lunedì 4 agosto 2014

Ecco cosa significa il simbolo con due spunte su WhatsApp: per evitare ogni litigio

Il Mattino




NEW YORK - Molto spesso, WhatsApp, Facebook Messenger ed altre app di messaggistica istantanea, creano qualche litigio di coppia."Hai visualizzato e non hai risposto": frase ripetuta centinaia di volte da amici, parenti, partner. Molto spesso tutto scaturisce dalle famose 'spunte' che seguono i messaggi inviati da WhatsApp.

Il testo è seguito da una sola spunta, quando viene inviato dal nostro smartphone e viene caricato sul server di WhatsApp. Il simbolo con una sola spunta indica che il server ha ricevuto il testo, e non necessariamente che il messaggio sia stato inviato correttamente. Quando, invece, il vostro messaggio arriva al destinatario, compaiono due spunte: non necessariamente è stato letto, ma soltanto consegnato.Se compare un orologino al posto delle due spunte, significa che il vostro messaggio non è riuscito a 'partire' dal vostro telefono, probabilmente per un temporaneo problema di connessione internet.

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Un mondo senza whatsapp

Ipad air 2, ecco tutte le novità del dispositivo della Apple

Il Mattino
di Alessio Caprodossi



Un rimpallo tra iPhone e iPad, una storia che si ripete puntualmente ogni estate, quando si rincorrono voci, novità vere o presunte e immagini dei due dispositivi mobili Apple.
Come al solito da Cupertino non filtra nessun dettaglio, del resto Steve Jobs ha costruito il mito della Mela anche grazie al regno dell'incertezza, che lasciava sospesi giornalisti e appassionati fino alla presentazione ufficiale dei prodotti.

Nei giorni scorsi sotto i riflettori è stato lo smartphone, ora tocca invece all'iPad Air 2, di cui sono state diffuse alcune fotografie che sembrano piuttosto vicine all'originale. Postate sul sito di microblogging cinese Weibo dal produttore orientale Yi Lin Enterprises, le immagini della scocca posteriore hanno fatto subito il giro del mondo mostrando qualche miglioria apportata da Apple per il secondo modello del tablet Air.

Gli aggiustamenti riguardano i tasti laterali, ora incassati nella struttura come già avvenuto con l'iPhone per conferire al tablet un profilo più snello ed elegante. Altro lieve cambiamento è lo spostamento del microfono che si troverà vicino alla fotocamera iSight, mentre l'immagine nel dettaglio della parte inferiore della scocca mostra la presenza di fori altoparlanti più grandi e disposti lungo due file, una per ogni lato rispetto al connettore Lightning in posizione centrale, e non più su quattro file come in precedenza.

Dagli scatti, inoltre, si nota la mancanza del tasto per il muto e il blocco dell'orientamento del tablet. A prescindere dalla veridicità delle immagini, che potremo certificare solo più avanti, la filosofia di Apple sul futuro iPad Air 2 è chiara: niente rivoluzione ma piccole correzioni nel nome del design e della praticità. Una scelta che potrebbe ripetersi anche sul lato hardware dove, al momento, le uniche novità considerate quasi certe sono il processore A8 e l'introduzione del Touch ID per il rilevamento delle impronte digitali.

Chissà se sia sufficiente per continuare ad ammaliare i consumatori mondiali e rilanciare le quotazioni dell'iPad, che alla luce delle ultime due trimestrali in calo è stato bocciato da qualche analista come moda passeggera. In realtà la riduzione del volume di vendita riguarda l'intero comparto tablet, dove Apple domina indiscussa tanto che sui 49,3 milioni di unità vendute negli ultimi tre mesi, 13,3 sono stati iPad, con Samsung al secondo posto con 8,5 milioni di pezzi venduti e Lenovo a chiudere il podio con 2,5 milioni.

Detto che le minori vendite sono conseguenze di fattori diversi che rendono impossibile il confronto con i numeri dell'iPhone (pensiamo solo al differente ciclo di vita di smartphone e tablet, nonché alla maggior facilità con cui le persone cambiano i primi a differenza dei secondi), stando alle notizie che arrivano dagli Usa Apple ha intenzioni chiare sul futuro delle tavolette.

Se per ottobre è prevista la presentazione dell'iPad Air 2, a stretto giro o magari nel corso dello stesso evento dovrebbe esser lanciato l'iPad Mini 3, che potrebbe avere uno spessore ridotto del 30% rispetto al modello in commercio), mentre nel 2015 dovrebbe esser concluso il progetto iPad XL, un dispositivo indirizzato al settore business con un display da 12,2 pollici. Un'altra porzione di mercato, quest'ultima, cui Apple non intende rinunciare, come dimostrato dal recente accordo siglato con IBM.

