mercoledì 6 agosto 2014

Hacker russi rubano oltre un miliardo di password in Usa

La Stampa

E’ il più importante furto di dati della storia, secondo il New York Times

500x447
Hacker russi hanno rubato 1,2 miliardi di nomi utenti e password di compagnie americane e internazionali, in quello che è considerato dagli esperti il più importante furto di dati della storia. A rivelarlo è il New York Times , secondo cui i pirati informatici hanno agito dalla Russia meridionale, tra Kazakhstan e Mongolia.

Gli hacker avrebbero ora accesso a 500 milioni di account email. «Non hanno preso di mira solo aziende americane, ma ogni sito che sono riusciti a raggiungere, dalle imprese della Fortune 500 (le maggiori americane, ndr), ai siti web più piccoli», ha sottolineato il fondatore dell’azienda di sicurezza informatica Hold security, Alex Holden.

Secondo Holden, gli hacker di CyberVor hanno raccolto le credenziali degli utenti da circa 420mila siti Internet. Si tratterebbe di un gruppo di una decina di ventenni che per il furto di dati avrebbe utilizzato server russi. Nella gang «c’è una divisione dei compiti», ha raccontato Holden, «alcuni scrivono programmi, altri rubano i dati». 

«Dal momento in cui le informazioni sono sul web si può essere vulnerabili», ha spiegato ancora l’esperto, «i dati non devono necessariamente essere rubati direttamente, ma possono essere sottratti (dagli hacker) a un fornitore del quale ci si fida, ai propri impiegati, agli amici e alla famiglia». 

(Agi)

SmartCitizen, così i cittadini diventano cacciatori di dati

La Stampa
luca indemini

Fondato a Barcellona nel 2011, il progetto sta crescendo anche grazie alle community di Amsterdam e Manchester: ognuno può dare il suo contributo alla creazione di una città più intelligente e attenta ai problemi di tutti

500x447
Mentre mi accingo a scrivere, a Polverara, in provincia di Padova, la temperatura è di 20,7 gradi centigradi, la presenza di monossido di carbonio è pari a 310,7 e l’inquinamento acustico è di 55 db. Lo riportano i dati raccolti dal cittadino / sensore “UMMgl”. Nello stesso momento “Hackett”, a Manchester, registra 23 gradi, 188,9 CO e 62,95 decibel.
Dati disponibili in tempo reale, monitorabili con un semplice movimento del mouse sulla piattaforma SmartCitizen , progetto collettivo di rilevamento dati sull’ambiente circostante attraverso la partecipazione attiva dei cittadini e l’impiego di tecnologie open source, sviluppato nel 2011 dal FabLab di Barcellona, situato nell’Istituto di Architettura Avanzata della Catalogna .

Il progetto si basa su geolocalizzazione, Internet e hardware e software liberi per la raccolta e la condivisione dei dati e si sviluppa all’interno di un ecosistema composto dallo Smart Citizen Kit (SCK) , la scatoletta per rilevare i dati; RESTful api , che consente di ottenere le informazioni dai dispositivi e di analizzarle; un’app mobile e la web community . Connettendo dati, persone e conoscenze, l’obiettivo della piattaforma è quello di fungere da nodo per la costruzione di indicatori “open” e di strumenti distribuiti, per far sì che il processo di costruzione delle Smart Cities sia condiviso, partecipato e passi attraverso il ruolo centrale degli “smart citizen”, che danno il nome al progetto. SmartCitizen è stato fondato da Tomas Diez e sviluppato inizialmente a Barcellona, dove è nata la prima community, seguita da quella di Amsterdam e dalla più recente di Manchester, creata da FutureEverything , in collaborazione con Intel. 

In Italia il fenomeno sta penetrando grazie all’adesione di singoli cittadini, che scelgono di diventare “sensori” e condividere in rete i dati raccolti, ma è ancora piuttosto frammentato: si tratta di una decina di utenti, distribuiti tra Liguria, Lombardia e Veneto. A Milano uno dei primi Smart Citizen Kit è stato montato dal FabLab WeMake : “Conosciamo Tomas del FabLab di Barcellona e quando ha avviato il progetto ci ha omaggiato di un kit per coinvolgerci nel progetto”, racconta Costantino Bongiorno, co-founder del Makerspace milanese. Il dispositivo, basato su Arduino , il primo hardware open source sviluppato a Ivrea da Massimo Banzi, permette di rilevare il monossido di carbonio (CO), l’ossido di azoto (NO2), la temperature, l’umidità, la luminosità e il rumore. “Il fatto che oltre ai dati meteorologici permetta di rilevare anche la presenza di inquinanti mi sembra molto importante – sottolinea Costantino –. Nell’ottica ‘Smart City’, avere dei sistemi di monitoraggio diffusi, da affiancare a quelli ufficiali e istituzionali, è un’importante garanzia di trasparenza.

Al momento il set di dati è ancora limitato, ma il progetto è in fasi di evoluzione. Tutto sommato funziona bene, è un pezzo di Internet of Things facile da utilizzare, la prossima sfida sarà renderlo davvero alla portata di tutti, semplificando al massimo la configurazione dello strumento”.
Sulle difficoltà di installazione punta il dito Gianluca Nardin, l’utente di UMMgl di Polverara: “Nel giugno scorso stavo cercando uno strumento per misurare la qualità dell’aria nella zona in cui vivo, facendo un po’ di ricerca in rete ho incrociato il progetto Smart Citizen che stava cercando di raccogliere fondi su Kickstater , ho sostenuto l’iniziativa e ho ordinato il kit, con incluso il pannello fotovoltaico per l’alimentazione”. Il kit arriva in ritardo rispetto ai tempi previsti e in fase di installazione iniziano i primi problemi:

“Pur dotato di un background tecnico, sono responsabile IT in un’azienda in Provincia di Padova, ho faticato parecchio nella fase di set up, un neofita non credo riuscirebbe a installarlo autonomamente – sottolinea Gialuca –. Inoltre l’ho trovato molto più acerbo rispetto a quanto mi aspettavo e per i consumi elevati del dispositivo il pannello fotovoltaico non fornisce energia sufficiente. L’idea mi sembra interessante, ma ci sono ancora troppe lacune; forse era un prodotto ancora troppo acerbo per essere immesso sul mercato”.

