mercoledì 27 agosto 2014

Vanno allo sbaraglio e noi paghiamo

Vittorio Feltri - Mer, 27/08/2014 - 16:08

L'unico consiglio a chi sogna un soggiorno in Medioriente per aiutarne i popoli è questo: lasciate perdere


La vedova di Enzo Baldoni, ucciso dieci anni orsono in Irak da assassini islamici (la cui umanità è nota), in un'intervista rilasciata alcuni giorni fa alla Repubblica , afferma di non essersi dimenticata di me e di Renato Farina che, all'epoca dei fatti, fummo molto critici con il povero pubblicitario-pubblicista perché aveva deciso di trascorrere le ferie nel Paese di Saddam Hussein (con l'ambizione di redigere un reportage) anziché - poniamo - a Rimini, dove non avrebbe rischiato nulla.
Y=--Comprendo lo stato d'animo della signora e il suo rancore nei nostri confronti, visto come si è tragicamente conclusa l'avventura in Medioriente di suo marito. Ovvio, davanti alla morte, anche se avvenuta in circostanze sulle quali si può discutere, è giusto che prevalgano le ragioni del cuore su quelle del cervello. Ora il problema incarnato da Baldoni si ripropone negli stessi termini: mi riferisco al rapimento avvenuto in Siria di due ragazze italiane (alcune settimane fa) che si sono recate in quelle terre infuocate nei panni di cooperatrici.

La storia di queste fanciulle è analoga a quella delle famose due Simone, loro coetanee, che, in occasione della seconda guerra del Golfo, erano andate a Bagdad per aiutare non si sa bene chi, e furono sequestrate dalle solite teste calde imbevute di Corano. La loro vicenda terminò felicemente. Nel senso che i nostri servizi segreti si mossero abilmente, trattarono sul riscatto, lo pagarono con i soldi dello Stato italiano, e liberarono entrambe le scriteriate turiste. Meglio così. Poi fu la volta di Giuliana Sgrena, giornalista del Manifesto , anch'essa finita ostaggio degli islamici e scarcerata grazie al pagamento di una somma rilevante versata dall'Italia ai banditi. Ma sorvoliamo per non farla tanto lunga. Ciò che ci preme osservare è l'inutilità dell'esperienza.

C'è gente che, nonostante i precedenti, continua incoscientemente a sfidare il destino - notoriamente cinico e baro - e a mettere a repentaglio la pelle correndo in soccorso di chi non desidera essere soccorso, in Paesi in cui vige la legge del taglione, che non è neppure una legge, bensì una minaccia verso chiunque non adori Allah. Infatti, Greta Ramelli (di Varese) e Vanessa Marzullo (Brembate, lo stesso Comune di Yara, la tredicenne morta ammazzata 4 anni addietro), senza riflettere un secondo, quando hanno avuto l'opportunità di trasferirsi qualche giorno in Siria, sono partite piene di entusiasmo, appoggiate da un'organizzazione umanitaria, convinte di fare del bene. A chi? Ai siriani martoriati dalla guerra, dalle violenze che subiscono quotidianamente vittime di ingiustizie atroci.

Ottime intenzioni, non abbiamo dubbi. Ma possibile che non ci sia nessuno in grado di far presente a chi si appresta a raggiungere il Vicino Oriente che non è il caso di affrontare certi viaggi densi di insidie? Possibile non informare i volontari che, persuasi di contribuire a salvare il mondo, in realtà vanno incontro a situazioni da cui è improbabile uscire vivi? Questo è il punto. Non condanniamo assolutamente coloro che, ignari delle trappole disseminate nei territori dove si combatte, vi si recano per il nobile scopo di aiutare persone in drammatiche difficoltà. Ma consentiteci di deplorare almeno quei pazzi che incitano tanti giovani a emigrare, sia pure temporaneamente, in luoghi nei quali uccidere una mosca o un cristiano è lo stesso.

È sbagliato pensare che un atto d'amore sia sufficiente a rabbonire chi ti odia da secoli perché rappresenti, fisicamente, il nemico da eliminare. Occorre rieducare i diseducatori che in modo subdolo trascinano i giovani, e perfino vari adulti, a compiere imprudenze che non raramente portano all'irreparabile: sequestri ed esecuzioni capitali con metodi tribali. È un'operazione complicata e forse velleitaria. Ma non c'è altro da fare.Descrivere come eroi i Baldoni, le Simone, le Sgrene e anche le due ragazze tuttora in mano ai folli islamisti, cioè Greta e Vanessa, significa distorcere la realtà e la logica. Volare laggiù nel deserto, a qualsiasi titolo, equivale a percorrere l'autostrada contromano. Non si può pretendere di farla franca. L'evento più probabile è crepare ammazzati.

Baldoni, pace all'anima sua, abbacinato da non si sa chi e che cosa, andò incontro alla propria fine senza valutare che in taluni casi la generosità sconfina nella stoltezza; le due Simone si salvarono perché al tempo avevamo ancora dei servizi segreti efficienti; idem la Sgrena; mentre Greta e Vanessa sono state abbandonate a se stesse. Auguriamo loro di tornare, ma non contino sui nostri 007, ormai disarmati e privi di forza contrattuale. L'unico consiglio a chi sogna un soggiorno in Medioriente per aiutarne i popoli è questo: lasciate perdere. Le vacanze più intelligenti hanno quale meta Viserbella o Milano Marittima, almeno finché non saranno state invase dai cammellieri.

Decapitazione di Foley, tutti i dubbi sul video della sua morte

Corriere della sera

di Guido Olimpio

WASHINGTON - Continuano a restare dubbi sul video che mostra l’esecuzione del giornalista James Foley da parte dell’Isis. Il reporter è stato di certo assassinato in modo barbaro ma chi è il killer? E il filmato è quello autentico? Questo il parere di alcuni esperti rilanciato dalla Cnn e da altre fonti che non mettono in discussione la responsabilità dei terroristi ma si interrogano sulla «scena» che , va ricordato, non è stata diffusa dagli islamisti nella sua interezza.

James Foley, il  reporter americano decapitato da Isis 
James Foley, il  reporter americano decapitato da Isis 
James Foley, il  reporter americano decapitato da Isis 
James Foley, il  reporter americano decapitato da Isis 
James Foley, il  reporter americano decapitato da Isis
1 / La statura
Mettendo a confronto le immagini che appaiono nel video sembra che alle spalle di Foley vi siano due uomini diversi. Il primo, più piccolo, pronuncia il «discorso». Quindi, uno più grande, esegue la condanna. C’è stato un cambio nel ruolo del boia? Il terrorista dall’accento inglese lancia il messaggio ma è poi un altro a eseguire la decapitazione?

Gli studi di Higgins:«Foley ucciso a  sud di Raqqa» 
Gli studi di Higgins:«Foley ucciso a  sud di Raqqa» 
Gli studi di Higgins:«Foley ucciso a  sud di Raqqa» 
Gli studi di Higgins:«Foley ucciso a  sud di Raqqa»
2/L’accento
Da giorni le autorità affermano che sono sul punto nell’identificare l’assassino. Anzi, lo avrebbero individuato. E si torna alla pista britannica, a quella di un militante che si esprime con accento inglese. Ma di nuovo stiamo parlando del terrorista che pronuncia le frasi minacciose e non c’è la certezza che abbia compiuto l’omicidio. Spiegazione: Isis ha scelto un portavoce in grado di esprimersi in un ottimo inglese per ampliare il messaggio, ma ha lasciato il lavoro sporco ad un altro.

