresso dei bus, per una procedura che allungherà le attese, con il rischio di disincentivare l’utilizzo degli stessi mezzi. In più il 17 agosto, con operatività immediata, Tper ha mandato una disposizione alla Questura dove spiega che da oggi i poliziotti che sono sugli autobus devono farsi riconoscere. E non perché potrebbero non avere diritto al viaggio, visto che per motivi di sicurezza viaggiano senza pagare, ma per far capire che sono poliziotti e quindi non evasori.

«Perché è impossibile dimostrare ai presenti la propria regolarità», Tper indica la procedura da seguire. I poliziotti alle fermate degli autobus dovranno «preparare il tesserino di servizio già durante l’attesa del bus, prima ancora di salire a bordo». E ancora «salgano dalla parte anteriore, mostrino il tesserino al conducente... anche se l’azione non è un vero controllo». Non solo. Per non esporre i poliziotti al «controllo sociale» si comunica che i loro titoli verranno verificati una seconda volta dai controllori che ne «valuteranno la validità».

La Questura recepisce e adotta la circolare per tutti i suoi uffici. «Da oggi è praticamente impossibile seguire un pedinamento sugli autobus. Diventano una sorta di tana libera tutti», ci dice un ispettore irretito. Eppure Bologna è uno dei capoluoghi italiani dei borseggi, dicono le ricerche de Il Sole 24 ore. Borseggi che avvengono soprattutto sui bus. «Se sto seguendo un delinquente mi dovrei fermare e dire, scusate, mi presento sono un poliziotto...», continua l’agente. «Il questore non capisce il non-senso della disposizioni forse perché viaggia in auto blu? Da oggi quindi prendiamo direttive dal sindaco Pd Merola e dagli uomini di Prodi? Dove sono i sindacati?», si sfoga un altro.

La disposizione è surreale poiché viola anche una serie di norme. Gli agenti mostrano una legge del 1925 e il Dpr n°90 del 2010. C’è scritto: l’accesso è libero e non può essere regolamentato da un’impresa. Legittimo esibire il tesserino al solo verificatore ma questi non ha titolo per verificare la validità del documento di riconoscimento dell’agente di pubblica sicurezza. «Questa è l’ultima assurdità della P.A. bolognese», commenta il capogruppo Pdl in Comune Michele Facci.
Mentre l’assessore Andrea Colombo ha così giustificato il provvedimento generale: «Un piccolo gesto per contribuire in prima persona a contrastare l’evasione tariffaria di chi non paga il biglietto».

di Antonio Amorosi

Campania, oltre 8.400 assunzioni con 120 milioni di incentivi

Il Mattino


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Ha prodotto 8.440 nuove assunzioni la misura "Incentivi fiscali per l'assunzione di lavoratori svantaggiati in Campania". É stata messa in campo dalla Giunta Caldoro, ricorda una nota, con contributi sotto forma di credito d'imposta ai datori di lavoro aventi sede in Campania che abbiano incrementato il numero dei lavoratori a tempo indeterminato con l'assunzione di persone che rientrano nelle cosiddette categorie di "svantaggiati" o "molto svantaggiati", e cioè disoccupati o inoccupati da almeno 24 mesi. Sono stati impegnati tutti i fondi messi a disposizione, pari a 120 milioni di euro, a copertura delle 3.926 richieste pervenute dai datori di lavoro.

La Regione Campania ha già erogato la prima parte degli incentivi e sta procedendo, con un decreto alla settimana, per il finanziamento delle domande che sono pervenute. "In un tempo di crisi - sottolinea l'assessore al Lavoro Severino Nappi - il successo degli strumenti messi in campo consegna un dato che ci dice che siamo sulla strada giusta. L'aver programmato con "Campania al Lavoro!" il sostegno ai datori di lavoro che scelgono di offrire buona e stabile occupazione a persone svantaggiate è una scelta e un'opportunità".