“Difetti di gioventù”, li definisce Costantino Bongiorno di WeMake: “Ma il modello è interessante e si stanno apportando modifiche anche grazie all’apporto delle community stanno nascendo”.
L’ultima, si diceva, a Manchester, dove lo scorso aprile FutureEverything ha lanciato un bando per sviluppatori, hacker e attivisti ambientali per entrare a far parte del primo network britannico del progetto Smart Citizen. Sono stati messi a disposizione 25 kit di rilevamento, a cui si sono aggiunti 5 “Super sensori” grazie all’apporto di Intel, per far crescere una nuova “Open Data community”, formata da cittadini, che raccolgono e condividono dati sull’ambiente che li circonda.

FuturEverything affianca gli utenti nell’utilizzo dei dati raccolti attraverso workshop e momenti di formazione condivisa. Inoltre il ruolo della community sarà anche quello di aiutare l’evoluzione, sempre dal basso, del progetto, proponendo miglioramenti e nuove idee, sviluppando strumenti più evoluti e app dedicate. “Alla base del progetto che abbiamo avviato a Manchester c’è la nostra convinzione che ognuno è in grado di plasmare il destino della propria città – sottolinea Drew Hemment, CEO e founder di FuturEverything –. Smart Citizen è una piattaforma che può cambiare per sempre il rapporto tra le persone e le loro città”.

In attesa che in Italia nasca una vera community, che desidera conoscere i livelli di inquinamento della propria casa o del proprio quartiere, può ordinare un SCK, che trasformerà un semplice cittadino in un collettore di dati. Intanto a Polverara la temperatura è salita a 22,6°, il monossido di carbonio a 333,9 e l’inquinamento acustico è di 57 decibel.

Arriva una nuova tecnologia per spiare le abitudini di chi naviga sul web

La Stampa
carlo lavalle

Dopo i cookie, è la volta del “canvas fingerprinting”: più insidioso perché non riconoscibile, è usato anche dal sito della Casa Bianca e da YouPorn. Ecco come fare per neutralizzarlo

500x447
Nuove tecnologie di tracciamento dell’utente vengono usate di nascosto e senza il consenso degli interessati su migliaia di siti online. La scoperta è di alcuni ricercatori della Princeton University e della KU Leuven University in Belgio. 
Dopo i cookie, piccoli file di testo, inviati al browser, impiegati per spiare e monitorare la navigazione web ma soggetti a regolamentazione in vari paesi, compresa l’Italia, i siti hanno introdotto altri meccanismi, più difficilmente rilevabili e contrastabili, per profilare un utente e registrare movimenti e abitudini su Internet. 

Per il marketing pubblicitario è importante conoscere quali pagine visita chi naviga su internet in modo da avere indicazioni su quello che potrebbe acquistare. I cookie servono a questo. Anche Google li utilizza per mostrare annunci mirati ma prima deve avvisare l’utenza e chiedere esplicitamente il consenso sui dati raccolti come stabilito dal Garante per la Privacy con un provvedimento del 21 luglio che parimenti richiama altri sistemi di fingerprint .Dai cookie ci si può difendere bloccandoli e cancellandoli, attivando funzionalità del browser come DonotTrack ed estensioni quali Ghostery. Ma ci sono altri metodi di tracking più persistenti, meno facili da rimuovere, che consentono di aggirare norme e controlli, con conseguenti rischi sulla privacy.

Uno di questi è il “canvas fingerprinting” che sfrutta immagini o linee di testo elaborate di nascosto da un terminale quando si visita una pagina web per creare una sorta di impronta digitale con cui identificare in modo univoco l’utente e i suoi movimenti online. La tecnica, individuata già nel 2012, viene descritta nella ricerca The Web never forgets che documenta per la prima volta la sua diffusione. Sono oltre 5000, su 100.000 analizzati, i siti web in cui è stata rintracciata. Un numero pari al 5,5% di quelli sottoposti ad indagine, la cui lista è adesso disponibile su Internet.

Secondo quanto riscontrato dagli autori dello studio, il principale veicolo di contagio è rappresentato dai servizi offerti da AddThis, una delle principali piattaforme di social bookmarking e di condivisione di contenuti esistenti al mondo. Gli stessi responsabili della società statunitense hanno ammesso di aver testato la tecnologia “canvas fingerprinting”, come alternativa ai cookie, su una piccola parte dei 13 milioni di siti che integrano i suoi prodotti. Rich Harris, amministratore delegato di AddThis, ha dichiarato in un’intervista di aver valutato i possibili risvolti in termini di privacy senza riscontrare violazioni di legge. 

In ogni caso, la tecnologia resta attiva in moltissimi siti, dal portale della Casa Bianca a YouPorn, i cui gestori hanno, tuttavia, negato ogni responsabilità, riferendo a ProPublica di aver provveduto ad eliminarla. Ma cosa può fare il singolo utente per neutralizzarla? Nonostante le difficoltà qualche rimedio c’è. Per i ricercatori belgi e americani , Tor è l’unico browser che, allo stato, impedisce il funzionamento di “canvas fingerprinting” (garantisce più sicurezza con la navigazione anonima ma ne risentono prestazioni e disponibilità di contenuti) mentre Electronic Frontier Foundation, oltre al test sulla tracciabilità del browser, consiglia di installare la sua estensione Privacy Badger per bloccare il tracking di AddThis, oppure Disconnect e NoScript. Soluzioni, queste ultime, suggerite anche da Mashable e ProPublica che, in più, propone l’estensione AddBlockPlus con il filtro EasyPrivacy e Chameleon solo per i più esperti.

