venerdì 1 agosto 2014

Milano, ostaggio dei rom

di Giovanni Masini

Piazze occupate, discariche a cielo aperto, furti e violenze. E la polizia? Non interviene. Ecco la Milano di Pisapia

Milano ostaggio dei rom

Viale delle Rimembranze di Lambrate, periferia est di Milano. Una piazza alberata come tante, una fontanella, cespugli, panchine, il capolinea del tram 33. È da qui che partiamo per il nostro viaggio nell'abusivismo dei rom che da qualche anno ha messo sotto scacco il capoluogo lombardo. Almeno ottomila nel 2007, dopo l'ingresso di Romania e Bulgaria nella Ue, i nomadi a Milano si erano ridotti a poco più di millecinquecento nel 2010, al termine di due anni di sgomberi promossi dalla Giunta di Letizia Moratti. Ora il sindaco Giuliano Pisapia, come spiega a ilGiornale.it l'ex vicesindaco Riccardo De Corato, non fornisce nemmeno più i dati, nel timore di svelare una nuova esplosione dell'emergenza.

A Lambrate basta fare una passeggiata verso le sette di sera per rendersi conto che la situazione è insostenibile. Uomini, donne e bambini stazionano a decine sulle panchine, dormono tra quei cespugli che utilizzano anche come bagno. Molti sono ubriachi sin dalle prime ore del mattino e fanno continuamente la spola con i bar che vendono bottiglie di birra per pochi euro. Quando piove stazionano nella lavanderia a gettoni aperta ventiquattr'ore su ventiquattro, dove ormai i residenti non entrano più. La piazza e le vie circostanti sono ingombre di rifiuti, giocattoli per bambini, carrelli della spesa abbandonati, sacchi della spazzatura aperti e lasciati a marcire sul marciapiede. Le mamme con bambini e gli anziani hanno rinunciato da tempo a scendere ai giardinetti per godersi il fresco della sera.

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Gli abitanti sono ormai esasperati. "Si sono impossessati del territorio" è la frase più ricorrente. Raccontano che ormai questa situazione si protrae da una decina d'anni, ma che le cose sono peggiorate da due anni a questa parte. Le hanno provate tutte: raccolte di firme, appelli alla stampa, interrogazioni in Comune. Hanno persino organizzato una giornata di pulizia dei giardinetti, ma non è servito a nulla: il giorno dopo erano più sporchi di prima. Oltre al degrado e a una situazione igienica che si fa sempre più precaria, c'è il problema della delinquenza vera e propria. Molti rom aggrediscono e derubano i pensionati, pretendono di servirsi dai negozi di alimentari senza pagare, tentano di introdursi negli androni dei palazzi.

E la polizia? "Dicono che non fanno nulla di male e che non si può intervenire, anche perché sono per la maggior parte comunitari – spiega un negoziante – E comunque gli agenti sarebbero sempre troppo pochi rispetto ai nomadi." Quando arriva una pattuglia i rom spariscono per mezz'ora e poi si ripresentano come se nulla fosse. Tra i residenti è aperto il dibattito sulle possibili soluzioni: c'è chi chiede il rifacimento dell'illuminazione e chi vorrebbe tagliare i cespugli e recintare la piazza con una cancellata. "Ma loro si sposterebbero da un'altra parte e il problema non verrebbe risolto", scuote la testa un anziano commerciante in camice da lavoro "E loro sanno che possono fare quello che vogliono."

Tra il 2007 e il 2009, però, la situazione era ben diversa. "In quei due anni abbiamo effettuato ben 532 sgomberi - spiega De Corato - mentre l'amministrazione Pisapia vuole accogliere tutti." L'atmosfera di impunità è la stessa che si respira in piazza Napoli, dalla parte opposta della città, dove il Naviglio grande incrocia la circonvallazione esterna. Qui i rom stazionano all'ingresso della ricicleria dell'Amsa, l'azienda municipale di nettezza urbana. A gruppi di quindici o venti persone, spesso ubriachi, fermano ogni veicolo diretto alla discarica e chiedono senza troppe cerimonie: "cosa trasportate?" Gli elettrodomestici usati o i rifiuti ferrosi vengono confiscati e fatti sparire nelle baracche ai lati della strada. Se ci si rifiuta di rispondere, non di rado capita che i rom tentino di aprire le portiere della macchina per frugare all'interno.

