lunedì 11 agosto 2014

I cristiani si devono convertire all'Islam"

Franco Grilli - Lun, 11/08/2014 - 11:57

L'avvertimento del responsabile per le minoranze nel Califfato Haji Othman: "Non potete immaginare quanto siamo forti, è solo l'inizio"


"Questo è ancora nulla. Siamo solo all’inizio, sino ad ora abbiamo utilizzato solo una minima parte delle forze che abbiamo a nostra disposizione.
Iraq,gli Yazidi  in fuga
È l’avvertimento di Haji Othman, l’uomo dell’Isis che i cristiani fuggiti da Mosul descrivono come rappresentante del Califfato per i rapporti con le comunità non musulmane. Othman, in un’intervista telefonica al Corriere della Sera, spiega: "Non abbiamo mai avuto paura degli americani, neppure quando nel passato eravamo più deboli". E ai cristiani che vorrebbero tornare alle loro case di Mosul e nella piana di Ninive dice: "Possono tornare, saranno i benvenuti. Ma a una condizione: che si convertano all’Islam. Allora li accoglieremo da fratelli. Se vogliono restare cristiani, allora devono pagare la Jeziah, una tassa imposta alle minoranze non islamiche". Infine, l’esponente dell’Isis in merito ai crimini contro gli yazidi e alle violenze sessuali sulle donne smentisce: "Sono i media che riportano queste falsità. Sono menzogne. Noi non facciamo queste cose".

Intanto la tensione a Baghdad resta altissima. al-Maliki ha parlato alla tv di Stato e ha accusato il presidente iracheno Fouad Massum di violazione della Costituzione, denunciandolo poi al tribunale federale. Tribunale che ha riconosciuto che il partito di Maliki, lo Stato del Diritto, è il vincitore delle ultime elezioni e ha la maggioranza, e dunque lo stesso Maliki può ottenere nuovamente l’incarico. Il rischo di colpo di Stato è dietro l'angolo. 

L’Italia sta valutando un intervento nel nord dell’Iraq minacciato dall’avanzata delle milizie jihadiste dello Stato Islamico. Non un intervento militare vero e proprio, ma un "intervento a sostegno dell’azione militare del governo autonomo" del Kurdistan iracheno. A puntualizzarlo è il ministro degli Esteri, Federica Mogherini, intervistata da "Radio Anch’io" su RadioUno Rai.



Jihad, il bimbo figlio del jihadista che regge la testa mozzata

Giovanni Masini - Lun, 11/08/2014 - 18:35


Agghiacciante immagine diffusa su Twitter da un sostenitore australiano di Isis. Nella foto si vede un bimbo di appena sette anni che solleva la testa decapitata di un siriano
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Sembra non esserci davvero fine all'orrore, quando si tratta di Isis. Poco meno di due settimane dopo che erano state diffuse le immagini dei miliziani del Califfato che esultavano brandendo le teste decapitate dei soldati siriani, ecco che su Twitter appare un'altra immagine macabra, resa ancora più agghiacciante da un incredibile particolare: questa volta a reggere la testa mozzata di una delle vittime dei jihadisti è un bambino di appena sette anni.

La fotografia è stata diffusa sul social network dal jihadista australiano Khaled Sharrouf con l'assurda didascalia, piena di orgoglio "Questo è mio figlio!", e quindi ripresa dal quotidiano dell'isola The Australian. Sharrouf, residente a Sidney, è sospettato di aver lasciato l'Australia nel corso del 2013 alla volta della Siria, dove si sarebbe recato con l'intenzione di unirsi ai combattenti jihadisti dello Stato Islamico dell'Iraq e del Levante.

Una scena che ritrae una violenza inimmagibinabile, definita "orribile e barbarica" dal Primo ministro australiano Tony Abbott. Prlando alla radio ABC, il premier ha definito il Califfato "non solamente un'organizzazione terroristica, ma un vero e proprio esercito di terroristi, con l'obiettivo di costituire non una semplice enclave ma un reale stato, una nazione di terroristi." "Questa situazione pone problemi eccezionali non solo per il Medio Oriente, ma per tutta la comunità internazionale -  prosegue Abbott - Ogni giorno assistiamo a sempre maggiori dimostrazioni della barbarie di Isis."

La pubblicazione della foto - che pure sui media australiani è stata diffusa con gli occhi del bimbo e i tratti dell'uomo decapitati oscurati - ha suscitato aspre polemiche nell'opinione pubblica australiana, con lo stesso ministro della Difesa David Johnston che ha messo in guardia dal permettere che simili immagini vengano utilizzate per "colorire" l'immaginario collettivo sull'Islam.

"Una delle cose che mi sento di dover sottolineare è che qui in Australia e in tutto il mondo la grande maggioranza dei musulmani sono persone amanti della pace e assolutamente tranquille - aggiunge Johnston - Una delle cose che più mi irrita è permettere a episodi come questo di condizionare completamente la nostra rappresentazione dell'Islam"

Paghiamo per farci invadere dai clandestini

Magdi Cristiano Allam - Lun, 11/08/2014 - 16:44

L'Italia è la mecca degli sbarchi: accogliamo (a peso d'oro) l'85% dei disperati del Mediterraneo


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È sconvolgente: nel Mediterraneo quasi 9 clandestini su 10 sbarcano in Italia! È semplicemente folle che su 75mila clandestini (migranti e rifugiati nel lessico del politicamente corretto) sbarcati via mare sulle coste dell'Europa meridionale nel primo semestre del 2014, ben 63.884, pari all'85%, siano arrivati in Italia, mentre solo il restante 15% sia stato accolto dalla Grecia (10.080), Spagna (1.000) e Malta (227).

