giovedì 28 agosto 2014

I taglialingue

Alessandro Sallusti - Gio, 28/08/2014 - 15:19

I musulmani chiedono, l'Ordine dei giornalisti esegue: Magdi Allam come la Fallaci, a processo per le idee espresse sul «Giornale»


Tutti voi conoscete Magdi Cristiano Allam. Da anni collabora con Il Giornale , dopo essere stato commentatore di La Repubblica e vicedirettore del Corriere della Sera . Il suo impegno civile nella difesa dei valori dell'Occidente è andato oltre il giornalismo, ha attraversato la politica (eurodeputato) e la saggistica. Parliamo di un intellettuale di altissimo livello sul cui capo pende più di una condanna a morte emessa dai capi dei gruppi terroristici islamici di mezzo mondo. Da undici anni vive sotto scorta di primo livello.

Cioè non ha vita normale. La sua colpa? Aver puntato il dito contro i principi illiberali e sanguinari dell'islam, aver messo in guardia l'Occidente da una apertura indiscriminata a un mondo, quello islamico, nel quale i confini tra fede, attività politica e terroristica sono ancora molto, troppo labili. E non ultimo ha la colpa di essersi convertito al cristianesimo. Fu Papa Ratzinger in persona, cosa rarissima, a battezzarlo e cresimarlo come riconoscimento a un uomo che tanto ha dato nella difesa della cristianità.

Ciò che per il Papa teologo sono meriti assoluti, per l'Ordine dei giornalisti italiani sono invece colpe gravissime. Gli articoli che Magdi Cristiano ha scritto su questo giornale - direi delle profezie alla luce di quanto sta accadendo in questi giorni - sono stati considerati dagli zelanti colleghi del nostro gran giurì una «violazione all'obbligo di esercitare la professione con dignità e decoro», che «hanno compromesso la dignità dell'ordine professionale» e «incrinato il rapporto di fiducia tra stampa e lettori». Il capo di accusa è agghiacciante e inedito: islamofobia.

Magdi Cristiano dovrà presentarsi a breve davanti a questo tribunale del popolo e rischia la radiazione su esposto del presidente dell'Associazione degli islamici italiani, il cui avvocato sui loro siti già festeggia la vittoria. Detto che le idee di Magdi Cristiano coincidono con le nostre e io come direttore mi assumo tutta la responsabilità di averle pubblicate. Detto che siamo orgogliosi di avere Magdi tra i nostri collaboratori e che lo invitiamo a continuare la sua battaglia di libertà e giustizia sulle nostre pagine. Detto che se l'Occidente avesse dato retta alle voci disperate di Oriana Fallaci e Magdi Cristiano tante sofferenze sarebbero state risparmiate a noi e ai milioni di schiavi dell'integralismo islamico.

Detto tutto questo mi chiedo come sia possibile che in Italia, nel 2014, un gruppo di giornalisti si permetta di processare le idee di un collega che, per le sue idee, è stato condannato a morte da quello stesso mondo che non essendo riuscito - fino ad ora - ad averne la testa sanguinante oggi ripiega su quella professionale. E noi pronti ad offrirla su un piatto d'argento. Perché ormai siamo servi, vigliacchi e senza spina dorsale, come scriveva Oriana. Ma non tutti. Non Magdi, non noi, non voi lettori de Il Giornale . Le censure e i patiboli non ci hanno mai intimidito. Figuriamoci adesso e su questo tema. L'islam assassino può esserne certo.

L'Ordine dei giornalisti imbavaglia Magdi Allam: "È islamofobo"

Mariateresa Conti - Gio, 28/08/2014 - 11:36

Procedimento disciplinare per Magdi Allam per alcuni pezzi scritti sul "Giornale" tra maggio e novembre del 2011. La colpa? Criticando la religione musulmana ha violato i suoi doveri e la Costituzione italiana. Per sostenerlo vi invitiamo a condividere sui social l'hashtag #iostoconMagdi


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Magdi Cristiano Allam finisce sotto processo. E ad accusarlo non sono gli islamici, che pure gliel'hanno giurata dopo la conversione al cattolicesimo. No, a trascinarlo alla sbarra sono gli italianissimi colleghi dell'Ordine nazionale dei giornalisti, che hanno deciso di sottoporlo a procedimento disciplinare per una serie di articoli pubblicati sul Giornale tra il 22 aprile e il 5 dicembre del 2011. L'accusa? Singolare e unica nel suo genere: «islamofobia».

Cosa aveva scritto Allam, che peraltro nel 2011 era anche eurodeputato, di così grave? Cose tipo «l'Islam ci assedia: abbiamo il dovere di difendere la nostra cultura. Subiamo ogni giorno gli abusi dei predicatori d'odio che si annidano in quasi tutte le 900 moschee italiane» (26 aprile 2011); oppure «Milano si inchina alle moschee ma vieta le chiese» (27 giugno 2011). E ancora, 3 maggio 2011: «Ha ragione il cardinale bolognese Giacomo Biffi quando mi dice che il nostro vero nemico non sono gli islamici bombaroli, ma i cosiddetti islamici moderati che ci impongono moschee e scuole coraniche».

Insomma, quello che da politico e da giornalista ha sempre detto. Eppure il Consiglio di disciplina nazionale dell'Ordine, ribaltando una decisione diametralmente opposta dei colleghi del Lazio che avevano archiviato il ricorso contro Allam presentato dall'associazione Media&diritto hanno deciso che no, quel ricorso va accolto perché «non manifestamente infondato in quanto» negli articoli incriminati «non compaiono valutazioni critiche per fatti di cronaca circostanziati ma affermazioni di carattere generale sulla religione islamica e coloro che la osservano, con una generalizzazione che colpisce anche quanti, moderati, tra i circa due milioni presenti in Italia, rispettano le leggi del Paese che li ospita».

La delibera è dell'1 agosto. «L'incolpato» Allam ha 30 giorni di tempo - dunque deve provvedere entro la prossima settimana - per presentare documenti e memorie difensive. Quindi ci sarà il processo. Allam potrà deporre, difeso da un avvocato patrocinante in Cassazione.Il caso, così come lo ricostruisce l'atto d'accusa, si apre a giugno del 2012, quando l'associazione Media&diritto (che si occupa dei rapporti tra difesa dell'immagine e comunicazione, ndr), patrocinata legalmente dall'avvocato Luca Bauccio, difensore tra l'altro dell'Ucoii, l'Unione delle comunità islamiche d'Italia, presenta un esposto all'Ordine del Lazio contestando una serie di articoli di Magdi Cristiano Allam.

I giornalisti del Lazio chiudono il caso l'11 dicembre del 2013: archiviazione. Ma l'avvocato Bauccio, il 19 febbraio 2014, presenta ricorso. E si arriva così allo scorso 16 luglio, quando il Consiglio di disciplina nazionale si riunisce per esaminare il caso. Nell'atto d'accusa si citano le frasi incriminate di Allam, (nove in tutto) da quella del 22 aprile 2011 («Difendiamo le figlie dei musulmani o saremo complici») a «L'Occidente impari dall'Egitto: con l'Islam non c'è democrazia» (5 dicembre 2011). Quindi la decisione. Magdi Cristiano Allam va sottoposto a procedimento disciplinare.

Gli viene contestato di: «aver pubblicato nel periodo compreso tra il 22 aprile e il 5 dicembre 2011 sul quotidiano Il Giornale articoli caratterizzati da islamofobia, in contrasto con quanto stabilito dalla Costituzione italiana all'articolo 19 1° comma e dalla Carta dei doveri del giornalista»; «di avere violato l'obbligo di esercitare la professione con dignità e decoro»; «di non aver rispettato la propria reputazione e di aver compromesso la dignità dell'Ordine professionale; e «di non avere, in tal modo, rafforzato il rapporto di fiducia tra la stampa e i lettori».

Come andrà il processo si vedrà. Intanto l'avvocato Bauccio, ultrà filopalestinese come si evince dalla sua bacheca Facebook , esulta, l'1 agosto, sul social network, commentando il provvedimento: «È la prima volta che accade in Italia. L'Islamofobia è una vergogna. Si tratta di una accusa e il rispetto nostro è massimo ma oggi non posso che salutare questa decisione con la massima felicità perché è stato affermato un principio degno di un paese civile. E a farlo, non dimentichiamolo, sono stati proprio i giornalisti italiani. Onore a chi fa il proprio dovere, a chi ha il senso della giustizia e del rispetto umano: questo Paese è migliore di come ce lo raccontano».

Dal no al Natale al cibo a scuola: l'Italia si piega ai musulmani

Gabriele Villa - Gio, 28/08/2014 - 08:50

Ormai in Italia ci auto discriminiamo per non dare fastidio agli islamici. Una vera e propria invasione nella nostra vita quotidiana


Persino le bagnine. Dalle forme rotonde o no. Niente. Hanno voluto toglierci, non dico la soddisfazione di farci, eventualmente, salvare da loro ma anche quella di limitarci a guardarle.
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Nel caso meritassero una sbirciatina, ovviamente. Macché. Già, perché in nome dell'islamicamente corretto a Jesolo, spiaggia, peraltro solitamente affollata di bikini e di lati A e B vari, il sindaco Valerio Zoggia, di comune accordo con la Federconsorzi, decise, giusto l'anno scorso, di toglierle di mezzo. Di stabilire che i lifeguards sulla spiaggia fossero soltanto uomini perché, bagnanti e anche venditori abusivi di religione musulmana non se avessero a male. O, peggio, stando alle lamentele della precedente stagione balneare, perché non si mettessero ad insultarle dato che, citiamo testualmente le parole pronunciate allora dal presidente della Federconsorzi Renato Cattai: «Ai loro occhi non godevano della necessaria autorità, perché i musulmani, per la loro cultura, non ascoltano le donne quando danno ordini o anche solo consigli».

Sorprendente no? Anche la discriminazione al contrario sulle bagnine. Come se non bastasse quella lunga lista di auto-limitazioni, che sono state stabilite, per non creare problemi, nelle scuole di ogni ordine e grado, nelle mense, nei luoghi e negli uffici pubblici. Qualche esempio di autocensura di presidi e insegnanti illuminati? Crocifissi tolti in grande quantità, praticamente da Nord a Sud da Est a Ovest di questa nostra Italia, e tante piccole perline di saggezza. Come a Bolzano dove non c'è stata la canzoncina su Gesù per rispetto dei bambini musulmani. Decisione delle insegnanti della scuola materna «Casa del bosco» in vista della recita di Natale, pensando di dare un buon esempio di integrazione in un asilo, quello del quartiere di Oltrisarco, a forte presenza multietnica.

Più o meno ciò che hanno fatto nel Piacentino all'istituto scolastico comprensivo di Monticelli d'Ongina e San Nazzaro (materne e medie) dove è stato deciso di vietare ogni riferimento ai temi religiosi tra le iniziative scolastiche per Natale. E, così dall'oggi al domani, è stato tolto il presepe a 120 bimbi. O a Cardano al Campo, provincia di Varese, dove la dirigente scolastica ha fermamente impedito al parroco del paese di entrare nelle scuole per una benedizione natalizia.

