domenica 24 agosto 2014

Il diario di«Ibrahim», jihadista genovese: capi in hotel, noi in tenda

Corriere della sera

di Erika Dellacasa

ll quaderno scritto in Siria dal convertito Giuliano Delnevo è stato recuperato dalla madre in due viaggi avventurosi. «Forse è ancora vivo»


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GENOVA - Dalle fitte pagine, scritte in inglese, del quaderno che Giuliano Delnevo usava come diario cominciava già a trapelare la delusione del giovane genovese, da sei mesi arruolato nelle fila dei ribelli siriani, per la sua esperienza sul campo. Tutto il mondo è paese, ha scritto amaramente Delnevo: «noi viviamo duramente» ha commentato riferendosi alle difficili condizioni dei guerriglieri, mentre «i capi» vivono ben sistemati «in case» o addirittura in albergo con ogni comodità e buon vitto e non accampati in posti di fortuna e con scarsi rifornimenti.

Il senso di ingiustizia di questo diverso trattamento per cui - come nell’Occidente che aveva appena rinnegato - anche nella jihad c’erano i privilegiati, gli alti in grado che avevano diritto ad ogni comfort, e la truppa che tirava a campare, aveva cominciato a farsi strada nella mente del ventitreenne partito da Genova per combattere contro Bashar Assad. Il diario è stato trovato dalla madre di Delnevo, Eva Guerriero, insegnante di francese, durante uno dei suoi disperati viaggi alla ricerca del figlio o almeno del suo corpo.

Il quaderno è stato fotocopiato e l’originale consegnato alla Procura di Genova che spera di trovare in quegli appunti una traccia per ricostruire i contatti italiani del giovane convertito all’Islam. Secondo quanto risulta alla Farnesina, Delnevo sarebbe stato ucciso da un cecchino nell’estate dello scorso anno ma non c’è alcuna dichiarazione ufficiale di morte anche perché il corpo non è mai stato trovato. «Ci risulta - spiegano alla Farnesina -, in accordo con quello che dicono anche alcuni famigliari, che il corpo di Delnevo sia sepolto in prossimità di Aleppo, nella zona degli scontri. Recuperarlo al fine di un’identificazione certa in questo momento presenta fortissimi rischi, di fatto è quasi impossibile. Il console Caporossi, che si trova a Beirut, ha fornito alla famiglia le informazioni in nostro possesso».

Delnevo era partito per unirsi alle milizie jihadiste in Siria - raggiunta attraverso la Turchia - nel novembre del 2012 e secondo le notizie arrivate in Italia è stato ucciso nel giugno dello scorso anno. Eva Guerriero ha compiuto due viaggi in Siria per trovare notizie, l’ultimo lo scorso autunno quando si è incontrata con alcuni jihadisti compagni del figlio (che le avrebbero consegnato alcuni oggetti personali e il diario): «Mi hanno raccontato - spiega - che un cecchino si divertiva a ferire le sue vittime per prolungare l’agonia. Dopo che il cecchino aveva colpito almeno due volte un suo amico mio figlio è uscito allo scoperto per soccorrere il compagno ed è stato ferito.

Non so se poi è stato ucciso o se, solo ferito, è stato ricoverato in un ospedale quindi adesso potrebbe trovarsi in una prigione di Assad. Quello che voglio sapere è se è vivo». Giuliano Delnevo, che ha assunto al momento della sua conversione cinque anni fa il nome di Ibrahim, risulta indagato dai sostituti procuratori di Genova Nicola Piacente e Silvio Franz insieme con altri quattro (solo uno di questi è italiano) per il reato di arruolamento ai fini di terrorismo: il fascicolo contro di lui è tuttora aperto perché, spiegano in Procura, nessuna notizia di morte è stata comunicata. La stessa Farnesina dice che della questione si occupa il Ministero degli Interni.

A questo punto sembra che Giuliano Ibrahim Delnevo cadendo sotto i colpi del cecchino di Aleppo sia precipitato in una sorte di limbo: la madre non si dà pace e alterna momenti di profondo sconforto alla speranza. Nonostante ciò ha trovato il coraggio di intraprendere da sola due volte il viaggio verso Aleppo, fermandosi in Turchia nella cittadina di confine di Kilis dove si ingaggiano fixer per passare in Siria e dove il giornalista Ben Taub ha raccolto notizie su di lei. Il giornalista scrive infatti sul DailyBeast di aver parlato con un passeur che «ha incontrato la madre di un italiano morto che voleva vedere il figlio il cui corpo giaceva in una strada irraggiungibile circondato dai cecchini».

Per quanto le notizie riferite siano confuse la presenza di Eva Guerriero e la sua determinazione non sono passate inosservate. Quanto alla Procura di Genova che conduce l’inchiesta sul jihadista l’obiettivo è accertare il più possibile i sistemi di reclutamento dei terroristi che si servono soprattutto della rete, per questo sarebbero stati acquisiti i proclami e le «lezioni» di Delnevo su Internet. Il diario potrebbe contenere qualche informazione anche se - da un primo esame - è soprattutto la testimonianza di sei mesi di vita di un giovane italiano entrato nelle milizie jihadiste che a contatto della realtà della violenza cominciava a veder sgretolarsi le sue illusioni.