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Il tutto con metodo, secondo una procedura ripetuta decine di volte. All'incrocio con via Giambellino, ragazze appena maggiorenni si avvicinano alle automobili ferme al semaforo, gettano un secchio d'acqua sporca sul parabrezza e non puliscono il vetro fino a che non hanno ricevuto l'obolo richiesto. Quasi tutti sono accampati in tende e casupole di fortuna costruite lungo i binari della ferrovia che porta a Magenta partendo dalla stazione di Porta Genova. In via Pesto il muro della ferrovia ha un buco di mezzo metro: tra le sterpaglie a fianco dei binari un viottolo si perde tra i rifiuti. All'esterno, camion e macchine abbandonati lì da mesi, i finestrini schermati da tende e coperte, spesso con la targa della Romania o della Bulgaria.

Ma il problema non è una prerogativa delle periferie. In viale Pasubio, nella zona della movida, a due passi da corso Como, i rom lavorano come parcheggiatori abusivi: per lasciare la macchina nei posteggi delimitati dalle strisce blu (ma molto spesso anche su quelle gialle dei residenti) pretendono di essere pagati con una piccola somma, anche se l'orario in cui bisognerebbe pagare il ticket è scaduto da un pezzo. Chi non paga, rischia di trovarsi la macchina rigata. Non appena compaiono i vigili i nomadi si dileguano, apparentemente inafferrabili. E un altro problema è quello della casa: "I nomadi sono passati dall'abitare nelle tende ai campi con roulottes alle case vere e proprie: occupano abusivamente le case popolari e poi spargono la voce in est Europa, attirando sempre più persone - denuncia De Corato - In via Lorenteggio c'è uno stabile occupato quasi per intero: Milano è vista come il paese di Bengodi"

2Troppo spesso i cittadini sono impotenti di fronte a questi soprusi e troppo spesso anche le forze dell'ordine non riescono ad opporsi con efficacia. Un caso in controtendenza, però, arriva da Precotto, ai confini della città verso Sesto San Giovanni. Dopo che una famiglia di rom si era installata abusivamente sul terreno di un privato vicino al parco giochi di via Tremelloni, grazie alle segnalazioni dei residenti il proprietario è riuscito ad ottenere lo sgombero del terreno. In questo caso i vigili sono intervenuti, i residenti sono sollevati, ma i nomadi si sono semplicemente trasferiti altrove. Al di fuori dei terreni privati, le forze dell'ordine "possono intervenire solo su segnalazione del Comune - conclude amaro De Corato -

Prima che venisse eletto Pisapia l'amministrazione di centrodestra sgomberava i nomadi accompagnandoli ai confini del territorio comunale diffidandoli dal rientrarci, ma ora la sinistra spalanca le porte a tutti, come non succedeva dagli anni dei sindaci social-comunisti, quando è iniziata l'emergenza". Abbiamo anche provato a richiedere l'intervento delle forze dell'ordine, ma ci è stato risposto che gli interventi per allontanarli ci sono, su tutta Milano e quotidianamente, ma che i nomadi "ritornano appena noi ce ne andiamo, e sono tanti". Segnalazione raccolta e aggiunta alle altre già depositate, ma nessun intervento concreto.

Una situazione che cela una preoccupante assenza di regole, un vuoto legislativo che troppo spesso lascia spazio alla legge del più forte, del più prepotente. Come ci dice in dialetto una negoziante: "Chi vusa pusee, la vaca l'è sua", la mucca va a chi grida più forte. Una conclusione amara ma folgorante, mormorata sottovoce mentre fuori dalla vetrina si vede un gruppo di persone che ridono spaccando le bottiglie di birra contro le panchine di quello che un tempo era stato un parco giochi per bambini.

Gaza: come Hamas manipola l’informazione

Giampaolo Rossi


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Gabriele Barbati è un giornalista italiano inviato a Gaza per Tgcom24; in questo giorni ha raccontato su Twitter la guerra attraverso quel meccanismo immediato e drammaticamente sintetico dei social-media. Lo ha fatto raccogliendo, di volta in volta, testimonianze e fonti che aggiornavano le notizie sul conflitto. Due giorni fa, dopo aver lasciato Gaza, ha confermato nel suo ultimo tweet che la strage di bambini avvenuta nella scuola rifugio di Al-Shati non è stata causata da Israele ma da un missile di Hamas; esattamente quello che le Forze Armate di Tel Aviv avevano denunciato poche ore dopo i bombardamenti di Al-Shati e dell’ospedale di Shifa (quest’ultimo, in verità, non citato da Barbati).