"Più di ottomila nuove assunzioni numericamente non determinano una inversione di tendenza sui dati dell'occupazione, ma hanno dato e daranno futuro e serenità ad altrettante famiglie - aggiunge - Ed è anche a questo cui una Istituzione responsabile deve puntare nelle proprie scelte quotidiane. Il credito d'imposta, come lo abbiamo realizzato in Campania, è un modello europeo di investimento sul capitale umano che va assolutamente replicato e potenziato". "In un momento di crisi non si riescono a risolvere tutti i problemi ma si danno risposte concrete ed efficaci - sottolinea il presidente della Regione Campania Stefano Caldoro - Abbiamo imboccato la direzione giusta. Ed i numeri ci danno ragione. Questi 8000 posti di lavoro sono un segnale positivo".

mercoledì 27 agosto 2014 - 20:10

Caso Tortora e proteste, l’ex pm Marmo si dimette da assessore alla Legalità

Corriere del Mezzogiorno

La sua nomina a Pompei sollevò polemiche,al suo posto un giovane militare


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NAPOLI - Esce dalla giunta comunale di Pompei l’ex pm Diego Marmo, finito al centro di aspre polemiche in seguito all’incarico di assessore alla Legalità, delega ricevuta dal sindaco Nando Uliano lo scorso fine giugno. L’ex procuratore capo di Torre Annunziata, negli anni ‘80 principale accusatore del presentatore televisivo nel maxiprocesso alla camorra che vedeva Enzo Tortora (poi assolto con formula piena) tra gli imputati, ha dato le dimissioni da assessore alla Legalità e alla Sicurezza dei cittadini del Comune di Pompei ma andrà a costituire e presiedere il nuovo «Osservatorio per la Legalità» della città.

Contro Marmo si scaglio’ la stessa figlia del presentatore tragicamente scomparso poco dopo la terribile vicenda giudiziaria. Nessuna comunicazione ufficiale da parte del sindaco Uliano che ha sostituito Marmo con un giovane graduato dell’Esercito. Si tratta di Pietro Orsineri, trentenne, ricevette nel 2008 un encomio per avere partecipato a una campagna in Afghanistan e fu proprio Uliano, all’epoca consigliere con delega alle Politiche Sociali del comune di Pompei, a conferirgli l’onorificenza. Orsineri, che negli ultimi tempi operava presso il Comando Nato a Milano, riceve le deleghe a Cultura e biblioteca, decoro e cerimoniale, comunicazione e immagine, rapporti con le città gemellate, Expò 2015, rapporti istituzionali con Enti militari e religiosi, verde pubblico e promozione della città di Pompei.

28 agosto 2014

Per Vanessa, homeless 2.0 a capri, gara di solidarietà

Il Mattino
di Anna Maria Boniello


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Capri. Vanessa, una trentunenne francese che da circa una settimana ha eletto a sua dimora il borgo di Marina Grande, riporta alla mente quei viaggiatori del Grand Tour che giravano l'Europa a metà dell'800 ed arrivavano sull'isola e molti dei quali vi ci sono rimasti fino alla fine dei loro giorni.

I motivi che hanno portato a Capri Vanessa Auzenou, però sono diversi, nascondono una storia dei tempi d'oggi, fatta di solitudine e di mancanza di lavoro. La giovane francesina, nata a Rennes, ma ufficialmente residente a Nantes, due straordinarie località della Bretagna, come ha raccontato lei stessa al drappello di vigili urbani che si sono incuriositi della presenza per tanti giorni di quella che all'apparenza sembrava una turista straniera, era arrivata in Italia dopo aver perso il lavoro di segretaria nella pubblica amministrazione.

Il racconto ha toccato i vigili urbani che prestano servizio a Marina Grande, che si erano accorti che la giovane stava rovistando in un cassonetto dei rifiuti alla ricerca di qualcosa da mangiare. La donna poi ha spiegato che non aveva soldi e che dormiva sulla spiaggia di Marina Grande, non avendo alloggio sull'isola. A quel punto è scattata la solidarietà, ed una vigilessa Rosanna Iuele ha voluto comprarle un panino, che lei ha accettato di buon grado, ed al giovane vigile Francesco Palumbo che le ha proposto di reperire un alloggio tramite associazioni dell'isola, ha rifiutato gentilmente affermando che il suo voler restare libera era una scelta di vita.

E mentre in piazzetta il tenente Piero Presti della Polizia Municipale, contattava telefonicamente il console di Napoli, l'assistente sociale Teresa Vinaccia è scesa al porto per cercare di capire se la giovane fosse in difficoltà anche psicologica. E mentre dal comando cercavano di contattare il console francese, a Marina Grande, dove si è diffusa la notizia della nuova abitante del borgo è scattata una vera e propria gara di solidarietà.

