giovedì 21 agosto 2014

Chi tifa per i tagliagole deve dimettersi subito

Alessandro Sallusti - Gio, 21/08/2014 - 14:59

Non si dialoga con questi. Il deputato grillino Di Battista non può fare il vicepresidente della commissione Esteri


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Abbiamo un problema. Il vicepresidente della commissione Esteri della Camera, Alessandro Di Battista, e il suo partito, il movimento Cinquestelle di Beppe Grillo, stanno con i terroristi islamici che nelle scorse ore in Irak, come documenta un video esibito al mondo, hanno sgozzato un giornalista americano, James Foley, che tenevano prigioniero da qualche mese.

Di Battista, scrittore fallito entrato in politica sull'onda dell'anticasta, può pensarla come vuole. Non è certo il primo intellettuale che per farsi notare si mette dalla parte dei terroristi.
Anzi. Il terrorismo domestico degli anni Settanta e quello palestinese poi hanno campato sulla simpatia e l'affetto dei nostri pensatori borghesi e salottieri, la cui filosofia si può riassumere così: pancia e portafogli pieni grazie all'Occidente capitalista, spirito innalzato a sostegno di chi l'Occidente lo raderebbe al suolo.

Il problema non è neppure la cialtroneria di Grillo e dei suoi. Ci siamo abituati. Chi se ne frega se in pieno agosto indicono un concorso per votare il giornalista da mettere alla gogna (per la cronaca ha vinto Giuliano Ferrara, io solo terzo e mi dispiace). Li conosciamo, questi signori: scodinzolano tutti i giorni attorno ai giornalisti sperando di ottenere qualche titolo o comparsata televisiva (per insultare i giornalisti) ma pazienza, sono fatti così. Non è nemmeno drammatico che blocchino i lavori del Parlamento comportandosi da teppistelli: aggressioni fisiche, insulti e urla nei confronti dei colleghi. Sono come gli ultras del calcio: frustrati che per esistere devono fare casino, l'uso della violenza come risposta alla superiorità della squadra avversaria.

Il problema è che Di Battista ricopre un ruolo istituzionale delicato, nel cuore della commissione che determina le linee dell'Italia in politica estera. Mi chiedo: per settimane abbiamo discusso se un signore, Tavecchio, che spara una battuta sui calciatori di colore, possa stare al vertice del calcio italiano, possiamo ora accettare in silenzio che un filo-terrorista, simpatizzante degli sgozzatori di occidentali (oltre che di stragisti di cristiani), stia un minuto di più in quel posto? Io penso di no.

Finirà, ovviamente, che lo subiremo, e sarà una vergogna in più che dovremo portarci appresso.
Nei confronti di questo giovanotto già si alza una cortina difensiva di parolai senza dignità e coerenza, che trovano ribalta sul sito di Grillo, uno che già si era espresso a favore del regime islamico iraniano, una dittatura culturale feroce di cui fece parte il suocero del comico genovese (che infatti passa le sue vacanze non a Teheran ma a Porto Cervo). Io a questi deliri preferisco le parole scritte ieri dai genitori di James Foley: «Non siamo mai stati più orgogliosi di nostro figlio. Ha dato la sua vita cercando di mostrare al mondo la sofferenza del popolo siriano. Ringraziamo Jim per tutta la gioia che ci ha dato.

Era un figlio, un fratello, un giornalista e una persona straordinaria». Ecco, io non penso che l'onorevole Di Battista sia una persona straordinaria. Credo che sia un vile. Se crede davvero a quello che dice, che ci vada lui a tagliare le teste di giornalisti e di cristiani. Libero di farlo, e noi - stupidi e pericolosi occidentali - di braccarlo come si fa per i peggiori delinquenti. Guarda queste foto di James e vergognati, onorevole dei miei stivali. Tu e il tuo amico Grillo.



«Dibba», il bullo a 5 stelle che fa carriera con le sparate

Andrea Cuomo - Gio, 21/08/2014 - 07:00

RomaCon James Foley il deputato italiano Alessandro Di Battista aveva molte cose in comune. L'impegno sociale, l'avvenenza (Foley dal viso fiero e cotto dal sole mediorientale, Di Battista con l'aria da belloccio dei fotoromanzi così upper class ) e soprattutto il lavoro di giornalista: l'americano freelance da prima linea; Di Battista che ama autoiscriversi nel novero degli scribacchini grazie a qualche inchiesta impegnata (una ha fruttato un libro, Sicari a cinque euro , pubblicato, guarda un po'?, dalla Casaleggio Associati nel 2012) ma del quale l'ordine dei giornalisti ignora l'esistenza. Ma tanto l'ordine è solo una casta. E i giornalisti tutti stercorari. O no?

Destino vuole che Foley sia stato rapito e decapitato da quell'Isis di cui lo stesso Di Battista pochi giorni fa, in una lunga analisi su beppegrillo.it , aveva detto che gli obiettivi politici (non i metodi) sono condivisibili. Quindi mentre la rete inorridiva di fronte alle immagini di Foley decapitato, devono essere fischiate le orecchie dal lontano Nepal in cui trascorre le vacanze al temperamentoso deputato pentastellato, da tanti e dallo stesso Grillo considerato uno dei pochi leader naturali emersi nella nidiata di politici per caso emersi dalle Parlamentarie del 2013. Anche se poi spesso, quando il gioco si fa duro, Grillo e Casaleggio sembrano preferire la pi quieta aria da secchione di Luigi Di Maio.

Con cui peraltro Di Battista è ritratto nell'immagine di copertina del suo profilo Facebook.
Ecco, i social. Fatidici per l'ascesa politica di Di Battista. Che su Facebook e su Twitter argomenta, commenta, fa gaffe con una baldanza e una faccia tosta che rappresentano la sua vera cifra politica. Del resto il tipo è questo: uno che aveva fatto i provini per Amici , anche se oggi derubrica quell'avventura a bazzecola: sul curriculum fa più figura l'anno da cooperante in Guatemala.

Di Battista è pieno di contraddizioni e forse per questo un leader perfetto per il futuro di questo Paese gramo: padre di destra che lui politicamente disconosce, aria da moralista (celebre un battibecco con il pd Roberto Speranza al grido di «State violando la Costituzione!») ma partita di calcio in streaming sul pc durante una noiosa seduta in Parlamento, anni di impegnato girovagare nel Terzo Mondo ma camicia sempre sbottonata: non sia mai non si intuissero i pettorali.



Il rapper di Brescia e lo studente genovese: quanti sono gli jihadisti italiani

Giovanni Masini - Gio, 21/08/2014 - 14:284

Sempre più ragazzi lasciano il nostro Paese sedotti dalla propaganda islamista e partono alla volta del Medio Oriente per combattere la guerra santa in nome di Allah

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Sono tanti, molti più di quanto si immagini. Ragazzi italiani disposti a sacrificare la vita per l'Islam: convertendosi, partendo per il Medio Oriente, eventualmente combattendo gli infedeli e sacrificandosi come martiri per la fede in Allah.
In Italia il fenomeno non è ancora così massiccio come in altri paesi europei (dalla Gran Bretagna partono centinaia di persone ogni anno), ma i dati parlano di una tendenza destinata a rafforzarsi. Spesso il brodo di coltura di questo genere di estremismi si trova sui social network: tra i messaggi a sfondo religioso e agli inviti alla conversione, sugli account dei jihadisti italiani compaiono messaggi d'odio per gli infedeli e di supporto per i combattenti della fede.

"Quanti musulmani hanno nella loro intenzione terrena la via verso 'al khilafa' (il Califfato islamico, ndr)?", chiede su Facebook Usama El Santawy: tra le risposte positive ("Presente!" e "Sarebbe bello...") c'è chi domanda ironico se debba aspettarsi attenzioni da parte della Cia. Serissimo, l'autore della domanda replica: "La Cia l'abbiamo già in casa".