La faccia tosta e le tante colpe dei maestrini ambientalisti

Franco Battaglia - Lun, 04/08/2014 - 12:54

Il presidente onorario di Legambiente vuol dare lezioni. Ma certi disastri sono anche figli delle politiche ecologiste sballate ispirate dai verdi come lui


Fa un poco di pena e molta rabbia ascoltare il presidente onorario di Legambiente, Ermete Realacci, sdottorare sugli eventi tragici. Sui quali plana come fanno gli avvoltoi che, non paghi della carne di cui si sono già saziati, cercano di succhiare altro sangue dalle vittime.

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Sentite qua le dichiarazioni che l'onorevole, chili di bronzo sulla faccia, non ha il pudore di risparmiarci: «La bomba d'acqua nel Trevigiano conferma purtroppo tragicamente la necessità di contrastare i mutamenti climatici e gestire bene il territorio. Una politica utile e lungimirante deve dare priorità alla riduzione dei gas a effetto serra e considerare la manutenzione del territorio la prima grande opera che serve all'Italia. La nostra economia può ripartire anche da qui».

Questo signore è tra i responsabili morali dei fatti, sui quali dovrebbe almeno tacere. Per ben trent'anni è stato cattivo maestro, strepitando che bisognava proteggersi dagli eventi climatici impegnando denaro pubblico con la green economy . Che consiste nel finanziare l'installazione di impianti eolici e fotovoltaici, sui quali quelli di Legambiente devono aver fatto lucrosi affari, come ha denunciato Il Fatto Quotidiano dello scorso 10 giugno: «Legambiente ha quote in società coinvolte negli affari della riduzione della CO2». Una di queste è la Sorgenia dei De Benedetti che, recita il sito web di Legambiente, «sostiene le attività» dell'associazione ambientalista. Già: come la Volpe zoppa sostiene il Gatto cieco.

E cieca è stata l'isteria ambientalista a portare il Paese nel baratro economico e ambientale, inducendolo, prima, a rinnegare la fonte nucleare d'energia, l'unica che avrebbe messo la parola fine ad ogni discussione di politica energetica; e poi a terrorizzare la popolazione con lo spettro dei cambiamenti climatici, inducendo i governi ad affrontare il presunto problema impegnando centinaia di miliardi su presunte soluzioni.
 Perché bisogna aver chiaro che il problema della CO2 è finto e, anche fosse vero (ma non lo è), neanche centinaia di migliaia di miliardi impegnati su quelle tecnologie potranno mai scalfirlo. La piovosità del luglio 2014 è del 70% maggiore della piovosità media del periodo 1970-2000. E allora? Chissenefrega! Perché, se è vero quanto appena detto, è anche vero che il luglio 1932 fu il 50% più piovoso del luglio 2014, e dal 1800 a oggi ci sono stati altri 12 luglio più piovosi. Questo luglio è stato più fresco del solito? Chissenefrega: i lugli del 1993 e del 1996 furono ancora più freschi. Alla faccia del riscaldamento globale sul quale quelli di Legambiente hanno costruito la propria fortuna politica ed economica.
Ciò di cui invece non dovremmo fregarcene è che il clima fa i capricci: in ogni stagione di ogni anno v'è sempre stato e sempre vi sarà quel giorno, anche uno solo, in cui quei capricci hanno conseguenze tragiche.
 Abbiamo una sola via da percorrere, ed è quella che proprio Realacci - per mettere una foglia di fico sulle proprie vergogne - ha indicato: considerare la manutenzione del territorio una grande opera che serve all'Italia. Ma servono tanti soldi. È cruciale innanzitutto interrompere, anche retroattivamente se necessario, lo sperpero delle sovvenzioni a eolico e fotovoltaico: sono diverse centinaia di miliardi che andrebbero riversate nelle tasche degli ingegneri e dei geologi in cambio della messa in sicurezza del nostro povero territorio abbandonato per troppi decenni. E poi bisogna isolare e mettere da parte gli ambientalisti e togliere dalle loro irresponsabili mani il giocattolo pericoloso di cui si sono impossessati.

Addio Adsl e fibra ottica. Il web mette il turbo: a gennaio arriva Lte Advanced

Il Messaggero

di Gianluigi Giannetti


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Inevitabile che succedesse qui, tra carenze strutturali e ottime abitudini. Con l'Italia colpita dall'ennesimo rapporto-anatema della Unione Europea per il bassissimo numero di linee internet ad alta velocità disponibili, peggior risultato tra i Paesi membri, ma anche con un parco cellulari che per oltre il 60% è costituito da smartphone di ultima generazione, il 62% dei quali accede al web quotidianamente. Tra incastri di lusso e pigrizia istituzionale insomma, il nostro Paese si ritrova ad essere la pista di atterraggio ideale del nuovo che avanza e che manda in soffitta l'offerta di Adsl e fibra ottica (18,4% degli abbonamenti, contro il 66% della media Ue).

La rivoluzione che tocca subito a noi si chiama Lte Advanced, connessione ultraveloce, che non faticherà a trovare un mercato di clienti di telefonia mobile affamati di collegamenti rapidi, stabili e disponibili ovunque. Se poi la sigla appare astrusa, meglio partire dai risultati pratici che produce: scaricare filmati e immagini a una velocità più che doppia rispetto al massimo possibile finora sulle reti italiane, anche utilizzando lo smartphone al chiuso di case o uffici e perfino come terminale da collegare alla Tv.

