martedì 5 agosto 2014

La seconda vita di Instagram (e il monopolio di Facebook sulle immagini)

Corriere della sera
di Marta Serafini


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Secondo i ben informati Instagram è una delle applicazioni preferite di Jack Dorsey, il fondatore di Twitter. Ma per ironia della sorte, Dorsey si è fatto soffiare l’acquisizione da Zuckerberg, che una volta messe le mani su una delle applicazioni più usate per la condivisione di immagini (gli utenti sono oltre 200 milioni), l’ha resa sempre più simile a Twitter.

A notarlo è anche The Verge, sito specializzato statunitense, che sottolinea come Instagram funzioni sempre di più sulla base degli hashtag associati alle fotografie. E se il cancelletto è la base dell’uccellino blu, su Instagram di recente è stata introdotta una funzione che suggerisce chi seguire, proprio come avviene su Twitter. Altro punto in comune è la presenza di vip su queste piattaforme, caratteristica che attrae un gran numero di utenti.

Ma ciò che interessa di più agli investitori non è tanto la filosofia di utilizzo, bensì i risultati. Con l’acquisizione di Instagram e WhatsApp, Zuckerberg infatti si è assicurato la metà del mercato delle immagini, come dimostra questo grafico. Se infatti si guarda all’ultima colonna si nota come WhatsApp, Facebook e Instagram (tutte di proprietà di Zuckerberg) rappresentino oltre la metà del mercato.



L’unico concorrente in grado di tenere testa al colosso di Menlo Park è Snapchat, altra applicazione che Zuckerberg ha tentato invano di acquisire. Ma anche su questo fronte il Ceo di Facebook sta correndo ai ripari per non perdere gli utenti più giovani che adorano la condivisione di foto usa e getta. Oltre a Slingshot (ne abbiamo parlato qui), si aggiunge Bolt, app che Instagram, sta testando in tre paesi per poi lanciare a livello mondiale. Bolt permette di inviare con un solo tocco foto e video ai contatti presenti in rubrica. Il tutto si può autodistruggere con lo stesso meccanismo ‘usa e getta’ di Snapchat. L’app è attualmente disponibile in Nuova Zelanda, Singapore e Sudafrica. Ma i programmi  sono di farla sbarcare, a ruota, nel resto del mondo.

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Il sermone dell'imam: "Ebrei a morte"

Gian Micalessin - Mar, 05/08/2014 - 11:29

Nella moschea di San Donà del Piave l'incitazione all'odio. E le immagini fanno il giro del web. Guarda il video


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«Allah contali uno a uno e uccidili fino all'ultimo, non risparmiarne neppure uno». L'invettiva contro il popolo ebraico non riecheggia da una moschea di Gaza, ma dalle mura della moschea di San Donà del Piave. A pronunciarla, sotto gli occhi indifferenti dei fedeli, è lo sceicco Abd Al Barr Al Rawdhi, arrivato nella cittadina del Veneto - distante una trentina di chilometri da Venezia - per celebrare la preghiera dello scorso venerdì.

Le immagini dell'inquietante sermone in arabo girano da ieri su internet, diffuse da Memri, un centro di ricerca filo-israeliano basato a Washington e specializzato nell'analisi e traduzione della stampa araba e islamica. Nel filmato, ripreso probabilmente con una telecamerina nascosta, si vedono un'ottantina di islamici allineati su corsie di moquette verde in un'ampia sala. L'imam - secondo Memri lo sceicco Abd Al Barr Al Rawdhi - parla da un piccolo pulpito appoggiato su una scaletta di quattro o cinque gradini.

Da lì partono parole di fuoco contro un popolo accusato di avere «il cuore più duro della pietra». Un popolo colpevole secondo l'imam di «aver sparso il sangue dei profeti» e di «gente innocente». Un popolo che merita per questo di «essere incatenato e maledetto». Dopo queste premesse l'imam pronuncia l'invocazione centrale, cuore di tutto il sermone.

«Allah contali uno ad uno e uccidili tutti fino all'ultimo. Non risparmiarne neppure uno. Fai diventare il loro cibo veleno, trasforma in fiamme l'aria che respirano. Rendi i loro sonni inquieti e i loro giorni tetri. Inietta il terrore nei loro cuori». Un messaggio in sintonia con i trascorsi di una moschea dove secondo il presidente della provincia di Venezia Francesca Zaccariotto, già sindaco di San Donà di Piave dal 2003 al 2013, la «presenza di elementi radicali era stata più volte segnalata».

VIDEO : Sermone choc dell'imam: "Ebrei a morte"

La moschea realizzata riadattando un ampio appartamento, affittato da un privato al locale centro islamico, si trova all'interno del perimetro di un centro commerciale appartenuto in passato alle Coop. «Durante il mio mandato di sindaco - ricorda Zaccariotto - avevo ricevuto numerosissime segnalazioni su attività sospette che avevamo provveduto a girare sia ai vigili urbani sia ai carabinieri senza però riuscire a raccogliere elementi sufficienti per ottenere la chiusura del centro». Minimizza (ma conferma l'episodio) Kamel Layachi, ex leader del centro islamico: «Parole fuori contesto, non bisogna fraintendere».

Nel 2012 le indagini su un giro di estorsioni ai danni di immigrati costretti a «donare» denaro convogliato su conti correnti siriani, libanesi o sauditi e utilizzato per favorire le entrate illegali in Italia aveva però portato all'arresto di quattro siriani tra cui Ahmad Chaddad, imam della moschea di San Donà fino al 2009. I quattro, arrestati a Vicenza dopo un'inchiesta condotta dalla Digos di Venezia, erano accusati di aver raccolto circa un milione e mezzo di euro utilizzati - secondo le ipotesi investigative - anche per finanziare attività eversive.

Le indagini erano partite dalle segnalazioni di alcuni immigrati che si erano presentati in Questura denunciando le aggressioni e le vessazioni subite per mano del gruppo guidato da Chaddad. L'ex imam era già noto agli inquirenti per gli stretti contatti con Arman Ahmed El Hissini Helmy, alias Abu Imad, l'omologo della moschea milanese di viale Yenner, condannato a tre anni e otto mesi per favoreggiamento del terrorismo.