Se aggiungiamo i 21mila clandestini sbarcati in Italia nelle prime tre settimane di luglio, cioè 7mila a settimana, circa il doppio di quanti sono riusciti ad arrivare in Grecia, Spagna e Malta in 6 mesi, l'ammontare dei «nostri» clandestini arrivava a 84.884 fino a 17 giorni fa secondo il conteggio dell'Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). Ed è così che ad oggi sono circa 100mila i clandestini sbarcati in Italia, più del doppio di quelli arrivati nel 2013 (42.925) e più di 7 volte quelli arrivati nel 2012 (circa 13mila). Com'è possibile che l'Italia si sia trasformata nella Mecca dei clandestini di tutto il mondo? Perché mai quasi tutti gli sfortunati della terra approdano sulle nostre coste sia che provengano dalle vicine sponde meridionale e orientale del Mediterraneo, sia che partano dall'Africa sub-sahariana, dall'Asia o dal Sud America?

La risposta è semplice ed è singolare: siamo l'unico Stato al mondo che sta investendo le proprie risorse per farsi auto-invadere, dedicando le proprie forze navali ed aeronautiche per prelevare i clandestini imbarcati su fatiscenti carrette del mare, spingendosi fino al limite delle acque territoriali straniere, per portarli a bordo delle nostre sicure imbarcazioni sulle nostre coste. Così come siamo l'unico Stato al mondo che ha abolito il reato penale di clandestinità finendo di fatto per legittimare la clandestinità, non contestando alcun reato ai clandestini, accogliendoli aprioristicamente in strutture finalizzate alla loro difficilissima identificazione dal momento che gran parte viaggia senza documenti, da dove di fatto sono liberi di dileguarsi se, quando e come vogliono.

Va bene così a loro e va benissimo così anche a noi, sperando che riescano a raggiungere altri Paesi europei dove potrebbero avere maggiori opportunità di trovare lavoro o di essere ospitati da familiari o amici. Questa anomalia giuridica e amministrativa è talmente evidente che in Italia rischia di diventare reato il semplice fatto di definire «clandestino» il clandestino. I mezzi di comunicazione di massa si sono adeguati a una sorta di codice «politicamente corretto» che ingiunge di qualificare i clandestini come «migranti» o «richiedenti asilo», ignorando la realtà del loro arrivo in modo clandestino all'interno delle nostre frontiere.

Ugualmente siamo l'unico Stato al mondo che accetta di collaborare con la criminalità organizzata che lucra sulla pelle dei clandestini, imponendo una taglia di almeno 1000 dollari a testa per la traversata del Mediterraneo. Sono oltre dieci anni che l'Italia, da un lato, denuncia con prove ineccepibili la brutale realtà di questa criminalità organizzata i cui profitti superano quelli del traffico della droga, e dall'altro continua a favorire quest'attività rendendosi fin troppo disponibile a soccorrere e a prelevare i clandestini che hanno già pagato la taglia alla criminalità organizzata. Com'è possibile che nessun magistrato abbia finora ritenuto di dover procedere d'ufficio contro lo Stato, in presenza della flagranza del reato di concorso nell'attività della criminalità organizzata dedita al traffico di esseri umani?

Infine siamo l'unico Stato al mondo che non bada a spese e si adopera in tutto e per tutto per favorire i clandestini, anche a costo di mettersi contro la propria popolazione, minandone la sicurezza e danneggiandone l'interesse economico. Al punto che chi ci governa è riuscito a rendere gli italiani discriminati a casa propria, vittime di un razzismo all'inverso, dove inevitabilmente l'odio e la violenza finiranno per esplodere non perché gli italiani coltivino atteggiamenti razzisti ma perché devono legittimamente salvaguardare il diritto a beneficiare in via primaria delle risorse e dei servizi propri degli italiani.

Abbiamo purtroppo un altro primato mondiale: siamo incapaci di cambiare anche in presenza del palese fallimento delle nostre scelte, come dimostrano gli almeno 800 clandestini morti affogati al largo delle nostre coste nei primi sei mesi del 2014 che attestano il clamoroso fallimento dell'operazione Mare nostrum; l'esplosione delle violenze sia all'interno dei vari Centri di accoglienza o di Identificazione ed espulsione fino alla loro devastazione fisica, sia tra i clandestini e gli italiani che vengono letteralmente assediati, minacciati, ricattati e aggrediti; le denunce dei sindaci che non ce la fanno proprio ad accollarsi le spese dei clandestini minorenni che vengono assegnati d'autorità dalle Prefetture senza verificare né il gradimento della popolazione autoctona né la disponibilità delle risorse locali.

È arrivato il momento di dire: «Basta farci auto-invadere dai clandestini»! O chi ci governa e chi ci ispira, la Chiesa di Papa Francesco in primis, rinuncerà a questi primati deleteri e suicidi o saranno ineluttabilmente gli italiani ad affrancarsi dalla prigionia ideologica e fisica dell'immigrazionismo e del buonismo costi quel che costi.