Dai simboli natalizi al cibo «corretto» il passo è breve. E, anche in questo caso, molte sono le città che si sono «adeguate». A Pescara per esempio niente più bistecche di maiale sulle tavole delle mense delle scuole materne, elementari e degli asili nido comunali. Sostituite da pollo, tacchino, coniglio e carne bovina, in modo da coniugare una più corretta educazione alimentare con un menu che si adatta anche alle esigenze degli scolari di religione musulmana. Questa la decisione dell'amministrazione di sinistra.

D'altra parte l'esempio viene dall'alto, dato che non è nemmeno recente la decisione governativa di varare il marchio «Halal», sponsorizzato dai ministeri degli Esteri, dello Sviluppo economico, della Salute e delle Politiche agricole per un made in Italy islamicamente corretto all'insegna del quale esportare nei Paesi musulmani tutte le nostre eccellenze alimentari, tortelloni e lasagne compresi, ma anche i farmaci più avanzati e le migliori specialità cosmetiche. E per rispettare, anche in Italia, le regole coraniche.

Poi c'è l'islamicamente corretto che permette anche di fare affari. Come nel caso di Giorgio Lotta, imprenditore edile di Udine che, vedendo una foto di giovani musulmani in preghiera a Londra, ha inventato il jeans Al Quds, Gerusalemme in Arabo. Prodotto in Pakistan, il jeans Al Quds è così comodo da consentire agevolmente molti piegamenti durante la preghiera e presenta cuciture in filo verde, colore caro all'Islam. Rivolto a giovani di seconda o terza generazione che vogliono essere trendy senza dimenticare le proprie origini, il jeans è diventato un successo mondiale.

Un progetto che non certo fa acqua, in altre parole. E, a proposito di acqua, a Mestre la piscina Bissuola è diventata islamicamente corretta, dato che per alcune domeniche, alla mattina, è stata riservata alle donne anche e soprattutto musulmane con ingresso quindi vietato agli uomini. Sulla scorta del principio che il corpo della donna sarebbe di per sé peccaminoso mentre in Occidente lo si guarda, magari con troppa insistenza, ma come un quadro. Un capolavoro.

Il fortino dei sinti in via Chiesa Rossa Armi e rapine, sono tutti pregiudicati

Corriere della sera

di Cesare Giuzzi

Aperto dal Comune nel 1999, doveva essere il «campo modello». Nell’area attrezzata alla periferia Sud vivono 250 nomadi italiani


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Lasciate ogni speranza, voi che entrate. Anzi, se potete statene alla larga. L’inferno ha questo indirizzo: via della Chiesa Rossa 351. Una stradina asfaltata che corre sulla sinistra del Naviglio, quasi al confine con Valleambrosia e Rozzano. Un recinto di metallo dal quale sbucano poche lussuosissime roulotte e casette prefabbricate negli anni trasformate in ville, con statue da giardino e figure mitologiche.

Nei quattro vialetti che dividono questo enorme rettangolo «urbano» circondato dai campi di mais e frumento, ci sono auto parcheggiate ridotte ormai a scheletri e altre, Bmw e Mercedes, con pochi mesi di vita. Nuove e lussuose. E anche le case nascondono tesori e televisori al plasma dalle dimensioni esagerate, mobili pregiati e un infinito campionario di oggettistica dal dubbio gusto ma dal valore consistente.

Ecco il campo nomadi comunale di via Chiesa Rossa. Gli abitanti sono poco più di 250. Ma i numeri sono «variabili» in barba ai regolamenti comunali e a quei patti per la legalità voluti dal Comune. Perché le famiglie - quasi tutti si chiamano Hudorovich, Braidich e Deragna - sono imparentate tra loro e hanno legami stretti con quelle del campo di via Negrotto. Così succede che chi finisce agli arresti domiciliari possa indicare di volta in volta la dimora in un insediamento piuttosto che nell’altro. Tanto sempre di terra amica si tratta.

Gli assalti agli spedizionieri
Amica per qualcuno e ostile per molti altri. Autotrasportatori, corrieri, rappresentanti di merce preziosa o di alta tecnologia, non importa. Tutti vengono invitati a presentarsi all’anonimo indirizzo di via Chiesa Rossa 351 (indicato da un cartello lungo la strada) e poi finiscono regolarmente minacciati e derubati, se non aggrediti e cacciati a colpi di fucile. Succede spesso, quasi ogni giorno. Tanto che il famigerato «351» è ormai segnalato in tutti gli archivi degli spedizionieri come territorio da evitare, consegna da rifiutare. Il camion resta imprigionato nella via a fondo chiuso che circonda il campo, dalle case escono venti o trenta ragazzini e qualche adulto con i «ferri» in mano: pistole, vecchie doppiette o kalashnikov dell’ex Jugoslavia.

L’autista è messo in fuga con le buone, altrimenti sono pistolettate sparate sull’asfalto accanto ai piedi, come nei cartoni animati sul vecchio West.Se tutto va bene il furgone viene riconsegnato dopo una mezz’ora, svuotato ma salvo. «Tutti i residenti del campo di via Chiesa Rossa 351, maggiorenni o minori, purché di età imputabile, hanno precedenti», recita un recente rapporto delle forze dell’ordine. Tutti, donne e uomini, esclusi i minori di 14 anni che per legge non possono essere accusati di reati. Un record fatto di furti (la stragrande maggioranza), rapine, aggressioni e resistenza a pubblico ufficiale. Non mancano però reati ben più seri, dalle bande di rapinatori (25 arresti nel 2008) al tentato omicidio. L’ultimo caso è della scorsa settimana quando due nomadi di via Chiesa Rossa sono stati arrestati (tre sono ancora ricercati) dopo aver cacciato a pistolettate alcuni africani che si erano accampati nei dintorni.
Difficoltà anche per le forze dell’ordine
Sembrerà assurdo a molti, ma qui anche polizia e carabinieri hanno enormi difficoltà a mettere piede. L’ultimo episodio riguarda una gazzella dei carabinieri presa a sassate. Se arriva una segnalazione la procedura non prevede interventi solitari. Anzi, si entra solo quando si sono radunati almeno quattro equipaggi e solo se strettamente necessario. Spesso il blitz finisce in un nulla di fatto, altre si riesce ad aprire una trattativa con i «leader» del campo: se si è fortunati la refurtiva, il Tir, l’auto o lo scooter, compaiono come per incanto un paio d’ore dopo fuori dalle recinzioni, in un’area comune così da non poter attribuire responsabilità ai singoli.

Entrano con un po’ più di facilità quelli del commissariato competente (Scalo Romana) e della stazione dei carabinieri (Gratosoglio) o alcuni, selezionati, agenti della polizia locale, presenze ormai «tollerate». In questo modo, solo la polizia ha recuperato negli ultimi mesi una cinquantina di ruspe Bobcat rubate dai cantieri. La specialità dei nomadi di Chiesa Rossa. Ma per ottenere risultati servono prove di forza massicce. In un caso, ad esempio, i poliziotti avevano avuto la certezza che nell’area si trovassero delle statue rubate in una villa. Blitz con 150 agenti e statue lasciate, il mattino dopo, fuori dal commissariato di via Chopin: trasportate di peso e riconsegnate.
La truffe ai danni dei mobilieri brianzoli
Dai «cugini» di via Negrotto, quelli di via Chiesa Rossa hanno appreso il gusto per il design. Lo sanno bene i mobilieri della Brianza truffati e rapinati con maxi ordinazioni di arredi di lusso che puntualmente venivano «svaligiati» dai camion. «Noi siamo operai, ci spacchiamo la schiena nei cantieri. Sono tutte bugie», si giustificano gli abitanti. Nel 2009 ad alcuni nomadi vennero sequestrati beni per 2 milioni di euro: una villa con piscina a Dairago e auto di lusso. Il campo è stato creato nel ‘99 per gli sfollati di via Palizzi, via Fattori e Muggiano. Secondo i piani di Palazzo Marino doveva diventare «l’insediamento modello» per Milano. Chissà se la pensano ancora così.

28 agosto 2014 | 09:19

Ecco come smascherare i radical chic 2.0 (in 12 punti)

Francesco Maria Del Vigo

Qualche giorno fa, sul Giornale, ho pubblicato una lista in nove punti sui tic dei radical chic on line. Questa è la versione integrale:


  1. La foto del profilo non è (quasi) mai una loro foto. Sarebbe troppo nazionalpopolare. Mettono solo frammenti di film di qualche regista polacco mai distribuiti fuori dalla circonvallazione di Varsavia. 
  2. Quando scelgono una loro immagine deve essere schermata da almeno cinque o sei filtri, avere delle velleità artistiche e magari ritrarre solo una parte del viso. Espressione sempre preoccupata per i destini del mondo. Il sorriso è bandito come un retaggio del ventennio berlusconiano.
  3. L’oroscopo è un vizio da portinaia. Ma se si tratta di quello di Internazionale no. Lo condividono su tutti i social come se fosse il Vangelo.
  4. Le foto delle vacanze vanno bene solo se si è nel terzo mondo o in un campo profughi. Pose obbligatorie: sguardo corrucciato, camuffati da indigeni e nell’atto di solidarizzare con gli abitanti del luogo. Il colore (degli abitanti del luogo) deve essere intonato alla nuance dei sandali Birkenstock.
  5. Su Twitter parlano tra di loro di cose che capiscono solo loro. Sublimazione del sogno radical chic: l’esposizione mediatica del salotto (ovviamente etnico) di casa propria.
  6. Sì al selfie, ma solo se ha un significato sociale e politico. Possibilmente con un cartello in mano che sostiene la battaglia di qualche gruppo di contadini ugandesi. Ancora meglio se su iniziativa di Repubblica.it.
  7. La Reflex. Più che uno strumento fotografico è un monile, una collana da appendere al collo. Condividono e scattano foto solo con voluminosissime – e costosissime – macchine fotografiche professionali. Preferiscono Flickr a Instagram, troppo plebeo.
  8. Il meteo è il prolungamento della politica coi mezzi della natura. Se piove non è colpa del governo ladro, ma dello scioglimento dei ghiacci dovuto al capitalismo diabolico. Condividere (sui social) per educare.
  9. Il cibo non esiste. Esiste solo il food. Da fotografare e condividere sui social solo a tre condizioni: che sia a km 0 (va bene anche se è stato coltivato nella rotatoria di Piazzale Loreto), etnico o equo e solidale.
  10. La petizione on line è la nuova e comodissima forma di contestazione. Va bene per risolvere tutti i problemi: dal cambio degli stuoini nel condominio (meglio sostituirlo con un piccolo kilim) alla fame nel mondo. Basta un click. Tutto il nécessaire è su Charge.org.
  11. Film, libri, giornali. Tutto in lingua straniera. Molto chic condividere video di serie tv in lingua originale non ancora trasmessi in Italia. Appena oltrepassano le Alpi diventano rigorosamente pacchiane.
  12. Anche Youporn è troppo pop. Forse anche sessista, potrebbe addirittura essere di destra con quello sfondo nero… Meglio ripiegare su siti soft porn o intellettual-erotici. Ammesso anche spulciare tra le pagine osè di Tumblr.

