sabato 23 agosto 2014

L'ambasciatore iracheno a Di Battista: "Se vuole andare, il visto è pronto"

Chiara Sarra - Sab, 23/08/2014 - 10:41

Il diplomatico: "Impossibile intavolare dialogo coi terroristi, ma se vuole provarci vada pure"



"Se l’onorevole Alessandro Di Battista ha la possibilità di entrare in contatto con i terroristi e vuole andare nelle zone sotto il loro controllo per intavolare con loro una discussione, sappia che il suo visto di ingresso in Iraq è pronto".Dialogare coi terroristi dell'Isis, insomma, è arduo anche per chi li conosce bene. Ma per il grillino convinto che nessuna strada diplomatica sia troppo ardua, le porte dell'Iraq sono aperte.

"Può andare ad Erbil, raggiungere in qualche modo Mosul e convincere i terroristi a fermare il genocidio di cristiani e musulmani come sta avvenendo in questi giorni", dice all'agenzia TMNews l'ambascatore, "Diamo il benvenuto a qualsiasi iniziativa lodevole, quindi anche a quella dell’onorevole Di Battista, atta a porre fine al massacro della minoranza cristiana e yezidi nel Nord del Paese dove i terroristi seminano il terrore uccidendo bambini e rapendo donne su base unicamente identitarie".

Calderoli: «Gli immigrati? Il Papa se li tenga in Vaticano»

Corriere della sera

Ancora una provocazione dal vicepresidente del Senato: «Il Santo Padre non ce li mandi nella Bergamasca»


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Ancora una provocazione sull’immigrazione arriva dalle parole di Roberto Calderoli, vicepresidente del Senato. «Ho avuto la fortuna di conoscere papa Bergoglio, che all’inizio mi aveva entusiasmato ma ora mi sta deludendo: andando in Vaticano un rom o un marocchino non l’ho mai incontrato, perché se sei irregolare c’è l’arresto». Così si è espresso sull’accoglienza che gli istituti della Chiesa cattolica garantiscono agli immigrati in Italia. Ma non è tutto. «Se li tenga in Vaticano - ha aggiunto parlando del Papa al BerghemFest della Lega - e non ce li mandi nella Bargamasca».
Le proprietà della Chiesa
Secondo l’esponente del Carroccio del resto le proprietà della Chiesa sono soprattutto frutto «dei lasciti e dell’otto per mille, destinati ai nostri figli e nipoti e non agli extracomunitari». Quello di Calderoli è stato un lungo discorso, quasi uno sfogo davanti ai militanti, durante il quale ad un passaggio successivo si è comunque detto «profondamente cattolico» spiegando una serie di recenti vicissitudini personali, tra cui sei operazioni chirurgiche: Calderoli si è più volte commosso al microfono, anche quando ha ricordato la madre, recentemente scomparsa.

23 agosto 2014 | 00:03

Gli immigrati si lamentano persino delle zanzare

Valentina Raffa - Ven, 22/08/2014 - 15:33

Dopo cibo e hotel sgraditi, altra rivolta: 22 minorenni vanno dai carabinieri


Ragusa - Protestano. In questi giorni, come anche prima dell'estate e prima ancora, in inverno. Interi gruppi di immigrati ospiti nelle strutture d'accoglienza sparse per l'Italia arricciano il naso.
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Lamentano ora la qualità o la tipologia del cibo, ora le condizioni ritenute inidonee in cui si trovano a vivere, poi l'orario visto che per il Ramadan vogliono mangiare di notte. Protestano per il ritardo nel disbrigo delle pratiche e il rilascio dei documenti (dato che i tempi della burocrazia superano quelli previsti dalla legge) e ora – ci mancava soltanto questo all'appello – per la presenza di zanzare nella struttura in cui sono ospitati. Protagonisti sono 22 minorenni del Mali, Gambia e Nigeria che, stanchi di essere ospitati dalla cooperativa «La forza della vita» a Ispica, in provincia di Ragusa, sono usciti dalla struttura per recarsi in caserma e denunciare ai carabinieri le condizioni in cui vivono e il ritardo nel rilascio dello status di rifugiati politici.

«Ci sono le zanzare» hanno detto e avrebbero denunciato anche la presenza di zecche. Poi per protesta sono andati a piedi sotto il sole cocente dalla caserma di Ispica fino a Modica scortati da polizia e carabinieri. «Mostravano le punture delle zanzare – dice un rappresentante delle forze dell'ordine - Gli ho mostrato le mie. Mal comune mezzo gaudio. Del resto siamo in estate e non è raro fare incontri ravvicinati con questi insetti». La giornata è stata lunga. Ci sono voluti due mediatori culturali e, alle 22, i ragazzi hanno fatto rientro al centro scortati da una volante. Gli è stata promessa un'accelerazione nel rilascio dei documenti e chissà, magari pure la disinfestazione.

Il ministro dell'Interno Angelino Alfano ha di recente assicurato il raddoppio del numero delle commissioni. Ma intanto si protesta. I 22 giovani avevano già fatto sentire la loro voce quando da Augusta, primo centro che li ha ospitati, erano arrivati a Caltagirone. Si erano barricati nella struttura, chiedendo documenti e pasti caldi di notte quando per il Ramadan è concesso nutrirsi. Solo qualche giorno fa 47 immigrati trasferiti in pullman a Sadali, tra Cagliari e Nuoro, si sono barricati nel bus perché non gradivano la destinazione finale: l'hotel Janas Village a 3 stelle non faceva per loro.

