lunedì 18 agosto 2014

Il governo dà casa ai profughi con i soldi dei contribuenti

Giannino della Frattina - Lun, 18/08/2014 - 15:40

Il ministero dell'Interno chiede bi e trilocali possibilmente arredati. Pagano i servizi sociali comunali


a.it
E adesso, dopo che il ministro Angelino Alfano ha scoperto che con l'operazione Mare nostrum solo dall'inizio dell'anno sono già sbarcati oltre 101mila clandestini, il governo forse ha deciso di correre ai ripari trasformandosi in agenzia immobiliare per cercare casa ai «migranti». E lo fa con la penna dei prefetti, come quello di Monza e Brianza Giovanna Vilasi che ha scritto a tutti i sindaci del territorio per invitarli a sollecitare i residenti a mettere a disposizione le loro case sfitte. Basta Cie, i centri di identificazione ed espulsione, adesso il target di riferimento, si specifica per garantire evidentemente un'adeguata accoglienza, «è costituito da unità immobiliari bi e trilocali, possibilmente arredate». Ma, bontà loro, «possono essere valutate anche soluzioni diverse».

Ma il cuore dell'operazione immobiliare è che a pagare l'affitto saranno le cooperative convenzionate con il ministero dell'Interno. Quindi lo Stato. E dunque tutti noi. Tanto che la Lega, con il deputato Paolo Grimoldi, punta il dito e si oppone. «Finalmente svelato il bluff immigrazione - accusa Grimoldi -. Il Pd dice di aver abolito il finanziamento pubblico ai partiti, ma gli italiani in difficoltà sono sfrattati mentre gli immigrati hanno casa tramite le cooperative sociali del Pd e di Cl. Case pagate con i soldi pubblici di disoccupati e pensionati».

Un'operazione in due tempi quella organizzata dal prefetto Vilasi e documentata dal Cittadino mb e Monza Today , per «garantire un'ordinata gestione dell'emergenza “sbarchi”» per «contenere effetti negativi, quali ripercussioni sui Servizi sociali comunali». E quindi dal prefetto di Monza arriva prima la richiesta ai sindaci di «avviare una ricognizione sui territori per individuare strutture con capienza minima di venti persone che fungano da hub per la prima accoglienza dei migranti in arrivo finalizzata allo screening sanitario, all'espletamento delle principali formalità amministrative e al successivo smistamento presso unità abitative».

E qui sta il punto. Perché è lo stesso rappresentante del governo a chiedere ai sindaci di «sensibilizzare i Cittadini (si noti che per l'occasione sono indicati con la C maiuscola, ndr ) a offrire in locazione appartamenti sfitti». Una richiesta fatta a nome del ministero dell'Interno che «alla luce del significativo incrementarsi degli sbarchi», ha attivato «una collaborazione con il terzo settore per l'accoglienza». E così i contratti di locazione (transitori o 4+4) vengono sottoscritti dalle cooperative e «i relativi canoni di affitto sono pattuiti direttamente con i proprietari a prezzo di mercato».

Garanzie che non sembra abbiano comunque convinto i proprietari a mettere a disposizione degli extracomunitari i propri appartamenti. Nessuna corsa all'affitto, tanto che la sollecitazione ai sindaci è stata più volte ripetuta. Aggiungendo che ai migranti saranno garantiti, oltre a vitto e alloggio, anche attività collaterali quali corsi di lingua, assistenza legale per la richiesta di protezione internazionale e la «costruzione di percorsi di autonomia individuali finalizzati a una tempestiva emancipazione dal sistema di accoglienza».

Di una «vicenda surreale» parla anche il capogruppo della Lega in Regione Lombardia Massimiliano Romeo. Che punta il dito su «associazioni, cooperative e professionisti che vivono e guadagnano, seppur lecitamente, dall'arrivo di tutte queste persone». Non solo. «Offuscati dalle nobili parole dei pensatori progressisti e dei buonisti ad oltranza, molti spesso dimenticano che dietro l'immigrazione clandestina si cela un vero e proprio business criminale che, secondo dati Onu, nella sola Europa ogni anno fattura 150 milioni di dollari».



E gli italiani senza lavoro vivono in tenda

Fabrizio Boschi - Lun, 18/08/2014 - 15:37

Una coppia dorme sulla spiaggia dopo aver perso tutto. Per loro lo Stato non

non c'è


a.it
Marina di Pietrasanta (Lu) - Sembra un po' la metafora del nostro Paese. L'ultima spiaggia. Quella che è toccata a una coppia di Bologna dopo aver perso tutto: andare a vivere accampatati sulla spiaggia libera di Motrone, a Marina di Pietrasanta. Ma mentre per i profughi (clandestini compresi) provenienti da ogni Stato possibile immaginabile, le nostre frontiere sono come il Gruviera, e i prefetti della Repubblica si fanno in quattro per cercare case sfitte per mandarceli ad abitare a spese nostre, per questa coppia senza né casa né lavoro lo Stato non esiste.

Una storia come altre ce ne sono state. E forse neppure la più triste, ma di certo significativa di come vanno le cose in questa disastrata Italia. Tutto all'incontrario. Nicola Di Blasi e Elisa Cammera: 46 anni originario della Sicilia lui, 37enne di Bologna lei. La coppia abitava in affitto a Bologna e faceva lavoretti precari. Quando entrambi hanno perso il posto e le famiglie non hanno più potuto aiutarli sono montati su un treno e, senza avere un'idea precisa di dove andare e di cosa fare, sono arrivati in Versilia.

«Io sono diplomato e ho fatto diversi lavori di ufficio, mentre Elisa faceva le pulizie - raccontano al Tirreno - Non era una situazione idilliaca, ma avevamo la nostra vita. Poi il lavoro è mancato, le famiglie hanno avuto i loro problemi e noi siamo partiti visto che non sapevamo più dove abitare».
Il destino li ha portati fino a Viareggio, ironia della sorte Comune in dissesto finanziario, che rischia il commissariamento. «C'ero stato da ragazzo e mi sembrava un buon posto per sistemarsi temporaneamente - racconta - Avendo pochi soldi in tasca cercavamo un luogo che ci permettesse di vivere all'aperto senza troppi problemi finché non si fosse chiarita la situazione.

Avevamo pensato alla Darsena, ma alcune persone ci hanno messo in guardia, dicendoci che di notte non è una zona tranquilla, così siamo arrivati a Marina di Pietrasanta». A vederli così sembrano addirittura felici, sorridenti, e nonostante le difficoltà del momento non hanno perso la propria dignità: la loro tenda è tutto sommato ordinata e loro si tengono puliti usando la doccia della spiaggia libera. «Proviamo a sorridere perché nella vita di cose brutte ne abbiamo conosciute diverse», dice Nicola.

Dopo che la loro storia è venuta allo scoperto è scattata una gara di solidarietà: una signora ha dato la propria disponibilità a offrire una casa di sua proprietà da condividere con una coppia di anziani, anch'essi in difficoltà, in cambio di alcuni lavoretti domestici e con un affitto di 300 euro al mese. Una buona notizia che di sicuro ha fatto piacere ai tanti che hanno scritto e inviato messaggi di solidarietà dopo aver seguito con grande apprensione sui social network la vicenda della coppia.
È sera. E mentre Nicola ed Elisa si preparano a scaldare l'acqua su un fornellino da campo per cuocere un po' di pasta, il governo si fa in quattro per cercare casa agli immigrati.

Ecco gli amici dei terroristi

Magdi Cristiano Allam - Lun, 18/08/2014 - 17:21

Dalle moschee alle Ong fino al web: ecco chi sono e come si muovono i fanatici. Sono molto ben organizzati e promuovono indisturbati la loro causa estremista


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Non ci sono solo Grillo e il M5S. Il terrorismo islamico in Italia conta su una quinta colonna disarticolata, disomogenea, trasversale, ma efficiente. Consta di pochi protagonisti palesi e attivi e di tanti comprimari che, consapevolmente o no, contribuiscono a promuovere la causa dell'islamizzazione del nostro Paese. È presente principalmente negli ambienti islamici delle moschee e dei siti internet, annovera immigrati che non si integrano e quelli che sono nati e cresciuti da noi con o senza cittadinanza, con un peso crescente degli italiani convertiti che più agevolmente e spavaldamente si avvalgono e sfruttano le nostre leggi e risorse per diffondere la causa di Allah.