Aladin, invece, se la prende con gli ebrei, insultando israeliani e sionisti in perfetto italiano: "Dannatamente furbi, diabolicamente maliziosi, truffatori per eccellenza". La solidarietà per Gaza unisce moltissimi militanti, ma le difficoltà di accesso ne orientano la maggior parte, tra quelli disposti a partire, verso la Siria, più facilmente raggiungibile.

Come successe a Giuliano Delnevo, ventenne genovese andato a morire nel deserto siriano nel 2013 dopo essere stato sedotto dalle sirene del jihadismo più radicale. Proveniente da una famiglia che nulla aveva a che fare con l'Islam, si trovava in Medio Oriente da oltre due anni ed è morto combattendo con gruppi ribelli.

Dalle indagini della Digos è emerso che Delnevo era in contatto con un altro ragazzo partito dall'Italia per combattere, Anas El Abboubi, meglio noto come Anas Al-Italy. Ventidue anni, da Vobarno, ottomila anime in provincia di Brescia, questo ragazzo marocchino con la passione del rap era stato arrestato per due settimane l'estate scorsa, con l'accusa di terrorismo. Poi la liberazione e la partenza alla volta della Siria, per unirsi ai ribelli islamisti impegnati a rovesciare il presidente Assad.
Da gennaio non si hanno più sue notizie e la sua pagina Facebook, dove pubblicava regolarmente un diario delle sue attività tra i combattenti, è stata oscurata.

Ancora, il ventenne di origini marocchine Mohamed Jarmoune, condannato nel 2012 a quattro anni e mezzo per aver fatto sopralluoghi nelle zone sensibili della zona di Brescia dove abitava, oltre che nella sede della comunità ebraica di Milano. Traduttore di manuali dei più noti predicatori islamisti, consultava online siti che fornivano istruzioni per confezionare bombe in casa.
Anche lui sembrava un ragazzo perfettamente inserito nel tessuto sociale della sua città, un lavoro a tempo indeterminato, addirittura il soprannome di "Mimmo il timido". Mai previsione fu più sbagliata, come troppo spesso accade per decine di ragazzi troppo deboli, sedotti dalla propaganda islamista e spinti sull'orlo di decisioni da cui, molte volte, non si torna più indietro.



Hacker inglese: "Svuoterò i vostri conti correnti per finanziare la Jihad"

Giovanni Masini - Gio, 21/08/2014 - 15:47

L'allarme è stato lanciato dalla polizia britannica: Junaid Hussain, 20 anni, è espatriato in Siria dove si è unito ai combattenti islamisti

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"Svuotare i conti correnti dei ricchi occidentali per finanziare la guerra santa": questo il proposito dell'hacker islamista inglese Junaid Hussain, sospettato dalla polizia britannica di essere fuoriuscito dal Regno Unito per raggiungere i miliziani di Isis in Siria. La notizia, svelata pochi giorni fa dal Daily Mail, arriva da Birmingham, città di cui il giovane è originario. Il ventenne Hussain era già stato arrestato nel 2012 per aver "piratato" su Internet informazioni personali relative all'ex premier Tony Blair. Ora, espatriato in Siria, è ritenuto dagli investigatori inglesi "la mente di un piano con cui gli hackers dell'estremismo islamico intendono prendere di mira i conti correnti delle persone ricche e famose".

Sui social network, sebbene non faccia menzione del piano per derubare i conti bancari dei ricchi cittadini britannici, ha postato diverse foto che lo ritraggono a volto coperto mentre imbraccia armi da fuoco che punta minaccioso verso l'obiettivo. Il Mail aggiunge inoltre che le banche inglesi sarebbero state avvertite del potenziale pericolo e che sarebbero "già al lavoro" per parare la minaccia. I terroristi di Isis avrebbero acquisito le informazioni tecniche necessarie a un'operazione di hackeraggio su larga scala con la conquista di una banca nella città di Mosul: questa è, secondo il foglio britannico, l'opinione dei servizi di sicurezza di Sua Maestà.

Un portavoce dell'associazione degli istituti di credito britannici ha dichiarato che qualunque correntista dovesse venire truffato verrebbe rimborsato sino all'ultimo centesimo, ma ha voluto comunque rassicurare il pubblico: adeguate contromisure sono già al vaglio delle maggiori banche di Londra. Hussaid, però, non cessa di proferire minacce dal suo profilo Twitter: "Siate uomini d'azione, non ragazzini chiacchieroni", si legge sul social network. Una dichiarazione d'intenti che non lascia spazio a nessun dubbio.

Vauro Senesi difende Di Battista e l'Isis sul Fatto

Libero


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Le immagini del reporter americano decapitato dai terroristi del califfato dell'Isis sono ancora negli occhi di tutti. L'orrore corre sul web e la morte di James Foley di certo lascerà un segno. Obama è già sul piede di guerra, Cameron è rientrato dalle ferie e l'Europa con l'invio di armi ai curdi comincia a muovere i primi passi in un conflitto che tra le diplomazie occidentale pare ormai inevitabile. Ma a quanto pare non tutti pensano che i terroristi dell'Isis siano dei feroci taglia gole. Il primo a difenderli era stato il grillino Alessandro Di Battista. Secondo il pentastellato "quando non hai altro modo per difenderti sei costretto a caricarti di esplosivo e farti esplodere dentro una metropolitana". Da quel post pubblicato sul blog di Grillo è arrivata una slavina di polemiche. Ma qualcuno invece che condannare le parole del grillino lo difende e lo fa sul Fatto Quotidiano: "Ho pensato molto al termine terrorismo (dopo le parole di Di Battista, ndr) . Ci ho pensato quando ero in Afghanistan, in Iraq, in Palestina", scrive il vignettista di Santoro, Vauro Senesi.

Cos'è il terrorismo - A questo punto Vauro fornisce la sua personalissima spiegazione del termine "terrorismo": "Una sola risposta sono riuscito a darmi, terrorismo è uccidere persone inermi e innocenti. E là dove si combattono le "Guerre al terrorismo", quelle "giuste", in quei luoghi dell'orrore erano vecchi, donne e bambini che vedevo dilaniati da missili, cluster bombs, altre armi ad 'alta tecnologia'". Il riferimento ovviamente è alle operazioni militari degli americani in Iraq e in Afghanistan negli scorsi anni. Vauro sostiene dunque la tesi di Di Battista e così insite: "Davvero qualcuno può pensare che l'avvento dei feroci miliziani dell'Isis non sia anche un derivato mostruoso dello stato di devastazione civile, sociale, economica, politica e morale nelle quali la guerra ha lasciato l'Iraq?".

Dalla parte sbagliata - Qui arriva la totale difesa per Di Battista: "Ho letto con il pezzo di Alessandro Di Battista non vi trovo alcuna giustificazione delle atrocità del terrorismo. Le sue mi sono parse parole di semplice buon senso. (...) Chi ha scagliato anatemi su di lui non si è mai vergognato e non si vergogna delle tante Abu Ghraib, Guantanamo, delle bombe al fosforo e dei missili intelligenti, anzi trova per tutto ciò addirittura motivazioni umanitarie. Ecco semplicemente io ritengo che siano questi ultimi e non Di Battista a giustificare il terrorismo. Di più a esserne complici". Insomma anche Vauro sta dalla parte dell'Isis come del resto Di Battista. Queste parole Vauro le ha scritte prima della decapitazione del reporter americano. Ma bastava leggere le cronache degli ultimi giorni per capire che gli jihadisti sono solo dei terroristi e che le guerre giuste vanno combattute per evitare che altri Foley vengano trucidati con un coltello sotto la gola...

