mercoledì 20 agosto 2014

L’intervento del Papa? Sai che sforzo... Contro il califfo non basta

Libero

«Ahimé, basta tacere! Gridate con centomila lingue. Vedo che, per lo tacere, lo mondo è guasto, la Sposa di Cristo è impallidita». Con queste parole tuonava santa Caterina da Siena scrivendo a un alto prelato.
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Si sente il bisogno anche oggi nella Chiesa di donne e uomini di fede ardente e di cuore libero che - come Caterina - si rivolgano così a un papa (Gregorio XI) pieno di timori, che non faceva quello che avrebbe dovuto: «Io, se fussi in voi, temerei che il divino giudicio venisse sopra di me». Ma i nostri sono tempi di clericalismo, di bigottismo e di adulatori. E le voci dei grandi santi (o degli uomini liberi) non ci sono o non si sentono. Eppure è difficile e - per un cattolico - molto doloroso capire e accettare l’atteggiamento del Vaticano di papa Bergoglio di fronte alla tragedia dei cristiani (e delle altre minoranze) in Iraq, braccati e massacrati dai sanguinari islamisti del califfato anche in queste ore.

Prima, per settimane, un’evidente reticenza, quasi imbarazzo a parlarne. Perfino l’iniziativa di preghiera della Cei del 15 agosto scorso è stata passata sotto silenzio dal Papa che evidentemente ha in antipatia la Chiesa italiana. Ora, finalmente, dopo una ventina di giorni di massacri di uomini, donne e bambini, e dopo mille pressioni (anzitutto da parte dei vescovi di quella terra e dei diplomatici vaticani), papa Bergoglio si è deciso a pronunciare le fatidiche parole, sia pure in modo assai felpato: «è lecito fermare l’aggressore ingiusto». Sai che sforzo… Ci mancava pure che dicesse che è lecito lasciare che l’aggressore massacri la gente inerme e innocente, che crocifigga i «nemici dell’islam», che seppellisca vivi i bambini, che stupri e venda le donne come schiave.

ALTRI PAPI
Con ben altra tempestività ed energia Giovanni Paolo II nel 1993 tuonava sul dovere di difendere gli inermi dai massacri: «Se vedo il mio vicino perseguitato, io devo difenderlo: è un atto di carità. Questa per me è l’ingerenza umanitaria». Ma non c’è più Giovanni Paolo II e purtroppo nemmeno Benedetto XVI. Dunque dopo aver detto, con incredibile ritardo, che «è lecito fermare l’aggressore ingiusto», Bergoglio si è affrettato ad aggiungere che però va fatto senza «bombardare» o «fare la guerra». Cosicché viene amaramente da chiedersi se egli vuole salvare la faccia (propria) o la vita di quegli innocenti.

Qual è infatti il modo per «fermare» una banda di assassini crudeli senza usare le armi? Cosa propone papa Bergoglio per «fermare» quei carnefici? Un tressette col morto? Un thè con monsignor Galantino? Si dirà che il Papa non può esortare a usare la forza, sia pure per salvare vite innocenti. Sbagliato. Da secoli la dottrina cattolica ha sancito il diritto alla legittima difesa e il principio di «uso della forza» per la legittima difesa. Proprio i teologi della Scuola di Salamanca come il domenicano Francisco de Vitoria, nel XVI secolo, fondarono sulle basi della legge naturale il diritto internazionale,

Benedetto XVI lo ricordò alle Nazioni Unite evocando «il principio della “responsabilità di proteggere” (che) era considerato dall’antico ius gentium quale fondamento di ogni azione intrapresa dai governanti nei confronti dei governati».E aggiunse che «il frate domenicano Francisco de Vitoria, a ragione considerato precursore dell’idea delle Nazioni Unite, aveva descritto tale responsabilità come un aspetto della ragione naturale condivisa da tutte le Nazioni, e come il risultato di un ordine internazionale il cui compito era di regolare i rapporti fra i popoli».

In questo quadro Giovanni Paolo II nell’Evangelium vitae del 1995 affermava: «la legittima difesa può essere non soltanto un diritto ma un grave dovere per chi è responsabile della vita di altri, del bene comune della famiglia o della comunità civile. Accade purtroppo che la necessità di porre l’aggressore in condizione di non nuocere comporti talvolta la sua soppressione. In tale ipotesi, l’esito mortale va attribuito allo stesso aggressore che vi si è esposto con la sua azione».

Parole significative perché Giovanni Paolo II si è sempre caratterizzato per la difesa energica della pace (per esempio opponendosi alla guerra americana in Iraq), ma con altrettanta energia ha incitato la comunità internazionale a fermare, anche con l’uso della forza, i carnefici in azione (e si noti bene che a quel tempo la popolazione minacciata era di religione islamica). Quello che semmai papa Francesco dovrebbe chiedere - sulle orme di Giovanni Paolo II - è che tale «uso della forza» da parte della comunità internazionale sia proporzionato e mirato a disarmare gli aggressori e a salvare la vita dei braccati.

Ma purtroppo non si è sentita nessuna riflessione approfondita. Si nota solo la preoccupazione di Francesco di non uscire dallo stereotipo del papa «politically correct». Infatti ha sentito il bisogno di ripetere che fra le minoranze minacciate dall’Isis ci sono anche non cristiani «e sono tutti uguali davanti a Dio». Un’ovvietà che è parsa una «excusatio non petita…». Del resto se rileggiamo insieme i vari interventi di papa Bergoglio su questa carneficina non si troverà mai la parola islam, islamisti o musulmani. Se uno disponesse solo delle parole del Papa non capirebbe minimamente a chi si deve questa «tragedia umanitaria» e per quale motivo viene perpetrata.

Una reticenza grave, figlia dell’ideologia cattoprogressista che interpreta erroneamente il dialogo con i musulmani come una resa, anche psicologica. Tanto è vero che ci sono commentatori cattoprogressisti che arrivano perfino a ripetere che i carnefici del Califfato non hanno niente a che vedere con l’islam.Peccato che tali carnefici impongano alle minoranze conquistate la conversione immediata all’islam in alternativa alla morte, come è accaduto nei giorni scorsi a Kocho, un piccolo villaggio del Nord Iraq abitato da yazidi dove i jihadisti hanno massacrato circa 80 uomini che si rifiutavano di convertirsi e incatenato e deportato un centinaio di donne e bambini.

GIUDIZIO CHIARO
Naturalmente è comprensibile che le autorità della Chiesa non cerchino lo scontro, la polemica o il conflitto religioso. Giusto. Ma è anche un dovere dire la verità e dare ai fedeli un serio «giudizio culturale» su quello che il mondo oggi sta facendo ai cristiani.Soprattutto considerando la subalternità culturale di tanti cattolici: c’è chi ritiene deprecabile perfino parlare di «cristiani perseguitati» (eppure sono il gruppo umano più perseguitato, nel maggior numero di Paesi del mondo).