James Foley, il giornalista che voleva raccontare la guerra Gli studi di Higgins:«Foley ucciso a  sud di Raqqa»
James Foley, il giornalista che voleva raccontare la guerra James Foley, il giornalista che voleva raccontare la guerra
James Foley, il giornalista che voleva raccontare la guerra 
James Foley, il giornalista che voleva raccontare la guerra
3/Il sangue
Il terrorista passa sei volte la lama sul collo della vittima e non c’è traccia di sangue. Un analista forense britannico ipotizza che l’esecuzione sia avvenuta in seguito e che quella mostrata sia stata solo la versione da diffondere.
4/Il coltello
Il militante impugna un coltello non molto grande. Sembra strano che siano riusciti a fare quello scempio usando una «lama» così ridotta. Infatti nel video appare successivamente un secondo pugnale (più lungo) abbandonato per terra. Quale arma hanno usato?

Zone di guerra, i giornalisti uccisi nel 2014 
Zone di guerra, i giornalisti uccisi nel 2014 
Zone di guerra, i giornalisti uccisi nel 2014 
Zone di guerra, i giornalisti uccisi nel 2014 
Zone di guerra, i giornalisti uccisi nel 2014
5/La fondina
Il terrorista porta una fondina ascellare. È sotto il braccio sinistro, dunque vuole dire che per sparare impiega la mano destra. Ma nel filmato il killer impugna il coltello con la sinistra. Particolare: Abdel Bari, l’estremista inglese indicato come uno dei possibili assassini dell’Isis, usa la destra.
6/Il gruppo
Un particolare non legato al video. Foley - secondo alcune testimonianze - è stato prigioniero per un certo periodo di un gruppo dove erano numerosi i jihadisti di origine belga. Sono coinvolti nel delitto o lo hanno passato ad un’altra cellula?

26 agosto 2014 | 16:47

Le dieci cose da sapere prima di salire su un aereo

Corriere della sera


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1) Consentito usare apparecchiature elettroniche a bordo - Spegnere le apparecchiature elettroniche durante decollo e atterraggio: lo sanno tutti. Cellulari, laptop e altri dispositivi possono interferire con la strumentazione di bordo. Realtà o mito? Da oggi Qantas e Virgin Australia lasciano liberi i passeggeri di usare qualsiasi diavoleria elettronica. Il britannico Daily Mail ne approfitta per sfatare alcuni miti sulla navigazione ad alta quota. (testi di Carola Traverso Saibante)

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2) Escrementi umani gettati all’aria - É un mito: gli escrementi vanno a finire in un serbatoio, che non può esser svuotato in volo. Numerose sono le denunce di persone bombardate da escrementi umani piovuti dal cielo - di solito descritti come blu, presumibilmente per via dei chimici presenti nell’acqua del wc, e congelati in alta quota. Ebbene, secondo le investigazioni dell’Aviazione Federale americana, si tratta di solito di deiezioni di volatili.

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3) Incollati alla toilette - Il tuo didietro aderisce perfettamente alla tazza del gabinetto di bordo, così da formare un sigillo? É teoricamente possibile che tu rimanga incastrato sulla tazza se tiri la catena mentre vi siedi. Se non sei troppo suggestionato, però, con tutte le probabilità riuscirai a rimetterti in piedi, e rialzare anche i pantaloni.

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4) Lo sballo da mascherina - Un altro mito: le maschere dell’ossigeno sugli aeroplani non sono stupefacenti fonti di sballo che rendono i passeggeri euforici e docili al tempo stesso. Una leggenda aerea nata forse con Tyler Durden, il Brad Pitt di Fight Club che diceva che sono fatte apposta...No, le mascherine sono fatte per aiutare i passeggeri a respirare quando il velivolo perde pressione nell’abitacolo ad altitudini dove l’ossigeno è carente.

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5) Attenzione all’acqua di bordo - Sorpresa: è vero. Uno studio americano del 2009 ha dimostrato che l’acqua di un aeroplano su 7 non rispetta gli standard di sicurezza, e può essere infetta. Occhio soprattutto a the e caffé: la temperatura con cui vengono preparati spesso non è abbastanza alta da uccidere i batteri.

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6) L’aereo è pieno di germi - Falso: l’aria nell’abitacolo è pesantemente filtrata e ha meno germi dell’aria che sia trova mediamente in uno spazio chiuso.

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7) Il tavolino è pieno di germi - Vero: uno studio del 2007 ha trovato che il temibilissimo Staphylococcus aureus , un batterio potenzialmente fatale e resistente alla Meticillina, è più presente sui tavolini degli aerei che in qualsiasi altro luogo testato, inclusa la metropolitana di New York. Il 60 percento dei tavolini di tre delle maggiori compagnie aeree americane aveva tracce della loro presenza. Il tavolino del tuo aereo, insomma, potrebbe anche ucciderti.

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8) Apri la porta e vola via - L’apertura delle porte o delle uscite d’emergenza durante la crociera provocherebbe il risucchio di molti passeggeri fuori dal velivolo: peccato che sia praticamente impossibile aprirle, dato che l’abitacolo è pressurizzato. In quota, ci vorrebbe una forza sovraumana.

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9) I fulmini fanno schiantare gli aerei - I fulmini colpiscono un velivolo commerciale mediamente una volta all’anno, ed è dal 1967 che non ne abbattono uno. Volare attraverso le tempeste fa paura, ma le saette non vi faranno precipitare.

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10) In aereo ci si ubriaca più in fretta - Non c’è nulla di scientifico in questa convinzione: l’altitudine non accelera l’innalzamento del livello alcolico. Se mai, in aereo si bevono più ‘colpi’ gratis.

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11) Nelle toilette ci sono i posacenere - D’accordo, ma rimane il fatto che fumare è proibito da circa un decennio. Il punto è: se un passeggero cede alla tentazione, meglio che la spenga in un posto sicuro.

Gaza, il manuale di Hamas: "Come nascondere le bombe in casa vostra"

Libero


Gaza, il manuale di Hamas: "Come nascondere le bombe in casa vostra"

Sul blog dell'Israel Defense Forces, l'esercito israeliano, è stato divulgato nelle scorse ore un manuale, recuperato dai soldati di Tel Aviv durante l'Operation Protective Edge (offensiva iniziata l'8 luglio come risposta al lancio di missili verso Israele da Gaza). Un manuale in cui Hamas spiega come essere dei "perfetti terroristi", ossia come conservare gli esplosivi nelle case dei civili a Gaza. L'organizzazione che controlla la Striscia di Gaza, inoltre, chiede esplicitamente di portare la battaglia nelle aree più popolate della regione, dove "massimizzare" il numero delle vittime (anche civili, per poter così puntare il dito contro la "strage" israeliana). I soldati di Tel Aviv, secondo quanto si è appreso, avrebbero sottratto il manuale alle Brigate Ezzedin al-Qassam, braccio armato del gruppo palestinese.

Le case dei civili per nascondere le bombe
Guarda il video su Liberotv


Il manuale - Quello che nei fatti è una sorta di libro nero di Hamas e che negli intenti è un vademecum del terrore, serve ad "erudire" la popolazione della Striscia su come costruire e conservare bombe ed esplosivi nelle loro abitazioni. Delle istruzioni del manuale risalta inoltre una seconda istruzione, meschina nelle intenzioni, che recita testualmente "to transfer combat from open areas to built-up urban areas" che in soldoni significa trasferire il combattimento dalla zone aperte a quelle abitate, edificate, con l'ovvio intento di servire the resistence and fighters of Islamic Jihad, cioè la resistenza armata di Hamas e dei combattenti della jihad islamica.