E tra le relazioni pericolose dell'ex imam di San Donà non mancava il «collega» di Como Ben Hassine Mohamed Senoussi, espulso dall'Italia per la sua presunta attività di proselitismo illegale.

E i musulmani sfottono sul «modello Leonka»

ChiCa - Mar, 05/08/2014 - 07:00


C'è poco da ridere, l'affaire Leoncavallo da 6 milioni di euro rischia di finire (insieme a tanti altri) sul tavolo della Corte dei conti, se quanti hanno protestato per lo scambio di due immobili comunali con la sede del centro sociale, proprietà dei Cabassi, presenteranno davvero un esposto.

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Ma tant'è, da giorni è diventata la barzelletta dell'estate sulla giunta Pisapia, non ai livelli del divieto di mangiare gelato dopo mezzanotte, opera dell'assessore Franco D'Alfonso, ma trattata come l'ennesima follia. Il giorno dopo quella contestata delibera, Repubblica rivela che i Cabassi sarebbero pronti a offrire al Comune due immobili per destinarli a luoghi di culto islamico. E persino i musulmani, che potrebbero essere gli utilizzatori finali, ieri si sono concessi di sfottere giunta e privati. «Potremmo trattare con i Cabassi?

Non conosciamo ancora la questione, e non abbiamo capito - domanda ironicamente il portavoce del caim, Davide Piccardo -: succederebbe come nel caso del Leoncavallo? Il Comune offre degli immobili in cambio di uno per darlo di nuovo a dei privati?». L'assessore Pierfrancesco Majorino, che come altri della giunta risponde da giorni a simili tormentoni, assicura che gli immobili offerti dal gruppo Cabassi «non saranno messi all'asta dal Comune e non si ripeterà il caso Leonka, è stato un caso eccezionale.

Potremmo semmai favorire l'incontro tra domanda e offerta, e intervenire laddove occorra uno strumento urbanistico». Vedi una variante per adibire a luogo di culto un'area che oggi non lo è secondo il Pgt. «Ma da ora in poi - sfotteva ieri su Facebook anche Gabriele Messina, ex tesoriere del Pd - anche a ogni proprietario di uno stabile occupato verranno dati in cambio spazi del Comune come a Cabassi?». Gli risponde ironicamente l'ex assessore Stefano Boeri «Sì, ma si dirà sempre che è “un caso eccezionale“». Appena sentita da Majorino.

Ecco come truffano gli anziani

Stefano Vladovich - Mar, 05/08/2014 - 11:48

I reati ai danni di persone di età superiore ai 65 anni sono in aumento. Ecco le tecniche che usano 


Si fingono operatori telefonici, preti, assistenti sociali. Estate, tempo di vacanze ma anche, soprattutto, di truffe agli anziani. I dati del Ministero degli Interni parlano chiaro.
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I reati ai danni di persone di età superiore ai 65 anni sono aumentati dell’otto per cento dal 2011 al 2012 mentre l’anno scorso, 2013, si è avuto un incremento del 7,8 per cento rispetto al 2012. Dati, ovviamente, parziali perché non tutti hanno il coraggio o la voglia di denunciare. Le vittime, difatti, sarebbero aumentate di pochi punti percentuali da un anno a un altro (tra l’1,5 e il 2 per cento). Nel 2013 gli anziani raggirati sono stati oltre 13500, 4400 quelli rapinati. Numeri da far accapponare la pelle. Sul litorale romano decine i colpi messi a segno a Ferragosto. Di solito suonano alla porta o al citofono con una scusa.

Se durante le feste natalizie è la consegna degli elenchi telefonici il “cavallo di Troia” per entrare in casa, con la bella stagione cambiano i modi. Il risultato, purtroppo, rimane lo stesso: una volta dentro l’abitazione fanno man bassa di soldi e preziosi. In una casa in zona Castelli Romani “si presentano come due operatori di una compagnia telefonica - spiega ai poliziotti un’anziana derubata -, mi dicono che dovevano controllare le bollette pagate e che c’era un ammanco di tre bimestri. Se non trovavo i bollettini pagati ci sarebbe stato il distacco della linea”.

La poveretta, 78 anni, si precipita in camera da pranzo. Apre i cassetti della credenza alla ricerca disperata delle vecchie ricevute. Il marito è invalido e non può muoversi. Il tempo di introdursi in camera da letto e rovistare nel comò che i due balordi arraffano denaro e catenine. Si inventano di tutto pur derubare. “Uno dei trucchi più utilizzati - raccontano i poliziotti - è quello di fingersi assistenti sociali”. Non manca chi tenta di ottenere qualche bigliettone con il raggiro della moltiplicazione delle banconote o del mega affare da concludere in strada.

Meglio se davanti una banca. Il sistema più convincente per farsi aprire cancelli e portoni, insomma, resta quello di presentarsi come funzionari dei vari istituti previdenziali pubblici. “Siamo dell’Inps - la frase tipica - dovremmo controllare i dati dei nostri assistiti”. A Ostia, in via della Paranzella, due giovani donne rapinano una coppia di anziane. Come? Tessere di riconoscimento contraffatte, si dichiarano funzionarie pronte a una consulenza gratuita: “Vi faremo avere delle agevolazioni fiscali e un aumento di pensione” promettono. Le poverette sono appena rincasate dopo aver fatto la spesa al mercato rionale.

Probabilmente è lì, fra i banchi di frutta e verdura, che sono state “agganciate”.La storia prosegue secondo un preciso copione. Le vecchiette cadono in trappola e, fidandosi ciecamente, le fanno accomodare in salotto. “Sembravano due brave persone, dai modi gentili, curate nel vestire” racconteranno agli agenti. Mentre una delle due impiegate finge di compilare moduli e richieste varie, l’altra si allontana per andare in bagno. Basta poco per riempire la borsetta di gioielli e denaro. Una volta scoperte, però, le due si avventano contro le anziane gettandole a terra. Altro pericolo è rappresentato dagli “affari colossali” proposti da uomini in giacca e cravatta, “casualmente” conosciuti in coda all’ufficio postale o in banca.

