martedì 29 luglio 2014

Fukushima, “un suicidio ogni dieci minuti” secondo il Fatto Quotidiano

Il Disinformatico

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Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “rush777” e “aldo.da*” e alla segnalazione di @fabioghibli ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Regola numero uno del giornalismo: se sbagli, ammettilo.
Regola numero uno del giornalismismo: se sbagli, prova a far sparire ogni traccia dello sbaglio e fa' finta di niente, tanto su Internet si può e non ti sgama nessuno. Indovinate qual è stata la scelta del Fatto Quotidiano: ieri ha pubblicato un articolo, a firma di Pio d'Emilia, intitolato “Fukushima, la città del disastro nucleare con un suicidio ogni dieci minuti”. Mio screenshot:



Nell'articolo c'era questo calcolo che giustificava il dato davvero impressionante sui suicidi: “Dall'aprile 2011, nella prefettura di Fukushima, si sono registrati 1500 suicidi: più di 5 l'ora, uno ogni 10 minuti”. Sì, avete letto bene. Mio screenshot per gli increduli:


Il numero dei suicidi è drammatico, ma sarà vero? Se Pio d'Emilia riesce a massacrare l'aritmetica di base in questo modo, come faccio a fidarmi di qualunque cifra che mi propone? E in subordine, come è stato possibile commettere un errore così colossale e oltretutto pubblicarlo?

Il Fatto Quotidiano a questo punto aveva un problema: l'aritmeticretinata si poteva anche togliere dall'articolo facendo finta di nulla, ma l'URL dell'articolo era basato sul titolo e quindi avrebbe conservato “un-suicidio-ogni-dieci-minuti” come chiara prova del misfatto. L'URL, infatti, era questo: http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/07/28/fukushima-la-citta-del-disastro-nucleare-con-un-suicidio-ogni-dieci-minuti/1071175/.

Soluzione: ammettere l'umana fallibilità e chiedere scusa? Assolutamente no. Quell'URL ora porta infatti a quest'altro URL immacolato: http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/07/28/fukushima-nella-citta-del-disastro-nucleare-1500-suicidi-da-aprile-2011/1071175/, dove c'è un articolo riscritto e corretto. Errore? Quale errore? Non c'è mai stato nessun errore. Screenshot attuali:




Ecco fatto! Problema risolto! Figuraccia evitata! Non siamo mai stati asini in aritmetica! Nessuno si accorgerà mai che abbiamo scritto una scempiaggine che squalifica tutto l'articolo e chi l'ha scritto.
...Come hai detto? La copia cache di Google? E cos'é?

Sveglia, Fatto Quotidiano. I tempi in cui le cazzate giornalistiche si coprivano cacciandole nel dimenticatoio della carta stampata, che oggi è giornale e domani è carta igienica, sono finiti da un pezzo. Oggi, se si vuole essere presi sul serio, bisogna essere trasparenti. Perché i lettori non sono scemi, non vogliono essere presi per scemi e oggi hanno a disposizione gli strumenti per farvi le pulci.

Etichette: discalcolia, giornalismismo

Whatsapp, 16 "trucchi" che non conosci

Il Messaggero

ezioni
WhatsApp ormai è parte integrante della nostra vita. Ecco quindi alcune dritte che potrebbero tornare utili. Altre sono divertenti, altre ancora da evitare.

1. Usare WhatsApp senza numero di telefonoInstallare l'app impostando il telefono su modalità aereo per bloccare ogni ricezione dei messaggi. A questo punto scegliere la modalità di verifica via SMS, inserendo il proprio indirizzo mail. Cliccare “invia” e subito dopo “cancella” per interrompere il processo di identificazione. Scaricare l’app Spoof Text Message (Android) o Fake-a-Message (iPhone). Copiare il messaggio ancora nella casella mail ‘In uscita’ e inviarlo con l’app dei finti messaggi insieme al proprio indirizzo mail. Il sistema invierà un messaggio a quel numero finto, che si potrà usare per iniziare a utilizzare WhatsApp.

2. Disabilitare il download automatico delle foto
Per evitare di scaricare milioni di foto inviate dagli amici andare su Impostazioni > Impostazioni Chat > Auto-download Media >

3. Nascondere l’orario del tuo ultimo accesso
Puoi nasconderlo utilizzando un’app di nome Not Last Seen: una volta scaricata, dovrai semplicemente spuntare l’opzione “blocca ultimo accesso” e salvare il tutto.

4. Inviare i file in qualsiasi formato
Per inviare anche file di testo, cartelle Excel e Pdf installare Dropbox e CloudSend connettendo insieme le due app: il link al documento che verrà generato potrà essere inviato ai tuoi amici tramite WhatsApp.

5. Avere più account su WhatsApp gestendoli dalla stessa app Scaricare un’app chiamata SwitchMe. Dopo l’installazione, l’app permetterà di creare un secondo profilo, e usarli contemporaneamente.

6. Recuperare i messaggi cancellati
WhatsApp salva tutte le tue conversazioni sulla SD card del telefono: nella cartella WhatsApp > Database ci sono tutti, salvati in msgstore.db.crypt. Si possono recuperare semplicemente usando un text editor.

7. Cambiare la foto profilo dei tuoi amici
Prendere una foto delle dimensioni di 561×561 pixel e rinominarla con il numero di telefono dell'amico. Salvarla nella tua scheda SD, nella cartella Profile Pictures di WhatsApp.

8. Nascondere la tua foto profilo
Scaricare WhatsApp Plus.

9. Cambia lo sfondo delle conversazioni
installare WhatsApp PLUS Holo.

10. Scoprire le statistiche
Installare WhatStat for WhatsApp e scoprilo.

11. Cancellare l'account WhatsApp
L’unico modo per farlo è agire da Impostazioni > Account > Cancella Account. Inserendo il proprio numero di telefono la cancellazione sarà completa.

12. Creare una finta conversazione
Usare WhatSaid, un’app che permetterà di stupire gli amici con finte conversazioni, anche con personaggi famosi.

13. Cambiare il numero di telefono senza perdere i messaggi
Se per qualche motivo cambi sim, ma non vuoi perdere tutti i tuoi messaggi, puoi farlo da Impostazioni > Account > Cambia numero.

14. Mandare due foto fuse in una
Utilizzare queste due app: Magiapp tricks for Whatsapp (Android) o FhumbApp (iPhone) e iniziare a divertirti.

15. Spiare gli amici su WhatsApp
Un’applicazione – Spymaster PRO – permette di monitorare e leggere tutto quello che uno dei contatti scrive su WhatsApp.

16. Abilitare le notifiche vocali
Su Android, installare Voice for notification e Text-to-speech, abilitare le notifiche vocali da Impostazioni > Accessibilità e riavviare l’app.