L'Abc del terrorista - Al proposito, il manuale afferma che "è più facile per i combattenti della Jihad operare all'interno degli edifici", e con questa tecnica quindi eludere con più agilità gli aerei da ricognizione israeliani, usati per attaccare e raccogliere informazioni. Inoltre, operare nelle aree popolate, prosegue il libello, "rafforza l'elemento sorpresa". C'è infine un'intera sezione, quella più compromettente, che spiega come possano le abitazioni dei civili essere utilizzate per nascondere esplosivi. La sezione è titolata semplicemente Factors for Successfully Hiding Weapons in Homes, come il più classico dei manuali.

Camuffare - L'attività di nascondere armi nelle case civili deve essere portata a termine, ovviamente, con la dovuta riservatezza, ed è per questo motivo che sarebbe meglio se gli esplosivi fossero "posizionati accanto al letto di un bambino". Il manuale suggerisce altre due tecniche di camouflage: "E' importante utilizzare del materiale che non causi guasti all'esplosione, come la sabbia, il cemento o l'asfalto al corpo dell'esplosivo". La seconda invece va più nel dettaglio, suggerendo l'utilizzo di un tampone di circa 60 cm (spugna o materiale espanso) tra l'esplosivo e i vari camuffamenti. Al di là di tutto, è chiaro come questo manuale, almeno negli intenti, chiosa l'Israel Defense Forces, "espone chiaramente la politica illegale e criminale di Hamas, cioè quella di usare i civili durante la battaglia"



La verità sui tunnel di Hamas Per scavarli schiavizzano i bimbi

Libero
24 agosto 2014



Y=--
Attacchi di mortaio targati Hamas e raid anti-terroristi da parte israeliana sono ripresi, e questo è un fatto. Ma, soprattutto durante l’ultima breve tregua e il conseguente rientro dalla Striscia di Gaza di molti reporter occidentali, emergono - anche se solo in rete o via Twitter - notizie in controtendenza rispetto alla vulgata a favore del gruppo palestinese che si legge sui media europei. Ecco allora che viene alla luce la storia dei tunnel vista con gli occhi della popolazione palestinese di Gaza, o perlomeno di coloro non necessariamente organici all’attuale gruppo che governa Gaza. È una storia di soprusi, intimidazioni e omicidi che gli uomini di Hamas per anni hanno portato avanti indisturbati.

Il fatto è che, secondo testimonianze raccolte sul posto, la maggior parte dei lavoratori che hanno costruito i tunnel venivano bendati, privati dei loro telefonini che avrebbero potuto avere un Gps incorporato e caricati su pullman o camion per essere portati ai cantieri. Nessuno di loro sapeva dove si trovava e chi fossero i guardiani che rimanevano per tutto il tempo con il viso coperto dalle kefiah. Erano costretti a scavare le gallerie per dodici ore al giorno, con una paga che variava dai 150 ai 300 dollari al mese. Ma il «trattamento di fine rapporto», spesso, era una pollottola in testa: chi si ritrovava a lavorare nelle gallerie che entravano in territorio israeliano quasi sempre veniva eliminato.

Il vero motivo di queste uccisioni era il mantenimento del segreto sulla posizione dei tunnel, e la scusa per l’esecuzione era sempre la stessa: essere collaboratori di Israele. Bastava avere avuto dei contatti con degli israeliani per essere considerati spie, e se pensiamo che oltre la metà della popolazione di Gaza prima della salita al potere di Hamas lavorava nelle serre di Gush Katif, insediamento che sorgeva fra Khan Yunis e Dayr al Balath, o aveva addirittura il permesso per recarsi nello Stato ebraico, capite come possa diventare facile, in un regime che utilizza senza vergogna le esecuzioni sommarie, essere additati come collaborazionista, peraltro senza un processo degno di questo nome.

Anche le diciotto esecuzioni pubbliche dell’altro giorno, avvenute sulle pubblica via e con modalità agghiaccianti, stanno a dimostrarlo, e non s’è udita alcuna voce di attivista dei diritti umani a levarsi per stigmatizzare un episodio che, per la verità, non è certo una novità nella Striscia dominata da Hamas. E dunque, mentre Hamas e i suoi sostenitori mostrano immagini raccapriccianti di bambini morti e feriti per guadagnare simpatia planetaria e ritrarre Israele come stato criminale, emerge un’altra verità. L’Istituto Palestine Studies ha pubblicato un rapporto di Nicolas Pelham sui tunnel di Gaza, in cui si denuncia l’uso indiscriminato dei minori nei lavori sotterranei, cantieri che hanno provocato molti decessi infantili.

Si parlava di almeno 160 bambini morti, ma le informazioni di questi giorni fanno purtroppo salire il numero in maniera esponenziale. E attenzione, non si parla qui di media pregiudizialmente schierati con Israele: anche B’Tselem, organizzazione per i diritti umani pro-palestinese, ha pubblicato un video intitolato «Gaza uno sguardo all’interno: Tunnel della Gioventù», dove si descrive il lavoro nelle gallerie. Hamas le ha fatte costruire utilizzando alcuni degli stessi bambini che durante la guerra sono rimasti intrappolati sotto il fuoco dei missili e delle artiglierie, e mentre il numero delle vittime dell’Operazione Margine di Protezione è sotto i riflettori, quando i bambini morivano nei tunnel tutto rimaneva in silenzio.

La tragica storia è sempre la stessa: nella Striscia ci sono purtroppo bambini che muoiono e che vengono esposti per provocare nel mondo intero comprensibile sdegno, e altri che invece scompaiono nel silenzio

Da Fuhu il tablet da 24 pollici

Corriere della sera
di Alessio Lana

L’azienda californiana specializzata in tavolette per piccoli fa esordire un “mostro” dalle caratteristiche limitate: batteria da 30’ e 16 Gb di memoria. Prezzo contenuto: 413 euro


C’era un tempo in cui giocavamo su televisori da 14 pollici, vedevamo film su quelli da 20 e smanettavamo su pc con display che, se eravamo fortunati, superavano di poco i 15. Ora invece produciamo tv che arrivano a 370 pollici e anche i tablet non vogliono essere da meno. L’ultima follia arriva dalla californiana Fuhu con Nabi Big Tab, il più grande tablet Android del mondo ad arrivare sul mercato, un autentico mastodonte da ben 24 pollici.