In quest'ambito si registrano le decine di imam e di terroristi islamici espulsi, l'ultimo dei quali è stato l'imam di San Donà di Piave, il marocchino Abdul-Barra Ar-Rawda, allontanato dal ministro dell'Interno Alfano; ma anche la cinquantina di terroristi islamici italiani o residenti in Italia partiti per espletare la loro guerra santa in Siria e in Irak, qual è stato Giuliano Ibrahim Delnevo, il venticinquenne genovese ucciso in Siria nel 2013 ed elevato a «martire» dell'islam.

La quinta colonna del terrorismo islamico si avvale di entrature rilevanti negli ambienti sia dell'estrema destra sia dell'estrema sinistra, così come si diffonde anche grazie alla pavidità e al relativismo religioso che permea la Chiesa cattolica e talune Chiese protestanti che, tacendo o non denunciando adeguatamente il genocidio dei cristiani d'Oriente, finiscono per avallare seppur tacitamente le atrocità dei terroristi islamici.

Ugualmente beneficia di cospicui aiuti finanziari e logistici da parte di una pletora di Ong (organizzazioni non governative), italiane e straniere, laiche, cattoliche e islamiche, che simpatizzano più o meno pubblicamente ed esplicitamente con il terrorismo islamico, e che a loro volta drenano risorse elargite dallo Stato e da privati italiani.

Questo si rende possibile anche perché la posizione del nostro governo nei confronti del terrorismo islamico è assolutamente ambigua finendo per risultare compiacente. Pensiamo ad esempio al fatto che il ministro degli Esteri Federica Mogherini ha assunto una politica di equidistanza tra Israele e Hamas, equiparando uno Stato legittimato dalle Nazioni Unite con un'organizzazione terroristica messa al bando dall'Onu, dall'Unione europea e dagli Stati Uniti.

Ma pensiamo anche alla miriade di sigle islamiche in Siria e in Irak riconducibili ai Fratelli musulmani, ai Salafiti, ad Al Qaida e ai cosiddetti jihadisti qual è l'Isis (Stato Islamico dell'Irak e del Levante), che di fatto beneficiano di aiuti e di armi occidentali, direttamente o tramite la Turchia, l'Arabia Saudita e il Qatar, per il semplice fatto che anche l'Italia si è ciecamente schierata contro il regime e l'esercito regolare di Assad rincorrendo il mito suicida della cosiddetta Primavera araba.
L'insieme di questa strategia non potrebbe emergere senza la condivisione di giornalisti che per affinità ideologica o subendo la «sindrome di Stoccolma» nei confronti dei potenziali carnefici islamici, li rappresentano in modo compiacente.

Questa realtà è stata inequivocabilmente svelata dalla delicata e sconcertante vicenda di due nostre ragazze, Vanessa Marzullo e Greta Ramelli, rapite la notte dello scorso 31 luglio, insieme al giornalista del Foglio Daniele Raineri che sarebbe riuscito a fuggire e a dare l'allarme. Il condizionale è d'obbligo dato che Raineri coltiva amicizie e simpatizza per la causa islamica. Ebbene, in un cartello in arabo con cui Vanessa e Greta si sono fatte immortalare nel corso di una manifestazione svoltasi in Italia si legge: «Agli eroi della Brigata dei martiri - Grazie dell'ospitalità - Se Allah vorrà presto Idlab sarà liberata.

E noi ci torneremo». La Brigata dei martiri, in arabo Liwa Shuadha, è anch'essa un gruppo di terroristi islamici il cui capo, Jamal Maarouf, ha ammesso di collaborare con Al Qaida. Il fronte siriano ha evidenziato la tragica realtà di un terrorismo islamico che infierisce anche con chi mostra simpatia nei suoi confronti, come è il caso del padre gesuita Paolo Dall'Oglio, da oltre un anno rapito dai terroristi dell'Isis, e del giornalista Domenico Quirico, che ha finito per odiare il terrorismo islamico dopo essere stato rapito e messo per due volte di fronte a un plotone d'esecuzione.

Se l'espulsione dell'imam di San Donà di Piave è stata l'ultima di una lunga serie che ha coinvolto le moschee di tutt'Italia, compresi ben due imam della Grande Moschea di Roma, tutti dediti a predicare la morte degli ebrei, dei cristiani e degli infedeli, il «fronte di internet» si sta rivelando sempre più fertile nell'opera di lavaggio del cervello e di arruolamento dei militanti della guerra santa islamica. Ed è qui che il ruolo dei convertiti eccelle, grazie alla maggiore capacità linguistica e forza culturale. Sulla pagina Facebook «Musulmani d'Italia - organizzazione comunitaria» si legge:

«Checché se ne dica sull'Isis, la maggioranza delle notizie sono comunque bugie e propaganda, almeno applicano la Jiziah (la tassa di protezione per ebrei e cristiani, ndr ) e la Zakat (elemosina islamica, ndr ) in modo islamicamente corretto». Sempre su Facebook Silvia Layla Olivetti, del Movimento per la tutela dei diritti dei musulmani, scrive: «Sono italiana, chiedo che l'ambasciatore israeliano in Italia venga espulso perché il nostro Paese si oppone al terrorismo, al genocidio, all'olocausto».

Di fronte all'avanzata di questa quinta colonna del terrorismo islamico noi per ora ci limitiamo a reagire tardivamente, quando scopriamo l'esistenza di un terrorista o di un imam che fa apologia di terrorismo, oppure ci sottomettiamo al loro arbitrio concedendo sempre più moschee e consentendo il lavaggio di cervello attraverso internet. È bene che Grillo, i protagonisti e i comprimari di questa quinta colonna sappiano che sono solo dei burattini. Se un giorno l'Italia dovesse essere sottomessa all'islam, il burattinaio li eliminerà con la stessa ferocia con cui sgozzano e decapitano i cristiani e gli yazidi di fronte a casa nostra.

Facebook.com/MagdiCristianoAllam

Le complicità occidentali

Corriere della sera

di Angelo Panebianco

Troppi indizi lasciano pensare che stia accadendo di nuovo. Nel XX secolo le società democratiche occidentali vennero sfidate da potenti movimenti politici totalitari. Quei movimenti politici trovarono simpatie, connivenze e alleanze all’interno di quelle stesse società democratiche. Si pensi ai tanti simpatizzanti del nazismo nell’Europa degli Anni Trenta. E, soprattutto, si pensi al comunismo sovietico. Per decenni e decenni la sua natura tirannica venne negata da milioni di uomini in Occidente (in particolare, nell’Europa latina). I movimenti totalitari del XX secolo poterono contare, nelle società europee rimaste democratiche, su quinte colonne estese, motivate e radicate.

L’estremismo islamico è certamente diverso da nazismo e comunismo. Non nasce in Europa, anzi le è totalmente estraneo. È anch’esso una ideologia politica totalitaria ma non è un figlio spurio della secolarizzazione. Si tratta di una ideologia che utilizza e piega ai suoi scopi una religione. A prima vista, non dovrebbe avere nulla di attraente per degli occidentali, non dovrebbe suscitare alcuna simpatia. Ma non è così. Sorprendentemente, incontra molta più comprensione, fra certi occidentali, di quanta se ne potrebbe ragionevolmente aspettare. E la ragione forse, nella sua tragicità, è abbastanza semplice. Le società democratiche occidentali hanno sempre contenuto al loro interno quote più o meno ampie di persone che le odiano e vorrebbero distruggerle.

Persone che di tali società rifiutano l’individualismo congenito, ne negano il carattere democratico, disprezzano i diritti di libertà di cui godono i loro concittadini, provano ripugnanza per il «materialismo» occidentale, per il fatto che le società democratiche siano soprattutto impegnate nella ricerca del benessere economico. Si pensi a quelle mosche cocchiere che in Occidente sono sempre stati gli intellettuali. Come diceva l’economista Joseph Schumpeter, solo il capitalismo occidentale, fra tutte le formazioni sociali esistite, ha avuto la particolarità di allevare e mantenere un così grande stuolo di intellettuali (e di pseudo-intellettuali) che vorrebbero distruggerlo.

È questa incomprimibile quota di alienati, sempre presente, sia pure in proporzioni variabili, in tutte le società democratiche occidentali, a fornire, a seconda delle posizioni sociali occupate, manovalanza oppure copertura e appoggio intellettuale ai movimenti totalitari, a costituirne le quinte colonne. Non andrebbe sottovalutata la dichiarazione del deputato dei Cinque Stelle di comprensione per il terrorismo islamico. Una dichiarazione, peraltro, che segue di una settimana un’altra dichiarazione, di un altro esponente Cinque Stelle, il quale manifestava simpatia per l’Isis, il Califfato siriano-iracheno.Una rondine non fa primavera ma uno stormo sicuramente sì.