Venerdì 25 Luglio 2014 - 19:28
Ultimo aggiornamento: Sabato 26 Luglio - 15:52

Nell’era de Magistris il Comune ha assunto più di mille persone

Corriere del Mezzogiorno

Numeri da record. L’assessore Moxedano: non siamo un ufficio di collocamento, svecchiamo la pianta organica


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NAPOLI - Mille assunti in tre anni. Eccolo il record del sindaco di Napoli, Luigi de Magistris. Numeri importanti in una città dove il lavoro non c’è. Numeri battuti, forse, solo all’epoca di bassoliniana memoria in cui nascevano intere società partecipate: si pensi alla Napoli Servizi piuttosto che alla Napolipark o l’Asìa. Ma era un’altra epoca, a Napoli e in Italia. Se il primo cittadino, infatti, sul fronte della raccolta differenziata dei rifiuti ha fatto registrare un clamoroso flop, su quello occupazionale può contare invece su numeri forse mai visti di recente. E, comunque, di sicuro mai in appena tre anni, da quando cioè l’ex magistrato siede a Palazzo San Giacomo. Ovviamente la cosa si presta ad una doppia lettura: c’è chi dice che si tratta di troppa gente pagata con soldi pubblici e chi, invece, ritiene che sia assolutamente un bene che ci sia un Comune che assuma in una città dove il lavoro manca.

MAESTRI ELEMENTARI - Cominciando dagli ultimi «posti», ma solo in ordine di tempo: le 370 assunzioni per maestri elementari messi a bando da Palazzo San Giacomo nei giorni scorsi, dei quali 185 dedicati ai 320 precari storici della scuola e altrettanti a giovani neolaureati.

DIRIGENTI - Parliamo di 370 posti fissi che si aggiungono ai 72 posti da dirigente a tempo indeterminato che Palazzo San Giacomo ha bandito qualche mese fa, provando però prima, come prevede la legge, a reperire figure analoghe nelle altre amministrazioni pubbliche italiane disposte a trasferirsi a Napoli. Entro l’anno, dunque, il concorso si farà. E con i 72 dirigenti siamo e i 370 maestri siano già a 442 persone che lavoreranno nel Comune di Napoli e che Palazzo San Giacomo è pronto ad assumere entro la fine dell’anno.

CONCORSONE - Andando qualche mese più indietro, cioè a fine dicembre del 2013, ecco che troviamo altri 302 assunti stabilmente dal Municipio del capoluogo: si tratta di 242 giovani ritenuti idonei al famoso «concorsone» del 2010, quello al quale parteciparono più di 100mila aspiranti «comunali». Tra gli idonei, ci sono anche 100 vigili urbani, sebbene in strada se ne vedano sempre molto pochi. Numeri che si sommano ai 60 lavoratori socialmente utili (Lsu) stabilizzati sempre nella stessa tornata.

E siamo a 744 assunzioni in poco meno di 7 mesi. Un record? Forse sì. Ma non è finita. Perché un anno fa di questi tempi Palazzo San Giacomo assumeva altri 30 dirigenti con contratto a termine che, dopo un mare di polemiche e col ministero dell’Interno che non autorizzò tutta la spesa, diventarono 18, sempre assunti alla fine del 2013. Sebbene, poi, il Comune non ebbe i soldi per assumere un comandante dei vigili che aveva pure presentato ufficialmente. E siamo a 762 unità impiegate da de Magistris durante gli ultimi 7 mesi di mandato.

STAFFISTI - Unità che sarebbero diventate di più se il ministero dell’Interno, che sorvegliava sul piano di rientro, avesse dato il via libera non solo a tutti e 30 dirigenti ma anche ai 20 nuovi contratti di staffista di sindaco e assessori già belli e pronti. Contratti che, in ogni caso, si aggiungono ai 33 fatti nel corso del mandato del sindaco. Quindi, comunque, arriviamo a 795 assunzioni, anche se quelle degli staffisti sono a termine. Ma non si sa mai.

L’ASIA, RACCOLTA RIFIUTI - Ma è con l’assorbimento dei 293 dipendenti di alcune società che lavoravano in appalto con l’Asìa e passate direttamente in Asìa in virtù della fine del contratto di appalto e del cosiddetto «passaggio di cantiere» obbligatorio per legge che si supera il muro delle mille (1088) assunzioni fatte in appena tre anni di consiliatura de Magistris.

L’ASSESSORE - E la cosa potrebbe non finire qui. Almeno a sentire l’assessore al Personale, Francesco Moxedano, che, confermando i numeri elencati, spiega pure: «Alla luce dell’approvazione del piano di riequilibrio, e visto il risparmio di un milione di euro per le persone andate in pensione a fine 2013, è corretto oppure no immaginare, magari da settembre, poter assumere persone tra gli idonei nella misura del 40 per cento rispetto al risparmiato sull’anno precedente ?». Moxedano ritiene infatti che «immettere giovani laureati sia l’unico modo per elevare il livello del Comune». L’assessore rifiuta però l’etichetta di un’amministrazione cha funge da ufficio di collocamento: «La lettura da dare è un’altra: in un momento di crisi e difficoltà economica per il Comune, stiamo dando risposte a giovani e intere famiglie e contemporaneamente svecchiamo la pianta organica visto che ogni anno vanno in pensione centinaia di impiegati, col numero di dipendenti arrivato oggi a circa ottomila unità». E mica sono poche?

28 luglio 2014

La Legion d’onore non si addice a chi rivela le torture in Algeria

La Stampa

cesare martinetti

Nel 2001 il generale Aussaresses aveva infranto l’ipocrisia ufficiale della Francia sulla “sporca guerra”. Da allora, racconta oggi la vedova, non ebbe più pace

ezioni
In una drammatica foto scattata in Algeria nel 1957, i paracadutisti francesi interrogano un uomo che hanno appena fermato, sospettato di avere compiuto diversi attentati [foto Jacques Grévin/Afp]

Chisi ricorda di Paul Aussaresses? Probabilmente pochi, eppure tredici anni fa - eravamo appena dopo l’11 settembre - questo generale dei paracadutisti francesi, benda nera da pirata sull’occhio sinistro, sguardo fiero ma non altero, voce pacata e di antica cortesia, fu il protagonista di un caso storico non da poco. Nel suo primo libro di memorie, uscito dall’editore Perrin con un titolo che più anonimo non si può ( Servizi Speciali, Algeria 1955-57 ) aveva rotto uno di quei tabù storici che costituiscono la memoria del disonore di molti Paesi. Aussaresses disse quello che tutti sapevano ma che non osavano confessare: che l’Armée aveva usato sistematicamente la tortura contro i patrioti algerini che combattevano per un’indipendenza che avrebbero conquistato di lì a poco, nel 1961.

Si poteva pensare che la Francia del terzo millennio avesse in qualche modo digerito l’imbarazzante confessione e invece si scopre ora che non è così, anzi. È il vero rovescio della medaglia di quella rivelazione, dato che tra i dettagli di questa storia c’è anche una medaglietta in senso proprio, quella di «Commandeur de la Légion d’honneur» che fino al 2005 ha adornato il petto del vecchio generale, fino a quando cioè non gli è stata strappata dal presidente Chirac per «disonore». Il Presidente si era detto subito «horrifié», orripilato, dalle sue rivelazioni. 