La tattica di convincimento prevede frasi come: “Ho appena investito i miei risparmi in un terreno di campagna destinato a essere urbanizzato. Ce ne sono altri liberi, perché non fa come me e ne acquista uno? Le faccio conoscere il proprietario”. Qualcuno utilizza, addirittura, l’ipnosi. Come sempre i consigli non sono mai troppi: “Attenzione - sottolineano polizia e carabinieri - quando si prelevano liquidi o si ritira la pensione. Se possibile farsi accompagnare da un parente o da una persona di fiducia. Usare sempre lo spioncino, evitare di dire che si è soli in casa”. Altro sistema è quello di fingere consegne di prodotti mai ordinati. In questo caso rifiutare categoricamente senza fornire i propri dati personali.

Agli impiegati di banche e uffici postali le forze dell’ordine raccomandano particolare attenzione quando allo sportello si presenta un anziano con la richiesta di un grosso prelievo. Ci sono, poi, i “fantasisti” della rapina. Come quelli che inventano il debito di un lontano parente da saldare o l’anello prezioso trovato in strada e ceduto al primo “fortunato” per qualche bigliettone. I trucchi spaziano: dal finto incidente con tanto di specchietto infranto alla falsa benedizione. Attenzione, poi, a borse e documenti perduti. Spesso non si tratta di distrazioni ma veri e propri furti mirati. Una volta agganciata la vittima basta farla uscire di casa per la restituzione del maltolto per entrare in azione nell’appartamento. Occhi aperti, infine, ai falsi tecnici della società che eroga il gas, a fantomatici esperti del vigili del fuoco, a suorine benedicenti. Tutti travestimenti utili per svuotare cassetti e comò.

Ecco chi ha ucciso Jim Morrison ormai allo sbando

Paolo Giordano - Mar, 05/08/2014 - 08:56

Marianne Faithfull rivela il nome dell'assassino. Che forse non voleva togliere la vita al cantante


Se lo dice lei. Marianne Faithfull, praticamente la Mata Hari del rock, ha rivelato al mensile Mojo di sapere chi ha ucciso Jim Morrison: «Sì, so chi è stato».

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Boom. Sarebbe stato (condizionale d'obbligo) il suo amante del momento, Jean de Breiteuil, spacciatore di eroina già amante della compagna di Jim Morrison, Pam Courson, giusto per completare un intreccio romanzesco tra musica, amore, sesso e morte. Torniamo all'estate del 1971. Jim Morrison, fracassato dagli eccessi, distrutto dalla sensazione di non riuscire a esprimere fino in fondo ciò che sentiva più come poeta che come rocker, scappa dai Doors e finisce a Parigi con la fidanzata in quello che oggi si chiamerebbe loft nel palazzo Beaux Arts di rue de Beautreillis nel Marais. Ingrassato.

Sfatto. Rantola. Scrive appunti (belli) su foglietti volatili. Poi il 3 luglio muore come Marat in una vasca da bagno, sfondato da una overdose che aveva fatto impazzire coaguli di sangue nell'arteria cardiaca. Il coté perfetto per creare un mito. Tanto più che quello stesso giorno, suo padre George prendeva possesso a Washington della prima nave da ammiraglio. Onore e morte. Quando Faithfull e Breiteuil arrivarono a Parigi proprio il 2 luglio, lui le disse di dover passare da Morrison.

«Sentivo puzza di guai» dice ora lei al bravo Tom Doyle di Mojo . «Pensai: mi prendo qualche Tuinal (una miscela di barbiturici creata nel 1940 - ndr ) ed evito di seguirlo. Ma lui andò lo stesso in casa di Morrison e lo uccise. Oddio, sono sicura che sia stato un incidente. Povero bastardo. Il bacio è stato così forte (il «bacio» è considerato l'effetto della droga - ndr ). Sì. E lui morì. Non seppi nulla su questo argomento». Dose esagerata? Droga tagliata male?

Chissà. «E comunque, tutti coloro che in qualche modo furono coinvolti nella morte di questo povero ragazzo sono anche loro morti». In effetti Morrison è stato seppellito il 7 luglio al Père Lachaise di Parigi, tuttora visitato da migliaia di fan.

Nel 1974 una overdose ha terminato Pamela Courson. E Jean de Breiteuil, marchese figlio di un amico di De Gaulle, spacciatore abituale anche di Keith Richards dei Rolling Stones, ritenuto responsabile anche della dose letale di Talitha Getty, è morto a Tangeri pochi mesi dopo Morrison, al quale le indiscrezioni lo affiancarono spesso e volentieri. Un campo di battaglia senza prigionieri. L'unica superstite è proprio lei, Marianne Faithfull, che peraltro definì il suo ex fidanzato «un ragazzo orribile, quel tipo di persone che sembrano strisciate fuori dai sassi. In qualche modo sono finita con lui... era tutto droghe e sesso».

Il quadro, a esser sinceri, è spaventoso.
E questa devastazione intacca per forza l'attendibilità del racconto. Dopotutto Marianne Faithfull è una delle depositarie più enciclopediche della babilonia rock che avvolse gli anni Sessanta e Settanta. Discendente del barone Leopold von Sacher Masoch (da cui il termine masochismo...), negli anni Sessanta entrò nel giro dei Rolling Stones e contribuì con Mick Jagger e Keith Richards a due brani memorabili come As tears go by (che la band eseguì anche a San Siro nel 2006) e Sister Morphine .

Ci sono foto pazzesche - allucinante quella sulla scaletta di un aereo - di lei slavata e tumefatta di fianco a Jagger altrettanto sfasciato. E ci sono dicerie che la accompagnano da decenni, come quella della perquisizione degli agenti a casa di Keith Richards durante la quale lei sarebbe stata trovata seminuda con una barretta di Mars infilata proprio là. Leggende. Carburante ideale per costruire la leggenda del rock. Ma capace di bruciare tuttora.

Ora lei, che a 68 anni con la voce quasi da mezzosoprano si è conquistata un ruolo autorevole e rispettabile (prendete ad esempio la sua collaborazione con i Metallica in The memory remains da Reload del 1997), pubblica un disco che si intitola Give my love to London con collaborazioni mica da ridere come quelle di Brian Eno, Nick Cave, Roger Waters dei Pink Floyd, Steve Earle e Anna Calvi. Festeggia, per essere precisi, i cinquant'anni della sua prima tournèe mondiale.