Detto questo voglio sottolineare che le dichiarazioni di papa Francesco dell’altroieri sono comunque un passo avanti, sperando che - senza dover aspettare troppo, perché la situazione è drammatica - arrivino presto parole ancora più chiare e decise. Sono un passo avanti che dovrebbe chiarire le idee ai tanti che nei giorni scorsi, contro chi domandava una parola chiara, ribattevano stizziti che chiedere di fermare gli assassini significava volere la guerra e le crociate. L’intervento del Papa chiarisce le idee anche a quelli che affermavano: «se il Papa tace significa che vuol evitare ritorsioni più gravi», oppure «se non dice niente significa che sta operando riservatamente».

Erano balle. In realtà in Vaticano si sono illusi per settimane che vi fosse ancora una via diplomatica, mentre i carnefici del califfato - come denunciavano i vescovi del posto - volevano solo conquistare, convertire a forza e massacrare. Non sanno nemmeno cosa siano il «dialogo» o la diplomazia. Un’ultima nota. Negli interventi fatti durante il viaggio in Corea, papa Bergoglio ha anche giustamente invitato tutta la Chiesa alla riflessione sui martiri di ieri e di oggi e alla preghiera. Sacrosanto. Ma è un invito molto blando, senza la mobilitazione di tutta la Chiesa per soccorrere queste vittime e senza quella profonda consapevolezza culturale che sapeva darci Benedetto XVI. Oggi domina lo smarrimento.

di Antonio Socci

www.antoniosocci.com

Google, ecco i 13 segreti da conoscere sul motore di ricerca più usato al mondo

Il Mattino
di Enrico Chillè


a.it
ROMA - Chi di noi non ha mai usato Google per effettuare una ricerca sul web? Il colosso fondato da Larry Page e Sergey Brin nel 1998 ormai la fa da padrone in ogni campo della tecnologia, e la sua struttura è sempre più ricca e complessa. Una compagnia in continua crescita, ovviamente, ha sempre i suoi segreti e i suoi curiosi aneddoti.

Ecco i migliori tredici:

1- Il dinosauro nella sede: nei pressi del quartier generale di Mountain View, sono stati rinvenuti i resti di un dinosauro e Google, per omaggiare l'antico 'inquilino', ora ospita lo scheletro di un T-Rex. ll mistero resta sull'autenticità dei resti esposti all'interno della sede.
2- Tra le lingue di Gmail c'è anche il cherokee: un colosso mondiale che si rispetti deve offrire ogni tipo di servizio nel maggior numero di lingue possibile. Non solo l'aramaico, in onore dei nativi americani è stato introdotto, per il servizio di posta elettronica Gmail, il cherokee.
3- L'homepage è la più veloce di tutte: tra quelle più conosciute, la pagina iniziale di Google è la più rapida a caricarsi. Quanti di noi, d'altronde, in caso di problemi di connessione non effettuano i test cercando di caricare l'homepage di Google?
4- Due milioni di ricerche al secondo: secondo le stime di Google, in media, in tutto il mondo avvengono ben due milioni di ricerche al secondo tramite i server di Mountain View.
5- La politica 'dog-friendly': tra le tante norme del codice di condotta e della politica aziendale di Google c'è anche una dichiarazione di amore per i cani. Come specifica il codice, «amiamo i gatti, ma ci sono tantissimi cani nel nostro quartiere generale e gli amici felini potrebbero trovare un ambiente un po' ostile».
6- Il primo Doodle per andare al Festival: ormai i 'doodle' di Google sono all'ordine del giorno per celebrare nascite, morti e opere dei grandi del passato e del presente. Il primo in assoluto, realizzato da Brin e Page, risale all'anno di fondazione, il 1998: i due fondatori erano andati al Burning Man Festival, meta di tanti statunitensi in vacanza, e con quel doodle avvisavano gli utenti di essere impossibilitati a risolvere, in quei giorni, eventuali problemi al server. Erano altri tempi e il business non aveva ancora raggiunto le proporzioni incredibili dell'ultimo decennio.
7- I numeri di YouTube: fondato nel febbraio 2005, YouTube ha in breve tempo acquisito una sempre maggiore popolarità e nell'ottobre 2006 è stato rilevato proprio da Google. Oggi, a oltre nove anni dalla nascita, ogni mese vengono visualizzati video per una durata complessiva di sei miliardi di ore, ovvero poco meno di un'ora a testa per ogni singolo abitante del mondo.
8- Il costo del pulsante 'Mi sento fortunato': c'è chi lo adora, chi lo considera inutile e chi ne approfitta per occultare sorprese trash più o meno piacevoli. Il pulsante per la ricerca 'Mi sento fortunato', come annuncia Google, costa alla compagnia 110 miliardi di dollari all'anno.
9- I domini con gli errori più comuni: la visibilità è tutto, anche per chi non sembrerebbe averne bisogno come Google. Eppure, l'azienda ha deciso di acquistare i domini con gli errori di digitazione più comune degli utenti, da cui poi si viene reindirizzati alla homepage. Appartengono a Google, infatti, anche i domini 'Googlr.com', 'Gogle.com' e 'Gooogle.com'. Inoltre, anche il dominio '466453.com', che non è altro che Google digitato con la tastiera del telefono, reindirizza alla homepage più famosa al mondo.
10- Le capre di Google: può sembrare assurdo, ma Google ha anche le capre. Il motivo è facilmente spiegabile: si tratta del modo più naturale per rasare l'erba dei campi che circondano la sede di Mountain View.
11- Profitti pubblicitari spaventosi: solo lo scorso anno, Google ha guadagnato dagli annunci sponsorizzati e messi in evidenza nelle ricerche ben 55 miliardi di dollari. Una cifra pari al 90% dei profitti totali dell'azienda.
12- La lettera della bimba che chiede le ferie per il padre: ricordate la lettera della figlia del dipendente di Google che chiedeva all'azienda un permesso di un giorno per il padre in occasione del compleanno? Per sapere com'è andata a finire leggete qui.
13- Il giro del mondo in street view: con il servizio di street view, le auto di Google hanno fotografato e pubblicato sul web oltre otto milioni di km di strade.

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martedì 19 agosto 2014 - 17:39   Ultimo agg.: 18:04

Twitter rimuoverà le foto dei defunti su richiesta dei familiari

La Stampa

La novità arriva a una settimana di distanza dall’abbandono del microblog da parte della figlia di Robin Williams




Twitter rimuoverà dal suo sito le foto e i video di persone decedute, se i familiari di queste ne faranno richiesta. Il social network spiega che toglierà le immagini di un defunto fatte «da quando si è verificato l’infortunio critico ai momenti prima o dopo la morte». La novità arriva a una settimana di distanza da quando la figlia di Robin Williams, Zelda, ha annunciato l’addio a Twitter dopo aver ricevuto sul microblog alcune immagini raccapriccianti e ritoccate del defunto padre.

Nella sua pagina di assistenza , Twitter precisa che, nel valutare le richieste di rimozione, terrà conto di fattori di pubblico interesse come il valore informativo del contenuto. Per questo è possibile che non tutte le richieste vengano soddisfatte.