24 agosto 2014 | 09:50

E su Marte spunta un «osso»

Corriere della sera

In un’immagine ripresa dal rover Curiosity della Nasa. E sul web si scatenano le speculazioni sulla «prova» dell’esistenza di un’antica civiltà

Dopo poco più di due anni di esplorazione, il rover Curiosity sulla superficie di Marte trova un «osso», vagamente umano. Si tratta di una roccia dalla forma strana, probabilmente derivata dal crostone superficiale spezzato proprio dalle ruote del robot della Nasa, di cui si notano di fianco le tracce lasciate delle sue ruote.
Un «osso»
Ma è bastato che l’Agenzia spaziale americana diffondesse sul web le foto che in tutto il mondo si scatenasse la febbre della «prova provata» dell’esistenza di un’antica civiltà scomparsa «che ci vogliono tenere nascosta» da parte di tutti gli appassionati di materie ufologiche. Nella sua pagina web, la stessa Nasa dice che la roccia ha «una forma di osso» (Bone up on Mars Rock Shapes).

L’«osso» di Marte trovato da Curiosity

Microsoft, arriva Windows 9: sarà annunciato il 30 settembre

Il Mattino
di Alessio Caprodossi

Microsoft accelera i lavori e annuncerà ufficialmente Windows 9 il 30 settembre.

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L'anteprima arriva dal sito americano The Verge che cita diverse fonti anonime ma la voce sembra assai fondata considerando che già nei giorni scorsi altri siti avevano rilanciato il rilascio ormai prossimo del nuovo sistema operativo di Microsoft. La parola d'ordine è dimenticare e far dimenticare agli utenti il pessimo passaggio a Windows 8, la release che sarebbe dovuta essere rivoluzionaria e che invece si è rivelata un boomerang, tanto che come riporta Net Applications l'attuale quota di mercato si aggira attorno al 13% circa.

L'arrivo del nuovo Ceo Satya Nadella e l'uscita del vecchio regime - tre giorni l'annuncio del ritiro assoluto dell'ex Ceo Steve Ballmer, ora concentrato sui suoi Los Angeles Clippers, acquistati insieme ad altri investitori per due miliardi di dollari - ha dato nuova linfa al gruppo di Redmond e soprattutto impresso un orizzonte nuovo e netto: Microsoft deve concentrarsi sullo sviluppo software e recuperare terreno per diventare protagonista nel mercato mobile. La nuova politica parte proprio da Windows 9, un sistema operativo che già dal nome (quello in codice è Threshold) vuole staccarsi dal passato (per questo è doveroso evitare Windows 8.2 o Windows 8.5).

Quali saranno le novità? Presto per dirlo, chiaramente, anche se la certezza è il ritorno del tasto Start, abolito in Windows 8 e richiesto a gran voce dagli utenti. Non tornerà come in passato ma in una nuova veste a metà strada tra come era in Windows 7 e le piastrelle di Windows 8. Altro passaggio quasi certo dovrebbe essere l'eliminazione della Charms Bar e un'inversione di tendenza verso l'uso di tastiera e mouse, preferite per l'ambito desktop al touch.Il maggior interrogativo è Cortana, l'assistente virtuale di cui si narrano grandi cose e che potrebbe essere uno dei punti di forza di Windows 9, anche se l'attuale stato di sviluppo suggerisce un eventuale arrivo in versione provvisoria.

Bisognerà capire, poi, come l'azienda vorrà muoversi con Windows RT e Windows Phone poiché è difficile pensare che intenda continuare a investire su tre sistemi operativi differenti. L'intento è svilupparne uno che sia compatibile con l'ambiente mobile e quello desktop senza forzare la mano in entrambi i sensi ma l'esempio di Windows 8 dimostra quanto la strada sia complessa.Tanti dubbi da sciogliere e scelte decisive da compiere: di sicuro il 30 settembre sapremo qualcosa in più su cosa vorrà fare Microsoft.

venerdì 22 agosto 2014 - 19:14   Ultimo agg.: 20:35

Morto Adel Smith, il «nemico» del crocifisso nei luoghi pubblici

Corriere della sera

Divenne famoso nei primi anni Duemila per la sua battaglia contro la presenza di simboli sacri in scuole, aule giudiziarie, ospedali e seggi elettorali

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È morto venerdì per una grave malattia Adel Smith, 54 anni, divenuto famoso nei primi anni Duemila per la sua battaglia contro la presenza di simboli sacri negli edifici pubblici, dalle scuole alle aule giudiziarie, dagli ospedali ai seggi elettorali, culminata con il lancio di un crocifisso dalla finestra dell’ospedale dell’Aquila. Il decesso è avvenuto intorno alle 6 proprio al «S.Salvatore», il nosocomio aquilano che lo aveva visto ricoverato anni fa.
 