E quindi a qualcuno potrebbe venire il sospetto che, eggià, tutte queste rivelazioni 43 anni dopo la morte di uno dei cantanti più famosi della storia non siano altro che una disperata e persino macabra mossa autopromozionale. Anche perché non sono confortate da uno straccio di prova. Ma poi uno pensa: ma chissenefrega. E prende questa ennesima rivelazione della Mata Hari del rock come un altro capitolo di quel meraviglioso e tragico romanzo che da mezzo secolo è il rock. Punto e basta.

La tartaruga record che racconta due secoli di storia

Oscar Grazioli - Mar, 05/08/2014 - 08:46

Jonathan, 182 anni, è l'animale più vecchio al mondo: ha visto l'incoronazione di otto monarchi britannici


Lenta ma risoluta, allarga le sue poderose zampe, andando incontro ai visitatori che hanno il permesso di recarsi a conoscere quello che oggi è considerato il più antico abitante vivente del mondo.
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Non molto tempo fa, in un bidone della spazzatura dell'Hampshire (Gran Bretagna), venne ritrovato un vecchissimo album fotografico appartenuto a un fotografo che viveva e lavorava sull'Isola di S. Elena, territorio britannico del Sud Atlantico. L'uomo si chiamava L.A. Innes e, nei dagherrotipi scattati tra il 1882 e il 1902, si potevano vedere tre tartarughe giganti di circa 50 anni d'età, portate dalle Seychelles sull'isola come animali ornamentali. Un'immagine, in particolare, ritrae un boero che, assieme a un un colono, osserva una di queste gigantesche tartarughe.

Dall'analisi del carapace (lo scudo) effettuata confrontando le foto di allora con quelle odierne, si tratterebbe proprio di Jonathan, uno stimato «signore» che non ha mai avuto problemi di affitto o Ici perché è nato con una casa che si porta dietro orgogliosamente da 182 anni. Jonathan è una delle poche tartarughe giganti delle Seychelles che popolano l'isola. A dispetto della sua veneranda età il vecchio si dà ancora daffare e si accoppia regolarmente, ma sterilmente, con le tre femmine molto più giovani di lui, Emma, Fredricka e Myrtle.

Per la verità ci sono anche altri due vigorosi maschi (David e Speedy), che fanno parte del gruppo, ma la vera attrazione mondiale del posto è lui, Jonathan. Questi rettili imponenti arrivano a una lunghezza di oltre un metro e mezzo per un peso che supera i due quintali e non sono cambiati di una virgola da quando sono comparsi sulla terra 60 milioni di anni fa. Purtroppo la loro longevità e la loro resistenza al digiuno li hanno condannati all'estinzione. Gli equipaggi degli antichi bastimenti a vela ne prendevano alcuni esemplari a bordo, come riserva di carne pregiata e soprattutto fresca.

Si calcola che, solo nel XVII secolo, ben 200.000 tartarughe giganti delle Galapagos abbiano fatto la fine del cibo take away. Poi ci hanno pensato i cani inselvatichiti e i maiali dei coloni a fare strage di uova e piccoli. Per finire, i ratti, importati sulle isole con le navi hanno fatto il resto. Fatto sta che molte specie si sono estinte negli ultimi due secoli, nonostante le disposizioni emanate per proteggerle e i tentativi di riproduzione negli zoo sono andati a vuoto.

Un tempo i turisti potevano scorrazzare sull'isola, ma oggi, per incontrare Jonathan da vicino, ci vogliono dei permessi speciali. «Lui vorrebbe sempre essere al centro dell'attenzione» spiega Joe the Vet, il veterinario che segue questi monumenti. Jonathan è cieco, a causa di una doppia cataratta, e non ha più il senso dell'olfatto. Questi handicap lo hanno messo in pericolo perché faceva fatica a scegliere la vegetazione opportuna per nutrirsi, ma ci ha pensato Joe, a rimetterlo in forma, andando a scegliere particolari pianticelle nutritive su cui Jonathan si getta con tanto vigore che Joe ci ha rimesso una falange, a causa del suo robusto becco corneo. Ora usa guanti speciali.

La lunga vita di Jonathan ha coinciso con l'incoronazione di otto monarchi del Regno Unito e il susseguirsi di una cinquantina di premier britannici. Ma come ha fatto Jonathan a sopravvivere così a lungo? Forse per la curiosità del governatore Janisch che nel 1880 scrisse che doveva essere trattato con cura e rispetto. «O forse perché va a letto presto», come sostiene Joe il Vet.

Polemiche sulla app “Bomb Gaza”

La Stampa
francesca paci

La nuova applicazione disponibile sullo store di Google- I concorrenti sferrano attacchi “evitando i civili”. In pochi giorni è stata scaricata un migliaio di volte


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I videogiochi più popolari hanno spesso come argomento la guerra. Ma quello comparso il 29 luglio scorso su Google’s app store sotto il titolo di “Bomb Gaza” ha scatenato più che una febbre ludica l’indignazione generale. “Bomb Gaza”, disegnato per cellulari Android e tablets, mette ai concorrenti le divise dell’esercito israeliano e li sfida a «lanciare bombe evitando i civili». In pochi giorni è stato scaricato oltre mille volte.

«Apparentemente ideato per offendere, il gioco riflette la vita vera della Striscia di Gaza nella quale hanno perso la vita almeno 1800 palestinesi» scrive il quotidiano britannico Guardian che ha rivelato il caso non prima di aver contattato Google e il responsabile dei titoli della PLAYFTW (lo sviluppatore del gioco) Roman Shapiro. La maggior parte dei commenti in Rete sono condanne, come quella di George Coote che definisce l’iniziativa una vergogna: «Persone reali, tra cui molti bambini, stanno morendo a Gaza. Molti di coloro che non sono stati uccisi sono stati feriti gravemente e non hanno casa.

La loro sofferenza è concreta come la vostra e la mia e usarla in questo modo parla del vostro fallimento come esseri umani. Vergogna per chi ha creato il gioco e per chi ci gioca». O come William Howgate:«C’è in corso un conflitto nel quale la gente muore e sembra che voi troviate accettabile farne un gioco, è pazzesco». Diversi navigatori poi se la prendono con l’app store per ospitare “Bomb Gaza” e per esempio Oma Al chiede di “ritirare il gioco” minacciando in caso contrario di boicottare Google. 