Da settimane, israeliani e palestinesi si rimbalzano accuse reciproche sulle vittime civili di questa guerra. Eppure c’è una frase, nel tweet di Barbati, che colpisce più di altre. Il reporter italiano fa capire che ha potuto dire la verità, solo dopo essere uscito da Gaza “lontano dalla ritorsione di Hamas” (testuale).

Da giorni, diversi media internazionali denunciano casi di giornalisti interrogati e minacciati dai miliziani di Hamas per essere stati testimoni di cose che non dovevano vedere; molti anche i casi di fotografi che hanno subito il sequestro delle proprie apparecchiature. È ovvio che l’uso della censura in zone di guerra è spesso una prassi necessaria ed attiene alla sicurezza dei combattenti e alla difesa degli obiettivi strategici: report  giornalistici e immagini sono elementi troppo utili al nemico per consentire che circolino liberamente. Ma quella che sta avvenendo a Gaza, fuori dalle telecamere dei media ufficiali, è una forma di pressione e di condizionamento che punta a modificare la realtà della percezione della guerra in Occidente.

Il 21 luglio, Nick Casey, giornalista del Wall Street Journal, ha svelato su Twitter come Hamas utilizzasse i sotterranei dell’ospedale di Shifa come base operativa e addirittura come centro informativo dei media.



ll tweet è stato poco dopo rimosso dall’autore dopo aver subito diverse minacce sul suo account.
Il 28 luglio un altro corrispondente del Wall Street Journal, Tamer El-Ghobashy, ha postato un’immagine dell’ospedale di Shifa colpito, suggerendo fosse stato causato da un missile fuori controllo di Hamas.



Anche questo tweet è stato cancellato e poi sostituito con un più diplomatico: “non chiara l’origine del proiettile”. Si moltiplicano i giornalisti che denunciano l’uso di scudi umani da parte di Hamas e l’utilizzo di aree civili (tra cui scuole e ospedali) come zone di lancio dei missili.
Peter Stefanovic, corrispondente della Tv australiana Channel Nine, ha twittato in diretta la notizia del lancio di due missili di Hamas a duecento metri di distanza dal suo albergo scoprendo una base missilistica nella porta accanto. Il capo redattore a Gerusalemme del Financial Times, John Reed,  ha dichiarato di aver visto lanciare due missili verso Israele da vicinanze dell’ospedale di al-Shifa in piena attività di soccorso ai feriti.

Il 24 luglio scorso, Libération (testata francese non certo sospettabile di filo-sionismo) ha pubblicato la testimonianza di un giornalista franco-palestinese Radjaa Abou Dagga, inviato di un quotidiano francese e di una radio algerina, che ha raccontato di essere stato portato nell’ospedale di Al-Shaifa dove è stato interrogato da un gruppo di miliziani della brigata integralista di Al-Qassam che lì avevano la loro base. Al giornalista, la cui famiglia risiede a Gaza, è stato poi intimato lasciare la città e smettere di lavorare. Oggi l’intervista su Libération è stata oscurata su richiesta del giornalista stesso.

Il controllo dell’informazione da parte di Hamas, a Gaza, non si basa solo sulla coercizione verso i giornalisti, ma anche su precisi indirizzi propagandistici. Il Ministero degli Interni dell’Autorità Palestinese di Gaza (in mano ad Hamas) ha prodotto un documento con le linee guida per la comunicazione con la stampa estera e sui social media. Il documento (tradotto in inglese su MEMRI) ha come obiettivi: saldare la coesione di Hamas, prevenire la fuga notizie utili a fini militari per Israele, rafforzare l’immagine della causa palestinese nel mondo arabo e in Occidente.

Alcune regole sono un esempio perfetto di strategia manipolatoria e psicologia comunicativa:

  1. Qualsiasi morto, anche se “martirizzato” (cioè ucciso in combattimento) dev’essere definito “civile di Gaza o palestinese”.
  2. Ogni report deve iniziare con la frase: “in risposta al crudele attacco israeliano”
  3. Divieto di pubblicare foto di missili lanciati contro Israele
  4. Divieto di pubblicare qualsiasi foto di siti di lancio o di movimenti di militari
  5. Agli amministratori di pagine Facebook è sconsigliato pubblicare foto di uomini mascherati e armati per non incorrere nella cancellazione dell’account
Il documento definisce anche le tecniche di persuasione nelle discussioni, invitando ad usare argomenti politici e razionali quando si discute con un occidentale e temi emotivi quando si parla con un arabo; non lodare i successi militari ma mantenere sempre un atteggiamento vittimistico e soprattutto evitare (quando si parla con gli 0ccidentali) di “provare a convincerli che l’Olocausto è una menzogna”.