Arriva l’app per combattere i troll

Corriere della sera

di Marta Serafini

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Vita breve per i troll? Difficile sconfiggere questi fastidiosi esseri che vivono in rete. Ma ora, dagli Usa, arriva un’applicazione, Trolldor, per individuarli, su Twitter. Questo software, gratuito e per ora disponibile in versione beta, permette di analizzare un account e di monitorare il suo comportamento. Che, in pratica, significa controllare il numero di tweet giornalieri, la percentuale di contenuti originali, la tipologia di follower e il numero di minacce e insulti postati.
Parametri severi
In realtà con Trolldor è più facile scovare gli account che diffondono link sospetti, come le pubblicità di Viagra o di iPhones gratis che combattere davvero gli odiosi esseri, come spiega anche il sito specializzato Daily Dot. Tanto più che, una volta scovato il troll, non si può fare altro che segnalarlo a Twitter e aspettare che i gestori della piattaforma decidano se sospenderlo o meno. Inoltre se si vanno ad analizzare i comportamenti di profili che appartengono a persone famose si scopre come i parametri di Trolldor siano un po’ troppo severi. Secondo i risultati dell’analisi, infatti, lo stesso Justin Bieber potrebbe essere definito un troll, in quanto l’81 per cento dei suoi follower ha twittato meno di dieci volte.

Forse un po’ poco per affibbiargli quest’etichetta. E se la versione beta di questa applicazione va sicuramente migliorata (divertente però l’idea di pubblicare una classifica dei dieci troll più potenti al mondo), ciò che però è interessante il momento scelto per lanciarla, mentre si torna a discutere di hatespeech e cyberbullismo, dopo gli insulti rivolti alla figlia di Robin Williams, che ha dovuto abbandonare il social network. Proprio in queste ore da San Francisco, sulla scia delle polemiche sollevate dalla stampa statunitense e dopo gli attacchi rivolti al Ceo Dick Costolo dalle femministe, hanno fatto sapere di voler migliorare la policy di Twitter in materia. E chissà che Trolldor non diventi un mezzo utile per libare i social network dagli insulti.

martaserafini

Litigi e tweet, le ferie militanti di Salvini: «Ho sconfitto il parco giochi»

Corriere della sera

di Marco Cremonesi

Le vacanze movimentate del leader leghista che incappa anche in una multa dopo aver «invaso» per protesta un’area per bambini chiusa

 

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MILANO - Salvini, ma che fa? Litiga con il Comune di Recco, del nord e pure di centrodestra? «Ma sì, dobbiamo tutti darci una svegliata. Se no, ci trasformiamo in un certo sud. A lei pare normale che l’unico parco giochi del lungomare di Recco sia chiuso in agosto? Perché non potavano gli alberi ? La buona notizia è che ieri li hanno potati e oggi il parco riapre».
Si sarà inimicato qualche potenziale elettore...
 
«Ma che dice? Invece ho ricevuto gli osanna dei commercianti e dei cittadini... ». La vacanza del segretario leghista Matteo Salvini è decisamente militante. Tra tweet urticanti e iniziative come quella di penetrare nel parco giochi di Recco chiuso per mancata potatura, sembra non essersi mai dimenticato di essere il capo dei leghisti.

Il sindaco non sarà stato contento della pubblicità. Lei ha detto che Recco è sporca e buia... «Beh, a parte il fatto che mi arriverà la multa per essere entrato nel parchetto, ho detto quel che bisognava dire. Se no ci spegniamo».

Ci spegniamo? «Certo. Prezzi alti, poche iniziative e proibizioni a tutto spiano ci condanneranno. Bisogna superare una certa mentalità. Ma lei sa che cosa è successo a Santa Margherita ligure?».

C’è stata un rissa.
«C’è stata una mega rissa da un centinaio di persone, senegalesi contro locali, durante la festa del paese. E sa che cosa hanno pensato? Di non ripetere la festa l’anno prossimo. Ma che modo di ragionare è?».
Colpa delle amministrazioni locali, sempre?
«Ma no, ripeto, è questione di mentalità. Si sono seduti per troppi anni, pensavano che a Milano o Torino a 90 minuti fossero una garanzia perpetua».

E invece?
«Invece, con Internet, la gente va in capo al mondo e li saluta. Pensi anche alla Sardegna: ormai il semplice viaggio per andare in Sardegna costa come una settimana in certi posti all’estero. Ci vai e trovi musica e iniziative tutte le sere. Ti diverti e pensi che in certi posti più vicini ci andrai quando sarai in pensione».
Tutto è perduto?
«Ma no, anche qui a Recco mi pare che cerchino di reinventarsi. Ci sono menù a prezzo fisso, il lungomare è un po’ cambiato... Il punto sono anche le tasse. Io sfido chiunque viva di turismo a stare in piedi pagando tutte le tasse. E poi i divieti».
Dell’Ue, immagino.. .
«Certo. Lei faccia pure lo spiritoso, ma lo sa che Bruxelles ha proibito la pesca dei gianchetti (fuori dalla Liguria, bianchetti, ndr )? Per secoli qui li hanno mangiati, ora non si può più. E dall’anno prossimo, i lidi tutti a bando: arriveranno i cinesi e prenderanno i Bagni Marisa. Come fa uno a investire?». 

Via, Salvini, anche ai nostri sindaci piace da matti vietare... «È vero. Ma il proibizionismo è deleterio, soprattutto in momenti di crisi. Sono andato a Cervia, e lì sull’intrattenimento sono molto bravi. Però, hanno chiuso le spiagge alla sera. Bar e ristoranti non possono fare nulla. Uno va sulla riviera romagnola pensando a una certa vita notturna, e ora non si può. E infatti la marea di tedeschi che c’era, è un lontano ricordo. Saranno dove si può bere un Negroni in spiaggia».
 Beh, anche il nostro sud è meno arcigno di certe località balneari nordiste.
«È vero. E poi, quando sono stato a Taranto, abbiamo mangiato in quattro con 35 euro. Le cozze costavano 3 euro... ».

 Salvini, faccia uno spot per le vacanze al Sud... «Ma la smetta... ».

21 agosto 2014 | 08:06

Aziende e software, è ora di innovare. Le priorità? Semplificazione e big data

La Stampa
stefano rizzato

I nuovi gestionali d’impresa sono piattaforme integrate, connesse alla nuvola, simili ai social network, concepite apposta per il cellulare. A spiegarlo è Luka Mucic, manager della multinazionale Sap. Che rivela: “Le imprese usano solo l’un per cento dei dati che generano”

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Semplificare, integrare, evitare di trasformare la vita d’azienda in un pasticcio tecnologico senza uscita. Da quando computer e cellulari, POS e server sono diventati ingredienti fondamentali di ogni impresa, la priorità è sempre più questa. Trovare la soluzione e la ricetta giusta, per sfruttare le occasioni date da internet e da tutto ciò che ci ruota intorno. “Più che una scelta è un’esigenza, se non si vuole rimanere indietro”. A dirlo è Luka Mucic, direttore finanziario di Sap, multinazionale tedesca leader nel campo dei software gestionali d’azienda.

Innovare per semplificare
Colosso da 258mila clienti in 180 nazioni, Sap ha un osservatorio privilegiato sul comportamento delle aziende in tema di innovazione. “Non siamo più nella fase dei pionieri – dice Mucic – e ora ad adeguarsi ai tempi è la massa delle imprese. C’è sempre più la consapevolezza che innovare porta vantaggi su tutti i livelli. Il cuore delle nostre proposte è in una parola: semplificazione. La struttura tecnologica di un’azienda non dev’essere fatta di tanti livelli di gestione uno sopra l’altro, ma di una piattaforma unica, integrata, facile da adottare”.