Facebook.com/MagdiCristianoAllam

Il posto del barbuto capitano di marina? L’hanno preso due ragazzi gay

Corriere della sera
di Elena Tebano


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Nell’immaginario degli over 30 il marchio Findus è per sempre legato al Capitano barbuto che dispensava saggezza e bastoncini di merluzzo. Erano gli anni 80 e si trattava di spiegare agli italiani, tradizionalisti in cucina, cosa fossero quei surgelati così «avventurosi». Fu un successo immediato. I nuovi spot dell’azienda che compaiono da giugno in tv invece non potrebbero essere più diversi.

Un figlio invita a pranzo la madre annunciandole una sorpresa, a tavola con loro c’è un altro ragazzo. La mamma loda la cucina dei tagliolini congelati e lui svela: «Gianni non è solo il mio coinquilino, è il mio compagno!». La donna non fa una piega: «Tesoro mio, l’avevo capito! — dice appoggiando una mano su quella del figlio —. Ed è un ottimo cuoco». Fine della storia, il pranzo continua: il coming out non ha niente di problematico, è una delle tante cose che succedono nelle famiglie italiane.

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L’obiettivo della pubblicità, che fa parte di una campagna di comunicazione più ampia lanciata da Findus a febbraio, è proprio quello di «mettere al centro il cibo», raccontando le «diverse famiglie e la normalità dello stare a tavola insieme» tanto importante nella cultura italiana. Lo spot è stato accolto con favore dalle associazioni gay, ma ha anche suscitato qualche polemica in Rete, perché i protagonisti non si vedono mai in faccia e, secondo i critici, perdono umanità (il formato però è lo stesso per tutte le coppie rappresentate, non solo quella omosessuale). Anche per questo motivo difficilmente diventerà altrettanto iconico del Capitano degli anni 80. Eppure è un cambiamento enorme nella strategia d’immagine dell’azienda.

«Non si tratta di una novità da poco: Findus è un marchio strapopolare e strafamiliare — rileva Fulvio Zendrini, esperto di comunicazione d’impresa e uno dei promotori del progetto online contro l’omofobia Le cose cambiano —. Finora a quel livello solo Ikea lo aveva fatto, un’altra azienda che si rivolge alle famiglie». Come tutti i cambiamenti è un segnale: «La società è più avanti della politica e la pubblicità non segue le leggi, che ancora non riconoscono le coppie dello stesso sesso, ma la gente. Il primo compito di una campagna promozionale è stupire — dice Zendrini —. Il secondo è rappresentare un nuovo spaccato di società. Quella di oggi è fatta di tante diversità: una volta non venivano raccontate, oggi sono diventate essenziali».

Mail anonime, arriva il servizio per i messaggi segreti

Corriere della sera

di Alessio Lana

L’applicazione si chiama Leak e permette di inviare testi senza indicare il mittente. Unica eccezione, se si viola la legge l’indirizzo IP viene svelato

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Se è vero che l’anonimato assoluto in Rete non esiste, ora un nuovo servizio consente di proteggere parte della nostra privacy permettendo di mandare email anonime. Si chiama Leak, come i cablogrammi che hanno scosso il potere al tempo di Wikileaks e già nel nome, che significa fuga di notizie, è nascosto l’intento del servizio. Questa piattaforma online infatti è tutta dedicata alla sincerità e pensata per rivelare notizie e segreti senza farsi scoprire né essere degli hacker. Il funzionamento è semplice e immediato e non c’è bisogno di installare nulla. Basta andare sul sito, inserire l’indirizzo del destinatario e scegliere il nome del mittente tra cinque opzioni: “amico”, “collega”, “familiare”, “amico di amici” o “qualcuno”. Una volta composto il messaggio si preme l’invio e il gioco è fatto. Nel giro di pochi secondi il messaggio segreto finirà nella casella scelta senza che il destinatario possa scoprirci.
I migliori messaggi della settimana
Va detto che un servizio del genere può essere usato anche per scopi non proprio nobili e per questo prima dell’invio l’utente è costretto a sottoscrivere un codice di condotta che enuncia tutto ciò che si può fare o meno. Tra gli aspetti positivi del servizio gli ideatori Laurent Desserrey e Sébastien Thiriet citano la possibilità di “essere sinceri”, di poter inviare messaggi che non saranno legati a noi per sempre e di criticare in modo costruttivo qualcuno che si teme. «Leak ti permette di essere te stesso e di condividere paroline stupide o sentimenti sinceri senza paura di essere giudicato», scrivono gli autori, un invito che solo nelle prime 24 ore dall’apertura è stato raccolto da ben diecimila persone.

Tra i messaggi inviati spicca soprattutto la sincerità da scrivania ovvero tutte quelle cose che avremmo voluto dire a colleghi e capi ma che non possiamo dire o ci vergogniamo di farlo. Leak stessa raccoglie sul suo sito i migliori messaggi della settimana, tra cui troviamo perle di sincerità come «Siamo ufficialmente nemici ma volevo dirti che hai fatto un gran lavoro con il tuo ultimo progetto» o «Avrei voluto chiederti di uscire con me ma ho paura che potresti prendermi in giro», chi fa notare al capo che «è il manager più sexy del mondo» e chi si sfoga con un «Sto uscendo con te solo perché conosci tante persone». Non manca qualche trivialità con un utente che offre al mondo il suo «Oggi non porto le mutande e sono nel tuo stesso ufficio».
Anonimo ma non troppo
Ovviamente non manca il lato oscuro. Gli sviluppatori sono ben coscienti che Leak può essere usato anche per scopi negativi per questo consigliano di evitare bullismo e aggressività, incitazione alla violenza o abusi verbali anche se chi se ne fa promotore potrà essere perseguito solo nel caso in cui infranga la legge. Solo in quel caso l’indirizzo IP del mittente, il numero univoco che identifica il dispositivo da cui si connette, può essere scoperto e comunicato alle forze dell’ordine, rivelando insomma che Leak, come tutto il web, è anonimo ma solo fino a un certo punto. Meglio quindi usarlo a fin di bene, per l’amore o per le notizie scottanti, per risolvere litigi o fare critiche che non ci sarebbero permesse. La sincerità ha un nuovo alleato, meglio usarlo come si deve.