Manuel Castells, uno dei più importanti sociologi contemporanei, nel suo libro “Comunicazione e Potere” ha scritto: “i media non sono il Quarto Potere. Sono molto più importanti; sono lo spazio dove si costruisce il potere”.
Hamas lo ha capito bene.

Il museo dei Bronzi di Riace ci è costato 32 milioni: incassa 840 euro al giorno

Sergio Rame - Ven, 01/08/2014 - 10:18

I visitatori sono pochi. Ma la sovrintendente: "Meglio così, sarebbe difficile mantenere pulita e in ordine la struttura"


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Anche l'ex sottosegretario Vittorio Sgarbi è stato arruolato dal governatore Roberto Maroni fra gli ambasciatori alle belle arti della Regione Lombardia per l'Expo del 2015 a Milano. Sgarbi, che nei giorni scorsi ha tenuto una conferenza stampa al belvedere di Palazzo Lombardia, si occuperà di progettare un'offerta culturale per i 20 milioni di visitatori attesi in città, anche per offrire loro, una volta "usciti dall'incubo dei padiglioni merdosi che gli hanno costruito" di vedere le bellezze di una città che "è la quarta italiana per il patrimonio artistico". Fra le idee condivise con Maroni, la richiesta di portare a Milano per i 6 mesi dell'Expo i Bronzi di Riace, che sono "ostaggio della 'ndrangheta" rappresentata dagli interessi delle istituzioni locali, magari "in cambio di due Caravaggio" del fondo gestito dal ministero dell'Interno.

Apriti cielo.
La proposta sensatissima di Sgarbi ha inevitabilmente dato il via ai soliti cori di "no" dei soliti "signori no". Eppure basta dare un'oicchiata ai numeri dei Bronzi di Riace - e, più in generale, del sistema artistico italiano, per capire che qualcosa non funziona, che portare avanti il modus operandi adottato sino ad oggi non rilancerà mai il settore in Italia, che l'arte potrebbe davvero essere uno dei cavalli di battaglia per il brand italiano. Così non è. I Bronzi di Riace si trovano nel Museo nazionale archeologico di Reggio Calabria, fresco di restauro.

Dal 2009 al dicembre del 2013 è rimasto chiuso per un intervento da 32 milioni di euro. Un progetto mastodontico affidato all'ABDR Architetti Associati che, purtroppo, non viene ripagato dalle visite. Come riporta Paolo Conti sul Corriere della Sera, nel primo quadrismestre di quest'anno i visitatori paganti sono stati poco più di 21mila per un incasso complessivo di quasi 101mila euro. Se contiamo anche i non paganti, invece, si arriva a superare i 57mila. Se si divide l'incasso per sette (il Museo è aperto tutta la settimana dalle 9 alle 19) si arriva a un incasso giornaliero di 840 euro.

"Forse stupirò qualcuno, ma mi ritengo soddisfatta dei risultati - spiega la sovrintendente Simonetta Bonomi al Corsera - abbiamo appena calcolato qui a Reggio Calabria i dati finali del semestre gennaio-luglio 2014 e, tra paganti e non paganti, siamo a quota 98.672". Nel 2010, quando i Bronzi di Riace si trovavano a Palazzo Campanella, le visite furono meno di 47mila.

"Mi auguro di mantenermi su questa quota - continua la Bonomi - di non superare mai i 240mila ingressi perché le visite ai Bronzi di Riace hanno limitazioni di tempo e quindi il museo soffre spesso per l'inevitabile usura causata dai numeri, soprattutto dalle scolaresche. Difficile mantenere pulita e in ordine una struttura simile". Peccato che a questi ritmi non solo non si ripagheranno mai 32 milioni euro spesi per il restauro, ma non basteranno nemmeno a pagare gli stipendi nai 45 dipendenti. Per fortuna, rispetto agli anni Novanta, sono diminuiti. Un tempo erano un vero e proprio esercito: 120.

Ebola, l’Italia non è a rischio Ma perché l’epidemia fa paura?

Corriere della sera

di Margherita De Bac

Questa volta il virus è più insidioso, perché meno esplicito nei sintomi, e l’epidemia si è sparsa nei i piccoli villaggi dove i casi non vengono segnalati

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Quanto è davvero pericoloso Ebola? La verità in sette risposte ai dubbi più ricorrenti, elaborate dal Corriere con l’aiuto di Giuseppe Ippolito, epidemiologo, direttore scientifico dell’Istituto nazionale per le malattie infettive «Lazzaro Spallanzani» di Roma. Lo Spallanzani è il centro dell’Organizzazione mondiale della sanità per le malattie infettive ad alta pericolosità.