Imitando cellulari e social network
Come per moltissimi campi della nuova vita iperconnessa, anche la gestione aziendale ruota sempre più intorno alla cosiddetta “user experience”. Invece che avere un’infinità di opzioni – magari disorientanti – il primo obiettivo di un programma per l’ufficio è essere pratico e funzionale. “È per questo che progettiamo soluzioni ottimizzate innanzi tutto per gli smartphone e che nell’uso ricordano sempre di più i social network. L’obiettivo è mettere gli utenti in una situazione a loro familiare, davanti a strumenti che ricalcano quelli che usano anche nel loro tempo livero”. 

Più dati per tutti
Dopo la semplificazione, la seconda grande priorità per le imprese è tutta fatta di numeri, dice Mucic: “È sfruttare i dati di cui dispongono. Le aziende analizzano e usano appena l’un per cento delle informazioni che generano con la loro attività, spesso perché le fonti da cui arrivano i dati sono diverse, gestite con programmi diversi e che non dialogano tra loro. Al contrario, mettere in rete numeri e statistiche, tradurre i comportamenti dei nostri clienti in “big data”, da analizzare e porre al centro delle scelte strategiche – vale per chi fa e-commerce, ma non solo – si trasforma in un enorme vantaggio competitivo”.


Nuvole, sicurezza e geopolitica
Per tantissime aziende, il momento attuale è soprattutto quello del passaggio al “cloud”, alla nuvola su cui trasferire dati e programmi. Abbandonando gli stanzoni con i server e l’incubo che qualche guasto finisca per provocare una catastrofe. “In un anno abbiamo visto una crescita del 39 per cento dei nostri servizi cloud, del 51 per cento se restringiamo il campo alla sola Europa”, spiega Mucic. “È un tipo d’innovazione che ha successo anche perché è subito tangibile, ha tempi d’implementazione molto ridotti. Certo, resta forte la preoccupazione degli utenti per i propri dati, ma il nostro vantaggio è avere la sede legale in Germania, un Paese che ha regole molto precise e solide in materia. Ci sono aziende che si preoccupano anche di dove vengono conservati i loro dati, per ragioni geopolitiche, e per questo stiamo costruendo data center in ogni area del mondo: in Cina, Australia, Europa, Brasile e Russia”.

Ferdinando Esposito al collega pm: "Concordiamo le versioni"

Libero

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"Inventiamoci qualcosa...Potresti concordare una versione con Gennarino e poi dirmela per quando sarò interrogato. E' una cazzata ma è importante che le versioni coincidano". Il bigliettino è di Ferdinando Esposito, pm della procura di Milano (figlio di Antonio che un anno fa presiedette in Cassazione il collegio che condannò Berlusconi nel processo Mediaset) e secondo il gip bresciano Marco Cucchetto ha "attuato una frenetica e scomposta attività di vero e proprio inquinamento probatorio".

Secondo il Corriere della Sera Ferdinando Esposito l'avrebbe fatto quando ha intuito che gli inquirenti bresciani da febbraio 2014 stavano indagando sui soldi che gli erano stati prestati dall'avvocato Michele Morenghi (7mila euro), e da un imprenditore (altri 5mila) ma anche dal commercialista che nel 20123 Ferdinando Esposito aveva accompagnato in Procura per chiedere a un pm del pool dei reati finanziari (il pm Maurizio Ascione) di "affidargli qualche consulenza contabile". Alla richiesta avrebbe aggiunto una battuta: "Dai, nominiamolo così poi spartiamo". Il bigliettino è stato subito consegnato da Ascione dal pm bresciano al procuratore Bruti Liberati e anche ai colleghi bresciani.

In servizio - La sera del 4 marxo 2013 il pm millanese corse a Brescia a incontrare uno dei vice del capo Tommaso Buonanno della procura locale, Sandro Raimondi, ex collega di Milano. Esposito ha spiegato quest'incontro con la necessità di "sfogarsi con un amico e l'intenzione di chiedergli la disponibilità a difenderlo davanti al Csm in un eventuale procedimento disciplinare". Il gip Cucchetto scrive che Esposito ha "parassitariamente beneficiato e indegnamente scroccato il godimento di un attico di 100mq nel centro di Milano senza mai corrispondere il canone di 32mila euro l'anno". Il conto veniva pagato dal manager di una società interessata alle pubbliche relazioni del pm.  Come osserva Luigi Ferrarella nel suo articolo sul Corriere. il pm resta in servizio a Milano il pm su cui allo stato la Procura generale di Cassazione o il ministro o il Csm non risultano aver avviato inizia

Ikea, il fondatore del gruppo regala sei milioni di euro al suo paese natìo

Corriere della sera

Il villaggio in cui è nato, Agunnaryd, nel sud della Svezia, ha appena 600 abitanti. I soldi serviranno per «promuovere le opportunità di vita e lavoro nel lungo termine»

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Ingvar Kamprad, 88 anni, fondatore del gruppo Ikea, ha donato 5 milioni di corone (quasi 6 milioni di euro) al villaggio in cui è nato, Agunnaryd, nel sud della Svezia. La donazione è destinata alla Fondazione Agunnaryd, creata nel 2011 da Kamprad per «promuovere le opportunità di vita e lavoro nel lungo termine», come recita una nota di Ikea. Agunnaryd si trova in una regione agricola e povera, Smaeland. Grazie alla fondazione Kamprad intende «sostenere lo sviluppo di Agunnaryd e restituire qualche cosa al suo paese natale, in particolare attraverso la scuola e la cura delle persone anziane».

20 agosto 2014 | 17:30

Cara amica, hai capito che i gay non sono tutti uguali

Nino Spirlì - Mer, 20/08/2014 - 12:19

Nino Spirlì risponde alla lettera d'estate della Bernardini de Pace


Cara Amica del cuore, ma dove sei stata finora?
Ti cercavo e non c'eri mai. A saperlo, Ti avrei fatto le poste davanti al tuo ufficio. Ho dovuto sfogliare le pagine del Giornale per sapere che esisti davvero e che non sei solo una speranza.

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Ah, quante volte ho sognato di averTi seduta di fronte a me, con due calici di rosso italiano in mano, per sfogare con Te certe mie rabbie... Quali rabbie? Quelle! Quelle di cui dici. Le furie per le autoghettizzazioni, per le autocommiserazioni, per le autocategorizzazioni di certo frociame sculettante, miagolante e falsamente brioso. Showgay impomatati, ciuffati e con quelle maledette esse semisibilate (sembra vadano tutti alla stessa accademia dell'effeminato scemo), accavallati operati anagraficamente confusi non omo-non etero, effervescenti simpatizzanti disinformati con tessera rainbow e camera da letto chiacchierata, papponi sporcaccioni con l'occhietto centometrista da urinatoio ferroviario, vecchie glorie del materasso cotonate e gonfie di filler «a mongolfiera»: tutti a squacquerare di gaytà, pridemania, gaywedding e figli arcobaleno di uteri condominiali, nei salotti televisivi o, peggio, sui divani malamente accoppiati dei palchi estivi delle fiere della vanità sudata e vacanziera.

Queste rabbie, Amica mia. Unite alla solitudine che respiravo, per colpa Tua, per la Tua assenza, ogni volta che una qualsiasi conversazione svirgolava sul tema. «Voi così, siete tanto geniali. Tanto sensibili. Tanto artisti». Tanto così... «Noi», «così»? Ma come? Io sono, a volermi categorizzare, calabrese, peloso, grasso, credente, di destra, basso 1e 70, autore tv, carnivoro, automunito, permaloso, ricchione... Ah, ecco. Forse, le vecchie signore dai capelli grigio-turchino e la dentiera battente, quando dicono «Voi così», intendono dire ricchione?