La polemica pare essere appena all’inizio, anche perché il “maturity setting” del gioco, ossia il livello di pericolosità indicato per proteggere i più giovani, è classificato come “basso”. Vale a dire che possono cimentarsi anche i ragazzini. Inoltre la PLAYFTW, che descrive la sua creatura come un working progress, ha già rilasciato una seconda versione accessoriata di musica a tema. “Bomb Gaza” non è l’unico dei titoli per Android ad avere per oggetto il conflitto israelo-palestinese. C’è anche un gioco che si chiama “Gaza Assault: Code Red” e c’è “Iron Dome”, dal nome dell’ormai notissimo sistema di difesa missilistico israeliano. 

Già in passato i video games erano finiti sotto accusa per essere utilizzati come “parte in causa” nella polveriera mediorientale. Un paio d’anni fa il quotidiano israeliano Haaretz dedicò un lungo articolo agli stereotipi antisemiti veicolati direttamente o subdolamente dai giochi. Uno tra quelli più ricorrenti associava gli ebrei alla criminalità come nella popolare versione “game” del film “Il Padrino: parte II”, nel quale imperversava il gangster ebreo Hyman Roth, o ancora peggio a esseri non umani come in “Left Behind: Eternal Forces” o in “Ethnic Cleansing, SA man” e “KZ Manager” chiaramente ispirati all’Olocausto.

Arriva una nuova tecnologia per spiare le abitudini di chi naviga sul web

La Stampa
carlo lavalle

Dopo i cookie, è la volta del “canvas fingerprinting”: più insidioso perché non riconoscibile, è usato anche dal sito della Casa Bianca e da YouPorn. Ecco come fare per neutralizzarlo


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Nuove tecnologie di tracciamento dell’utente vengono usate di nascosto e senza il consenso degli interessati su migliaia di siti online. La scoperta è di alcuni ricercatori della Princeton University e della KU Leuven University in Belgio. Dopo i cookie, piccoli file di testo, inviati al browser, impiegati per spiare e monitorare la navigazione web ma soggetti a regolamentazione in vari paesi, compresa l’Italia, i siti hanno introdotto altri meccanismi, più difficilmente rilevabili e contrastabili, per profilare un utente e registrare movimenti e abitudini su Internet.

Per il marketing pubblicitario è importante conoscere quali pagine visita chi naviga su internet in modo da avere indicazioni su quello che potrebbe acquistare. I cookie servono a questo. Anche Google li utilizza per mostrare annunci mirati ma prima deve avvisare l’utenza e chiedere esplicitamente il consenso sui dati raccolti come stabilito dal Garante per la Privacy con un provvedimento del 21 luglio che parimenti richiama altri sistemi di fingerprint .
Dai cookie ci si può difendere bloccandoli e cancellandoli, attivando funzionalità del browser come DonotTrack ed estensioni quali Ghostery. Ma ci sono altri metodi di tracking più persistenti, meno facili da rimuovere, che consentono di aggirare norme e controlli, con conseguenti rischi sulla privacy.

Uno di questi è il “canvas fingerprinting” che sfrutta immagini o linee di testo elaborate di nascosto da un terminale quando si visita una pagina web per creare una sorta di impronta digitale con cui identificare in modo univoco l’utente e i suoi movimenti online. La tecnica, individuata già nel 2012, viene descritta nella ricerca The Web never forgets che documenta per la prima volta la sua diffusione. Sono oltre 5000, su 100.000 analizzati, i siti web in cui è stata rintracciata. Un numero pari al 5,5% di quelli sottoposti ad indagine, la cui lista è adesso disponibile su Internet.

Secondo quanto riscontrato dagli autori dello studio, il principale veicolo di contagio è rappresentato dai servizi offerti da AddThis, una delle principali piattaforme di social bookmarking e di condivisione di contenuti esistenti al mondo. Gli stessi responsabili della società statunitense hanno ammesso di aver testato la tecnologia “canvas fingerprinting”, come alternativa ai cookie, su una piccola parte dei 13 milioni di siti che integrano i suoi prodotti.

Rich Harris, amministratore delegato di AddThis, ha dichiarato in un’intervista di aver valutato i possibili risvolti in termini di privacy senza riscontrare violazioni di legge.  In ogni caso, la tecnologia resta attiva in moltissimi siti, dal portale della Casa Bianca a YouPorn, i cui gestori hanno, tuttavia, negato ogni responsabilità, riferendo a ProPublica di aver provveduto ad eliminarla.

Ma cosa può fare il singolo utente per neutralizzarla? Nonostante le difficoltà qualche rimedio c’è. Per i ricercatori belgi e americani , Tor è l’unico browser che, allo stato, impedisce il funzionamento di “canvas fingerprinting” (garantisce più sicurezza con la navigazione anonima ma ne risentono prestazioni e disponibilità di contenuti) mentre Electronic Frontier Foundation, oltre al test sulla tracciabilità del browser, consiglia di installare la sua estensione Privacy Badger per bloccare il tracking di AddThis, oppure Disconnect e NoScript. Soluzioni, queste ultime, suggerite anche da Mashable e ProPublica che, in più, propone l’estensione AddBlockPlus con il filtro EasyPrivacy e Chameleon solo per i più esperti.

Foto pedopornografiche su Gmail, la polizia lo arresta

Corriere della sera
di Marta Serafini


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Lì dove la polizia non arriva, ci pensa Google? La storia è destinata a far discutere e arriva dagli Stati Uniti. Un uomo di Houston in Texas è stato arrestato dopo che Mountain View ha mandato una segnalazione al National Center for Missing and Exploited Children segnalando fosse in possesso di materiale pedo pornografico.

“Io non posso sapere cosa quest’uomo abbia nella sua casella di posta. Google può”, ha dichiarato il detective che si è occupato del caso. Dopo che è arrivata la segnalazione il centro per i bambini scomparsi ha, a sua volta, allertato la polizia che ha usato le informazioni per aprire un’indagine. L’uomo era già segnalato per crimini sessuali e una ricerca più approfondita ha portato alla luce altro materiale pedo pornografico sul suo computers. Poi, l’arresto e la cauzione da 200 mila dollari. La vicenda da un lato ha portato alla luce un elemento interessante. Da un lato la tecnologia permette di catturare questi criminali in modo più veloce ma dall’altro le nuove policy in materia di immagini sui minori aprono nuovi scenari sulla privacy degli utenti.