I dispositivi Usb non sono più sicuri

La Stampa

federico guerrini

 Lo affermano due studiosi della società di sicurezza SR Labs, che hanno scoperto il modo di riprogrammarne il firmware


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Attenti alle chiavetta Usb. Non è l’ennesimo grido allarmistico di chi teme si nasconda qualche virus al loro interno ma, se i ricercatori Karsten Nohl e Jakob Lell hanno ragione, qualcosa di molto più pericoloso. I due sostengono di aver creato un programma malevolo, che hanno battezzato BadUsb, in grado di prendere completamente il controllo del computer in cui la pennetta viene inserita.

E magari fosse solo questo. La vera notizia è che il programma non un qualche file o allegato che l’utente potrebbe aprire: è il chip stesso che fa dialogare il dispositivo esterno con il Pc ad essere stato modificato. Gli studiosi, che lavorano entrambi per la società di sicurezza SR Labs, tramite una procedura nota come “reverse engineering” sono riusciti a ricostruire il modo in cui funziona il chip e poi a riassemblare il tutto inserendovi del codice malevolo, in modo che quella che era un’innocente chiavetta diventi un potentissimo virus.

Il problema in realtà non riguarda solo le pennette: qualsiasi dispositivo che si connetta con una porta Usb, da una tastiera ad uno smartphone, può essere usato come cavallo di Troia. Non ci sono limiti – stando a quanto affermano i ricercatori (che devono ancora presentare i risultati in pubblico, lo faranno in settimana alla conferenza BlackHat) – a quanto è possibile fare, e non ci esistono soluzioni note. A meno di non usare le chiavette come aghi ipodermici, da usare una volta sola, e poi gettare subito via, se si teme possano essere venute a contatto con un computer infetto che ne ha modificato il chip, o chiudere con la colla le porte Usb, soluzione ovviamente assurda.

In entrambi i casi, è l’utilità stessa, assieme alla comodità del sistema di connessione “plug ’n play”, a venire meno. Soluzione più fattibile e meno invasiva potrebbe essere quella di indurre le aziende che producono dispositivi Usb, a inserire nel codice dei propri prodotti una firma digitale che attesti la bontà del codice stesso. Si potrebbero poi contrassegnare i prodotti dotati di tale firma con un apposito logo. In questo modo, in consumatori saprebbero di quali prodotti fidarsi, e di quali no. Un’altra preoccupazione sollevata dalla ricerca riguarda lo spionaggio informatico.

Se quanto raccontato da Nholl e Lell si dimostrerà vero, viene spontaneo chiedersi se qualcuno non li abbia preceduti nell’identificare questo tipo di minaccia, e non l’abbia già usata per i propri scopi. 

Qualcuno come l’Nsa, ad esempio: l’agenzia per la sicurezza americana, all’interno del catalogo di strumenti di sorveglianza elettronica, mostrano i documenti rivelati da Snowden disporrebbe di uno strumento chiamato Cottonmouth, in grado di installare un virus connettendosi via Usb. Nel catalogo non è spiegato nel dettaglio come si svolgerebbe l’attacco, potrebbe trattarsi proprio di una riprogrammazione del firmware (il meccanismo di controllo del chip) sul modello di quanto scoperto da Lell e Nohl.

Jerk Tech: quando la tecnologia è stupida

La  Stampa

federico guerrini

Si moltiplicano le app per saltare la coda, prenotare un tavolo al ristorante sempre occupato, trovare un posto per parcheggiare l’auto. Ma favoriscono chi può permettersi di pagare per un privilegio e discriminano gli altri


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Nel libro Quello che il denaro non può comprare, il filosofo Michael Sandel fa alcuni esempi di cose e situazioni dove apparentemente la diversa disponibilità di liquidi non conta. In coda per aggiudicarsi un posto per seguire le sedute del Congresso – racconta per esempio Sandel (che probabilmente non conosce le code italiane) – si è tutti uguali. Non importa chi sei o quanto guadagni; conta solo chi arriva prima. Subito dopo però racconta di come alcuni ricconi aggirino il problema, “comprando” il tempo di persone che stanno in coda al posto loro, e prendendo il loro posto all’ultimo momento. Quello che era gratuito diventa una variabile economica. 

Quello che era paritario diventa ineguale. È un po’ la filosofia sottostante ad alcune nuove imprese che usano Internet per fornire servizi che non a caso sono stati raggruppati sotto il nome di “jerk tech”, tecnologia idiota. Invece di risolvere in maniera innovativa un problema reale, e migliorare le condizioni di vita dei cittadini, usano la connettività per renderla più complicata e classista. 