Enzo, della cooperativa portuale, ha portato degli indumenti freschi e puliti alla giovane straniera, che è stata accompagnata poi alle toilette pubbliche per fare una doccia, e l'assistente sociale ha fornito a Vanessa nuovi indumenti intimi. Tutto ciò è stato accettato dalla ragazza che aveva stampato sul volto un mesto sorriso, e con lo sguardo perso verso il mare, ha raccontato con pacatezza e frasi spezzate la sua storia. «Dopo aver perso il lavoro -ha detto Vanessa- cinque anni in un ufficio pubblico come segretaria, ho deciso di andare via dalla Francia e vivere un'esperienza di libertà. Girare l'Europa senza una meta precisa».

Infatti la giovane, secondo ricerche fatte dalla Polizia Municipale, addirittura nel 2013 in Romania ha rischiato di morire congelata sotto un viadotto. La giovane ha raccontato la sua storia in parte nella sua lingua madre, ed anche in inglese, lingua che conosceva benissimo, mostrando così una certa cultura e ha spiegato di essere laureata all'Università di Montpellier. Con sé non aveva nessun bagaglio, ma solo un piccolo sacco a pelo ed uno zainetto. Non ha voluto però dire da dove fosse partita per arrivare a Capri, ma probabilmente proveniva da una località salernitana, dove aveva visitato degli scavi archeologici. E infatti una delle altre mete che aveva Vanessa nel suo invisibile carnet de vojage doveva essere Melfi, la piccola località lucana ricca di tracce storiche risalenti al periodo normanno e svevo.

Nel corso della mattinata dal comando dei vigili sono riusciti a mettersi in contatto con il console di Francia a Napoli, che ha voluto parlare a telefono con la sua connazionale e chiedere se avesse bisogno di qualcosa. Cortese, la giovane ha risposto di non avere bisogno di niente, che voleva continuare la sua scelta di vita e che le sue condizioni fisiche erano buone. Ciò è stato confermato dall'assistente sociale e la giovane donna, dopo aver conversato con i vigili che la hanno assistita ed alcuni abitanti di Marina Grande, ha espresso il desiderio di continuare il suo viaggio per Positano e Melfi. Qualcuno si è offerto di farle il biglietto.

mercoledì 27 agosto 2014 - 20:19   Ultimo agg.: 20:20

Né gatta né ragazzina: Sanrio spiega chi è veramente Hello Kitty

Corriere della sera

di Simona Marchetti

L’azienda rifiuta di definirla un felino, ma sostiene che non sia nemmeno una ragazzina. E paragona la sua creatura a Topolino


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Se anche voi siete cresciuti con la convinzione che Hello Kitty fosse una deliziosa gattina, la delusione non potrebbe essere più cocente. Perché in realtà il personaggio nato dalla matita della designer Yuko Shimizu nel 1974 e prodotto dall’azienda giapponese Sanrio non è affatto la dolce micetta senza bocca e con un fiocco rosso sopra all’orecchio sinistro che campeggia su migliaia di gadget. Ma nemmeno una ragazzina inglese di nome Kitty White, figlia di George e Mary, nata sotto il segno dello Scorpione, amante delle torte di mele, con una sorella gemella di nome Mimmy e un gatto chiamato Charmmy Kitty, come sostiene l’antropologa Christine R.Yano, curatrice della mostra «Hello! Exploring the Supercute World of Hello Kitty» che aprirà il prossimo 11 ottobre al Japanese American National Museum, in un articolo sul Los Angeles Times .