Come sarebbe Facebook senza “Mi piace”?

La Stampa
antonino caffo

Privato del suo tastino magico cosa resta del re dei social network? Ecco l’esperienza di chi ha detto no all’uso del «Like»


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Un solo tasto ha contribuito al suo successo e, nell’immaginario collettivo, ne ha segnato (e di certo ne segnerà) tutta la storia. Il “Like” di Facebook è molto più di una semplice funzione, rappresenta uno stesso modo di vedere il mondo, una condivisione di idee e argomenti, da quelli più banali ai recenti fatti di cronaca. A differenza di Twitter, dove molti tendono a specificare che un singolo retweet non rappresenta l’essere d’accordo o l’appoggiare il post originale (in inglese “endorsement”), su Facebook il pulsante “Mi piace” è invece una chiara approvazione di intenti, in riferimento a foto, video e contenuti testuali.

Ed è proprio ciò che stiamo vivendo negli ultimi giorni con il moltiplicarsi di filmati che riguardano la “Ice Bucket Challenge”, con milioni di “Like” posti sotto i filmati caricati sulla piattaforma; un “Mi piace” che vuol dire: “Bravo, apprezzo il tuo gesto” in favore delle donazioni per la ricerca contro la SLA. Difficile dunque immaginare Facebook senza il suo pollicione blu in alto, privo di un qualsiasi riferimento al successo di un post.

Eppure c’è chi ha pensato di sperimentare il social network sotto questa nuova veste, orfano del “Like”. Lo sviluppatore Adam Powers ha pubblicato “Neutralike”, un plugin per il browser di Google, Chrome, che permette di nascondere qualsiasi riferimento al tasto “Mi piace” all’interno di Facebook. Una volta attivata, la funzione rimuoverà il pulsante e quindi la possibilità di cliccarlo, oltre ad ogni riferimento relativo al suo utilizzo, come il conteggio dei “Mi piace” sotto uno specifico post.

Le uniche due voci a restare intatte saranno la possibilità di fare “Like” sulle pagine pubbliche e il numero di notifiche rosse numeriche che compaiono sulla barra superiore del social network e che indicano, tra l’altro, il numero di “Mi piace” sui propri contenuti (le altre persone potranno sempre cliccare “Mi piace” sui post pubblicati dall’utente che ha disabilitato solo per sé la funzione).
Ma perché si dovrebbe nascondere la funzione “Like”? “L’obiettivo principale era il non voler più cliccare semplicemente un bottone per approvare un contenuto – ha detto Adam Powers ad Atlantic – l’intento è commentare, anche minimamente, un post di interesse”.

La scelta è assolutamente in controtendenza. Diversi studi hanno evidenziato l’importanza del tasto per il social network. Rinunciarvi vorrebbe dire andare contro gli interessi di Mark Zuckerberg, con una scelta che non sarebbe poi così disastrosa, almeno per gli utenti comuni. Secondo Powers infatti, l’assenza del “Mi piace” porterebbe ad un incremento dell’interazione tra gli utenti, che non si limiterebbero più a cliccare un bottone per esprimere il loro apprezzamento ma si vedrebbero costretti a scrivere qualcosa nei commenti del post.

Man mano che l’esperimento procede, il commento positivo diventerebbe poi normale e automatico, almeno quanto l’abbandono del “Like”. È, più o meno, la stessa conclusione a cui è arrivata la giornalista di Medium, Elan Morgan, che ha dichiarato di aver smesso di cliccare “Mi piace” su Facebook già da un po’. “Quando ho eliminato la possibilità di mettere Mi piace sui post dei miei amici (con uno dei tanti plugin atti a farlo) ho cominciato a sentirmi invisibile per il fatto di non poter far vedere alle persone che avevo letto i loro post e mi piacevano. Io leggevo e nessuno sapeva che lo stavo facendo, se non lasciando un commento sotto ai loro post”.

L’esperienza è stata dura ma, a quanto pare, ha rivelato un nuovo modo di vivere la rete: più umana e interattiva. “Sono diventata più presente e coinvolta – ha scritto Morgan – perché ho dovuto usare le mie stesse parole (e non solo il “Like” ndr.) per lasciare il segno”. Via libera a commenti più frequenti, dibattiti con gli amici e un “news feed” molto più vivo e dinamico di prima. Basterebbe quindi togliere il “Like” per rendere Facebook un posto migliore? Probabilmente no, e non solo perché il sito vive (e tanto) grazie all’eco digitale che ne fanno i vari pulsantini sparsi per siti web e blog. “Ma c’è la possibilità che l’umanità e l’amore che le persone pensano siano svaniti, a causa di un algoritmo inanimato che gestisce i post, possano tornare in luce se si vuole un’esperienza sociale rinnovata” – conclude Morgan.

È ciò che Adam Powers considera una rivoluzione: “Questo è solo l’inizio. Una volta che avrò imparato ad usare meglio il linguaggio javascript, realizzerò un metodo per bloccare tutte le notifiche che riguardano i like, visto che è questa la fonte principale di ciò che io chiamo dopamina oscura”. Liberare il social network dal tastino potrebbe rendere i suoi iscritti più rilassati, senza l’ansia continua di controllare quanti “Mi piace” hanno avuto i post, le foto al mare o i video delle secchiate gelate. Facebook senza “Mi piace” è possibile e non è detto che sia poi così male. Spiegatelo però a Mr. Zuckerberg.

Il padre del presunto boia di Foley a processo per attacchi ad ambasciate Usa

Libero

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Buon sangue non mente. Il padre di Abdel-Majed Abdel Bary, il presunto killer di James Foley, è detenuto in un carcere di massima sicurezza a New York in attesa di essere processato per gli attentati terroristici del 1998 contro ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania. Adel Abdel Bary, genitore del 23enne rapper londinese fuggito in Siria per unirsi ai combattenti di Isis, è stato infatti estradato dalla Gran Bretagna verso gli Stati Uniti nel 2012, insieme all'imam Abu Hamza al-Masri, condannato quest'anno da un'altra sentenza di un tribunale di New York. Ora deve rispondere dell'accusa di omicidio assieme ad altri due coimputati estradati da Libia e Regno Unito.

Il precedente - Come riporta The Independent, l'avvocato di Manhattan Preet Bahrara ha dichiarato che Adel Abdel Bary e i suoi due coimputati erano, nel momento in cui sono stati estradati negli Usa, "al centro nevralgico delle azioni terroristiche di Al-Qaeda". Le impronte digitali del padre del presunto killer di James Foley sarebbero state rintracciate sul luogo da cui era stato inviato un fax di minacce rivolte alle ambasciate americane poi colpite dagli attentati terroristici del 1998. Adel Abdel Bary, nato in Egitto nel 1960, ha ricevuto asilo dalla Gran Bretagna sin dal 1993. L'estradizione dall'altra sponda dell'Atlantico, però, è arrivata solo quattordici anni dopo quegli attacchi. Ed ora dopo di lui tocca al figlio essere in cima alla lista dei più ricercati del mondo

L'Imam Bilal Bosnic: "Giusto rapire le due italiane"

Libero

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"Giusto rapire le due italiane in Siria". Parola di Imam. Bilal Bosnic è un imam, jihadista, convinto sostenitore dello Stato dell’Islam, un predicatore che porta la parola di Allah nel Nord Italia. Tra le sue tappe nel nostro Paese ci sarebbe stata anche quella di Bergamo. Intervistato dal Corriere, Bosnic afferma con aria di sfida che è legittimo il rapimento di Vanessa Marzullo e Greta Ramelli. "Credo non sia giusto per nessuno che viene dall’Occidente interferire con i problemi interni islamici. Noi non interferiamo con i politici occidentali. Rapire è una pratica giustificata, è una cosa comune per un nemico durante la jihad e qualsiasi altra guerra. Le due ragazze hanno interferito".

L'attacco - L'imam estremista è quindi convinto che le due ragazze "interferivano", come chiunque arrivi dall'Occidente. Non solo: per il predicatore jihadista "rapire è una pratica giustificata, una cosa comune per un nemico durante la jihad e qualsiasi altra guerra". Poi l'Imam sulla Parole che non devono stupire. Sulla sua pagina Facebook Bosnic, fin dal 7 luglio, aveva postato il sermone del Califfo, Abu Bakr al Baghdadi da Mosul, dove ha cacciato i cristiani, con il seguente commento: "Quest'uomo verrà ricordato per secoli (…) Allah continui a ricompensarlo per i suoi meriti". Soprattutto per aver seminato terrore in Occidente e aver ordinato, probabilmente, la decapitazione di un giornalista che faceva il suo lavoro.

Dovunque sei, dovunque vai, “SkyLock” lo sa. Ecco il sistema per pedinare tutti i cellulari

La Stampa
paolo mastrolilli

L’Nsa non è sola: l’inchiesta del Washington Post sui programmi a basso costo per seguire le persone attraverso i loro telefoni

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Chiunque abbia un cellulare può essere pedinato. Ce lo aspettavamo, ad esempio vedendo lo smartphone che domanda il permesso di usare la nostra posizione, quando gli chiediamo di trovare una strada, un monumento o un ristorante. Ora però ne abbiamo la certezza, grazie al Washington Post, che ha rivelato l’esistenza di programmi costruiti apposta per seguire le persone attraverso i loro telefoni, venduti a chiunque nel mondo da compagnie specializzate nella sicurezza.

La curiosità è venuta al giornale quando un suo reporter si è imbattuto nella brochure commerciale di 24 pagine distribuita ai clienti dalla Verint, una compagnia con base a Melville, New York, ma con forti interessi anche in Israele. L’opuscolo era datato gennaio 2013, si intitolava «Locate. Track. Manipulate», ossia localizza, segui e manipola, ed era etichettato come «Commercially Confidential».

Che cosa offriva, di tanto confidenziale? «Un nuovo approccio economico per ottenere informazioni globali sulla posizione di obiettivi noti». In altre parole, la possibilità di sapere in ogni momento dove è stato e dove si trova un target. Lo strumento vantava una percentuale di successo del 70%, e veniva venduto a chiunque: governi, aziende, gruppi e individui. Anche una formazione terroristica, in teoria, o una banda mafiosa. I clienti infatti erano «Diecimila organizzazioni in 180 Paesi», cioè ovunque.

Il servizio, che non è l’unico del genere esistente, si chiama «SkyLock» e funziona sfruttando il network globale SS7, ossia quello usato dalle compagnie di cellulari per comunicare tra di loro, quando devono passarsi telefonate, messaggi e dati Internet. Se un utente vuole chiamarne un altro, deve essere raggiungibile. Questo, però, consente anche di stabilire con grande precisione dove si trova, facendo riferimento alla torre di comunicazione a cui è agganciato. Dunque basta digitare nel computer il numero desiderato, e in breve compaiono le informazioni sulla posizione attuale, e anche quelle degli ultimi giorni.