Il Nabi Big Tab
Il Nabi Big Tab 
Il Nabi Big Tab 
Il Nabi Big Tab 
Il Nabi Big Tab
 
Il tablet non tablet
Certo, chiamarlo ancora tablet sembra quasi uno scherzo. Provare a portare in giro un bestione del genere infatti è dura. Il peso è di circa 5 chili e la presenza di una cornice in metallo che circonda lo schermo e funge da maniglia è piuttosto eloquente: dimostra che solo così può essere portato in giro per casa (portarlo fuori non ha senso) mentre un sostegno posteriore consente di tenerlo in verticale quando lo appoggiamo su un tavolo. Questa Big Tab infatti è una tavoletta da salotto, o meglio da cameretta dei bimbi, non possiamo certo tenerla in mano come faremmo con i compagni più leggeri e al massimo la si può posizionare sulle gambe.
Solo 16Gb di memoria
Ma vediamo cosa offre a partire, guarda caso, dal display. Del polliciaggio si è detto ma va aggiunto che è HD (1920x1080) e capacitivo a 15 punti, così può essere usato anche da due persone contemporaneamente. Il sistema operativo invece è il Blue Morpho di Fuhu basato su Android KitKat 4.4.4. Dentro la scocca argentata troviamo una CPU Quad-core Nvidia Tegra 4, 2GB odi RAM e 16 GB di memoria interna che non possono essere espansi. Peccato. Per mantenerlo leggero l’azienda ha inserito una batteria che dura solo 30 minuti, il tempo necessario a usarlo in mobilità mentre si va da una stanza all’altra, o meglio da una presa elettrica alla successiva.
È solo un gioco
Dopo aver conosciuto le specifiche e il prezzo stracciato (549 dollari ovvero 413 euro) viene da chiedersi di fronte a che razza di tavoletta ci troviamo. E sappiamo già che la risposta non piacerà agli appassionati di elettronica. Fuhu infatti è un’azienda specializzata in elettronica per bambini e il tablet Android del record è solo un giocattolo. Le molte limitazioni a livello tecnico (perché solo 16GB di memoria?), il sistema operativo proprietario, il controllo genitori e le app preinstallate dedicate ai giochi e alla scuola ne fanno un dispositivo solo per i più piccoli.

26 agosto 2014 | 16:01

Generazione Goldrake «Cresciuti con il robot»

Corriere della sera
di Agostino Gramigna

Piloti, scrittori e volti tv: ci ha cambiati

Y=--
I l 2 aprile 1978 l’americana Cbs manda in onda il primo episodio di Dallas. Un mese dopo gli alpinisti Reinhold Messner e Peter Habeler sono i primi a raggiungere la cima dell’Everest senza bombole di ossigeno. In mezzo c’è un’altra data importante: il giorno in cui la Rete 2 Rai (4 aprile alle ore 18.45) trasmette la prima puntata di Goldrake. Per molti bambini, nati a cavallo degli anni Sessanta, l’infanzia non sarebbe stata più la stessa.Alabarda e Tuono spaziale, pronunciate da «Atlas Ufo Robot Goldrake», sono rimaste nella mente e nell’anima nostalgica di intere generazioni.

Non è un’esagerazione definire Goldrake una rivoluzione copernicana nel mondo dell’intrattenimento televisivo italiano. Tom e Gerry, Braccio di Ferro, Topolino e Paperino, l’immagine rassicurante dei cartoni che la tv pedagogica mandava in onda, furono spazzati di colpo da una generazione di robot orientali, che mutarono paradigma esistenziale ai fruitori dei cartoni televisivi, vestendo i personaggi di nuove identità: sofferenza, combattimenti, lacrime. Insomma sentimenti umani. Forse proprio questo è stato il successo di Goldrake. L’eroe che lottava per salvare il mondo dalla distruzione. Tempo fa anche il premier Matteo Renzi s’è lasciato sfuggire un «Ragazzi, chiamate Goldrake e la legge elettorale ve la fa lui», parlando con Bruno Vespa in una puntata di Porta a Porta . Goldrake ha il merito di aver creato una generazione a sua immagine.

Quando il robot fece la sua comparsa il regista Daniele Luchetti aveva 18 anni. Un po’ troppo grande per seguire la serie con trepidazione come facevano quelli che avevano almeno cinque anni meno di lui. In più, dice, ero troppo snob. «M’interessavano altre cose. Io l’avrei recuperato più tardi. Grazie a mio figlio, quattordicenne, e mia moglie». La moglie? «Lei è più giovane di me ed è cresciuta formandosi con Goldrake e gli altri fumetti giapponesi». Snob a 18 anni, di una cosa è oggi sicuro Luchetti: Goldrake a suo modo è mitologico. «I giapponesi lo hanno fatto entrare nella mitologia. Anche chi non l’ha mai visto lo conosce. Come l’Ulisse di Joyce: se ne parla anche senza averlo letto».

Non pensava di essere Actarus quando si metteva al volante della sua Benetton in Formula 1 Giancarlo Fisichella. Però l’ex pilota a volte si caricava così: pensando al robot. Alla sua energia. «Avevo cinque anni quando è uscito. Sono rimasto folgorato. Chiamavo mia madre perché mi leggesse i titoli iniziali. A carnevale mi feci comprare il vestito di Actarus, a Natale mi arrivò un pupazzo alto più di mezzo metro di Goldrake. Mi colpiva il lato umano della vicenda, l’idea che il protagonista volesse proteggere il mondo».

Goldrake era il futuro. La rottura con il passato. Il sentimento vissuto attraverso la tecnologia. Il tema della guerra e della pace. All’inizio la Rai fu subissata di lettere di protesta di genitori inferociti. Davide Oldani, chef rinomato, non amava Goldrake. Perché significava rottura con la tradizione. «Lo vedevo come tutti in quell’epoca, ma io sono un tradizionalista nella cucina come nello sport. Ero legato a Paperino e Topolino. M’infastidiva l’eroe invincibile che non perde mai. Non c’era allegria e leggerezza. Ricordo ancora la canzoncina. L’ho seguito per un periodo. Ma quell’ansia di ammazzare non mi piaceva».

Nonostante gli scontri interplanetari, per molti critici Goldrake fu un inno alla pace. Un fumetto pacifista. Per Antonio Pascale, Actarus è sempre stato il suo eroe segreto: «capelli lunghi, occhi malinconici, era come Achille però pacifista». Uno scrittore come Mauro Covacich lo definisce transgenerazionale: «Goldrake è stato il contatto con mio padre. Lo vedevo assieme a lui. Si sono annullate le differenze d’età».

Simone Annicchiarico, conduttore televisivo, figlio di Walter Chiari, deve a Goldrake la scoperta del Giappone. «Prima vedevo Tom e Gerry». La prima serie, ricorda, fu presentata dal Quartetto Cetra e la seconda da Peppino De Filippo. «Una novità assoluta. Non tanto per l’eroe che salva il mondo, c’era già l’Uomo Ragno. Incredibile era l’idea del robot che si trasformava. E mutava la nostra fantasia e l’immaginario. Per non parlare del design. Il robot fu un segno differente».

Nel corso dei decenni sarebbero nati molti fans di Goldrake. E una discreta produzione di blog e saggi. Alessandro Montosi ha scritto: «Ufo Robot Goldrake. Storia di un eroe nell’Italia degli anni Ottanta». Nato quando l’Italia di Bearzot vinceva il Mondiale di calcio (‘82), Actarus l’ha visto grazie ai super otto che acquistava suo padre: «Per me era l’eroe che si evolve e ha sentimenti: soffre, ama. E può morire».

26 agosto 2014 | 08:40

Il papà, il macellaio, il professore Storie di jihadisti cresciuti in Italia

Corriere della sera

di Virginia Piccolillo

Alcuni partono per il fronte, altri restano per reclutare «combattenti»


w=--
ROMA - Un magazziniere che aveva perso il lavoro, un operaio mollato dalla ragazza, uno studente fuori corso, un venditore di spezie costretto alla chiusura, un macellaio e un insegnante di latino e greco: in codice conosciuto ormai come «professor Jihad». Sono diverse le storie di chi ha fatto il salto verso il fondamentalismo islamico, decidendo di diventare «foreign fighter» o rimanendo in Italia a fornire supporto alla rete del terrorismo.