Stando infatti alla studiosa, autrice fra l’altro del libro «Pink Globalization: Hello Kitty’s Trek Across the Pacific» uscito lo scorso anno, sarebbe stata la stessa Sanrio «a correggere con molta fermezza il testo della mostra dove descrivevo Hello Kitty come una gatta, spiegandomi che Hello Kitty è un personaggio dei fumetti, una ragazzina, un’amica, ma non di certo una gatta. Infatti, non viene mai raffigurata su quattro zampe, ma cammina e si siede come una creatura a due gambe».
Né gatto né ragazza
Ma a gettare nuovi dubbi sulla vera identità del famoso personaggio amato da grandi e piccini e che ogni anno genere un fatturato di un miliardo di dollari in merchandising ci ha pensato RocketNews 24, sito specializzato in notizie dal Giappone e dall’Asia, che ha contatto l’ufficio pubbliche relazioni della Sanrio . «Quando ho chiesto all’interlocutore se mi poteva confermare che Hello Kitty fosse davvero una ragazzina, come aveva scritto il Los Angeles Times – si legge nel post - quello ha replicato - non abbiamo mai detto che fosse umana», spiegandomi poi che Hello Kitty è in realtà una personificazione, o meglio un’antropomorfizzazione sul genere di Topolino, che nessuno confonderebbe per un essere umano ma che non è nemmeno un topo.

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E lo stesso vale dunque per Hello Kitty, che non è né un essere umano né, tantomeno, un gatto». E proprio per mettere tutti i puntini su Kitty al posto giusto, il portavoce dell’azienda giapponese ha anche precisato che non corrisponde al vero nemmeno la convinzione che la vuole priva di bocca. «Non abbiamo mai detto che non ha la bocca, solo che non è disegnata». Ricapitolando, sembrano dunque esserci due versioni diverse sulla reale natura di Hello Kitty e per giunta provenienti dalla stessa fonte, «ma state pur tranquilli - conclude ironico (ma non troppo) RocketNews 24 - che nessuno della Sanrio vi manderà mai dei mercenari armati a casa per chiedervi se state dalla parte del gatto o da quella della ragazzina».

28 agosto 2014 | 17:32

Valle della morte: risolto il mistero dei «sassi ambulanti»

Corriere della sera

di Paolo Virtuani

Un sottilissimo strato di ghiaccio nelle mattine d’inverno fa scivolare e pattinare i massi della Death Valley sotto l’azione del vento


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Si erano scomodati gli alieni con raggi traenti, venti impetuosi che si alzano all’improvviso con la forza di uragani, magnetismo, gravità capovolta e altri strani fenomeni. Invece la risposta era più semplice: un sottilissimo strato di ghiaccio che, quando si rompe in fase di scioglimento, fa scivolare i «sassi ambulanti» della Valle della morte. Più o meno come una stone di curling quando viene lanciata. Solo che a differenze di queste, lasciano le tracce della loro traiettoria sulla sabbia di un lago asciutto nella Death Valley, chiamato non a caso Racetrack Playa.

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L’esperimento più noioso
«È stato l’esperimento più noioso della mia vita», ha confessato Richard Norris, paleoceanografo dela Scripps Institution di San Diego, che per primo ha spiegato su Plos One del 27 agosto il fenomeno che da decenni (le prime segnalazioni risalgono infatti agli anni Quaranta) ha arrovellato gli scienziati. Come facevano centinaia di massi pesanti anche 300 chili a spostarsi da soli? La risposta è stata ottenuta grazie all’uso di Gps e di un filmato in time-lapse che ha catturato un sasso mentre si spostava il 20 dicembre 2013, una giornata in cui si sono mossi oltre una sessantina di pietre. Ci sono però volute ore e ore di noiosissimi appostamenti in uno dei posti più desolati del pianeta.
Ghiaccio sottile
Norris - che ha registrato lo spostamento di 224 metri di un sasso tra dicembre 2013 e gennaio 2014 - ha trovato che di notte in inverno la superficie del lago asciutto si copre di uno strato di ghiaccio spesso tra 3 e 6 millimetri. Quando il ghiaccio si scioglie nella tarda mattinata e si spezza in placche, queste - spinte dal vento che soffia a 14-18 km all’ora - spostano i sassi che si muovono a una velocità molto bassa: 2-5 metri al minuto. Ecco perché nessuno ha mai visto dal vivo i sassi muoversi.
Caldo e freddo
Nonostante nella Valle della morte si stata registrata la temperatura più alta da quando esistono le misurazioni (56,7 °C a Furnace Creek il 10 luglio 1913), in alcune zone in inverno può scendere sotto lo zero e far ghiacciare la poca acqua presente. Il ciclo invernale di gelo e disgelo è quindi ciò che fa muovere i sassi di Racetrack Playa. Mistero risolto.
28 agosto 2014 | 18:32