Il sito di microblogging consente già ai familiari di un defunto, o a persone autorizzate ad agire per suo conto, di chiedere la disattivazione dell’account fornendo una serie di informazioni e documenti, tra cui il certificato di morte. Anche Facebook permette ai familiari più stretti di una persona scomparsa di chiedere la rimozione dell’account.

(Ansa)

Immigrazione, il problema non è più solo del Nord

Corriere del Mezzogiorno
di MARCO DEMARCO

Ora il Sud ha smesso di impartire lezioni di civismo e gli riesce più disagevole impancarsi a modello di tolleranza e accoglienza


Quel tempo è arrivato. Un paio di decenni fa, i leghisti avvertirono i meridionali che, a distanza di sicurezza, li contestavano con la puzza al naso. Verrà il tempo, dissero, in cui i flussi migratori provenienti dall’Africa e da Oriente toccheranno il Sud, attraverseranno il Paese, e non confluiranno più solo al Nord. A quel punto, quando il Nord sarà ormai saturo, quei flussi si fermeranno nel Mezzogiorno. E allora, lasciavano intendere, ne riparleremo. Eccome, se ne riparleremo. Ebbene, ci siamo. Ora il Sud ha smesso di impartire lezioni di civismo e, come è fin troppo evidente, gli riesce più disagevole impancarsi a esempio morale, a modello di tolleranza e di accoglienza. La Sicilia è “stressata”, avverte il prefetto Morcone, capo del dipartimento immigrazione del ministero dell’Interno. E “stressata” vuol dire stremata, con i centri di accoglienza tracimanti di naufraghi e gli alberghi vuoti di turisti. Di conseguenza, ora la solidarietà deve venire da altre regioni, Campania in testa.

E guarda caso, proprio ora quel Sud già toccato dalle avvisaglie di Rosarno e di Castelvolturno, comincia a sbottare, ad essere meno politicamente corretto. Era facile, allora, dare del razzista a Bossi e Calderoli. Era facile, perché il problema, in buona sostanza, non aveva rilevanza meridionale. Quel tempo è dunque arrivato. Ora è il Sud a patire e a chiedere aiuto allo Stato. «Non sono razzista, ma ho paura», confessa Peppe Barra. Ed è forse, la sua paura, diversa da quella che a suo tempo provava il popolo leghista? «Ora il Comune non garantirà più l’accoglienza, non abbiamo più né risorse né strutture», dichiara il sindaco De Luca. E il suo lamentarsi è forse diverso da quello dei sindaci veneti o piemontesi?

Si fa presto, insomma, a dare del razzista all’avversario politico e a chiudere apparentemente la partita. Ed è comodo, ancora oggi, come fa de Magistris, buttarla demagogicamente sui massimi sistemi. Nel frattempo, la paura alimenta il successo della Lega, che non è più solo un partito locale; e la crisi economica esaspera gli egoismi locali; mentre oltre un milione di uomini donne e bambini premono sulle coste del nord-Africa in cerca di salvezza. Trovare una soluzione non sarà facile, e inutile è coltivare l’illusione di poterne venire fuori esclusivamente con interventi umanitari. Ma un dato è certo. Se Barra non è un razzista, non lo è neanche De Luca, e non lo era neanche Calderoli. Nel bene e nel male, parlano la stessa lingua. Se non ci piace, dobbiamo trovarne un’altra.

20 agosto 2014

Supermercato ai clienti: «Non date soldi ai rom, guadagnano 80 euro al giorno, più di un operaio»

Il Mattino



CATANIA - "Non fate l'elemosina agli zingari davanti alla porta. Guadagnano dai 60 agli 80 euro al giorno, più di un operaio specializzato italiano". Polemiche a Catania per il cartello affisso all'ingresso di un supermercato. La direzione del negozio si difende: "Non è razzismo. Allontanano i clienti indispettiti dall'insistenza. Abbiamo chiesto l'aiuto delle forze dell'ordine  ma ci dicono che è un problema dei servizi sociali del Comune".

Da circa tre anni una famiglia rom staziona davanti all'ingresso del supermercato di piazza Cavour, in centro città."Fanno i nostri stessi orari di lavoro e, quando vanno in ferie, mandano dei parenti a sostituirli".Il loro introito, secondo il supermercato, è altissimo: "Della cifra siamo certi perché, a fine giornata, vengono alle casse per chiedere di cambiare le monete con banconote". "Non siamo razzisti, vogliamo soltanto tutelarci: anche clienti che abitano qui vicino non vengono per evitare di subire la pressante richiesta di elemosina. Alcuni prendono le buste della spesa dei clienti e li accompagnano fino alle auto. La nostra iniziativa vuole essere uno stimolo a pensare e speriamo che chi può adesso agisca nel fare rispettare le leggi", conclude la direzione del supermercato.

mercoledì 20 agosto 2014 - 13:54   Ultimo agg.: 15:23

Napoli, figuraccia internazionale | Palazzo Reale, il custode dorme e russa. Il blogger americano pubblica la foto

Il Mattino



Un custode del Palazzo Reale che dorme su una sedia durante l’orario di servizio: è la foto pubblicata su Instagram da Scott Schuman, noto blogger americano che che cura il sito «The Sartorialist». «Dormiva piuttosto rumorosamente - scherza Schuman -. Ma non ho rubato nulla perché ho già un Giotto appeso sul caminetto». «L’ennesima figuraccia per la Sovrintendenza», commentano Francesco Emilio Borrelli dei Verdi e Gianni Simioli della Radiazza.

mercoledì 20 agosto 2014 - 09:35

Calderoli posta foto di un serpente trovato in casa e ucciso, la protesta della rete

Il Mattino

«Non sono mai stato superstizioso ma dopo la macumba che mi ha fatto il papà della Kyenge mi e' capitato di tutto e di più.

a.itQuello che potete vedere nell'allegato è il serpente che ho catturato questa mattina nella cucina di casa mia. A voi sembra normale che un serpente di 2 metri sia nella cucina di una casa di Mozzo?», così il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli ha commentato la foto postata sul suo account Facebook che lo vede apparire con un serpente in mano ucciso.

Lo scorso settembre una notizia riferiva la presunta macumba che il padre congolese dell'ex ministro Kyenge avrebbe fatto a Calderoli per gli attacchi lanciati contro la figlia. L'uccisione del serpente ha scatenato la reazione indignata di centinaia di utenti del social network perché il rettile in mano all'esponente della Lega appartiene a una specie protetta.

mercoledì 20 agosto 2014 - 14:35   Ultimo agg.: 14:36

Uccellacci e uccellini

La Stampa
massimo gramellini


Scrive un’amica della cui affidabilità non ho motivo di dubitare che l’altra sera, mentre si trovava a cena da amici in un condominio del quartiere Flaminio a Roma, ha sentito battere le mani nel cortile sottostante. Un rumore ritmico che di minuto in minuto cresceva fino a diventare insopportabile. Ha chiesto ai padroni di casa chi fosse il suonatore improvvisato di flamenco.

Era il portiere dello stabile, che ogni sera replicava lo spettacolo per disturbare gli uccellini intenzionati a occupare i rami della grande magnolia posta al centro del cortile, da dove poi avrebbero intonato i loro canti notturni. Proprio allora si è spalancata una finestra del primo piano ed è apparsa una donna munita di coperchi. Per indurre al silenzio uno stormo di pennuti canterini, l’intero isolato si è dovuto sorbire una jam session di percussionisti dilettanti.