Morto in una stanza senza crocifisso
Smith è morto in una stanza senza crocifisso. L’uomo, nato ad Alessandria d’Egitto da padre italiano e madre egiziana, con un nonno inglese, abitava a Ofena (L’Aquila). Lascia la moglie e tre figli. «È stato un coraggioso, che ha sempre utilizzato gli strumenti dell’ordinamento giuridico italiano per portare avanti le sue battaglie sui principi di libertà, in particolare di religione e della persona, contro qualsiasi forma di condizionamento anche subliminale - ricorda il suo avvocato, Dario Visconti - e mi riferisco ai simboli religiosi, e all’imposizione di simboli monoconfessionali specificamente».
Lanciò una croce dalla finestra di un ospedale
Numerosi i procedimenti giudiziari intentati e subiti da Smith. A gennaio 2006 fu condannato a 8 mesi di reclusione per vilipendio alla religione dopo aver gettato dalla finestra, tre anni prima, il crocifisso che si trovava nella stanza dell’ospedale dove era ricoverata sua madre. Prima ancora, nell’ottobre 2003, dopo un suo ricorso, il giudice del tribunale aquilano Mario Montanaro aveva emesso la sentenza-shock che imponeva la rimozione, entro 30 giorni, di qualsiasi simbolo religioso dalla scuola elementare e materna «Antonio Silveri» di Ofena, frequentata da due dei suoi figli. Nella stessa scuola, nel 2005, erano stati evitati il presepe e la recita natalizia, fatto che aveva suscitato molte polemiche



Islam, morto Adel Smith Dieci anni fa l'aggressione in tv

Morto Adel Smith, il nemico del crocifisso Memorabile la sua

23 agosto 2014 | 09:34

Dieci anni senza naia. Il sondaggio: meglio prima o adesso?

La Stampa
ferdinando camon

Il servizio militare univa i coetanei di tutta Italia e insegnava il senso dello Stato

Il servizio militare obbligatorio è stato sospeso il 23 agosto del 2004 dalla legge Martino. L’ultimo scaglione di leva, i nati nel 1985, ha giurato nel gennaio del 2005. Il servizio militare obbligatorio è stato sospeso il 23 agosto del 2004 dalla legge Martino. L’ultimo scaglione di leva. i nati nel 1985, ha giurato nel gennaio del 2005

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Ricorre in questi giorni il decimo anniversario della sospensione del servizio di leva obbligatorio. Molti pensano che sospendere la naia sia stato un grande bene. La naia, dicono, era tempo perso, non insegnava niente e sprecava una parte preziosa della vita, la parte più energica, più volitiva, più formativa. Mi sia permesso contraddirli. Solo per dire che il servizio militare, con tutti i malanni che portava con sé, portava anche dei meriti, che non sempre venivano visti e apprezzati. A me la naia ha insegnato molte cose.

Prima di tutto, che cos’è lo Stato. Che cos’è lo Stato, lo Stato concreto, quello in cui vivo io, non me l’ha insegnato Platone, con la sua pòlis governata dai filosofi (dov’è?), non Hegel (lo Stato porta una morale moderna mentre la famiglia è impiantata su una morale arcaica, se ti trovi a scegliere tra famiglia e Stato devi scegliere lo Stato, quindi Antigone ha torto), e neanche il Vangelo (“date a Cesare…”): che cos’è lo Stato me l’ha insegnato il servizio militare. Si partiva per il servizio militare e dall’estremo Nord ci sbattevano all’estremo Sud. 

Era un rimescolamento di razze e di lingue, come quello che Tito usò per fare la Jugoslavia unita. Se eri un soldato semplice, capitavi al Car, Centro Addestramento Reclute, tu piemontese o lombardo o veneto insieme con sardi e pugliesi. Facevi subito esperienze inaudite. Distribuivano le lenzuola, e c’eran figli di pastori che domandavano cosa sono e a cosa servono. Idem per la carta igienica, mai vista prima. Si dormiva in grandi camerate, i fucili venivan deposti al centro sulla rastrelliera, dritti in su, ma di notte qualche soldato si metteva la baionetta sotto il cuscino, perché non si sa mai.

Dovevi adattarti a una gerarchia che cominciava da zero. Col passare delle settimane e dei mesi, qualcuno veniva scremato e saliva di grado, tu non l’avevi notato ma i superiori sì. Se avevi qualche qualità, per esempio eri fatto per guidare, ti dirottavano alla scuola guida. Un’istituzione vasta, come l’esercito, si regge sull’obbedienza, se non c’è obbedienza si sfascia. Il vero trauma della naia era l’obbedienza. Kubrick ha dedicato un film a questo tema, come si fa di un giovane borghese un marine per il Vietnam. Ignazio di Loyola pensò di applicare il principio dell’obbedienza a un’istituzione religiosa. 

L’obbedienza ha un prezzo psichico enorme, non c’è soldato che, una volta congedato, non ricordi per filo e per segno le volte in cui ha dovuto obbedire anche se era assurdo. Ti staccavi a vent’anni dalla famiglia, dove padre e madre diventavan pazzi per assicurarti la felicità, ti trovavi fra sconosciuti di tutt’Italia e dovevi «arrangiarti», «cavartela». Se in ufficio, in fabbrica, a scuola, in azienda, fra tanti ex-soldati di leva c’era qualcuno che non aveva fatto il servizio militare, c’era sempre qualche superiore che commentava: «Si vede».