Camera, vestire i commessi ci costa un milione e mezzo

Paolo Bracalini - Gio, 28/08/2014 - 18:10

Montecitorio lancia un bando per comprare divise su misura, camicie, calze e scarpe nuove ai suoi 1.550 dipendenti. Che godono di stipendi da nababbi


Mentre battagliano per difendere i privilegi acquisiti e non farsi ridurre gli stipendi sotto il tetto di miseri 240mila euro l'anno come vorrebbe l'Ufficio di presidenza, i dipendenti della Camera si rifanno il guardaroba.
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Non è ancora noto quale ditta si sia aggiudicata il ricco bando di gara pubblicato dall'amministrazione di Montecitorio e concluso il 7 luglio scorso, ma i dettagli della gara per la «Fornitura di indumenti, calzature, articoli da viaggio e accessori», quelli sì. Tre lotti, per coprire tutte le esigenze di vestiario dei 1151 dipendenti della Camera dei deputati, dal livello più basso, uscieri, barbieri e addetti alle pulizie, fino ai consiglieri parlamentari. Per tutti, visto il luogo, è prevista una divisa, giacca e cravatta, camicia, calze, collants per le dipendenti, scarpe. Potranno mica comprarsele da sé, togliendo qualcosa agli ottimi stipendi che Montecitorio gli passa (l'elettricista o il centralinista a fine carriera prende 136mila euro l'anno)? No ci pensa la Camera, e con il bando specifica meglio cosa sta cercando.

«La procedura articolata in tre lotti - si legge nell'avviso della procedura di gara - ha per oggetto la somministrazione, a discrezione, delle sotto indicate categorie di capi di vestiario, destinati agli assistenti parlamentari e al personale addetto ai reparti della Camera dei deputati». Ed eccolo qui: il primo lotto riguarda le «divise di servizio», il secondo lotto «camicie di cotone per uomo e per donna», il terzo «calze da uomo, collant, maglieria varia, scarpe». Per quanto riguarda le divise, il bando specifica che dovranno essere «confezionate su misura» oppure «con rilevazione di taglie». Le camicie invece dovranno essere «di cotone per uomo e per donna di diverse tipologie». Terza categoria le «calze da uomo e collant, maglieria varia e calzature di diverse tipologie».

Quanto stanzia la Camera per il nuovo guardaroba di commessi e consiglieri? «Il valore stimato dell'appalto, al netto dell'iva, è per il lotto 1 di 150.000 euro annui e 750.000 euro quinquennali; per il lotto 2 di 45.000 euro annui e 225.000 euro quinquennali, e per il lotto 3 di 115 euro annui e 575.000 euro quinquennali». Valore totale, per un quinquennio di divise, camicie e calze: 1.550.000 euro, iva esclusa. Si tratta dell'importo massimo, poi tra i criteri di aggiudicazione, visto che è una gara, c'è anche la convenienza dell'offerta a più basso costo. Che comunque non si distaccherà di molto da quella cifra, anche perché si tratta di vestire millecinquecento persone. Ma il decoro estetico, tra saloni e corridoio di un organo costituzionale come la Camera, è importante e necessita di un capitolato apposito nel bilancio di Montecitorio.

Altri bandi di gara sono aperti alla Camera. L'amministrazione della Camera cerca ad esempio un'azienda per la «fornitura in licenza d'uso illimitata nel tempo di un sistema informatico per il riconoscimento e la trascrizione automatici del parlato spontaneo», un software che permette di riconoscere e scrivere automaticamente su un file digitale quel che dicono i deputati in aula o nelle commissioni. Un sistema che renderebbe quindi obsoleti i famosi stenografi della Camera, anche loro pagati profumatamente, anche 259 mila euro l'anno. All'azienda che si aggiudicherà questo appalto informatico (che comprende anche assistenza e supporto tecnico) Montecitorio è pronta a pagare fino a 1.100.000 euro.