La più commovente è quella di un «combattente», partito dall’Italia per andare a combattere in Siria e morto lì, con il figlio: un bimbetto di tre anni. I carabinieri del Ros, insieme all’antiterrorismo veneta, lo cercano ancora invano nell’inferno siriano. Come Giuliano «Ibrahim» Delnovo, studente di storia e figlio di insegnanti, convertitosi all’Islam radicale, partito per combattere in Siria e morto di recente a 24 anni a Qusayr, questo papà-kamikaze aveva avuto una svolta radicale inaspettata. Imbianchino, arrivato a Ponte delle Alpi nel 2005, era sposato con una ragazza cubana, spesso in giro con il bebè.

Dettaglio non da poco. La parabola integralista in casa comincia quasi sempre dalle donne. Costrette a indossare il velo di colpo, o maltrattate, mentre le barbe si allungano e persino l’alimentazione cambia. Chi può si separa e scappa, come aveva fatto lei. Solo dopo la sua morte ha denunciato la scomparsa del suo bimbo. Delle decine di «foreign fighters» partiti dall’Italia, o transitati dal nostro Paese prima di arrivare sui teatri di guerra, il nome di questo papà-kamikaze, Ismar Mesinovich, è l’unico che si può rivelare per non nuocere alle indagini. Degli altri filtrano storie vissute nelle periferie povere di grandi città o in solitudine di fronte a un computer. Sono questi lupi solitari i più difficili da intercettare: li chiamano terroristi homegrown (fatti in casa). Gli imam delle moschee di Ponte Felcino e di Macherio utilizzavano filmati come materiale didattico per le scuole di terrorismo.

Ma c’è chi li trova navigando su Facebook o su Twitter. Andrea Campione, di 28 anni, se ne nutriva ardentemente. E, secondo l’accusa, la sua parabola di jihadista si stava per compiere con la partenza verso la guerra santa che di solito avviene attraverso mete intermedie. La Turchia, dove il confine con la Siria è di facile attraversamento, o, come nel suo caso, il Marocco, da dove arrivano molti jihadisti di casa nostra. Lui è stato fermato prima e arrestato a Pesaro.

Molto materiale su Internet è in italiano. Cerantonio Musa, calabrese convertito all’Islam e divenuto imam, è molto popolare sul Web. Ma ci sono filmati in italiano anche di immigrati di seconda generazione che cercano nell’integralismo risposte al proprio sradicamento. Per questo l’intelligence segnala la necessità di dare loro punti di riferimento dell’Islam tollerante e non violento con cui potersi rapportare. Anche Mohamed Jarmoune, operaio marocchino da 6 anni a Brescia, era stato addestrato su Internet.

Era in contatto con una estremista araba olandese, comparsa nelle indagini per l’omicidio del regista Theo Van Gogh, e con il forum dell’autore dell’attentato alla sinagoga di Tolosa. Lo hanno arrestato mentre progettava un attentato alla sinagoga di Milano. Bresciano era anche Anas Al Aboubi, 20 anni, di origini marocchine, che si faceva chiamare sul Web «Anas Al Italy». Era stato arrestato, ma il 26 giugno scorso il tribunale del riesame lo ha scarcerato. E’ svanito nel nulla. Ma c’è chi sostiene che sia a capo di una cellula jihadista in Siria.

Ci sono italiani anche nella rete di reclutamento dei combattenti. Il «professor Jihad» a Cagliari insegna in un liceo classico. Ma oltre alle traduzioni di latino e greco, si è molto dedicato a rendere in italiano materiale propagandistico del fondamentalismo islamico. Da dieci anni si è convertito all’Islam. Ed è sotto controllo perché ritenuto un possibile collegamento tra la rete italiana e i teorici jihadisti. Tra questi i Bonnie and Clyde della Jihad: Moez Garsallotti, tunisino fuggito in Belgio, e Malika El Aroud, sua moglie, condannata in Tunisia a otto anni di reclusione. Ma la manovalanza jihadista viene da ambienti culturali più semplici. Tra i personaggi sotto attenzione, ora in Siria, c’è un ragazzo che lavorava in una macelleria islamica e ha perso il lavoro. E diversi che gestivano piccoli esercizi commerciali costretti alla chiusura. In guerra cercano la loro rivalsa.

26 agosto 2014 | 08:07

Ai profughi non piace la pasta: gomme tagliate ai volontari

Libero

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Ci risiamo. Ancora profughi che rifiutano cibo italiano. La nostra cucina, agli ospiti del Mare Nostrum, proprio non piace. L’ultima dimostrazione, dopo i casi di Pozzallo e Roma - dove numerosi pasti sono finiti nell’immondizia - l’hanno fornita una quarantina di immigrati che da quattro mesi alloggiano al Centro di solidarietà di La Secca, frazione del comune bellunese di Ponte nelle Alpi.

In segno di protesta contro un menù a loro dire monotono e per nulla incline ai palati africani, gli immigrati hanno occupato una delle strade principali del paese con una panchina di legno messa di traverso, e hanno appoggiato sull’asfalto il pranzo (come riportato dal Gazzettino), pasta al pomodoro, pane e uova: «Noi questa roba non la mangiamo» avevano detto. Accanto ai piatti hanno posato i borsoni con dentro i vestiti e hanno minacciato di abbandonare la struttura.

Poi, per essere sicuri che le ragioni del sit-in venissero capite fino in fondo, hanno tagliato i pneumatici delle auto del personale della cooperativa che lavora nel centro. Oltre a pasti migliori, hanno chiesto di essere ospitati in un ambiente più confortevole dove poter praticare qualche hobby per ammazzare le giornate. Già, perché tra i motivi della protesta c’è stata pure la noia: non sanno cosa fare, e a loro disposizione - hanno fatto sapere - non ci sarebbe nemmeno un insegnante di italiano. In realtà le lezioni sono state sospese solo ad agosto: l’insegnante è in ferie.

Per sgomberare la strada è stato necessario l’intervento della polizia, dei carabinieri e dei mediatori culturali. Nonostante il caos, nessuno dei profughi è stato denunciato. In caso contrario la richiesta di asilo con tutta probabilità non sarebbe andata a buon fine. Lo sciopero del cibo italiano si è protratto per due giorni. Poi gli immigrati hanno fatto uno sforzo e hanno mangiato.

Al coro di proteste della Lega - secondo la senatrice Raffaela Bellot «i nostri nonni emigrati non si sarebbero mai comportati in un modo così incivile» - si aggiunge quello del Libero sindacato di Polizia Lisipo. Per il presidente, Antonio De Lieto, «è incredibile che mentre centinaia di migliaia di famiglie italiane fanno la coda per avere un piatto di pasta, degli immigrati disprezzino quello che il nostro Paese gli dona con generosità». Anche don Gigetto De Bortoli, presidente del Ceis di Belluno, si dice amareggiato. «Dispiace che passi il messaggio che nella struttura si viva di stenti» aggiunge.