E vai con la protesta racimolando cassonetti per l'immondizia e qualche fiammifero per un bel falò notturno per riscaldarsi. «Tornate al vostro Paese insieme a chi vi ha fatto arrivare» ha tuonato il segretario della Lega Nord Matteo Salvini, che ha replicato l'invito agli «ospiti» dell'hotel a 3 stelle Bellevue di Cosio, in Valtellina, che giorni fa hanno protestato per il menù. «Vogliono gli spaghetti al pomodoro – scrive il leghista su Facebook - Ma andate a farvi benedire con chi vi ha fatto arrivare. Così potrete mangiare quello che vi piace».

Se l'Italia è nota per il buon cibo, non la pensavano così gli «ospiti» di una struttura alberghiera di Triscina, in Sicilia, che ad aprile erano scesi in strada con tanto di striscioni in cui si denunciava la distribuzione di modiche porzioni e, quelle stesse, non molto buone né adeguate alle loro abitudini. A dicembre, addirittura, per protesta sulla qualità del cibo era stato allagato il Cie di Bari.

Rifugiati, ministro bavarese contro l’Italia: “Non li identifica per non farsene carico”

La Stampa

L’attacco di Joachim Herman: «Non vengono presi dati e impronte per permettere loro di chiedere asilo in un altro Paese». E molti si spostano in Germania

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Scontro tra Italia e Germania sulla gestione dei profughi: è il ministro degli Interni bavarese Joachim Herman a rivolgere un duro attacco all’Italia sul delicato tema dell’identificazione dei migranti. L’Italia, critica Herman, «in molti casi intenzionalmente non prende dati personali e impronte digitali dei rifugiati per permettergli di chiedere asilo in un altro Paese». Secondo il politico tedesco, un modo per «non farsene carico».

In Germania soprattutto: il governo bavarese giovedì ha registrato un nuovo record, 319 richieste d’asilo in un giorno solo. «Uno dei motivi - ha sottolineato Herman - è che una parte considerevole dei rifugiati che arrivano in Italia si mettono in viaggio verso la Germania senza essere passati per il previsto procedimento» attacca il ministro degli Interni, riferendosi alle leggi sui rifugiati.
Le norme europee prevedono che i rifugiati facciano richiesta di asilo nel primo Paese dell’Unione in cui arrivano: saltando la procedura di identificazione, secondo Herman Roma evita che i rifugiati sbarcati in Italia possano essere rimandati indietro nel caso in cui venissero identificati in un altro Paese europeo. Ripetutamente, negli ultimi mesi, la polizia bavarese e quella austriaca hanno reso noti casi di rifugiati fermati mentre tentavano di entrare nei rispettivi Paesi senza i documenti necessari.

Nel 2013, stando ai dati forniti dal ministro bavarese, la Germania ha concesso asilo a 126mila immigrati, l’Italia solo a 27.930. L’Unchr ha però calcolato che nel 2013 circa 60mila immigrati sono approdati sulle coste italiane.

Agli immigrati non piace il resort: "Portateci a Napoli". E vengono accontentati

Libero


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L’Italia come un albergo di lusso? Anche di più, ma non per tutti. Solo per immigrati. Dopo due giorni di proteste perché la collocazione del resort offerto dallo Stato italiano è stata ritenuta troppo lontana dalle grandi città, tornano a Napoli i 47 immigrati giunti a Cagliari lunedì scorso. Erano stati trasferiti in un posto incantevole, il Janas Village Hotel Restaurant di Sadali, al confine tra le province di Cagliari e Nuoro. Hotel con piscina, aria condizionata e tv satellitare in camera, menù a base di prodotti biologici, costo al pubblico 65 euro a notte, 35 per i profughi (pagati lo Stato). Ma non andava bene.

I 47 provenienti da Nigeria, Mali, Costa d’Avorio e Senegal, sono sbarcati in Italiaa assieme ad altri 73 con vari mezzi di fortuna tra marzo e giugno scorso (chi in barca, recuperato dai mezzi di Mare Nostrum, chi in treno). Inizialmente accolti in alcune strutture napoletane, intorno al 18 agosto sono stati trasferiti in Sardegna, vista la disponibilità logistica dell’isola a direzionarli nelle strutture provinciali. E così è stato: 47 a Nuoro, 47 ad Oristano, 21 a Sassari e 5 a Cagliari.

Per il vitto, l’alloggio e i vari altri benefit il costo per la collettività è di circa 35 euro al giorno per immigrato. Ma i 47 arrivati all’Hotel Janas di Sadali, resisi conto di trovarsi in un paese non così vicino alla città - «qui siamo troppo isolati» - si sono prima barricati sul pullman noleggiato per trasportarli, poi una volta convinti ad uscire hanno protestato per strada, sdraiandosi davanti alle automobili dei cittadini e rifiutandosi di accettare la cena preparata per loro dai ristoratori. Costruita una sorta di barricata con bidoni e cassonetti della spazzatura, hanno isolato un capitano dei carabinieri, tre poliziotti e due operatori della Scientifica di Nuoro, inscenando una protesta e restando tutta la notte all’esterno della struttura.