Parliamo di servizi come Reservation Hop , MonkeyParking o Sweetch. Il primo funge in pratica da bagarino: prenota in automatico una serie di tavoli nei ristoranti, e poi li rivende online, così che un servizio prima gratuito o che richiedeva soltanto tempo ed energie, diventa acquistabile. L’approccio classista e all’insegna del privilegio è evidente già dallo slogan “get a table where no one else can”. MonkeyParking , che fra l’altro è opera di un gruppo di sviluppatori italiano, con sede a Roma, trasforma invece chiunque in un parcheggiatore abusivo. 

Chi individua un posto libero, lo può occupare e metterlo all’asta, tramite l’applicazione, al miglior offerente. In sostanza sfrutta un’infrastruttura pubblica, le strade e i parcheggi, per ricavarci un margine. A San Francisco, città già ferita dal crescente divario sociale fra i nuovi tecno ricchi e i comuni cittadini, non hanno gradito. Tanto che il Comune ha inviato un’ingiunzione all’azienda, invitandola a cessare il servizio. La startup, finita sotto la bufera, prima ha tenuto duro, poi, pochi giorni fa ha capitolato , sospendendo momentaneamente le operazioni. 

A sua difesa, sostiene di voler rendere più efficiente un’operazione, come quella di trovare un parcheggio, finora affidata al caso, riducendo al contempo i tempi morti, il consumo di carburante e quindi l’inquinamento. Sweetch ha un approccio molto simile, soltanto che invece di avere un tariffario variabile, basato sul meccanismo dell’asta, ne ha uno fisso : 5 dollari per “acquistare” un parcheggio, dei quali 4 vanno a chi vende, l’azienda intasca il resto. 

Oltre a lucrare su risorse pubbliche, questo tipo di startup hanno anche un altro risvolto poco piacevole: contribuiscono a rafforzare l’ostilità verso le società tecnologiche che incomincia a trovare terreno fertile, Oltreoceano e non solo. La disoccupazione tecnologica, a causa della quale mansione tradizionalmente svolte dall’uomo vengono appaltate a dei computer – che non protestano e non formano sindacati, è uno dei fattori. 

La mancanza, da parecchio tempo, di idee davvero innovative (la stessa Facebook non è che un clone, meglio confezionato e gestito di idee già online da tempo), l’arroganza di alcuni esponenti della Silicon Valley, fanno il resto. Salutati un tempo come salvatori e innovatori, geek e nerd di successo, oggi diventati da fuoricasta membri dell’élite, vengono visti con sempre maggiore sospetto . Un po’ è forse invidia, certo. Un po’ è che tecnologia e progresso, benché spesso confusi, sono due sostantivi diversi. Il mondo è senza dubbio assai cambiato, negli ultimi anni, grazie a smartphone, social network e tablet. In meglio? Forse.

In bicicletta contromano. L’Italia fa retromarcia

La Stampa
nadia ferrigo

La commissione trasporti dice no, insorgono le associazioni di ciclisti

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Anche l’allora leader dei conservatori inglesi David Cameron incappò in una delle tentazioni più insidiose per gli amanti della bicicletta in città: il contromano. Beccato da una telecamera mentre pedalava, senza scorta e con caschetto, in controsenso in un viale di Notting Hill, non potè che pagare la multa e scusarsi. La sua disavventura però non gli fu mai d’impiccio, anzi: da lì a poco i cartelli londinesi del senso vietato vennero ritoccati con l’indicazione «eccetto bici», per la gioia dei bikers.

Andare contromano sulle due ruote è permesso in Germania, Francia, Belgio, Svizzera e nei paesi del Nord Europa. Secondo i sostenitori della norma per i ciclisti sarebbe ancor più sicuro, proprio come quando si è a piedi: d’altra parte anche le mamme consigliano di camminare per strada nel senso opposto dei veicoli, per poter vedere chi arriva e per farsi meglio vedere da chi ci viene incontro. E poi c’è la comodità: che senso ha pedalare chilometri in più seguendo le logiche pensate per le automobili, quando si può imboccare una scorciatoia?

Ma quel che è la normalità nel resto d’Europa, resterà un sogno - a lungo accarezzato - per i ciclisti italiani: la possibilità di introdurre nel codice della strada il «controsenso ciclabile», il cosiddetto «senso unico eccetto bici» è stata spazzata via da un emendamento presentato da Scelta Civica e accolto dalla commissione trasporti della Camera.

Nessuna possibilità per i ciclisti di procedere in senso inverso a quello delle auto, nemmeno con tutte le limitazioni del caso: la proposta non riguardava tutte le strade, ma solo le aree dove il limite per le automobili è già di trenta chilometri orari, con una carreggiata larga più di quattro metri e sempre a discrezione del sindaco. 

Insorgono le associazioni dei ciclisti, che a buon titolo potevano sperare che si trattasse ormai di cosa fatta. All’inizio dell’anno il governo presentò la «rivoluzione della bicicletta»: oltre a prevedere l’istituzione di aree «a preferenza ciclabile», dove il codice della strada è derogabile e chi pedala è al primo posto, tra i punti principali spiccava proprio la possibilità di permettere alle bici di marciare in ambedue i sensi.