Nella naia nascevano amicizie che non morivano più. Gli ex-compagni di camerata continuavano a informarsi sulla vita dei colleghi, e tra le ragioni ce n’era anche una che loro non capivano, ed era questa. Ognuno esponeva sull’armadietto la foto della propria ragazza, c’era sempre chi s’innamorava della ragazza del vicino e poi, congedato, andava a trovarlo non per incontrare lui, ma per incontrare lei. Non ci riusciva mai. O, se ci riusciva, era tardi. La naia era anche questo, e forse soprattutto questo: una fusione collettiva degli amori dei ventenni. Non c’è niente di uguale nel mondo borghese. Allora si amava e si cresceva «per generazioni», adesso si ama e si cresce ognun per sé. Adesso l’unico collegamento generazionale è via Internet. Ma la differenza tra quegli amori e quelli d’Internet è la differenza tra donne di carne e donne di carta. 

Svizzera, manifesti choc: "No a una sanità all'italiana"

Giovanni Masini - Sab, 23/08/2014 - 11:50

Il 28 settembre si voterà per decidere sulla proposta di una cassa malati unica. E i promotori del "no" attaccano la sanità di casa nostra


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Ci ricascano, gli svizzeri. Quattro anni dopo i manifesti diffusi in canton Ticino che ritraevano gli italiani come topi famelici, questa volta a finire nel mirino è la sanità italiana. L'occasione è fornita dal referendum, indetto per il 28 settembre, sul servizio sanitario pubblico della Confederazione: i cittadini elvetici sono chiamati a decidere se respingere o approvare la proposta, avanzata tra l'altro dal Partito socialista, di una cassa malati unica. E in molti, tra i contrari, hanno lanciato uno slogan ben poco politically correct: "No a una sanità all'italiana!"

La campagna per il no - che è sostenuta da un ampio schieramento politico e dall'associazione di imprese Economiesuisse - è partita con manifesti e pubblicità sui giornali, ma ben presto è sbarcata sui social network, dando vita a un vero e proprio florilegio di interpretazioni sull'efficacia del servizio sanitario del nostro Paese.

Dagli spezzoni de "Il medico della mutua" di Alberto Sordi fino agli elenchi di inchieste relative al servizio sanitario nazionale italiano, agli svizzeri la fantasia non sembra mancare.
Secondo il Corriere della Sera, però, le possibilità di successo del referendum sono molto poche: contro l'eventualità di una cassa malati unica sono scesi in campo personalità e istituzioni di primo piano, a partire dal governo federale di Berna.

Sul proprio sito istituzionale, il governo elvetico ha lanciato ai propri cittadini un monito piuttosto chiaro: "La concorrenza incentiva modelli e prestazioni innovative. Con un'unica cassa malati verrebbe meno la possibilità di libera scelta per il paziente."

Tuttavia è proprio questo successo già annunciato che ha fatto levare più di un sopracciglio contro una campagna mediatica che prende di mira l'Italia di cui in pochi hanno compreso la reale necessità. Il presidente dell'associazione degli industriali ticinesi, Stefano Modenini, prova a spiegare così il fenomeno: "Se si vuole raccogliere un facile consenso da queste parti a quanto pare basta parlare male degli italiani"

L'Isis ha arruolato anche un 13enne

Franco Grilli - Sab, 23/08/2014 - 16:13

Il ragazzo è partito dal Belgio per unirsi al Califfato. Il padre: "Gli hanno fatto il lavaggio del cervello"


Si chiama Younes Abaaound, ha 13 anni e sarebbe la più giovane recluta dell'Isis.
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A dirlo è Shiraz Maher, studioso del centro studi sulla radicalizzazione al King’s College di Londra. Intervistato dal Telegraph, il padre del giovane ha detto che ai figli "è stato fatto il lavaggio del cervello" mentre erano in Belgio. Non è chiaro se Younes sia in effetti impegnato in prima linea nei combattimenti, ma sui social network era circolata una suo foto in cui imbraccia un fucile.

Niente libertà condizionata per killer di John Lennon

La Stampa

E' l'ottava volta che gli viene negata: «c'è una ragionevole possibilità che possa di nuovo a violare la legge»


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Mark David Chapman, l'uomo che nel 1980 uccise John Lennon, resta in prigione. Per l'ottava volta gli è stata infatti negata la libertà condizionata, ha reso noto il New York Department of Corrections.

«Dopo una revisione dei dati e interrogatori» è stato stabilito che se rilasciato ora, «c'è una ragionevole possibilità» che Chapman tornerebbe «di nuovo a violare la legge», ha reso noto il dipartimento.

Chapman, 59 anni, uccise Lennon davanti alla sua abitazione di New York l'8 dicembre 1980 e un anno dopo fu condannato ad una pena minima di vent'anni fino al carcere a vita. La prima volta ha chiesto la libertà condizionata nel 2000 e da allora gli è stata negata otto volte. La prossima richiesta potrà presentarla tra due anni.