Chirac, uno dei politici più longevi (dodici anni all’Eliseo) e influenti della Quinta Repubblica, non si era mai accorto che - per esempio - la proiezione del film di Gillo Pontecorvo La battaglia di Algeri è stata vietata per 40 anni nella sale francesi? Eppure proprio di tortura e varie altre crudezze usate dall’esercito della declinante potenza coloniale si raccontava in quella pellicola che divenne persino uno strumento di studio nelle accademie militari, non solo americane. Si guardava il lavoro del regista italiano per elaborare piani di contrasto alle guerriglie urbane, quelle guerre non convenzionali in cui non si deve affrontare un esercito nemico sul campo ma un popolo nemico, talvolta armato anche di bombe ma spesso disarmato.

E invece non solo la Francia non ha digerito le confessioni di uno dei suoi generali più decorati, ma ha severamente castigato il suo autore confermando una volta di più un altro degli atteggiamenti ricorrenti quando entra in gioco la ragion di Stato (in questo caso si può immaginare di non voler dare nessun pretesto di rivolta alle sue esplosive banlieues): il colpevole viene punito non per quello che aveva fatto ma per quello che ha detto. È stata la vedova Elvire a rivelare l’assedio e le umiliazioni subite dopo il 2001 dal vecchio generale: lo ha raccontato nei giorni scorsi a Florence Beaugé, la giornalista di Le Monde che per prima aveva raccolto le sue confessioni. 

L’impatto di quelle rivelazioni, ricorda Elvire, fu «enorme». Aussaresses fu sbattuto su una giostra mediatica che lo ha logorato. Ma il punto è che la maggior parte dei suoi interlocutori non volevano sapere la verità, ma cercavano di strappargli un rimorso. E insieme gli chiedevano di giustificare con il «contesto» del momento storico atti che apparivano inaccettabili, ora, all’opinione pubblica. E invece Paul Aussaresses, ha raccontato Elvire, non si è mai pentito di nulla, non ha mai revisionato il suo racconto, aveva semplicemente l’orgoglio di aver detto la «verità».

In quei giorni Paul Aussaresses diede anche un’intervista alla Stampa e possiamo confermare che il vecchio generale era esattamente come lo ha descritto ora la vedova. Ci parlò del «dovere della memoria», confermando che la tortura veniva praticata sistematicamente, non episodicamente. Dandone con ciò una gelida giustificazione: «Quando un governo chiede al suo esercito di combattere un nemico che utilizza il terrorismo per costringere la popolazione a seguirlo, è impossibile che questo esercito non usi mezzi estremi». Et voilà, così, semplicemente e persino banalmente.

Ma cosa è accaduto dopo una così impegnativa rivelazione? Dice Elvire - che ne era la seconda moglie - che due delle tre figlie si rivelarono piuttosto sensibili alle pressioni di vecchi generali che chiedevano loro di internare il padre per impedirgli nuovamente di parlare. Fu il suo avvocato ad avvertire Aussaresses della manovra e aiutarlo a rifugiarsi in Alsazia da Elvire. Da qui non si sarebbe più mosso fino al 2013, quand’è morto alla venerabile età di 95 anni: «Ultimamente era diventato un po’ indifferente a tutto, non ha mai espresso rimpianti, semmai gli dispiaceva che la Francia non avesse ancora ufficialmente riconosciuto ciò che è avvenuto in Algeria».

La cosa che gli fece più male fu la perdita della Légion d’honneur: per uno che s’era infiltrato tra i nemici facendosi paracadutare con l’uniforme tedesca e che conservava una lettera personale di De Gaulle che lodava l’«audacia e il coraggio» di un eroe della Francia libera, fu davvero uno smacco insopportabile.

La Resistenza di Mike Bongiorno

Corriere della sera

di Aldo Grasso

ezioni
Nella sua galleria di ritratti dei personaggi che hanno cambiato il volto all’Italia dopo la Seconda guerra mondiale, trasformando un Paese devastato dalla tragedia bellica in una nazione moderna, «La Grande Storia» ha dedicato spazio a una figura importante: Mike Bongiorno (Rai3, venerdì, ore 21.10). Solo alcuni anni fa, sarebbe stato impensabile riconoscere a un personaggio televisivo un ruolo così importante nella costruzione dell’identità nazionale, di una radice comune.

La puntata, curata da Nicola Bertini, si è concentrata sul periodo meno noto della vita di Mike, quello precedente al successo stellare di «Lascia o Raddoppia?», vissuto tra gli Usa (dove era nato nel 1924) e l’Italia. La puntata ha raccontato una vicenda cui Mike teneva tantissimo, cioè la sua partecipazione alla Resistenza, cui prese parte come staffetta incaricata di trasmettere messaggi su Torino e Milano. Com’è noto, nell’aprile del 1944 finì catturato da un plotone della Gestapo: a salvarlo dall’esecuzione fu il suo passaporto americano, che lo rese un valido candidato per eventuali scambi di prigionieri tra tedeschi e alleati.

Venne deportato a Milano e imprigionato nel carcere di S. Vittore: seguirono un primo, durissimo periodo di isolamento, poi lo spostamento in mezzo ad altri detenuti (tra cui anche Indro Montanelli, che, intervistato anni dopo da Enzo Biagi, si ricordava bene di Mike), e infine il rilascio, nel settembre 1944. Seguì il ritorno a New York, gli inizi presso alcune radio locali e poi le prime esperienze in Rai. Genialmente, nel fare la tv, ha sempre scelto il punto di vista del «semplice». Come ha ricordato Paolo Mieli a inizio puntata, Mike, con il suo spirito naïf, intuì «per un puro caso» dove stava andando la società italiana: di fronte alla modernizzazione dei costumi, all’americanizzazione, fu al contempo testimone e agente di cambiamento.

28 luglio 2014 | 08:06

Equo compenso, così funziona in Germania

La Stampa

tonia mastrobuoni

La società tedesca che tutela i diritti d’autore cerca di imporre una tassa di 36 euro sugli smartphone.Ma le aziende si oppongono e per ora il contributo non è applicato

ezioni
La lettera è partita a febbraio, indirizzata ai colossi della Silicon Valley e della telefonia mobile: a parte qualche indiscrezione su reazioni irritate e la volontà dei tedeschi di andare avanti, le trattative procedono ma ufficialmente tutto tace. 

La “Zentralstelle fűr private Űberweisungsrechte” (Zpu), la società che tutela i diritti d’autore in Germania ha chiesto ai capi, tra gli altri, di Google, Apple, Htc, Samsung e Nokia di riconoscerle 36 euro per ogni telefonino con touchscreen e capacità di archiviazione oltre gli 8 gigabyte, 16 euro per gli smartphone fino a quella soglia, e 12 euro per i cellulari senza schermo sensibile. Un salatissimo equo compenso germanico per il diritto ad ascoltare musica, guardare video o leggere testi.

Se i destinatari non pagheranno, la “Siae tedesca” ha minacciato di andare in tribunale ma spera di riuscire a risolvere la questione raggiungendo un accordo prima, sulla falsariga di quanto già avvenuto con i giganti dei computer. Dal 2010 per ogni pc venduto in Germania 13,19 euro vanno alla Zpu; unica eccezione, quelli usati per scopi professionali, su cui incombe balzello di 4 euro o uno sconto del 20%. La maggior parte dei produttori paga quindi solamente 10,55 euro o 3,20 per i pc aziendali.