Due anni fa anche il ministero dei trasporti si espresse a favore delle tesi della Fiab, la Federazione italiani amici della bicicletta. Un’apertura subito colta da molti sindaci, anche se ora è difficile sapere che ne sarà delle sperimentazioni nate sulla scia del favorevole parere ministeriale. Reggio Emilia, Lodi, Pesaro, Lodi, Bolzano sono le città che hanno scelto di sperimentare il controsenso consentito e che ora dovranno fare i conti con un Codice della strada che non ammette deroghe. Se ne è a lungo discusso anche a Firenze, Torino e Milano, ma a meno di una nuova battaglia a colpi di emendamenti per i ciclisti italiani il senso unico è un divieto che non si può proprio aggirare. 

La carica dei 900 contro i cannoni di Amazon

La Stampa
francesco semprini

Sul New York Times di oggi una pagina comprata da autori come Stephen King e Donna Tartt per contrastare lo strapotere di Bezos. Il costo della protesta? Oltre cento mila dollari.

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Novecento firme d’autore per dire no ad Amazon dal salotto domenicale della «Signora in grigio», il New York Times. È l’ultimo capitolo della «battaglia dei libri» avviata dalla creatura di Jeff Bezos nei confronti dell’editore francese Hachette, volta a ottenere condizioni economiche più vantaggiose nella vendita di volumi in formato elettronico. Una battaglia commerciale che, secondo lo scrittore Douglas Preston, vede tra i veri sconfitti gli autori e per questo merita la più ampia «mobilitazione intellettuale» possibile.

Una mobilitazione che prende forma in una lettera aperta a tutta pagina che è stata pubblicata oggi dal New York Times forte della firma di oltre 900 scrittori e intellettuali. Una protesta raffinata dal costo di 104 mila dollari sborsati da alcuni tra gli autori più facoltosi che hanno sposato la causa di Preston, come Stephen King e John Grisham. La missiva è nata dalla volontà di «un piccolo gruppo di persone», spiega Preston al New York Times, ma ha raccolto velocemente tante adesioni riscuotendo un successo oltre ogni aspettativa. Del resto in ballo non c’è solo una questione di tutela della cultura, ma gli interessi economici degli stessi scrittori, legati alla casa editrice d’oltralpe che, travolti da questa battaglia, stanno assistendo a un impietoso calo delle vendite e quindi degli introiti. Amazon spiega che il suo obiettivo è semplicemente quello di abbassare i prezzi degli e-book, e che questo è un modo per «agevolare» la diffusione della cultura, non per penalizzarla.

Hachette rivendica invece il diritto di stabilire termini di prezzo che riflettano «il valore autentico degli autori, e il lavoro svolto dall’editore, dal marketing alla distribuzione». A causa della disputa sui prezzi dei libri digitali, Amazon ha iniziato un’opera di ostruzionismo rendendo complicato l’ordine di libri di autori come JK Rowling e James Patterson pubblicati da Hachette, attraverso escamotage tecnici, come l’impedimento del pre-ordine dei titoli in prossima uscita, o più semplicemente causando ritardi nella consegna. Il quotidiano della Grande Mela rivela che dall’inizio della disputa, le vendite di libri di Preston «hanno registrato un calo del 61%, mentre quelle dei volumi in formato digitale sono crollate del 62 per cento».

La sfida tra le due società, che ripropone in versione di moderna narrativa la storica rivalità tra Francia e Stati Uniti, ha assunto toni sempre più aspri nel corso delle ultime settimane passando dalla retorica a reciproche accuse dai toni quasi bellici. Hachette sostiene che è «un suicidio» accettare la proposta di Amazon, l’azienda di Jeff Bezos, risponde che l’editore francese «deve smetterla di utilizzare gli autori come scudi umani». Da qui la mobilitazione dei diretti interessati, con la missiva di Preston, la raccolta di oltre 900 firme, la pubblicazione tra le pubblicità del domenicale del New York Times, considerato un appuntamento immancabile per chi segue la cultura nelle sue diverse espressioni, e infine l’appello rivolto a tutti di contattare Bezos, magari sui social media, e «dirgli chiaramente cosa pensano» di questa sua battaglia. 

«In quanto scrittori - molti dei quali legati ad Hachette - sentiamo con forza profonda che nessun distributore può bloccare la vendita di libri, o scoraggiare e prevenire i lettori dall’ordinare o riceve i volumi che vogliono», recita la missiva tra i cui coautori ci sono anche Donna Tartt, Paul Auster e Barbara Kingsolver. «Non è giusto da parte di Amazon coinvolgere indiscriminatamente un gruppo di scrittori che non sono coinvolti in questa disputa, solo per una precisa ritorsione. - prosegue la lettera - Fra l’altro ingannando i propri clienti con politiche di prezzo inique e ritardi nelle consegne tradisce finanche la missione che si è posta, ovvero quella di essere la società più «cliente-centrica» della terra».

La petizione arriva in un momento cruciale per Amazon che si sta trasformando in un colosso che non solo vende ma produce cultura, come del resto conferma anche l’acquisizione del Washington Post. e la società stessa dice che la sua crociata sui prezzi degli e-book è funzionale alla sua filosofia visto che non vuole essere un impedimento ai creatori di contenuti ma vuole ridurre il costo che i consumatori devono sostenere attirandone così sempre di più e perciò garantendo anche la soddisfazione degli investitori. Una strategia aziendale che, almeno in questa fase di confronto con Hachette, non sembra essere compresa, o quanto meno condivisa. Kamil Shamsie, autrice pakistana, spiega di aver apposto la sua firma alla lettera perché «tutti gli scrittori dovrebbero essere preoccupati per la tattica del braccio di ferro utilizzata da Amazon nella sua battaglia contrattuale, simile a quella del 2008 con Bloomsbury». 