Una mail ti avverte quando il cibo costa di meno

La Stampa
emanuela minucci

Prezzi scontati prima dell’ora di chiusura

500x447
«Tu spendi meno, io incasso qualcosa, e non sprechiamo il cibo!». È questo lo slogan che a partire da settembre campeggerà sulle vetrine di centinaia di alimentari torinesi. «Per il momento hanno aderito in 50, ma si tratta di una fase sperimentale - spiega la presidente dell’Ascom, l’associazione dei commercianti torinesi Maria Luisa Coppa- perché a fine agosto si partirà con una rete il più capillare possibile».

Svendita di fine giornata
Il sito su cui si intrecceranno esigenze dei commercianti (che magari non buttano più via il pane, la frutta o il latte a fine giornata) e quelli della gente che ha sempre maggior bisogno di risparmiare si chiama www.lastminutesottocasa.it. Per registrarsi bastano pochi minuti, e poi, in base alle richieste che l’iscritto fa (zona di residenza, categoria di alimentari prescelti, dalle gelaterie al pescivendolo, con un raggio d’azione di ricerca su base chilometrica). Dopo aver effettuato il login il cliente verrà raggiunto da una mail ogni qualvolta ci sarà un prodotto di suo interesse che a fine pomeriggio resterà sugli scaffali e quindi verrà messo in vendita a prezzo di stock: «Si potrà avere, faccio degli esempi, la focaccia di Recco a 0,50 anziché un euro il trancio, il latte a metà prezzo, il gelato, il branzino o la fettina di carne a prezzi che più giù non si può» spiega Coppa.

Nessuno spreco
Secondo l’Ascom, che fa da apripista in Italia a un servizio che aspira a coprire tutti i quartieri della città, (e la cui filosofia - che rimbalza anche sulle locandine - è «il cibo non si butta!»), pur non cancellando l’aspetto positivo degli avanzi, vale a dire diventare un pacco che va in beneficenza: «Buona parte dei commercianti del “food” che ci hanno contattato mettendo il loro negozio a disposizione del sito continueranno a riservare l’invenduto finale ai poveri e ai bisognosi, senza contare il fatto che ora la fascia grigia di coloro che non possono più permettersi anche solo un pasto decente, si è allargata al ceto medio, quello che continua con fatica, a fare la spesa» conclude la presidente Coppa.

Il video per capire
Sul sito di« Lasc» (Last minute sotto casa) c’è un video di due minuti che spiega come si utilizza il meccanismo ideato da due esperti di informatica torinesi, Massimo Ivul e Franco Ardito, ma la promessa è che a settembre il servizio entrerà davvero a regime, perché al momento ci sono molti negozi chiusi e non ancora «assoldati» dall’Ascom.

twitter@emanuelaminucci

Protagonisti e comparse. Ecco il dizionario del mistero Pantani

Pier Augusto Stagi - Mer, 06/08/2014 - 08:00

Chi poteva volere morto il campione? L'inchiesta della Procura di Rimini parte da nomi e ruoli dei personaggi dell'affaire


500x447
«Pantani è stato ucciso». Questo è il titolo del «romanzo noir» di questa estate italiana poco assolata e calda. A gridarlo da anni mamma Tonina. A raccogliere il suo grido di dolore e le prove per presentare un fascicolo presso la Procura di Rimini che ha competenza sull'accaduto è l'avvocato De Rensis. La richiesta: riaprire il caso sulla base dei molti fatti nuovi contenuti nelle pagine (120) dell'istanza. Un romanzo che ha una storia buia, molti protagonisti e qualche comparsa. Ecco un dizionario per orientarsi, mentre la Procura rinvia a settembre la decisione su chi assegnare la delega a indagare, carabinieri o polizia.

A come avvocato
Antonio De Rensis è l'avvocato della famiglia Pantani, che in nove mesi di lavoro ha raccolto una serie impressionante di contraddizioni e anomalie. È a lui che si deve l'esposto per la riapertura del caso.

D come dubbi
Il lavoro del professor Avato si discosta di molto dalle conclusioni prospettate all'epoca dal collega Giuseppe Fortuni, che aveva eseguito l'autopsia su incarico della Procura. Quali sono i rilievi di Avato? Molti. A partire dall'ora della morte: posizionata tra le 10.45 e le 11.45. La quantità di droga trovata su Pantani equivarrebbe a diverse decine di grammi, tale da essere paragonabile ai pacchetti ingeriti dai corrieri per eludere i controlli. Impossibile per qualunque persona mangiare o inalare una dose simile.

L'unico modo per farlo è diluirla nell'acqua e farla bere a forza (la bottiglia trovata nella stanza, non viene nemmeno analizzata). Le numerose ferite sul corpo di Pantani sono compatibili con opera di terzi, con evidenti segni di trascinamento del cadavere. Il corpo di Pantani è poggiato sul fianco sinistro ma per Avato è il polmone destro a pesare 200 grammi di più: quindi, il corpo di Marco è stato spostato dalla posizione originaria della morte. E poi c'è la stanza, con il suo «disordine ordinato». L'ipotesi è fin troppo chiara: far passare Pantani in preda al delirio per celare altro. Nessuna impronta fu presa e non sarà più possibile farlo neppure 10 anni dopo.

E come esperto
Francesco Maria Avato è il perito di parte, il medico-legale (lo stesso che ha contribuito a far riaprire dopo 23 anni il caso Bergamini, il calciatore «suicidato») che ha fornito un contributo fondamentale per completare e avvalorare l'esposto preparato da De Rensis.