COSA CAMBIA I numeri sono promettenti, poi anche eloquenti o preoccupanti, a seconda da quale lato del cavo ci si ragioni. Le migliori connessioni Adsl domestiche e aziendali consentono fino ad oggi una velocità di 20 Megabyte al secondo, che diventano 100 per gli allacci in fibra ottica, ma gli smartphone Lte Advanced puntano già al debutto su quota 180 Megabyte, con un clamoroso limite fino a 300 Megabyte esibito tanto da Tim che da Vodafone, entrambe già partite con la sperimentazione in Italia, in vista dell’appuntamento per il lancio commerciale fissato entro il prossimo gennaio. Se poi la rete 4G (quarta generazione) attuale copre il 51% del territorio italiano, il nuovo sistema raggiungerà oltre 1.000 comuni già dal via. Tutto troppo facile?

Il giallo di una partenza lampo sta ancora una volta nella sigla Lte Advanced, una sostanziale evoluzione degli standard di telefonia mobile per l'accesso a banda larga, cioè l’attuale Lte che gli uffici marketing finora ci hanno proposto su telefonini con bollino 4G. Il massimo ente di certificazione al mondo, l'istituto delle comunicazioni delle Nazioni Unite, dice invece che si comincia davvero con la Lte Advanced, la vera quarta generazione, soprattutto per la possibilità di usare contemporaneamente due bande di frequenza diverse, in questo caso 1800 MHz e 2600 Mhz, per offrire una navigazione in Internet particolarmente fluida.

NELL’ORBITA DEI 4K L'interesse e il business in gioco sono enormi. Il 69% degli utenti Internet - secondo lo studio del colosso svedese Ericsson - guarda brevi filmati online mentre un utente Internet su due segue interi film o episodi Tv: per questo le potenzialità di uno smartphone possono uscire facilmente dalla tasca per entrare in salotto, con la possibilità di avere su un dispositivo collegato alla rete mobile filmati di qualità broadcast, paragonabile a quella di un DVD, o addirittura nel fantomatico formato 4k adatto a televisori con risoluzioni quattro volte superiore ai Full HD. Da Amazon a Spotify, passando per Google marketplace, tutti i nomi specializzati nella vendita di contenuti on demand, nello streaming di musica e nel social gaming, non aspettavano altro che un canale preferenziale e l'arrivo sul mercato di dispositivi all'altezza in velocità e potenza.

Un turboweb già decollato in Corea, dove i telefonini Lte Advanced esistono già, pronti ad uno sbarco rapidissimo anche da noi. A dominare il mercato c’è il Samsung S5 in una speciale edizione “A” che ha debuttato il 18 giugno, seguito dal concorrente LG G3, entrambi peraltro motorizzati con quel processore Snapdragon 805 che sembra l’unico a poter gestire connessioni mobili ad altissima velocità, e diventato ormai un caso. La società americana Qualcom che lo fabbrica sta incassando interesse anche di Amazon, che pensa così di virare in corsa verso Lte Advanced per rivitalizzare i suoi tablet Kindle soprattutto il neoarrivato Fire Phone, approfittando anche lei del ritardo di Apple: nel nuovo iPhone 6 in arrivo a ottobre, della sigla Lte Advanced pare non ci sia traccia.


Lunedì 04 Agosto 2014 - 08:42

Sbloccare lo smartphone è sempre meno illegale

La Stampa

Valerio Mariani

Negli Usa sarà possibile richiedere lo sblocco della Sim e usare il terminale con altri operatori di telefonia. E in Italia?

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Il 25 luglio il Congresso americano ha approvato l’Unlocking Consumer Choice and Wireless Competition Act che prevede un’eccezione al famoso Digital Millennium Copyright Act (DMCA) e, di fatto, permette lo sblocco di uno smartphone al fine di utilizzare lo stesso su diverse reti di comunicazione wireless. 
In questo modo, la pratica dell’unlocking è resa legale e non infrange la legge che protegge il copyright (DMCA) che, tra l’altro, prevedeva fino a 500mila dollari di multa e fino a 5 anni di prigione. La questione risale al 2007, quando Apple – previo accordo con gli operatori di telefonia - rese disponibili i suoi iPhone a un prezzo ridotto ma impedendo di cambiare Sim, e dunque abbonamento. 

Gli americani possono richiedere lo sblocco dello smartphone ma solo per cambiare operatore, e solo alla fine del contratto che li lega al vecchio, e non per altri utilizzi, per esempio per rivenderli. La legge, in ogni caso, prevede l’eccezione solo per gli smartphone e non per altri dispositivi connessi alla rete mobile. 

Il fatto che gli utenti possano richiedere lo sblocco all’operatore, non implica che l’operatore stesso esegua. Lo sblocco è certo solo al termine del contratto, proprio perché nella legge di parla di “possessore”, e il telefono non è di proprietà dell’utilizzatore fino a quando non termina il contratto stipulato con l’operatore telefonico. 

