sabato 9 agosto 2014

Senato, i costi della rottamazione

Libero


mpa.it
Che figata rottamare i politici. Ma la rottamazione ha un costo. Depennare 320 senatori non significa che quelli, puff, evaporano. Aver rivestito una carica parlamentare dà diritto a dei privilegi anche dopo la cessazione del mandato. C’è il vitalizio. E c’è la liquidazione. Il senatore come il diamante: è per sempre. Nel senso che costa al cittadino anche quando smette di trafficare con emendamenti e interpellanze. Però va detto: rispetto al passato la situazione è meno imbarazzante. Gli scandali della Casta hanno portato le istituzioni a rivedere il sistema previdenziale degli eletti. Che è diventato un po’ più simile a quello dei comuni mortali. Dal gennaio 2012 è stato introdotto il calcolo contributivo. La pensione scatta dai 65 anni di età. Ma per i senatori alla seconda legislatura il vitalizio è anticipato allo scoccare delle 60 primavere.

Vista la complessità del sistema di calcolo, identificare al centesimo l’entità di ciascun assegno è complesso. Si può però far riferimento a una griglia abbastanza realistica: con dieci anni di “militanza” sugli scranni di Palazzo Madama si può aspirare a un assegno mensile di circa 3.500 euro. Se l’anzianità di servizio sale a 20 anni, la pensione lievita fino a 4.500 euro. Per i senatori di lungo e lunghissimo corso - che, va detto, non sono molti - il discorso si fa ancora più interessante: oltre i 30 anni di lavori in Senato garantiscono circa 7.000 euro di vitalizio mensile. Queste le regole. Vediamo cosa potrebbe succedere se il ddl Boschi, che ieri ha incassato il primo sì, abolisse davvero questa Camera Alta e i suoi criteri elettivi mandando a casa tutti gli attuali inquilini di Palazzo Madama.

Chi esulta e chi aspetta - ]I veterani, in totale 93, sono già pronti a passare dall’indennità al vitalizio. A patto che abbiano portato a termine almeno una legislatura. Altri 141 over cinquanta sono molto vicini al traguardo. Specie i politici di lungo corso, gli unici che festeggeranno il sessantesimo compleanno con il primo bonifico della tesoreria del Senato. Gli under 50 dovranno avere un po’ di pazienza.

Premio di consolazione - Ma, nel frattempo, c’è il premio di consolazione. Al termine del mandato per tutti - a prescindere dalla permanenza sugli scranni - è prevista la liquidazione. Che è pari all’80 per cento dell’importo mensile lordo dell’indennità (10.385 euro) moltiplicato per il numero degli anni di mandato effettivo. I soldi vengono presi da un fondo di solidarietà che tuttti i senatori alimentano con una trattenuta mensile del 6,7 per cento. Ma sempre di fondi pubblici si tratta.

Alcuni esempi Prendiamo un senatore con una robusta esperienza parlamentare come il dissidente democratico Vannino Chiti, colui che ha iniziato la guerriglia degli emendamenti che ha fatto venire i capelli bianchi a Renzi. Costui ha all’attivo 4 legislature e se porta a termine anche questa avrà trascorso 17 anni nelle aule parlamentari. Chiti sarà pronto per il vitalizio (circa 4mila euro mensili) e avrà diritto a un assegno di fine mandato superiore ai 140mila euro.  Ma non è lui il più fortunato. Giulio Tremonti, più volte ministro, può vantare anche una lunga carriera parlamentare. Nel 2018 consegnerà il Senato che vollero i padri costituenti alla storia con 200mila euro di liquidazione e una pensione di 5.300 euro circa. Meglio di tutti i due veterani, Pier Ferdinando Casini e Altero Matteoli. Loro sono in Parlamento dal 1983. Sin d’ora possono sperare in una vecchiaia serena con 300mila euro di bonus e un vitalizio da quasi 7mila euro.

di Salvatore Dama

Siria, quei ringraziamenti ai jihadisti da parte delle due ragazze rapite

Giovanni Masini - Sab, 09/08/2014 - 14:52

Greta e Vanessa sono state fotografate a una manifestazione con un cartello che inneggia a Liwa Shuhada. Si tratta di un gruppo ribelle islamista e favorevole alla jihad. Un collaboratore dell'Ispi: "Sono poco più di criminali comuni"


Si aggiunge un altro tassello a complicare la già intricata vicenda del rapimento di Vanessa Marzullo e Greta Ramelli, le due ragazze lombarde sequestrate nei giorni scorsi in Siria in circostanze ancora tutte da chiarire.

mpa.itRilanciata  dalla rivista di geopolitica SpondaSud News, circola in queste ore sulla rete una foto che ritrae le due giovani a una manifestazione con un cartello che inneggia al gruppo ribelle islamista - e favorevole alla Jihad - Liwa Shuhada. Sempre secondo SpondaSud, Liwa Shuhada sarebbe considerata dagli esperti di terrorismo internazionale "una sigla vicina al fronte al Nusra, braccio di Al Qaeda in Siria". Questo gruppo, spiega il giornalista esperto di Medio Oriente e collaboratore dell'Ispi Antonio Picasso, "è un gruppo jihadista transnazionale che comprende siriani, turchi e iracheni, ma anche guerriglieri ceceni.