I come imputati
Dieci anni fa l'indagine sulla morte di Pantani viene svolta dal sostituto procuratore romagnolo Paolo Gengarelli, con la Squadra mobile di Rimini e la Polizia di Napoli. Tre mesi dopo la morte del Pirata, il 14 maggio 2004 vengono arrestati Fabio Miradossa (il fornitore napoletano di cocaina del romagnolo già dal dicembre 2003), Elena Korovina (la cubista russa che ebbe una relazione con il corridore), Fabio Carlino (leccese, titolare di un'agenzia di immagine) e Ciro Veneruso (il corriere napoletano che portò la dose letale a Pantani).

Viene rinviato a giudizio anche il barista peruviano Alfonso Ramirez Cueva. Il processo di primo grado inizia il 12 aprile 2005 davanti al Gup di Rimini. Vengono in seguito accettati i patteggiamenti di Miradossa (4 anni e 10 mesi) e di Veneruso (3 anni e 10 mesi) e Cueva (1 anno e 11 mesi). Gli altri accettano di affrontare il dibattimento. La russa viene assolta. Fabio Carlino viene condannato in primo grado e in appello, ma poi prosciolto in Cassazione.

M come manager
Manuela Ronchi è la manager del campione romagnolo. La sua è una figura non marginale in tutta questa vicenda, anche perché è una delle ultime a vedere Marco vivo. Doveva andare a sciare con suo marito, per questo Marco passa il 26 gennaio da Cesenatico per prendere tre giacconi che porta su a Milano. Il 31 gennaio Marco ha una lite con la manager davanti agli occhi di mamma Tonina e papà Paolo, chiamati per l'occasione dalla Ronchi. Il 9 febbrario Marco decide di andare a Rimini. La Ronchi gli fa recapitare una «sportina» di effetti personali (non ha valige) ad un hotel in piazza della Repubblica. Marco qualche giorno dopo parte per Rimini. Uno dei grandi misteri di questa vicenda è: come ci sono arrivati i tre giubbotti al residence Le Rose?

P come procuratore
Paolo Giovagnoli è il procuratore capo di Rimini al quale è stato consegnato il fascicolo, il quale a sua volta l'ha assegnato ad Elisa Milocco, giovane sostituto procuratore, arrivato a Rimini da pochi mesi. Toccherà a lei far sul luce su quella sera del 14 febbraio 2004.

La nostra vita da elettrosensibili

La Stampa
Marco puelli

500x447
In fuga dalla tecnologia e costretti al ritiro sociale. Sono quasi due milioni gli italiani affetti da quella che l’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce ipersensibilità ai campi elettromagnetici. Una patologia che colpisce il 3% della popolazione mondiale, di cui il 10% diventa gravemente disabile. Gli elettrosensibili attribuiscono il loro malessere alle onde elettromagnetiche a bassa frequenza, emesse dagli elettrodotti, e ad alta frequenza, emesse da stazioni radio base, antenne della telefonia mobile, sistemi wi-fi e cellulari.

Oggetti che sono entrati nella nostra vita quotidiana, ma che per gli elettrosensibili si trasformano in un nemico da evitare ad ogni costo. «Noi – afferma Paolo Orio, vicepresidente dell’Associazione Italiana Elettrosensibili – come tutti, eravamo entusiasti delle possibilità offerte dallo sviluppo tecnologico. Ma tutto cambia radicalmente, quando ti accorgi che la fonte del tuo problema viene proprio da quella tecnologia che dovrebbe essere al tuo servizio e che, invece, ti rema contro».

Paolo, 50enne veterinario a Gallarate, è elettrosensibile da 15 anni: «Nel 1999, dopo tre anni di uso prolungato del cellulare, ho iniziato ad avvertire sintomi che non avevo mai provato in vita mia. Ogni volta che portavo il cellulare all’orecchio si manifestavano immediatamente disturbi come cefalea, emicranie, acufeni, vertigini, nausea, tachicardia, arrossamenti cutanei e perdita dell’equilibrio. Quando allontanavo il cellulare, i disturbi gradualmente diminuivano, fino a scomparire. Ho smesso di usare il cellulare, ma questo non è bastato, perché avvertivo le frequenze dei telefoni delle altre persone, dei sistemi wi-fi e degli elettrodotti».

Anche Sergio Crippa, 58enne designer milanese, si è ammalato dopo una prolungata esposizione ai campi elettromagnetici: «Circa 10 anni fa, ho abitato in una casa-studio in via Palmanova. Un posto che faceva corpo con una cabina elettrica condominiale, che disegnava due delle pareti del mio locale. Dopo tre anni, cominciai ad avvertire sudori freddi e nausee. Da molto tempo utilizzavo il telefonino, ma, quando parlavo al cellulare nello studio, avevo conati di vomito, un sapore metallico in bocca, pupille dilatate, sensazione di svenimento.

La situazione peggiorava di settimana in settimana. A volte avevo delle crisi simili ad attacchi di panico: sentivo crescere poco a poco dentro di me un senso di malessere mentale e fisico. La cosa più fastidiosa erano i problemi alle gambe: era come se il mio corpo si dividesse in due, camminavo ma non sentivo le gambe. Alla fine, ho dovuto lasciare lo studio e trasferirmi. Ora sto meglio, ma, se mi avvicino a qualche sorgente, i disturbi ritornano».

La vita di un elettrosensibile viene completamente stravolta dalla malattia. «Una persona elettrosensibile – racconta Paolo – non può più andare al cinema, a teatro, al ristorante, e in tutti quei luoghi dove siano presenti campi elettromagnetici. Ho dovuto schermare la mia auto con un materiale speciale, per ridurre l’impatto delle onde emesse dalle centraline elettriche. In casa ho tolto il wi-fi e la corrente dietro il letto. Ci sono casi di elettrosensibili costretti a vivere su una barca, o nelle foreste, lontano dai loro affetti, e ci sono elettrosensibili che sono venuti a mancare suicidandosi».