La signora dei coperchi ha annunciato gongolante che la magnolia, origine di tutte le disgrazie, sarà presto abbattuta. Tolto di mezzo l’ingombrante arbusto con il suo carico di frastuoni arcadici, gli orecchi dei condomini saranno di nuovo liberi di concentrarsi sui gorgheggi delle sgommate, sulla sinfonia dei clacson, sulle performance gutturali degli ubriachi.

Come frenare l’anarchia privata che accetta di buon grado ogni inquinamento acustico provenga dall’uomo mentre manifesta odio patologico nei confronti della natura? Questo si chiede la mia amica, facendo ironico appello a un pianista disposto ad andare nel cortile ogni sera per attirare gli uccelletti sulla magnolia con i Notturni di Chopin. Illusa: tirerebbero i coperchi anche a lui. 

Da Manila a Los Angeles in un cargo senza viveri, l’odissea della gatta Pinay

La Stampa

Ritrovata quasi senza vita e subito curata, ora cerca una casa

a.it
La gatta Pinay dopo le cure, in una foto diffusa dal Dipartimento di Cura degli Animali di Los Angeles
Oltre 11mila chilometri intrappolata in una nave porta container senza cibo né acqua. È la disavventura capitata a una gatta di circa quattro anni finita nella nave a Manila, nelle Filippine, e trovata a un passo dalla morte a Los Angeles, in California. Dopo due settimane di cure, la gatta è però ora in buone condizioni, come riferisce Marcia Mayeda dell’agenzia di controllo animali di Los Angeles. 

Il personale dell’ospedale veterinario che ha preso il felino in cura l’ha battezzata Pinay, nome piuttosto comune nella popolazione femminile filippina. La gatta è uscita dalla quarantena ma ora deve essere adottata da qualcuno che viva in una casa tranquilla, visto che è ancora un po’ vivace. L’anno scorso una disavventura simile era capitata a un gatto chiamato Ni Hao, giunto negli Usa dalla Cina.

Spende 1000 sterline per portare un gattino malato dalla Grecia alla Cornovaglia

La Stampa
FULVIO CERUTTI (AGB)

Durante una vacanza aveva incontrato il felino abbandonato dalla madre e ferito da un altro esemplare. Ha impiegato due mesi per riuscire nell’operazione


a.it
La signora Ali Gill non poteva abbandonare quel gattino al suo triste destino. I suoi primi mesi di vita erano già stati troppo difficili: nato con mezza coda, con problemi alle zampe, il felino era stato anche abbandonato dalla madre. Così la donna, racconta il Daily Mail, ha speso più di 1000 sterline (circa 1500 euro) in biglietti aerei, taxi e spese veterinarie per portarlo dalla Grecia alla Cornovaglia (Regno Unito) in un’operazione durata due mesi.

Il tutto è iniziato quando la donna è andata in vacanza sull’isola di Tilos, in Grecia. Lì ha incontrato un gatto che ha chiamato Squeak per via del pianto straziante che emetteva la prima volta che l’ha visto. Il gattino di circa cinque mesi era nato senza mezza coda ed era stato abbandonato dalla sua mamma. E come se già questo non bastasse, era stato ferito a una zampa scontrandosi con un esemplare più adulto.

Il gattino era però molto dolce e ha fatto centro nel cuore della signora Gill. Anche per questo lei ha cercato una sistemazione presso qualche famiglia del posto, ma senza successo. A Tilos, così come in altre isole greche, i gatti speso non vengono sterilizzati perché il veterinario si presenta sul posto solo due volte all’anno. In estate i turisti o i ristoranti aperti non disdegnano dal cibare la popolazione felina, ma in inverno, quando il numero di persone presenti scende molto, per loro diventa un periodo difficile.

Anche per questo motivo Gill ha voluto portarlo con sé in Cornovaglia dove, insieme al compagno, ha già quattro gatti. Ma il suo viaggio non è stato per nulla semplice. Prima ha dovuto trovare una compagnia aerea che accettasse di portare in Inghilterra il gatto. L’unica disponibile, però, partiva da Rodi. Così la signora, dopo aver speso i soldi per le cure veterinarie e la microchippatura, ha cercato e trovato una persona che accettasse di portare il gatto all’aeroporto per l’imbarco: un problema risolto chiedendo il servizio a un taxista amante dei felini. Infine, per chiudere il giro delle spese, la signora ha dovuto anche prendere una camera d’albergo visto che il volo a Gatwick era previsto per la mezzanotte.

Uno sforzo notevole, ma un gesto di grande amore: ora Squeak vive già felice con gli altri quattro gatti di casa senza dover lottare per avere cibo e acqua.

twitter@fulviocerutti

Un picnic pacifista alla frontiera e il Muro cominciò a crollare

La Stampa
tonia mastrobuoni

Ungheria, 25 anni fa iniziava il percorso che portò all’abbattimento della Cortina di Ferro


a.it
Quella dei mesi che portarono alla caduta del muro di Berlino, è anche una formidabile cronaca di ordini mai arrivati, di direttive non eseguite e di pistole rimaste nelle fondine. La prima tappa di questa storia dell’impotenza non si svolse però in Germania, ma alla frontiera tra Ungheria e Austria. Il 19 agosto del 1989 il leader riformista Imre Pozsgay organizzò assieme a Otto von Habsburg un «picnic paneuropeo» vicino a Sopron. L’intento dell’iniziativa era quello di segnalare la volontà dei magiari di allentare la presa sui confini blindati tra il Patto di Varsavia e l’Europa occidentale. Del resto, il 27 giugno i ministri degli Esteri dei due Paesi, l’austriaco Alois Mock e il suo collega ungherese Gyla Horn avevano già attraversato simbolicamente quel punto. 

Ad oggi gli storici continuano a litigare sul significato della «rivoluzione pacifica», come amano chiamarla i tedeschi, che portò alla fine dei regimi comunisti. Ed è difficile stabilire con nettezza se il muro di Berlino fu abbattuto più dall’Occidente o dai popoli in rivolta, o se implose per bancarotta. Ma certamente quel picnic pacifista alla frontiera ungherese, che scappò presto di mano, si trasformò nella prima, vistosa crepa nella cortina che spaccava l’Europa in due come una ferita.

Il programma prevedeva una passeggiata al confine di una manciata di delegati austriaci e ungheresi. Avrebbero passato la frontiera, poi sarebbero tornati. L’Ungheria, un Paese sull’orlo del collasso economico, come la gran parte dei partner comunisti, aveva cominciato dalla primavera a segnalare la volontà di cominciare a smantellare il costoso apparato di sicurezza lungo il confine. Tuttavia, il giorno prima del picnic, le autorità magiare avevano mandato un ordine preciso alla polizia locale: tutelare la sicurezza. Tradotto: sparare, nel caso di emergenza. 