Google infatti di recente ha compiuto due passi importanti. Da  un lato ha dichiarato guerra alla pedofilia con una serie di modifiche sugli algoritmi, introducendo una nuova tecnologia che permette di individuare immagini e filmati (ne avevamo parlato qui) e dall’altro ha modificato le sue condizioni di utilizzo, avvertendo gli utenti che il contenuto dei servizi offerti da Google può essere tracciato. Ma non specifica né il tipo di contenuto, né il servizio nello specifico. Genericamente si limita ad avvertire gli utenti che i loro contenuti possono essere tracciati. Inoltre non fornisce indicazioni sul tipo di tecnologia usata per individuare il materiale pedo pornografico.

Cosa succede però se per sbaglio riceviamo, magari da un utente che nemmeno conosciamo, delle foto o dei video che ritraggono bambini? Corriamo il rischio di venire segnalati alle autorità? Probabilmente sì. Ma in realtà, come il caso di Houston dimostra, non è Google ad aprire le indagini. Mountain View si limita a segnalare l’account ad un istituto specializzato nella protezione dei minori che, a sua volta, se lo valuta opportuno, indica alle autorità l’opportunità di aprire un fascicolo. E negli Usa, così come nel resto del mondo, le autorità giudiziarie si trovano sempre di più a lavorare a stretto contatto con i colossi del tech.

Twitter @martaserafini



Google e Microsoft dichiarano guerra ai pedofili con un algoritmo

Corriere della sera

18 NOVEMBRE 2013 | di Marta Serafini


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Google e Microsoft finalmente dichiarano guerra alla pedofilia. I due giganti del web hanno realizzato dei software che renderanno più difficile cercare materiale pedopornografico online. La notizia arriva dal Daily Mail, al quale, in vista del summit britannico sulla sicurezza in internet, il presidente del consiglio di amministrazione di Google, Eric Schmidt, ha spiegato che il colosso di Mountain View ha affinato il servizio Search, in modo da non fare comparire oltre 100mila termini di ricerca. Una volta che un utente tenterà di cercare risultati riconducibili ad abusi sessuali sui minori, non apparirà alcun collegamento a contenuti illegali.

Schmidt ha riconosciuto tuttavia che nessun algoritmo è perfetto e che Google non è in grado di impedire che i pedofili aggiungano nuove immagini sul web. Gli attivisti contro la pedofilia hanno elogiato l’iniziativa ma avanzano dubbi sul suo impatto. I pedofili tendono infatti a condividere le loro immagini lontano dai servizi di ricerca pubblici. «Non vanno su Google e cliccano su “immagini”», ha detto Jim Gamble, ex capo del Centro per la protezione online e contro lo sfruttamento dei bambini del Regno Unito. «Vanno a cercare negli angoli più oscuri di internet, su siti di condivisione».

«Presto queste modifiche saranno disponibili in oltre 150 lingue, quindi l’impatto sarà veramente globale», ha scritto Schmidt. Le nuove restrizioni saranno disponibili per prime nel Regno Unito e in altri Paesi di lingua inglese, ha precisato il presidente del cda di Google. Provvedimenti simili sono stati adottati da Microsoft, che li ha applicati al proprio sistema di ricerca, Bing. Per trovare le foto da eliminare, i due colossi dell’informatica condividono una tecnologia per il riconoscimento facciale che identifica le immagini in cui i bambini subiscono abusi. Google sta inoltre collaudando una tecnologia che permette di trovare e rimuovere anche i filmati pedopornografici.

(fonte Ap)
Twitter @martaserafini

Francesco riapre la Chiesa al prete “rivoluzionario”

La Stampa
giacomo galeazzi

Ex sandinista, fu sospeso a divinis 30 anni fa

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«Reintegrato nel ministero sacerdotale»: dopo tre decenni padre Miguel d’Escoto Brockmann può celebrare messa. Francesco revoca la sospensione «a divinis» al prete che fu ministro degli Esteri sandinista. «Sono mutate le epoche, i contesti e soprattutto è cambiato lui», spiegano in Curia. ll religioso sudamericano «ha capito di aver sbagliato e il Pontefice ha compreso la sincerità del ravvedimento». 

Nel 1979 padre Miguel fu in prima linea nella rivoluzione contro il regime. Dopo aver cacciato il dittatore Anastasio Somoza da Managua è sceso dall’altare per guidare in Paese a costo di disobbedire all’aut aut della Santa Sede. Rimase nell’esecutivo e oppose alla fedeltà a Roma, quella a una «rivoluzione appoggiata massicciamente dai cristiani». Intanto il viaggio di Karol Wojtyla in Nicaragua nel 1983 aveva puntato l’indice contro l’«eresia sandinista» e la teologia della liberazione come movimento di sintesi tra cristianesimo e marxismo. Da Francesco non arrivano la riabilitazione di chi «scambiò Gesù per Lenin o Fidel Castro» né la sconfessione di Giovanni Paolo II che in piena guerra fredda sanzionò l’indisciplina del clero militante sudamericano.

«Segno di umanità, da non interpretare politicamente». Misericordia, non riscrittura della storia né colpo di spugna sul passato. Una vita che sembra un film. Dai mitra del presidente Daniel Ortega al Vangelo di Francesco. Nato a Hollywood, figlio dell’ambasciatore nicaraguense negli Usa, entra nel seminario di Maryknoll a New York, diventa sacerdote nel 1961. Dopo il master in giornalismo, fonda la casa editrice della sua congregazione, la «Orbis Books». Teologo della liberazione, negli anni 70 è sempre più coinvolto nella politica del Nicaragua. Aderisce al Fronte sandinista di liberazione nazionale, partito politico rivoluzionario di ispirazione marxista che nel 1979 conquista il potere. 