Si guardi cosa si è scatenato, non solo qui da noi ma in tutta Europa, in occasione del nuovo conflitto a Gaza. Le accuse ad Israele di genocidio (una parola che sembra aver perso il suo significato originario), addirittura - come recita un manifesto di intellettuali, con molte firme al seguito, circolante oggi in Italia - la richiesta di una nuova Norimberga contro lo Stato ebraico, Hamas fatta passare per una congrega di puri combattenti per la libertà. Solo crimini, e nessuna ragione, vengono imputati da costoro ad Israele (si veda il suddetto manifesto). Anche in Europa, insomma, c’è un bel po’ di gente che vorrebbe «cancellare l’entità sionista». Per non parlare degli attacchi alle sinagoghe e delle minacce agli ebrei.

Certamente, nell’odio per Israele confluisce un antisemitismo mai sradicato che oggi preferisce mimetizzarsi, mostrarsi interessato alla causa palestinese. Ma gioca anche il fatto che in Medio Oriente Israele è, con le sue peculiarità, la società più simile a quelle occidentali. E, in quanto tale, bersaglio, qui in Europa, di ostilità e disprezzo. Confrontate quanto i nemici europei di Israele hanno detto e scritto in questi giorni su Gaza con «l’assordante silenzio» che essi hanno rigorosamente mantenuto nei confronti delle stragi jihadiste di cristiani che si consumavano nello stesso momento. E capirete. L’ostilità per Israele è oggi il comun denominatore, l’elemento che accomuna, e avvicina, gli europei alienati e l’estremismo islamico.

E prepara i primi al ruolo di alleati del secondo. In nome della comune avversione al materialismo e all’individualismo occidentali. Forse un messaggio sufficientemente netto, e sufficientemente condiviso dai suoi massimi esponenti, da parte della Chiesa cattolica, aiuterà in futuro, almeno qui in Italia, a circoscrivere il fenomeno. Il Papa ha preso una posizione forte e chiara sulla persecuzione in atto dei cristiani da parte dei jihadisti. Ma, in una intervista al Corriere (15 agosto), il segretario della Cei monsignor Nunzio Galantino, dopo avere detto molte cose condivisibili, ha dato anche al lettore l’impressione, sicuramente sbagliata, di mettere sullo stesso piano il «fondamentalismo» occidentale, l’ostilità di molti occidentali per l’islam, e le azioni dell’Isis e degli altri movimenti jihadisti.
Un messaggio più chiaro sarebbe sicuramente di aiuto. Certo, per sua natura (soprattutto la sua alterità culturale) l’estremismo islamico non farà comunque in Europa altrettanti proseliti dei movimenti totalitari del XX secolo. Ma una rete di complicità e di alleanze sicuramente si formerà.

La storia si ripete. Speriamo che non sia ancora tragedia.

18 agosto 2014 | 08:02

Assange: «Sono pronto a consegnarmi». Il fondatore di Wilileaks soffre di cuore

Il Messaggero

Julian Assange, il fondatore di Wikileaks rifugiatosi all'ambasciata dell'Ecuador a Londra, serebbe pronto a consegnarsi alle autorità in quanto affetto da problemi al cuore e ai polmoni.

a.it
«Io l'ambasciata la lascerò presto ma forse non per le ragioni che pensa lei», ha detto ai giornalisti Assange durante una conferenza stampa nell'ambasciata dell'Ecuador a Londra in cui l'attivista è rifugiato da due anni.

«Contro di me c'è un'aggressiva indagine da parte degli Stati Uniti», ha detto ancora Assange. Secondo SkyNews, Assange necessita cure particolari in seguito a problemi cardiaci. Il DailyMail scrive dal canto suo che l'ambasciata dell'Ecuador ha chiesto l'autorizzazione per farlo ricoverare, sfruttando un'auto diplomatica come ambulanza, in modo da evitare l'arresto. Le autorità britanniche avrebbero respinto la richiesta.

Assange è ricercato dalla giustizia svedese, che intende ascoltarlo, dopo accuse di stupro nei suoi confronti. Il fondatore di Wikileaks si è rifugiato nell'ambasciata dell'Ecuador due anni or sono, nel timore - sostiene - di essere poi consegnato alle autorità statunitensi, pronte a chiedere una sua condanna all'ergastolo dopo la pubblicazione di decine di migliaia di documenti diplomatici riservati.


Lunedì 18 Agosto 2014 - 10:44
Ultimo aggiornamento: 10:57

Se persino un trans può diventare regina di Miss Italia

Nino Materi - Lun, 18/08/2014 - 08:04

Luxuria lancia la sfida: "Anche chi è come me ha diritto a partecipare alla gara". E sul web si scatena il dibattito


Basta col solito tran tran . Meglio un eccitante trans trans . Quest'anno ancora no. Ma nel 2015 sarà, forse, possibile. 

Possibile cosa? Che ad essere incoronata reginetta del concorso Miss Italia sia una concorrente non «nata donna», ma «diventata donna» - diciamo così - in un secondo momento.

A far scoppiare il caso è stata Luxuria che, dopo aver preso a male parole agli spacciatori del suo quartiere, ora gliele canta pure a Patrizia Mirigliani (ineffabile demiurga di Miss Italia), rea di «discriminare» eventuali candidate-trans dalla gara per l'elezione della più bella del reame. A fianco di Luxuria ci sarebbe anche Simona Ventura, la neoconduttrice della kermesse (in onda da Jesolo su La7 nei giorni 11-12 e 14 settembre), oltre a un (trans)versale gruppo di pressione che della «tutela dei diritti delle minoranze sessuali» fa da sempre la propria bandiera. Un'operazione a tenaglia che avrebbe spinto la Mirigliani a non escludere per la prossima edizione l'apertura a concorrenti miss, sì donne, ma - per così dire - post operazione . Insomma, modello Casablanca. E pensare che prima del 1994 Miss Italia era negata perfino alle mamme e alle sposate. Fu il papà di Patrizia, il mitico Enzo Mirigliani, a eliminare il divieto.

Farà ora la figlia lo stesso con i trans? In attesa di sciogliere il dubbio, il «dibattito» è aperto. E va «fortissimo» in spiaggia. Roba da drizzare gli ombrelloni, ma anche da ammosciare i canotti. Dipende dai punti di vista. Certo è che in riva al mare (soprattutto se il tempo fa schifo) si twitta che è un piacere. E così la signora Adalgisa, 56 anni, casalinga, ma con tanto di nikname ( Scriccy ) ritwitta conciliante al tweet indignato di Vladimir Luxuria - il fu Wladimiro Guadagno - la quale «ha cambiato sesso e affrontato - si legge sul suo sito ufficiale - un percorso di transizione completo, che le porta ad essere riconosciute come donna anche dallo Stato). La «battaglia civile» del noto transgender è di quelle che sforacchiano le carni vive della società italiana:  «Sarò giurata al concorso di Miss Italia quando toglieranno l'articolo 2 che dice no alle trans operate!

Perché io sì e le altre no? Solo perché sono famosa?». Già, perché la Vladi è «famosa». Fa-mo-sa. Fatto sta che la Adalgisa (pardon, Scriccy ) non è d'accordo con la posizione dell'ex Wladimiro, cui manda a dire: «Da etero ti dico che era meglio se andavi come giurata a Miss Italia per far cambiare mentalità. Sarebbe stato un passo avanti...». E giù critiche agli organizzatori di Miss Italia, i quali «non permettono l'iscrizione a chi si opera ed è donna riconosciuto dallo Stato». Ma che scandalo: «Si tratta di un'assurda discriminazione fuori dal tempo…». Osservazioni che hanno fatto fischiare le orecchie alla signora Mirigliani, la quale - come detto in precedenza - starebbe meditando di eliminare (se non in questa edizione, probabilmente nella prossima) il famigerato art.2, liberalizzando la partecipazione a Miss Italia anche alle concorrenti «diventate donne» e non solo a quelle (come recita l'attuale regolamento) «nate donne».

Differenza - capirete bene - non da poco. Come sta imparando a sue spese quella miss mancata di Selvaggia Lucarelli che nel 2010 dette (simpaticamente) del trans a una concorrente, Alessia Mancini, guadagnandosi da quest'ultima una querela per diffamazione che ha regalato alla vera miss Alessia tanta pubblicità e all'aspirante miss Selvaggia un tragicomico processo, con probabile tragicomica condanna. Chi proprio non avesse nulla da fare, può andare il 27 maggio al tribunale a Milano e godersi la sentenza. Sempre meglio di una puntata di Forum con la Palombelli...