Le agenzie di intelligence usano da sempre questo sistema per pedinare i loro obiettivi, ma la scoperta del Washington Post dimostra che la stessa tecnologia viene offerta a buon prezzo da aziende private a chiunque la voglia acquistare. SkyLock e simili, così, sono finiti nelle mani di governi più poveri e meno sviluppati, ma anche di gruppi ed individui difficili da controllare, per seguire ogni passo che facciamo.

Kyenge parla a Cantù, la Lega esce Nuovi attacchi dei leghisti veneti

La Stampa
29/07/2013

Il Carroccio esce dall’aula all’arrivo del ministro. E l’assessore Draghi di Montagnana la paragona a un gorilla Il ministro: «La libertà è sacra»


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Non si fermano in Veneto gli attacchi della Lega al ministro per l’integrazione Cecile Kyenge. Dopo le esternazioni dell’assessore veneto Daniele Stival, criticato dal presidente Luca Zaia, e della consigliera di quartiere padovana Dolores Valandro, condannata per le sue frasi choc a un anno e un mese con la sospensione della pena, tocca ora all’assessore alla sicurezza di Montagnana e consigliere provinciale, Andrea Draghi. Lo denuncia una deputata del Pd, Giulia Narduolo, diffondendo la foto del post di qualche giorno fa sulla pagina Facebook, in cui l’esponente del Carroccio paragona l’esponente del governo ad un gorilla, copiando lo slogan di una pubblicità televisiva.

E in serata, a Cantù, esponenti leghisti hanno inscenato una nuova protesta contro il ministro Kyenge,ospite di una seduta del Consiglio comunale su invito del sindaco Claudio Bizzozero. Prima che il ministro fosse accolto nell’aula, i due consiglieri della Lega Nord Alessandro Brianza e Edgardo Arosio, con l’ex leghista Giorgio Masocco, sono usciti. Ai giornalisti i consiglieri hanno spiegato di non aver ottenuto il diritto di replica a quello che avrebbe detto Kyenge.

Insulti e attacchi non intaccano la determinazione del ministro che a chi gli ha chiesto se abbia mai pensato di lasciare l’ incarico ha risposto: «Neanche un secondo». E ha aggiunto serafica: «La libertà è sacra, ritengo che ognuno sia libero di poter scegliere il modo di comportarsi». «Sono andata in Comune - ha spiegato - una Istituzione. E in quanto Istituzione sono andata anche per salutare il sindaco, la Giunta, i consiglieri, tutto il Comune per ringraziare per l’accoglienza di tutta Cantù».
Le provocazioni di oggi si aggiungono alla denuncia per diffamazione da parte della Digos di Verona di un uomo di 61 anni che sul medesimo social network ha insultato la «ministra negra», domenica nel veronese, aggiungendo la minaccia di far uso delle armi contro di lei.

Agli investigatori si è giustificato dicendo di essersi sfogato scompostamente per un furto subito nella sua abitazione ad opera di extracomunitari. L’assessore Draghi per ora tace. Il suo cellulare risulta staccato: «È all’estero» spiega laconicamente il sindaco e collega di partito, Loredana Borghesan, a cui è stato chiesto di ritirare le deleghe. «È partito ieri - aggiunge - . Appena riuscirò a sentirlo chiarirò la questione con lui». A prendere immediatamente le distanze da Draghi e il governatore Zaia. «Un atto che, se confermato - taglia corto -, è da condannare senza se e senza nella maniera più assoluta. Questo signore si scusi e tolga la foto dal suo profilo. Il partito prenda immediatamente le distanze e i provvedimenti del caso». Dello stesso avviso il segretario padovano del Carroccio, Roberto Marcato.

«Sono davvero stanco di questi leghisti da Facebook che stanno vanificando il lavoro che sta facendo il nostro segretario Roberto Maroni e le nostre battaglie. La condanna - sentenzia - è senza attenuanti». «Sono insulti razzisti inaccettabili, espressioni di inciviltà lontani anni luce dallo spirito di accoglienza della nostra regione - bolla la questione il deputato Udc Antonio De Poli -. Queste affermazioni lasciano esterrefatti. La Lega continua a danneggiare l’immagine del Veneto». 

Mollatela con venti negri” Bufera sul consigliere di Sel

La Stampa
20/07/2013

Insulti su Facebook alla Valandro, condannata per le frasi razziste La condanna della Boldrini: «Il pregiudizio non ha colore»


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«Sarebbe da mollare in un recinto con una ventina di negri assatanati...». La frase, scritta su Facebook dal consigliere di Cavarzere, Angelo Garbin (Sel) e rivolta alla consigliera di quartiere padovana, Dolores Valandro (Lega), nota alle cronache per l’altra `celebre´ frase nei confronti del ministro Kyenge: «Ma mai nessuno che se la stupri..», fa insorgere la Lega e precipita Sel nella bufera. «Offendere i leghisti si può - attacca il leader del Carroccio Roberto Maroni - ecco la solita doppia morale della sinistra boldrinian-vendoliana e di certi giornalisti».

Il presidente della Camera Laura Boldrini, però, smentisce l’accusa di Maroni, riservando un duro affondo a Garbin. Invita a censurare quanto scritto su Fb e spiega come sia un fatto ancora più grave visto che arriva dall’ esponente di un partito che ha sempre fatto della lotta al razzismo la sua bandiera. E mentre la sezione di Venezia di Sel avvia la procedura di espulsione del consigliere, Nichi Vendola spara a zero contro di lui, ma risponde per le rime anche al governatore della Lombardia: «Caro Maroni - osserva - noi non perdoniamo a nessuno le volgarità razziste e sessiste. Voi invece con quelle ci costruite la politica e le vostre carriere..».

A sollecitare l’intervento della Boldrini sono le parlamentari del Carroccio Emanuela Munerato e Raffaella Bellot che denunciano «il silenzio assordante» della presidente di Montecitorio. Che invece nel giro di poco fa sentire la propria voce: «Vanno censurate nel modo più netto le parole volgari con le quali un consigliere Sel del Comune di Cavarzere si è rivolto all’esponente leghista Valandro», afferma Boldrini. «Il pregiudizio non ha colore - aggiunge - come non lo ha il più squallido maschilismo, tanto più insopportabili quando provengono da forze politiche che delle questioni di genere e della lotta al razzismo fanno una loro bandiera”.

La Lega Nord, subito dopo la pubblicazione su Fb della frase incriminata, reagisce come parte lesa. Benchè anche il Carroccio avesse espulso Dolores Valandro per l’offesa a Kyenge, i leghisti chiedono a Sel di prendere immediatamente le distanze dal proprio esponente. E a dare il via al fuoco di fila della Lega è il capogruppo al Senato Massimo Bitonci che mette in guardia dall’usare due pesi e due misure tra Garbin e la Valandro («No a trattamenti differenziati nei confronti di un esponente di sinistra»).

Per l’ex leghista, infatti, la magistratura era stata piuttosto rapida: il `post´ contro Kyenge è del 13 giugno, e il 17 luglio la donna si trova già davanti al Tribunale di Padova che la condanna in primo grado ad un anno e un mese (pena sospesa) per istigazione a commettere atti di violenza sessuale per motivi razziali. Il partito di Maroni chiede uguale solerzia contro il consigliere di Sel. La frase dei ’’20 negri» viene cancellata dal profilo Facebook, ma al momento non risulta che Garbin, noto come `El Maestron´, si sia scusato. La maggioranza di centrosinistra a Cavarzere approva un ordine del giorno che condanna la violenza verbale sulle donne e il razzismo.

Ma tutto finisce lì. Bitonci annuncia una querela per istigazione allo stupro. E minaccia di denunciarlo anche la Valandro. Da Sel, intanto, arriva la prima censura da Alessandro Zan che chiede le dimissioni di Garbin: «Le dichiarazioni rivolte a Dolores Valandro sono inaccettabili. All’ inaudita e colpevole violenza espressa dalla Valandro verso Kyenge il consigliere di Cavarzere risponde con altrettanta violenza. Non si può essere complici della degenerazione del confronto politico». 

Cent’anni fa l’estinzione del piccione migratore

La Stampa

L’associazione “Defenders of Wildlife”: «All’epoca dello sbarco dei coloni europei in America, il piccione migratore era considerato l’uccello con la popolazione più numerosa al mondo»

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Cento anni fa, il primo settembre 1914, moriva Martha, ultimo esemplare di piccione migratore, mettendo fine ad una specie di uccello un tempo molto diffuso in Nord America, con una popolazione di circa 5 miliardi di uccelli. Nel centenario della sua scomparsa l’associazione Usa “Defenders of Wildlife”, invita i politici statunitensi a difendere l’Endangered Species Act, una legge del 1973 volta a proteggere le specie a rischio.

Martha, morta nello zoo di Cincinnati, era l’ultimo esemplare di una specie decimata fino all’estinzione dalla caccia eccessiva e dalla progressiva distruzione degli habitat. Cause che ancora oggi minacciano la fauna selvatica. Il declino è iniziato nel 1800 e si è accentuato tra il 1870 e il 1890. Le carni delicate hanno reso la colomba migratrice una preda ambita dai cacciatori, ma a portarla all’estinzione sono stati anche i disboscamenti, la distruzione delle colonie da parte dell’uomo e alcuni eventi estremi, come la tempesta di grandine che nel 1881 sterminò la colonia del Michigan.

Circa 60 anni dopo l’estinzione dei piccioni migratori, il Congresso americano fece un passo decisivo affinché fossero evitate in futuro tragedie simili emanando l’Endangered Species Act per salvare piante e animali dall’estinzione. Ma oggi parti importanti di questa legge - afferma l’associazione - sono a rischio. All’epoca dello sbarco dei coloni europei in America, il piccione migratore era considerato l’uccello con la popolazione più numerosa al mondo. Diverse testimonianze raccontano che gli stormi durante le migrazioni addirittura «oscurassero il cielo».

(Fonte: Ansa)

I bisogni del figlio minore prevalgono sull’accordo divorzile

La Stampa

In tema di divorzio, anche quando sia stata prevista, sulla base di un accordo della parti, la corresponsione dell’assegno in unica soluzione, tale regime può essere modificato, quando intervengano bisogni economici riferibili al figlio minore. In tal caso potrà essere richiesta l’erogazione di un contributo mensile ulteriore. Lo afferma la Cassazione nell'ordinanza 13424/14.

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Il Tribunale di Bari accoglieva l’istanza di corresponsione di un assegno mensile di 200 euro in favore della figlia minore. Avverso tale decisione proponeva reclamo il padre, sostenendo l’illegittima imposizione dell’assegno sulla base della previsione contenuta nella sentenza di divorzio; che aveva disposto l’erogazione della somma pari a 100.000 in favore della ex moglie, per l’acquisto di una abitazione, e altri 50.000 euro da destinare all’esigenze di vita della donna stessa e della figlia.