1) Ebola è un pericolo reale per l’Italia?
Non c’è un rischio reale di espansione di Ebola in Italia. Il Paese è già allertato come per le precedenti epidemie, la situazione è totalmente sotto controllo.

2) Che cosa c’è di diverso rispetto alle epidemie precedenti?
Il virus che si sta diffondendo in Africa occidentale è una vecchia conoscenza di chi si occupa di malattie emergenti e riemergenti anche se per l’Europa è sempre rimasto un nemico lontano. Però stavolta Ebola si è mostrato diverso. Più insidioso perché meno esplicito nei sintomi. Solo nella metà dei casi sono presenti emorragie cutanee interne tipiche dei virus appunto indicati come emorragici, un altro dei quali è Marburg. Nel resto dei casi febbre e manifestazioni intestinali sono prevalenti: sintomi meno eclatanti e meno facilmente identificabili. Oltretutto l’epidemia non ha colpito una zona circoscritta, come nelle precedenti occasioni, ma si è sparsa nei i piccoli villaggi dove i casi non vengono segnalati. I Paesi colpiti sono già quattro, Guinea, Sierra Leone, Liberia e Nigeria. È la prima volta che viene interessata l’Africa occidentale anziché quella orientale.

3) Dall’inizio dell’epidemia i casi sono stati oltre 1.300, con circa 700 morti. Negli Stati Uniti di Ebola ha parlato anche il presidente Obama. Dobbiamo preoccuparci?
L’Italia non va considerata un Paese a rischio. Abbiamo un vantaggio: non ci sono collegamenti diretti con le città dei Paesi colpiti, eventuali passeggeri infetti dovrebbero arrivare da altri scali europei. Le autorità aeroportuali sanno quali sono e hanno rafforzato la sorveglianza. Chi dovesse sbarcare a Fiumicino con sintomi sospetti verrebbe immediatamente identificato e tenuto sotto controllo sanitario secondo un protocollo che esiste dal 1995. I servizi in aeroporto gestiti dal ministero della Salute sono efficientissimi.

4) C’è una cura per l’infezione da Ebola?
Non esistono cure specifiche. Soltanto terapie di supporto come trasfusioni di plasma fresco e farmaci antiemorragia. Sono in fase di studio alcuni vaccini ma nessuno ha completato il processo di registrazione. È stato ipotizzato di utilizzarli in questa circostanza speciale. A livello internazionale si è deciso alla fine che non sarebbe stato etico completare la sperimentazione in questo modo. Oltre ai vaccini sono in arrivo almeno tre farmaci. Dunque un domani non molto lontano Ebola farà meno paura perché avremo le armi per prevenire i contagi e curare.

5) Come si trasmette e quali sono i sintomi dell’infezione?
Il periodo di incubazione del virus, una volta che è avvenuto il contagio, va da 2 a 21 giorni. I sintomi sono febbre alta, nausea, vomito e diarrea fino ad arrivare a emorragie diffuse. Il contagio avviene solo quando i sintomi sono espliciti ed è necessario un contatto diretto con materiale biologico infetto, cioè i fluidi corporei di un malato. Ebola non è un virus respiratorio dunque non si trasmette con gli starnuti, come l’influenza.

6) Qual è la «storia» di Ebola?
È stato scoperta a metà degli Anni 90 in una valle del Congo che ha dato il nome al virus. È stato isolato da ricercatori di Anversa che hanno eseguito una biopsia su uno scimpanzé infetto. È uno dei «regali» del mondo animale. L’ipotesi è che la riserva naturale di Ebola siano i pipistrelli o i roditori, ma non é stato dimostrato. Per passare all’uomo, il virus deve prima raggiungere una densità critica nell’animale portatore. È un virus molto aggressivo ma la sua aggressività è il suo limite. Ebola uccide velocemente prima di poter contagiare un secondo individuo, dunque quando si riesce a isolare le persone entrate in contatto con i pazienti con i sintomi l’epidemia si ferma. È un virus autolimitante. La sua forza è allo stesso tempo la sua debolezza.

7) L’Ebola 2014 è diverso per la sintomatologia e per l’area geografica in cui si è diffuso. C’è un riscontro di questa diversità nella genomica?
Sì anche il genoma di questo virus è differente. È la prima volta che viene effettuato il sequenziamento di un virus emorragico. Al microscopio si presenta come sabbia e infatti appartiene alla famiglia degli Arena virus.