Ma, allora, bisogna subito informarle che non basta essere ricchione per essere artista, geniale, creativo, artista, e roba affine. Ce ne sono di capre sceme, fra i culattoni, signore mie! Tutta quella processione di checcarelle colorate che sciama da un locale tesserato all'altro lungo tutto lo Stivale, per esempio. E Tu, Amica vispa e intelligente, lo sai bene. E le tieni a debita distanza. Come faccio anche io, del resto. Peccato non essersi trovati, noi due, nel luogo della debita distanza. Ci saremmo apprezzati prima.

Mannaggia! Se lo avessi solamente immaginato, che eri Tu l'Amica tanto attesa, Ti avrei scritto prima. Comunque, ora siamo qui e incrociamo le stilo. Noto che usiamo la stessa punta: ironica e sentimentale. Ti commuovi, eh?, quando parli della mamma dell'amico non dichiarato. Ma non è fortunatamente così in tutte le famiglie.

Ti faccio leggere, se me lo permetti, un'altra storia, dal Diario di una vecchia checca . Aspetta, la cerco...
Eccola:

«1 Settembre 1985 - S. Egidio abate Taurianova

Dopo tutti questi mesi, è venuto il momento.
Sì, ne sono convinto: non è un capriccio, questo è amore vero. Posso finalmente parlarne con papà. Entro nel suo studio, lui è impegnato a scrivere il testo di una delle tante conferenze sulla storia della Calabria, che tiene in giro per l'Italia.

Batte ancora sulla sua Olivetti lettera 22, ed è come se suonasse uno strumento musicale.
È assorto nei suoi pensieri

“Sai, papà, questa volta credo di essermi innamorato di un uomo”. Aspetto la sua reazione.
Il concerto cessa, papà abbassa i suoi occhiali sulla punta del naso, mi guarda e sorride dolcemente: “Sei felice? Perché se tu sei felice sono felice anche io... Se, poi, me lo vuoi presentare, questo tuo nuovo amore, la casa, lo sai, è aperta”.

Ne nasce uno ogni cinquecento anni di Padri così. In realtà, il mio grande amore è Lui. Ho allungato la mano sulla scrivania per cercare la sua e Lui ha fatto lo stesso per cercare la mia. Le abbiamo strette contemporaneamente guardandoci negli occhi. Leggendoci nel cuore. Avevo 24 anni. Qualche esperienza me l'ero fatta in caserma. Ma, all'arrivo del sentimento, non ho potuto non comunicarlo ai miei genitori. Erano gli anni '80, in Calabria, nella Piana di Gioia Tauro, a Taurianova, in una famiglia in cui mio Padre era unico figlio maschio ed io anche. Pensa Tu, Amica mia, quante aspettative...».

Sono stato fortunato, dici? Può essere. Ma penso, come quel Padre Latino, che la fortuna la costruiamo noi personalmente. Voi Donne, è vero, siete più abili dell'Uomo, nel farlo. Figlie della luna, dell'argento, della notte, dell'acqua, avete dalla vostra l'intuizione e la profondità. Costruite con pietra e consapevolezza. Mentre l'Uomo, fingendo spavaldo coraggio e arrogante potenza, a Voi si affida. Alla Madre, alla Moglie, all'Amica. (Anche Dio ha avuto necessità di una Madre e di una Moglie per completare la propria missione. E se lo ha fatto Lui...).

Io, la fortuna, l'ho fabbricata con le vittorie e sulle macerie che, di giorno in giorno, producevo vivendo. E ancora ne fabbrico. Sempre impastando gli stessi materiali. Perché di vittorie e macerie è fatta la nostra esistenza. Non di altro. Se sappiamo indossare le une e accettare le altre, siamo sul giusto sentiero.

Leggo le Tue lettere, Cara, e mi abbandono ai pensieri che da esse scaturiscono. Sei fonte e anfora. Sai donare e ricevere. E questo è un dono. Ora, non posso che augurarmi di berlo davvero, quel buon calice di rosso italiano.

Un abbraccio

La figlia di De Gasperi: "Cosa c'entra mio padre con la Festa dell'Unità?"

Luisa De Montis - Mer, 20/08/2014 - 08:55

Maria Romana Catti: "L'idea mi sembra molto strana"


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L'idea di dedicare le Feste dell'Unità ad Alcide De Gasperi circola da giorni. L'ha tirata fuori il democratico Giuseppe Fioroni ed è stata discussa all'interno del Pd. Ma Maria Romana Cattila, figlia dello statista, ha espresso un giudizio pressocché netto: "Mi sembra una cosa strana. Cosa vuol dire l'Unità oggi? Unità di cosa? E non mi riferisco solo al giornale, alla festa. Tutti i partiti, bene o male, sostengono di cercarla questa unità. 

Ma alla fine una parola non significa nulla. Se vogliamo parlare dell'unità europea, uno degli obiettivi di mio padre, allora va bene. Perché dipendiamo dall'Europa, senza l'Europa non saremmo nulla", spiega al Corriere della sera. La figlia dello statista, in merito all'interessamento del mondo politico per la figura di De Gasperi, poi aggiunge: "Un fenome interessante e inaspettato. Per anni nessuno si è occupato di questo personaggio, a parte qualche studioso. Oggi c'è quasi una necessità a ricordarlo, di riportarlo alla memoria collettiva".

L'uomo più vecchio del mondo? È giapponese e ha 111 anni

Luisa De Montis - Mer, 20/08/2014 - 11:04

Sakari Momoi, nato il 5 febbraio 1903 a Minamisoma, si affianca alla donna più vecchia del mondo, la sua compatriota Misao Okawa, che di anni ne ha 116


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È giapponese l’uomo più vecchio del mondo, che alla veneranda età di 111 anni, è entrato oggi nel Guinness World Records. Sakari Momoi, nato il 5 febbraio 1903 a Minamisoma, nella prefettura di Fukushima, si affianca alla donna più vecchia del mondo, la sua compatriota Misao Okawa, che di anni ne ha 116.

Momoi ha ricevuto il certificato da una funzionaria del Guinness in un ospedale di Tokyo, dove si trova attualmente, all’età di 111 anni e 196 giorni. L’uomo, ripreso dalle telecamere giapponesi in giacca nera con cravatta grigio argento, ha detto di ambire a vivere ancora due anni. Momoi è un appassionato di lettura e nella sua biblioteca ha circa 2.000 libri. Il vegliardo giapponese prende il posto nella classifica degli uomini più longevi del mondo dell’americano di origine polacca Alexander Imich, morto nel giugno del 2014 all’età di 111 anni e 124 giorni.

Ebola, aglio e capsule d’argento La truffa dei farmaci venduti online

Corriere della sera

di Mario Pappagallo

Si moltiplicano le offerte in Rete di medicinali che promettono la guarigione dalla febbre emorragica: l’allarme della Food and Drug Administration