Dal 1979 al 1990 è ministro degli Esteri del governo guidato da Daniel Ortega. D’Escoto, riferisce «Radio vaticana», ha sempre accettato la pena canonica in cui è in corso pur rimanendo membro della propria società missionaria, senza svolgere alcuna attività pastorale. Da qualche anno il sacerdote aveva abbandonato l’impegno politico. Ha scritto al Papa, manifestando il desiderio di «ritornare a celebrare la Santa Eucaristia, prima di morire». Del resto la critica delle disuguaglianze è al centro del pontificato.

«Per Francesco i poveri sono il cuore del cristianesimo e non un appendice del Vangelo - osserva Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio e storico del cristianesimo -. Bergoglio punta ad innescare, attraverso la predicazione, il cambiamento degli stili di vita e di consumo, combatte la cultura dello spreco. Negli indigenti vede la presenza di Gesù». Inoltre «non ha mai ceduto alla tentazione ideologica del marxismo rivoluzionario, però non si è mai appiattito su quell’ala di Chiesa che giustificava disuguaglianze e sfruttamento». Porte aperte e dialogo con tutti.

Clinica gratuita per gli animali? No dei veterinari

Elena Gaiardoni - Mar, 05/08/2014 - 07:00

«Caro Pisapia, quando hai declinato il tuo programma, uno dei punti era animali e ambiente: purtroppo del poco ambiente non ne avete tenuto conto e per gli animali avete fatto veramente poco».
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Determinato il presidente dell'Enpa (Ente nazionale protezione animali), Ermanno Giudici, interviene nella polemica tra l'amministrazione e l'Amvi (associazione medici veterinari italiani), e si schiera contro il bando comunale per una «Clinica veterinaria gratuita» emesso il 24 marzo scorso.

Giudici definisce «una scommessa persa» la politica di Pisapia in fatto di cultura animalista, al punto che l'Enpa appoggia l'Anmvi, bocciando l'ambulatorio previsto nell'immobile di via Senigallia 60/G. La clinica si preannuncia come il solito pasticcio usato a spese di gatti e cani. Concepito per garantire l'assistenza gratuita ai quattrozampe delle fasce sociali più deboli secondo Giudici l'idea è ancora una volta un modo «per far pagare al privato, quello che sarebbe opportuno e doveroso fare da parte dell'amministrazione pubblica». Il bando prevede la concessione gratuita di tre unità immobiliari a un'associazione o un ente in grado di offrire prestazioni da parte di medici veterinari iscritti all'Albo, ovvero non è un ambulatorio gestito dal Comune in prima persona.

Giudici si chiede: «Le tasse che ognuno di noi paga non dovrebbero essere impiegate anche per l'aiuto delle fasce deboli o ormai siamo arrivati alla follia che tutto quello che il pubblico con i suoi sprechi non garantisce, debba essere in capo ai privati, alle associazioni, agli sponsor?», quando fino ad ora l'amministrazione ha dimostrato una mancanza di collaborazione con il settore della Tutela degli animali, usato più come immagine che come serio impegno sociale.

Anche il presidente dell'Anmvi, Marco Melosi, ha inviato una lettera al Sindaco, all'assessore Chiara Bisconti e a Lorella Parma, responsabile del bando, sottolineando come le prestazioni veterinarie della «Clinica - Casa degli animali» saranno rivolte a tutti e non ai soggetti più deboli in fascia Isee. Per la clinica poi non si parla di «autofinanziamento» ma di forme di sostegno private e risultano a discrezione del vincitore del bando le modalità di reclutamento dei medici.

Napoli. Dimentica soldi, tablet e cellulari nell’auto aperta di notte: «E al mattino ho trovato una sorpresa...»

Il Mattino
di Gennaro Morra




Una distrazione al rientro a casa dopo una giornata di lavoro può capitare a tutti. Ma qualche sera fa a un napoletano, M. C., capita qualcosa di singolare, da affidare a un racconto su Facebook. Convinto di aver chiuso l’auto e di essersi messo le chiavi in tasca, s’infila di corsa nel portone e raggiunge l’appartamento dei genitori in un condominio di Varcaturo. «Pioveva fortissimo e non vedevo l’ora di tornare a casa - racconta il 34enne napoletano –.
Così ho cenato, ho fatto la doccia e me ne sono andato beatamente a letto».Il mattino seguente si prepara per andare al lavoro, ma quando sta per uscire di casa non trova le chiavi della macchina. «Le ho cercate nelle tasche della giacca, ma non c’erano. E in quel momento ho avuto un flash: le avevo lasciate attaccate alla portiera».

M. C. si precipita in strada e si avvicina all’auto, ma la trova chiusa e le chiavi non c’erano più. «Ho guardato dentro e non vedevo i due tablet, i due cellulari e il portafogli. Da sotto il sedile passeggeri sbucava la borsa dove tengo i documenti del lavoro». L'uomo pensa subito al peggio e va in escandescenza, ma poi accade l’imprevisto: «Passando accanto alle cassette della posta noto che dalla mia buca fuoriesce il lembo di un foglio. Lo prendo e dentro ci trovo le chiavi dell’auto e un messaggio: “La prossima volta stai più attento”».

M. C. torna alla macchina e scopre che il portafogli e gli altri oggetti di valore sono stati sistemati nell’abitacolo in modo da occultarli alla vista di qualche malintenzionato. «È stato sicuro qualcuno che mi conosce, ma io e i miei genitori ancora non siamo riusciti a individuarlo. Vorrei ringraziarlo. Se mi avessero portato via tablet, cellulari e portafogli, avrei subito un danno di quasi 1.000 euro. Per non parlare dei documenti che avevo in borsa - ammette con un certo sollievo -. La macchina, invece, è un catorcio».

L'uomo è impiegato in una società di servizi, ha raccontato la sua disavventura a lieto fine pubblicando un post su un gruppo aperto di Facebook. «Io vivo a Napoli e a Varcaturo mi appoggio qualche volta dai miei genitori. Vorrei si sapesse che quella non è solo una zona di spazzatura e abbandono, ma possono accadere anche cose belle».

Le 11 cose che fanno i padroni e che i cani odiano

Il Mattino
di Andrea Falla


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ROMA - Il cane è da sempre riconosciuto come il migliore amico dell'uomo, anzi spesso è il padrone che si rivela non all'altezza dell'animale che ha vicino. Il sito inglese Mother Nature Network, ha pubblicato uno studio sulle cose più fastidiose che facciamo ai nostri animali domestici, a volte senza neanche accorgercene.