Insomma, una legge a metà, che libera solo una catena ma non penalizza troppo né operatori né produttori di smartphone. In Italia la pratica dell’unlocking è altrettanto diffusa, anche perché ormai è un gioco da ragazzi, ma comunque illegale, secondo gli operatori. Tutto ciò che si è riusciti a ottenere è che, grazie all’Autorità per Le Garanzie nelle Comunicazioni, il blocco non possa essere superiore ai 18 mesi, alla fine di questo periodo lo sblocco deve essere gratuito. Inoltre, in Italia è possibile sbloccare a pagamento il terminale dopo 9 mesi dall'acquisto pagando un massimo del 50% del sussidio ricevuto all'atto dell'acquisto.

Tuttavia, secondo l’avvocato interpellato dal sito webmasterpoint.org , non è detto che sbloccando uno smartphone si esca sconfitti da un’eventuale procedimento penale. La clausola, infatti, limiterebbe fortemente la libertà del proprietario del prodotto, rischiando di essere vessatoria (articolo 36 del nuovo Codice del Consumo, decreto legislativo 206 del 2005). Comunque, anche nel caso di utilizzo professionale, specifica l’avvocato, si potrebbe considerare vessatoria la clausola, ai sensi dell’articolo 1341 secondo comma del codice civile, perché dovrebbe essere specificamente sottoscritta dal nuovo proprietario.

La giurisprudenza italiana degli ultimi anni, infine, ha sempre dato ragione all’utente, anche nel caso di modifica di console di gioco, rendendo di fatto l’unlocking (praticamente) legale. Dopo il passo avanti del Congresso americano e possibile che anche in Europa si arrivi a una liberalizzazione delle Sim, anche perché acquistare smartphone vincolati a un operatore diventa sempre meno conveniente, meno diffuso – il cosiddetto open market è in ascesa anche in Italia – e, in ogni caso, riguarda solo i terminali di fascia alta.

Come scegliere una password sicura, ecco i consigli da seguire

Il Mattino

Ecco una serie di consigli utili che potranno servire per rendere più sicura la nostra password.



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Bollo auto, è la terza tassa patrimoniale più costosa: nel 2013 quasi 6 miliardi

Il Messaggero

Lo rivela uno studio della Cgia di Mestre. In totale le entrate dalle patrimoniali si sono attestate a 41,5 miliardi. Gettito quintoplicato dal 1990. Al primo posto ora c'è l'Imu.


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MESTRE - L'anno scorso le imposte patrimoniali hanno prodotto un gettito per le casse dello Stato pari a 41,5 miliardi di euro e «con l'introduzione della Tasi, nel 2014 ritorneremo a pagare quanto versatonel 2012».

Ad affermarlo è l'ufficio studi della Cgia. «Con l'introduzione della Tasi - commenta il segretario Giuseppe Bortolussi - nel 2014 ritorneremo a pagare quanto abbiamo versato nel 2012: attorno ai 44 miliardi di euro. Si pensi che dal 1990 il gettito è addirittura quintuplicato. Le più onerose sono l'Imu, l'imposta di bollo, il bollo auto e l'imposta di registro: i versamenti di queste quattro imposte incidono sul gettito totale per oltre l'89 per cento». Le imposte patrimoniali sono quelle che di fatto gravano sulla ricchezza posseduta dalle persone in un determinato momento, ricchezza che, intesa in senso ampio, comprende i beni immobili (case, terreni), i beni mobili (auto, moto, aeromobili, imbarcazioni), gli investimenti finanziari.

Nel 2012 l'imposizione patrimoniale è cresciuta, rispetto al 2011, di 13.950 milioni di euro - calcola l'associazione degli artigiani di Mestre - un balzo di oltre il 46%. Mentre nel 2013 si è avuta una temporanea flessione dovuta all'abolizione del prelievo Imu sulle abitazioni principali. In termini di gettito, l'imposta più pesante per le tasche degli italiani è l'Imu: nel 2013 ha garantito alle casse dello Stato e dei Comuni ben 20,2 miliardi di euro. Seguono l'imposta di bollo (6,6 miliardi di euro), il bollo auto (5,9 miliardi di euro) e l'imposta di registro (4,3 miliardi di euro). «Purtroppo - secondo la Cgia - la situazione per l'anno in corso è destinata a peggiorare ulteriormente».

Il Corriere cacciò Montanelli E Ottone si pente 40 anni dopo

Luca Fazzo - Lun, 04/08/2014 - 08:09

Lo storico direttore del quotidiano e quel licenziamento del 1973 che cambiò il giornalismo italiano


Una frase, quarantun anni dopo: «Guardando retrospettivamente forse fu un errore licenziarlo». Parla Piero Ottone, direttore del Corriere della Sera nell'Italia della tensione e dell'avanzata rossa.
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E dice due cose: che Indro Montanelli non se ne andò dal Corriere sbattendo la porta, «come a volte si dice», ma venne licenziato in tronco; e che quel licenziamento fu uno sbaglio. Ottone lo confessa in un passaggio di una lunga intervista a Repubblica . E accetta poi di buon grado di tornare col Giornale sul «caso Montanelli». Rivelando di non essere il solo a nutrire oggi dei ripensamenti su come il grande inviato venne cacciato da via Solferino. «Poco tempo fa - dice Ottone - ne ho parlato con Giulia Maria».