Sono poco più di criminali comuni, che credono che basti gridare Allah è grande per definirsi jihadisti". Nel cartellone della foto, esposto nel corso di una manifestazione contro Assad che risale probabilmente ai mesi scorsi, si può leggere: "Agli eroi di Liwa Shuhada grazie per l'ospitalità e se Dio vuole vediamo la città di Idlib libera quando torniamo". Non è chiaro se le due ragazze fossero pienamente consapevoli del messaggio che portavano in mano, nè quale sia il loro livello di conoscenza dell'arabo o quale fosse al momento in cui la foto è stata scattata.

Abbiamo provato a contattare Roberto Andervill, membro dell'associazione di assistenza sanitaria Horryaty con cui Vanessa e Greta avevano iniziato ad interessarsi alle questione siriana, ma non c'è stato modo di reperirlo. Quello che è certo che la sigla di Liwa Shuhada è solo una della miriade di nomi e gruppi che compongono la galassia della guerra civile siriana. Secondo la Jamestown Foundation, questo nome, traducibile grossomodo come "Unione dei battaglioni dei martiri di Badr", sarebbe legato alla controversa figura di Khalid Hayani, leader e comandante militare del gruppo, strenuo oppositore di Isis ma anche definito un "macellaio" da attivisti civili stanziati ad Aleppo, indignati per presunti abusi contro la popolazione civile della città.

Sarebbe importante capire quali fossero i rapporti, se mai ce ne sono stati, di Vanessa e Greta con Liwa Shuhada, per provare a comprendere le trame che stanno dietro al rapimento. Trame qunto mai intricate, i cui fili si perdono nella matassa inestricabile del conflitto siriano.



Ragazze sequestrate in Siria, l'assessore di Varese: "Sprovvedute, là per i selfie"
Sergio Rame - Sab, 09/08/2014 - 13:38

Clerici contrario al pagamento del riscatto: "Ci pensino i loro ancor più sprovveduti genitori"

"Ora mi chiedo: per le due sprovvedute (sarò diplomatico) partite per farsi i selfie tra i ribelli siriani è giusto che si mobiliti la diplomazia internazionale?". Aprendo il dibattito su Facebook l'assessore all’Ambiente e alla Protezione civile del Comune di Varese, Stefano Clerici, non nasconde le proprie critiche su Vanessa Marzullo e Greta Ramelli rapite nei giorni scorsi ad Aleppo.



Non che neghi alle ragazze l'intervento della comunità internazionale per riportarle a casa sane e salve ma non accetta il pagamento del riscatto: "Io lo farei eventualmente pagare ai loro ancor più sprovveduti genitori".

Trentadue anni, ex Alleanza nazionale, poi presidente dei giovani del Popolo della libertà, Clerici è noto per aver espresso nei mesi scorsi, sempre sul social network, posizioni in sostegno di Bashar al Assad ("Tieni duro presidente"). Dichiarazioni per le quali sono state chieste le sue dimissioni da parte del Pd cittadino. "Umanamente mi dispiace, per carità, ma con la guerra non si scherza e da bambine è bene che non si giochi alle 'piccole umanitarie', ma con le Barbie", prosegue nel messaggio (postato la notte scorsa) sulle due volontarie rapite vicino ad Aleppo.  

"Perché se parti con l’incosciente presunzione di risolvere un problema e poi, paradossalmente, il problema diventi tu, non può essere la collettività a pagarne il prezzo", continua Clerici che usa la bandiera siriana come foto del profilo Facebook. "Ora speriamo solo che tornino sane e salve a casa - conclude - che imparino la lezione e che tacciano perché l’idea che due ragazzine siano in mano a dei terroristi islamici senza alcuno scrupolo mi fa gelare il sangue nelle vene".

Al duro post Clerici collega un link a un articolo di un blog intitolato Le stronzette di Aleppo. E a chi gli fa notare, nei commenti al messaggio, che le foto di Vanessa e Giulia e i selfie pubblicati nei giorni scorsi sono stati tutti scattati in Italia, l’assessore replica:

"Con il riferimento ai 'selfie con i ribelli' intendevo in realtà sottolineare la superficialità, l’incoscienza e l’evidente spensieratezza adolescenziale del loro 'viaggio per portare la pace nel mondo'". "Imbarcarsi in un’avventura più grande di loro è stato folle, e folle è stato il beneplacito che i genitori hanno dato a due ragazzine appena uscite dal liceo (seppur maggiorenni, per carità) - prosegue - con troppa faciloneria hanno individuato i buoni e i cattivi di questo annoso conflitto e si sono schierate dalla parte dei ribelli, pensando di aiutare dei combattenti per la libertà e finendo per diventare, invece, funzionali al loro folle progetto jihadista. Ora bisogna solo sperare che i terroristi ribelli si accorgano di aver alzato troppo la posta e le rilascino senza torcere loro un capello, perchè non abbiamo certo bisogno di altre due martiri".

Il pc, questo sconosciuto: «stupidario» informatico

La Stampa

MARCO GIACOSA

Domenico Giardini, titolare della Sh Soluzioni, vent’anni nell’assistenza informatica perlopiù a imprese, ha visto cose che noi umani…Ecco dieci storie vere, ma che potrebbe aver inventato un filosofo bizzarro per convincerci che l’uomo e il pc non si capiranno mai.