La Corte di appello rigettava il reclamo, rilevando che l’acquisto dell’abitazione aveva comportato un spesa di 145.000 euro, sicché il residuo di 5.000 euro era da ritenersi una disponibilità insufficiente alle esigenze di mantenimento della figlia minore. Il Giudice territoriale riteneva, inoltre, equamente commisurata la somma di 200 euro mensili, tenuto conto del reddito dello stesso padre. Ricorreva quindi in Cassazione l’uomo deducendo l’omessa motivazione e la violazione di norme di legge.

Nel caso di specie, la Corte Suprema decide di non adeguarsi alla propria giurisprudenza, mutando orientamento. Con la sentenza n. 126/2001 la Corte aveva escluso la sopravvivenza, in capo al coniuge beneficiario, di qualsiasi ulteriore diritti a contenuto patrimoniale o meno, quando fosse stata prevista con sentenza la corresponsione dell’assegno divorzile in unica soluzione, su accordo delle parti. La Corte precisava che nessuna ulteriore prestazione poteva essere richiesta, neppure per il peggioramento delle condizioni economiche dell’assegnatario o per la sopravvenienza di giustificati motivi.

La Cassazione disattende tale orientamento ricordando che il figlio minore non partecipa all’accordo e il suo interesse patrimoniale deve tenersi distinto rispetto a quello dei genitori. È necessario perciò riconoscere a favore del figlio minore un contributo al suo mantenimento, da parte di entrambi i genitori, idoneo al soddisfacimento delle proprie esigenze. Sicché, la corresponsione dell’assegno divorzile in unica soluzione non pregiudica la possibilità di richiedere, ex art. 9 l. n. 898/1970, la modifica delle condizioni economiche del divorzio per fatti intervenuti, come nel caso in esame, successivamente alla sentenza di divorzio. Per i suddetti motivi, la Corte rigetta il ricorso.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it



Ansia da separazione nei bambini: quando preoccuparsi?

La Stampa


Valentina NappoL'ansia da separazione è una fase normale e transitoria dello sviluppo del bambino che può, in alcuni casi, aggravarsi e protrarsi in età adulta. Come intervenire?
Articolo a cura di Dr.ssa Valentina Nappo.  Pubblicato il 01/08/2014, cliccato 3029 volte.

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L’ansia da separazione è la reazione di spavento e di protesta che il bambino manifesta quando le sue principali figure di accudimento, specie la madre, si allontanano da lui o quando è in presenza di figure non familiari. Compare in genere intorno agli otto mesi di vita e talora può esprimersi anche con una crisi di pianto disperato, che si calma solo quando il piccolo viene rassicurato dalla presenza di chi normalmente si occupa di lui.

Si tratta di un’importante e normale fase dello sviluppo sia intellettivo sia sociale del bambino, che testimonia come egli abbia imparato a riconoscere chi si occupa di lui, come abbia stabilito con il caregiver (“colui che dà cure”) un legame di attaccamento e come percepisca in sua assenza un pericolo. Lo psicoanalista austriaco Renè Spitz ha descritto lo stadio in cui si manifesta l’angoscia dell’estraneo o angoscia dell’ottavo mese, in cui il bambino impara a differenziare fra i vari volti umani e a reagire positivamente a quelli a lui familiari e negativamente a quelli a lui estranei. Si tratta di un’importante conquista sul piano dello sviluppo delle sue capacità sociali e relazionali e, come tale, è un passaggio obbligato ma transitorio.
Cos’è che spaventa veramente il bambino?
Intorno agli 8 mesi, il piccolo non ha ancora una matura comprensione e consapevolezza delle dimensioni spazio e tempo, per cui se la mamma non è fisicamente presente per lui è come se fosse sparita per sempre e pensa che non tornerà più. In genere, l’ansia si intensifica intorno ai 13-18 mesi di vita per poi ridursi progressivamente tra i 3 e i 5 anni.
Cosa possono fare i genitori?
Per i genitori, non è sempre facile resistere e rimanere tranquilli di fronte al pianto disperato di un figlio e alle sue continue richieste di attenzioni. È naturale che il bambino chiederà di non essere lasciato solo, di poter dormire ancora con loro, di non andare a scuola, ma è questo il momento in cui mamma e papà devono cominciare a dare le prime regole, in maniera chiara e coerente. Tale separazione richiede una sorta di “svezzamento”, è un passaggio e come tale non può avvenire in maniera brusca, ma deve essere graduale e fatto con tanto amore, pazienza e comprensione.

I genitori devono “accompagnare” il proprio piccolo per favorire l’acquisizione di nuove abitudini e il superamento di questa fase transitoria della crescita.

È un momento delicato per tutti, specie per la madre, che deve imparare a contenere le proprie emozioni, come il senso di colpa, la preoccupazione, ecc. ed evitare quei comportamenti che possano "trattenere" il figlio e bloccarlo nelle sue esplorazioni. I bambini sono, infatti, delle "spugne emotive”, nel senso che colgono immediatamente le emozioni in circolo in una famiglia e le assorbono, per cui sentiranno subito se la mamma è spaventata dalla separazione e ne saranno a loro volta spaventati. Il messaggio implicito è che separarsi è veramente pericoloso e questo complica inevitabilmente il distacco.

Prima di allontanarsi, è bene che i genitori lo preparino alla separazione salutandolo con un sorriso e rassicurandolo sul fatto che non vanno via per sempre, ma che ritorneranno. Vanno categoricamente evitate le sparizioni improvvise: i bambini hanno bisogno di fidarsi delle figure di riferimento, di sapere che possono contare su persone responsabili e affidabili, che se promettono poi mantengono le promesse, mentre un adulto che scompare di nascosto lo spaventa e lo rende insicuro. Le reazioni di protesta o di tristezza alla separazione vanno rispettate e non svalutate: il bambino va riconosciuto nel suo dolore e deve essere calmato, non rimproverato o, peggio ancora, schernito con frasi del tipo “ormai sei grande, non devi piangere”.

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Anche fare promesse che poi non saranno mantenute, mentire sul proprio ritorno immediato o garantirgli una ricompensa non sono utili al suo benessere. Non è così che va consolato un bambino. Il figlio può essere tranquillizzato in tanti modi, ad esempio con un abbraccio e, dopo i 4 anni, con una spiegazione che egli possa comprendere, del tipo “adesso mamma e papà devono andare a lavoro ma torneranno a casa dopo pranzo e poi giocherete tutti insieme”.

Un altro momento della giornata che può essere motivo di ansia e di preoccupazione è quello che precede l’addormentamento: anche in questo passaggio, egli deve essere “accompagnato” e con dolcezza è importante che comprenda che il suo posto non è nel lettone fra i genitori, ma che dispone di un lettino e di una cameretta tutti suoi e che è bello poter avere degli spazi propri. Non accondiscendere, dunque, quando chiede di dormire ancora fra mamma e papà: raccontare una favola, cantare la ninna nanna, dare il bacio della buona notte hanno un notevole effetto calmante per il bambino e lo aiutano ad addormentarsi in maniera serena.
Quand’è che si parla di Disturbo di ansia da separazione?
Quando i comuni indicatori dell’ansia da separazione perdurano oltre l’età in cui la loro presenza è ritenuta normale, la loro intensità è eccessiva e causa al bambino un disagio significativo o compromissione del funzionamento sociale, scolastico o di altre aree importanti (DSM IV - TR), si è in presenza di un quadro clinico specifico, noto come Disturbo di ansia da separazione. In questo caso, l’ansia del bambino all’allontanamento della madre non solo è esagerata, ma è anche inappropriata rispetto all’età e richiede l’intervento di uno specialista.

I principali sintomi sono:
  • eccessiva angoscia quando i genitori sono fisicamente lontani,
  • preoccupazione che possa accadere qualcosa di terribile ai familiari,
  • timori insoliti e a volte bizzarri di essere rapiti da sconosciuti o da fantasmi o alieni che sono nascosti nella sua stanza,
  • paura di perdersi,
  • rifiuto di andare a scuola o in altri luoghi lontani da casa,
  • comparsa di malessere fisico, come mal di stomaco, mal di testa, sintomi influenzali, ecc. alla minaccia di una separazione,
  • paura del buio, disturbi del sonno e incubi frequenti sul distacco dai familiari.
È sufficiente che siano presenti in un mese solo 3 dei sintomi sopra elencati ad insorgenza entro i 18 anni di età per fare una diagnosi di disturbo di ansia da separazione. Si tratta di bambini che si lamentano spesso accusando i genitori di non amarli e che non si interessano alle normali attività ludiche dell’età: la loro attenzione, infatti, è rivolta in modo anormale alle cose degli adulti. In tal modo, cercano di richiamarne l’attenzione e di controllare che i genitori non si allontanino da loro.
Come poter intervenire in questi casi?
In un'ottica bio-psico-sociale, il disturbo può anche essere legato a fattori genetici, ad esempio ad un temperamento inibito che renderebbe il bambino più ansioso e dipendente dalla madre, e ad accadimenti di vita negativi e stressanti vissuti durante l'età infantile. Tuttavia, è bene considerare che le famiglie hanno sempre delle responsabilità: genitori iperprotettivi, ansiosi, irrisolti, ossessivi, amplificano il disagio del bambino e ne aumentano i livelli di ansia.

Il disturbo, se non risolto, può protrarsi in età adulta e manifestarsi in una forma diversa, ad es. attraverso un disturbo da attacchi di panico, agorafobia, ansia generalizzata, ecc. Il tipo di trattamento va scelto a seconda dell'età del soggetto: in età adulta, l'intervento elettivo è la psicoterapia individuale; nel caso dei bambini, invece, è bene lavorare con tutta la famiglia, sia per sostenere i genitori sia per comprendere qual è il significato che il disagio del piccolo assume nel suo ambiente di vita.

Zara, la maglietta con la stella di David indigna Israele

Libero

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La firma di abbigliamento Zara sprofonda nello scandalo a seguito della pubblicazione di una maglietta con la stella a sei punte, storico simbolo di Israele utilizzato sotto il controllo nazista come segno di discriminazione per identificare gli ebrei nelle città.

La t-shirt - Prodotta negli stabilimenti turchi, la t-shirt con la stella è stata idealizzata e messa in produzione per la linea Kids (bambini) con l'intezione di riprodurre la stella che utlizzavano gli sceriffi nel Far west. L'effetto prodotto è stato però l'opposto. I reduci dell'Olocausto e chi si impegna perché la Shoa sia un monito contro i crimini nazifasciti non hanno apprezzato molto il messaggio di Zara, ricordando i tragici momenti in cui dovevano indossarla obbligatoriamente, per essere indentificati dalle SS.