Ossia con Giulia Mozzoni Crespi, che in quegli anni era insieme a Agnelli e Moratti la proprietaria del Corriere . «Con lei Montanelli era stato pesante, l'accusa di essere priva di buon senso e di intelligenza, e nei salotti milanesi aveva avuto nei suoi confronti parole fuori dal lecito. Ma adesso Giulia Maria mi ha detto: se tenevamo Montanelli era meglio, perché era una forza per il giornale». Senza quell'errore, la storia del giornalismo italiano sarebbe stata diversa.

Era il 1973. Sulla prima pagina del Corriere, Ottone portava gli «scritti corsari» di Pier Paolo Pasolini. Una scelta simbolica, la grande borghesia che apriva il suo quotidiano ai fermenti - culturali, se non politici - figli dell'autunno caldo. Tenere Montanelli al Corriere non sarebbe servito anche a bilanciare quelle aperture? «Non c'era niente da bilanciare, tantomeno con Montanelli. Su questo si è fatta un po' di confusione. Indro non mi accusava di fare un giornale troppo di sinistra, ma di fare un giornale senza una linea. In uno dei suoi ultimi articoli, nella rubrica del dialogo con i lettori, scrisse che bisognava coinvolgere nel governo non i socialisti, di cui non si fidava, ma i comunisti. E seppi che diceva in giro: vediamo se Ottone mi pubblica anche questo!».

La goccia finale, come è noto, fu l'intervista di Montanelli al Mondo in cui invitava la borghesia lombarda ad abbandonare il Corriere . «A quel punto il licenziamento fu inevitabile. Se non lo avessi licenziato, avrei dovuto fare i conti con la redazione, che soprattutto nei suoi componenti più giovani non amava affatto Indro. Sarei stato considerato corrivo. Era come se un ingegnere dell'Alfa Romeo avesse dichiarato pubblicamente che le Alfa erano delle cattive automobili. Non solo Giulia Maria, ma anche Agnelli e Moratti furono d'accordo da subito con la mia decisione. D'altronde era chiaro che se non lo avessimo licenziato in quella occasione, nel giro di un paio di mesi Montanelli ne avrebbe fatta un'altra delle sue». Vi aspettavate l'esodo di diverse firme importanti del Corrier e che seguirono Montanelli? «Lo avevamo messo in conto».

Eppure oggi, a novant'anni, dalla casa di Camogli, Ottone dice che sì, un'altra scelta sarebbe stata possibile e forse giusta. «Avremmo potuto chiudere gli occhi». Lo dice, e questo è forse l'aspetto più interessante, senza indulgenze particolari verso la memoria di Montanelli: che «era senza dubbio il più grande giornalista italiano», ma «covava, senza dirlo forse neanche a se stesso, il desiderio di fare il direttore del Corriere , e questo lo portava a fare la fronda a tutti i direttori. Fece lo stesso con me, che pure ero suo amico: ma lo fui solo fino al giorno della mia nomina. Iniziò a contestarmi, ma mai a viso aperto. Non ci fu una sola volta che mi abbia detto in faccia che non gli piaceva il giornale che facevo. Ma lo diceva agli altri, e ovviamente io lo venivo a sapere».

È chiaro che non si lasciarono bene, e Ottone non cerca nemmeno pacificazioni post mortem. Lo aveva scritto, d'altronde, qualche tempo fa in una lettera a Mario Cervi: «Montanelli era buono d'animo e generoso. Fra le sue virtù non c'era però la lealtà verso il direttore pro tempore». Già in quella lettera, Ottone descriveva il giorno della cacciata, a casa del critico musicale Greco Naccarato: «Fu sorpreso, addolorato e ferito». Oggi, quarantun anni dopo, Ottone ammette di avere sbagliato. Forse.

Bancomat obbligatorio, flop nei negozi: in regola meno del 50%

Il Messaggero

di Michele Di Branco

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Avrebbe dovuto essere l’asso nella manica gettato sul tavolo per contribuire a sconfiggere l’evasione fiscale. Ma a poco più di un mese di distanza dalla riforma voluta dal governo Renzi che rende obbligatori i pagamenti elettronici per importi sopra i 30 euro (se richiesto), l’operazione non è affatto decollata. Solo 6-700 mila esercenti, tra quelli chiamati a farlo, si sono dotati del Pos Mobile che consente di accettare le carte di credito e debito operanti sui circuiti internazionali MasterCard, Visa e Maestro. E questo significa che sui 5 milioni di operatori che dovrebbero essere coinvolti nell’operazione appena 2-2,2 milioni sono in regola. Dunque secondo le stime di Confesercenti e Cna siamo ben al di sotto del 50%. E se si scende nella platea dei negozianti al dettaglio la percentuale crolla ancora.