Già aggiudicato invece la gara per affidare i servizi fotografici della Camera, la maggior parte dei quali dedicati al cerimoniale della presidenza. Il valore finale è di 420mila euro più iva (per tre anni), e ad aggiudicarselo è stata la Image Communication Net Srl di Roma. Non un nome nuovo tra i fornitori della Camera, visto che il suo titolare, Umberto Battaglia, era il fotografo ufficiale di Pierferdinando Casini presidente della Camera, e con la Camera ha continuato a lavorarci anche sotto i successivi presidenti fino ad oggi. Nel 2013 ha vinto l'appalto di 31.374 euro per «Servizio fotografico avente ad oggetto i deputati della XVII Legislatura». Sicuramente meno eleganti dei dipendenti col guardaroba nuovo fiammante.

Puerto Rico, il surfista che salva i randagi dalla “Spiaggia dei cani morti”

La Stampa

Centinaia di animali sottratti a un triste destino prima che lo costringessero a lasciare l’isola


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A Stephen McGarva piacevano gli sport estremi. E quando è volato a Puerto Rico di certo non avrebbe mai pensato di finire all’inferno. Già perché quando lui e sua moglie sono arrivati sull’isola caraibica hanno scoperto Playa Lucia, la cosiddetta “Spiaggia dei cani morti”. Un luogo dove l’umanità per gli animali non si è mai vista: in mezzo alla sporcizia, i due hanno trovato decine di cani randagi sanguinanti e percossi, già morti o vicini a morire per lo stato in cui vivevano.

Considerati come una piaga per l’industria del turismo locale, i cani vengono scaricati in questa spiaggia spesso picchiati, uccisi o feriti a colpi di machete, avvelenati o bruciati con il carburante. Tutti, comunque, lasciati al loro destino. Troppo per McGarva che è salito sul suo camioncino ed è andato a cercare del cibo per quei poveri animali. «Sapevo che se fossi andato via, sarebbe stata una decisione che non mi sarei perdonato per tutta la vita» racconta McGrava nel suo libro “The Rescue at Dead Dog”. La sua vita, e quella di moglie Pamela, era appena cambiata: per due anni la coppia ha deciso di prendersi cura di quei cani.

Ha pulito le loro ferite, li ha lavati, li ha amati, li ha addestrati e preparati perché un giorno potessero trovare una famiglia non a Puerto Rico, ma negli Stati Uniti. Una storia che purtroppo non ha un lieto fine. Giorno dopo giorno, il suo lavoro ha iniziato a infastidire chi aveva interessi sull’isola. Quei cani erano solo un problema, non dovevano vivere. McGrava racconta al Daily Mail le minacce ricevute, le aggressioni e botte prese per difendere i suoi cani. Inutile cercare di denunciare il tutto alla polizia locale incapace di poterlo proteggere.

«Ho sepolto almeno un cane ogni giorno. Alla fine dei due anni abbiamo sepolto oltre 1200 animali, esseri viventi che conoscevamo e amavamo» racconta il 44enne. Li ha trovati impiccati, bruciati dentro camion abbandonati, uccisi a colpi di machete.

Quando lui e sua moglie sono tornati a Rhode Island per un breve periodo, al loro ritorno hanno trovato la loro casa devastata: ciò che non era stato rubato, era stato distrutto. Così ha dovuto lasciare l’isola, ma non ha abbandonato del tutto i suoi amici animali: grazie a lui centinaia di cani hanno trovato un rifugio sicuro e ha fondato un’organizzazione no-profit, la Acate Legacy Rescue Foundation, che è impegnata nel porre fine agli abusi sui randagi e a costruire rifugi in Messico e a Puerto Rico.

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Jihad in Italia, i terroristi della porta accanto: viaggi, spese, barbe e social, così trovano i sospetti

Libero


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Ieri, quando la copia di Libero è arrivata sulla scrivania degli inquirenti, più di uno è sobbalzato sulla sedia. Infatti in prima pagina il nostro quotidiano svelava, indirettamente ma neppure troppo, il cuore di una delicatissima inchiesta in corso presso la procura di Venezia. L’articolo di Cristiana Lodi iniziava così: «Sotto Natale l’imbianchino Ismar Mesinovic (…) era filato dal Veneto direttamente in Siria pronto a combattere contro il regime di Assad.