Un classico
Utente (deciso): «Non si accende, non va!».
Ma il cavo non è collegato.
Varianti: non è accesa la ciabatta; non è collegato il monitor; non funziona la presa elettrica; non c’è corrente in casa; non c’è corrente nel quartiere; non c’è corrente nel mondo.

Sul monitor non si vede niente
Nessuna scritta, niente.
L’Utente è allarmato.
Il Tecnico domanda: «Avete per caso cambiato i colori?»
Sì.
Carattere bianco su sfondo bianco.

Un classico/2
Utente (scocciato): «Scusi, le legge le mail?».
Tecnico: «Sì, perché?»
Utente: «Mezz’ora fa le ho mandato una mail per dirle che la mia mail non funziona, e lei non mi ha ancora risposto!»
Varianti: le ho mandato un fax per dirle che il fax non funziona.

Avessi detto «puntatore»?
«Signora, metta il mouse in alto a destra».
La signora prende il mouse, lo innalza, lo porta in alto e, appunto, a destra.

Ok? Ok
Assistenza telefonica, magari dall’auto, magari dalla tangenziale. In ogni caso, senza monitor.
Tecnico: «Bene, a questo punto dovrebbe esserci il tasto OK in basso a destra».
Utente: «No, non c’è».
Tecnico: «Come non c’è?»
Utente (serio, concentrato): «No, un Ok c’è, ma non è in basso a destra, è in mezzo al centro»

Mi fa un po’ male il collo
Utente: «Mi scusi se ho chiamato, ma…volevo dirle che qui si è girato lo schermo (dato per errore il comando «Ruota la videata di novanta gradi», n.d.a.) e…sono due ore che lavoro con la testa storta e…mi fa un po’ male il collo»
Variante: la collega che invece ha girato il monitor, fissandolo con un legaccio perché non cadesse.

All’inizio era il floppy disk
L’informatico chiede all’Utente: «Mi manda copia del floppy?».
E l’Utente fa una fotocopia e la manda, sì, via fax.

Succhio la testina per pulire gli ugelli
Stampante di quelle che dopo un po’ si seccano, per cui l’unica soluzione è: ogni tanto stampare.
Utente: «Non stampa più. Pensare che io ogni tanto succhio la testina e ricomincia. Mi resta un po’ di inchiostro sulla lingua ma le assicuro funziona. O meglio: fino a ieri funzionava. Adesso non funziona più. Che faccio, succhio ancora la testina, per pulire gli ugelli?»

Il naufragar m’è dolce in mezzo ai fili
Utente: «Non legge il cd»
Tecnico: «È sicura?»
Utente: «Sì, certo, l’ho infilato qualche minuto fa, e niente».
Il Tecnico verifica, in effetti quel computer non s’è accorto del cd.
Dopodiché il Tecnico si avvicina e nota che il cd è stato infilato nella piccola fessura, tra le viti di montaggio del drive, nel pertugio apparentemente inaccessibile.
«Eppure», aggiunge di solito l’Utente, «non ho dovuto sforzare, è entrato al primo colpo».

È diverso
Installazione nuovo computer. Prova. Funziona.
Il giorno successivo l’Utente chiama.
«Non si accende»
Prego?
«Non trovo il tasto per l’accensione»
Signora, le ho fatto vedere ieri sera, le ho detto di tenere anzi premuto per qualche istante.
«Appunto. Quello è il tasto che spegne. Dov’è quello che accende?»

Russia: il governo vuole Samsung, ma i ministri non mollano l’iPhone

La Stampa
anna zafesova

Il 6 agosto doveva essere l’ultimo giorno della Apple al Cremlino, ma la questione è stata rinviata a data da definirsi



mpa.it
Il 6 agosto doveva essere l’ultimo giorno della Apple al Cremlino. Ma la riunione del Consiglio dei ministri che avrebbe vietato ai membri del governo l’utilizzo di iPad e iPhone è stata rinviata a data da definirsi. La questione “non è stata preparata a dovere”, dice una fonte governativa al quotidiano Izvestia, e per capire cosa manca per la delibera basta guardare un reportage dalle riunioni dell’esecutivo: i ministri smanettano i tablet e gli smartphone con la mela. Nonostante già nel marzo scorso il governo avesse intimato il passaggio da Apple a Samsung, “più sicura”, non tutti i ministri e vice-premier hanno abbandonato il loro brand preferito. E, “una volta che viene presa una decisione resa pubblica bisogna anche applicarla”, ha confessato al giornale un ministro che ha preferito restare anonimo.

Nella Russia che replica alle sanzioni occidentali con il divieto di importare prodotti alimentari da Usa e Ue, la Apple non poteva non diventare un bersaglio, anche perché Edward Snowden – che ha appena prorogato per tre anni il suo asilo a Mosca – avverte che i prodotti con la mela sono più vulnerabili allo spionaggio americano. Per Vladimir Putin che non usa il telefonino e diffida di Internet non è un problema, ma per il premier Dmitry Medvedev, patito della Apple che qualche anno fa era andato anche in pellegrinaggio a Cupertino per conoscere Steve Jobs e ricevere dalle sue mani in regalo un iPhone4, sì. Anche molti altri membri dell’esecutivo preferiscono i prodotti della Apple a quelli di Samsung. E la proposta di armare i ministri con lo YotaPhone - il primo smartphone russo su base Android, che si distingue per l’originale soluzione con due schermi, uno normale e uno sul retro a inchiostro elettronico - non incontra molti fan, anche perché la società non ha ancora prodotto un tablet da abbinarci.