Bitkom e Bch, le associazioni di settore che rappresentano ad esempio Apple o Dell hanno già sottoscritto quelle tariffe, ma Zitco, cui fanno capo soprattutto aziende medie o piccole ha in programma una pioggia di ricorsi. Secondo stime Bitkom chi paga l’equo compenso volontario sui computer garantisce già 240 milioni di euro circa alle casse della Siae tedesca. Soldi che vengono poi girati ad artisti, scrittori, gruppi musicali o produttori di film porno. Secondo la rappresentanza dei colossi del web e della telefonia, se passasse l’accordo anche su telefonini e smartphone, la Zpu si arricchirebbe di altri 700 milioni di euro all’anno: nel 2013 in Germania sono stati venduto 26 milioni di cellulari. 

L’altro settore su cui la società dei diritti d’autore sta tentando di incassare una tariffa è quello dei tablet: anche se la Zpu sostiene di ritenere adeguata la mega cifra richiesta per i telefonini – i 36 euro – già sui 5 euro chiesti per i tablet per il periodo pre 2011 avevano fatto storcere il naso a Apple, Samsung e co: sarà il tribunale di Monaco di Baviera a decidere sul balzello. Ma uno dei motivi per cui la Zpu preferisce risolvere questioni del genere in via extragiudiziale è che è prevedibile che i colossi del settore non si fermeranno al primo grado. Questo potrebbe significare anni di attesa, per l’assetata Siae tedesca.

Gli italiani e le questioni etiche più tolleranza e meno tabù

La Stampa

daniele marini*

Convivenza, fecondazione artificiale, eutanasia, omosessualità e aborto sono considerati “ammissibili”. Ma con forti differenze sociali e geografiche

ezioni
Siamo soprattutto tolleranti, ma con una tendenza al relativismo culturale. Non condividiamo alcuni comportamenti, ma giustifichiamo il fatto che altri li possano praticare. Accondiscendenti, ma con una venatura di indifferenza. Attraversiamo un’epoca in cui le certezze tradizionali hanno lasciato uno spazio crescente alla sperimentazione individuale. Analogamente all’esperienza di Internet, navighiamo avendo sì una bussola in testa (valori), ma scandagliamo i territori (comportamenti) vagando qua e là, talvolta senza una meta precisa, alla ricerca di informazioni ed esperienze. 

In altri termini, i valori hanno visto attenuare progressivamente la capacità di indirizzare i modi di agire delle persone secondo impostazioni definite. Lo sfarinamento delle ideologie e degli universi simbolici condivisi ha dilatato lo spazio delle libertà individuali: oggi molti comportamenti, sebbene non condivisibili a livello soggettivo, sono ritenuti comunque ammissibili per gli altri. Così, l’ambivalenza è il tratto caratteristico della nostra cultura e genera due possibili declinazioni: da un lato, può spingere i soggetti a compiere scelte più responsabili e consapevoli; dall’altro, può rendere le persone più indifferenti poiché tutte le scelte diventano giustificabili e accettabili. Come si può intuire, le trasformazioni culturali rappresentano un tema tanto centrale, quanto complesso difficilmente riducibile a un breve sondaggio.

Ciò non di meno, l’indagine LaST (Community Media Research in collaborazione con Intesa Sanpaolo, per La Stampa) ha esaminato gli orientamenti della popolazione su un insieme di comportamenti, in alcuni casi border line, che rinviano a dimensioni etiche e morali. Gli esiti complessivi forniscono elementi per una rilettura dei temi della famiglia, della coppia, della natalità e della morte per certi versi inattesi. Molti fra i comportamenti proposti hanno un grado di ammissibilità elevato. La convivenza fra due persone, senza che essa venga istituzionalizzata (sia religiosamente, che civilmente), è ormai largamente accettata (90,2%) e racconta della distanza esistente fra il dibattito pubblico sulla famiglia e l’esperienza delle persone.

Il ricorrere alla fecondazione artificiale (84,8%) per avere un figlio e la possibilità di richiedere l’eutanasia (75,9%), così come il tema della omosessualità (75,2%) trovano accoglienza in una parte largamente maggioritaria della popolazione. La stessa pratica dell’aborto (61%), seppure in misura inferiore è ritenuta ammissibile. Ciò non significa che tali comportamenti siano attuati o condivisi totalmente, quanto piuttosto segnalano il grado di accettabilità sociale.

Nel contempo, vi sono alcune pratiche che ancora non ottengono una piena cittadinanza. Sottoporsi a lifting (44,3%), fare uso di droghe leggere (44,1%) e ancor meno prostituirsi (27,4%) non rappresentano condotte legittimate, sebbene vada sottolineato come la loro accettabilità comunque interessi una quota decisamente non marginale fra la popolazione. Per avere una misura di sintesi di questi orientamenti sono stati creati dei profili che aiutano a individuare i lineamenti culturali della popolazione italiana. 

Il gruppo prevalente è costituito dai tolleranti (49,2%) ovvero quanti considerano in prevalenza abbastanza ammissibili i diversi comportamenti proposti. Segue, a distanza, quello dei libertari (28,8%) che ritengono totalmente legittimati quasi tutti i modi di agire proposti. Ben più a distanza incontriamo i severi (12,4%) e gli intransigenti (9,6%), rispettivamente quanti valutano abbastanza inammissibili e del tutto inammissibili le azioni proposte. 

I diversi profili evidenziano alcune differenziazioni all’interno del campione ben marcate. Orientamenti tolleranti e libertari sono più diffusi presso le generazioni più giovani, fra i maschi, chi possiede un titolo di studio elevato ed è residente nel Centro-Nord Italia. In particolare, fra quanti non praticano assiduamente i riti religiosi ed esprimono un’attenzione e una militanza politica.

Viceversa, orientamenti culturali segnati da intransigenza e maggiore severità sono evidenziati dalla componente femminile, dalla popolazione più adulta, chi possiede un basso livello d’istruzione e abita nel Mezzogiorno. Di più, fra chi frequenta assiduamente i riti religiosi e si dichiara distante dalla politica.Dunque, la dimensione della morale religiosa e, seppure in misura inferiore, quella dell’appartenenza politica continuano ancora oggi a rappresentare momenti di socializzazione e di elaborazione di criteri utili a navigare in un ambiente sociale fluido e incerto.

*Università di Padova

Federica Papadia, la fidanzata di Tulliani, contro Libero: "Giornaletto, menti malvagie, disperati, pennivendoli"

Libero

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Ci sembra di vedere la scena. Ieri mattina un amico di Giancarlo Tulliani, il cognato più famoso d’Italia, o di Federica, la sua nuova fiamma, ha strabuzzato gli occhi all’edicola davanti alla loro foto sulla prima pagina di Libero e ha subito telefonato alla coppia: «Fede, Gian siete sul giornale!». «Un risveglio che non auguro a nessuno» ha confidato la ragazza. Ricordiamo ai lettori di chi stiamo parlando: Giancarlo Tulliani, 37 anni, è il cognato di Gianfranco Fini, quello della casa di Montecarlo. Quattro anni fa i cronisti del Giornale scoprirono che viveva in un appartamento nel Principato, già di proprietà di Alleanza nazionale. Scoppiò il finimondo.