Gesù sta arrivando”. I segreti del tormentone

La Stampa
paolo coccorese

L’autrice è Desiree, immigrata che vuole evangelizzare l’Italia

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Ha lunghe treccine bionde che scendono sulle spalle, una t-shirt bianca coordinata con un paio di pantaloncini e degli occhi grandi che sembrano accendersi quando la discussione si fa più intensa. Il volto di Desiree, nata 54 anni fa in Camerun, ma in Italia dal 2001, madre di quattro figli e ben sei nipoti, si confonde facilmente con quello delle tante donne africane che vivono nelle grandi città come Torino. Fino a quando, dalla borsetta non sfila un foglio di carta stampato. «Li appendo ovunque: da Roma, a Milano, da Nord a Sud. Il mio compito? Diffondere la parola di Dio», dice l’autrice dei misteriosi manifesti di «Gesù sta arrivando», diventati un caso in gran parte d’Italia. 

Sul web, da tempo i complottisti e i buontemponi si sbizzarriscono per trovare una spiegazione. «I cartelli? Sono l’invenzione di qualche spacciatore per indicare il luogo d’incontro col cliente», scrivono. Ma le versioni sono moltissime. «E’ una trovata di marketing di qualche politico» o, più semplicemente, «lo scherzo di qualche ragazzino annoiato». Poi, c’è chi ha deciso di prendere il pennarello e modificarli con battute e risposte ricche di sarcasmo e di spirito (non santo). A Torino, dove quasi ogni muro ha il suo, gli esempi sono svariati. «Gesù sta arrivando. Farò in tempo a mettere a posto il salotto?». Oppure, «E allora io butto la pasta», «Anch’io ritardo di cinque minuti», «Beve acqua pubblica» o «Balla la musica house». 

I primi manifesti sono apparsi quattro anni fa. «Una notte, mentre dormivo, mi è apparso il Signore e mi ha detto di informare più gente possibile del suo arrivo – dice Desiree che parla della sua missione come di un lavoro –. Da allora, ogni giorno viaggio per tutta Italia per lasciare il suo messaggio. Lo faccio da sola. E, quando incontro qualcuno, lo benedico e lo invito a fare lo stesso. Così i miei cartelli sono arrivati a Roma». La profetessa dei manifesti ha anche affinato le sue tecniche. «Li scrivo anche in romeno e li appendo nei luoghi più frequentati - aggiunge -. Dalle stazioni, come quella Centrale di Milano, ai quartieri della movida come piazza Vittorio, a Torino. A volte, basta alzare lo sguardo per scovarli». 

Alle spalle ha una vita difficile. «Sono arrivata in Italia su una barca dopo aver attraversato il deserto – dice la signora che frequenta le chiese avventiste -. Ho scampato la morte grazie alle preghiere. Nel mondo ci sono le guerre e tante cose orribili: solo credendo ci salveremo». La parola di Dio è un antidoto contro la paura. Medicina da diffondere a tutti i costi. «Quasi ogni giorno vengo multata perché imbratto i pullman con il mio pennarello indelebile», dice. Poi, fa un sorriso. «Ogni multa è di cento euro, ma non posso lamentarmi: la polizia fa il proprio mestiere. E, quando mi fermano, sono felice di poter parlare anche con loro». Ogni occasione, è buona per predicare. E «Gesù sta arrivando» per tutti, anche per chi ha la divisa e negli anni le ha inflitto «oltre cinquemila euro» di contravvenzioni. 

Il condono non preclude il controllo automatizzato e la liquidazione

La Stampa


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La definizione automatica ex art. 9 della Legge 289/2002 non preclude all’Amministrazione Finanziaria il controllo formale della dichiarazione e la liquidazione dell’imposta dovuta. L’Agenzia era e resta legittimata ad emettere la cartella di pagamento a seguito di controllo automatizzato ai sensi dell’art. 54 bis, D.P.R. n. 633/1972 del Modello Unico, per il recupero dell’IVA non versata dal contribuente, nonostante l’intervenuto condono.

È quanto afferma a chiare lettere la Corte di Cassazione nell’ordinanza del 29 luglio n. 17136, accogliendo le lamentele avanzate dall’Agenzia e annullando la decisione d’Appello. Gli Ermellini sul caso non hanno dubbi e, decidendo nel merito, ridanno alla cartella la forza che gli era stata tolta dai giudici di merito.

Secondo la costante giurisprudenza di legittimità, la presentazione della dichiarazione ai sensi del menzionato articolo 9 non esclude la liquidazione delle imposte mediante controllo formale, la norma, infatti, al comma 9 dispone espressamente che “sono fatti salvi … gli effetti derivanti dal controllo … ai sensi del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 54 bis, e successive modificazioni”. Mentre la disposizione del successivo comma 10, secondo cui il perfezionamento del condono preclude la possibilità di “ogni accertamento tributario”, riguarda, appunto, gli accertamenti e non le liquidazioni effettuate dall’Ufficio nell’esercizio del potere di accertamento formale automatizzato. Tali liquidazioni, infatti, “non hanno portata innovativa se non per la correzione degli errori materiali e di calcolo” (in tal senso sent. 1438/2013).