Forti della richiesta di status di rifugiati politici - ci fanno sapere dalle questure di Sassari, Oristano e Nuoro - dopo una lunga trattativa con le forze dell’ordine, 21 immigrati hanno accettato di entrare in albergo a Sadali e cenare, mentre altri 26 hanno ottenuto di essere imbarcati per Napoli, pur continuando con la protesta, sia pur più lieve. I 26 hanno alla fine acconsentito a una tregua accettando di trascorrere la notte in un albergo, “Il Platano” di Ottana, altra località incantevole.

Di lì a poco è arrivata la decisione del ministero dell’Interno di accettare il diktat dei 47 e, come detto, di riportarli a Napoli. Nel pomeriggio di ieri è stato dunque organizzato un pullman per condurli fino all’aeroporto cagliaritano di Elmas, e da lì un volo Meridiana per farli sbarcare nel capoluogo campano. Il costo dell’imprevisto non sembra per il momento quantificabile. E anche le nostre richieste di chiarimenti formali inviate al Viminale non hanno trovano risposta.

Romina Mura, sindaco di Sadali e anche deputata del Pd, ha dichiarato al quotidiano Unione Sarda: «Sono persone libere, non possono essere trattenute in un posto in cui non vogliono stare». Infatti, ci confermano dalle questure, «chi richiede lo status di rifugiato politico non è in alcun modo trattenibile dalla polizia italiana, formalmente è libero di andare dove vuole». Questo, quindi, in virtù di una richiesta di parte che non attesta alcunché, ma che viene verificata con tempi non certo celeri. Peraltro, se sono «persone libere», non si vede perché debbano spostarsi a lor piacimento a spese della collettività. Ma tant’è.

Nel marzo scorso la presidente della Camera Laura Boldrini disse: «Non possiamo, senza un’insopportabile contraddizione, offrire servizi di lusso ai turisti e poi trattare in modo a volte inaccettabile i migranti che giungono in Italia dalle parti meno fortunate del mondo, spesso in condizioni disperate». Giusto: mancava lo champagne!

di Antonio Amorosi

Investì un bimbo di due anni, bulgaro ai domiciliari dopo due mesi

Libero


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Sono stati concessi gli arresti domiciliari al 37enne bulgaro arrestato dalla polizia con l’accusa di essere il "pirata" della strada responsabile della morte di un bimbo di tre anni che il 22 giugno scorso fu travolto da un’auto mentre attraversava le strisce a Ponte Nuovo, nel Ravennate. L’uomo, come conferma il suo avvocato Gianluca Brugioni di Rimini, è uscito dal carcere ieri pomeriggio. Determinante per il gip, che ha accolto la richiesta della difesa per la concessione della detenzione domiciliare, è stata l’istanza di patteggiamento presentata il 14 agosto.

Un’istanza, ha spiegato l’avvocato, che riconosce tutti e tre i reati contestati al 37enne: omicidio colposo, omissione di soccorso e guida in stato di ebbrezza. L’udienza è fissata dopo l’estate. Il piccolo Gionatan fu travolto dall’auto pirata sotto gli occhi dei genitori e del fratellino maggiore mentre stava attraversando la strada in prossimità di un passaggio pedonale proprio sotto la sua abitazione.

Altro che “stupida applicazione”: dietro Yo c’è ben altro

La Stampa
federico guerrini

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È vero, è un’applicazione in apparenza alquanto stupida, e hanno ragione quelli che lo sottolineano. Ma, come appare evidente dai vari aggiornamenti proposti in questi mesi, Yo, il software nato per inviare notifiche via cellulare, ha il potenziale per diventare ben altro. Superato senza troppi problemi un incidente avvenuto nei primi mesi, quando dei giovani hacker riuscirono a far breccia nel sistema, oggi Yo può contare su due milioni e mezzo circa di utenti e ha appena lanciato una serie di servizi che espandono di molto il raggio d’azione dell’app. Il primo è lo Yo Index, un indirizzario di tutti i siti a cui è possibile iscriversi per ricevere uno “yo” quando vengono inseriti dei contenuti nuovi o particolarmente rilevanti. Nel caso di un giornale o di una rivista online, questo può voler dire essere avvisati sull’uscita di uno scoop, ma, pur nella sua semplicità, o forse proprio grazie ad essa, Yo si presta a molti altri tipi di interazione.

Come racconta il fondatore Or Arbel, in un post pubblicato su Medium , il colosso della ricerca di lavoro Monster, lo ha usato ad esempio per invitare la gente a inviare notifiche intitolate “ilovemyjob”, “ihatemyjob” o “ineedmyjob”, raccogliendo in questo modo interessanti statistiche sull’atteggiamento delle persone verso il proprio impiego. Un’altra novità introdotta di recente sono gli hashtag, che servono a identificare temi di conversazione come avviene su Twitter. 

Gli hashtag possono essere inoltrati ai propri contatti (un atto che corrisponde al retweet di Twitter) e per ciascuno di essi viene calcolata la popolarità in base al numero di inoltri: ecco nascere gli “argomenti di tendenza” di Yo , altra funzione mutuata dal tecnofringuello. Cosa forse ancora più importante, alle notifiche è ora possibile associare dei link: basta salvarli negli appunti dello smartphone e tenere premuto a lungo il nome del destinatario.