Ma mentre lo scontro con l’Occidente si fa sempre più duro, la ricerca di una “autarchia” anche elettronica aumenta. Qualche giorno fa il governo russo ha chiesto a Apple di rivelare i suoi codici sorgente, e da mesi è in corso un braccio di ferro con Facebook e soprattutto Twitter per l’accesso ai dati degli utenti russi. Pavel Durov, il fondatore di Vkontakte, il social network made in Russia, è emigrato due mesi fa sostenendo di essere stato costretto all’esilio dai servizi segreti che gli facevano pressione per aprire i dati degli oppositori russi e ucraini. E mentre da qualche giorno è in vigore la legge che impone la registrazione a tutti i blogger popolari, molti parlamentari propongono non solo il passaggio obbligatorio a Samsung e Yota, ma anche il bando del software americano, da sostituire con prodotti russi. Esponenti dell’Associazione delle banche russe però, di fronte alla prospettiva di abbandonare Excel e Word, hanno già fatto sapere che piuttosto ricorreranno al software della Microsoft taroccato in Cina.

Basta uso anonimo del Wi-Fi pubblico, ora in Russia serve il passaporto

La Stampa

mpa.it
La Russia decreta la fine dell’accesso anonimo a reti Wi-Fi, in luoghi pubblici. Per connettersi a internet in un bar, in un parco o in un ristorante - servizio offerto praticamente ovunque nel Paese - ora sarà necessario registrarsi, in base al passaporto. Lo ha deciso il governo russo, come riportano le agenzie nazionali.

Secondo il decreto firmato dal premier Dmitri Medvedev, l’operatore sarà tenuto a identificare nome e cognome dell’internauta, «confermati da un documento di identità». Le informazioni sugli utenti saranno conservate per almeno sei mesi. Nelle grandi città russe, reti Wi-Fi con accesso libero sono comuni in numerosi luoghi pubblici, compresi metropolitana e autobus. Le autorità non hanno specificato il motivo per cui si è reso necessario tale provvedimento. 

(Agi)

Volontariato internazionale, una galassia di sigle e nomi e troppi sono fuori controllo

La Stampa
flavia amabile

Un’associazione si può costituire anche da soli. Ma solo poche hanno l’idoneità della Farnesina

mpa.it
Non è poi così difficile fare volontariato internazionale. Basta avere un gruppo di persone e costituire un’associazione. Alcune scartoffie, un commercialista in grado di dare i consigli giusti su come non sbagliare i passi da compiere, ma con cifre sostenibili da chiunque si può entrare nel grande mondo degli aiuti umanitari. «In realtà basta anche molto meno, si può essere da soli. Anzi, paradossalmente, è persino preferibile se si deve entrare in modo illegale in un Paese», spiega Gianni Rufini, direttore di Amnesty International. 

Diverso è se si vuole costituire una Ong e ottenere il riconoscimento di idoneità del Ministero degli Affari Esteri per accedere ai finanziamenti e ai progetti della Farnesina. In quel caso bisogna fornire - e soprattutto documentare - la competenza, l’esperienza, la trasparenza dei bilanci, l’indipendenza dell’organizzazione e il rispetto delle procedure internazionali. Ma solo un numero limitato dei nomi operativi nel settore vuole o può ottenere l’idoneità. Tutti gli altri - e sono la maggioranza - lavorano al di fuori dell’ombrello del Mae, fanno da soli, e ne sono anche felici. Quanti sono? Non esistono statistiche, e non sarebbe possibile trattandosi di un settore totalmente al di fuori di ogni controllo.

Si sa che ci sono circa 3mila cooperanti italiani ufficiali impegnati in progetti di aiuto umanitario. Si sa che ci sono circa 200 organizzazioni non governative considerate idonee dal Mae ma tutto il resto è un mare magnum di migliaia di nomi, sigle, che può essere quantificato in parte ricorrendo ai dati della Siscos, un ente senza finalità di lucro che fornisce servizi di assistenza e assicurazione al mondo della cooperazione. Nel 2013 ha assicurato 5816 persone. In percentuale leggermente superiore le donne (sono 2912 vale a dire il 50,7% e 2904 gli uomini, vale a dire il 49,3%) Se si aggiungono anche i 200 volontari in convenzione con il ministero degli Affari esteri si arriva ad una cifra di circa 6mila persone. 

«Ai tempi della guerra nell’ex-Jugoslavia - ricorda Gianni Rufini - ci sono state decine di migliaia di operazioni di sostegno organizzate in modo del tutto improvvisato: qualunque ufficio, fabbrica, scuola, creava un gruppo di sostegno, raccoglieva generi di prima necessità, caricava un furgone e partiva. Si è poi intervenuti creando un Consorzio per coordinare questi gruppi. Oggi il fenomeno è un po’ calato ma esiste ed è del tutto inutile. Non serve fare i camionisti, e comunque è più utile servirsi di camionisti locali. Non serve questo tipo di aiuti che sono irrisori rispetto ai problemi locali e, in alcuni casi, rappresenta anche un insulto insegnare il primo soccorso in Paesi dove esistono medici esperti e perfettamente in grado di operare». 