L’Oms non ha riconosciuto il nesso di causalità con l’esposizione ai campi elettromagnetici e la medicina è impotente. «La nostra malattia – continua Paolo – non è inserita nei codici ICD (International Classification of Diseases), quindi le strutture mediche non hanno gli strumenti per fornire una prognosi, una diagnosi e una terapia, e ci confinano nella psicopatologia. Troppo spesso siamo costretti a lasciare il nostro impiego, perché il medico del lavoro non può rilasciarci un certificato per ottenere un cambio di mansione, come invece accade in Svezia, dove l’elettrosensibilità è riconosciuta come disabilità e dove il datore di lavoro è obbligato ad affidare al lavoratore elettrosensibile mansioni adeguate alla sua condizione.

Purtroppo la nostra patologia è irreversibile. L’unico modo per stare meglio è evitare le sorgenti. Tuttavia a Milano, come in molte altre città, si contano più di 1600 impianti. Dove un elettrosensibile può trovare pace?».

Datagate, non solo Snowden: per gli Usa c'è una nuova talpa

Il Messaggero

500x447
Datagate, non solo Edward Snowden. I sospetti c'erano da tempo, ma adesso sembra certo: c'è un'altra "talpa" in grado di diffondere documenti top secret che riguardano la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e che è responsabile di una nuova massiccia fuga di notizie. Ad affermarlo sono fonti dell'amministrazione Obama alla Cnn.

Secondo tali fonti il governo federale è giunto a tale conclusione sulla base di prove certe, dopo le nuove storie pubblicate su Intercept, il magazine online del giornalista Glenn Greenwald, quello che lanciò per primo le rivelazioni di Snowden. Ebbene, sembra proprio che le nuove informazioni rivelate da Intercept (documenti segreti del National Counterterrorism Center datati agosto 2013) non provengano dall'ex contractor della Nsa rifugiatosi in Russia.

In particolare le nuove rivelazioni di Greeenwald riguardano la crescita esponenziale durante l'amministrazione Obama del database della Nsa che raccoglie i nomi delle persone sospettate di terrorismo. Il Terrorist Identities Datamart Environment (TIDE), in pratica, sarebbe cresciuto a dismisura in seguito ad alcuni gravi rischi per la sicurezza nazionale, come il fallito attentato di Natale del 2009, quello dell'attentatore a bordo di un aereo con le cosiddette 'mutande-bombà.
Nel 2012 nel TIDE c'erano 875 mila nomi, contro i circa 500 mila del 2009.

In un'altra lista, il Terrorist Screening Database, secondo Intercept ci sarebbero invece 680 mila nomi, quasi tutti non americani, di cui almeno il 40% non avrebbe legami col terrorismo. Lo stesso Greenwald di recente aveva parlato dell'esistenza di una seconda 'talpa'.E all'inizio di luglio un settimanale tedesco aveva pubblicato un'analisi del cosiddetto 'codice sorgentè della Nsa che sembrerebbe non provenire da Snowden. Un'analisi che riguarda il programma 'XKeyscorè, quello che rivela le regole che l'agenzia utilizza per decidere chi debba essere sorvegliato.


Martedì 05 Agosto 2014 - 22:49
Ultimo aggiornamento: Mercoledì 06 Agosto - 10:56

Schettino sale in cattedra: insegna a gestire il panico

Nico Di Giuseppe - Mer, 06/08/2014 - 08:46

L'ex comandante della Concordia ha tenuto una lectio magistralis alla facoltà di Medicina de La Sapienza: "Sono stato chiamato perché sono un esperto"


500x447
Ha parlato per quasi due ore. Gli studenti lo ascoltavano in silenzio, quasi increduli. Dopo la ricostruzione del naufragio della Costa Concordia, Francesco Schettino ha preso la parola e, come riporta Qn, ha tenuto una lectio magistralis alla facoltà di Medicina della Sapienza di Roma.

"Sono stato chiamato perché sono un esperto", ha spiegato a Qn Schettino. Che poi ha aggiunto: "Dovevo illustrare la gestione del controllo del panico. O meglio qual è la componente umana in situazioni del genere. D’altronde ho viaggiato in ogni mare del mondo. So come ci si comporta in casi del genere, come bisogna reagire quando ci sono equipaggi di etnie diverse. Come mai durante l’attentato alle Torri Gemelle, c’erano persone che si lanciavano dalle finestre e durante il naufragio della Concordia nessuno fece un gesto del genere?". E alla fine l'ex comandante della Costa Concordia rivela: "Alla fine ho avuto anche un riconoscimento accademico per questa mia presenza".

Argentina, la leader delle Nonne di Plaza de Mayo ritrova il nipote dopo 36 anni

La Stampa
filippo fiorini

Il regime militare del generale Videla lo strappò dalle braccia dei genitori dopo il parto. Il giovane ha chiesto tempo per riflettere sulla decisione di rinunciare al cognome adottivo

500x447
Lo hanno cercato per 36 anni, ma non sono riusciti a trovarlo finché lui non ha deciso di risolvere il dubbio che gli ronzava in testa da sempre, ed è andato a farsi un test del dna per conoscere le sue vere origini: il nipote di Estela De Carlotto, la fondatrice delle Nonne di Plaza de Mayo, è appena stato ritrovato. Il regime militare del generale Jorge Videla, lo strappò dal grembo di sua madre cinque ore dopo il parto, il 26 giugno del ’78, mentre questa era prigioniera politica, e lo diede in adozione clandestina alla famiglia che lo ha cresciuto fino ad oggi e che ora va incontro a pesanti carichi penali.

«È bellissimo, ha i lineamenti dei Carlotto ed è un musicista come suo cugino», ha detto in un’accorata conferenza stampa Estela, circondata dalle altre anziane signore con cui ha portato avanti una ricerca che, per il gruppo, è inziata nel 1977. Per questo, quello di oggi è certamente un fatto storico: da allora le Abuelas de Plaza de Mayo hanno infatti ritrovato 113 dei figli di desaparecidos che i militari distribuivano segretamente a famiglie di loro fiancheggiatori, ma non avevano mai avuto notizie significative del discendente diretto della loro presidente. 