“Tutte queste novità – spiega Fabio Lalli, fondatore dell’azienda Iquii ed esperto di startup – come appare evidente sia dalla sequenza temporale con cui sono state lanciate, che dai molti celebri investitori che stanno dietro le quinte di Yo, fanno parte di una strategia complessiva, molto furba e studiata a tavolino”.

Altro che applicazione stupida e improvvisata, insomma. Per Lalli - ma anche per vari osservatori stranieri - sfruttando come traino la pubblicità derivante dalla raccolta di oltre un milione e mezzo di dollari di investimenti per un servizio apparentemente banale, Yo sta cercando di posizionarsi come punto di riferimento in un settore vitale dell’ecosistema delle comunicazioni: quello delle notifiche. 

Collocandosi su un livello potenzialmente ancora più importante e redditizio di quello della messaggistica istantanea: “se in WhatsApp, per esempio, quello che conta è il contenuto del messaggio – spiega Lalli - Yo vuole accaparrarsi invece il monopolio dell’infrastruttura di comunicazione sui telefonini”. Come ha scritto qualche tempo fa MG Siegler su Medium, a proposito di un altro prodotto: “non serve alcuna applicazione: la notifica ’è’ il messaggio”.

Attraverso un canale come quello proposto da Yo è possibile ricostruire il grafo sociale di un utente (ovvero, le persone con cui è in relazione), e in teoria, gestire qualsiasi tipo di azione che può essere attivata da un impulso esterno.Quest’ultima parte della strategia sarà probabilmente implementata in futuro, ma già oggi, attraverso l’abbinamento a un servizio come IFTTT (If This Than That) si possono far scaturire da un semplice “Yo” una molteplicità di azioni, dallo spegnimento a distanza delle luci di casa all’avvio della registrazione di una telecamera di sorveglianza collegata in wi-fi. È il caso dunque, soprattutto per i concorrenti di saper guardare oltre le apparenze e cercare di capire dove un’applicazione come Yo potrebbe arrivare: una volta insediatasi come infrastruttura principe per le notifiche, sarà difficile scalzarla. 

Dai comunisti ai grillini, chi coccola l’Isis

Libero


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Dalla parte sbagliata della storia c’è il solito pienone. Composto dalla solita compagnia: comunisti (ex, post o neo che dir si voglia), grillini, cattolici adulti, benpensanti assortiti. Tutti a non capire (o a fare finta, che è persino peggio) che qui si è in presenza di gente - i tagliagole islamisti - per cui il nemico siamo noi in quanto tali. E tutti di conseguenza a prodursi in distinguo, giustificazioni, benaltrismi, pacifismi e a ritirare fuori dall’armadio il consueto armamentario tardo-ideologico a base di dialogo, islam moderato e responsabilità dell’Occidente. Tutto, pur di non guardare in faccia la realtà.

A confermarsi un passo avanti a tutti sono i Cinque stelle. Fedeli al verbo del cittadino Di Battista, quello secondo cui i terroristi dell’Isis sono soggetti con cui bisognerebbe «intavolare una discussione», i girllini ieri hanno presentato una risoluzione per impedire l’invio di armamenti ai curdi chiedendo invece di concentrarsi sulle iniziative umanitarie e di intelligence. Picco assoluto la richiesta di «una Conferenza di Dialogo Politico tra le parti, che preveda anche meccanismi di secondo livello per la partecipazione delle società civile», perché è noto che nulla spaventa quanti vanno in giro a tagliare teste in nome di Allah come la mobilitazione della società civile.

Su posizioni non dissimili (il mazzo resta pur sempre quello) i vendoliani, al pari dei grillini contrari all’invio di armi e al pari dei grillini favorevoli ad affrontare la questione a colpi di volemose bene : da cui la richiesta della consueta «conferenza di pace» da promuovere al più presto e, soprattutto, dell’obbligatorio autodafè sull’Occidente miope e cattivo che dell’Isis risulta essere padre nobile (il deputato Palazzotto sollecita a tale scopo «un ragionamento sulle nostre responsabilità nell’ultimo decennio, come se non ci fosse una responsabilità grande e non si potesse leggere in questo quadro il fallimento delle politiche estere sotto la guida degli Stati Uniti»).

Non poteva mancare all’appello Laura Boldrini, che di certo equilibrismo dialogante è considerata virtuosa. Intervistata dal Secolo XIX, la presidente della Camera più in là di un generico riferimento alla «matrice qaidista» del terrorismo non si spinge, come se l’Islam non c’entrasse nulla. Allo stesso modo, non potevano mancare in quota cattocomunisti quelli delle Acli, secondo il cui presidente Gianni Bottalico l’Isis non si combatte con le armi ma «facendo luce e mettendo di fronte alle loro responsabilità quanti hanno finanziato ed armato questa orda di violenti dell'Isis, (...) che si è radicata nell'Iraq disastrato in seguito alla lunga guerra di occupazione americana».

Il guaio è che la voglia di coprirsi gli occhi per non vedere quello con cui si ha a che fare è assai diffusa. Non si spiegherebbe altrimenti il parere largamente favorevole con cui gli internauti di tutto il mondo hanno salutato la decisione - non si sa se più pavida o più demenziale - dei vertici di YouTube e Twitter di rimuovere il video dell’esecuzione di Jim Foley in nome della retorica smielata del “ricordiamolo da vivo”. Tuti contenti e tutti sollevati. Perché finché le cose non le vedi, puoi ancora fare finta che non esistano.

m. g.