«Per fare assistenza umanitaria nel mondo - spiega Marco Rotelli, segretario generale di Intersos - sono necessarie competenze, formazione. Esistono protocolli complicati, ci vuole tempo per trasmetterli al personale e per assicurarsi che siano seguiti. Ma questo non vuol dire condannare le piccole organizzazioni fatte in casa, il loro lavoro è importante. E, comunque, nemmeno seguendo tutti i protocolli e essendo un’organizzazione strutturata si è esenti da rischi». 

La verità è che da mesi nessun cooperante italiano è in Siria. «La nostra scelta - osserva Marco Guadagnino dei programmi internazionali di Save The Children - è di servirci solo di operatori locali perché hanno una migliore conoscenza del territorio e perché danno maggiore sostenibilità ed efficacia al progetto. Si tratta di personale che viene formato sul posto». «Chiunque può trovare un contatto locale ed attivare canali propri - spiega Nico Lotta presidente del Vis, Volontariato Internazionale per lo Sviluppo - È un fenomeno molto presente soprattutto tra le associazioni giovanili ed è senz’altro la testimonianza di una società civile che vuole impegnarsi per gli altri. Purtroppo a volte per affrontare alcuni rischi ci vuole tanta professionalità». 

Roberto Andervill e l'associazione che ha mandato Vanessa e Greta in Siria

Libero


mpa.it
"A nome del Progetto Horryaty vorrei dire che non saranno rilasciate dichiarazioni a nessuno. Tutte le informazioni sul Progetto sono su questa pagina. Tutte le altre informazioni, ammesso che ce ne siano, non saranno divulgate. Non saranno tollerati commenti di nessun genere

Questo Progetto continuerà a esistere appena Greta e Vanessa saranno di nuovo con noi. Grazie per il sostegno". E' il messaggio che si trova sulla pagina Facebook del Progetto, scritte da Roberto Andervill, un fabbro di 46 anni che, come scrive Gianni Micalessin su Il Giornale, dichiara di essere aver studiato alla "scuola della vita". Nella foto su facebook indossa una kefiah e scrive frasi del tipo: "Allam, Ferrara, Pacifici e Di Segni. Poker di merde" o ancora "un giorno pagherete tutto merde sioniste".

Peso dell'ideologia - mTutto questo per dire che la presenza di un soggetto simile dento una Onlus "non fa pensare a un'associazione umanitaria, neutrale e indipendente stile Croce Rossa, ma piuttosto a un'organizzazione ideologicamente schierata, quasi militante. Il che non è un delitto ed è assolutamente lecito. Ma cercar di decifrare gli eventi del mondo attraverso il filtro dell'ideologia rischia di regalare pericolose allucinazioni. E questa è la principale responsabilità del cattivo maestro Roberto Andervill". Maestro che adesso al sicuro mentre Greta e Vanessa chissà dove sono finite. Le due ragazze sono partite animate dall'entusiasmo e della passione dei loro vent'anni lui invece avrebbe potuto fermarle. Perché -come osserva Micalessin - in Siria da oltre due anni e mezzo non esiste più alcuna lotta per la libertà. Una terra dove vige solo la spietata legge dei gruppi jihadisti pronti a massacrare chi non la pensa come loro e a rapire chi arriva con l'errata convinzione di poter aiutare".

Albania, addio lauree facili: chiude l’Ateneo del “Trota”

La Stampa
alberto mattioli

Per il diploma il figlio del Senatur avrebbe versato 77mila euro della Lega

mpa.it
Che peccato. Ormai alla laurea taroccata in Albania eravamo affezionati. Era diventata l’immancabile «titolo di studio» di alcuni dei protagonisti delle più deplorevoli carriere politiche italiane, o meglio padane, visto che l’irresistibile tentazione del pezzo di carta comprato a Tirana colpiva soprattutto in casa leghista.

Ieri il Consiglio dei ministri albanese ha deciso di revocare la licenza a ben diciotto «istituti di istruzioni superiore», fra i quali la mitica Kristal University (ovviamente privata) dove il 29 settembre 2010 risultava laureato in Gestione aziendale Renzo Bossi in arte «Trota», figlio di Umberto e all’epoca rampante e votatissimo consigliere regionale lombardo. Invece da oggi la pacchia dei diplomifici pare morta e sepolta almeno quanto la carriera politica del Trota. 

Il vicepremier albanese, Niko Pelshi, ha annunciato anche la sospensione dell’attività e «azioni legali» per altri tredici atenei di dubbia reputazione, mentre il primAttivo ministro, Edi Rama, proclama la «ferma determinazione» del suo governo a lottare contro il traffico di lauree. Peraltro, gli studenti immatricolati lì, promettono da Tirana, «avranno la possibilità di proseguire gli studi in altri istituti». Coraggio ragazzi, c’è sempre una prima volta.

La vicenda delle lauree facili è uno scandalo nello scandalo che ha travolto le carriere del Senatur e dei suo cari. Secondo i magistrati milanesi che scoprirono le loro spese private con soldi pubblici, Renzo Bossi si sarebbe laureato a Tirana pagando 77 mila euro in realtà appartenenti alla Lega e senza mettere mai piede in Albania. Il che non gli impedì una celebre visita al Salone del libro di Torino dove, benché basito per la massiccia presenza di quei curiosi parallelepipedi di carta, citò addirittura Popper davanti ai cronisti più basiti di lui.