Tuttavia, la notizia che per tre ore il confine sarebbe stato aperto attirò a Sopron migliaia di tedeschi della Ddr. Allora, quello di Honecker era ancora uno dei regimi più duri e filosovietici dell’Est: a maggio si erano svolte le solite elezioni-truffa con il 99,7% di voti a favore dei bonzi e la rivolta estiva della Tienanmen non fece che rinsaldare la loro volontà ferrea di reprimere qualsiasi dissenso. Anche quando nelle repubbliche vicine, in Polonia, in Cecoslovacchia e in Ungheria si cominciava a sentire nettamente l’effetto delle aperture di Michail Gorbaciov, i leader della Germania est continuavano a recitare i loro anacronistici rituali. Uno degli eventi più grotteschi dei mesi successivi furono i festeggiamenti dei 40 anni della Ddr, quando Gorbaciov si vide costretto ad apostrofare l’irrididucibile Honecker con «chi arriva tardi, sarà punito dalla storia». 

Ma quel 19 agosto di 25 anni fa, quando la piccola delegazione austro-ungarica si mise in moto, fu travolta da un’ondata di tedeschi dell’Est che approfittarono del picnic per fuggire in occidente. Ancora oggi le foto di quei momenti colpiscono per la gioia e l’incredulità dipinte in volto e per le lacrime di decine, poi centinaia di cittadini della Ddr che conquistarono la libertà attraverso quel buco. Ma gli eroi di quella storica giornata furono anche i due poliziotti, Johann Göltl e Arpad Bella, che presidiarono quel varco e che decisero di disobbedire agli ordini. Le loro pistole rimasero, cariche e pronte a sparare, nelle fondine.

In Germania, da lì a poco, cominciarono le manifestazioni del lunedì a Lipsia, che partivano dopo la messa pomeridiana dalla Nikolaikirche e contagiarono man mano tutte le altre città della Ddr. I due pulpiti principali da cui si sviluppò la rivolta dei cittadini contro il regime furono i teatri e le chiese, ma da settembre a Berlino nacquero anche i primi, veri partiti di opposizione e movimenti di protesta come il Neues Forum che si saldarono con i vecchi circoli pacifisti e ambientalisti che agivano clandestinamente da decenni.

Il regime reagì unicamente con un farsesco cambio ai vertici e nominò Egon Krenz, delfino di Honecker, a capo del Paese, aumentando la rabbia popolare. Il 9 novembre, dopo una conferenza stampa che trasmise in modo sbagliato un ordine e provocò una corsa dei berlinesi verso i posti di frontiera, la polizia prese nuovamente l’iniziativa, perché gli ordini ufficiali non arrivavano mai. Invece di sparare, alzarono le sbarre. E il secolo breve si concluse lì.

Un esercito di auto con targa straniera. Chi c’è alla guida?

La Stampa
claudio laugeri

Spesso sono italiani che le intestano a prestanome Non pagano il bollo e le multe, polizze a rischio

Le contestazioni. L’unica certezza per la riscossione delle sanzioni è legata alla possibilità di fermare subito chi ha commesso l’infrazione. Altrimenti, è molto difficile incassare quanto previsto

a.it
Un immigrato peruviano ha spinto un po’ troppo con l’acceleratore sul versante italiano del tunnel del Fréjus. Guidava un’auto a noleggio. La foto scattata dall’autovelox ci ha messo un po’ ad arrivare, la Polstrada ha mandato la contravvenzione dall’altra parte del mondo. E il destinatario ha pagato: 41 euro. E’ l’eccezione che conferma la regola dei mancati pagamenti delle multe inviate all’estero. Le stime più ottimistiche sono di un 30 per cento di versamenti, ma molto dipende dagli importi e dal senso civico dei personaggi multati. Diversa è la questione per lo straniero fermato dalle forze dell’ordine in seguito a un’infrazione: deve pagare subito (in Italia e all’estero), pena il sequestro del veicolo fino a pagamento avvenuto.

La reciprocità
Prima di tutto, bisogna fare una distinzione: ci sono multe di serie «A» e altre di serie «B». Dipende da chi le fa e avvia le pratiche per il pagamento. La Polstrada ha la possibilità di contattare uffici di collegamento in tutti i Paesi. E’ fondamentale per riuscire a ottenere indicazioni sugli intestatari dei veicoli multati. Ma non vale per tutti. La polizia municipale riesce a ottenere informazioni soltanto da alcuni Paesi. Senza quei dati, però, è impossibile spedire le contravvenzioni. Ottenere il pagamento, poi, è tutta un’altra storia.

Le spese sono a carico del destinatario. Sempre che decida di mettere mano al portafogli. Già, perché la legge non prevede sanzioni. E questo vale per gli stranieri in Italia, ma anche per gli italiani all’estero.

L’unico deterrente per i «furbi» è il «fermo amministrativo» del veicolo, che prevede l’accesso al Pubblico registro automobilistico. In Italia (come in altri Paesi), al mancato pagamento delle contravvenzioni seguono varie ingiunzioni, che possono arrivare anche al pignoramento di beni per sanare il debito. Ma sono pratiche nazionali. Non esistono «fermi amministrativi» all’estero. Così, chi non paga può continuare a farlo.

C’è un’eccezione: la Svizzera. Paese neutrale su tutto, basta non toccarlo sui soldi. Ha una banca dati con numeri di targa e dati anagrafici dei trasgressori. Per gli svizzeri, il mancato pagamento di una contravvenzione è un reato penale. 

Le notifiche per un divieto di sosta oppure un autovelox arrivano con rogatoria internazionale, come per una rapina o un omicidio. Assieme a un avviso: al prossimo ingresso in Svizzera, c’è il rischio dell’arresto, salvo pagamento del debito e dell’equivalente dei giorni di carcere previsti come pena commutati in moneta sonante.

I trucchi
L’ultima moda sono le immatricolazioni nell’Est. Fino a qualche tempo fa, la Romania era in testa alla classifica delle preferenze, ma da alcuni mesi è stata surclassata dalla Bulgaria. Motivo: le tariffe delle assicurazioni sono più basse. Quando vengono pagate. Anche perché, il controllo è quasi impossibile. In più, non c’è da pagare il bollo. A parte il profilo fiscale, c’è una questione di sicurezza: chi paga nell’eventualità di un incidente? Siamo proprio sicuri che l’assicurazione romena o bulgara (quando c’è) sarà così sollecita nei risarcimenti?

Per l’immatricolazione all’estero, però, serve un residente in quel Paese. Ed ecco spuntare i prestanome, che facilitano le operazioni illecite. Così, alla polizia municipale è capitato di scoprire un imprenditore italiano con una montagna di contravvenzioni non pagate che aveva fatto reimmatricolare la propria auto in Romania. Stesso telaio, doppia targa. Ma a un controllo sommario, poteva passare.