E intanto ieri dallo Janas Village di Sadali, in Sardegna, dopo le proteste della settimana scorsa, un’altra cinquantina di extracomunitari ha deciso di allontanarsi. I nuovi arrivati, famiglie di siriani, palestinesi, cittadini del Mali, un sudanese e un eritreo, hanno deciso diabbandonare il paese a due ore d’auto da Cagliari.

di Alessandro Gonzato





Immigrazione, lo scafista arrestato e rilasciato sette volte in 7 anni
Libero


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L'hanno identificato cinque volte a Lampedusa, una volta l'hanno arrestato a Siracusa, sabato l'hanno acciuffato a Pozzallo dopo che aveva portato in Sicilia 200 migranti siriani. Honeim Tarak, 28 anni, egiziano di mestiere fa lo scafista e il carcere non gli fa paura. Chiuso nel piccolo penitenziario di Ragusa continua a dichiararsi estraneo alla vicenda, dice ad Andrea Galli del Corsera di essere vittima di una congiura: sbagliano i poliziotti e sbagliano i migranti che l'hanno indicato come capo della traversata.

"Uscirò a breve" - Fa un po' scena, ma si dice anche certo che uscirà di galera breve, pronto a riprendere il suo lavoro.  Ad aiutare Tarak nell'ultimo viaggio anche due connazionali che non sapevano come pagare il viaggio: gli organizzatori hanno detto loro di salire in barca, "puntare la Sicilia, e a un certo punto far partire l'Sos - la prassi ormai è questa - tanto gli italiani con l'operazione Mare Nostrum avrebbero provveduto a salvarli". Una frase, quest'ultima, con cui uno scafista certifica il fallimento del progetto Mare Nostrum, l'operazione di salvataggio dei profughi che, in buona sostanza, si traduce soltanto in un incentivo all'esodo: sanno che, qualcuno, andrà a salvarli.

Anche gli italiani - Il lavoro di traghettatore, però, non è un lavoro che fanno solo gli stranieri. Galli racconta di due scafisti brindisini e di un tarantino che in distinti viaggi a Leuca e nel Canale di Otranto hanno portato in Puglia 39 africani. Le traversate, spiega il Corriere, vengono organizzate in collaborazione con la criminalità albanese e come strategia d'azione viene riproposto il modello del contrabbando di sigarette: le navi con il carico in mare aperto e piccole imbarcazioni che fanno la spola.

Violenze sui migranti - Quanto ai migranti vengono picchiati alla testa e ai reni con grosse spranghe di ferro alla partenza, costretti ad affrontare la tra traversata del Mediterraneo a bordo di un gommone che dopo 12 ore di navigazione ha iniziato a sgonfiarsi per via di un foro alla prua. È questo lo scenario in cui è maturata l’ultima tragedia del mare, con 18 corpi trasportati domenica a Pozzallo. A raccontare le violenze subite sono stati i superstiti, ascoltati dagli agenti della squadra mobile di Ragusa ne hanno fermato un presunto scafista. Quest’ultimo, cittadino del Gambia, ha confermato le violenze sui migranti. A bordo del gommone viaggiavano oltre cento persone.

James Foley, gli esperti: "La decapitazione una messa in scena"

Libero

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Una messa in scena: i maggiori esperti forensi internazionali giudicano così il video della decapitazione James Foley. In pratica l'analisi del filmato dimostrerebbe che il giornalista, prima di venir ucciso (perché purtroppo su questo non ci sono dubbi), è stato costretto a simulare la sua esecuzione davanti alle telecamere per subire la decapitazione vera e propria con la macchina spenta. Lo schermo infatti si oscura per qualche secondo, dopodiché viene mostrato il corpo di Foley.

Immagini forti, la decapitazione di Foley
Guarda il video su Libero Tv



I trucchi - Insomma una serie di trucchi e una elaborata post produzione, il tutto per avere il migliore ritorno possibile in termini di propaganda. L'analisi forense dei fotogrammi mette in evidenza il fatto che non si veda sangue nel corso della 'decapitazione', sebbene il jihadista passi il coltello per almeno sei volte sul collo di Foley. Non solo, i suoni che emetterebbe il giornalista non sarebbero quelli tipici di una persona che sta subendo quel tipo di supplizio. Fra le ipotesi degli esperti anche quella che 'John il Jihadista', il presunto boia che compare nel video, sia in realtà un leader dei ribelli ma che altri militanti abbiano portato a termine l'esecuzione: il suo coinvolgimento sarebbe soprattutto un messaggio per far pervenire un messaggio chiaro, fa notare il Messaggero, di minaccia a Londra. Sempre secondo il Times, le autorità britanniche sarebbero già risalite all'identità del terrorista con forte accento inglese ma aspettano a rivelarla per ragioni di sicurezza. Si teme infatti che il gruppo che fa riferimento a John il Jihadista tenga in ostaggio circa 20 prigionieri occidentali, che sarebbero in costante pericolo di vita.

Le ultime lettere - Uno di questi, liberato, ha riportato ai familiari le lettere scritte da Foley. In realtà tutto quello che aveva scritto il giornalista veniva regolarmente sequestrato dai carcerieri così Jim a giugno aveva tentato una strada diversa: aveva chiesto ad un suo compagno in ostaggio insieme a lui, ma che stava per essere liberato, di imparare a memoria una lettera. L’amico aveva mantenuto la sua promessa dettando, una volta libero, la lettera a Diane Foley, madre del reporter americano. La famiglia soltanto adesso, a pochi giorni dalla sconvolgente esecuzione di Foley, ha deciso di pubblicare la lettera su Facebook, in un post che in poche ore è condiviso quasi 2000 volte.

"Ricordo così tanti momenti felici con la famiglia che mi tengono lontano da questa prigione. Sognare i parenti e gli amici mi porta lontano e mi riempie il cuore di felicità - scriveva Foley lo scorso giugno - siamo in 18 insieme in una sola cella, e ciò mi aiuta. Avevamo gli altri per poter fare lunghe chiacchierate di cinema, sport e di banalità. Giocavamo con dei rottami trovati in cella, abbiamo trovato il modo di giocare a scacchi, a Risiko, a dama". La lettera è rivolta ad ogni membro della famiglia: al papà e alla mamma, a Michael e Mattew, a John, Cress e Katie. E infine alla nonna. "Per favore prendi le tue medicine, passeggia e continua a ballare. Devi essere  forte perchè avrò bisogno di te per riprendere la mia vita".

Facebook cambia algoritmo, addio ai post “acchiappa click”

Corriere della sera

6 AGOSTO 2014 | di Marta Serafini | @martaserafini


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Guarda le immagini incredibili, Clamoroso! clicca qui per vedere…E ancora: Scandalo! Ecco cosa ha fatto il tal politico o Hot! Vuoi vedere la tal attrice nuda in spiaggi? A questa spazzatura che gira per lo più sui social ci siamo ormai assuefatti. Ma ora qualcosa potrebbe, finalmente, cambiare. Già, perché Facebook  ha dichiarato guerra al click baiting (la pubblicazione di contenuti con titoli e strilli che ne esagerano il contenuto per invogliare gli utenti a cliccare sui link). Questo tipo di contenuti, in genere, diventano virali dal momento che attirano l’attenzione degli utenti. Ma spesso non offrono contenuti di qualità o che corrispondano al titolo. Talvolta contengono anche spam e virus.

Da tempo chi si occupa di web marketing conosce questo meccanismo e lo sfrutta a suo vantaggio. Esempio tipico, in Italia, è il blog di Beppe Grillo e la piattaforma associata Tze Tze i cui contenuti vengono diffusi sui social con questa modalità per aumentare il traffico, accusa che però i diretti interessati rispediscono al mittente.Sia quel che sia gli utenti incuriositi li cliccano e diventano a loro insaputa il mezzo per diffondere bufale, notizie distorte o esagerate. Tattica usata – doveroso dirlo – anche da parecchi quotidiani e organi di informazione.