A gennaio, mentre guerrigliava in nome di Allah e della Guerra santa, è morto con il figlio al seguito». E proprio da Mesinovic parte l’indagine della sezione antiterrorismo del capoluogo lagunare, condotta dal pm Walter Ignazitto e dal Raggruppamento operativo speciale (Ros) dei carabinieri del generale Mario Parente. In questo momento l’attenzione è rivolta alla cerchia di contatti che ha permesso il reclutamento e la partenza del 36enne Mesinovic verso l’inferno siriano. Una decina di personaggi provenienti dalla ex Jugoslavia e in particolare dalla Bosnia Erzegovina e dal Kosovo.

Almeno cinque sono indagati per associazione con finalità di terrorismo anche internazionale (articolo 270 bis). Mesinovic risiedeva a Longarone (Belluno) dal 2009, il padre era morto negli anni 90 durante la guerra di Bosnia. La biografia tipo dei nuovi terroristi cresciuti in Veneto, una trentina secondo gli ultimi dati. In Italia aveva sposato una donna cubana e aveva avuto un bambino. Una vita normale, sino a quando è stato lasciato dalla moglie e nella sua testa è scattato qualcosa. Si è trasformato in quello che gli esperti chiamanoterrorista «homegrown», uno jihadista cresciuto in casa, sedotto dai messaggi di Al Qaeda e dell’Isis.

Mesinovic frequentava i centri islamici di Ponte alle Alpi (Belluno) e di Gardolo (Trento), molto attivo sulla questione siriana. L’imam di Gardolo si chiama A. B. ed è un medico dell’ambulatorio di un paese alle porte di Trento. Ismar avrebbe conosciuto a Pordenone anche predicatori radicali itineranti come Bilal Bosnic. La questione che interessa di più agli investigatori non è tanto se ci siano altri fanatici pronti a partire per i diversi teatri di guerra, ma se esistano reduci pronti a mettere a frutto in territorio italiano l’esperienza bellica.

Altro capitolo delicato è quello riguardante gli aspiranti guerriglieri che vogliono scatenare la lotta armata nel nostro Paese. In principio fu il libico Mohamed Game, che il 12 ottobre 2009 a Milano tentò di far esplodere un ordigno artigianale davanti a una caserma dell’esercito: alla fine a farsi male fu lui solo. In una recente analisi del fenomeno jihadista della fondazione Icsa (Intelligence culture and strategic analysis) presieduta dal generale Leonardo Tricarico, ex consigliere militare della presidenza del Consiglio, la parabola di Game viene definita «tipica di un percorso di auto-radicalizzazione, la cui rapida progressione era stata agevolata da navigazioni in internet sempre più intense ed ossessive, e la cui deriva violenta era stata alimentata da uno stato di profonda frustrazione personale». Per gli analisti della Icsa «il terrorista “homegrown” è molto spesso un immigrato di seconda o addirittura di terza generazione che, a seguito di vicende personali o sociali, viene indotto a ricercare le proprie origini nell’estremismo ideologico e nel messaggio qaedista».

Per contrastare questo fenomeno, due anni fa i carabinieri del Ros hanno messo in campo il progetto «Jweb», che ha preso spunto dall’individuazione di un sito internet dai contenuti jihadisti, ospitato da un provider italiano. Il metodo di indagine è spiegato nel documento di Icsa, alla cui stesura hanno partecipato gli stessi carabinieri. «Attraverso il monitoraggio di alcuni siti internet è possibile infatti individuare i soggetti che, avendo avviato un processo di radicalizzazione, potrebbero rappresentare una minaccia, consentendo così di adottare misure per prevenirla. Il postulato su cui si basa questo “metodo di ricerca” è che non vi sono oggi terroristi (anche potenziali) che non visitino siti jihadisti».

Qual è il protocollo di indagine messo a punto dal Ros? Il primo passo è quello di individuare gli indirizzi ip dei computer che hanno accesso ai siti con il bollino rosso. Ma questa pesca a strascico è solo l’inizio. Per comprendere in quale stadio del processo di radicalizzazione si trovino i soggetti sotto osservazione bisogna rilevare e interpretare precisi segnali. Ci sono cinque diversi tipi di indicatori: oggettivi, soggettivi, relazionali, ideologici e comportamentali.