E non finisce qui. Anche l’ex senatrice leghista Rosi Mauro finì nei guai per aver comprato con i soldi dei rimborsi elettorali del partito,quindi nostri, la sedicente laurea della sua ex guardia del corpo, Pierangelo Moscagiuro. Anche lui aveva pagato 77 mila euro e anche lui in Albania non c’era mai andato. Unica differenza rispetto al Trota, lui risultava dottore in Sociologia. 

Gli albanesi, peraltro, hanno preso lo scandalo malissimo, quasi più degli italiani. I partiti nazionalisti organizzarono una manifestazione di protesta davanti al ministero dell’Istruzione. E la magistratura indagò Bossi junior, perché per studiare in Albania ovviamente bisogna risiederci e al Trota non risultava concesso (né chiesto) alcun permesso di soggiorno. Insomma, il paradosso perfetto: i leghisti indagati per aver violato le leggi sull’immigrazione. 

Allora meglio Bossi senior che, acciuffata la maturità alle soglie dei trent’anni, per anni fece credere a tutti, moglie compresa, di essersi laureato in Medicina. La laurea fantasma è evidentemente una tradizione di famiglia.

Ebola, lebbra e scabbia: non accusate di razzismo chi denuncia il contagio

Libero


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Un flagello biblico, che ricompare dal nulla e per la prima volta esce dalle pagine e si presenta ai nostri occhi vero e tangibile, anche se non ci si vuole credere. Avere a che fare con i lebbrosi è roba da santi e da figli di Dio, mica da medici e infermieri di Treviso. Eppure lì che la lebbra si è manifestata, nel corpo di un bengalese di 38 anni. E noi che, al massimo, ci aspettavamo che l’unica bengalese letale fosse la celebre tigre.

Poi c’è l’altra malattia. Un virus che porta a una morte atroce, raccapricciante, fatta di emorragie continue e mostruose. Un assassino di massa. Un belva feroce che abbiamo sempre immaginato con raccapriccio, ma tutto sommato tranquilli, perché la sapevamo rintanata nelle foreste dell’Africa, troppo lontana dagli occhi per far stringere il cuore. Invece è sbarcato per la prima volta in Europa - per la precisione in Spagna - un malato di Ebola. Certo, si tratta di un prete, di un europeo, e sono state prese tutte le precauzioni necessarie per evitare conseguenze nefaste.

Già, ma gli altri? Perché il dubbio vero è questo: e se ce ne fossero altri? Ieri il ministero della Salute ha inviato una circolare che allertava le unità sanitarie e non solo affinché adottino «ogni azione utile di vigilanza in riferimento ad arrivi diretti e indiretti» da Paesi quali la Sierra Leone, la Guinea, la Liberia e altri Stati della zona. Ora, siamo davvero in grado di sapere chi arriva da queste zone? Quanti sono, dove e in che condizioni giungono in Italia? La risposta, ovviamente, è no, considerato il modo in cui viene gestita l’immigrazione a casa nostra. Adesso sappiamo con certezza quali sono i rischi.

Ovvio, a scrivere queste cose si viene immediatamente tacciati di razzismo, ci si prendono gli sberleffi dei nobili pensatori progressisti, che ti guardano come se fossi un orango (e, tra l’altro, non c’è niente di male negli oranghi). Però bisogna prendere atto che sul nostro territorio si manifestano casi di malattie scomparse da anni, tra cui la tubercolosi. Parlare di un lebbroso a Treviso sembra fantascienza o una brutta barzelletta. Invece c’è, e chissà che conseguenze avrà. Temiamo per l’Ebola e per altri flagelli. E tutto perché da anni soffriamo di buonismo a oltranza: una malattia senile del comunismo. Letale, per di più.

di Francesco Borgonovo

Cattaneo, senatrice a vita incollata alla poltrona

Gabriele Villa - Sab, 09/08/2014 - 08:36

L'ira dell'accademica Cattaneo che non vuole perdere il seggio: "Progetto pasticciato"


Appiccicata. Meglio ancora, incollatissima. Alla poltrona, naturalmente. Questa, con tutto il rispetto, s'intende, l'impressione che si è avuta ieri ascoltando le considerazioni, in verità vagamente rancorose, che hanno accompagnato la dichiarazione di voto, anzi, di non voto, della senatrice a vita, Elena Cattaneo.


Che, riguardo al provvedimento che segna comunque una svolta nella storia politica del nostro Paese, ha così sentenziato: «Non ho visto il coraggio di volare alto. La verità è che non è questa la riforma costituzionale che serve al Paese».

Cinquantun anni, senatrice a vita (terza donna ad approdare a Palazzo Madama dopo Camilla Ravera e Rita Levi Montalcini) nominata dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano giusto un anno fa, ricercatrice di fama mondiale, impegnata con successo sul fronte delle cellule staminali, la dottoressa Cattaneo, bene inteso, non rischia il posto a Palazzo Madama proprio perché di fresca nomina, ma nei giorni scorsi si era già messa in luce votando no alla modifica del secondo comma dell'articolo 59 della Costituzione che nella nuova versione suonerà così: «Il presidente della Repubblica può nominare 5 senatori cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario.