Quanti arresti annullati. Tutti gli abbagli dei pm

Massimo Malpica - Lun, 18/08/2014 - 09:46

Il Riesame ha annullato l'ordinanaza di custodia cautelare per il forzista: mancano gravi indizi di colpevolezza. Alcune Procure usano il carcere per ottenere confessioni


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Luigi Cesaro non c'è entrato. Alfonso Papa c'è restato per 17 giorni. Luigi Grillo per tre mesi, e poi ai domiciliari. Tre politici, tre ordinarie storie di scarcerazione (o, per Cesaro, di carcere evitato). Storie già troppe volte sentite nella loro dinamica: tribunali del Riesame che smontano i teoremi accusatori dei pm, che sulla base di quei teoremi avevano ottenuto la custodia cautelare in carcere degli imputati.

Non è un caso che tra le reazioni all'annullamento dell'ordinanza di arresto del deputato azzurro Cesaro per «carenza dei gravi indizi di colpevolezza», molte rimarchino l'uso distorto tutto italiano della carcerazione preventiva. Il problema è la valutazione «elastica» delle esigenze cautelari che giustificano la galera: pericolo di fuga, rischio di inquinamento delle prove o di reiterazione del reato. Nella realtà, lo dimostrano i frequenti colpi di falce che il Riesame assesta alle manette facili delle procure, di rado il carcere preventivo è l' extrema ratio .

Mentre Cesaro tira un sospiro di sollievo per la «fine di un incubo», qualcuno ricorda che i pm volevano arrestarlo per vicende di dieci anni fa, e che il gip ci ha messo due anni e mezzo a emettere l'ordinanza. A rimettere il tema di una riforma sul tavolo, tra gli altri, è il presidente della commissione Giustizia del Senato, Nitto Palma. Per il senatore azzurro la decisione del Riesame dimostra «la fragilità dell'impianto accusatorio» della Dda di Napoli, e l'«ennesimo episodio» reclama «la necessità di una urgente e seria riforma della giustizia».

Una posizione condivisa da un altro ex magistrato, l'ex deputato del Pdl Alfonso Papa, primo parlamentare spedito dall'Aula dietro le sbarre non per fatti di sangue. Era il luglio del 2011, e della messe di accuse che - secondo i pm napoletani Greco, Curcio e Woodcock - giustificavano l'arresto di Papa, oggi resta in piedi solo una concussione: spese alberghiere per meno di 2mila euro che gli avrebbe pagato un imprenditore. Uscito dal carcere dopo 101 giorni, Papa aveva fatto sua la battaglia per le condizioni delle carceri. Lo scorso 22 luglio è finito di nuovo al fresco, ancora su iniziativa della procura di Napoli, per concussione con l'aggravante della finalità mafiosa, per vicende datate 2009. Che l'impegno per i diritti dei detenuti fosse interessato? Non per il Riesame di Napoli, che lo scorso 8 agosto lo ha scarcerato, dopo meno di venti giorni, colpendo ancora una volta nel merito l'ordinanza di arresto.

Che ci sia qualche cosa che non funziona sembra evidente. E lo stesso ex deputato, tornato libero, rimarca il problema. «C'è un uso smodato, eccessivo, della carcerazione preventiva», spiega Papa. Che aggiunge come «le condizioni delle nostre carceri e il fatto che la nostra Costituzione presume la non colpevolezza dell'imputato rendono evidente che il ricorso alla custodia cautelare in carcere potrebbe essere valutato con maggiore attenzione». E invece nelle patrie galere circa il 40 per cento dei detenuti sconta una pena «preventiva». La ricetta per uscirne, anche per Papa, è la solita. «Se oggi - spiega l'ex deputato del Pdl - è più facile finire in carcere per un'ordinanza di custodia cautelare che dopo una condanna di primo grado, direi che è tempo che il governo faccia una riforma. Partendo da intercettazioni e carcerazione preventiva.

Non per me o per Cesaro, ma per le migliaia di persone sconosciute che vedono loro vite distrutte da questo istituto che, se abusato, diventa micidiale». Lo sa anche il viceministro della Giustizia, Enrico Costa, che ieri al Mattino ha dichiarato che «molto spesso» si è abusato della carcerazione preventiva «per bilanciare l'incertezza della pena». Di certo, il carcere preventivo non dovrebbe essere uno strumento d'indagine, un «incentivo» a confessare. E lo scorso 30 luglio, l'ex senatore Grillo, arrestato per l'inchiesta sulle tangenti dell'Expo, ha lasciato il carcere milanese di Opera dopo tre mesi. Il sì del gip ai domiciliari, ha spiegato il suo avvocato, è arrivato perché «si sono attenuate le esigenze cautelari, per il tempo trascorso in carcere e per i chiarimenti dati su aspetti dell'indagine».

Un garofano di plastica sulla tomba di Bettino Craxi

Il Messaggero

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Molti se la ricordano sovrastata da una bandiera italiana, coperta di garofani rossi, lettere e messaggi. Così appariva la tomba di Bettino Craxi ad Hammamet i giorni subito successivi alla scomparsa del politico socialista. Ora, su quella lapide bianca orientata verso l'Italia, come segnala su Twitter la giornalista Rita Pinci, giace solo un piccolo garofano rosso di plastica.

Eppure, almeno fino a pochi anni fa, la tomba di Craxi, che si trova in un piccolo cimitero cristiano a ridosso di quello musulmano, era sempre ben curata, addobbata con i messaggi delle persone che si recano in visita e fiori sempre freschi. A prendersene cura era Kamel, il giardiniere di Villa Craxi. Al di là del simbolismo che se potrebbe trarre, la decisione di mettere un garofano di plastica sarà stata presa per risprmiare tempo o in un'ottica di spending review?


Lunedì 18 Agosto 2014 - 10:39
Ultimo aggiornamento: 10:51

Addio rottamazione, Renzi piazza tutti gli amici

Libero

Trenta dei sessanta collaboratori assunti quando era sindaco con chiamata diretta, hanno trovato un nuovo posto tra Roma e Firenze


a.it
Lavoratori precari, collaboratori a progetto, interinali a oltranza, strappate le catene. Anche se il Jobs act è ancora lettera morta, a Firenze c’è un ufficio di collocamento che funziona a pieno regime. L’agenzia «Giglio magico» del premier Matteo Renzi dispensa contratti da 100 mila euro l’anno sull’asse Roma-Firenze, mica oboli da 80 euro. Unico requisito richiesto, totale adesione al verbo renziano. Stiamo parlando dei fedelissimi del premier, ai tempi in cui era sindaco, i cosiddetti «articoli 90 e 110» (del decreto legislativo 267 del 2000), ovvero i collaboratori esterni assunti a chiamata (senza concorso) per la durata del suo mandato. Renzi ne ingaggiò 60. Oggi la metà di loro sono stati ricollocati. Un bel successo se si pensa che a mettere i bastoni tra le ruote al premiato poltronificio ci si era messo l’ex ministro Renato Brunetta, contingentando per decreto questo tipo di assunzioni.

Ma secondo i consiglieri comunali dell’opposizione fiorentina i Renzi boys stanno trovando vie alternative di ricollocamento. Sull’argomento è particolarmente ferrato Francesco Torselli, capogruppo di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale, l’uomo che nel marzo 2013 mise in crisi l’allora sindaco Renzi presentando un’interrogazione sui contributi previdenziali che gli venivano erogati dalla pubblica amministrazione in quanto dirigente in aspettativa della società di famiglia. Dopo accese polemiche Matteo ha annunciato le dimissioni dal cda di casa propria, anche perché nel frattempo è diventato presidente del Consiglio.

«Ma quando a dover pagare le marchette era la sua famiglia, Renzi era inquadrato come semplice co.co.co. Forse quegli anni di incertezza lo hanno reso sensibile al tema del precariato» dichiara Torselli, mentre scartabella fogli zeppi di numeri. Nel febbraio del 2010 i collaboratori assunti a chiamata dall’ufficio del sindaco Renzi erano 39 ex articolo 90 e 14 ex articolo 110 a fronte dei 36 (rispettivamente 26 e 10) della amministrazione precedente. Torselli ha calcolato che quei lavoratori costavano al Comune 3,8 milioni di euro l’anno, 645 mila in più di quanto speso dalla giunta di Leonardo Domenici. A causa delle proteste dell’opposizione alcuni di loro vennero spostati di ruolo o di ufficio allo scopo di realizzare un risparmio almeno apparente. In realtà nei mesi successivi vennero assunti altri sette lavoratori a chiamata.