Da allora, l’esuberante Giancarlo scelse di evitare le luci dei riflettori per non causare altri danni al noto parente. Riuscendoci per anni. Sino a quando, all’inizio di quest’anno, non ha iniziato la sua ultima liaison con una avvenente macchinista della metropolitana di Roma, Federica Papadia, sindacalista e aspirante politica prima alla corte di Casini e poi a quella di Alfio Marchini. Ma la “cognata”, dalla spiccatissima somiglianza con Belen, non è un’introversa e sui social network ha iniziato a raccontare la fiaba che stava vivendo tra Roma e Montecarlo con il suo Giancarlo. Un mondo fatto di alberghi extralusso, sofisticati ristoranti giapponesi, cocktail a bordo piscina, ma soprattutto tantissimi vestiti e accessori, da Chanel a Louis Vuitton.

Uno stile di comunicazione incompatibile con il nuovo corso dei Tullianos, alla ricerca dell’oblio mediatico. Ieri, alla fine dell’articolo che raccontava la Dolcevita monegasca della coppia, avevamo concluso con queste parole: «Bisogna capire se adesso Giancarlo scollerà la sua bella da Internet». Siamo stati facili profeti. Ieri mattina chi visitava il profilo Instagram della ragazza trovava il seguente messaggio: «Questo account è privato» e addio foto in bikini. Mentre sul suo blog è apparso un lungo messaggio della fumantina Federica, traboccante bile verso Libero, definito «un giornaletto». Non è stata più magnanima con gli autori dell’articolo, «menti malvagie, redattori disperati, o (come in questo caso) pennivendoli asserviti al padrone».

Ai suoi lettori Federica dice di rifiutare «la morale» da noi (ma nessuno ha inteso fargliela) che in un periodo «di crisi che porta persino a gesti estremi» dedichiamo «un report di dove ha passato il compleanno Federica Papadia». Quindi precisa di non essere antiberlusconiana: la cosa ci consola, anche se leggendo i suoi commenti sui social network si poteva essere tratti in inganno. Magari da quel retwit cancellato giusto ieri mattina: «Va a finire che condanneranno Ruby per circonvenzione d’incapace». Infine, dopo averci accusato di «errori, falsità, fantasie», deplora il fatto che per redigere l’articolo avremmo chiesto informazioni sul suo conto.

Di questo francamente meniamo vanto. Fa parte dei nostri doveri professionali. Ma Federica va un po’ oltre quando strepita: «Hanno persino frugato nella pattumiera sotto la mia abitazione!». Ragazza mia, se ha le prove ci denunci (è un reato e non «il nuovo hobby dei giornalisti di #Libero»), altrimenti trattasi di diffamazione. L’unica cosa che non dice ai suoi lettori la Belen de noantri è la verità. Ovvero il nome del suo fidanzato e il motivo per cui abbiamo imbastito l’articolo: non lei e i suoi famigliari, «persone oneste, sconosciute, senza alcun incarico pubblico», ma il suo celebre compagno. Il cui nome resta tabù per tutta l’invettiva.

Da questo particolare deduciamo, con sincero rammarico, che il succitato «report», scritto con lo stile del «cazzeggio» estivo, potrebbe aver creato qualche problema in famiglia. Ma non si preoccupi signorina, dovesse finire a piatti rotti, il mondo è pieno di cognati. E per una bella figliola come lei, c’è da giurarci, ci sarebbe la fila. Su Twitter aveva scritto: «Io bacerei 100 ranocchi, se potessi sposare un principe ed essere una principessa». Federica, a Montecarlo il principe non è Giancarlo. Anche se Libero, ogni tanto, si diverte a cantarne le gesta.

Tour de France, bufera sul selfie alle gambe del ciclista polacco: "Ma non è doping"

Libero

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Il Tour de France è finito, l ha vinto l'italiano Vincenzo Nibali ma sui social ovviamente si parla già d'altro. Si parla di un selfie, ma non un selfie normale. Si parla delle gambe di un ciclista, il polacco Bartosz Huzarski, dopo 18 tappe di Tour.

Su Facebook - "Questa è la situazione delle mie gambe. Ho dovuto spremere maggiormente la mia forza negli ultimi 3 giorni. Uff, adesso possiamo pensare alle tappe in collina" aveva scritto ingenuamente Huzarski prima del polverone delle ultime ore. Ma l’eccessivo gonfiore delle vene sugli arti inferiori del ciclista non ha convinto i tanti appassionati di ciclismo e non solo, che nelle ultime ore hanno contestato quelle immagini, per stomaci forti anziché no.

La replica - "Ovviamente non ho le gambe di chi sfila per Victoria’s Secret o di chi corre un’oretta per tre volte a settimana". Bartosz Huzarski, il ciclista polacco, le cui gambe da ieri hanno fatto il giro del web non ci sta e dunque passa al contrattacco. Quello che chiunque nota nella foto postata su facebook sono quelle dannate vene gonfiate delle gambe, quasi sul punto di esplodere, "ma quello che vedete" dice il corridore, "non è affatto malsano". Non è doping insomma, ma la semplice e allo stesso tempo ordinaria amministrazione del Tour

Mafia, a Palermo la Madonna si inchina al covo del boss

Rachele Nenzi - Mar, 29/07/2014 - 09:17

Domenica la sfilata del Carmine ha reso onore al boss Alessandro D’Ambrogio che si trova in carcere a Novara. E la chiesa ammette: "Sosta anomala"


Ancora una processione per la Madonna. Ancora un inchino a un padrino di Cosa Nostra.

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È successo a Palermo, domanica scorsa. Un omaggio ad Alessandro D'Ambrogio, padrino rinchiuso nella sezione "41 bis" del carcere di Novara. Nei vicoli di Ballarò, proprio dove due anni era lo stesso boss a portare la vara della Madonna del Carmine, la processione ha voluto rendergli onore fermandosi davanti all’agenzia di pompe funebri che appartiene alla famiglia di D'Ambrogio. A deciderlo, come raccontano Salvo Palazzolo e Giorgio Ruta su Repubblica, è stato "un uomo di mezza età, con la casacca della confraternita di Maria Santissima del Monte Carmelo". Che, dal nulla, si è messo a urlare: "Fermatevi".

Da Palermo arriva un nuovo, durissimo colpo. La vara tutta dorata della Madonna che si ferma davanti all’agenzia di pompe funebri della famiglia del capomafia Alessandro D’Ambrogio, è l'ennesimo di una pratica diffusissima che difficilmente la Chiesa e le istituzioni riescono a debellare. A destare scandalo, qualche settimana fa, l'inchino a Oppido Mamertina, in provincia di Reggio Calabria. Non un caso, come dimostra la processione di Palermo.