Fonte: Fiscopiù - Giuffrè per i Commercialisti - www.fiscopiu.it/news/il-condono-non-preclude- il-controllo-automatizzato-e-la-liquidazione

Le Regioni dalle uova d'oro: soldi a tutti, il merito non vale

Andrea Cuomo - Dom, 24/08/2014 - 08:30

Quella delle cosiddette retribuzioni di rendimento per i dipendenti regionali è una lotteria che ha solo biglietti vincenti

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Una mucca alle cui tette si allattano tutti. Una gallina che l'ovetto d'oro non lo nega a nessuno. Quella delle cosiddette retribuzioni di rendimento per i dipendenti regionali è una lotteria che ha solo biglietti vincenti. È tutto leggibile sui siti internet delle varie regioni, alla voce «performance», nella sezione «amministrazione trasparente», che poi così trasparente non è, se è vero che alcune delle più popolose regioni italiane (Lombardia, Piemonte, Lazio) non pubblicano i dati. Se clicchi ti rimbalzano con una «pagina in allestimento» o qualcosa del genere. Un mezzuccio per sfuggire al dettato del decreto legislativo 33/2013 che pure viene richiamato.

Ma forse quello che spinge alcune regioni a non pubblicizzare i premi ai dirigenti è solo pudore. Perché a leggere le cifre di chi invece questi dati li fornisce c'è da arrossire. Prendete l'Abruzzo, regione di centrosinistra governata da Luciano D'Alfonso: gli ultimi dati sono relativi al 2013 e riguardano gli 89 dirigenti, che incassano in totale 783.180,34 euro in soli premi. La gran parte di loro si mette in tasca 10.895,59 euro l'anno, ma c'è anche chi esagera: due dirigenti incassano bel 14.344,06 euro e quattro fanno bingo con 11.433,53 euro.

Una beneficiata che però non riguarda solo i gradi apicali ma tutto il personale: per il 2012 ai 1459 dipendenti (tra personale di catogoria e posizioni organizzative) sono andati 6.664.282,14 euro, quasi tutto il bottino previsto di 6.859.129,67 euro. Questo perché praticamente tutti i dipendenti sono stati valutati al massimo del profitto, alla faccia del principio per cui il reddito di rendimento dovrebbe premiare solo i più bravi. Ma evidentemente all'Aquila il talento non manca: dei 1.459 dipendenti solo 10 sono stati valutati a zero, uno tra 41 e 60 centesimi, cinque da 61 a 80 e 1.443 da 80 a 100, meritandosi quindi il premio pieno.

Restiamo in Centro Italia e spostiamoci in Umbria, altra regione di centrosinistra. Anche qui le performance dei dirigenti e dei dipendenti sono altissime, se è vero che per il 2011 i dipendenti hanno incassato 1.559.017,25 euro di premi produttivi, lasciando per strada solo 1.836,28 euro. E i dirigenti si sono intascati 1.050.672,14 euro, quasi tutto il montepremi. Grazie a questa perfezione la gran parte dei 61 dirigenti di stanza a Perugia si sono messi in tasca 10.877,95 euro, anche se molti, evidentemente più bravi, hanno avuto anche di più: il superman Gianni Giovannini, dirigente sanitario, ha tirato su ben 23.798,37 euro di soli premi, portando il suo reddito complessivo a oltre 115mila euro.

Ma è la Sardegna uno dei bengodi del dirigente regionale. La retribuzione di risultato relativo all'anno 2011, liquidata nel 2012, è stata per buona parte dei 145 dirigenti di 25.623,13 euro. Qualcuno sfonda anche quota 30mila euro e Giovanni Antonio Carta tocca addirittura quota 48.834,06: in pratica per lui la voce relativa ai premi supera la retribuzione fissa e la retribuzione di posizione. Lo stipendio complessivo più ricco è quello di Massimo Temussi, con 161.812 euro lordi.

E anche la piccola (e autonoma) Val d'Aosta si mostra piuttosto generosa con i suoi dirigenti, anche se meno delle altre: secondo i dati resi noti da Aosta i 137 dirigenti per il 2013 si sono visti riconoscere un bonus complessivo di 719.818,32 euro, pari a 5.254,15 euro ciascuno. L'ammontare più alto, 7.922,32 euro, spetta curiosamente al dirigente che si occupa del casinò di Saint-Vincent: l'unico che alla roulette o al blackjack vince ogni anno.

Perché i cristiani sono superiori

Camillo Langone - Sab, 23/08/2014 - 18:23

Dio sarà anche lo stesso ma le religioni, ossia le forme pubbliche della fede in Dio, sono tutte diverse


Dio sarà anche lo stesso ma le religioni, ossia le forme pubbliche della fede in Dio, sono tutte diverse. Cristianesimo e islamismo, in particolare, e nonostante i vaniloqui sul comune padre Abramo, per certi versi sono addirittura agli antipodi.
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Lo dimostra la telefonata intercorsa tra Papa Francesco e i famigliari del povero James Foley. La madre del giornalista americano decapitato in Irak, cattolicissima come il marito e come il figlio che aveva studiato in un'università di gesuiti e si era sostenuto durante la lunga prigionia recitando il rosario, non ha gridato parole di vendetta come tradizionalmente accade nel mondo musulmano quando viene uccisa una persona cara. E non perché la signora Foley è buona e le madri musulmane sono cattive ma perché la signora Foley è figlia del Vangelo, che insegna il perdono, e le madri musulmane sono figlie del Corano, che esorta alla vendetta.