Il nipote che Estela ha sempre chiamato Guido, perché sua figlia Laura le scrisse dal carcere che avrebbe voluto battezzarlo così, come si chiamava suo padre, fu registrato all’anagrafe come Ignacio Hurban, fa il pianista, ed è cresciuto in una famiglia di quella che la Carlotto ha definito «gente di campagna» nella località di Olavarria, circa 350 km a sud di Buenos Aires. Poche ore fa, ha ricevuto una telefonata in cui è stato messo al corrente della sua vera origine, ed ha accettato di incontrarsi con la nonna biologica, che per ora l’ha visto solo in foto. 

Tuttavia, mentre nella sede di Abuelas in centro a Buenos Aires si festeggia quella che dal loro punto di vista è certamente una bella notizia, il diretto interessato ha chiesto un po’ di tempo per riflettere, e, sebbene sembra che sia stato contento di conoscere la sua propria identità, non è affatto scontato che decida ora di rinunciare al cognome adottivo e di rompere i rapporti con la famiglia che l’ha cresciuto. Molti tra coloro che sono passati per situazioni analoghe alla sua, infatti, non hanno poi ripudiato i genitori abusivi, che pure si sono resi complici (in alcuni sporadici casi in maniera incoscia) di un crimine, quale il rapimento e l’adozione clandestina di un bambino.

Per Estela de Carlotto, che oggi ha 84 anni ed ha confessato che «non voleva morire senza abbracciare Guido», è il coronamento di una vita spesa nella resistenza civile al potere dei militari che governarono l’Argentina tra il 1976 e l’83. Una vita che l’ha portata al cospetto di due Papi, e anche ad essere più volte nominata, insieme alle altre Abuelas, al Premio Nobel per la Pace. La sua famiglia fu colpita molto duramente dal potere politico dell’epoca. Oltre alla figlia, anche il marito Guido fu arrestato dalle squadre di para-polizia e poi liberato in seguito al pagamento di un riscatto. 

In quanto a Laura, morì sotto i ferri dei suoi torturatori nel centro di detenzione clandestino in cui era stata tradotta in quanto militante della sinistra peronista. Poi, adottando una prassi anomala, i militari restituirono le spoglie a sua insistente madre. Per questo, non fa parte dei 30 mila desaparecidos (letterlamente “scomparsi”) che, non senza dibattiti, la storiografia attribuisce alla repressione del governo di Videla e gli altri generali.

La Germania riapre le indagini per l'eccidio di Sant'Anna di Stazzema

Lucio Di Marzo - Mar, 05/08/2014 - 19:14

La corte federale ha ribaltato la decisione della procura di Stoccarda


500x447
A ottobre 2012 la procura di Stoccarda aveva deciso di archiviare il caso dell'eccidio di Sant'Anna di Stazzema, avvenuto il 12 agosto del 1944, sostenendo che non esistevano abbastanza documenti che comprovassero le responsabilità individuali degli accusati ancora in vita. Gli atti sono stati trasmessi alla procura di Amburgo, città d'origine di Gherard Sommer. Ultranovantenne, nel 2005 è stato condannato in Italia all'ergastolo per concorso in violenza con omicidio contro privati nemici pluriaggravata e aggravata insieme ad altre nove persone. La sentenza del tribunale militare di La Spezia era stata poi confermata in Cassazione. La Germania aveva già negato l'estradizione.

La sinistra sfratta pure D'Annunzio

Giordano Bruno Guerri - Mar, 05/08/2014 - 13:39

Il sindaco: via il nome del Vate dal logo. Ma non ha senso rinunciare a identificarsi con il poeta italiano secondo solo a Dante


A proposito di valorizzazione dei beni culturali (che non sono soltanto quelli materiali, ma anche - se non soprattutto - quelli immateriali) giunge dall'Abruzzo una notizia fresca fresca e però dal sapore antico.
500x447
Il nuovo sindaco Marco Alessandrini (Pd), vincitore delle elezioni di giugno, ha vietato l'uso dello stemma di «Pescara città dannunziana» istituzionalizzato, con audacia e lungimiranza, dal suo predecessore Luigi Albore Mascia (Forza Italia). «Il nuovo governo cittadino ritiene opportuno», ha comunicato Alessandrini senza peraltro spiegare in cosa consista l'opportunità, «tornare ad utilizzare esclusivamente lo stemma istituzionale, Pertanto, con decorrenza dalla data odierna, si invita a non riportare più sulla carta da lettera, sulle buste e su ogni altro supporto cartaceo e/o informatico del Comune di Pescara i loghi Città dannunziana e 150° anniversario della nascita di d'Annunzio ». E pazienza se buttare qualche quintale di carta intestata costerà più di qualcosa, l'importante è che la città di d'Annunzio non sia più dannunziana.

Una premessa doverosa è che - fino a qualche mese fa, e per tre anni - sono stato «consulente d'immagine della città di Pescara» e direttore del «d'Annunzio Festival»: con tutte le inevitabili polemiche - da parte delle opposizioni di allora, oggi maggioranza - sulla qualità dei risultati raggiunti e sulla quantità del mio compenso. Cose che sarebbero «normali», se criticare a priori quanto fatto da chi governa fosse giusto, oltre che «normale». Non è di questo che voglio discutere, fiero comunque dei risultati raggiunti per la bella e nobile città di Pescara.