Palazzo Chigi è convinto che la riforma funzionerà. Ma intanto i numeri parlano di un flop. Che è frutto essenzialmente di due problemi: il fatto, non da poco, che non sono previste sanzioni per chi trasgredisce e il fardello dei costi per l’installazione e la gestione dei Pos che affligge in particolare gli esercenti di medio-piccola grandezza. Si può arrivare fino a mille e cinquecento euro di spesa nell’arco di un anno per un’azienda con un volume di transazioni bancomat o carta di credito da 50 mila euro. Vale a dire i 150 euro necessari per l’installazione l’attivazione, più i costi di gestione mensili che possono arrivare fino a 80 euro. E infine il carico finale da circa mille euro delle commissioni sulle transazioni.

Di regola, con le banche si negozia un’aliquota dell’1,5-2% in favore di queste ultime sul volume degli incassi. Ma ci sono anche formule, alternative, che prevedono una commissione di 0,25-0,40 euro sulla singola transazione. Proprio i costi sono lo scoglio contro il quale rischia di infrangersi la diffusione della moneta elettronica. Un esempio su tutti: i tabaccai. Per un bollo di 300 euro il guadagno per l'esercente è di un euro, ma se il pagamento avviene con bancomat il costo che il tabaccaio deve sostenere è di 3 euro. L’Abi garantisce che proprio grazie alla diffusione del sistema «i prezzi praticati dagli istituti si ridurranno».

Confesercenti spiega che un’applicazione inflessibile della legge costerebbe 5 miliardi l’anno per le imprese tra oneri di esercizio e commissioni e parla di innovazione «che rischia anche di essere inutile visto che il 70% degli italiani non ha intenzione di cambiare le proprie abitudini di pagamento». Ragionamenti di tenore simile dalle parti della Cna. «È innegabile l'importanza della tracciabilità – afferma Mario Pagani, responsabile del dipartimento delle politiche industriali - ma non si può ignorare l'impatto in termini di costi sulle attività che hanno prodotti di basso valore. Servirebbero incentivi o sgravi fiscali per favorire il passaggio anche culturale alla moneta elettronica e sarebbe anche opportuno alzare la soglia minima almeno a 50 euro per ammortizzare i costi». E dire che la riforma non è piombata affatto in maniera imprevista visto che le novità è prevista da una legge del 2012

04 Ago 2014 00:17 - Ultimo aggiornamento: 08:06

L'uomo che chiuse in un cassetto gli Anni di piombo

Vittorio Feltri - Dom, 03/08/2014 - 15:26

Salvatore Conoscente, caporedattore del Corriere, invece di pubblicare la famigerata foto di Giuseppe Memeo, la mise in un cassetto


Ieri, tra le necrologie del Corriere della Sera , scorgo un nome familiare: Salvatore Conoscente. Sotto, una sola riga: «Ciao Cono... la tua amata figlia».
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Mi vengono i brividi. Quel «Cono», scritto dalla sua unica erede con affetto, mi dà la certezza: non può che essere lui, il vecchio capocronista del giornalone di via Solferino, a suo tempo personaggio noto per aver commesso un tragico errore, una leggerezza, qualcosa che segnò in negativo la sua pur buona reputazione professionale.

Nel 1977 gli erano capitate tra le mani le foto (che poi sarebbero divenute il simbolo dei cosiddetti anni di piombo) di vari terroristi armati, fra cui Giuseppe Memeo, il quale in via De Amicis a Milano, durante una delle ricorrenti manifestazioni, impugnava a due mani una pistola, la famigerata P38, le braccia tese nell'atto di prendere la mira e di premere il grilletto. Fu freddato il vicebrigadiere di polizia Antonio Custra (per il cui omicidio dieci anni dopo venne condannato un secondo autonomo, Mario Ferrandi).

Conoscente guardò quelle immagini, forse distrattamente, forse no, e anziché fare un salto sulla poltrona e ordinarne la pubblicazione in prima pagina, come chiunque avrebbe fatto, le infilò in un cassetto della scrivania. Il sospetto che volesse nasconderle, farle passare in cavalleria, fu avvalorato dal fatto che il capocronista era dichiaratamente, ufficialmente, un compagno (iscritto al Pci, reduce dalla lotta partigiana).

Probabilmente nella circostanza prevalse in lui la fede politica sull'esigenza giornalistica di fornire ai lettori la documentazione visiva di una notizia importantissima. Cosicché occultò le istantanee che un reporter gli aveva offerto su un piatto d'argento. Sperava di farla franca? Credeva che la propria omissione non fosse grave? Non è mai stato verificato. In realtà scoppiò una specie di scandalo che ebbe ripercussioni oltre il palazzo storico del quotidiano.