L’altra verità, sconvolgente, sull’Isis e sui suoi aguzzini

Marcello Foa


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Leggo titoli sconvolti e giustamente indignati per la decapitazione del giornalista Usa ad opera dell’Isis, ovvero dei fondamentalisti islamici che stanno occupano ampie parti del Medio Oriente e dell’Iraq. E’ un gruppo che, come emerge anche nel filmato, oggi proclama il proprio odio per gli Stati Uniti. La storia in teoria è semplice e già vista: terroristi contro la superpotenza americana.

In realtà molto più sofisticata e – consentitemelo – sconvologente. Già, perché pochi analisti davvero coraggiosi e indipendenti, nessuno racconta com’è nato l’Isis, chi l’ha voluto, chi l’ha finanziato. La risposta è sorprendente: sono gli stessi americani con alcuni alleati tra cui Paesi del Golfo, primo fra tutti il Quatar, con il conenso, pare, di israeliani e britannici. Già perché l’Isis rappresenta l’evoluzione di quelle bande armate – composte da fanatici e da criminali – che gli Usa assieme agli alleati hanno appoggiato e armato nel tentativo di rovesciare il regime siriano di Aassad, come noto da tempo da più fonti e che sarebbe stato confermato recentemente, tra gli altri, da Snowden, svelando documenti ufficiali dell’agenzia americana National Security agency (leggi qui). In internet girano foto di John McCain che nel febbraio 2011 incontra i cosiddetti ribelli siriani – tra cui anche gli attuali leader dell’Isis – definendoli dei “moderati”.

Sono quei “moderati” che – preso atto dell’impossibilità di rovesciare Assad – si sono staccati dalla Siria e hanno iniziato a invadere l’Irak, mettendo facilmente in difficoltà il governo di Bagdad e alle strette i curdi ovvero altri amici ed alleati degli americani. Sia chiaro: oggi l’Isis appare come un’entità autonoma ed è improbabile che sia ancora sostenuta e foraggiata dagli Usa, ma non sarebbe mai esistita se qualche dottor Stranamore non avesse ceduto alla tentazione di tentare strane e tortuose alchimie in Medio Oriente, tipiche degli 007 ma dall’esito, come sempre in questa zona del mondo. imprevedibile.

Oggi l’Irak liberato dagli americani è devastato da ribelli che non avrebbero mai avuto questa forza se non fossero stati inizialmente sostenuti e armati dagli stessi americani. A pagarne il prezzo è il giornalista statunitense drammaticamente e spettacolarmente decapitato (sempre che il video non sia manipolato) e con lui milioni di persone costrette alla fuga, o catturate o torturate o uccise in una zona che doveva conoscere la libertà e la democrazia e che invece sprofonda nella disperazione e nel caos. Verrebbe da dire: complimenti, Apprendisti Stregoni. E qualcuno potrebbe rinfacciare agli Usa e ai suoi alleati la propria tragica faciloneria. Sempre che il caos nella regione non sia voluto o perlomeno gradito… ma questo è un altro discorso. Da Apprendisti Strateghi o da Maestri di Cinismo. Ne riparleremo.

La maggior parte dei lettori ha apprezzato l’articolo, qualcuno però – pochi per la verià – hanno ,tlegittimamente peraltro, contestato la mia tesi, sostenendo che non fornivo prove. Mi permetto pertanto di pubblicqte qui sotto alcuni link che dimostrano la tesi centrale del post ovvero che gli Usa e i loro alleati, segnatamente il Quatar e altri Paesi del Golfo, hanno armato, addestrato e finanziato i ribelli siriani “moderati” ovvero trattasi degli stessi che ora tentanto di imporre il califfato in iraq
La Pbs, la tv pubblica americana è una fonte molto credibile: ecco il loro servizio sugli addestramenti americani ai ribelli http://www.pbs.org/wgbh/pages/frontline/foreign-affairs-defense/syria-arming-the-rebels/syrian-rebels-describe-u-s-backed-training-in-qatar/
La Stampa: il Qatar finanzia l’Isis http://www.lastampa.it/2014/08/21/esteri/iraq-lislamismo-da-esportazione-del-qatar-per-il-califfo-un-tesoro-di-due-miliardi-UfDueKARAxYnPOuEhOTfoM/pagina.html
Segnalo anxhe questo blog dal sito della Stampa di Maria Grazia Bruzzone su chi finanzia l’Isis: http://www.lastampa.it/2014/06/16/blogs/underblog/iraq-chi-arma-lisis-e-perch-gli-usa-non-interverranno-sMlDFFeY5tmPOU8EytvY1O/pagina.html
Il quotidiani israeliano Haaretz: gli americani armano i ribelli in Siria: http://www.haaretz.com/news/middle-east/1.597856
Anche la Reuters se n’è occupata: http://www.reuters.com/article/2013/09/10/us-syria-crisis-usa-rebels-idUSBRE9891EZ20130910
Susan Rice ammette alla Cnn: armiamo i ribelli http://mobile.rawstory.com/all/2014-06-06-obama-advisor-susan-rice-hints-at-lethal-aid-to-syrian-rebel#1

E riguardo a McCain ecco lo scoop del Daily Beast che ha svelato il viaggio segreto del senatore Usa in Siria: http://www.thedailybeast.com/articles/2013/05/27/exclusive-john-mccain-slips-across-border-into-syria-meets-with-rebels.html

Le fonti sono autorevoli e riconosciute. Può bastare o avete ancora dubbi?