A maggio di quest’anno, alla fine del mandato di Renzi, tutti questi signori avrebbero dovuto perdere il posto. Ma non è stato così. Per quasi il 50 per cento di loro è già stata trovata una nuova sistemazione (per 26 su 60). Per altri quattro sembra sia pronta una delibera ad hoc. il 23 luglio il capogruppo di «Firenze riparte a sinistra» Tommaso Grassi ha presentato tre interrogazioni al neo sindaco Dario Nardella su «incarichi e assunzioni a chiamata» per sapere «se il personale assunto nello scorso mandato (…) è stato riassunto in altre società, enti o associazioni partecipate dal Comune di Firenze». E in particolare ha puntato l’attenzione su due figure: «il portavoce del sindaco e capo ufficio stampa» e «l’ex dirigente dell’ufficio canali di comunicazione esterna». Il primo si chiama Marco Agnoletti, già alla ribalta delle cronache per avere ottenuto da Renzi un incarico dirigenziale nonostante fosse privo dell’indispensabile laurea.

Nel suo curriculum spiccavano la collaborazione giornalistica al quotidiano Il Tirreno e l’impegno profuso in diversi uffici stampa del Partito democratico. Da Matteo ottenne uno stipendio di 100 mila euro lordi l’anno. Nardella, l’ha riconfermato, ma gli ha tolto i gradi per la mancanza del titolo di studio. Per fortuna Agnoletti non dovrà campare con il magro salario previsto dal «contratto nazionale per il personale non dirigenziale del comparto regioni-autonomie locali», avendo ottenuto una cospicua «indennità aggiuntiva di 56 mila euro», per non dover rimpiangere i bei tempi andati. L’altro personaggio segnalato da Grassi, pure lui gratificato da Renzi con un contratto da 100 mila euro, avrebbe già in caldo la poltrona di una società partecipata dal Comune. Torselli precisa, però, che non esistono solo questi due casi.

Il consigliere ha sulla scrivania un elenco con decine di nomi sottolineati con l’evidenziatore giallo e con piccole note a margine: «Trenta su 60 hanno già trovato un posto tra Roma e Firenze. Per gli altri, probabilmente, servirà solo ancora un po’ di tempo. Come in tutti gli uffici di collocamento che si rispettino anche qui c’è la coda e io incontro quasi ogni giorno a Palazzo Vecchio diversi di questi ex articolo 90 e 110».

È in fila pure la figlia del presidente del Tribunale, ingaggiata da Renzi per «gestire la corrispondenza e i contatti del sindaco con la cittadinanza». Il tutto in cambio di 36 mila euro. Gli aspiranti lavoratori non perdono fiducia e lo dimostrano sui social network: «Saremo all’altezza dei sogni più belli #Renzi» ha retwittato una delle vecchie collaboratrici del premier in attesa di chiamata. Non sono certo meno entusiasti i diciassette dipendenti riconfermati nei loro vecchi incarichi.

Dodici sono dirigenti, la fascia più protetta dall’ufficio del personale renziano. Giacomo Parenti è diventato direttore generale del Comune, dopo essere stato presidente dell’azienda dei trasporti fiorentina Ataf. E non è il solo lavoratore a chiamata ad aver fatto carriera. Nove di loro sono partiti per Roma. L’ex capo di gabinetto Luca Lotti è diventato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, mentre sua moglie ha lasciato a qualcun altro, bontà sua, la scrivania che Renzi le aveva affidato a Palazzo Vecchio. Antonella Manzione, ex dirigente della polizia municipale fiorentina, è oggi capo dipartimento per gli affari giuridici e legislativi di Palazzo Chigi.

Giovanni Palumbo è andato a guidare la segreteria romana del premier, Nicola Centrone quella di Lotti. La senatrice renziana Rosa Maria Di Giorgi ha trovato posto nel proprio ufficio stampa ad altri due «precari», compresa la figlia di un direttore di giornale. Per qualcuno si sono invece aperte le porte delle società in-house del Comune. Per esempio Simone Tani è diventato amministratore unico della Sas (si occupa di manutenzione e segnaletica stradale). Il suo predecessore era l’ex allenatore della squadra di calcio di Lotti. A Palazzo Vecchio, però, non vengono riciclati solo srenziani doc. Manuele Braghero, ex capo segreteria di Luciano Violante, è il nuovo capo di gabinetto di Nardella. Con tanti saluti alla rottamazione.

di Giacomo Amadori

Cofferati: "Potevo fare il segretario. Poi D'Alema e Veltroni..."

Libero


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E lei, Sergio Cofferati, che fine ha fatto?
«Sono alla mia seconda legislatura da parlamentare europeo. Faccio il vicepresidente della commissione per il Mercato interno. Mi sono occupato molto della crisi economica e sociale internazionale, sono stato il coordinatore dei socialisti nella commissione straordinaria sulla crisi del Parlamento europeo».

In Italia è un desaparecido.
«I temi europei purtroppo non hanno grande riscontro nel dibattito nazionale. È normale che chi fa il parlamentare a Strasburgo sparisca dalla scena».

Lei ha fatto la storia della Cgil e del centrosinistra. Si aspettava maggiore considerazione?
«Niente affatto. Ho scelto io di seguire le tematiche europee».

Eppure c’è stato un momento in cui i Ds aspettavano solo che lei allungasse la mano per prendere il partito.
«Le sollecitazioni perché diventassi il leader del centrosinistra sono state molto forti nel 2002, dopo l’ultima sconfitta elettorale che portò al governo Berlusconi. Ma ero il leader della Cgil e decisi di non scendere in campo. Volevo portare a compimento il mio mandato sindacale, che finì nel 2003».

Come mai a quel punto non si buttò in politica?
«Sapevo di avere ottime chance di diventare il futuro segretario dei Ds, ma decisi di prendere un’altra strada».

I compagni le avevano sbarrato le porte del Botteghino?
«Se mi fossi candidato alla segreteria, nel congresso sarebbe venuto fuori chi mi osteggiava. Ma visto che non mi sono candidato non si possono attribuire simili intenzioni a nessuno. Certo: nei Ds, come già nel Pds e nel Pci, la dialettica è sempre stata molto forte. Ed è noto che nel partito c’era chi contestava molte delle cose che avevo fatto in quegli anni».

Tra lei e D’Alema volavano gli stracci, diciamo.
«Non solo con D’Alema, anche con Veltroni. Ricordo un congresso dei Ds in cui Walter nella sua relazione criticava la Cgil, io gli risposi e D’Alema, nel suo intervento conclusivo, mi criticò duramente. Ma il rapporto di amicizia con i capi del mio partito era vero e non è mai stato messo in discussione, neanche da quelle polemiche così aspre».

Perché tutti i leader Ds ce l’avevano con lei?
«Perché mi consideravano un radicale spinto. È paradossale: la mia storia nel Pci si è sempre svolta nell’area riformista. Negli anni ’80 e ’90 mi collocavo nell’area migliorista di Napolitano. Appartenevo alla destra comunista. Quando ero nel sindacato dei chimici e poi nella segreteria confederale della Cgil venivo spesso criticato».

Circo Massimo, 25 marzo 2002. Tre milioni di persone l’acclamano nella più grande manifestazione sindacale di tutti i tempi. Non si sentì leader nemmeno in quel momento?
«Ero il segretario della Cgil, un grandissimo sindacato con una storia secolare. Nulla di più. Non ho mai sovrapposto le funzioni della rappresentanza sindacale a quelle politiche. Anzi, ho sempre considerato un valore importantissimo l’autonomia del sindacato dal partito».

Però poi è sceso in campo.
«Veramente quando ho finito di fare il segretario della Cgil sono tornato a lavorare alla Pirelli».

Durò poco: l’anno dopo si mise in corsa per fare il sindaco di Bologna. «Me lo proposero i Ds dell’Emilia-Romagna e di Bologna. E io accettai. Ma non mi sono mai candidato a nessun ruolo nel partito».

Quanto ha influito la sua vita personale nella scelta di non cercare un secondo mandato?
«Moltissimo. Non mi ricandidai a sindaco di Bologna perché quando nacque mio figlio preferii dare priorità alla famiglia cercando una soluzione che non penalizzasse il lavoro della mia compagna. Mi trasferii a Genova, nella città di quella che adesso è mia moglie. Non pensavo di fare il parlamentare europeo».