@eylanezekiel We honestly apologize, it was inspired by the sheriff’s stars from the Classic Western films and is no longer in our stores
— ZARA (@ZARA) 27 Agosto 2014
Le reazioni e le scuse - Un curioso particolare: secondo Jewishpress, noto quotidiano israeliano, l'indumento sarebbe stato messo in vendita solo negli outlet di Israele. Insistendo sulla polemica l'organizzazione The Israel Project sulle colonne del suo sito ha replicato con un corposo articolo: "Incredibile iniziativa di pessimo gusto" perché, come molti si sono subito chiesti, "ci sono degli sceriffi che popolano Israele?". 'La stella appartiene alla bandiera, neanche le divise armate la includono, perché dovrebbe essere raffigurata su indumenti per civili?' E' la sintesi del commento di Israel Project. Zara, tramite il designer Elyan Ezekiel, ha prontamente risposto ai commenti negativi dei follower su Twitter: "Porgiamo le nostre più oneste scuse, è ispirata alla stella utilizzata dagli sceriffi nei film Western. Verrà ritirata dai no

Il camion dei rifiuti stava per portarlo via quando...

Il Mattino

Guardate la galleria di foto che vi proponiamo. Racconta molto meglio di qualsiasi articolo ricco di particolari, la storia di un cucciolo gettato tra i rifiuti senza nessuna pietà. Infilato in un sacco nero e mollato nell'immondizia. Ridotto da far paura, ma ancora vivo. Solo grazie alla prontezza di riflessi di un netturbino il cane è stato strappato alle lamiere trinciatutto del camion. E' accaduto in America. I tredici scatti mostrano il miracolo: il ritorno alla vita. Fino all'adozione.

Per il cucciolo americano, un lieto fine che forse qualcuno di voi avrà già letto. Ma che aiuta a ricordare l'assordante silenzio degli innocenti. Anche in casa nostra, all'ombra del Vesuvio... Un pensiero per Masaniello, il pit ucciso a colpi di pistola da una guardia giurata a Frattamaggiore, per Spike, bruciato vivo a Pozzuoli e per Angel scaraventato giù da un palazzo a Casaluce.




martedì 26 agosto 2014 - 17:51   Ultimo agg.: 18:46

Napoli. Donna ai domiciliari va a gettare i rifiuti. La cassazione: è evasione

Il Mattino

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Uscire di casa mentre si è agli arresti domiciliari anche solo per andare a buttare la spazzatura è evasione. Nel giudicare il ricorso di una donna della provincia di Napoli, la Cassazione ribadisce la linea dura e sottolinea, come nel caso dei ristretti ai domiciliari «ogni allontanamento, ancorché limitato nel tempo e nello spazio» costituisca reato. Secondo quanto viene ricostruito nella sentenza numero 36123 della sesta sezione penale, la donna era stata sorpresa fuori casa dai poliziotti che erano andati a controllarla, anche se in pigiama e pantofole. Nel ricorso l'avvocato dell'imputata aveva sostenuto come dall'abbigliamento dell'imputata fosse evidente che non volesse allontanarsi, ma solo «tutelare il proprio diritti a vivere in un ambiente libero dai rifiuti».

La Cassazione sottolinea invece come la legge a tal proposito sia chiara e non ammetta ignoranza: il divieto di uscire dall'abitazione, salvo autorizzazione, costituisce un divieto «assai semplice» e «di comune cognizione». Tra l'altro la Corte ricorda come chi si trova ai domiciliari abbia la possibilità di chiedere al giudice la specifica autorizzazione ad allontanarsi dalla propria abitazione per provvedere alle indispensabili esigenze di vita, cosa che in questo caso non era stata fatta.

martedì 26 agosto 2014 - 16:35   Ultimo agg.: 16:36

Meglio in galera che con mia moglie». Finito ai domiciliari preferisce il carcere al suo appartamento

Il Messaggero
di Davide Gambardella

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Meglio in galera che in casa con la moglie. Agli arresti domiciliari, stanco ormai delle continue liti con la consorte, un pregiudicato di 37 anni di Tor Bella Monaca ha preferito chiedere il trasferimento in una cella del carcere romano di Regina Coeli. Al “gabbio” si starebbe meglio, a suo dire: «Mettetemi dentro, altrimenti con quella finisce male», avrebbe detto agli agenti di polizia.

STRESSATO L’incredibile richiesta è arrivata al commissariato Nuovo Casilino ieri mattina dopo poco più di due mesi di custodia tra le mura domestiche e dopo l’ennesimo litigio con la moglie, uno dei tanti a cui gli stessi poliziotti avevano cercato di mettere pace durante i controlli giornalieri. E così, davanti all’insistenza del 37enne e a un reale rischio che quei diverbi prima o poi potessero degenerare in violenza, il giudice ha deciso di accontentare l’uomo, tramutando la misura restrittiva.

Del resto, nel quartiere, che il menage tra i due non fosse tutto rose e fiori era risaputo. Tra le palazzine popolari tutte uguali, in largo Ferruccio Mengaroni, in molti erano a conoscenza di quei battibecchi, spesso accesi. E c’è chi la storia la riassume così: lei, stanca ormai di dover provvedere a tutto, continuava a offendere lui, condannato a starsene tra le quattro mura. E lui, ferito nell’orgoglio e stressato, alla fine, ha chiesto ai giudici di stare il più lontano possibile da lei: persino in carcere sarebbe stato meglio. «Se la prende con me perché non posso più portare i soldi a casa», avrebbe poi raccontato ai poliziotti.

«CAMBIO VITA»
Alla tentazione di evadere dai domiciliari, d’altronde, il 37enne, padre di tre figli, ha resisto, ben sapendo di finire per cacciarsi in guai ancora più grossi, incasellando un ulteriore reato, e così ha preferito confidarsi con gli agenti e sperare nella comprensione del giudice. Nell’ultimo periodo, prima di essere chiamato a scontare errori “di gioventù”, poi, il 37enne aveva provato a dare una svolta alla sua vita, cercando di mettere su un’autorimessa assieme al padre.Un’attività pulita, dignitosa, per poter garantire un po’ di stabilità al suo nucleo familiare. Ma la legge, inesorabilmente, gli ha presentato il conto di una serie di piccoli reati che aveva commesso in precedenza: un anno e un mese, pena da scontare ai domiciliari. Una mattina di inizio giugno, dunque, gli viene notificato il provvedimento che lo condanna a stare in casa. Altro che galera: la sua vita, ha raccontato ai poliziotti, col passare dei giorni si è tramutata in un inferno, tra continue accuse, liti sempre più animate, veri e propri attestati di disistima davanti ai figli minorenni.

IL PROVVEDIMENTO Troppi, davvero troppi altri otto mesi da scontare ancora rinchiuso in casa a quelle condizioni, con una moglie sempre pronta a sgranargli un rosario di reprimende. Così il giudice ha accolto la richiesta del pregiudicato, decidendo di fargli scontare il resto della pena dietro le sbarre. Come desiderava.


Mercoledì 27 Agosto 2014 - 09:09

Catania, medico lavora 15 giorni in 9 anni all'ospedale. L'Asl: ha rispettato la legge

Il Messaggero


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Quindici giorni di lavoro in 9 anni: sarebbe il 'record' di presenze di un medico del pronto soccorso dell'ospedale di Giarre che assunto nel 2005 sarebbe stato nel reparto del 'Sant'Isidoro' poco più di due settimane. L'episodio, secondo quanto rivela il quotidiano La Sicilia, sarebbe al centro di accertamenti interni avviati dall'Asp3 di Catania dopo le segnalazioni giunte dall'ospedale. La vicenda ha trovato conferme ai vertici dell'Azienda sanitaria provinciale, che sta 'monitorando' altri casi analoghi.

Il medico, che vive a Messina, sua città d'origine, secondo quanto ricostruito dal quotidiano, usufruisce di una borsa di studio dal 1 giugno del 2005 al 31 ottobre del 2008. Il giorno del rientro chiede un congedo parentale fino al 31 maggio. Dal 4 al 21 maggio presta servizio al pronto soccorso del Sant'Isidoro di Giarre. Poi dal 22 maggio al 22 luglio è assente per malattia. Successivamente ottiene un permesso fino al 30 giugno scorso per una borsa studio e attualmente è in aspettativa per un dottorato di ricerca che scadrà il 31 dicembre del 2016. L'Asp ha inoltre avviato accertamenti sul sito web personale del medico, che svolgerebbe un'attività privata libero professionale nonostante anche on-line scriverebbe di essere un ospedaliero a tempo indeterminato con l'Asp di Catania.

«Sono perplesso, ma non preoccupato: ho usufruito di permessi non retribuiti previsti dal contratto nazionale di lavoro per frequentare dei corsi di specializzazione». Così il medico che avrebbe lavorato 15 giorni in 9 anni precisa telefonicamente all'ANSA la sua posizione. «Intanto i 15 giorni di lavoro - osserva - sono un dato inesistente perchè ci sono delle pause 'minimè previste per legge. È invece vero che quando è nato mio figlio ho usufruito di cinque mesi di permesso parentale. Tutto secondo la legge». L'assenza prolungata dall'ospedale, secondo il medico, «non ha procurato alcun danno all'Asp3 e neppure al pronto soccorso dell'ospedale di Giarre». «I permessi di cui ho usufruito - spiega - erano non retribuiti: io mi sono mantenuto con le borse di studio, che sono inferiori allo stipendio, e ho dovuto pagare tasse e iscrizione di tasca mia.

E durante le mie assenze sono stato sostituito da una collega». «Adesso sono fuori Messina - sottolinea il medico - ma sono sereno. In questi anni nessun dirigente dell'Asp avrebbe firmato delle aspettative senza che fossero previste per legge. Adesso sto usufruendo dell'ultima. Questi corsi sono un arricchimento dei medici che poi li riversano sull'ospedale. Dal quale non si può andare via per anni proprio perchè le nuove conoscenze ottenute con i permessi siano utilizzati per l'Azienda ospedaliera per cui si lavora. Quindi - chiosa - qual è il problema: avere rispettato la legge?».

«È vero la legge è stata rispettata, ma l'ultimo permesso è retribuito e noi non possiamo sforare il budget e sostituirlo. Questo ci crea problemi di organico nell'assistenza ai malati e quindi vedremo se ci sono le condizioni per revocare l'aspettativa». Lo afferma il direttore sanitario dell'Asp3 di Catania, Franco Luca, sul caso del medico che avrebbe lavorato 15 giorni in 9 anni dall'assunzione a tempo indeterminato nell'ospedale Sant'Isidoro di Giarre.

«I precedenti permessi - sottolinea Luca - erano non retribuiti, e questo ci ha consentito di sostituire il medico al pronto soccorso. Adesso non è più così e abbiamo un problema di organico perchè non possiamo sforare i costi previsti». Più in generale, annuncia il direttore sanitario, «abbiamo avviato dei controlli sui permessi, sull'opportunità di concederli dove c'è carenza di personale se non è strettamente necessario e indispensabile». «Stiamo facendo un monitoraggio - chiosa Luca - per verificare la situazione complessiva, ed evitare di creare problemi all'utenza nel rispetto della legge».