1 agosto 2014 | 10:07

Assicurazioni auto, arriva Rc velox per scoprire chi non paga

Libero

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Risparmiare sulla Rc auto è possibile ma può nascondere qualche rischio. Gli italiani da anni pagano i prezzi più alti d'Europa per l'assicurazione obbligatoria sui veicoli, ma sul mercato c'è un'offerta ampia. La ricerca del risparmio non passa solo da un confronto tra i prezzi, ma anche da un'analisi attenta del contenuto della polizza: un costo più contenuto rispetto ad altre offerte può nascondere, per esempio, il divieto di far guidare il veicolo ai giovani fino a 25-26 anni. Così prima di scegliere a quale compagnia affidare la vostra auto valutate bene tutti i rischi. Ecco alcuni punti da tenere d'occhio sulle polizze per evitare amare sorprese. 

Rc velox
  - L'assicurazione obbligatoria va rinnovata con la massima attenzione. Non è più vero che sia difficile essere scoperti se si circola senza assicurazione obbligatoria: anche per questa infrazione stanno cominciando a prendere piede i controlli automatici, che consentono verifiche a tappeto e non più a campione. I corpi di polizia locale hanno iniziato ad usare le apparecchiature di controllo stanno sperimentando un'impennata dei verbali per mancata copertura Rc Auto. E potrebbero aumentare ancora. Infatti per il momento i controlli automatici sono previsti dal Codice della Strada ma gli apparecchi non hanno ancora l'omologazione del ministero delle Infrastrutture. Quando gli apparecchi saranno utilizzabili in automatico non servirà avere più pattuglie sul campo per individuare i veicoli non in regola.

La scelta - Sul fronte invece delle compagnie invece occhio al tacito rinnovo. Non ci sono più dubbi o calcoli, come racconta il Sole 24 Ore, su quando si deve decidere se cambiare compagnia alla scadenza della polizza. Dall'autunno 2012 le coperture Rc auto non sono più soggette al tacito rinnovo e quindi alla scadenza si può anche scegliere un'offerta di un'altra assicurazione. 

Carta - Per scegliere la polizza giusta valutate sempre il prezzo in base al grado di copertura offerto. L'esame deve prendere in considerazione non solo le eventuali garanzie che non rientrano strettamente nella Rc Auto e vengono talvolta date in omaggio assieme ad essa: occhio a i casi in cui la copertura non opera. Ovvero quando l'assicurazione risarcisce regolarmente il danneggiato ma che poi si rivale sul suo cliente. Un esempio classico è il caso in cui si circoli con revisione scaduta o gomme non ammesse e l'uso del mezzo per scopi diversi consentiti dalla carta di circolazione.

Lei è morta, via la pensione" Ma è viva e le chiedono le tasse

Gianpaolo Iacobini - Ven, 01/08/2014 - 08:49

Per 4 mesi l'Inps non le paga l'assegno, considerandola defunta. Risolto il disguido l'Agenzia delle entrate la perseguita pretendendo le imposte sui soldi mai ricevuti


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Parma - L'Inps l'ha considerata morta. Seppellita. Poi all'improvviso l'ha resuscitata. Ma è un «miracolo» al contrario questo. Adesso per l'Agenzia delle Entrate la rediviva risulta infatti come evasore fiscale. Viva, e da spolpare. Hanno fatto tutto loro. Con carte e scartoffie, e per fortuna solo con quelle, l'hanno spedita al Creatore. D'ufficio. E un bel dì l'hanno richiamata in vita, per gettarla nell'inferno della burocrazia e tartassarla, manco fosse Al Capone. Ma Silvana Rivara del boss che terrorizzava Chicago prima di finire stritolato tra le maglie del fisco non ha nulla.

Dalla sua casa di Sorbolo, alle porte di Parma, sorride a chi l'ha trasformata in salma e poi, dopo la resurrezione, in nemico pubblico. Per la pensionata la tranquillità era svanita nel 2009, quando l'Inps le aveva sospeso la pensione per quattro mesi: per i terminali era defunta. Un errore, costato però settimane di andirivieni da uno sportello all'altro perché a dimostrare la sua vitalità non bastava lei in carne e ossa: servivano documenti. Ma non basta: una volta ricevuti gli arretrati, l'arzilla signora s'è vista notificare dall'Agenzia delle Entrate una multa. La sua colpa? Non aver dato conto delle rate della pensione percepite nel periodo vissuto (secondo i burocrati) a bordo della zattera di Caronte.