Chi glielo propose?
«Il segretario del Pd, Dario Franceschini, mi chiese di candidarmi alle Europee del 2009. Accettai perché è un incarico che mi consente di tornare a casa il fine settimana».

Come sono i suoi rapporti con il segretario attuale?
«Buoni».

Ogni quanto vi sentite?
«Mai. Il lavoro dell’europarlamentare è scisso dal partito nazionale. Spero che presto non sia più così».

Si riconosce nel Pd di Renzi?
«Al congresso ho votato per Cuperlo. La sua idea di partito mi convinceva più di quella di Renzi. Ma per me vale un principio: il congresso finisce con un segretario che è di tutti. Questo non impedisce agli altri di far valere le proprie opinioni, ma in politica è buona regola lavorare insieme per l’interesse comune».

Che giudizio dà di Renzi come premier?
«Penso che stia facendo un lavoro molto difficile e vada aiutato».

Anche se vuole abolire l'articolo 18?
«Non è Renzi che l’ha messo in discussione, ma Alfano».

Veramente il premier ha detto che intende riscrivere l'intero statuto dei lavoratori. «Renzi non ha inventato niente. L’idea di ampliare lo statuto dei lavoratori, pietra miliare dei diritti delle persone che lavorano in Italia, è nostra. Nel 2003 la Cgil promosse una raccolta firme su un testo di legge d’iniziativa popolare per la scrittura di un nuovo sistema di diritti che salvaguardasse anche chi non era tutelato».

L’articolo 18 risale al 1970. Non crede che siano maturi i tempi per cambiarlo?
«Trovo la discussione surreale perché purtroppo l’articolo 18 non c’è più. È stato cancellato dalla legge Fornero, che introduce la possibilità di licenziare per ragioni economiche».

Il governo Renzi vuole andare oltre.
«Se intende davvero svuotare ulteriormente l’articolo 18 farà azioni senza efficacia che non saranno apprezzate neanche dagli imprenditori. Aumentare la flessibilità in entrata e in uscita ha solo fatto crescere la disoccupazione giovanile».

Non la convince la riforma del lavoro avviata da Renzi?
«Il decreto Poletti non ha sortito effetti di nessun genere, la crescita della disoccupazione non è nemmeno rallentata».

E il Jobs act nel suo complesso?
«Vedremo di che si tratta. Ad oggi abbiamo solo i titoli, mancano testi dettagliati».

Dia un consiglio a Renzi sul lavoro.
«Gli chiedo un piano straordinario basato sugli investimenti pubblici, cioè una vera azione keynesiana che sia in grado di dare nuove opportunità di lavoro. Solo con gli investimenti e con l’aumento dei consumi si può creare, attraverso la crescita della domanda, occupazione».

Ma il Pil è in calo.
«Appunto. Proprio perché non avremo crescita e ci aspettano mesi difficili, in cui la disoccupazione e l’aumento della povertà penalizzeranno molti italiani, serve un piano straordinario per il lavoro. L’Europa metterà a disposizione molte risorse nei prossimi mesi, ma queste per essere utilizzate hanno bisogno di progetti. Il governo italiano si deve attrezzare per sfruttare al meglio i fondi europei, che usiamo pochissimo perché siamo deficitari sul piano della progettazione».

Con Renzi non è cambiato nulla?
«Finora non mi pare che questo governo abbia utilizzato le risorse europee. Siamo rimasti all’ottimo lavoro fatto da Fabrizio Barca, che poi però non ha trovato una sua realizzazione concreta».

Renzi non dà l'impressione di piacerle molto.
«È una persona molto simpatica e coraggiosa».

Ma lo sente come suo leader?
«Al segretario del Pd io chiedo di riorganizzare il partito rafforzandone radicamento e struttura. Il grandissimo valore del partito, dal Pci in avanti, è stato la fortissima presenza nei territori, tra le persone. Negli ultimi anni questa presenza si è attenuata».

E quel 41% alle Europee come lo spiega se non con la popolarità di Renzi?
«Io non credo ai partiti leggeri, leaderistici. È molto importante il rapporto diretto con le persone».

Lei fu quello che impedì a D’Alema di fare la riforma delle pensioni. Vi siete mai chiariti?
«È una leggenda metropolitana. La riforma delle pensioni si fece con Dini presidente del Consiglio nel ’94. Anche se il testo di riforma uscito dal Parlamento era molto meno rigoroso dell’accordo fatto da Dini con noi sindacati».

D’Alema provò a fare una riforma più ambiziosa di quella di Dini. E lei lo stoppò. «La riforma Dini prevedeva una verifica dopo un certo numero di anni. D’Alema voleva anticiparla e noi gli dicemmo di no».

Oggi la Cgil e la Fiom sono ai ferri corti. Colpa della Camusso o di Landini?
«Anche ai miei tempi i rapporti con i metalmeccanici erano molto aspri. Allora erano guidati da Claudio Sabattini, persona di grandissima intelligenza. La Fiom è una grande organizzazione di categoria e Landini è un ottimo sindacalista. Susanna deve trovare tutti gli elementi di convergenza che possano rendere più forte il sindacato. La Fiom è una parte importante della Cgil. Anzi, è la categoria industriale più grande».

di BARBARA ROMANO

Una coppia di giovani sposi cinesi posa per una foto in piazza del Duomo a Milano 18/08/2014

Libero

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La Polizia ha reso pubbliche le tratte stradali dove sono operativi, giorno per giorno, gli autovelox. Ma dove si trovano precisamente? Dai siti internet di Polizia di Stato e Anas, è possibile risalire ad un elenco delle postazioni fisse – comprensive di tutor – presenti sulle maggiori arterie italiane e quindi meridionali. Inoltre, aggiornato settimanalmente, è presente il listato degli apparecchi mobili posizionati.


il Pdf con misuratori di velocità sulla rete autostradale

A Milano Rossi resta il cognome più diffuso, avanzano i cinesi: al secondo posto c’è Hu

La Stampa

Nei primi dieci posti della classifica ci sono anche Chen e Zhou.

a.it
Presto Hu potrebbe essere il cognome più diffuso fra i milanesi. Adesso al primo posto della classifica, basata sui dati dell’anagrafe, c’è, come già l’anno scorso Rossi, seguito appunto da Hu. L’unica differenza dal 2013 è che i Rossi sono leggermente diminuiti (sono 4.281 contro i 4.345 dell’anno scorso) mentre gli Hu sono aumentati (erano 4.101 e sono 4.132).

Sono in tutto tre i cognomi di origine cinese che figurano nei primi dieci posti della classifica: oltre a Hu, Chen e Zhou.

Terzi, quarti, quinti e sesti restano i Colombo (3.586), i Ferrari (3.485), i Bianchi (2.688) e i Russo (2.380). Uniche differenze rispetto al 2013 con l’anno scorso riguardano i Villa (1.842) che passano dal settimo all’ottavo posto, scambiandosi con Chen (1.944), e i Barbieri che scendono in 19ma posizione (1.216), lasciando la 17esima ai Wang (1.234). Al decimo posto si confermano i Brambilla (1.491), cognome milanese per antonomasia, superati già nel 2013 dagli Zhou (1.635).

Sempre secondo i dati dell’anagrafe, in tutto a Milano ci sono 718.674 nuclei familiari. Di questi solo 52 sono formati da 10 o più persone. A farla da padrone sono i single: in città sono più del doppio delle coppie (379.035 i primi, 164.435 le seconde). Nei primi sei mesi del 2014 ci sono stati 1.329 matrimoni. Di questi, 870 hanno visto convolare a nozze due cittadini italiani, 309 sono stati misti e 150 tra stranieri. L’età media degli sposi resta invariata nel 2014 come negli ultimi 3 anni: 37 anni per gli uomini e 33 per le donne.

Rivolta del web contro “Le barzellette Gay” Petizione online per chiederne il ritiro

La Stampa

Il libretto è uscito in edicola con il settimanale “Visto”. Il direttore si dissocia: “E’ uno schifo, non riguarda la redazione”. L’editore: “Polemica artefatta, non è un tabù”

a.it
Il libretto è del 2012, pubblicato da Edizioni e Comunicazione nella collana “Come fare ridere”, on line si trova in vendita a 4,99 euro. “Le migliori barzellette gay” sono in bella compagnia con quelle sul sesso e la coppia, sui dottori, su preti e suore, sui carabinieri e su Totti, e con le storielle raccontate da e su Berlusconi, dagli ebrei sugli ebrei. Volumetti per appassionati del genere, rimasti in incognito fino a quando “Visto” non ha messo in vendita in edicola “Le migliori barzellette gay” in allegato con l’ultimo numero della rivista di gossip, tirata in 350mila copie, ceduta nei mesi scorsi da Rcs alla Prs di Alfredo Bernardini de Pace con gli altri periodici, “Astra”, “Novella 2000, “Ok” e con il polo dell’enigmistica.