Los Angeles, bimbo torturato per mesi e poi ucciso dalla madre e dal compagno: era costretto a mangiare vomito e feci di gatto

Il Mattino
di Federica Macagnone

Gli ultimi otto mesi di vita del piccolo Gabriel Fernandez sono stati un inferno. La madre Pearl, 30 anni, e il compagno Isauro Aguirre, 34, avevano deciso che il bambino di 8 anni non dovesse avere più una vita normale: lo hanno prima picchiato, poi torturato e infine ucciso per ragioni ancora inspiegabili.
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Ciò che invece è venuto alla luce, in questi giorni, sono stati i dettagli raccapriccianti di ciò che il piccolo doveva subire. Un'escalation di violenza fino al 22 maggio 2013, quando il bambino è stato trovato in condizioni critiche nella casa di Los Angeles dopo aver subito un attacco senza pari. Pochi giorni prima della morte, il bimbo era stato coperto di spray al pepe, costretto a mangiare il proprio vomito e rinchiuso in un armadio con un calzino in bocca per soffocare le sue grida. E tutto questo in un solo giorno.

Erano mesi che Pearl e Isauro andavano avanti così. Secondo la ricostruzione dei due fratelli della vittima, il bimbo era stato costretto a mangiare feci di gatto e spinaci andati a male. Veniva regolarmente picchiato con la fibbia della cintura, con spranghe di metallo e, un giorno, la madre gli ha fatto saltare i denti con un colpo di mazza sulla bocca. A Gabriel non era mai permesso andare in bagno e veniva chiamato in modo dispregiativo “gay”. Più volte il bambino era stato mandato a scuola con abiti femminili ed era stato costretto a a scrivere una lettera in cui annunciava il suo suicidio.

Gli abusi avevano portato a diverse segnalazioni da parte della scuola ai servizi sociali ma, ogni volta che veniva fatto un controllo a casa, alla fine tutto si risolveva con un buco nell'acqua: i due fratelli della vittima venivano intervistati ma, sotto minaccia della madre, mentivano su quello che succedeva in casa. «Avevo paura che lo stesso trattamento fosse riservato a me. Non volevo essere il prossimo» ha dichiarato uno dei due ragazzini in aula. Il caso ha portato al licenziamento di due assistenti sociali che, nonostante i segni evidenti sul piccolo, non si erano resi conto che qualcosa a casa Fernandez non andava.

Il 22 maggio 2013 Gabriel si rifiutò di sistemare i suoi giocattoli e questo scatenò la reazione incontrollata di Pearl e di Isauro. «Abbiamo sentito le urla. Poi un tonfo. Infine il silenzio» ha raccontato il fratello tredicenne della vittima. La madre chiamò il 911 (il numero unico d’emergenza in Nord America) dichiarando che il bambino aveva sbattuto la testa su una credenza e aveva smesso di respirare: quando i paramedici arrivarono il bambino era nudo e incosciente. In ospedale i dottori rilevarono una frattura del cranio, varie costole rotte, bruciature di sigarette e lividi su tutto il corpo, anche sulle caviglie, segno che il bambino era stato legato.

Ricoverato in ospedale, Gabriel morì il 24 maggio, due giorni dopo il brutale attacco. Adesso le 800 pagine di testimonianze saranno fondamentali per determinare la pena da infliggere a Pearl e al compagno, entrambi in carcere in attesa di giudizio. I due si sono dichiarati non colpevoli ma su di loro pende l'accusa di omicidio e tortura.

mercoledì 20 agosto 2014 - 15:34   Ultimo agg.: 15:35

Salernitano si tuffa con il cane per salvare bimbo dalle onde. L'animale muore per salvare il piccolo

Il Mattino
di Leila Ben Salah


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SAN BENEDETTO DEL TRONTO - Il cane è morto per salvare il suo bambino che stava annegando e lei dona 50 mila euro e un terreno a un'associazione che si occupa dei funerali degli animali. E' una storia triste e bella allo stesso tempo quella del piccolo Luca, 5 anni, e di Birillo, un meticcio di 8 anni. I due si sono conosciuti in mare sulla spiaggia di San Benedetto del Tronto domenica 10 agosto.

Luca era in vacanza con la famiglia, originaria di Brescia, e stava nuotando con la nonna paterna. A un certo punto il piccolo ha cominciato ad annaspare. La bestiola, vedendo il bimbo in difficoltà, ha iniziato ad abbaiare per attirare l'attenzione e senza esitare un attimo si è tuffato in mare e ha raggiunto Luca. Intanto anche il padrone del cane, Claudio Coppola di Salerno, si è tuffato in acqua e ha portato in salvo il bambino. Luca è stato immediatamente soccorso e, tolto un grande spavento, sta bene. Purtroppo non c'è stato nulla da fare per Birillo, che già soffriva di cuore ed è morto poco dopo il salvataggio.

Ora la mamma di Luca, Martina Conte, ha deciso di donare all'agenzia Funeral Planner Animali la somma di 50 mila euro e un terreno a Sabina (Rieti) per la realizzazione di un cimitero e un rifugio per gli animali abbandonati."Il signor Coppola non ha voluto alcuna ricompensa nonostante le nostre insistenze - racconta mamma Martina ricordando l'episodio che non ha avuto altri testimoni - alla fine ha accettato solo che pagassimo le spese dei funerali di Birillo (il cagnolino sarà cremato e le ceneri saranno conservate in una piccola urna, ndr).

Non sapevamo come sdebitarci, così abbiamo deciso di fare questa donazione. Abbiamo un piccolo terreno inutilizzato a Sabina e ci fa piacere che venga usato come rifugio per gli animali. Al bambino alla fine non è successo nulla, si è solo spaventato. Ci dispiace tanto per il cagnolino". Nonostante tutto, da questa storia è nata un'amicizia tra le due famiglie. E il piccolo Luca adesso ama ancora di più gli animali e i cani in special modo.

"Capiamo il dolore del signor Coppola - dice ancora mamma Martina - anche noi abbiamo dei cani e sappiamo cosa vuol dire perderli. Sappiamo anche che non tutti amano gli animali come noi e forse non tutti possono comprendere il nostro gesto. Ma voglio dire che quei soldi sarebbero rimasti inutilizzati, così come il terreno". E invece quei soldi andranno a tanti piccoli Birillo, un cagnolino così eroico da sacrificare la propria vita per quella di un bambino.

martedì 19 agosto 2014 - 17:37   Ultimo agg.: 18:44

Problema immigrazione Lo diceva già Aristotele...

Camillo Langone - Mar, 19/08/2014 - 10:03

Dal filosofo greco a Petrarca fino a George Steiner, le menti più acute da sempre contrarie alle invasioni più o meno pacifiche. E all'ipocrisia degli intellettuali


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«Quanti hanno accolto uomini d'altra razza, la maggior parte sono caduti in preda alle fazioni». Non sono parole di un politico leghista del 2014 ma di un pensatore di oltre duemila anni fa, Aristotele, la cui autorità intellettuale era certificata dall' ipse dixit : lo ha detto lui, quindi niente dubbi e discussioni. Lo ha detto lui, il grande filosofo greco, che il multietnico produce multiscontri, e l'articolo sarebbe finito qui, non ci sarebbe bisogno di procedere oltre se i politici leggessero Aristotele anziché tweet, se ancora si formassero su quel suo testo fondante intitolato appunto Politica .
Per migliaia di anni è stato perfettamente ovvio che uomini di stato e uomini di lettere concordassero sulla necessità di contrastare le invasioni e le immigrazioni incontrollate che alle invasioni troppo somigliano. Dante Alighieri, per citare un altro peso massimo, nel Paradiso condanna addirittura l'inurbamento degli abitanti del contado: sarebbe stato meglio tener fuori da Firenze i villici di Campi Bisenzio...