Tutta colpa dell'Inps che non li aveva correttamente contabilizzati. «Non ho deciso io di morire e di risorgere», commenta. «Se devo soldi all'Erario - aggiunge abbacchiata - non mi sottrarrò, ma che dire delle sanzioni che mi sono state inflitte, del dispiacere per il torto che sto subendo e delle spese per l'avvocato?» Al suo fianco è sceso il sindacato Spi, per pretendere che «chi di dovere assuma le proprie responsabilità. È una situazione paradossale, alla quale va posto rimedio». Possibilmente per sempre. Non è la prima volta che la burocrazia uccide i cittadini, anagraficamente (e forse non solo) parlando.

Ad aprile Francesco Giuzio, settantanovenne residente a Bari, ha scoperto d'essere cadavere da quando nel marzo del 2008 il Comune ne aveva attestato il trapasso, trasmettendo all'Inps la relativa comunicazione - con la dovuta calma - solo nel gennaio del 2014: non avesse patito il blocco della pensione, avrebbe continuato a vivere da fantasma. E come lui il bergamasco Mario Moratti, classe 1936. Per l'Inps spirato il 21 gennaio del 2008, giorno in cui in realtà era venuta a mancare la moglie. Più o meno il destino toccato ad un sindacalista salernitano, Antonio Salzano, che risultava essere salito al Cielo nel dicembre del 2012: per far ricredere i suoi becchini di Stato, la Cgil ne pubblicò la foto da risorto su facebook.

Quasi fosse una sfida, pronta è arrivata la risposta dell'istituto previdenziale, che con Vittorio da Rivoli si è superato, dandolo per sepolto sin dal 2002 salvo poi chiedere per iscritto proprio al presunto morto, lo scorso inverno, «la restituzione delle somme riscosse in data successiva alla morte». Pienamente rispettata la legge di Murphy sulle burocrazie: se qualcosa può andar male, lo farà in triplice copia.

Medico belga rifiuta di curare anziana ebrea: "Mandatela a Gaza"

Luisa De Montis - Gio, 31/07/2014 - 19:10

"Mandatela qualche ora a Gaza, vedrete che poi non sentirà più alcun dolore". Ecco la risposta di un medico di guardia fiammingo alla richiesta di assistenza di una novantenne ebrea


"Mandatela qualche ora a Gaza, vedrete che poi non sentirà più alcun dolore".
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Così un medico di guardia fiammingo ha risposto, ieri sera, alla richiesta di assistenza di una novantenne ebrea, la signora Bertha Klein. Un episodio che il nipote della donna ha denunciato alla polizia come manifestazione di razzismo e xenofobia e che è stato ripreso dalla stampa nazionale, nonché da tutti i siti israeliani.

A chiamare il dottore era stato il figlio di Bertha sospettando che la madre, che si lamentava per il dolore, si fosse fratturata una costola. Ma appena sentito il nome della donna, secondo quanto denunciato dai familiari, il medico ha detto: "Non vengo". Ed ha riattaccato. Allora il figlio ha insistito e a quel punto il medico di guardia ha suggerito di mandare l’inferma a Gaza, dove in poche ore le sarebbe passato qualsiasi dolore.

La Cina archivia Mao. I contadini potranno diventare cittadini

La Stampa

ilaria maria sala

Con la riforma Xi Jinping spera di far crescere i consumi interni

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La Cina s’incammina verso la fine della segregazione interna: il sistema - detestato - dell’«hukou», ovvero del «permesso di residenza» che classifica le persone come «urbane» o «rurali», introdotto da Mao Zedong, sta per essere abolito. Questo, per lo meno, è lo scopo dichiarato tanto dal Presidente, Xi Jinping, quanto dal primo ministro, Li Keqiang, e annunciato in un comunicato ufficiale. 

Fino a oggi i nati in città hanno potuto contare sulla comodità di un «hukou» urbano, trasmissibile ai figli, e che consente una certa libertà di movimento e residenza in altre zone urbane. Per i «rurali», invece, ottenere il permesso di residenza in città è sempre stata una vera e propria avventura, che spesso ha trasformato in «clandestini» nel proprio Paese coloro che abbandonavano la campagna. Il problema si è andato acuendo negli ultimi vent’anni, man mano che zone classificate come rurali si inurbavano, senza però consentire alle persone che vi erano nate di muoversi per recarsi in altre città. 
Una «popolazione fluttuante», quantificata in più di cento milioni di persone, che vive in città senza permesso di residenza, impossibilitata a ricevere assistenza sanitaria, diritto alla scuola per i figli, ricongiungimento familiare con coniugi o genitori. 