Tra i primi ci sono la navigazione internettiana su siti radicali, l’utilizzazione di software di anonimizzazione come Tor, la pratica di attività sportive come le arti marziali, l’abbandono di hobby e attività in famiglia, la pianificazione di viaggi in aree di guerra, l’acquisto di precursori di esplosivi; indicatori soggettivi sono l’età degli aspiranti terroristi (18-35 anni) e la nazionalità (la provenienza da zone travagliate da conflitti interni); tra gli indicatori relazionali c’è la «segregazione o polarizzazione», vale a dire «l’isolamento dell’individuo o del gruppo, che recide i propri legami con il resto della società», ma anche l’allontanamento dalla famiglia è una spia da tenere in considerazione; tra gli indicatori comportamentali ci sono la barba incolta, l’uso di abiti tradizionali (per esempio pantaloni corti), il disinteresse ostentato per le donne e per i locali con musica.

 Per il Ros «il metodo applicato nel progetto Jweb si può trasformare rapidamente in indagine giudiziaria o preventiva». Quello che sta succedendo in diverse zone del Centro e Nord Italia (per esempio a Milano) e non solo alla procura di Venezia. Quello che sta succedendo in varie zone del Centro e Nord Italia e non solo alla procura di Venezia: a Milano da un paio d’anni si lavora a un’inchiesta simile.



Jihad, l'Imam Bilal Bosnic: "In Italia arruolo musulmani alla Guerra Santa. Prenderemo il Vaticano"

Libero
28 agosto 2014



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"Parlo ai musulmani italiani perché un giorno possano conquistare il Vaticano". L'Imam Bilal Bosnic, dopo aver detto la sua al Corriere della Sera sulle due ragazze italiane rapite in Siria, disegna su Repubblica uno scenario inquietante su cosa si sta muovendo nelle città italiane tra moschee e centri islamici. Più politica che religione, più reclutamento di potenziali terroristi che proselitismo. Fede sì, ma nella Guerra Santa. "Sono stato a Roma e Bergamo, tornerò nel vostro Paese per cercare finanziamenti", spiega Bosnic, oggi di stanza in Bosnia, nel cuore di quei Balcani che da tempo sono il centro nevralgico del fanatismo musulmano in Europa.

Il sospetto dei servizi segreti internazionali è che l'Imam sia un "cacciatore di teste" per conto dell'Isis: cercherebbe cioè giovani combattenti da spedire in Medio Oriente, tra Iraq, Siria e Libia, per sostenere militarmente la causa dello Stato Islamico del califfo Al Baghdadi. "In Italia ho visitato i centri islamici, ho predicato, ho parlato alla nostra comunità", a Bergamo, a Cremona, a Roma. "Per noi siete un Paese molto importante", ammette Bosnic, secondo cui "è dovere di ogni buon islamico essere coinvolto in qualche modo nella jihad, combattendo, aiutando, dando assistenza ognuno secondo le proprie possibilità, finanziandoci anche". L'obiettivo è chiaro: "Noi musulmani crediamo che un giorno il mondo intero sarà uno Stato islamico. Anche il Vaticano sarà musulmano. Forse io non riuscirò a vederlo, ma quel momento arriverà, così è scritto. E' questo che spiego ai ragazzi".

Bosnic il "reclutatore" ammette che dall'Italia arrivano donazioni per la jihad. Lui, però, non commette alcun reato, e si "limita" a parlare della situazione dell'Islam, a controbattere la "propaganda dell'Occidente" e a "spiegare come stanno davvero le cose". Per esempio, la decapitazione di James Foley si spiega con il fatto che il giornalista americano sarebbe stato "una spia, è risaputo. Nell'Islam è accettabile uccidere un prigioniero se in qualche maniera questo può far paura al nemico.

Capisco che può sembrare atroce ma noi stiamo combattendo una guerra". Alla stessa maniera, le attiviste italiane rapite Greta Ramelli e Vanessa Marzullo "stavano interferendo con l'Islam, la loro era una azione di disturbo". I massacri dei cristiani e delle minoranze in Iraq, invece, sarebbero "una bugia": "Il Califfo ha offerto loro di convertirsi all'Islam, e questo lo hanno rifiutato, oppure di pagare tasse aggiuntive, e questo invece lo hanno accettato. Se avessero rifiutato entrambe le soluzioni, allora avremmo dovuto combattere contro di loro. Ma hanno accettato di pagare le tasse. Lo Stato Islamico non li tocca, saranno trattati bene finché pagheremo le tasse come promesso".