L'unico «immigrato» respinto

Vittorio Feltri - Ven, 22/08/2014 - 15:19

Milan meglio del governo: incassa 20 milioni e si libera di una grana


Da mesi siamo impegnati nell'operazione Mare nostrum per salvare dall'annegamento migliaia di profughi (quasi tutti di colore), accoglierli e ospitarli, suscitando spesso le loro proteste perché, essendo noi in bolletta, non riusciamo a sistemarli in hotel a 5 stelle e neppure in quelli a 4.
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Se poi alcuni di essi hanno la scabbia e siamo costretti a irrorarli di disinfettante allo scopo di liberarli dall'orrendo acaro, apriti cielo: anziché ringraziarci, gli immigrati ci insultano e ci maledicono (accusandoci di maltrattamenti indegni di un Paese civile), incoraggiati nel protestare dagli applausi di parecchi nostri connazionali progressisti e buonisti, affiancati e supportati dai fighetti della Ue che considerano l'Italia obbligata non solo ad adottare qualunque straniero, ma anche a coccolarlo, mantenerlo e possibilmente vezzeggiarlo.
Questo è un dato di fatto. Inoltre, vari extracomunitari non gradiscono trattenersi nella penisola: puntano a trasferirsi, piuttosto, in Scandinavia o comunque a Nord, oltre confine. E qui accade il bello, si fa per dire. Una volta giunti alla frontiera, sono soggetti a una selezione: le brave persone con i documenti in ordine passano e proseguono il viaggio; quelle poco raccomandabili - bastardi, ladri e carogne - sono bloccate, rimangono qui e ce le godiamo noi, pagando fior di milioni per la loro sopravvivenza.

Per rompere questo schema, ahimè consolidato, ci voleva una squadra di calcio, il Milan, che a modo suo ha attuato il primo respingimento della storia recente. Un respingimento anomalo, ma pur sempre tale. Adriano Galliani e Barbara Berlusconi hanno venduto al Liverpool, forse senza valutare le conseguenze del loro gesto, Mario Balotelli, discusso attaccante moro, cioè di pelle scura, nonostante l'accento smaccatamente lombardo.

Non solo sono stati capaci di toglierselo dai piedi, sollevando l'allenatore Pippo Inzaghi dall'onere di rieducarlo (anzi educarlo a più civili comportamenti), ma anche incassando dal club britannico 20 milioni di euro, circa quanti lo Stato da noi nutrito ne spende in una settimana per adempiere ai doveri imposti dalla missione denominata Mare nostrum. È la dimostrazione che il governo rossonero, pur non avendo brillato negli ultimi tempi nella gestione sportiva della squadra, amministra meglio di Matteo Renzi i propri fondi.

Il Milan infatti, sbolognando il puntero afrobresciano, si è economicamente rinfrancato, attrezzandosi per acquistare giocatori meno rompicoglioni del cosiddetto Supermario, sicuramente bravo, ma talmente indisciplinato e negligente da aver fatto perdere la pazienza ai tifosi e anche numerose partite all'équipe berlusconiana e a quella azzurra. Basta. Fine di uno psicodramma. Sono consapevole: senza Balotelli, il calcio casareccio s'impoverisce perché questo atleta dal fisico imponente è in potenza un campione, ma, non avendo la testa con tutti i fili attaccati, in campo rende come un qualsiasi mediocre pedatore.

La sua esplosione era attesa da almeno cinque o sei anni; aspetta e spera: in realtà abbiamo assistito a un flop dietro l'altro. Riflessione conclusiva. Un rondone africano non fa primavera, tanto è vero che sul pallone italiano piove da almeno un lustro. Le nostre grandi squadre in ambito internazionale non vincono neanche un torneo di tressette. Non suscitano entusiasmo. Si sono immiserite. I pochi talenti prodotti dai vivai nostrani se ne vanno in giro per il mondo. I club si affidano ai procuratori e umiliano gli osservatori.

Il campionato che comincia tra poco più di una settimana non fa notizia né in patria né fuori, e pensare che era giudicato il più spettacolare e appassionante del globo. Al declino economico è seguito nel Belpaese quello sportivo. I bambini e i ragazzi, tutti tecnologicamente avanzati, smanettano col telecomando e sul televisore vedono le gare del Real Madrid, del Barcellona, dell'Atletico, del Bayern Monaco e del Manchester eccetera. Che allestiscono spettacoli di alto livello, competizioni esaltanti. Parliamoci chiaro. Personalmente amo le piccole squadre, le provinciali, perché appartengo a una generazione che soffre di nostalgie parrocchiali, ma tra i giovani chi si arrapa nel seguire Chievo-Sampdoria o Atalanta-Sassuolo?

Globalizza oggi e globalizza domani, ci siamo ritrovati con una piccola palla sgonfia che non frega più niente a nessuno. Eravamo i primi, siamo avviati a essere gli ultimi. Ma sempre presuntuosi e senza grinta. Pieni di boria, e solo di quella.