È lo spoil system , bellezza, si dirà. Pazienza se, con una migliore conoscenza dell'inglese, l'espressione verrebbe usata con minore arroganza, sapendo che significa «sistema del bottino». E forse si potrebbe cominciare a parlare maggiormente di merit system , nel caso proprio non piacesse l'italiano sistema del merito.Se il cosiddetto spoil system è inevitabile, in certi casi addirittura benefico, nella decisione non motivata dei nuovi amministratori di Pescara si scorge qualcosa di malsano. «Ogni sindaco che arriva - scrive il quotidiano regionale,

Il Centro - cambia il logo del suo predecessore, come accadeva nel Medioevo con gli stemmi nobiliari dei vari casati dopo la conquista di un territorio». Non occorre andare così lontano: in tempi più vicini a noi, tutte le piazze e le vie Mussolini diventarono piazze e via Matteotti, e tutte le vie e piazze dei Martiri della Rivoluzione Fascista diventarono vie e piazze della Resistenza. Ma, in quel caso, c'erano di mezzo una dittatura finalmente caduta e una guerra rovinosamente perduta, cambiava non soltanto un governo, cambiava il modo di intendere la vita associata e la vita stessa.

Niente di tutto ciò avverrà a Pescara una volta scomparso il logo azzurro con la faccia del Vate. Rimarranno le vie e le piazze dedicate alla famiglia d'Annunzio e alle opere del poeta (o no?), il Centro Studi Dannunziani, il Teatro Gabriele d'Annunzio con relativa stele, la casa natale, rimarrà l'orgoglio dei pescaresi - colti e incolti, di destra, di centro e di sinistra - di appartenere a una città diventata tale anche grazie al suo concittadino più illustre.

E quanto illustre. Rinnovatore della poesia e della letteratura italiana, ancora tradotto in tutto il mondo, modernizzatore della società e dei costumi, creatore di mode e di modi, di lingua e di bellezza, Gabriele d'Annunzio sta recuperando in questi anni un'immagine positiva quale non aveva dal giorno della morte. Secondo i dati diffusi da Google , nel 2013 è stato, dopo Dante, il poeta italiano più cliccato del mondo. Tutti risultati raggiunti in buona parte con il lavoro del Vittoriale degli Italiani, degli studiosi che vi collaborano, e anche della città di Pescara. Che senso ha rinunciare a questa vantaggiosa identificazione, per una città - bella quanto vuoi, dinamica quanto vuoi - che gran parte degli italiani confonde con Pesaro e Ancona?

La domanda finale, poi, è questa. Mussolini fu sostituito con Matteotti e i martiri della rivoluzione fascista con i martiri della Resistenza: con che cosa, con chi, la nuova amministrazione di Pescara intende sostituire d'Annunzio? Per ora si hanno solo segnali di un ritorno alle recite teatrali in dialetto e alla soddisfazione degli artisti locali: ovvero un regresso, invece che una crescita, per una città che aspira o dovrebbe aspirare a diventare un motore anche culturale dell'Abruzzo. Spero, e credo, che il nuovo responsabile della Cultura - il giovane e brillante scrittore pescarese non dannunziano Giovanni Di Iacovo (Sel) - possa e sappia fare di meglio.

@GBGuerri

Primo test alla Nasa per il motore “impossibile”

La Stampa
antonio lo campo

Funziona a microonde, senza carburante. “Rivoluzione che in apparenza vìola la fisica”

500x447
Viene definito il «motore impossibile». E in effetti, per le sue caratteristiche e potenzialità, è un propulsore spaziale da fantascienza. O quasi. Un motore in grado di sospingere un veicolo spaziale senza utilizzare alcun tipo di propellente. L’ideale per le future missioni di esplorazione dello spazio, a cominciare dal viaggio per Marte.

È la nuova creatura della Nasa, ancora in fasce, ma dalle immense potenzialità. Chiamata «Cannae Drive», è stata testata negli Eagleworks Laboratories e ha prodotto tra 30 e 50 micronewton di spinta. Si tratta di una quantità di energia minima, tra lo 0.03 e lo 0.05 per mille della forza generata da una mano per afferrare un iPhone, ma, comunque, reale. Ed è l’esistenza di questa frazione che ha fatto gridare gli scienziati e gli ingegneri americani al miracolo.

Riprendendo il progetto di un motore simile - l’«EmDrive» dello scienziato britannico Roger Shawyer - il motore è in grado di convertire l’energia elettrica in una spinta. Se lo scorso anno un team cinese aveva effettuato un primo esperimento, l’ente spaziale americano ha appena reso noto la riuscita del nuovo esperimento, anche se - com’è evidente - si è ancora molto distanti da una possibile realizzazione in grande scala.

«E’ un progetto che, se davvero si realizzasse, sarebbe una delle più grandi scoperte di sempre - commenta Giancarlo Genta, professore del dipartimento di Ingegneria Meccanica e Aerospaziale al Politecnico di Torino e studioso di propulsione spaziale -. D’altra parte c’è ancora scetticismo attorno a questa idea, perché, almeno in apparenza, questo propulsore vìola le leggi di conservazione dell’energia e della quantità di moto».

I sostenitori del nuovo motore, da parte loro, sono convinti che il meccanismo, invece, non comporti alcuna violazione delle leggi della fisica. A differenza dei motori tradizionali, che processano enormi carichi di propellente, il nuovo metodo sfrutta un sistema elettrico con cui generare una serie di microonde: queste, vengono sparate all’interno di un contenitore, dove si creano forti differenze di pressione e fasci di radiazione molto potenti in grado, così, di creare la spinta per muovere il veicolo spaziale. 

Il «Cannae Drive» - battezzato così per ricordare come, nella celebre battaglia di Canne, Annibale riuscì a fare prevalere la forza di un piccolo esercito su quella più grande dell’esercito romano - non è comunque un «unicum». Nuove generazioni di motori a funzionamento elettrico e a ioni vengono sperimentati da un po’ di tempo (un esempio è la sonda lunare europea, la «Smart 1»).
Al momento uno dei più promettenti è quello progettato da un ex astronauta: è il «Vasimr», del team di Franklin Chang-Diaz, protagonista in sette missioni shuttle. Il propulsore si basa sull’emissione a impulsi di getti di plasma, garantendo, almeno in teoria, super-prestazioni per muoversi rapidamente nel Sistema solare.