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Ebola si presta anche alle truffe. Il mix di paura e speranza che si scatena quando esplodono epidemie, offre ai “venditori di fumo” facile presa sulla popolazione. Soprattutto online. È accaduto con l’aviaria, con la Sars, con la nuova influenza. Ogni volta che non ci sono vaccini o farmaci disponibili, scatta la sindrome del credulone. Si parla di aviaria e non si mangia più pollo, di suina e via dalle tavole il maiale, e online si comincia a vendere di tutto. Già accade per i tumori con il veleno dello scorpione blu o con prodotti naturali miracolistici, con rimedi stregoneschi per virus e batteri. Fino all’aglio per Ebola, giocando sul parallelismo vampiri-Dracula. I vampiri africani sono i principali trasmettitori del virus, pur non ammalandosi, attraverso la carne di animali da loro feriti o attraverso la frutta che amano smozzicare (mai mangiare frutta non integra nelle zone dell’epidemia).
L’allarme dalla Fda
L’allarme mercato parallelo sul web è partito dalla Food and drug administration (Fda), l’agenzia statunitense che regola farmaci e cibi, che ha diramato un avviso ai consumatori contro la nuova “truffa” sanitaria. La promessa è curare quest’infezione emorragica per la qual al momento non esistono rimedi, a parte la promettente cura sperimentale somministrata finora a poche persone. Si promette la cura, nemmeno la prevenzione. Supplementi dietetici, nanocapsule d’argento e sostanze non meglio identificate sono tra i prodotti spacciati su internet quali toccasana garantiti. Da chi non è chiaro, ma garantiti. In realtà sono falsi, inefficaci o, qualora ipoteticamente promettenti, privi di ogni verifica scientifica.
Nanocapsule d’argento
Da quando è scoppiata l’epidemia di Ebola in Africa occidentale sono diversi i reclami ricevuti dall’Fda su vari rimedi. C’è per esempio la dottoressa Rima Laibow della Natural solutions foundation che ha scritto una lettera lo scorso luglio ai rappresentanti dei vari Stati africani coinvolti dall’epidemia e pubblicato un video su Youtube, in cui sostiene che delle nanocapsule d’argento da loro sviluppate possono curare Ebola, e che l’epidemia in realtà fa parte di un piano globale di riduzione della popolazione mondiale. Questo integratore non è però stato testato da alcuna agenzia regolatoria, può essere tossico ed è in vendita sul sito della fondazione insieme a olio di canapa e cioccolato.
La sostanza «miracolosa»
Altra sostanza spacciata come miracolosa: la monolaurina, derivata dal latte dei mammiferi. Chi la vende assicura una difesa contro tutti i ceppi di influenza, un’arma che uccide tutti i batteri cattivi e ben 14 virus, assorbendo le molecole di grasso che compongono batteri e virus. Compreso quello di Ebola. È economico, facile da prendere e, secondo il sito che lo vende, la sua efficacia sarebbe documentata da centinaia di studi. Peccato che, come chiarisce l’Fda, sono fantomatici o non proprio scientifici. L’Fda ripete ossessivamente: «Attualmente non ci sono vaccini da noi approvati o farmaci in grado di prevenire o trattare Ebola. Anche se alcuni vaccini e farmaci sperimentali sono in via di sviluppo, si tratta di prodotti ai primi stadi, ancora non testati pienamente quanto a sicurezza ed efficacia e le cui scorte sono molto limitate». Non ci sono «vaccini approvati, farmaci o prodotti sperimentali – continua l’Fda - specifici per Ebola e disponibili per l’acquisto su internet. Per legge, i supplementi dietetici non possono essere reclamizzati come trattamenti preventivi o curativi della malattia».
Come viene prodotto ZMapp
Chi promuove questi prodotti, non approvati e fraudolenti, deve subito correggere o rimuovere le asserzioni di efficacia, altrimenti «l’Fda prenderà provvedimenti – conclude - e qualsiasi consumatore trovi questi prodotti è invitato a segnalarli». E’, invece vero, che occorrono le foglie di tabacco per sviluppare il farmaco sperimentale anti-Ebola potenzialmente salva-vita. Quello con cui sono stati trattati i due operatori sanitari americani che hanno contratto la malattia mortale. Il medicinale si chiama ZMapp ed è stato messo a punto dalla piccola azienda biotech californiana Mapp Biopharmaceutical.

Gli unici test finora sono stati effettuati sulle scimmie, ma i rapporti della sperimentazione affermano di aver riscontrato miglioramenti nelle cavie. Il farmaco è un cocktail di 3 anticorpi che inattiverebbero il virus. Viene prodotto utilizzando piante di tabacco della Kentucky Bioprocessing, parte del gigante del tabacco Reynolds American. Un tabacco Ogm in grado di produrre gli anticorpi che, data la loro “origine verde”, sono stati soprannominati “planticorpi”. Secondo gli esperti, il bioreattore verde tabacco è un buon veicolo per gli anticorpi, è meno costoso rispetto alla coltura cellulare e può produrre grandi quantità di prodotto.

Il processo di sviluppo dello ZMapp (questo il nome del medicinale con i tre “planticorpi”) prevede l’introduzione di un gene in un virus vettore che infetta la pianta di tabacco, inducendola a produrre la proteina (anticorpo) codificata dal gene aggiunto. Le foglie della pianta possono essere poi raccolte appena una settimana dopo per raccogliere l’anticorpo. Il processo di sviluppo completo del farmaco è però molto più lungo. La Mapp Biopharmaceutical di San Diego è una minuscola società, sconosciuta ai più, ma con rapporti con il Pentagono.

In particolare con l’azienda texana Caliber Biotherapeutics, nata con fondi del Pentagono per rispondere al bioterrorismo e altre minacce biologiche. Mapp è specializzata nell’utilizzo di coltivazioni agricole per produrre proteine del sistema immunitario con l’obiettivo di curare malati. Il suo approccio è definito «immunoterapia passiva», perché si limita a fornire anticorpi al paziente. Oggi ha solo nove dipendenti e vive di finanziamenti e contratti governativi. A parte ZMapp, ci sono allo studio altri tre farmaci e due vaccini. Tutti allo studio con contributi del dipartimento della Difesa Usa, perché il virus Ebola è considerato una potenziale arma bioterroristica. Finora tutti questi prodotti hanno dato buoni risultati nei test sugli animali e potrebbero entrare velocemente nella fase clinica.
Farmaci e vaccini anti Ebola
In realtà, le aziende stavano studiandoli a rilento non essendoci un vero e proprio interesse di mercato (l’Africa è povera e si muore già per tante altre cause, in primis la malnutrizione). L’impulso a tirarli fuori dai cassetti è venuto dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sorpresa dagli sviluppi di quest’ultima epidemia di Ebola. Quali sono questi farmaci? Già detto di ZMapp, usato su due volontari statunitensi (un medico e una missionaria) rimpatriati dopo l’infezione e su un prete spagnolo (che però è morto). I due americani sono invece migliorati (sono in isolamento ad Atlanta da fine luglio) e meglio stanno anche tre medici liberiani trattati con la triade di anticorpi.

Una seconda cura si basa su piccoli frammenti di Rna che si legano al virus impedendogli la replicazione. Questa cura era entrata nella fase dei test sull’uomo, ma l’Fda l’ha interrotta per la comparsa di alcuni effetti collaterali. Ora l’agenzia statunitense ha eliminato in parte il blocco. Scimmie trattate con il farmaco dopo l’infezione hanno mostrato un tasso di guarigione dell’82% se curate entro le prime 48 ore dall’infezione. Un terzo farmaco, simile al secondo, è sviluppato dalla statunitense Sarepta ed è già all’inizio della fase di sperimentazione sull’uomo. E anche l’italiano Giorgio Palù, virologo dell’università di Padova, sta studiando un possibile farmaco (il quarto), per ora sugli animali. I vaccini, invece, sarebbero due. Uno ancora misterioso.

Quello più avanzato è prodotto dalla Profectus BioSciences, ha dato risultati soddisfacenti sulle scimmie, ma non è mai stato sperimentato sull’uomo. Una versione simile, messa a punto da ricercatori universitari canadesi, è stata usata nel 2009 per una ricercatrice che si era punta con una siringa contenente il virus, che non si è infettata. Pochi giorni fa, infine, gli Nih (gli Istituti americani di medicina pubblica) hanno annunciato l’avvio di un proprio studio sull’uomo di un vaccino a settembre. Non è chiaro se si tratta dello stesso che l’Oms ha deciso di testare, prodotto dalla multinazionale Gsk. Drammatico, infine, l’ultimo bollettino dell’Oms sull’epidemia: nei 4 paesi colpiti si contano 1.251 morti su 2.270 casi accertati.