E se il prossimo fosse italiano

Magdi Cristiano Allam - Ven, 22/08/2014 - 15:18

Molti  predicatori nel nostro Paese sono legati al terrorismo islamico


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Non meravigliatevi se il prossimo terrorista islamico tagliagola, anziché chiamarsi «John» ed essere nato a Londra, com'è probabilmente il caso del boia che ha sgozzato e decapitato il giornalista americano James Foley, si chiamerà «Antonio» e sarà un italiano convertito all'islam, o sarà un immigrato di seconda generazione che parla correttamente l'italiano essendo nato in Italia, o avrà «Nino» come nomignolo trattandosi di un immigrato residente stabilmente nel nostro Paese.

Sarebbe potuto succedere che al posto di «John» ci fosse stato Giuliano Ibrahim Delnevo, che aspirava a morire da «martire», ucciso lo scorso anno in Siria, e che scriveva a Umberto Marcozzi, un altro giovane italiano convertito all'islam: «Se Allah vorrà vinceremo! Sai che qui accadono miracoli? I martiri profumano. Gli aerei vengono abbattuti con le preghiere. Fratello nessuno a parte Allah ci aiuta: abbiamo vecchie armi prese dall'esercito, addirittura fatte in casa. Tutte cavolate quelle che l'Occidente ci aiuta: spariamo a questi porci con razzetti artigianali sparati da tubi riciclati ma è Allah che li terrorizza e ci permette di andare avanti, le vostre preghiere sono molto importanti».
Già il 14 aprile 2004, quando i terroristi islamici della Brigata Verde del Profeta uccisero il nostro Fabrizio Quattrocchi in Irak, emerse che tra i rapitori c'era chi conosceva l'italiano e probabilmente era un immigrato residente in Italia.

Successivamente abbiamo avuto la conferma che decine di immigrati, le cui carte d'identità italiane furono rinvenute in Irak, avevano perso la vita combattendo da terroristi islamici. Alcuni di loro si fecero esplodere dopo aver subito un lavaggio di cervello nella moschea di viale Jenner a Milano, il cui imam Ali Erman Al Husseini, Imad, nel 1998 mi disse: «Il Corano ha ordinato il jihad contro i nemici dell'islam. La guerra. Se ci costringono a combattere, come in Bosnia, dobbiamo combattere, dobbiamo andare ad aiutare i nostri fratelli a respingere l'aggressore. Non possiamo essere criminalizzati perché aiutiamo dei musulmani con i soldi, con le armi e con la vita». Abu Imad, dopo avere scontato una condanna di tre anni e otto mesi per terrorismo islamico internazionale, è stato espulso in Egitto.

Il più recente caso di imam espulso, il marocchino Abd al-Barr ar-Rawdi, imam di San Donà di Piave, evidenzia la sete di sangue che anima la mente di questi terroristi islamici. Il suo sermone lo scorso 25 luglio si concluse con questa invocazione: «Oh Allah contali tutti, annientali tutti, non ne tralasciare nemmeno uno. Trasforma il loro cibo in veleno, rendi l'aria che respirano rovente, rendi il loro sonno pieno di incubi e buie le loro giornate. Oh Allah semina il terrore nei loro cuori».
Gli investigatori ritengono che in Italia ci siano almeno quattro organizzazioni islamiche legate al terrorismo internazionale, 108 sono le moschee radicali e 18 gli imam che predicano odio, violenza e morte. Sono 11 le moschee e i centri islamici coinvolti in attività terroristiche. Dal 2001 sono stati arrestati più di 120 islamici legati alle moschee accusati di terrorismo.

Tra loro spicca l'imam della Grande moschea di Roma, l'egiziano Abdel Samie Ibrahim Moussa, che il 6 giugno 2003 concluse il suo sermone elevando queste invocazioni: «O Allah, fai trionfare i combattenti islamici in Palestina, in Cecenia e altrove nel mondo! O Allah, distruggi le case dei nemici dell'islam! O Allah, aiutaci ad annientare i nemici dell'islam!». Anche lui fu espulso.

La realtà del britannico «John» e quella dei focosi imam e aspiranti «martiri» italiani ci conferma innanzitutto che il terrorismo islamico non solo ha messo solide radici in Europa ed è pertanto un fenomeno autoctono, ma che i terroristi islamici europei sono tra i più efferati e sanguinari come conferma un altro sgozzamento e decapitazione di un soldato inglese di 25 anni, Lee James Rigby, avvenuto il 23 maggio 2013 non nel deserto iracheno ma a Londra, a opera di due britannici di origini nigeriane che hanno perpetrato una barbarie con lo scopo di pubblicizzare il loro odio nei confronti della nostra civiltà. In secondo luogo ci conferma che il fronte della guerra è unico ed è globalizzato. Questa è veramente la terza guerra mondiale, come ha detto Papa Francesco. Ma attenzione: se non vogliamo soccombere e vincere il terrorismo islamico dobbiamo combattere.

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Una super serratura batte la "chiave bulgara"

Stefano Vladovich - Ven, 22/08/2014 - 11:04

Un artigiano torinese brevetta il rimedio al grimaldello che fa strage di porte blindate

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Il grimaldello bulgaro? Neutralizzato. A rendere la vita difficile persino ai ladri sarebbe arrivato «Cerbero», un congegno elettro-meccanico capace di corazzare ogni tipo di serratura, mettendola al riparo dai malintenzionati. È la risposta di un fabbro di Torino, Francesco Fileccia, alla novità che ha messo a dura prova ogni sistema di sicurezza. Il grimaldello bulgaro, arrivato attraverso il web, è uno strumento sofisticato che solo pochi esperti sono in grado di realizzare.