Zuckerberg e soci si devono essere resi conto come questo tipo di contenuti alla lunga facciano scappare utenti e di conseguenza danneggino le inserzioni pubblicitaria. Non a caso, di recente, negli Usa si è molto discusso di quanto poco le notizie relative a Ferguson comparissero sulle bacheche. E non solo. Nei giorni successivi alla decapitazione di Foley, come abbiamo scritto qui ci si è resi conto di quanto sia grande la responsabilità dei colossi del tech nella diffusione e nel controllo delle notizie che circolano in rete. Morale, da Menlo Park hanno deciso di modificare l’algoritmo di NewsFeed, il flusso di notizie che appare agli utenti. Basta contenuti spazzatura e titoli del tipo “Non immaginerai mai quali vip hanno litigato sul red carpet”. Se un titolo o uno strillo sono ingannevoli, quel post non sarà “favorito”.

Il criterio per premiare la diffusione di certi post piuttosto che di altri sarà quello del tempo speso a leggere una notizia e il numero di condivisioni e interazioni con il link dopo averlo aperto. «Se gli utenti cliccano su un articolo e trascorrono tempo nella lettura vuol dire che il contenuto è valido. Se invece cliccano su un contenuto esterno al social network e subito tornano sulla piattaforma vuol dire che non hanno trovato quello che cercavano», spiegano Khalid El-Arini eJoyce Tang, rispettivamente ricercatore e product specialist di Facebook. «Quando abbiamo chiesto in una indagine ai nostri utenti che tipo di contenuti preferivano vedere nel loro News Feed – aggiungono – 80% delle volte hanno risposto che preferiscono titoli che li aiutano a decidere se vogliono leggere l’intero articolo, prima di cliccarlo».

In quest’ottica di recente Zuckerberg e soci hanno stabilito anche un’altra modifica, per ora in fase di test. Ossia, è stato deciso di introdurre un alert (avviso) che indichi se un post contiene bufale, satira o fake. Il cambiamento si è reso necessario dopo che ci si è resi conto di quanto le notizie false venissero diffuse come vere dagli utenti. Troppo spesso infatti siti come Onion venivano ripresi e citati come fonti attendibili pur divulgando chiaramente contenuti falsi con intento ironico o di satira. Ma non è finita qui. Un’ulteriore novità in arrivo riguarda il modo in cui si visualizzano i link nei post e le immagini. Se le fotografie sono infatti un fattore di richiamo come ormai ampiamente dimostrato, da oggi Facebook premierà i contenuti condivisi con un’immagine ma anche con una breve anteprima del testo (Formato link, vedi la prima immagine sotto) a scapito del link caption (ossia il post con solo immagine e link, vedi la seconda immagine sotto).




A fronte di questi cambiamenti però non sono mancate le polemiche, come sottolinea tra gli altri anche Forbes. Colpisce  che ancora una volta Facebook si arroghi il diritto (e la responsabilità) di decidere quale informazioni e news veicolare. Anche se non stupisce il giro di vite, dati gli ultimi investimenti nel settore dell’informazione da parte di Menlo Park come nel caso di Paper. C’è poi chi mette in dubbio la validità del criterio temporale. Se infatti un articolo breve richiede una minor permanenza sulla pagina, questo verrà svantaggiato dall’algoritmo. Peccato che però non necessariamente un articolo breve sia meno di qualità di uno più lungo.

Twitter @martaserafini

Rimosso lo scheletro di un feto 36 anni dopo il concepimento

Corriere della sera

La donna di 60 anni accusava forti dolori e i medici pensavano a un tumore. Poi la scoperta che si trattava di un feto extrauterino


(Foto d’archivio)(Foto d’archivio)

Un feto rimasto per 36 anni nell’addome di una donna indiana è stato rimosso qualche settimana fa, da un team di medici di Nagpur. L’eccezionale intervento, descritto sul Times of India e sui media internazionali, sarebbe collegato a quella che si ritiene la più lunga gravidanza ectopica del mondo. La paziente, di 60 anni, era rimasta incinta a 24 anni, ma il feto si era sviluppato fuori dall’utero e la gravidanza si era interrotta. Nonostante i dolori, la paziente non si è fatta visitare per anni, fino a un riacutizzarsi del problema che l’ha portata a rivolgersi al NKP Salve Institute of Medical Sciences di Nagpur. Qui i medici hanno scoperto quello che in un primo tempo pensavano fosse un tumore: le analisi hanno poi rivelato che si trattava di una massa calcificata.
Scoperta eccezionale
L’ecografia, spiegano i sanitari, ha mostrato uno scheletro completo in una sacca calcificata. Secondo i medici si tratta di una scoperta eccezionale: in letteratura è descritto il caso di una donna belga che aveva portato dentro di sé un feto per 18 anni, praticamente la metà del tempo della paziente indiana. La massa è stata rimossa all’inizio di agosto e ora secondo i dottori la donna sta meglio ed è in fase di recupero.

(Fonte: Adn-Kronos Salute)
26 agosto 2014 | 10:54

Adottata, cerca la madre naturale Il giudice ordina di rintracciarla

Corriere della sera
di Marco Gasperetti

La donna ha 59 anni. Dopo la sentenza della Consulta, il tribunale per i minori di Firenze precede il Parlamento.

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FIRENZE -«Finalmente la stanno cercando la mia mamma», dice Mariagnese con un filo di voce. E da una borsa mostra un documento. È l’ordinanza del tribunale dei minori di Firenze nella quale si delega «il giudice relatore a disporre, con le dovute cautele, le necessarie ricerche». Un atto giudiziario rivoluzionario che, di fatto, scardina la legge 184 del 1983 e rende nullo l’articolo 28, quello che imponeva il divieto ai figli non riconosciuti alla nascita (il così detto parto in incognito) di conoscere il nome dei genitori.

Un’ordinanza che segue la sentenza della Consulta che alcuni mesi fa ha giudicato incostituzionale la legge 184, ma che anticipa le nuove normative (ci sono quattro proposte di legge) in discussione in Parlamento. Non è soltanto una storia di giurisprudenza quella di Mariagnese Bellardita, 59 anni, una casa a Pontassieve (non lontana da quella del premier Matteo Renzi), quattro figli e due nipoti. Perché il cuore e i sentimenti s’intrecciano con le carte bollate e rendono questa vicenda unica nella sua incredibile verità.

Mariagnese, quando nasce nel 1955, appartiene a quell’esercito numerosissimo di bambini di madre sconosciuta. Viene affidata a un istituto religioso nel Bergamasco e adottata a dieci mesi da una coppia siciliana. Il padre e la madre adottivi decidono di non raccontarle niente, né da bambina né da adulta. «La verità la conoscerò solo dopo la morte di mio padre da una zia - racconta Mariagnese -. Verità parziale, però. Prima la zia mi dice che sono stata abbandonata davanti a una chiesa.