Tu parli? Il cane no. L'uomo è un essere dotato della parola, ma il cane no. I padroni che camminano parlando al proprio animale, pretendendo che capisca tutto sono fuori strada. Secondo alcuni studi, i cani riescono ad interpretare alcune parole più semplici, ma di certo non saranno in grado di capire intere conversazioni. Il consiglio è quello di parlare con il linguaggio del corpo, mixando parole e gesti, in modo da facilitare la comprensione dell'animale. Addirittura viene suggerito un esperimento: stare una giornata intera parlando con il proprio cane solo a gesti: aumenta la sintonia con il nostro amico e migliora il dialogo.

Abbracci? No grazie. Per gli esseri umani l'abbraccio è uno dei più comuni mezzi per comunicare affetto e amore, ma guai a pensare che lo stesso funzioni per i cani. Il cane in genere odia essere abbracciato. Nel linguaggio canino, la zampa sulla parte posteriore indica dominio, superiorità, un gesto che viene visto in modo differente se a farlo è un uomo, ma che comunque non trasmette sensazioni positive all'animale. Alcuni sopportano con gentilezza, altri sono più inclini agli abbracci, il livello di sopportazione dipende sempre dalla razza e dall'educazione, ma fidatevi, nessun cane ama essere abbracciato. Il consiglio? Ci sono tanti modi per coccolarlo, sbizzarritevi.

Lascia stare la testa. A chi piace farsi toccare faccia e testa? Nella maggior parte dei casi un essere umano si scanserebbe o quanto meno cercherebbe di evitare la situazione fastidiosa. Per i cani è la stessa cosa. Di solito non amano essere toccati in testa, la vedono come un fastidio, ma spesso si lasciano toccare se c'è un livello di confidenza totale con il padrone. Comunque è meglio evitare, meglio un bel grattino sulla pancia o una carezza sulla schiena.

Che hai da guardare? Il contatto visivo è uno dei fattori dominanti nel rapporto con gli animali. Anche con loro, uno sguardo vale molto più di mille parole, ma guai a fissarli negli occhi, soprattutto se è un cane appena conosciuto. L'animale potrebbe vedere la cosa come un gesto di sfida o di sottomissione, con le reazioni che possono andare dall'abbaiare fino anche ad un'aggressione. Il modo migliore per approcciare un cane è una postura leggermente inclinata, evitare sguardi lunghi e parlare con una voce dolce. L'animale non si sentirà minacciato o sottomesso.

Regole, regole, regole. I cani spesso sono come i bambini, se non gli si fornisce un'educazione con delle regole precise, si rischia di tirar su un bambino viziato e capriccioso, che perde le staffe se le cose non vanno come dice lui. I cani sono uguali, proprio per questo motivo è giusto dare delle regole precise, come ad esempio: "Non salire sul divano" o "Aspetta me per attraversare la strada", con l'animale che piano piano imparerà cosa può e cosa non può fare. Cosa molto importante, i cani non conoscono le eccezzioni alle regole: quindi non capiranno la differenza tra salire sul divano prima o dopo il bagno, per cui meglio essere sempre coerenti con la prima versione della regola.

Quelli che non ci piacciono. Un errore che spesso i padroni fanno è quello di forzare il proprio cane ad andare con persone o altri cani che non gli piacciono. Si tratta di una forzatura che non giova all'umore dell'animale, ed è proprio in quei casi che potrebbe avere reazioni inaspettate. Cercare avere empatia con il proprio cane è importante, anche per comprendere le sue voglie e bisogni. Fondamentale è poi distinguere i momenti di timidezza, in cui una 'spintarella' è ben accetta e i momenti in cui il cane ha solo voglia di andare a casa.

Lascitateli odorare. Quando si porta il proprio amico a fare una passeggiata, lasciategli un minimo di libertà. L'animale deve poter esplorare e soprattutto odorare qualsiasi cosa, è una dei piaceri più grandi per loro, basti pensare che odorare un albero è per un cane piacevole come per noi osservare un tramonto. Quindi niente tira e molla con il guinzaglio, cercando di insegnare un'andatura diligente, ma libera di esplorare. Lasciate che il mondo entri nel suo naso, il vostro amico vi ringrazierà.

Guinzaglio stretto. Il collegamento tra cane e padrone è il guinzaglio, che è un mezzo attraverso cui l'animale riesce a percepire la tensione e il 'controllo' dell'uomo. Si consiglia di tenere sempre ben stretto il guinzaglio, ma senza evitare strattonate brusche. Non sarà facile, ma come ogni virtù il giusto sta nel mezzo: trovate una via di mezzo tra la 'tirata' solida e dura e il guinzaglio morbido che lascia un po' di spazio.

Cane specchio. Sei teso ? Nervoso? Agitato? Il cane reagisce non soltanto al guinzaglio, ma capisce lo stato d'animo del suo padrone in base anche ad altri paramentri. Lui capisce, anzi percepisce, comportandosi spesso come uno specchio dell'uomo che hanno davanti. Quindi attenzione alle vostre emozioni, perché come non piacciono a noi, non piaceranno neanche a loro.

Niente noia. I cani odiano le persone noiose, e i padroni che non dedicano loro almeno un po' di tempo. Vero è che spesso un uomo o una donna tornano a casa la sera, già stanchi dal lavoro, con la voglia soltanto di cenare e rilassarsi sul divano. Ma l'animale non può comprendere questo stato d'animo e spesso sfoga la sua noia con reazioni che noi consideriamo fastidiose, come abbaiare o mangiare i nostri calzini. Ma allora cosa fare? Insegnate sempre nuovi giochi al vostro animale. Nessuno vuole un amico noioso, figuriamoci un padrone.

Tutto il resto. Dovrebbe essere ovvio, ma è sempre meglio precisare. Esistono comportamenti da evitare in maniera categorica, tipo: abbaiare ad un cane, tiragli la coda, parlarlgi da dietro un vetro e tutte queste cose che a qualcuno potrebbero sembrare divertenti, ma per il cane sono un grande disturbo, che può provocare variazioni nel suo comportamento e stimolare reazioni anche violente.
lunedì 4 agosto 2014 - 12:02   Ultimo agg.: 12:03