Tali senatori durano in carica sette anni e non possono essere nuovamente nominati». In quell'occasione la senatrice Cattaneo si era così espressa: «Chiedere a questi colleghi italiani, che partecipano a disegnare l'eccellenza nel mondo, di sedere qui per non lavorare troppo è umiliante. E rivela ancora una volta per me quanto una buona parte della politica voglia effettivamente fare a meno di molte competenze per decidere in autonomia».

Stessa linea, stessa condotta ieri, adottata dalla senatrice. Con rincaro della dose per motivare la sua astensione (equivalente, nel regolamento di Palazzo Madama, ad un no) nel voto finale sulla riforma del Senato. Tre le sue considerazioni non proprio distensive. Ascoltiamole: «La prima riguarda il contesto generale in cui si sono svolti i lavori. Di scarso ascolto e linguaggio inadatto a un momento tanto importante. Si è parlato di allucinazioni e di professoroni con un sentimento di sufficienza verso accademici ed esperti politicamente impegnati. Il linguaggio deriva dal pensiero e gli illustri studiosi di storia politica presenti in quest'aula mi insegnano che l'anti-intellettualismo è un indicatore di crisi culturale e civile per un sistema liberaldemocratico».

«La seconda considerazione è sul metodo utilizzato, troppo condizionato da strategie di governo e da discipline di partito, con cui si sono dettati contenuti, paletti e tempi, decisi fuori da quest'aula. È un metodo sbagliato perché non si può condurre un esperimento che presuppone libera condivisione democratica senza la disponibilità a esaminare davvero e analiticamente i risultati che questo esperimento è destinato a produrre», sottolinea ancora la senatrice a vita indicando nel progetto il terzo punto. «Gli interventi da più parti e i miei colloqui con colleghi dell'emiciclo, mi fanno concludere che si tratta di un progetto tecnicamente pasticciato e frettoloso, attualmente decontestualizzato rispetto ad altre riforme. È un progetto che non è in grado ora di indicare l'esito, l'assetto, l'equilibrio, la visione del nuovo assetto costituzionale che stiamo costruendo». Parola di accademico. Sarà.

Arrestata Silvy Lubamba, svuotava i conti degli amici

La Stampa

Ha fatto uso indebito di carte di credito più volte. L’ex soubrette di Chiambretti approfittava delle sue relazioni con uomini facoltosi per procurarsi in modo fraudolento i bancomat


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Una soubrette televisiva di Milano, Silvy Lubamba, nota anche per aver partecipato a un programma di Piero Chiambretti, è stata arrestata dalla polizia a Roma, a seguito di un’ordinanza per l’esecuzione di un cumulo di pene per il reato, ripetuto, di uso indebito di carte di credito.

Secondo quanto spiegato dalla polizia, la donna approfittava delle sue relazioni con uomini facoltosi per procurarsi in modo fraudolento bancomat e carte di credito dei malcapitati per poi fare cospicui prelevamenti dai loro conti. E in passato era già finita nei guai per questo motivo. 

La showgirl fiorentina, di origine congolese, che risiede a Milano ma si trova spesso in giro per l’Italia, non era reperibile e allora gli agenti del commissariato milanese di Bonola, approfittando di una denuncia per furto di bagagli che aveva appena fatto, l’hanno contattata e con uno stratagemma - il riconoscimento su un album fotografico del presunto ladro - l’hanno convinta a recarsi in un commissariato della Capitale dove è stata bloccata.

La sinistra vuol cancellare i Legionari

Fausto Biloslavo - Gio, 07/08/2014 - 16:24

Schiaffo a D'Annunzio, petizione a Ronchi per cambiare nome al paese e sostituirli coi Partigiani. "No" del sindaco Pd


Gabriele D'Annunzio si starà rivoltando nella tomba. Il Vate viene cancellato dal logo del comune di Pescara, la sua città.
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E nel Nord Est un comitato di sinistra raccoglie firme per trasformare «Ronchi dei Legionari» in «Ronchi dei Partigiani». Dalla cittadina di 12mila anime, in provincia di Gorizia, partì la celebre impresa di Fiume del poeta guerriero. Il gruppo nato su Facebook ha incassato l'entusiastico appoggio dell'Associazione nazionale partigiani, ex senatori comunisti, circoli Arci locali e altre anime. Per ora «Ronchi dei partigiani» conta su Facebook solo 706 mi piace, ma il gruppetto nato lo scorso anno ha già messo a segno la cancellazione della cittadinanza onoraria a Benito Mussolini.

Forti del successo, si sono lanciati nella missione di stravolgere la storia sostenendo che per la città è ben più importante la medaglia d'argento per la lotta partigiana conferita nel 1993. E per ottenere il cambio raccolgono firme per arrivare al referendum. Ronchi si chiama dei Legionari perché l'11 settembre del 1919, prima dell'avvento al potere del fascismo, D'Annunzio arrivò in città iniziando l'impresa di Fiume. Circa 2600 Granatieri di Sardegna avevano ricevuto l'ordine di ritirarsi dal capoluogo del Quarnaro nonostante le suppliche della popolazione e le manifestazioni di italianità.