Anni dopo, finalmente, mi svela che i miei genitori naturali erano due ragazzini di 16 e 14 anni. Non hanno mai saputo di avere una figlia in vita perché gli raccontarono una terribile menzogna: “Vostra figlia è morta durante il parto”». Mariagnese ha un attimo di commozione. Poi continua: «La rivelazione è sconvolgente. Eppure in un primo momento non ho sentimenti. Sono fredda, insensibile. Scatta un meccanismo di rimozione, di rifiuto. Poi cresce la voglia immensa di cercare quei due ragazzini che forse non mi hanno neppure abbandonata. Faccio appelli ovunque, ma inutilmente. La legge mi osteggia, vieta che io sappia la verità. Poi, finalmente, arriva la sentenza della Corte Costituzionale. Torna la speranza».

Siamo nel dicembre 2013. Grazie al sostegno di Emilia Rosati, fondatrice insieme ad Anna Arecchia del Comitato nazionale per il diritto alle origini biologiche, un’associazione che si batte per il diritto alla conoscenza dei genitori naturali, parte l’istanza al tribunale di Firenze patrocinata dall’avvocato Roberto Continisio. Nel documento si chiede il diritto di conoscere il nome della madre biologica negato dalla legge 184 ma ritenuto incostituzionale dalla Consulta. «Il risultato è straordinario e per la prima volta un tribunale accoglie pienamente la nostra richiesta - spiega Emilia Rosati -. Il tribunale di Firenze dice sì, si muove personalmente per avviare la ricerca anche se la limita alla volontà dell’eventuale madre naturale a conoscere la figlia».

Mariagnese ha uno strano presentimento. Da quando sa che è iniziata la ricerca è convinta di essere vicina alla verità. «Non so se mia mamma è ancora in vita e se lo è mio padre - spiega Mariagnese -. Erano giovani, quando sono nata, ma sono passati 59 anni e sono tanti. Però spero di ricostruire comunque un pezzo della mia vita, di riuscire a capire da dove sono arrivata. Mi piacerebbe raccontare un giorno ai miei nipoti una favola a lieto fine. C’era una volta una bambina che oggi è una nonna felice ».

26 agosto 2014 | 09:07

Almeno 16 figli da madri surrogate Caccia al giapponese «padre seriale»

Corriere della sera

di Angela Geraci

Mitsutoki Shigeta, 24 anni, è ricercato dall’Interpol. Trovati a Bangkok nove neonati in un appartamento. Mistero sui veri motivi della creazione della «fabbrica dei bambini»


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Mariam Kukunashvili, fondatrice della clinica della fertilità «New Life» di Bangkok, aveva capito subito che c’era qualcosa che non andava in quel 23enne giapponese, Mitsutoki Shigeta. Il ragazzo si era rivolto al centro thailandese nell’estate dell’anno scorso per trovare due madri surrogate ma, appena saputo che le inseminazioni erano andate a buon fine, aveva immediatamente chiesto di poter avere a disposizione altri uteri in affitto. Un comportamento molto strano. Si era anche informato sulla possibilità di congelare il suo sperma per continuare a procreare anche da anziano. «Diceva che la sua intenzione era quella di avere 10-15 figli all’anno», ha raccontato la dottoressa Kukunashvili che aveva allertato l’Interpol fin dalla nascita del primo bambino, a giugno del 2013.

Ci è voluto più di un anno perché l’assurda storia di Shigeta, figlio di un miliardario magnate delle telecomunicazioni in Giappone, venisse alla luce: il 5 agosto scorso la polizia thailandese ha fatto irruzione in un condominio di Bangkok e ha trovato un appartamento semi arredato in cui vivevano nove piccoli (sei maschi e tre femmine) e nove donne che li accudivano. La casa era piena di biberon, pannolini e giocattoli. La stampa l’ha subito ribattezzata «la fabbrica di bambini». Shigeta, padre accertato dei piccoli e di almeno altri nove neonati, nel frattempo si è volatilizzato: ha lasciato il Paese il giorno del blitz. Le telecamere dell’aeroporto di Bangkok l’hanno ripreso. Era in compagnia di una donna e teneva in braccio un bambino piccolo, uno dei suoi figli probabilmente.
Madri surrogate pagate oltre 7mila euro l’una
Le foto dei bimbi mostrate in una conferenza stampa della polizia thailandese (Ap)Le foto dei bimbi mostrate in una conferenza stampa della polizia thailandese (Ap)

«Ogni madre surrogata è stata pagata tra i 300mila e i 400mila baht» (tra i 7 mila e i 9.400 euro), ha riferito il colonnello Decha Promsuwan che guida l’inchiesta sul caso. «Posso solo dire che non avevo mai visto nulla di simile in vita mia», ha commentato esterefatto il direttore dell’Interpol thailandese Maj Gen Apichart Suribunya. Il timore è che il folle progetto di Shigeta abbia oltrepassato i confini del Paese: sono al lavoro infatti anche gli uffici regionali dell’Interpol in Giappone, Cambogia, Hong Kong e India, dove il ricco giapponese avrebbe appartamenti e aziende registrate. Nel frattempo una delle cliniche della fertilità a cui si è rivolto, la All IVF di Bangkok che ha eseguito le fecondazioni in vitro, è stata chiusa perché operava senza licenza.
Le ipotesi: traffico di neonati, sfruttamento di minori, delirio
Gli investigatori lavorano su due piste principali: «Crediamo che possa trattarsi di traffico di neonati o sfruttamento di minori», ha spiegato un investigatore. Shigeta, dal 2010, è entrato oltre 60 volte in Thailandia e spesso da lì si è spostato in Cambogia, dove ha già portato quattro dei suoi bambini. Al momento il 24enne non è stato ancora incriminato per alcun reato in Thailandia. Ma ci sarebbe anche un’altra ipotesi dietro «la fabbrica dei bebè»: una sorta di delirio di onnipotenza. La dottoressa che per prima ha dato l’allarme ha riportato alcune confidenze che Shigeta aveva fatto allo staff della clinica.

«Al manager del nostro centro - ha raccontato Kukunashvili - disse che intendeva vincere le elezioni in Giappone e che per questo gli serviva una famiglia numerosa che lo votasse». «Aggiunse anche - ricorda ancora la dottoressa - che la cosa migliore che poteva fare per il mondo era lasciare un gran numero di discendenti». Ad alcuni infermieri Mitsutoki aveva addirittura rivelato che voleva avere «mille figli» e la polizia non esclude che i piccoli siano stati concepiti con gli ovuli di «donne di diverse razze». Sulla stampa giapponese c’è anche chi ipotizza che il ragazzo volesse creare una schiera di collaboratori destinati ad aiutarlo a gestire il suo patrimonio.
L’avvocato: «Non ha fatto nulla di illegale»
Una madre surrogata interrogata a bangkok (Epa)Una madre surrogata interrogata a bangkok (Epa)

Shigeta, tramite il suo avvocato, ha fatto arrivare in Thailandia un campione di Dna (che è servito a provare che tutti i bambini sono davvero suoi figli) e ha fatto sapere che non c’è «nulla di disonesto o illegale» in quello che ha fatto: desidera semplicemente una famiglia numerosa e farà di tutto per riprendersi i bimbi, attualmente affidati ai servizi sociali. Intanto gli inquirenti stanno interrogando le madri surrogate ma non sono ancora riusciti a stabilire le identità di quelle biologiche. I punti da chiarire in questa storia sono tanti, compresa una questione che riguarda i passaporti: Shigeta ne avrebbe ben tre diversi, uno giapponese, uno cinese e uno cambogiano. Il mistero più grande da svelare però rimane uno: cosa si nasconda davvero nei pensieri di questo ragazzo nato nel 1990.