Ora la riforma proposta vuole che la Cina aumenti ulteriormente il suo già rapido processo di urbanizzazione, arrivando di qui al 2020 a un 60% di popolazione urbana - contro l’attuale 54% ufficiale, cifra controversa, che esperti di statistica reputano essere eccessiva. Controversie a parte, il nuovo sistema prevede di classificare tutti gli abitanti come «residenti». Per ottenere il permesso di vivere in città, dunque, i «rurali» non avranno più bisogno di rinunciare ai diritti sulle loro terre agricole e potranno accedere all’istruzione pubblica per i figli anche fuori dal luogo di provenienza. 
Una vera rivoluzione, di immensa portata, che ha come obiettivo principale quello di stimolare i consumi interni e rilanciare il mercato immobiliare. L’arrivo in città, finalmente legale, dei «rurali» potrebbe consentire lo smaltimento di alcuni dei milioni di appartamenti in eccesso, costruiti per aumentare il Pil. 

L’accesso alle città resterà comunque «strettamente controllato» e gli spostamenti saranno incoraggiati solo verso centri di medie dimensioni: un permesso di residenza a Shanghai o Pechino, insomma, resteranno difficili da ottenere.

Francia, donna condannata a 500 euro di multa per aver nutrito i gatti randagi

La Stampa

FULVIO CERUTTI (AGB)

Dopo il suo trasloco i felini hanno continuato a venire e i vicini l’hanno denunciata per abbandono di animali

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Essere generosi talvolta può costare caro. Lo sa bene una pensionata di Mâcon, città della Borgogna (Francia) che è stata condannata a pagare una multa di 500 euro per aver dato da mangiare ad alcuni gatti randagi. 

Già proprietaria di quattro gatti, la signora aveva iniziato a nutrire anche i randagi del quartiere. Ma dopo il suo trasloco, i felini, ormai abituati dalla sua generosità, hanno continuato a tornare. I vicini, esasperati dalla popolazione felina, sono arrivati a denunciare la donna. «Ha abbandonato gli animali, dopo che ne era diventata “proprietaria”» è questa l’accusa fatta alla donna e giudicata colpevole da parte del tribunale locale sulla base dell’Art.120 del Regolamento Sanitario della Prefettura di Saône-et-Loire.
Secondo l’Amministrazione, i gesti ripetuti e continui che riguardano l’assistenza degli animali indifesi sono proibiti, sia per motivi igienici che di salute pubblica.

twitter@fulviocerutti

Zanzare, il miglior rimedio è low-tech: basta un ventilatore

Il Mattino

di Fabrizio Angeli

Zanzare, il miglior rimedio è low-tech: basta un ventilatore

ROMA - Addio picnic rovinati e notti insonni, con quel ronzio che ti entra nell'orecchio e ti fa accendere la luce con la furia omicida negli occhi: il rimedio definitivo contro le zanzare è stato trovato - ed è decisamente low-tech.

Niente spray, zampironi o vibrazioni ultrasonore: per arrestare il flagello estivo numero 1 basta un semplice ventilatore, neanche particolarmente potente. Secondo il New York Times, che riporta un documento della American Mosquito Control Association, le zanzare avrebbero delle capacità di volo piuttosto limitato. Una semplice brezza, dunque, basterebbe a costringerle a un atterraggio d'emergenza.

Il venticello creato dal ventilatore, inoltre, è inutile anche per disperdere le emanazioni del corpo umano che tanto attraggono le femmine pungenti (le quali a loro volta utilizzano il sangue rubato per fare le uova). Dunque basta citronella o racchette da guerra, nella versione classica o in quella elettrificata. “News that you can use” - conclude il New York Times con un gioco di parole: una notizia che si può usare.

17 Lug 2013 20:45 - Ultimo aggiornamento: 20:49

Coppia lesbo con due figlie si separa: per lo Stato una delle mamme non è nessuno

Il Mattino

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ROMA - Quando un amore finisce non è facile superare i problemi che ne conseguono, specie quando ci sono dei figli e i genitori sono due donne. Francesca Vecchioni, figlia del cantante Roberto, e Alessandra erano una coppia lesbo con due gemelle. Lo Stato, tuttavia, riconosce soltanto la madre biologica, mentre l'altra non ha alcun diritto. "Le nostre bimbe hanno due mamme, ma per lo Stato una delle due non è nessuno", denunciano. "L'unica a essere riconosciuta legalmente sono io, come madre biologica", racconta Francesca al settimanale "Oggi".