E la direzione fu costretta a rimuovere dall'incarico Conoscente e a trasferirlo all'ufficio centrale dei redattori capo. Promoveatur ut amoveatur (sia promosso affinché sia rimosso). Non c'era altra soluzione. All'epoca i comunisti contavano parecchio in redazione. Il direttore, sollecitato dai sindacati interni ed esterni, ne assumeva a frotte per garantirsi la pace «sociale» e prevenire scioperi, agitazioni, grane.

Il Corriere in breve si trasformò da organo tradizionale della borghesia in una succursale di lusso dell' Unità , da cui provenivano vari giornalisti. Non a caso Indro Montanelli e la sua orchestra di anticomunisti abbandonarono il transatlantico di Piero Ottone per varare un battellino, Il Giornale . Per rimpiazzare i trasfughi, i responsabili del primo quotidiano italiano fecero incetta di compagni, brava gente, per carità, ma politicamente connotata e propensa - immagino - a tutelare prima gli interessi di partito anziché quelli editoriali.

A dire il vero alcuni redattori furono prelevati anche dal cattolicissimo Avvenire ; costoro però, non appena messo piede in via Solferino, provvidero ad adeguarsi, richiedendo con prontezza la tessera del Pci. A parte l'episodio narrato (e relativi contorni), Salvatore - origini napoletane - era persona elegante e simpatica che, se proprio doveva nuotare, lo faceva sott'acqua. Lavoravamo insieme e non l'ho mai sentito alzare la voce. Come tutti, a un dato momento se ne andò in pensione. I vecchi infastidiscono i giovani che brigano per liberarsene e rubare loro il posto, salvo accorgersi subito che non basta il seggiolone per salire in alto.

Una volta si diceva che se uno muore e il suo nome non finisce tra le necrologie del Corriere è come se non fosse morto perché nessuno lo viene a sapere. Non è più così. Cambiata anche questa regola. Conoscente ci è finito, tra le necrologie, ma neanche nello stesso Corriere se ne sono accorti. Tant'è che i colleghi non hanno vergato neppure una breve per segnalarne la dipartita. Che malinconia, caro Cono. A 91 anni ti tocca sopportare anche quest'onta: che sia un anticonformista come me a renderti l'onore delle armi.

Nel lago d’Orta il coccodrillo che non c’è, ma in tanti hanno visto

La Stampa

vincenzo amato

Il tam tam è stato alimentato da internet: in realtà è un falso allarme


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C’è un coccodrillo nel Lago d’Orta. Anzi due. O forse tre. Naturalmente nessuno li ha visti, ma c’è chi conosce qualcuno che a sua volta sa di qualcun altro che dice di sapere con certezza di averlo avvistato. Dove? Dalla finestra di casa, ovviamente. Persone con una vista d’aquila. 

Quanti vivono il lago per lavoro o per hobby, sopra e sott’acqua, ovviamente del coccodrillo non hanno visto né la coda né la scia. Intanto il lucertolone «naviga», se non nelle acque del lago d’Orta, su Internet con tanto di foto che potrebbero essere di qualsiasi fiume africano. Le «testimonianze», come in ogni leggenda metropolitana che si rispetti, divergono nei dettagli e sono divertenti.

Il coccodrillo ha dimensioni variabili a secondo del luogo dell’avvistamento. Sarebbe enorme a Omegna, un po’ più piccolo a Pella e addirittura poco più grande di una lucertola a Gozzano. Basta poco, un qualsiasi evento un po’ fuori norma, per accendere la fantasia popolare e fornire «prove» della sua presenza. Basta un elicottero, ed ecco che è lì «per la ricerca del coccodrillo». Salvo poi scoprire, con una semplice telefonata, che a sorvolare il lago era il noto fotografo Giorgio Gnemmi, specializzato in immagini aeree: non era a caccia del coccodrillo ma di scorci suggestivi del Cusio per il suo nuovo libro fotografico sul lago d’Orta. 

Leggende metropolitane
Le leggende metropolitane sono dure a morire solo tra chi il lago lo vede senza mai bagnarsi i piedi. Chi lo vive dal di dentro, per lavoro, passione o ricerca, a parlare di coccodrilli si mette a ridere. «Ce lo hanno detto in tanti che quasi quasi ci credevo anch’io - dice Moreno Lubelli della navigazione Pubblica Lago d’Orta -: così ci siamo messi a osservare bene durante i servizi, ma l’unica cosa che abbiamo notato, sono le nutrie, anche di una certa dimensione».

Già, a preoccupare chi il lago lo studia non è affatto il coccodrillo che, anche fosse davvero mai esistito perché buttato da qualcuno nel lago, sarebbe morto quasi subito per la bassa temperatura dell’acqua. «Non siamo nel Nilo e nemmeno nel rio delle Amazzoni - aggiunge Mario Savoini del Sub Novara Laghi -. Se parliamo seriamente, il vero problema del lago sono le specie non autoctone come le tartarughe di acqua dolce di cui c’è un’invasione; e poi bisce, molluschi e crostacei che potrebbero mettere in pericolo la fauna ittica naturale del lago». 