Nel quartiere di Ballarò la Madonna del Carmine è stata fatta fermare proprio davanti all'agenzia di pompe funebri in cui D'Ambrogio organizzava i summit coi fedelissimi. Un luogo simbolo, insomma. Un luogo che per i mafiosi di tutta Palermo significa solo Cosa nostra. E, nonostante la raffica di arresti e processi, è la mafia che tenta di imporsi sulla giustizia. Non a caso l'agenzia di pompe funebri si trova in via Ponticello, a pochi passi dalla facoltà di Giurisprudenza nel cui atrio svettano le fotografie di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

"È stata una fermata anomala", spiega a Repubblica fra’ Vincenzo, rettore della chiesa del Carmine Maggiore. "Anche quest’anno è accaduto - continua - io ero avanti, su via Maqueda, stavo recitando il santo rosario. A un certo punto mi sono ritrovato solo. Ho capito, sono tornato indietro di corsa, e ho visto la statua della madonna ferma. Qualcuno stava passando un bambino ai confrati, per fargli baciare la Vergine. Cosa dovevo fare? Era pur sempre un atto di devozione quello. 

Qualche attimo dopo, la campanella è suonata e la processione è andata avanti". Durante la preparazione del triduo della Madonna, fra’ Vincenzo aveva richiamato tutti al senso di questa processione così importante: "Ho detto certe cose nel modo più gentile possibile, per evitare reazioni, ma le ho dette. Ed è accaduto ancora. Cosa bisogna fare?". Da qualche tempo la Curia chiede gli elenchi dei componenti delle confraternite e invia rappresentanti alle processioni. Anche domenica pomeriggio, a Ballarò, era presente un ispettore del cardinale Paolo Romeo. Ma sembrerebbe servito davvero a poco.

Omni, la gatta senza occhi ha ritrovato casa

La Stampa

La proprietaria ha percorso oltre 4345 km per riportarla sul suo divano

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L’hanno chiamata “Omni”, diminutivo di Omnipotent (Onnipontente). E in effetti questa gattina sembra in grado di fare qualunque cosa: priva di entrambi gli occhi dalla nascita, la felina è riuscita a sopravvivere per cinque giorni da sola e randagia prima che qualcuno la ritrovasse per restituirla alla sua famiglia.

Brian Clines, il suo proprietario, l’aveva trovata nel Baharain (Medio Oriente), durante il servizio militare per la Marina statunitense. Nella sua nuova casa in Oklahoma (Stati Uniti), la gatta, nonostante la sua disabilità, si era subito resa molto indipendente dimostrando una gran capacità di orientarsi per il cibo, la lettiera e gli altri spazi. Una capacità che l’è stata utile quando si è trovata sola in mezzo a una strada.

Clines l’aveva lasciata a un suo amico perché aveva impegni di lavoro full-time, ma, forse perché disorientata dal nuovo ambiente, Omni ha deciso di scappare. Per sua fortuna, dopo cinque giorni, qualcuno l’ha trovata e portata al Midwest City Animal Welfare. 

La storia ha un lieto fine che è pieno d’amore: grazie ai dati contenuti nel microchip, i volontari della struttura hanno preso contatto con la madre di Clines. La donna, che vive in Florida, vista l’impossibilità del figlio a badare alla micia, è salita in auto e ha fatto una vera maratona su quattroruote: ha percorso oltre 4300 km per riportare l’adorata gattina sul suo divano e prendersi cura di lei.

Il nulla osta di bronzo per il soldato flegreo «Tua moglie, straniera, sarà romana per legge»

Corriere del Mezzogiorno

Il pretoriano andò in pensione a Pozzuoli e il permesso speciale giunse dall’Urbe su una tavoletta. Ora al museo di Baia


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Voleva sposarsi ed avere figli già romani cives alla nascita, Lucio Camelio Severo figlio di Lucio, della tribù Palatina di Puteoli (Pozzuoli) e il «diritto di connubio» gli spettava avendo egli prestato servizio come pretoriano nella Undicesima Coorte Urbana di Roma. Congedato dopo 20 anni in servizio di ordine pubblico nella turbolenta capitale dell’impero, chiese e ottenne il permesso di sposare una donna che non era cittadina romana («peregrina») nella sua fattoria sulla strada fra Pozzuoli e Quarto. Il permesso arrivò inciso sul bronzo: una tavoletta di 14 per 11 centimetri che adesso si trova nella trasparente teca del Museo dei Campi Flegrei diretto da Paola Miniero.



Un permesso, una sorta di nulla osta inciso sul bronzo, che dava facoltà ad un pretoriano dell’imperatore, una volta in pensione, di considerare «cives romani» i suoi figli anche se nati dal matrimonio con una straniera. Si tratta di una tavoletta di 14 per 11 centimetri che adesso si trova nella trasparente teca del Museo dei Campi Flegrei, diretto da Paola Miniero, al Castello di Baia (Napoli).Un’ala dello splendido museo dei Campi flegrei


ASSOLUTA RARITA’ - Fra i molti magnifici reperti che affollano ordinatamente le oltre quaranta sale del Castello di Baia, questo è il più importante reperto militare, «assoluta rarità» a detta del professor Giuseppe Camodeca (ordinario di Storia romana ed Epigrafia latina all’Orientale, specialista in archeologia puteolana) che ha decifrato la scritta. Il ritrovamento si deve a Paolo Caputo, responsabile dei siti archeologici di Baia, Cuma, Miseno e Quarto; il sito archeologico della «villa rustica» di Lucio Camelio si trova lungo la Via Consolare Campana Antica, trafficatissima arteria che andava da Pozzuoli, per la «montagna spaccata» fino alla via Appia, con la quale si congiungeva nel territorio di Giugliano.

L’attuale città dell’entroterra flegreo era una stazione per il cambio dei cavalli situata al «quarto miglio» dal grande porto di Pozzuoli da dove grano e merci provenienti dall’Egitto e dall’intero Mediterraneo venivano trasportate nella capitale. L’archeologo racconta: «Un cantiere impegnativo quello del metanodotto Snam, che non ha portato solo il gas nell’intero territorio, ma ci ha permesso di riportare alla luce i resti di una villa dotata di quattro cisterne intercomunicanti, e di un banco di cottura. Fra i detriti analizzati con cura, è venuta fuori questa lastrina bronzea alquanto ossidata con graffiti regolari, e su un solo lato una serie di nomi sovrapposti a scritte precedenti».

DIPLOMA MILITARE - È questa infatti la faccia del diploma che doveva rimanere nascosta, legata o saldata con una seconda lastrina che è andata perduta e ha fatto scoprire la parsimonia dei funzionari imperiali: poiché il bronzo costava non poco, a Lucio Camelio e a chissà quanti altri congedati essi mandarono diplomi militari incisi su lastrine «riciclate»; i destinatari non potevano accorgersene, ma i 1800 anni trascorsi hanno fatto svelare il piccolo inganno. Il diploma militare reca una data corrispondente al 7 gennaio 224 dopo Cristo, quando erano consoli Appio Claudio Giuliano e Caio Bruttio Crispino (al suo secondo mandato). Imperatore era il giovane Alessandro Severo (succedette a suo cugino Elagabalo nel 222, fu assassinato nel 235); i nomi dei pretoriani «urbaniciani» congedati venivano anche incisi su una grande tavola bronzea affissa tempio di Augusto presso la statua di Minerva a Roma, avendo essi «servito fortemente e piamente».