La raccolta, divisa in “Autoironia” e “Eteroironia” e in bilico tra boccaccesco, luoghi comuni e volgarità, distribuita dal settimanale, ha sollevato un polverone in rete. Fra l’indignato e l’offeso i commenti su Twitter: «I rotocalchi che ci meritiamo. Complimenti», scrive @neodie. «Mai vista una schifezza del genere», replica @bbltranslation. Intanto su Change.org sono state lanciate due petizioni, una anche di Gaia Italia, rivolte alla redazione e al direttore del rotocalco, Roberto Alessi: “Per impedire la diffusione del pregiudizio e del dileggio discriminatorio contro le persone omosessuali. Se l’editore e la redazione si scusano con i lettori e le lettrici e ritirano l’allegato omofobo dimostrano correttezza e civiltà nei riguardi di milioni di persone”. Il direttore Alessi ha subito preso le distanze: «E’ uno schifo, non riguarda la redazione».

Federico Silvestri, ad e direttore generale di Prs, rispedisce invece la polemica al mittente: «Difendo e rivendico la scelta di allegare a Visto opere di barzellette su varie tematiche, tra le quali anche i gay, che non sono più un argomento tabù. A discriminare, piuttosto, è chi pensa il contrario. Sto seguendo con enorme sorpresa il montare di questa polemica, assolutamente artefatta e fuori luogo. Abbiamo deciso di abbinare alla rivista dieci titoli di barzellette sulle tematiche “classiche”, da Pierino ai carabinieri allo sport. Mi chiedo dunque perché ci si indigni per i gay e non per i carabinieri o le mogli tradite. Respingo con forza la polemica, anzi la rivolgo a chi la monta: sono loro che discriminano».

Silvestri rivendica anche che Visto «è stato tra i pochi giornali a dare voce a chi difende un certo tipo di diritti e di battaglie, come Vladimir Luxuria, ospite del settimanale tante volte, l’ultima delle quali quando è stata aggredita per la sua battaglia contro lo spaccio di droga». La barzelletta di copertina è indicativa del tenore della pubblicazione: “Ti va di giocare a nascondino?”. “Ok, se mi trovi mi puoi violentare. Se non mi trovi... sono nell’armadio”. Il caso non è isolato. Quasi tutti i siti di barzellette online hanno sezioni tematiche, anche sull’omosessualità. Molti i blogger che hanno diffuso commenti, fra le risposte ci sono inviti a boicottare la rivista, allarmi contro il pericolo di sostegno al bullismo, ma anche i pareri un po’ “cerchiobottisti” di chi ritiene che certe cose per ridere fra amici si possano anche dire, ma che stamparle sia un’altra cosa.

Il mito e la realtà della chiave che apre quasi tutte le porte

La Stampa
massimo numa

È “bulgara” forse perché creata dagli 007 di quel Paese. Ed è responsabile del boom di effrazioni in tutta Italia



Utilizzata dalle gang specializzate, in genere composte da uomini dell’Est Europa, è la causa di centinaia di colpi, specie nelle metropoli del Nord


Premessa. Questo non è un tractatus sulla «chiave bulgara» - nata, secondo una leggenda, nelle menti perverse degli 007 bulgari ai tempi della Guerra fredda per introdursi in ambasciate o case del «nemico» - e ora l’attrezzo preferito dai ladri che la usano per aprire le serrature delle nostre case, anche porte blindate con pesanti chiavi a doppia mandata, tuttora molto diffuse in Italia e pure a Torino. Vecchie tecnologie di venti, trent’anni fa o più. Sarà solo una piccola guida per tentare almeno di prevenire i diabolici «furti senza scasso», ormai una piaga sociale. 

Te ne accorgi solo dopo. Sei un tipo regolare e, quando esci, dai sempre le quattro mandate standard? Bene. Quando torni, inserita nella toppa la chiave d’acciaio lunga e con tutti i suoi «denti» nella parte finale, più corti o no, distanziati un tot l’uno dall’altro, sentirai il suono metallico rassicurante dei cilindri della blindata che si ritirano uno dopo l’altro. Apri e resti sotto choc: la casa è a soqquadro, i ladri hanno lavorato con calma. Ti hanno preso i computer, i gioielli, i contanti («Salvo le poche banconote nascoste in un libro, quelle non le hanno trovate», sospira una delle ultime vittime torinesi); i piccoli elettrodomestici, il phon, il forno a micro-onde, persino un vecchio cellulare dimenticato in un cassetto. 

Poi hanno svuotato il frigo per uno spuntino al volo e aperto un paio di bottiglie di buon vino per festeggiare. Con i coltelli, hanno sventrato i divani e tagliato i materassi, semmai tu li avessi usati come nascondiglio per i valori. Si sono presi i vestiti e le borse firmate, quelle vere, di tua moglie e poi via, indisturbati, non prima di chiudere diligentemente a chiave la blindata. Quattro mandate. Appunto. 

Non tutte le assicurazioni pagano il danno subito, visto che non ci sono segni di effrazione. La beffa finale. Questa è la sintesi di una delle tante e ultimissime testimonianze delle vittime della «chiave bulgara» che, utilizzata dalle gang specializzate, in genere composte da uomini dell’Est Europa, è la causa di centinaia di colpi, specie nelle metropoli del Nord. 

Gli esperti di sicurezza spiegano che l’unica strada è dotarsi di serrature di ultima generazione, dotate di chiavi piatte e tracciate in modo che - ma solo per ora - i ladri non riescano a replicarle senza avere l’originale in mano. Stanno studiando come fare e c’è da scommettere che ci riusciranno molto presto. Ma le vecchie chiavi a doppia mandata proteggono ancora (si fa per dire) almeno il 70% delle case italiane, dove i sistemi di sicurezza attiva, allarmi e videocamere, sono percentualmente pochi o antiquati.

Cos’è la chiave bulgara? C’è gente che ha aperto siti web dedicati per descriverla in ogni minimo dettaglio, in tutte le varianti, creando un dibattito acceso sulle varie tecniche usate dai ladri per realizzarle. Proviamo a semplificare. Una volta individuato il target, la serratura viene esaminata. Bastano pochi minuti e una valigetta-kit con una serie di grimaldelli-chiavistelli di varie misure. All’interno viene inserita la cosiddetta «chiave morbida» in grado di leggere i codici della serratura, da sovrapporre poi a un secondo attrezzo, ruotandola lentamente da destra a sinistra. Il gioco è fatto.

Basta tornare alla base e, con un piccolo tornio, si crea la chiave-master, perfetta quasi al millimetro. Dicono che ne esisterebbe anche una versione elettronica per le porte blindate di dimensioni più grandi, con i «pistoncini-spia» azionati da un telecomando. In questo modo la mappatura della blindata da violare sarà identica al tracciato originale.

Questo sistema viene usato per alcuni tipi di cassaforte, anche se in quel caso il lavoro è di gran lunga più complesso. In un elegante alloggio del centro di Torino sono entrati, hanno rubato solo un paio di quadri di pittori noti, dall’alto valore, e se ne sono andati senza provocare danni. Chiudendosi dolcemente la porta alle spalle. Gli allarmi? Inerti. Ma questo è un altro mistero. 

Pa da incubo, le rovinose cadute della burocrazia digitale

La Stampa
nadia ferrigo

In quattro mesi di vita il blog ha già collezionato numerose segnalazioni di #epicfail

a.it
«Mail che non funzionano, siti non chiari, servizi online difficili da utilizzare. Alzi la mano chi almeno una volta non ha vissuto come un incubo il confronto digitale con la pubblica amministrazione italiana». Ecco la presentazione del blog PA da incubo , una collezione degli #epicfail, letteralmente le «rovinose cadute», della burocrazia in versione digitale. Di pratiche più snelle, risparmi per gli uffici pubblici e un servizio migliore per i cittadini se ne parla da tempo e in ogni salsa, dalla carta di identità elettronica all'Agenda digitale, fino al codice universale per ricevere a domicilio tutti i documenti, annunciato dal premier Matteo Renzi durante il Digital Venice dello scorso luglio .  