Non ci credete? Pensate che io sia un islamofobo ottuso? Che parli sulla base di pregiudizi? Allora andatevi a leggere la Sura della Vacca che poi sarebbe il secondo capitolo del loro testo sacro: «In materia di omicidio v'è prescritta la legge del taglione: libero per libero, schiavo per schiavo, donna per donna». L'esatto contrario del porgere l'altra guancia e, già che ci siamo, un ottimo modo per giustificare, con la scusa di Allah clemente e misericordioso, l'inferiorità delle donne e la schiavitù dei vinti. E qualcuno ha ancora il coraggio di dire che le religioni sono tutte uguali? Che si informi, che studi.

Proprio una telefonata interessantissima quella tra Papa Francesco e i Foley. Il Santo Padre, informa la sala stampa vaticana, «è rimasto molto impressionato dalla grande fede della madre». Impressionante davvero perché i cattolici sono ormai in maggioranza ipocredenti. Credono grosso modo tutti nell'esistenza di Dio, e ci mancherebbe, molto meno in dogmi fondamentali come la transustanziazione, parola impronunciabile ma realtà indispensabile: la presenza reale di Cristo nell'ostia consacrata. Dal punto di vista dogmatico la Chiesa è talmente un colabrodo che un aspirante cardinale (Ravasi, tanto per far nomi) può scrivere in un articolo di dubitare della resurrezione, ossia della veridicità dei Vangeli, e poi ricevere la berretta rossa come se niente fosse.

Chiunque come me vada a messa tutte le domeniche non può non riscontrare che i sacerdoti quando leggono il messale sembrano avere una fede granitica, mentre quando improvvisano al pulpito, durante la predica, appaiono incerti, dubbiosi, tiepidi. Quindi ha davvero del miracoloso che una madre a cui è stato appena sgozzato il primogenito abbia conservato una fede talmente solida da consentirle di affrontare un simile, tragicissimo evento senza maledire l'universo mondo.

Ne avrebbe avuto ben donde, la signora Foley, ma non l'ha fatto. «Mi ha ricordato Gesù», ha detto del figlio dopo averlo visto in quell'orribile video. Ecco la grandezza del cristianesimo, capace di fornire un senso e alimentare una speranza (la speranza di quella resurrezione che non convince troppo Ravasi) perfino nella peggiore delle disgrazie. Avrebbe potuto dire qualsiasi terribile cosa questa madre americana e noi l'avremmo capita, giustificata.

Oppure avrebbe potuto molto semplicemente confrontare il messaggio di Cristo con quello di Maometto. «Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori», dice il primo. «Uccideteli ovunque li incontriate», scrisse il secondo. Ma non ha fatto nemmeno questo e allora lo faccio io, che sono meno buono e più polemico di lei. Il padre (Papa Francesco ha parlato con entrambi i genitori) ha definito il figlio «un martire della libertà». E anche lui ha perfettamente ragione, definizione più giusta non si poteva trovare. Una telefonata molto impegnativa, quella tra il Papa e questi formidabili signori: perché adesso ci tocca cercare di essere degni di cristiani così.

Hitler come Annibale, rivincite fallite La prima sconfitta è quella che conta

Corriere della sera
di Giuseppe Galasso

Sorprendenti analogie tra le guerre mondiali e quelle puniche. La Germania
e Cartagine lanciarono una nuova sfida, ma decisiva fu la disfatta precedente

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Due grandi guerre in un quarto di secolo, 1914-18 e 1939-45. Ma perché, se nei venti anni intercorsi non si fece altro che deplorare la prima terribile esperienza bellica e ritenere inverosimile che si tornasse su una strada della quale erano apparsi chiari gli enormi costi, rischi e strascichi di vecchi e nuovi problemi? E, poiché la rivincita del 1939 non modificò in alcun modo il verdetto del 1918, ci si può anche chiedere se avesse un senso tentare di modificarlo. Sono, beninteso, domande antistoriche.

Se dopo la Prima scoppiò una nuova guerra mondiale, vuol dire che ce n’erano tutte le ragioni. Eppure, il verdetto della Prima guerra era stato netto. La Germania era uscita del tutto sconfitta. La guerra aveva insegnato che la potenza militare non basta a decidere un conflitto globale nell’epoca della civiltà industriale, e che il sistema delle alleanze col quale si affronta un conflitto è un’altra determinante fondamentale del suo esito. La Germania, militarmente potentissima, non aveva il complesso delle risorse di cui disponeva il campo avverso, e il suo sistema di alleanze non aveva il carattere complementare e globale di quello opposto.

Il primo conflitto aveva pure non poco precluso le possibilità del Reich tedesco di ripetere la sfida, come si vede se si esamina a fondo la Germania del 1939 rispetto a quella del 1914, senz’altro più forte e potente di quella hitleriana. La pace del 1919 le aveva già spezzato le ali non solo per le condizioni finanziarie draconiane ad essa imposte dai vincitori, ma anche per l’autentica e grave deminutio politica che in vario modo quella «pace cartaginese» le procurò, in parte per la perdita di un buon 15 per cento del suo territorio (passò da 540 mila a 470 mila chilometri quadrati), in altra e maggiore parte con l’isolamento politico in cui in ultimo essa si era ritrovata in quella guerra. Un isolamento che in seguito la Germania sembrò rompere. Nel secondo conflitto essa entrò alleata col Giappone e con l’Italia. Nel primo aveva avuto al suo fianco solo i già consunti imperi asburgico e ottomano.