Vent'anni fa l'addio a Modugno. L'omaggio di Polignano a «mister Volare»

Il Mattino

Era un caldo pomeriggio d'estate, davanti ai suoi occhi che si sono chiusi per l'ultima volta c'era l'amato mare di Lampedusa e il tramonto.
500x447
Domenico Modugno, mister Volare per mezzo mondo, moriva vent'anni fa: il 6 agosto del 1994, a 66 anni. Gia' provato da tempo nel fisico, lascio' un segno indelebile nella musica italiana, ma non solo. Porto' il "bel canto", il talento e il fascino del Belpaese dove nessuno si era mai spinto fino a quel momento: Nel blu dipinto di blu, che tutti - indistintamente - hanno cominciato a chiamare Volare e' diventato una sorta di inno nazionale. Modugno, che fu il cantante italiano piu' conosciuto all'estero con oltre 60 milioni di dischi venduti, era nato il 9 gennaio del 1928 a Polignano a Mare. Cresciuto a San Pietro Vernotico, poco più che ventenne si trasferì a Roma per seguire la sua vena artistica, cinematografica agli inizi. La musica arrivò solo in un secondo momento, quasi per caso: una ninna-nanna cantata nel film “Carica eroica” di De Robertis (1953) fu il lasciapassare per la trasmissione radiofonica “Trampolino”.

Il successo arrivò 5 anni dopo con la vittoria al Festival di Sanremo del '58 con Nel blu dipinto di blu. L'anno dopo bisso' con Piove. Come una sorta di Re Mida, ogni brano che le sue corde vocali affrontavano si trasformava in un successo: altre due vittorie a Sanremo (nel '62 e nel '66), una al Festival di Napoli (nel '64 con Tu si' 'na cosa grande) e la fama mondiale. Intanto divento' anche attore di cinema e teatro (memorabile il suo Rinaldo in campo), regista, volto tv. La sua carriera subi' una brusca interruzione quando, durante la registrazione della trasmissione La luna nel pozzo di Canale 5, fu colpito da un ictus. Nell'ultima parte della sua vita fu anche politico (deputato per il Partito Radicale).

La sua Polignano a Mare, nel ventennale dalla sua morte, ha organizzato “Meraviglioso Modugno”: un omaggio con Gino Paoli e Danilo Rea, Malika Ayane, Marta Sui Tubi, Diodato, Rocco Hunt e Renzo Rubino che reinterpreteranno alcuni dei suoi brani piu' celebri di Modugno. "Ognuno di noi è cresciuto con Modugno, o direttamente o grazie ai genitori. Metteva una gioia e una solarità nel canto che ancora oggi - racconta Giovanni Gulino, dei Marta sui Tubi - ti mette di buonumore. Non posso dire che abbia influito sulla nostra musica, ma certo è stato un personaggio molto forte, con un gran carisma. Un uomo del Sud moderno e un mito: ha segnato una rivoluzione nella musica italiana".

"Per me - aggiunge Diodato, pugliese come mister Volare - è un punto di riferimento, riscoperto da non moltissimo tempo. Nel suo modo di fare e di essere riconosco la mia terra. Il suo essere genuino, la sua capacita' di trasmettere emozioni, la sua energia positiva e l'empatia sono stati il segno del suo successo. Era capace di abbracciare il pubblico e di farsi a sua volta abbracciare. Ha portato nel mondo il meglio dell'essere italiano. E le sue canzoni - continua il giovane cantautore - custodiscono il segreto di rimanere attuali, un segreto che mi piacerebbe scoprire".

La quarta edizione dello spettacolo - fissata per la serata del 6 agosto, alle 21.30 - si terrà per il secondo anno consecutivo a Polignano a Mare, dopo essersi svolta per due anni al teatro Petruzzelli di Bari. Si tratta, spiega l'organizzazione Puglia Sounds, "di un passaggio fortemente voluto per restituire alla citta' che ha dato i natali a Modugno una grande eredita' musicale e culturale che possa favorire la crescita del territorio".

Nel corso della serata i cantanti presenteranno propri brani e interpreteranno quelli di Modugno: Gino Paoli e Danilo Rea presenteranno Notte di luna calante, Strada 'nfosa e Resta cu mme; Malika Ayane cantera' le celebri Nel blu, dipinto di blu e Dio, come ti amo; Diodato proporra' Piove e Selene; Rocco Hunt fara' una versione rap di Lazzarella e Tu si 'na cosa grande; Marta sui Tubi interpretera' i brani U' pisci spada (Lu pisce spada) e Tre somari e tre briganti; mentre Renzo Rubino celebrera' Domenico Modugno con Amara terra mia e Io.

Lo spettacolo, organizzato dal Comune di Polignano a Mare in collaborazione con Puglia Sounds, e' con ingresso gratuito e sara' condotto da Maria Cristina Zoppa con la giovane cantautrice pugliese Erica Mou. Interverra' anche lo scrittore Luca Bianchini che, nel corso della serata, ritirera' il 'Premio Citta' di Polignano a Mare 2014', "per aver promosso l'immagine della cittadina in provincia di Bari con i suoi best seller". A fare gli onori di casa saranno la famiglia Modugno, Franco Migliacci e la famiglia Pazzaglia, con gli esperti di Domenico Modugno, Rudi Assuntino, Mimmo Carta e Gianni Torres.

Filo conduttore della serata, che si svolgera' in piazza Aldo Moro, sara' l'arte visiva attraverso due temi sviluppati e curati dall'architetto Luca Modugno: il vinile, con la mostra 'Vinyl blu dipinto di blu', che sara' sino al 15 settembre nel Museo Pino Pascali a Polignano; e il 'blu', che sara' l'elemento centrale della scenografia con lo sfondo del palco composto da uno skyline di Polignano a Mare e una figura di Modugno che impugna un microfono degli anni '60.

martedì 5 agosto 2014 - 19:06   Ultimo agg.: 19:08