I soldati furono acquartieriati a Ronchi, ma un gruppo di ufficiali scrisse un accorato appello a D'Annunzio: «Noi abbiamo giurato sulla memoria di tutti i morti per l'unità d'Italia: Fiume o morte! L'Italia non è compiuta. In un ultimo sforzo la compiremo». Il Vate ruppe gli indugi e febbricitante raggiunse Ronchi per guidare i Granatieri ribelli. Altri volontari e reparti di bersaglieri che dovevano fermare gli ammutinati ribattezzati «legionari» si unirono alla colonna del Vate che il 12 settembre 1919 entrò a Fiume e proclamò l'annessione al Regno d'Italia. Ronchi, grazie ad un Regio decreto del 1925, divenne «dei Legionari» per ricordare la storica impresa. «Dopo aver ottenuto la revoca della cittadinanza onoraria a Mussolini – ha sottolineato sulla stampa locale Luca Meneghesso - adesso è il momento di mettere seriamente in discussione la denominazione dei Legionari.

Si tratta di una battaglia per la dignità e per l'antifascismo che ha raccolto diverse adesioni di personalità del mondo della cultura e dello spettacolo». Fra questi Alesandra Kersevan, che considera le foibe una specie di comprensibile vendetta contro i fascisti e il discusso scrittore della minoranza slovena Boris Pahor. Il 25 luglio l'ex senatore comunista, Silvano Bacicchi, presentando un suo libro a Ronchi, ha caldeggiato l'iniziativa di cancellare il ricordo dei legionari di D'Annunzio. I promotori ricordano che su 175 caduti del luogo, durante la Seconda guerra mondiale, ben 147 erano partigiani.
In tutta risposta è sorto il «Comitato per Ronchi dei Legionari» che difende il nome storico.

La pagina Facebook ha già 4.723 fan e gli organizzatori sfidano i rivali raccogliendo firme contro Ronchi dei Partigiani. Il sindaco del Pd, Roberto Fontanot, ha preso le distanze dai revisionisti di sinistra sostenendo di essere contrario al nome «dei Partigiani» perché «è un tirare per la giacchetta la storia». Il primo cittadino ricorda che molti dei Legionari hanno poi «abbracciato il movimento antifascista». E pure fra i morti delle Fosse Ardeatine c'erano due volontari dell'impresa di Fiume di D'Annunzio. La Lega nazionale di Trieste, che dai tempi dell'irredentismo difende l'italianità, ha bollato, «senza se e senza ma» l'idea del cambio del nome «come una proposta grottescamente antistorica, degna dell'Enciclopedia Sovietica».
www.gliocchidellaguerra.it

La tv della Ue, non la vedi ma la la paghi

Paolo Bracalini


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Mai visto Euronews? Probabile. La tv satellitare con sede a Lione, 550 dipendenti di cui 300 giornalisti, fa da servizio pubblico per la Ue, programmi babelici in 13 lingue (dall’inglese al turco, dal tedesco all’ungherese al portoghese eccetera), ma share da codice di avviamento postale. In compenso riceve dai 4 ai 5 milioni di euro dall’Unione Europea, per tre versioni linguistiche interamente sovvenzionate da Bruxelles: quella greca, quella ungherese e quella araba.

Inoltre la Commissione europea, che rappresenta più del 35% del fatturato della tv, e paga ogni anno 2,8 milioni di euro per le spese dell’ufficio di corrispondenza di Euronews a Bruxelles. I contribuenti italiani la finanziano non solo come Ue, ma anche attraverso la Rai, uno degli azionisti di Euronews, anzi il secondo per importanza (22% circa). Primo fra tutti gli azionisti è France Television, con il 24% del capitale, quindi Viale Mazzini con una quota finora di 800mila euro, per un uso praticamente nullo, visto che Euronews va in onda neppure un quarto d’ora alle 6 del mattino su Raitre.

La direzione generale Rai, in linea con la spending review avviata dal dg Gubitosi, punta a risparmiare anche su questo campo, portando a zero il contributo finanziario della Rai a Euronews entro i prossimi anni. Nel frattempo l’Italia ha regalato a Euronews il suo presidente, che dal 2011 è Paolo Garimberti, ex presidente della Rai. Il quale, dicono da Lyon, non è che si faccia vedere spessissimo. Un’apparazione ogni due-tre mesi, per 48 ore massimo, per un “congruo compenso” (si dice di 70mila euro l’anno) e carta di credito aziendale.

Tutto il resto è noia, come i noiosissimi programmi sulle istituzioni europee, di fatto marchette ai vari commissari Ue e superburocrati. Marchette ben ripagate, visto che dalla Ue arrivano 26 milioni di euro, pari al 35% del fatturato di Euronews. La raccolta pubblicitaria è in calo, dai 21,5 milioni di euro del 2011 ai 17 del 2013, pochi clienti importanti e molti imbarazzanti, specie quelli istituzionali, come il governo venezuelano, quello del Congo che negli spot su Euronews vanta la e bellezze del turismo nella regione fluviale di Ogoouè infestata dalle zanzare malariche, o la famosisima fiera internazionale del dattero a Dubai. Per un audience satellitare in Italia praticamente inesistente, e un bilancio del 2014 che si prevede in perdita. Euronews, non la vedi, però la paghi.