Mentre Maometto viene spedito direttamente all'inferno: altro che dialogo, altro che preghiera comune. Anche Petrarca non aveva nulla a che fare coi nostri odierni intellettualini al cuscus, e qui penso al premiostrega Francesco Piccolo e al premiostreghino, ossia vincitore dello Strega Giovani, Giuseppe Catozzella, che vedono negli sbarchi di Lampedusa il realizzarsi di sorti magnifiche e progressive. «Dall'Arabia io non credo ci sia venuto mai nulla di buono» scrive invece il poeta delle chiare, fresche e dolci acque nel 1370.

Agli intellettualini al cuscus andrebbero fatti rileggere (o più probabilmente leggere per la prima volta) i poeti latini del V secolo, tutti, nessuno escluso, traumatizzati dalle invasioni: Paolino di Pella a cui i barbari uccisero i famigliari e rubarono tutto, Sidonio Apollinare che venne incarcerato dai visigoti perché si era loro opposto, Draconzio incarcerato dai vandali per un'accusa di tradimento, Boezio assassinato dal re ostrogoto Teodorico per aver difeso la libertà romana, ossia la libertà degli indigeni italiani, e Rutilio Namaziano il cui poema è un triste elenco di rovine fumanti, città abbandonate, strade in rovina. Sono cose che capitano quando i nativi vengono sopraffatti anche numericamente da nuovi arrivati che, pur attratti dalla civiltà, non sono capaci di conservarla non possedendone la cultura.

Le assonanze con il presente sono fin troppo palesi. La prima è che pure nel V secolo le invasioni erano, prima che militari, demografiche: non coinvolgevano solo eserciti ma interi popoli con donne e bambini. Proprio come adesso con «Mare Nostrum». Namaziano racconta delle vie consolari ormai impraticabili ed è a lui che ho pensato quando poche settimane fa percorrevo una Cesena-Orte che dovrebbe essere una superstrada e che è una sottostrada a pezzi, il peggior asfalto che le gomme della mia auto abbiano mai visto e un rosario di cantieri dimenticati da Dio e dall'Anas. Tentando di valicare l'Appennino senza spaccare gli assi ho capito cosa possa significare il dissesto dello Stato centrale.

Mi sento parecchio Namaziano anche ogni volta che mi ritrovo su certi treni regionali dove sono l'unico italiano a parte il macchinista e l'eventuale controllore (a volte c'è e a volte non c'è siccome Trenitalia a una cert'ora, su certe linee, rinuncia a farsi pagare il biglietto). Ancora fra Sette e Ottocento era normale che i supremi ingegni dessero alle stampe testi oggi additabili come xenofobi. Ad esempio i Discorsi alla nazione tedesca di Fichte o il Misogallo in cui Alfieri criticò aspramente non solo la rivoluzione francese ma i francesi tutti.

Nel 1860 il filosofo federalista Carlo Cattaneo, contrario all'unità d'Italia così come si andava centralisticamente realizzando, disse a Garibaldi: «Per essere amici bisogna che ognuno resti padrone in casa sua». Ed è una concetto validissimo anche nel nostro molto diverso contesto. Poi è arrivato un Novecento in cui per fare carriera letteraria era di grande giovamento aderire al comunismo, l'ideologia alla base del presente masochismo occidentale.

Nel 1925 il comunista Louis Aragon scrive: «Noi siamo i disfattisti dell'Europa. Siamo quelli che danno sempre la mano al nemico». Secondo Alain Finkielkraut «l'antirazzismo è il comunismo del XXI secolo» e questo spiega come oggi la certificazione antirazzista sia indispensabile per fare affari nell'editoria, alla stregua della certificazione antimafia indispensabile per fare affari nell'edilizia. Ma una manciata di autori veramente grandi, quindi non intellettualini al cuscus, resistono ai tribunali del conformismo e quando capita esprimono sull'immigrazione un pensiero libero e realistico:

in Italia Geminello Alvi e Guido Ceronetti (e prima ovviamente Oriana Fallaci); in Francia Renaud Camus, Maurice Dantec, Régis Debray, Michel Houellebecq, Richard Millet, in Inghilterra Martin Amis, V.S. Naipaul, Roger Scruton, George Steiner («È molto facile stare seduti qui a casa a Cambridge, e dire che il razzismo è orribile; ma venitemi a chiedere di ripeterlo dopo che una famiglia giamaicana con sei figli si è stabilita accanto a casa mia e suona reggae tutto il giorno»). Però nessuno è ancora riuscito a superare il vecchio Aristotele in sintesi e pragmatismo.

Quando il calcio andò in guerra L'Italia dei calciatori soldati

Matteo Azzimonti

Quest’anno è il centenario dell’inizio della Prima Guerra Mondiale, evento che sconvolse la vita del tempo, compreso il calcio ai suoi albori. Vi raccontiamo come, in Italia, Regno Unito, Germania e Francia, ciò è accaduto. La nostra volontà è rendere omaggio al valore umano, che non cessa di dar prova di sé anche quando pare impossibile. Le prime due puntate son dedicate al nostro Paese. Buona lettura.

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Attraverso gli anni della guerra il football inizia a evolversi: da un lato raggiungendo un numero sempre maggiore di nuovi appassionati e ponendo le prime basi per diventare il fenomeno di massa che è ora, dall’altro introducendo al gioco i giovanissimi al di sotto dell’età minima di leva. Proprio da questa generazione usciranno diversi protagonisti delle vittorie mondiali del 1934 e 1938. Uno su tutti: Giuseppe Meazza. In un certo senso, la vita di trincea aiutò tale evoluzione. Il gioco era molto d’aiuto per tenere alto il morale, ma anche per mantenere allenato il fisico; spedizioni di palloni e materiale da calcio verso il fronte non erano infrequenti, come non lo erano i lavori per spianare i terreni e renderli campi da gioco. Sembrano piccoli dettagli, ma hanno avuto una rilevanza centrale nell’aiutare il calcio italiano a uscire dal suo embrione e diventare uno dei movimenti più importanti nel panorama mondiale.

Articolo dell'epoca sulla morte di Erminio Brevedan, "Il Football"
Articolo dell’epoca sulla morte di Erminio Brevedan, “Il Football”

Il Milan fu la squadra che vide più tesserati partire per il fronte. Il primo rossonero a cadere fu Erminio Brevedan, 21enne sottotenente della Brigata Marche, 55° Fanteria, morto il 20 luglio 1915 sul Monte Piana. Aveva fatto il suo esordio col Diavolo meno di un anno prima, nell’ottobre 1914 contro l’Audax Modena, contribuendo al 13-0 finale con una tripletta. Nel maggio successivo veste per la quinta e ultima volta la casacca rossonera, perdendo il derby 3-1.