Mercoledì 27 Agosto 2014 - 14:05
Ultimo aggiornamento: 14:10

Il sinistro anatema di Gino Strada: "Se continuiamo così ci fanno un attentato"

Luca Romano - Mer, 27/08/2014 - 12:47

Per il fondatore di Emergency chi taglia la gola è uguale a chi bombarda con i droni


Per Gino Strada non ci sono differenze tra chi taglia le gole e chi bombarda coi droni.
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Dunque gli americani sono uguali all'Isis. Lo dice lui stesso, più o meno direttamente, in un'intervista al Fatto Quotidiano. Al giornalista che gli domanda cosa dovrebbe fare l'Occidente per rispondere alla minaccia dei terroristi jihadisti il fondatore di Emergency non dà una risposta precisa, ma solo un avvertimento: 

"Ogni volta che si decide di combattere una guerra - che significa andare ad ammazzare qualcuno - si peggiorano situazioni spesso già disastrate". E fa qualche esempio: "Non è bastata l'esperienza delle primavere arabe? Tre anni dopo cos'è rimasto? In Egitto si condannano a morte i civili a cinquecento alla volta. In Libia c'è una guerra civile di cui non frega niente a nessuno". 

Poi, toccando l'argomento Isis, ammette: "Non mi illudo che sia democratico e liberale, figurati!" E spiega il suo ragionamento: "Ma in questo disastro c'è tutto il Medio Oriente, un'area completamente esplosa. Il punto è che quando uno decide di ammazzare qualcun altro la modalità è secondaria. C'è chi taglia la gola, chi usa armi chimiche, chi bombarda coi droni: ognuno con le sue armi cerca di fare la pelle a qualcun altro". Strada è molto critico nei confronti dell'Italia, che ha deciso di armare i curdi. "Se io ragionevolmente credo che tu sia un pazzo scatenato, dal punto di vista della sicurezza del mio paese sono più sicuro se metto le armi in mano al tuo nemico o se non gliele do?". E vaticina uno scenario cupo per il nostro paese: "Se vogliamo che tra due anni qualcuno ci faccia un attentato, siamo sulla strada giusta". 

Non dice però cosa bisogna fare. Si limita a osservare che la guerra è sbagliata, mettendo tutto nello stesso calderone. In cui, inevitabilmente, finisce anche la guerra contro Hitler. Perché anche quella, in fondo, seguendo alla lettera il ragionamento di Strada, fu una guerra ingiusta.

Oriana Fallaci, la sua lezione su Libero: la profezia sull'Islam fanatico, gli insulti della sinistra, i processi

Libero


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Il testo di cui oggi iniziamo la pubblicazione - per gentile concessione di Edoardo Perazzi, nipote e erede della Fallaci - è quello di un discorso pronunciato da Oriana Fallaci nel novembre del 2005. La grande toscana fu insignita del Annie Taylor Award, un premio conferito dal Centro Studi di cultura popolare di New York. Il suo discorso, in versione integrale inglese, fu pubblicato pochi giorni dopo da Il Foglio. Poi, il primo dicembre del 2005, Libero ne pubblicò la versione italiana, col permesso della stessa Fallaci, che volle rivederne personalmente la forma (modificandola tramite memorabili telefonate con l'allora responsabile delle pagine culturali Alessandro Gnocchi). Abbiamo deciso di ripubblicare questo testo perché pensiamo che oggi, a quasi dieci anni di distanza, sia più attuale che mai.


Bé: un premio intitolato a una donna che saltò sopra le Cascate del Niagara, e sopravvisse, è mille volte più prezioso e prestigioso ed etico di un Oscar o di un Nobel: fino a ieri gloriose onorificenze rese a persone di valore ed oggi squallide parcelle concesse a devoti antiamericani e antioccidentali quindi filoislamici. Insomma a coloro che recitando la parte dei guru illuminati che definiscono Bush un assassino, Sharon un criminale-di-guerra, Castro un filantropo, e gli Stati Uniti «la-potenza-più-feroce, più-barbara, più-spaventosa-che-il-mondo-abbia-mai-conosciuto». Infatti se mi assegnassero simili parcelle (graziaddio un’eventualità più remota del più remoto Buco Nero dell’Universo), querelerei subito le giurie per calunnia e diffamazione. Al contrario, accetto questo «Annie Taylor» con gratitudine e orgoglio. E pazienza se sopravvaluta troppo le mie virtù.

Sì: specialmente come corrispondente di guerra, di salti ne ho fatti parecchi. In Vietnam, ad esempio, sono saltata spesso nelle trincee per evitare mitragliate e mortai. Altrettanto spesso sono saltata dagli elicotteri americani per raggiungere le zone di combattimento. In Bangladesh, anche da un elicottero russo per infilarmi dentro la battaglia di Dacca. Durante le mie interviste coi mascalzoni della Terra (i Khomeini, gli Arafat, i Gheddafi eccetera) non meno spesso sono saltata in donchisciotteschi litigi rischiando seriamente la mia incolumità. E una volta, nell’America Latina, mi sono buttata giù da una finestra per sfuggire agli sbirri che volevano arrestarmi.

Però mai, mai, sono saltata sopra le Cascate del Niagara. Né mai lo farei. Troppo rischioso, troppo pericoloso. Ancor più rischioso che palesare la propria indipendenza, essere un dissidente cioè un fuorilegge, in una società che al nemico vende la Patria. Con la patria, la sua cultura e la sua civiltà e la sua dignità. Quindi grazie David Horowitz, Daniel Pipes, Robert Spencer. E credetemi quando dico che questo premio appartiene a voi quanto a me. A tal punto che, quando ho letto che quest’anno avreste premiato la Fallaci, mi sono chiesta: «Non dovrei esser io a premiare loro?». E per contraccambiare il tributo volevo presentarmi con qualche medaglia o qualche trofeo da consegnarvi. Mi presento a mani vuote perché non sapevo, non saprei, dove comrpare certa roba. Con le medaglie e i trofei ho un’esigua, davvero esigua, familiarità. E vi dico perché.

Anzitutto perché crediamo di vivere in vere democrazie, democrazie sincere e vivaci nonché governate dalla libertà di pensiero e di opinione. Invece viviamo in democrazie deboli e pigre, quindi dominate dal dispotismo e dalla paura. Paura di pensare e, pensando, di raggiungere conclusioni che non corrispondono a quelle dei lacchè del potere. Paura di parlare e, parlando, di dare un giudizio diverso dal giudizio subdolamente imposto da loro. Paura di non essere sufficientemente allineati, obbedienti, servili, e venire scomunicati attraverso l’esilio morale con cui le democrazie deboli e pigre ricattano il cittadino. Paura di essere liberi, insomma. Di prendere rischi, di avere coraggio.

«Il segreto della felicità è la libertà. E il segreto della libertà è il coraggio», diceva Pericle. Uno che di queste cose se ne intendeva. (Tolgo la massima dal secondo libro della mia trilogia: La Forza della ragione. E da questo prendo anche il chiarimento che oltre centocinquanta anni fa Alexis de Tocqueville fornì nel suo intramontabile trattato sulla democrazia in America). Nei regimi assolutisti o dittatoriali, scrive Tocqueville, il dispotismo colpisce il corpo. Lo colpisce mettendolo in catene o torturandolo o sopprimendolo in vari modi. Decapitazioni, impiccagioni, lapidazioni, fucilazioni, Inquisizioni eccetera.

E così facendo risparmia l’anima che intatta si leva dalla carne straziata e trasforma la vittima in eroe. Nelle democrazie inanimate, invece, nei regimi inertamente democratici, il dispotismo risparmia il corpo e colpisce l’anima. Perché è l’anima che vuole mettere in catene. Torturare, sopprimere. Così alle sue vittime non dice mai ciò che dice nei regimi assolutisti o dittatoriali: «O la pensi come me o muori». Dice: «Scegli. Sei libero di non pensare o di pensare come la penso io. Se non la pensi come la penso io, non ti sopprimerò. Non toccherò il tuo corpo. Non confischerò le tue proprietà. Non violenterò i tuoi diritti politici. Ti permetterò addirittura di votare. Ma non sarai mai votato.

Non sarai mai eletto. Non sarai mai seguito e rispettato. Perché ricorrendo alle mie leggi sulla libertà di pensiero e di opinione, io sosterrò che sei impuro. Che sei bugiardo, dissoluto, peccatore, miserabile, malato di mente. E farò di te un fuorilegge, un criminale. Ti condannerò alla Morte Civile, e la gente non ti ascolterà più. Peggio. Per non essere a sua volta puniti, quelli che la pensano come te ti diserteranno». Questo succede, spiega, in quanto nelle democrazie inanimate, nei regimi inertamente democratici, tutto si può dire fuorché la Verità. Perché la Verità ispira paura. Perché, a leggere o udire la verità, i più si arrendono alla paura.

E per paura delineano intorno ad essa un cerchio che è proibito oltrepassare. Alzano intorno ad essa un’invisibile ma insormontabile barriera dentro la quale si può soltanto tacere o unirsi al coro. Se il dissidente oltrepassa quella linea, se salta sopra le Cascate del Niagara di quella barriera, la punizione si abbatte su di lui o su di lei con la velocità della luce. E a render possibile tale infamia sono proprio coloro che segretamente la pensano come lui o come lei, ma che per convenienza o viltà o stupidità non alzano la loro voce contro gli anatemi e le persecuzioni. Gli amici, spesso. O i cosiddetti amici. I partner. O i cosiddetti partner. I colleghi. O i cosiddetti colleghi. Per un poco, infatti, si nascondono dietro il cespuglio.

Temporeggiano, tengono il piede in due staffe. Ma poi diventano silenziosi e, terrorizzati dai rischi che tale ambiguità comporta, se la svignano. Abbandonano il fuorilegge, il criminale, al di lui o al di lei destino e con il loro silenzio danno la loro approvazione alla Morte Civile. (Qualcosa che io ho esperimentato tutta la vita e specialmente negli ultimi anni. «Non ti posso difendere più» mi disse, due o tre Natali fa, un famoso giornalista italiano che in mia difesa aveva scritto due o tre editoriali. «Perché?» gli chiesi tutta mesta. «Perché la gente non mi parla più. Non mi invita più a cena»).

L’altro motivo per cui ho un’esigua familiarità con le medaglie e i trofei sta nel fatto che soprattutto dopo l’11 Settembre l’Europa è diventata una Cascata del Niagara di Maccartismo sostanzialmente identico a quello che afflisse gli Stati Uniti mezzo secolo fa. Sola differenza, il suo colore politico. Mezzo secolo fa era infatti la Sinistra ad essere vittimizzata dal Maccartismo. Oggi è la Sinistra che vittimizza gli altri col suo Maccartismo. Non meno, e a parer mio molto di più, che negli Stati Uniti. Cari miei, nell’Europa d’oggi v’è una nuova Caccia alle Streghe. E sevizia chiunque vada contro corrente. V’è una nuova Inquisizione. E gli eretici li brucia tappandogli o tentando di tappargli la bocca.