Non è del resto una novità che Amazon sia al centro di battaglie combattute sul campo della cultura, come quella di alcuni anni fa contro le «politiche troppo invasive» di Amazon, sostenuta da firme del calibro di Dennis Lehane, Andre Dubus III, Anita Shreve e Tom Perrotta e raccontata da Richard Russo in un editoriale ospitato proprio dalla «Signora in grigio». 

Gli acquerelli segreti di Henriette, la ragazza che vinse il Bianco

La Stampa
enrico martinet

Ritrovato l’album di immagini dedicato all’impresa del 1838

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C’era chi aveva immaginato di raggiungere la vetta del Monte Bianco per toccare la Luna o avvicinare una stella, chi spinto da meno ingenuità e più scienza voleva misurare gli elementi da lassù. Lei, l’aristocratica Henriette d’Angeville, ribattezzata «fidanzata del Monte Bianco» dai suoi connazionali francesi in cerca di un’iperbole, dalla cima liberò un piccione viaggiatore con un messaggio per l’umanità e scrisse quattro lettere ad altrettante amiche. Era l’inizio di settembre del 1838 e il mondo aveva appena saputo che avvicinare la stelle da un punto anche così alto restava insignificante, perché Friedrich Wilhem Bessel, battendo sul tempo i suoi colleghi astronomi, era riuscito a misurare la distanza d’una stella, la 61 Cygni.

Le lettere di Henriette arrivarono, ma il piccione finì in qualche pentola, abbattuto - a quanto si disse - in quel di Saint-Gervais, ai piedi della montagna. Il volatile un po’ confuso dall’altezza era stato portato sui ghiacci e fino in vetta in una gabbietta di vimini e legno. E così, sulle ginocchia di Henriette, era stato immortalato da uno dei pittori ginevrini che raccontarono con gli acquerelli l’avventura della seconda donna sul Bianco e della prima alpinista della storia. È una delle tavole finite nel mistero, quasi nella leggenda, al pari della poesia di chi voleva salire la montagna come scala per arrivare agli astri.

Niente favole, le illustrazioni, a metà tra la retorica romantica e l’enfasi neogotica, erano custodite in una cassaforte, murata in una casa della periferia parigina. A forza di girar pagine e indagare le ha trovate il direttore della scuola di teatro dello Stabile di Torino, il giornalista e storico dell’alpinismo Pietro Crivellaro. «Chi è il proprietario? Non lo dico neppure sotto tortura», ride. «La famiglia che ha le tavole dei pittori ginevrini Jules Hévert e Henri Deville, assoldati da Henriette, è erede dei D’Angeville e non sapeva che fare. Speriamo di poterle pubblicare». Crivellaro le ha fotografate e precisa: «Non hanno nulla a che fare con il Carnet Vert, cioè con gli appunti correlati da disegni di Henriette. Sono dipinti dell’album che si pensava perduto».

Nata in prigione, perché padre e madre scontavano fin dall’epoca della rivoluzione francese la loro appartenenza all’aristocrazia (il nonno fu ghigliottinato), Henriette, la casta, la colta e la raffinata, era attratta dall’arte e dalle montagne. Nel 1838 aveva 44 anni ed era già salita sul Mont Joli, nei dintorni di Ginevra, e aveva raggiunto i 2700 metri del Jardin de Talèfre, nella vallata dominata dal più esteso ghiacciaio del Monte Bianco, la Mer de glace. Un po’ schivata perché ritenuta eccentrica, quando annunciò di voler arrivare in cima al Bianco fu ritenuta folle. Divenne un’eroina.

Henriette aveva un animo nobile, tanto che non solo volle conoscere la prima donna che aveva salito il Monte Bianco, l’umile e povera Marie Paradis, ma le diede il posto d’onore nel dipinto del trionfo, nella cena in cui Marie è a capotavola nel grande albergo «Union» di Chamonix. E sull’altro lato scodinzola la cagnetta «Diane», di Eisen Kremer, uomo d’affari e alpinista che salì lo stesso giorno di Henriette sul Bianco. Ricorda Crivellaro: «In realtà lui le aveva proposto di unire le spedizioni, ma lei rifiutò.
Poi scriverà “già le mie guide mi vedevano in situazioni imbarazzanti”. Kremer comprò poi l’Union ma fallì. Henriette in mezzo a 13 guide, ai portatori, una folla di uomini. Era questa la sua vera sfida, pensando ai costumi dell’epoca». Henriette e la cameriera faranno il viaggio da Ginevra fino ai piedi del Bianco con un calesse malandato. Nelle tavole compare quel mezzo poco adatto, così come l’eroina di spalle su una terrazza ginevrina, in riva al lago, con sullo sfondo la candida cupola del Bianco.

Ma ciò che sorprende delle opere dell’impresa è il risveglio dopo una notte di bivacco sotto le stelle e fra i ghiacciai. Fuochi sulle rocce e alpinisti avvolti in coperte chiare, come anime del Purgatorio dantesco.