Subito dopo parte per il fronte e a poco meno di tre mesi dal suo arrivo, il capitano Di Lena gli ordina di prendere i fanti della Prima Compagnia e guidarli all’assalto di una trincea austriaca. Erminio esegue, venendo ferito alla prima ondata. Ma il fuoco austriaco non sbaglia una seconda volta, centrandolo in pieno petto. A lui seguirono altri: Canfari, Colombo, Moda, Rovelli, Soldera, Gaslini, Calderari, Carito, Forlano, il Vicepresidente Porro Lambertenghi, Wilmant, Azzolini e infine il dirigente e socio fondatore Glauco Nulli, decorato con la Medaglia d’Oro al Valore Militare.

Anche il Genoa dovette pagare un consistente dazio in termini di vite umane. Il fondatore della sezione calcistica del Grifone, James Richardson Spensley, rispose alla chiamata della sua patria e si presentò volontario nell’esercito inglese, guadagnandosi poi il grado di luogotenente nei Royal Army Medical Corps. Venne ferito presso Magonza nel 1915, colpito da una raffica di proiettili mentre eroicamente lottava per salvare un nemico in fin di vita, e morì dopo un mese di dolorosa agonia. Fu seppellito con gli onori militari.

Un altro celebre rossoblu caduto al fronte fu Luigi Ferraris. Come Spensley, non era solamente un giocatore di calcio: di professione ingegnere, tra il 1904 e il 1911 militò nel Genoa e al suo primo anno in Liguria contribuì con grande impegno alla vittoria del campionato di Seconda Categoria. Passato in prima squadra nel 1907, si ritira nel 1911 perché assunto dalle Officine Elettriche Genovesi in qualità di Vicedirettore Responsabile (una volta il calcio era un gioco e niente più). Qualche tempo dopo si trasferisce a Milano alla Pirelli come responsabile della produzione e allo scoppio della guerra gli viene proposto l’esonero dalla leva. Ma Ferraris, interventista convinto, rifiuta. Rifiuta anche il suo ruolo nelle retrovie dell’esercito e in risposta alle sue pressanti richieste viene inviato in prima linea nell’Alto Vicentino in qualità di aiutante maggiore del Maggiore Gigante.

Un'immagine di Luigi Ferraris risalente al 1911
Un’immagine di Luigi Ferraris risalente al 1911

Nel 1915 si rende protagonista insieme agli Alpini e ai Bersaglieri della conquista dell’Alpe di Melegna. Lo stesso ardore con cui calcava i campi da calcio lo impiegava in battaglia contro il nemico: «Siamo in guerra per riuscire a vincere e non per riportare la pelle a casa!». Il 23 agosto del 1915 viene colpito in pieno da una palla di cannone e muore sul colpo. Gli verrà assegnata postuma la Medaglia d’Argento al Valore Militare, sotterrata poi sotto la porta ai piedi della Gradinata Nord dello Stadio Marassi, intitolato alla sua memoria nel 1933.

Si conteranno altri caduti: Adolfo Gnecco, Carlo Marassi, Alberto Sussone e il giovanissimo Claudio Casanova che esordì a 17 anni nel 1912, divenendo in poco tempo pedina insostituibile e fedele scudiero del “figlio di Dio”, il capitano Renzo De Vecchi. Anche quest’ultimo fu chiamato alle armi ma venne assegnato ai servizi di collegamento e sopravvisse alla Grande Guerra, ritirandosi dal calcio giocato nel 1930 e dedicandosi alla carriera di allenatore. Altra figura degna di nota è quella di Giuseppe Castruccio.

Compagno di squadra di Ferraris nella vittoriosa stagione 1904, prese le armi col grado di tenente, lavorando come pilota di dirigibile. Coinvolto in azioni di spionaggio e bombardamento, il 22 settembre 1917 si arrampicò sull’involucro del suo mezzo gravemente danneggiato e fece da zavorra umana per oltre un’ora, permettendo al capitano di atterrare in territorio amico. L’impresa gli valse la Medaglia d’Oro al Valore Militare, riconoscimento piuttosto raro per un vivente. Diventato diplomatico, darà ancora prova del suo valore nel 1943 quando, in qualità di Console di Atene, salvò dalla deportazione nazista quasi 340 persone tra ebrei e italiani.

Alberto Picco, uomo e calciatore di La Spezia a cui è dedicato lo stadio cittadino
Alberto Picco, uomo e calciatore di La Spezia a cui è dedicato lo stadio cittadino

Alla fine del conflitto, parecchie altre squadre contarono i propri morti; l’Internazionale, così come i cugini, aveva risposto in massa e nel 1917 piange 26 tesserati. Nel Nord-Est, Udinese e Hellas Verona videro il proprio organico dimezzato; dall’altro lato della nazione, a Torino, la Juve perde Enrico Canfari, socio fondatore e secondo presidente del club tra il 1898 e il 1900, morto anch’egli da eroe nel 1915 nella terza battaglia dell’Isonzo, mentre capitanava la fanteria. La guerra non risparmiò neanche le squadre minori. Nel 1911 la Cremonese si affaccia al mondo agonistico con in porta un giovane di grandi speranze, Giovanni Zini.

Il ragazzo mise in mostra notevoli doti che contribuirono alla vittoria del campionato di Promozione con undici successi su quattordici incontri; tali doti attirarono l’attenzione dei selezionatori della Nazionale, che nel 1914 iniziarono a tenerlo sotto osservazione. Ma come molti coetanei Zini dovette rispondere alla chiamata alle armi. Assegnato al servizio di barelliere presso il Carso, svolse il suo compito con sforzi definiti “sovrumani” dai propri commilitoni. L’impegno profuso fiaccò la resistenza fisica del ventenne cremonese, che una sera di luglio cadde vinto da un’infezione tifoidea. Alla sua memoria ancora oggi gli è intitolato lo stadio comunale della sua città.

Non fu da meno Alberto Picco, socio fondatore, consigliere, tesoriere, primo capitano e primo marcatore della storia dello Spezia Calcio. Anche lui poco più che ventenne al momento della chiamata, venne promosso sottotenente e assegnato al 3° Reggimento degli Alpini, Battaglione Exilles, e inviato sul fronte orientale. Nel giugno 1915 si pianificò la presa del Monte Nero e Picco si offrì come volontario per guidare una pattuglia di esploratori che dovevano indicare la strada al plotone del Capitano Albarello.

Il nemico venne colto di sorpresa e l’offensiva guidata da Picco ebbe pieno successo: il Monte Nero fu conquistato. Ma il giovane spezzino, ferito una prima volta a un piede, non sopravvisse a un secondo colpo ricevuto al ventre e perì tra le braccia del suo capitano. Il 16 giugno, Re Vittorio Emanuele III conferì lui la Medaglia d’Argento al Valore Militare, citando le ultime parole dette prima della sua morte: «Viva l’Italia! Muoio contento di aver servito il mio Paese». E il loro Paese lo servirono tutti quanti loro, molto meglio di quanto avrebbero mai potuto fare con la maglia della Nazionale addosso.