A loro, fa scrivere l’imperatore sulle tavoletta destinate ai singoli, e quindi anche al congedato puteolano «ho dato il diritto di connubio limitatamente alle singole e prime mogli in modo che anche se si siano uniti in matrimonio con donne di condizione peregrina facciano dei figli come se fossero nati da due cittadini romani». L’eccezionale reperto è solo l’ultimo di una imponente collezione museale che raccoglie nel Castello di Baia la più ricca serie di testimonianze provenienti dall’intera area flegrea: dal Sacello degli Augustali scoperto a Miseno, al Ninfeo di Punta Epitaffio, con sezioni espositive relative a Cuma prima colonia greca d’occidente, Pozzuoli emporio dell’Impero Romano, Baia stazione termale dei ricchissimi e degli imperatori (dove tra l’altro è testimoniata la presenza di una officina dove si producevano copie delle sculture in bronzo provenienti dalla Grecia), Miseno sede della flotta, Liternum città di Scipione l’Africano.

ORARIO RIDOTTO DEL MUSEO - La direttrice Miniero non manca mai di ricordare che un Museo così ricco e importante potrebbe essere una enorme risorsa, solo che fosse raggiungibile con mezzi pubblici, e avesse personale sufficiente per prolungare l’attuale esigua apertura (dalle 9 alle 13, chiuso il lunedì) dove l’ingresso costa appena 3 euro e comprende l’accesso ad altri siti archeologici. Insomma, una sintesi che più negativa non si può di una pessima politica dei Beni Culturali.

28 luglio 2014

Pensioni, al Nord gli anziani e al Sud record di invalidi

Redazione - Mar, 29/07/2014 - 08:26

Il Paese della previdenza resta spaccato. Nel settentrione vincono i vitalizi nel meridione i tanti sussidi. Gli esperti: la riforma Fornero non è bastata


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Noi italiani ogni tanto dovremmo sollevare la testa dalla Gazzetta dello sport e dedicare qualche tempo al Sole 24 ore . Anche solo per non appassionarci immancabilmente delle finanze di Vidal e Higuain, ma qualche volta pure delle nostre. Sono tutti e due giornali rosa, in tonalità diverse, il primo passa per leggero e divertente e il secondo per pesante e serioso, ma ci sono giorni in cui il secondo riserva emozioni più forti del primo. Spesso, veri e propri choc .

In queste ore è fatica riprenderci dall'ultima radiografia pubblicata sull'eterno incubo italiano, il sistema previdenziale, volgarmente detto le nostre pensioni. Dopo la riforma Fornero era passato un messaggio - molto grossolano, decisamente generico - che comunque un poco rassicurava: riforma sanguinosa, riforma spietata, ma almeno il nostro futuro è salvo. Purtroppo non è esattamente così. Sembra già il tempo di considerare questa convinzione come un liso luogo comune, del tipo non esistono più le mezze stagioni. Come spiegano gli esperti del Sole , non c'è niente di salvo e niente di sicuro, nel nostro domani. Segnalo solo i passaggi che suonano più inquietanti.

Mauro Meazza: «Per quante riforme e sacrifici si facciano, il sistema previdenziale italiano sembra sempre un macchinario troppo complesso e con il fiato troppo corto». «Le pensioni italiane sono complessivamente rimaste, per molti anni, più una raccolta di ammortizzatori sociali che un reale sistema previdenziale: la transizione verso migliori equilibri è ancora da completare». «La cattiva notizia è che con una crescita da prefisso telefonico ci sarà poco da stare tranquilli». Quindi l'analisi di Sandro Gronchi: «Le malformazioni del sistema restano così tante da non trovare spazio in un articolo». «La posta in gioco è elevata: occorre salvare il sistema contributivo italiano prima di vederne la fragile architettura sgretolarsi sotto il peso delle sue incongruenze».

Giovani e vecchi, uomini e donne: nessuno può sentirsi al sicuro. Altro che legge Fornero, sanguinosa però salutare. Siamo sempre appesi a un filo in un gioco di rasoi, come diceva Emilio Cecchi. Tra tante incertezze, una sola certezza: non basta una Fornero per rimettere a bolla il sistema, purtroppo non basterebbe nemmeno Mago Merlino. Serviranno altri anni di terapia intensiva, per rimettere in piedi il corpaccione sfiancato del sistema previdenziale. Stilando il bollettino di prognosi riservata, il Sole si addentra anche in una mappatura capillare delle singole realtà, area per area, città per città.

Da questo punto di vista, le sorprese sono poche. Niente di più scontato e risaputo. Basta guardare le tabelle: non esiste un'Italia, ma diverse Italie diverse. Le pensioni di anzianità vengono definite «premianti» nelle provincie più dinamiche e ovviamente più industrializzate, mentre risultano eternamente rachitiche nelle zone economicamente più depresse. Fari puntati su Biella, che guida la speciale classifica degli assegni di anzianità, classifica in cui peraltro i primi dieci posti sono occupati tutti da provincie del profondo Nord: le più meridionali Cuneo e Ravenna, per capire il senso.

Salutando Biella, subito un sentito pensiero a Oristano, il centro più flagellato dalle invalidità, con un 9,4 per cento sulla popolazione. Completezza d'informazione segnala che tra le prime dieci provincie di questa triste «classifica invalidi» la più a Nord risulta Pescara. Vogliamo tirare conclusioni? Non è nemmeno più il caso. Ciascuno è in grado di farsi un'idea, sulla base di questi dati oggettivi.

Però, se davvero si vogliono fare passi avanti, non è più possibile ignorare quanto Mauro Meazza dice nel suo commento: «Le pensioni italiane sono rimaste per molti anni più una raccolta di ammortizzatori sociali che un reale sistema previdenziale». Se il grandioso Sud della sana alimentazione mediterranea, dell'aria buona e del pesce fresco domina tutte le classifiche di invalidità, qualche riflessione seria, senza stupidi buonismi e ipocrisie pelose, bisognerà pur avviare.

Come segnala ancora il Sole , le campagne di controlli avviate sulla effettiva legittimità di questa assistenza agli invalidi non ha cambiato di molto la situazione. Ancora troppi i finti infelici e i molto furbi. Restiamo la nazione dei ciechi che tirano al piattello, degli sciancati che vanno ai corsi di tango, dei sordi che occupano il loggione alla prima della Bohème . Soprattutto, dei medici che certificano certe menzogne. In questo caso, la preoccupazione sul futuro del nostro sistema pensionistico è sovrastata da qualcosa di molto più angosciante: per ogni euro rubato dai falsi invalidi, c'è un euro in meno riservato agli invalidi veri. Questa non è una stortura previdenziale: è una vergogna nazionale.

Dopo le telefonate intercettate alla Merkel, Berlino prepara 2000 cellulari antispionaggio

Il Messaggero


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Duemila cellulari blindati, per garantire la sicurezza delle conversazioni in Germania, attraverso un sofisticato sistema anti-intercettazione. La reazione di Berlino al datagate non si esaurisce con la cacciata, sia pur eclatante, del capo dei servizi segreti Usa dal Paese. Ma è fatta di passi concreti, che mostrano l'intenzione di difendere le informazioni sensibili dagli abusi degli alleati, emersi con le rivelazioni di Edward Snowden. E così, se la cancelliera ha assicurato qualche giorno fa che la storia del suo cellulare - che pure era stato messo sotto controllo - fosse solo un «piccolo problema», mentre la diplomazia lavora a ricucire i rapporti con l'amministrazione Obama, il governo tedesco si prepara, stando a un documento riservato citato dalla Bild, a dotare politici e alti funzionari di telefonini non intercettabili.