Il sorriso del ricercatore
A parlar di coccodrillo si mette a ridere anche Pietro Volta, ricercatore del Cnr all’Istituto per lo studio degli ecosistemi di Pallanza. «Un coccodrillo nel lago d’Orta? Povero animale, ma perché fargli fare una così brutta fine? Una storia del genere era venuta fuori già una decine di anni fa sul Lago Maggiore. Anche allora tutto svanì col finire dell’estate - dice Volta -. Nel lago d’Orta, a causa della temperatura, un coccodrillo sopravviverebbe ben poco.

Noi siamo invece impegnati a far vivere bene il lago che dopo il “liming” sotto l’aspetto chimico è perfettamente guarito, ma non lo è ancora del tutto per quanto riguarda la fauna. In questo momento è fortemente squilibrata perché manca tutta la componente ittica tipica del centro del lago come l’agone, il lavarello, il salmerino e la bottatrice, specie che erano presenti prima che l’inquinamento le distruggesse. Il resto sono davvero solo leggende che vanno bene al bar, come la storia che vuole i nostri due laghi collegati da grotte sotterranee: ancora oggi trovo persone che me lo chiedono». 
I laghi alimentano da sempre misteri e leggende: dalla mitica Avalon di Re Artù a Loch Ness, il Cusio non fa eccezione. Allora, che il coccodrillo avvistato altro non sia che il «drago» scacciato dall’isola da San Giulio in persona? 

Attraversa tutti gli Stati Uniti per salvare la vita al suo cane

La Stampa

fulvio cerutti (agb)

Al cucciolo di labrador era stata riscontrata una malformazione genetica al cuore


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Quanto lontano sareste disposti ad andare per il bene del vostro cane? Quanto sareste disposti a spendere per salvargli la vita? Sono domande che Scott Clare si è posto quando ha dovuto decidere di attraversare tutti gli Stati Uniti e spendere migliaia di dollari per cercare di salvare il suo quattrozampe. Perché Buck-O non poteva, non doveva morire. Quando la moglie di Clare è mancata, l’uomo ha riversato tutto il suo amore a quel cane.

«Lui mi fa sorridere e ridere ogni giorno» racconta l’uomo che vive a Bakersfield, in California.
Buck-O è stato adottato all’età di 14 mesi e quando Clare l’ha portato dal veterinario per sterilizzarlo, il medico si è accorto che c’era qualcosa che non andava: il cane aveva un difetto congenito al cuore e frequenti aritmie ventricolari. «Dovevo decidere se spendere molti soldi o lasciarlo al suo destino, una terribile morte» racconta il signor Clare che ha scelto la prima strada portandolo a Cincinnati dove è stato sopposto a un intervento chirurgico mai applicato prima.

Così Clare ha affrontato il viaggio di cinque giorni percorrendo oltre 3700 km per portare il suo cane nella clinica dove avrebbero potuto operarlo e cercare di risolvere quel tipo di difetto congenito mai affrontato prima. Dopo i controlli di rito e aver studiato bene il problema, Buck-O è stato sottoposto al difficile intervento chirurgico durato oltre otto ore. I migliori 10mila dollari (circa 7500 euro) che abbia mai potuto spendere: «L’intervento è andato bene. Siamo riusciti a risolvere il suo problema di aritmia - spiega la dottoressa che ha effettuato l’intervento -. Dovrebbe avere una lunga, normale e salutare vita».

Così Clare e Buck-O sono tornati nella loro California di nuovo insieme pronti a sorridere alla vita.

Il cane che ha camminato per 50 Km per tornare dal suo proprietario è stato adottato da una milionaria

La Stampa

fulvio cerutti (agb)

La sua ex famiglia non poteva tenerla perchè non compatibile con gli altri animali. Ora Lady è volata in Florida con un jet privato

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Lady ha passato la sua vita fra canili e famiglie. Ora è una labrador anziana, ma la sua storia ha commosso molte persone. Soprattutto da quando è scappata dall’ultima famiglia in cui viveva per tornare dalla precedente. Il cane ha percorso circa 50 km per tornare dai suoi vecchi proprietari in Arkansas, ma sfortunatamente questi l’hanno rifiutata: non andava d’accordo con gli altri animali domestici. 

Una storia che ha commosso molte persone. Un gesto di lealtà e amore che non poteva finire, ancora una volta, con un lungo periodo, forse l’ultimo, in un box di qualche canile statunitense. I suoi vecchi proprietari hanno raccontato la sua storia su Facebook, chiedendo l’aiuto di qualcuno che la volesse adottare.

La vita di Lady è cambiata quando Helen Rich ha letto quell’annuncio sul social network. La donna, ricca milionaria della Florida, ha deciso di mandare una sua assistente con un jet privato per far portare Lady nel suo rach di oltre 120 acri. La signora Rich, infatti, è una grande amante degli animali e ha destinato parte della sua proprietara a una sorta di santuario per animali in difficoltà: oltre 300 fra cani, conigli, maiali e capre sono ricoverate in ampi spazi e curate da personale esperto. Ora Lady potrà godere di quei benefici e non finire nuovamente in un canile.