Eh, sì: anche noi abbiamo i nostri Torquemada. I nostri Ward Churchill, i nostri Noam Chomsky, i nostri Louis Farrakhan, i nostri Michael Moore eccetera. Anche noi siamo infettati dalla piaga contro la quale tutti gli antidoti sembrano inefficaci. La piaga di un risorto nazi-fascismo. Il nazismo islamico e il fascismo autoctono. Portatori di germi, gli educatori cioè i maestri e le maestre che diffondono l’infezione fin dalle scuole elementari e dagli asili dove esporre un Presepe o un Babbo Natale è considerato un «insulto-ai-bambini-Mussulmani».

I professori (o le professoresse) che tale infezione la raddoppiano nelle scuole medie e la esasperano nelle università. Attraverso l’indottrinazione quotidiana, il quotidiano lavaggio del cervello, si sa. (La storia delle Crociate, ad esempio, riscritta e falsificata come nel 1984 di Orwell. L’ossequio verso il Corano visto come una religione di pace e misericordia. La reverenza per l’Islam visto come un Faro di Luce paragonato al quale la nostra civiltà è una favilla di sigaretta). E con l’indottrinazione, le manifestazioni politiche. Ovvio. Le marce settarie, i comizi faziosi, gli eccessi fascistoidi. Sapete che fecero, lo scorso ottobre, i giovinastri della Sinistra radicale a Torino?

Assaltarono la chiesa rinascimentale del Carmine e ne insozzarono la facciata scrivendoci con lo spray l’insulto «Nazi-Ratzinger» nonché l’avvertimento: «Con le budella dei preti impiccheremo Pisanu». Il nostro Ministro degli Interni. Poi su quella facciata urinarono. (Amabilità che a Firenze, la mia città, non pochi islamici amano esercitare sui sagrati delle basiliche e sui vetusti marmi del Battistero). Infine irruppero dentro la chiesa e, spaventando a morte le vecchine che recitavano il Vespro, fecero scoppiare un petardo vicino all’altare. Tutto ciò alla presenza di poliziotti che non potevano intervenire perché nella città Politically Correct tali imprese sono considerate Libertà-di-espressione. (A meno che tale libertà non venga esercitata contro le moschee: s’intende). E inutile aggiungere che gli adulti non sono migliori di questi giovinastri.

La scorsa settimana, a Marano, popolosa cittadina collocata nella provincia di Napoli, il Sindaco (ex seminarista, ex membro del Partito Comunista Italiano, poi del vivente Partito di Rifondazione Comunista, ed ora membro del Partito dei Comunisti Italiani) annullò tout-court l’ordinanza emessa dal commissario prefettizio per dedicare una strada ai martiri di Nassiriya. Cioè ai diciannove militari italiani che due anni fa i kamikaze uccisero in Iraq. Lo annullò affermando che i diciannove non erano martiri bensì mercenari, e alla strada dette il nome di Arafat. «Via Arafat». Lo fece piazzando una targa che disse: «Yasser Arafat, simbolo dell’Unità (sic) e della Resistenza Palestinese». Poi l’interno del municipio lo tappezzò con gigantesche foto del medesimo, e l’esterno con bandiere palestinesi.

La piaga si propaga anche attraverso i giornali, la Tv, la radio. Attraverso i media che per convenienza o viltà o stupidità sono in gran maggioranza islamofili e antioccidentali e antiamericani quanto i maestri, i professori, gli accademici. Che senza alcun rischio di venir criticati o beffati passano sotto silenzio episodi come quelli di Torino o Marano. E in compenso non dimenticano mai di attaccare Israele, leccare i piedi all’Islam. Si propaga anche attraverso le canzoni e le chitarre e i concerti rock e i film, quella piaga. Attraverso uno show-business dove, come i vostri ottusi e presuntuosi e ultra-miliardari giullari di Hollywood, i nostri giullari sostengono il ruolo di buonisti sempre pronti a piangere per gli assassini. Mai per le loro vittime.

Si propaga anche attraverso un sistema giudiziario che ha perduto ogni senso della Giustizia, ogni rispetto della giurisdizione. Voglio dire attraverso i tribunali dove, come i vostri magistrati, i nostri magistrati assolvono i terroristi con la stessa facilità con cui assolvono i pedofili. (O li condannano a pene irrisorie). E finalmente si propaga attraverso l’intimidazione della buona gente in buona fede. Voglio dire la gente che per ignoranza o paura subisce quel dispotismo e non comprende che col suo silenzio o la sua sottomissione aiuta il risorto nazi-fascismo a fiorire. Non a caso, quando denuncio queste cose, mi sento davvero come una Cassandra che parla al vento.

O come uno dei dimenticati antifascisti che settanta e ottanta anni fa mettevano i ciechi e i sordi in guardia contro una coppia chiamata Mussolini e Hitler. Ma i ciechi restavano ciechi, i sordi restavano sordi, ed entrambi finirono col portar sulla fronte ciò che ne L’Apocalisse chiamo il Marchio della Vergogna. Di conseguenza le mie vere medaglie sono gli insulti, le denigrazioni, gli abusi che ricevo dall’odierno Maccartismo. Dall’odierna Caccia alle Streghe, dall’odierna Inquisizione. I miei trofei, i processi che in Europa subisco per reato di opinione. Un reato ormai travestito coi termini «vilipendio dell’Islam, razzismo o razzismo religioso, xenofobia, istigazione all’odio eccetera». Parentesi: può un Codice Penale processarmi per odio? Può l’odio essere proibito per Legge? L’odio è un sentimento. È una emozione, una reazione, uno stato d’animo.

Non un crimine giuridico. Come l’amore, l’odio appartiene alla natura umana. Anzi, alla Vità. È l’opposto dell’amore e quindi, come l’amore, non può essere proibito da un articolo del Codice Penale. Può essere giudicato, sì. Può essere contestato, osteggiato, condannato, sì. Ma soltanto in senso morale. Ad esempio, nel giudizio delle religioni che come la religione cristiana predicano l’amore. Non nel giudizio d’un tribunale che mi garantisce il diritto di amare chi voglio. Perché, se ho il diritto di amare chi voglio, ho anche e devo avere anche il diritto di odiare chi voglio. Incominciando da coloro che odiano me. Sì, io odio i Bin Laden. Odio gli Zarkawi. Odio i kamikaze e le bestie che ci tagliano la testa e ci fanno saltare in aria e martirizzano le loro donne.

Odio gli Ward Churchill, i Noam Chomsky, i Louis Farrakhan, i Michael Moore, i complici, i collaborazionisti, i traditori, che ci vendono al nemico. Li odio come odiavo Mussolini e Hitler e Stalin and Company. Li odio come ho sempre odiato ogni assalto alla Libertà, ogni martirio della Libertà. È un mio sacrosanto diritto. E se sbaglio, ditemi perché coloro che odiano me più di quanto io odi loro non sono processati col medesimo atto d’accusa. Voglio dire: ditemi perché questa faccenda dell’Istigazione all’Odio non tocca mai i professionisti dell’odio, i mussulmani che sul concetto dell’odio hanno costruito la loro ideologia. La loro filosofia. La loro teologia. Ditemi perché questa faccenda non tocca mai i loro complici occidentali. Parentesi chiusa, e torniamo ai trofei che chiamo processi.

Si svolgono in ogni paese nel quale un figlio di Allah o un traditore nostrano voglia zittirmi e imbavagliarmi nel modo descritto da Tocqueville, quei processi. A Parigi, cioè in Francia, ad esempio. La France Eternelle, la Patrie du Laïcisme, la Bonne Mère du Liberté-Egalité-Fraternité, dove per vilipendio dell’Islam soltanto la mia amica Brigitte Bardot ha sofferto più travagli di quanti ne abbia sofferti e ne soffra io. La France Libérale, Progressiste, dove tre anni fa gli ebrei francesi della LICRA (associazione ebrea di Sinistra che ama manifestare alzando fotografie di Ariel Sharon con la svastica sulla fronte) si unì ai mussulmani francesi del MRAP (associazione islamica di Sinistra che ama manifestare levando cartelli di Bush con la svastica sugli occhi).

E dove insieme chiesero al Codice Penale di chiudermi in galera, confiscare La Rage et l’Orgueil o venderla con il seguente ammonimento sulla copertina: «Attenzione! Questo librò può costituire un pericolo per la vostra salute mentale». (Insieme volevano anche intascare un grosso risarcimento danni, naturalmente). Oppure a Berna, in Svizzera. Die wunderschöne Schweitz, la meravigliosa Svizzera di Guglielmo Tell, dove il Ministro della Giustizia osò chiedere al mio Ministro della Giustizia di estradarmi in manette. O a Bergamo, Nord Italia, dove il prossimo processo avverrà il prossimo giugno grazie a un giudice che sembra ansioso di condannarmi a qualche anno di prigione: la pena che per vilipendio dell’Islam viene impartita nel mio paese.

(Un paese dove senza alcuna conseguenza legale qualsiasi mussulmano può staccare il crocifisso dai muri di un’aula scolastica o di un ospedale, gettarlo nella spazzatura, dire che il crocifisso «ritrae-un-cadaverino-nudo-inventato-per-spaventare-i-bambini-mussulmani». E sapete chi ha promosso il processo di Bergamo? Uno dei mai processati quindi mai condannati specialisti nel buttare via i crocifissi. L’autore di un sudicio libretto che per molto tempo ha venduto nelle moschee, nei Centri Islamici, nelle librerie sinistrorse d’Italia. Quanto alle minacce contro la mia vita cioè all’irresistibile desiderio che i figli di Allah hanno di tagliarmi la gola o farmi saltare in aria o almeno liquidarmi con un colpo di pistola nella nuca, mi limiterò a dire che specialmente quando sono in Italia devo essere protetta ventiquattro ore su ventiquattro dai Carabinieri.

La nostra polizia militare. E, sia pure a fin di bene, questa è una durissima limitazione alla mia libertà personale. Quanto agli insulti, agli anatemi, agli abusi con cui i media europei mi onorano per conto della trista alleanza Sinistra-Islam, ecco alcune delle qualifiche che da quattro anni mi vengono elargite: «Abominevole. Blasfema. Deleteria. Troglodita. Razzista. Retrograda. Ignobile. Degenere. Reazionaria. Abbietta». Come vedete, parole identiche o molto simili a quelle usate da Alexis de Tocqueville quando spiega il dispotismo che mira alla Morte Civile. Nel mio paese quel dispotismo si compiace anche di chiamarmi «Iena», nel distorcere il mio nome da Oriana in «Oriena» e nello sbeffeggiarmi attraverso sardoniche identificazioni con Giovanna d’Arco. «Le bestialità della neo Giovanna d’Arco». «Taci, Giovanna d’Arco». «Ora basta, Giovanna d’Arco».