Intanto in quattro mesi di vita il blog è riuscito a collezionare numerose segnalazioni, tra domini obbligatori ma mai concessi, pagine che non esistono, e-mail che non permettono di caricare gli allegati e siti che aprono e chiudono secondo gli orari di ufficio. Qualche esempio? Il Siope, sigla per Sistema informativo delle operazioni degli enti pubblici, è una piattaforma di rilevazione telematica degli incassi e dei pagamenti di tutte le amministrazioni pubbliche.

Il portale è disponibile ... solo in orario di ufficio. Per poter consultare i dati, bisogna collegarsi dal lunedì al venerdì, dalle 8 alle 18. In alcuni casi i servizi ci sono, ma non funzionano come si potrebbe desiderare, come il servizio di richiesta informazioni fiscali e assistenza sui servizi telematici dell'Agenzia delle entrate: attivo 24 ore su 24 è «pensato per fornire al cittadino risposte scritte entro tempi brevi». Ma quando le mail diventano troppe, il servizio viene sospeso. E l'Agenzia non può far altro che consigliare di rivolgersi ai canali tradizionali: telefono, servizio Sms oppure il classico ufficio.

Oltre ai dettagliati racconti di ritardi, disguidi e mattinate perse tra un ufficio e l'altro, ci sono anche segnalazioni che fanno sorridere. Nelle note legali del sito del Ministero delle riforme costituzionali viene sottolineato che «L'utente riconosce e accetta che l'uso di questo sito è a suo esclusivo rischio e pericolo». E poi prosegue: «il Ministero non garantisce che il sito sia compatibile con le apparecchiature dell'utente o che sia privo di errori o virus, bachi o “cavalli di Troia". Il Ministero non è responsabile per i danni subiti dall'utente a causa di tali elementi di carattere distruttivo».

C'è anche chi incaricato di realizzare un nuovo sito per un Comune - che nel blog non viene nominato, così come non vengono riportati gli utenti che inviano le segnalazioni -  si trova a dover applicare la norma che obbliga gli enti pubblici a usare il dominio ".gov": dopo mesi però aspetta ancora l'autorizzazione e il sito creato non può andare online. E poi ancora: per usare il canale digitale dell'archivio notarile, bisogna pagare due volte, la prima per saper quanto si dovrà pagare per avere l'atto richiesto. Come spiegato dagli autori del blog, che si presenta come «luogo di confronto e valvola di sfogo», l’obiettivo non è ridicolizzare la pubblica amministrazione per i suoi scivoloni, ma aiutarla «a imparare dai suoi errori».

Cagnolino sepolto vivo nella sabbia. Solo la testa fuori: l'hanno guardato morire disperato

Il Mattino
di Marco Corazza

Il macabro ritrovamento da parte degli agenti della Polizia locale durante dei controlli: subito avviate le indagini


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SAN MICHELE AL TAGLIAMENTO (VENEZIA) - La testa fuori dal terreno ed il corpo completamente sepolto. È la macabra scena che si sono ritrovati gli agenti della Polizia locale di San Michele al Tagliamento che, in riva al fiume, hanno trovato un cane oramai deceduto. E il sospetto è che la bestiola sia stata sepolta viva. A due passi dal corso d'acqua che segna il confine regionale, tra Marinella e Bevazzana, i poliziotti hanno infatti trovato un meticcio di grossa taglia il cui corpo è stato completamente sepolto, lasciando solo la testa fuori.

Oggi le indagini proseguiranno con lo scavo dell'area per rimuovere la carcassa. Da lì gli investigatori cercheranno ulteriori elementi utili alle indagini.

lunedì 18 agosto 2014 - 09:43   Ultimo agg.: 09:51

Ha 453 piercing su viso e genitali. Dubai gli vieta l'ingresso: "E' pericoloso"

Il Mattino

a.it
DUBAI - Ne ha 453 sparsi su tutto il corpo anche se per la maggior parte sono sul viso e sui genitali. Questa volta gli orecchini di Rolf Buchholz, l'uomo con più piercing al mondo, gli sono stati di intralcio. Lo showman tedesco da Guinness dei primati è stato fermato all'aeroporto di Dubai per motivi di sicurezza. Era arrivato negli Emirati Arabi per tenere uno spettacolo nel locale notturno Cirque Le Soir. Lo stesso locale ha reso nota la notizia, mentre la polizia e i funzionari dell'immigrazione in aeroporto non hanno risposto a richieste di commento.

domenica 17 agosto 2014 - 16:25   Ultimo agg.: 19:35

New York, in carcere chi non paga il biglietto del metrò: l'anno scorso 25mila arresti

Il Mattino

Viaggiare in metro senza biglietto a New York è uno tra i reati in cima alla lista che portano alla prigione.
 
a.it
Secondo un'analisi del Daily News, infatti, evadere i due dollari e 50 per una corsa sui mezzi pubblici è diventata un'abitudine piuttosto comune tra i newyorkesi, al punto da far balzare gli arresti di un più 69% in cinque anni, passando da quasi 15 mila nel 2008 a quasi 25 mila nel 2013, e secondo i dati il trend per l'anno in corso è ancora in aumento. Secondo il portavoce di Mta (Metropolitan Transit Authority che gestisce i trasporti a New York) Kevin Ortz, l'evasione del biglietto si traduce in un danno di cento milioni all'anno. L'amministrazione dei trasporti sta quindi lavorando con la polizia di New York per individuare particolari fermate della metropolitana dove c'è rischio maggiore di criminalità.

lunedì 18 agosto 2014 - 19:06   Ultimo agg.: 19:08

Achille Lauro, addio al comandante che affrontò i terroristi: “Per anni ho avuto paura”

La Stampa

Gerardo De Rosa è morto a 80 anni, viveva a Gragnano. Sulla storia della nave dirottata il 7 ottobre del 1985 scrisse un libro


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Quei giorni non li ha mai dimenticati per un attimo, i terroristi, la paura, il dirottamento della nave da crociera della quale era comandante, l’Achille Lauro. Era il 7 ottobre del 1985 quando il comandante Gerardo De Rosa visse una vera e propria pagina della storia. La scorsa notte è morto, nella sua Gragnano (Napoli): aveva 80 anni. «Ci ha riempito la vita con i suoi racconti - racconta il nipote Francescopaolo De Rosa, nipote del comandante - con la sua stessa vita». De Rosa viveva da diversi anni a Gragnano, comune del Napoletano dove domani alle 9,30 si svolgeranno i suoi funerali.

Quei giorni li ha raccontati più volte: fu a Genova che i quattro terroristi, membri del Fronte per la liberazione della Palestina, frangia estrema dell’Olp presieduto da Yasser Arafat, si imbarcarono sul transatlantico Achille Lauro, 700 passeggeri a bordo. Poi, alle 13 del 7 ottobre, fecero irruzione nella sala da pranzo, sparando in aria, ferendo un marinaio. In quel momento, sulla nave, c’erano 320 membri dell’equipaggio e 107 passeggeri, gli altri erano sbarcati per una visita al Cairo.

L’obiettivo iniziale era compiere un attentato nello scalo israeliano di Ashdod ma, scoperti dagli ufficiali delle navi mentre nascondevano le armi, misero in atto il dirottamento. Chiedevano la liberazione di 50 palestinesi detenuti in Israele e fu allora che iniziò una serrata trattativa internazionale. Una trattativa che contò anche una vittima: un passeggero ebreo con passaporto americano, disabile, Leon Klinghoffer. Fu ucciso e gettato in mare.

De Rosa, negli anni, ha parlato spesso, anche in un libro («Terrorismo, forza dieci») di quei giorni e del terrorista Abu Abbas. «Venne sottobordo con un rimorchiatore per recuperare i quattro terroristi che avevano assaltato la nave - raccontò anni fa De Rosa - quando aprì il portellone dell’Achille Lauro, allargando le braccia e sorridendomi mi disse “Capitano, tutto bene sulla nave?”. Un sorriso maligno, il suo, che mi ha accompagnato sempre - aggiunse.

E ancora più beffardo fu il suo congedo, quando dopo aver fatto scaricare il bottino che i suoi avevano accumulato, mi chiese scusa per quello che avevano fatto». Ha continuato ad avere paura, anche dopo quel giorno, il comandante: «Durante le fasi del sequestro i terroristi a lungo mi parlarono della mia casa di Gragnano, me la descrissero minuziosamente a testimonianza del fatto che il sequestro era stato preparato nei minimi particolari. E quelle parole mi sono spesso tornate alla mente. E se ritornassero? Mi sono più volte detto».