Il patto di Adolf Hitler con Mosca del 1939 fu quel genere di trattato raffigurato in varie caricature apparse sulla stampa occidentale: un accordo fra due banditi, che lo firmavano con la destra, nascondendo con la sinistra dietro la schiena il pugnale assassino. Altra cosa era la rinnovata alleanza globale delle potenze occidentali. La stessa potenza militare tedesca del 1939 non era quella del 1914. Non c’era più una grande marina. C’erano una forte aviazione e un esercito dotato di armi e strategie nuove. Ma i trionfi del 1939-40 sfiorirono ben presto nell’estate del 1940, con le battaglie aeree nei cieli inglesi, e nel dicembre del 1941, a poche decine di chilometri da Mosca.

La reale dimensione della forza di Hitler apparve chiara già allora, minore di quella del 1914. Gli Alleati lo avevano ben capito e, quando l’esito della guerra pareva ancora incerto e lontano, fissarono il loro obiettivo ultimo nell’unconditional surrender, la resa incondizionata del nemico: il che poteva sembrare un eccesso di fiducia e una velleità di ripetere e aggravare la pace cartaginese del 1919, ma era solo un calcolo non errato delle forze in campo. A pensarci, la vicenda richiama quella che più di venti secoli prima aveva opposto Roma e Cartagine. Anche quello fu, a suo modo, un conflitto globale e, soprattutto, lo divenne per il suo esito.

Le due potenze si affrontarono in due lunghissime guerre, dal 264 al 240 e dal 219 al 201 avanti Cristo. Nella memoria generale è rimasta impressa la seconda, con le imprese memorabili di uno dei più grandi capitani della storia, quale fu Annibale, fino alla sua vittoria, famosissima, di Canne (216 a.C.); con la lunghissima controffensiva romana, conclusasi con lo sbarco in Africa e con la vittoria risolutiva riportata a Zama (202 a.C.) da un altro grandissimo capitano, ossia Scipione l’Africano; e con la «pace cartaginese» che i Romani imposero ai vinti. Anche in quel caso la Cartagine di Annibale sembra più potente di quella sconfitta nel 240 a.C., ma anche in quel caso l’apparenza inganna.

Era stata, infatti, la guerra precedente a tagliare le unghie alla tigre cartaginese. Iniziando quel conflitto Roma non era ancora una potenza navale, e nel corso della guerra lo divenne, superando nettamente l’avversaria anche sul mare, e senza che in seguito Cartagine potesse più competere con lei sul campo che era stato fino ad allora la grande arena delle sue fortune. La guerra aveva, inoltre, escluso i Cartaginesi dall’Italia e dalle isole italiane, privandoli di ogni prospettiva al di là delle acque africane. Insomma, le misure della storia erano già state largamente prese in quel primo conflitto. Poi Cartagine sembrò riprendersi. Si costruì un suo nuovo spazio imperiale in Spagna.

Trovò nella famiglia dei Barca la guida di un partito nazionalista e revanscista di grande forza, e in Annibale, che ne era un rampollo, un capo militare all’altezza di ogni più ardito progetto. La sua fortuna nella guerra fu inizialmente travolgente. Si trovò anche un alleato, che si aveva ragione di ritenere molto importante, in Filippo V di Macedonia. Ma Roma aveva ormai acquisito dimensioni e potenza impossibili da superare in quel contesto storico, e dimostrò una saldezza interna e una saggezza politica anche maggiori della sua granitica potenza militare. Anch’essa lo sapeva. Mai, anche dopo Canne, ebbe la minima esitazione nel proporsi la totale e finale liquidazione della rivale. Secondo la tradizione, il Senato inviò allora una delegazione a incontrare Terenzio Varrone, il console sconfitto e gravemente responsabile di quel disastro, a ringraziarlo di aver avuto fiducia nelle sorti della Repubblica.

E Annibale stesso lo doveva in qualche modo sospettare, poiché non ardì porre alla Roma prostrata da quella sconfitta l’assedio che i suoi ritenevano risolutivo. I paralleli storici sono sempre arbitrari e ingannevoli, e niente è fatalmente deciso dai precedenti. La Seconda guerra punica e la Seconda guerra mondiale ebbero la loro genesi nella forza delle cose, e solo in astratto si possono ritenere due tragedie evitabili. Però, i paralleli sono suggestivi e, presi con le dovute precauzioni, finiscono sempre col dire qualcosa. Cartagine era tutt’altra cosa dalla Germania del Novecento, e il campo dei vincitori del 1918 e del 1945 era ancor più lontano dall’equivalere a quella grande Roma antica. Eppure, alla suggestione di un doppio conflitto in mezzo secolo con tante e tali conseguenze nel III secolo a.C. e nel XX secolo d.C. si può indulgere con la certezza di non cedere solo alla tentazione di un ozioso wargame (che, peraltro, non sarebbe poi nulla di riprovevole).

23 agosto 2014 | 09:25