20 agosto 2014 | 15:46

Pigmei: bassa statura è utile in foreste fitte, lo conferma il Dna

Corriere della sera

di Carola Traverso Saibante

Le caratteristiche pigmee si riscontrano in tutte le popolazioni di cacciatori-raccoglitori che vivono nelle foreste pluviali


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Che origini ha la piccola statura che caratterizza i tratti pigmei, sviluppatesi indipendentemente in vari luoghi del mondo? Genetica. A confermare l’ipotesi è un nuovo studio, appena pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences. Le popolazioni nel mondo che hanno in comune il fenotipo pigmeo, ossia quell’insieme di caratteristiche osservabili tra cui spicca la piccola taglia corporea, sono tutte popolazioni di cacciatori-raccoglitori che vivono nelle foreste pluviali.
Tratti sviluppati da popolazioni diverse
I tratti pigmei - suggeriscono da tempo gli antropologi - possono aver apportato molti benefici evolutivi agli abitanti di questi ecosistemi massimamente complessi e vari, in particolare perché una stazza corporea più modesta richiede meno calorie (il cibo, in tale straordinaria biodiversità, è pertanto difficile da procurarsi per gli essere umani), permette di muoversi più abilmente in una fitta vegetazione ed essere meno esposti al surriscaldamento. I tratti pigmei sono stati sviluppati in modo indipendente da queste popolazioni, che abitano le foreste vergini tropicali, dall’Africa centrale al sud-est asiatico: si tratta, cioè, di un esempio di evoluzione convergente, come quella di pesci e delfini che hanno entrambi sviluppato corpi fluidodinamici per adattarsi al loro ambiente acquatico.
La conferma genetica
Lo studio appena pubblicato dall’équipe internazionale di biologi evoluzionisti, non solo conferma che il tratto pigmeo si è sviluppato a più riprese e in luoghi diversi nel corso della storia umana, ma offre una nuova comprensione della sua base genetica. Gli scienziati hanno studiato il Dna della popolazione Batwa (Uganda). Lo scopo era identificare le regioni del genoma alla base del fenotipo pigmeo, effettuando analisi comparative con altre etnie, in particolare con quella Baka, anch’essi cacciatori-raccoglitori nelle foreste di Camerun e Gabon. Risultato: l’area del genoma legata alla crescita differisce tra i pigmei e le popolazioni non pigmee della stessa regione, come gli agricoltori Bakiga, Nzebi e Nzime. I ricercatori hanno identificato le variazioni nella regione del genoma che codifica i recettori degli ormoni della crescita e la formazione della struttura ossea. Hanno concluso che tale fenotipo si è ripresentato in diverse parti del mondo grazie a una selezione naturale positiva nel tipo di ambiente abitato da quelle popolazioni, una conferma dell’ipotesi antropologica sul vantaggio selettivo della piccola taglia nelle foreste pluviali.
Ricerche
Le ricerche verranno estese a popolazioni pigmee dell’Asia e ad altri fattori adattativi oltre alla statura. I Batwa, una delle più antiche popolazioni autoctone della regione dei Grandi laghi africani, sono oggi una delle minoranze più marginalizzate. I «Custodi della foresta» sono stati esiliati dopo che questa è diventata un parco nazionale nel 1992 per proteggere i gorilla di montagna. Incapaci di adattarsi a un ambiente completamente estraneo, si sono accumulati ai margini della foresta - dove possono entrare solo per raccogliere bacche e in parte piante medicinali, e in cui fanno incursioni illegali per procurarsi la selvaggina - e il loro numero si è ridotto drammaticamente negli ultimi anni. L’altezza media degli uomini Batwa è di 152,6 centimetri, mentre quella delle donne 145,8. I Bakinga, dediti all’agricoltura, sono alti rispettivamente 165,3 cm e 154,9 cm

20 agosto 2014 | 09:37

Nucleare: 60 anni fa la prima centrale per uso civile

Corriere della sera

di Paolo Virtuani

Sono 471 i reattori attivi nel mondo, 71 sono in costruzione (oltre la metà tra Cina e Russia). Ma le prospettive dell’atomo sono incerte


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L’energia nucleare per uso civile compie 60 anni. Il primo collegamento alla rete di una centrale atomica per uso (anche) civile data infatti all’inizio dell’estate del 1954. Il primato appartiene alla centrale sovietica di Obninsk, ora in Russia, a un centinaio di chilometri a sud-ovest di Mosca, disattivata nel 2002. «Si trattava di una centrale cosiddetta sovramoderata, del tipo di Chernobyl a neutroni moderati da grafite e acqua», spiega Riccardo Bevilacqua, ricercatore italiano a Lund (Svezia) presso la sede dell’European Spallation Source (Ess), la più potente sorgente al mondo di neutroni, alla quale l’Italia partecipa con poco meno del 10% di finanziamenti.
Tipo Chernobyl
«La centrale di Obninsk in realtà venne costruita per motivi militari: per realizzare plutonio per le testate nucleari», prosegue Bevilacqua. «Era un tipo di centrale che non aveva bisogno di un forte arricchimento di uranio-235 e aveva quindi costi minori. Il problema di questo tipo di impianti è che se perdono l’acqua di raffreddamento entrano in stato supercritico, come avvenne nell’incidente di Chernobyl. Però per la centrale di Obninsk non sono noti incidenti significativi».

Le prime lampadine accese alla centrale di Arco (Idaho) nel 1951Le prime lampadine accese alla centrale di Arco (Idaho) nel 1951
Usa
Gli Stati Uniti rivendicano il primato per la prima produzione di energia elettrica atomica per uso civile, ma secondo gli storici e gli studiosi della materia non si può assegnare il titolo alla centrale di Arco, in Idaho. Si trattava di un reattore sperimentale (disattivato nel 1964) che il 20 dicembre 1951 produsse elettricità di origine nucleare sufficiente per accendere una lampadina da 200 watt. In seguito il reattore continuò a produrre energia sufficiente per le esigenze dell’edificio stesso e del laboratorio, ma mai per un vero utilizzo nella rete elettrica civile. Il primato Usa di nucleare per uso civile spetta al reattore Borax-III che il 17 luglio 1955 venne collegato alla rete per le necessità della stessa Arco, che divenne la prima città al mondo a utilizzare solo energia atomica.
Il nucleare oggi
Oggi sono 436 i reattori nucleari attivi nel mondo (dati Aiea-Agenzia internazionale dell’energia atomica aggiornati ad agosto 2014). Altri 71 sono in costruzione, di cui oltre la metà in due soli Paesi: 28 in Cina (inclusi due a Taiwan) e dieci in Russia. Sono invece 149 i reattori disattivati e smantellati, comprese le quattro centrali storiche italiane: Garigliano, Caorso, Trino Vercellese e Latina. I reattori ancora attivi sono abbastanza obsoleti: 110 infatti (il 25%) hanno un’età compresa tra 27 e 30 anni, sette raggiungono addirittura i 45 anni e 63 (14,4%) hanno più di quarant’anni.
Prospettive incerte
Nonostante l’Ipcc (l’organismo Onu sui cambiamenti climatici) nella più recente raccomandazione sui sistemi per ridurre le emissioni di gas serra indicasse (tra gli altri) l’impiego dell’energia nucleare, l’atomo è in crisi in quasi tutto il mondo. Il disastro di Fukushima ha assestato un duro colpo ai progetti nucleari: in Italia il referendum del giugno 2011 ha messo al bando ogni ipotesi di costruzione di centrali nucleari (anche se Ansaldo Nucleare ed Enea sono attive all’estero, per esempio in Romania), la cancelliera Merkel ha annunciato la graduale uscita dal nucleare a favore delle rinnovabili (anche se oggi Berlino sta potenziando le inquinanti centrali a carbone), il Giappone ha prima bloccato i suoi 48 reattori ma il premier conservatore Abe ha reso noto che Tokyo non può fare a meno dell’atomo e li ha riavviati quasi tutti.
Fuori mercato
A parte la Cina (che oltre ai 26 reattori in costruzione ne ha una sessantina in progetto), il vero colpo al nucleare non è venuto dai movimenti ambientalisti ma dalla finanza. Il gas di scisto sta mandando fuori mercato le centrali atomiche americane (gli Usa con 100 reattori attivi sono il Paese che ne ospita il maggior numero) e il crollo dei prezzi del solare e dell’eolico (al netto degli incentivi) sta avendo lo stesso effetto in Europa. Dove persino nella nuclearissima Francia, che guida la classifica mondiale di dipendenza dall’atomo con il 75% del mix energetico nazionale, è stato a fine luglio annunciato dal ministro dell’Ambiente Ségolène Royal un piano per abbassare la percentuale al 50% entro il 2025.