La caccia lunga 43 anni al dirottatore saltato da un jet con 200 mila dollari

Corriere della sera
di Guido Olimpio

Dopo il volo con il paracadute è sparito nel nulla, secondo l’Fbi è morto. Una parte del riscatto è stata ritrovata vicino a un fiume da un bambino

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L’ uomo che ha comprato il biglietto a nome di Dan Cooper siede al posto 18c del volo Northwest Orient Airlines in servizio da Portland, Oregon, a Seattle. A bordo altri 36 passeggeri, molti diretti a casa per festeggiare il Giorno del Ringraziamento, la festa più sentita dagli americani. Cooper ha ordinato e pagato un drink. Fuma. Allora era lecito. Nulla di strano. Resta tranquillo, dando ogni tanto un’occhiata alla sua ventiquattrore tenuta sotto il sedile.

Poco dopo il decollo, avvenuto alle 14.50 di quel 24 novembre 1971, fa un cenno alla hostess e le passa un biglietto, dove c’è scritto «ho una bomba nella valigetta». Poi altre istruzioni: vuole 4 paracadute e 200 mila dollari. Una grossa somma per quei tempi. Vuole che lo prendano sul serio, così apre leggermente la valigetta per mostrare all’assistente il contenuto. Ci sono dei cilindri con fili elettrici, tubi che ricordano quelli di un ordigno. L’hostess avverte il capitano che, a sua volta, contatta le autorità. Si tratta ad alta quota, ma la risposta è scontata: accettiamo. Sono le 17.24. Quindici minuti dopo il jet Boeing 727 atterra a Seattle.

Come previsto i passeggeri sbarcano, a bordo restano l’equipaggio e «Cooper», descritto come un uomo sulla quarantina, alto quasi 1.80. Arrivano i soldi, la polizia porta i paracadute. «Non di tipo militare», ha precisato il misterioso dirottatore. Gli sbirri obbediscono. L’aereo è rifornito e alle 19.40 decolla ancora. «Rotta sud, andiamo in Messico». Il pirata ordina al comandante di mantenere una velocità minima ad una quota di 3 mila metri, carrello abbassato, carlinga non pressurizzata. Obbediscono. Trascorrono i minuti.

Velocissimi. Alle 20 nella cabina di pilotaggio si accende la spia che segnala l’apertura del portellone posteriore del 727. Tredici minuti dopo accade qualcosa di incredibile. Il signor Cooper si lancia in una zona - le coordinate sono necessariamente approssimative - lungo il fiume Lewis, sud dello stato di Washington. Il dirottatore ha scelto davvero una brutta notte per tentare il colpo della vita. C’è cattivo tempo, fa freddo, piove pesante. E lui non sembrava avere gli abiti adatti. Un trench nero. Una giacchetta dello stesso colore, così come la cravatta. Mocassini. Sembra un uomo d’affari e non un Rambo. Il buio lo inghiotte.

Polizia locale, Fbi e persino i soldati della Guardia nazionale partono alla caccia di «Cooper». Prima lungo il fiume, quindi allargano il raggio a gole impervie. La Scientifica lavora sui reperti: una traccia (tenue) di Dna, una cravatta, le impronte sconosciute, un mozzicone di sigaretta lasciato dal passeggero. Poi via con le testimonianze. Inconcludenti come l’identità falsa usata per comprare il biglietto. «Dan» ha fatto le cose per bene. Gli investigatori cercano e ricercano. Confrontano schede di presunti sospetti, verificano dritte improbabili. È scontato pensare ad un ex paracadutista. Uno che abbia abbastanza fegato da aprire il portello di un jet e sparire nel vuoto.

Le segnalazioni si moltiplicano, alimentate dalla leggenda dell’uomo diventato «DB Cooper» per l’errore di trascrizione da parte di un giornalista. Ci sono dei matti - che poi matti non sono - che vanno in cerca «dei suoi resti», sperando di trovare il bottino. Può sembrare incredibile ma c’è chi becca qualcosa. Si chiama Brian Ingram, un bimbo di appena 8 anni che percorre insieme alla famiglia la riva del fiume Columbia, a nord di Portland. Sotto il fogliame il ragazzino scopre tre pacchetti di banconote, 5.800 dollari, mangiucchiati dal tempo. L’Fbi conferma: fanno parte del riscatto. È il febbraio del 1980.

Quei bigliettoni sbiaditi sono il primo segnale vero. E fanno discutere gli investigatori come gli appassionati di gialli. Forse Cooper li ha nascosti e poi non è riuscito a recuperarli. Oppure si sono persi durante il lancio. O ancora: li ha portati la corrente del fiume, come ipotizza uno studioso. Ok, ora abbiamo parte del tesoro ma che fine ha fatto DB? Gli agenti sono convinti che sia morto, ucciso dalla tempesta o dall’impatto al suolo la notte del 24 novembre 1971. Altre ipotesi: ha fatto il servizio militare, si intendeva di aerei ed era abituato alla vita in ambiente ostile.

Poi suggeriscono: forse per il nome si è ispirato a un fumetto franco-belga molto noto negli anni 60, «Dan Cooper», dove il protagonista era un asso del cielo. Suggestioni che sono rimaste appese amplificando la leggenda di un «most wanted». In questi ultimi anni sono spuntati in tanti sostenendo di essere figli, nipoti, fratelli, sorelle di DB. L’Fbi ha ascoltato tutti, in qualche caso ha eseguito il test del Dna grazie ad un reperto rimasto sul jet. Negativa la risposta. La verità rimane nascosta nelle foreste del Grande Ovest. A meno che l’uomo volante non sia riuscito a fregare tutti.

10 agosto 2014 | 09:58