I migliori sulla piazza sono i georgiani, fabbri eccezionali come sostengono i carabinieri del comando provinciale di Roma, alle prese con una banda in grado di svaligiare case di lusso senza lasciare traccia. Tolleranze al limite della meccanica, materiali costosissimi, macchinari sofisticati sono gli unici strumenti in grado di produrlo, tanto da far salire il costo del kit a migliaia di euro. La leggenda racconta che il grimaldello deve questo nome al suo inventore, il servizio segreto bulgaro, il Kds. Gli «spioni» dell'Est lo avrebbero messo a punto per superare le nuove frontiere in fatto di sicurezza domestica: porte blindate e, soprattutto, le famigerate serrature a doppia mappa.

Grazie a questo sistema gli agenti segreti erano in grado di rimettere a posto ogni cosa al termine di un eventuale «sopralluogo» in casa del cittadino sospetto. Con la caduta del muro di Berlino l'attrezzo viene messo in commercio a tutt'altro scopo. Centinaia i colpi messi a segno con questi arnesi, molti ai danni di personaggi in vista come l'ex sindaco della capitale Gianni Alemanno. Sembra un semplice trapano, in realtà è un grimaldello elettronico a pistola in grado di aprire tutti i tipi di porta blindata.

Si può acquistare comodamente da casa: un sito specializzato lo mette in catalogo con tanto di video tutorial sul suo utilizzo. Costa 150 euro ma per il set completo si arriva fino a 500 euro. Insomma un passpartout al servizio della mala in grado di violare ogni serratura compreso il «cilindro europeo». L'apertura della porta avviene utilizzando il metodo del key bumping , dall'inglese bump key, ovvero chiave limata. Lo speciale grimaldello viene utilizzato come tensore e inserito nella serratura seguito da un decodificatore, la «chiave morbida». Questa ha denti mobili, regolati da una frizione che riesce a rilevare la posizione dei denti della chiave originale.

Con il tensore e la «chiave morbida» utilizzati in sincronia i ladri riescono ad aprire le serrature a doppia mappa, tra le più diffuse in Italia. Il kit è composto da una serie di grimaldelli e chiavi auto codificanti che non lasciano segni di scasso. Attraverso colpetti ben assestati i malviventi procedono al palpeggio grazie al quale la dentatura frizionata si adatta alla serratura e rileva le altezze delle mappe assumendone la quota di apertura. Il passepartout viene realizzato limando degli spazi piramidali in numero pari ai pistoni, molto più profondi di quelli normali, per poterli portare più in alto possibile. La particolarità è quella di aprire la porta senza lasciare segni. In alternativa vengono usate chiavi a bussola per agganciare l'intero cilindro strappandolo dalla serratura.

E qui arriva l'idea, già brevettata, da Fileccia. Il congegno è semplice: azionato attraverso un telecomando, blocca il sistema impedendo ai pistoni di girare. «Finché non si sblocca attraverso il telecomando - racconta Fileccia a il Giornale - nemmeno la chiave del proprietario è in grado di aprire la porta».

Germania, prigionieri di regime costretti a donare sangue: lo scandalo colpisce Volkswagen e la catena Aldi

La Stampa
tonia mastrobuoni

Uno studio del Btsu, l’istituto di studi sugli archivi della Stasi, rivela che negli anni Settanta e Ottanta in Sassonia, il regime della Germania Est prelevava a forza il sangue ai carcerati - tanto che molte infermiere si rifiutarono di farlo – per venderlo in Occidente. In molti anche obbligati a lavorare per grandi gruppi

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Prigionieri costretti negli anni 70 e 80 a donare sangue che poi veniva venduto dal regime della Germania Est in Occidente, persino alla Croce rossa bavarese. Ma anche obbligati a lavorare per multinazionali come Ikea, Volkswagen o a fabbricare prodotti per miriadi di centri commerciali o ipermercati come Aldi. E’ quanto emerso da uno studio del Btsu, dell’istituto di studi sugli archivi della Stasi, non ancora pubblicato, ma anticipato dall’emittente televisiva Ard.

L’autore, Tobias Wunschnik, ha scoperto che a Graefentonna, in Turingia e a Waldheim, in Sassonia, ai carcerati veniva prelevato il sangue, spesso a forza - tanto che molte infermiere si rifiutarono di farlo – per essere venduto al di là della Cortina di ferro. Motivo: nella Germania comunista si stava spargendo la voce che il regime di Honecker stesse esportando sangue donato dai cittadini: il business continuò, dunque, in incognito, attraverso i prelievi forzosi imposti ai detenuti.

Ma nel saggio si parla anche di manodopera, sempre quella delle prigioni della Germania comunista, sfruttata da numerose imprese occidentali per produrre merci del valore di circa 200 milioni di marchi all’anno, secondo una stima che Wunschnik ha definito ”molto cauta”, parlando con il quotidiano berlinese Tagesspiegel. Aldi ha ammesso di aver approfittato dei lavoratori a bassissimo costo, ma ha aggiunto di non essere stata al corrente che si trattasse di prigionieri sfruttati dal regime. Stessa musica per Vw, accusata di essersi fatta costruire componentistica nella fabbrica di Ruhla.