6 agosto 2014 | 09:36

Gli asini non volano. Parola di Facebook

La Stampa
vittorio sabadin

I contenuti satirici o ironici conterranno un avviso per aiutare gli utenti a distinguere tra realtà e finzione

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Facebook sta sperimentando un sistema per avvisare gli utenti del social network quando stanno leggendo qualcosa di satirico, che non corrisponde quindi alla realtà. Davanti ad ogni testo che rappresenta la parodia di una notizia o di un avvenimento, comparirà tra parentesi quadrate la parola «satira». Secondo un portavoce di Facebook, sono stati gli stessi utenti a sollecitare un sistema che permettesse loro di distinguere tra realtà e finzione e che li aiutasse a orientarsi in un mondo nel quale non si raccapezzano più. 

L’iniziativa di Facebook conferma l’inarrestabile declino globale di vecchie tecnologie come il buon senso, ma anche il fatto che sul web è ormai sempre più difficile navigare tra vero e falso, e che sta prevalendo una nuova categoria informativa dotata di vita propria e di inesauribili energie: il verosimile. Arwa Mahdawl, in un articolo su «The Guardian» dà la colpa di tutto al fatto che, visto che non siamo ancora molto disposti a pagare per ricevere informazioni e contenuti, il modello di business di Internet si basa quasi esclusivamente sulla pubblicità. Chi fa pubblicità sul web baratta occhi che guardano in cambio di dollari, e più sono gli occhi che guardano più dollari vengono investiti. 

Perché il business funzioni, il titolo di una notizia, vera o falsa che sia, deve dunque essere tale da attirare l’attenzione ed essere condiviso da altre migliaia di occhi attraverso un social network. In questo meccanismo, la reazione (leggere qualcosa e condividerlo subito con altri) è più importante della riflessione (Sarà vero? Vale la pena di condividerlo?). 

Arwa Mahdawl sottolinea come Facebook non abbia il sospetto che siamo tutti idioti: Facebook sa che lo siamo. Negli Stati Uniti, le persone che usano abitualmente Internet avevano nel 2000 una capacità di attenzione che durava 12 secondi. Nel 2013 è scesa a 8 secondi. Quella di un pesce rosso è di 9. Quando si naviga online, si è ormai sempre alla ricerca di qualcosa che ci intrattenga, e non è purtroppo più vero che la realtà supera sempre la fantasia. Passiamo in continuazione da un argomento all’altro, da un tema all’altro, alla ricerca spasmodica di qualcosa da postare su Facebook perché gli amici lo possano leggere e commentare. Il mondo, con tutte le sue tragedie, non produce più abbastanza materiale e bisogna inventarne continuamente di nuovo. 

Sotto accusa, negli Stati Uniti e nei paesi di lingua inglese, è «The Onion», un divertente sito di satira che sforna in continuazione notizie grottesche. Il problema è che spesso queste notizie sono prese per vere non solo da utenti distratti e male informati, ma anche dai giornalisti di importanti quotidiani. Il «Washington Post», ad esempio, ha ripreso da «The Onion» la notizia che Sarah Palin, ora una leader del movimento conservatore dei «Tea party», aveva trovato lavoro alla tv araba «Al Jazeera».

Un altro articolo, corredato da una galleria di immagini, che definiva il dittatore nord coreano Kim Jong-un uno degli uomini più sexy del mondo, è stato ripreso dall’autorevole quotidiano cinese «People’s Daily». Anche l’agenzia iraniana «Fars News» si è bevuta nel 2012 la notizia secondo la quale un sondaggio Gallup aveva rivelato che i contadini bianchi americani preferivano Ahmadinejad a Obama. Su «The Onion» si trovano spesso titoli come «Terrificante uomo vende alberi morti in un parcheggio vicino a una scuola». Non può essere vero, ma è verosimile, è questo basta ad attirare migliaia di click, la cosa che i pubblicitari vogliono. 

Il mondo dell’informazione finirà dunque così? Con Facebook che ci avvisa con una parola tra parentesi quadrate se qualcosa è vero o falso? Speriamo di no. Il termine «infotainment», che mescola informazione e intrattenimento, è nato nel 1980 dall’iniziativa di alcuni ricercatori dell’Institute of Information Scientists and The Library Association di Sheffield, nel Regno Unito. Quando tenevano conferenze sull’informazione, le arricchivano sempre recitando parodie e commedie che intrattenessero il pubblico, fondendo lo spettacolo con le notizie. E’ un ottimo sistema per spiegare cose complicate con parole semplici: lo si può fare con la scienza, con la musica, con la letteratura. Ma sono passati trent’anni e su Internet il confine tra l’intrattenimento e le notizie è ora invisibile, ed è sempre più difficile distinguere l’uno dalle altre. 

Sarà forse anche per questo che la maggior parte delle persone, quando vuole sapere che cosa è successo e che cosa è davvero importante, continua ancora a collegarsi con i siti internet dei principali quotidiani, dove ogni giorno si lavora per distinguere il vero dal falso, e per spiegare che cosa è importante e che cosa non lo è. Senza le parentesi quadre di Facebook. 

Nutella a rischio, l'allarme: «Crisi di nocciole, può diventare un prodotto di lusso»

Il Mattino

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ROMA - Nutella a rischio. Uno dei prodotti dolciari più amati e famosi potrebbe diventare di elite e non essere accessibile a tutti a causa del rincaro a cui potrebbe essere soggetto. "La Nutella potrebbe presto vedere il proprio prezzo gonfiarsi diventando un prodotto di lusso". A lanciare l'allarme è Les Echos online, spiegando che la causa è il maltempo che si è abbattuto sul nord della Turchia, che è il primo produttore mondiale di nocciole. La penuria di questo prodotto che ne è conseguita si è tradotta sui prezzi, aumentati del 60% dall'inizio dell'anno e questo rincaro - evidenzia il sito - potrebbe quindi essere applicato sui prodotti derivati a base di nocciole.

mercoledì 20 agosto 2014 - 21:18   Ultimo agg.: 21:19

Protesta contro la destinazione: tornano a Napoli i migranti trasferiti a Nuoro

Il Mattino

Torneranno a Napoli domani i 47 migranti giunti a Cagliari lunedì scorso e poi trasferiti a Sadali, dove hanno inscenato per due giorni una clamorosa protesta, rifiutandosi di occupare gli alloggi di un albergo, in cui dovevano essere sistemati.
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Dopo una lunga trattativa con le forze dell'ordine, la rivolta è finita: 21 dei migranti hanno accettato di entrare in albergo a Sadali, gli altri 26 invece hanno acconsentito di trascorrere la notte a Ottana, sempre in albergo, a patto però che nel giro di pochissimo tempo fossero di nuovo imbarcati per Napoli. Il patto è stato rispettato e oggi è arrivata la decisione del Ministero dell'Interno. I migranti verranno imbarcati domani per Napoli: la partenza è prevista per il pomeriggio dall'aeroporto cagliaritano di Elmas.

mercoledì 20 agosto 2014 - 21:58   Ultimo agg.: 22:01