«La misura è colma», dice del resto il presidente dell'Ufficio federale per la Protezione della Costituzione, Hans-Georg Maassen, che oggi dalle pagine della Frankfurter Allgemeine Zeitung ha confermato la nuova strategia tedesca: si punta a «rafforzare le difese dallo spionaggio dei Paesi amici». Certo che con Washington il rapporto sarà come prima di amicizia e collaborazione, ma varrà d'ora in poi anche il vecchio principio del «fidarsi è bene, controllare è meglio. Questa è la lezione che abbiamo imparato», spiega.

Anche la comunicazione che passa sulla rete dovrebbe essere gestita in Europa, mette in guardia: «Sarebbe ragionevole che le mail che da Monaco sono dirette ad Amburgo in futuro non fossero più spedite attraverso gli Usa». E c'è un richiamo anche a una maggiore disciplina di chi gestisce informazioni sensibili: «Molte cose potrebbero essere dette anche di persona, senza il telefono». Le contromosse del governo tedesco arrivano in un periodo di emergenze delicatissime, gestite in continuo contatto con Washington: le crisi di Kiev, Gaza, Tripoli, l'Iraq, richiedono una stretta collaborazione fra Germania e Stati Uniti, oggi più che mai.

Come ha sottolineato, non una volta sola, Angela Merkel. Ma le numerose rivelazioni sull'iperattivismo dei servizi americani sul suolo alemanno - fino alla recente scoperta degli agenti tedeschi corrotti dalla controparte americana per ottenere informazioni - hanno portato la tensione ai massimi livelli. Fino al punto di esplodere. «Lo spionaggio non corrisponde alla mia concezione di amicizia. Il governo tedesco ha detto chiaramente agli americani che noi ci aspettiamo un altro comportamento e ha pregato un dipendente della Cia di lasciare il Paese», continua Maasen, rileggendo gli ultimi eventi. Una decisione politica «giusta e importante», secondo lui. Anche se gli americani «sono rimasti sorpresi».


Lunedì 28 Luglio 2014 - 21:02
Ultimo aggiornamento: 21:03

Fiat, a ruba i modelli d'epoca: all'asta a Pebble Beach 600 Multipla e Jolly

Il Messaggero

Le due versioni di una delle citycar che ha motorizzato l'Italia adottano la stessa meccanica e saranno proposte entrambe ad un prezzo di partenza di circa 100 mila euro. E negli States cresce il fascino dell'auto italiana.


ezioni
SAN FRANCISCO - Chi ha nel garage o nel fienile una vecchia 600 Multipla appartenuta al nonno è avvisato: le quotazioni di questo modello stanno letteralmente “schizzando” in alto, soprattuttose l'auto è completa di tutti quegli accessori e dettagli (come l'etichetta con le velocità consigliate nel rodaggio) che erano tipici dell'epoca.

La conferma di questo trend - che da alcuni mesi riguarda in tutto il mondo le Fiat 600 e 500, con le loro numerose “derivate” sportive e da spiaggia - viene dalla valutazione che la casa d'aste RM Auctions ha fatto per due Fiat 600, rispettivamente una Multipla del 1957 e una Jolly da spiaggia del 1961, che verranno “battute” il prossimo 16 agosto a Monterey, in California, nell'ambito della settimana di Peeble Beach. Per queste due auto - che sono di proprietà di un collezionista americano appassionato del made in Italy a quattro ruote - gli esperti di RM Auctions hanno infatti fissato la base d'asta a 125.000 dollari (93.000 euro) con una punta di 175.000 dollari (130.000 euro).

Le due auto potrebbero dunque stabilire un nuovo record per i modelli con marchio Fiat prodotti in grande serie nel dopoguerra, grazie anche allo stato “da concorso” di entrambi gli esemplari. Restaurate con meticolosità certosina, le due Fiat 600 sono contraddistinte rispettivamente dal numero di telaio 100.108 043042 e 100D.1494245 e - si legge nel comunicato di RM Auctions - vengono proposte per la vendita con tutti i documenti, compresi quelli originali (come il libretto Uso e Manutenzione) e con i kit degli attrezzi.

Entrambe dispongono di motore di 633 cc, con potenza di 22,5 Cv per la 600 Multipla e di 28 Cv per la più “recente” 600 Jolly. La stessa casa d'aste aveva venduto nel corso di un evento a Monte Carlo una Fiat 500 N del 1957 per 30.800 euro e una Fiat 500 Mare trasformata nel 1969 dalla Carrozzeria Holiday per 50.400

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Il premier e i partiti ladri di democrazia Una vecchia storia...

Dino Cofrancesco - Mar, 29/07/2014 - 08:35

Un saggio del 1911 denuncia vizi e distorsioni del più diffuso sistema politico occidentale. Molto simili a quelli attuali


Un raffinato cultore di politologia storica, Francesco Battegazzorre, nel saggio Il Parlamento nella formazione degli Stati europei (Giuffré, 2007), scrive che in Inghilterra «non è la maggioranza parlamentare a scegliere il premier e il suo cabinet: fin dagli anni '30 del XIX secolo sono invece i premier — in veste di candidati alla carica — a chiedere all'elettorato la maggioranza necessaria per governare.

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È vero che solo con la formazione di partiti organizzati e disciplinati l'investitura elettorale dei ministeri conseguirà la piena consacrazione — e che di partiti siffatti esistono scarsissime tracce nei primi parlamenti vittoriani; ma in quest'epoca tale mancanza viene surrogata dalla leadership dei più influenti capi delle fazioni, e, in ogni caso, la minaccia dello scioglimento costituisce un efficace deterrente verso le condotte “irresponsabili” dei deputati».

Nel loro libro, Partitocrazia, del 1911 (ora edito da Rubbettino), Hilaire Belloc e Cecil E. Chesterton mettono sotto accusa il sistema politico britannico proprio per quella caratteristica che per la scienza politica comparata rende il sistema governabile: il potere del premier e la riduzione del Parlamento a una cruciale funzione di sostegno o di opposizione al governo in carica. Gli autori, non inquadrabili nel filone del conservatorismo alla Burke bensì in quella cultura cattolica inglese fortemente critica del capitalismo e della plutocrazia, fanno rilevare che «in teoria la Costituzione dice che i ministri sono nominati dalla Corona.

Ma tutti sanno che questo non risponde più alla realtà dei fatti. Molti direbbero che oggi i ministri sono nominati dai rappresentanti al Parlamento. Ma anche questo non è vero. La verità è che i ministri si nominano da soli. Essi sono parte di un organismo che si autoelegge e che riempie i posti vacanti secondo un criterio di cooptazione». Tutto il meccanismo si basa sulla prerogativa di sciogliere le Camere se la maggioranza è contraria alla proposta di legge di un qualsiasi ministro. «È lo strumento principale di ricatto usato per costringere un medio e onesto rappresentante politico a conformarsi».

Il giudizio complessivo sulla patria del liberalismo moderno è drastico: se la democrazia è il governo della volontà del popolo le leggi che rispecchiano la volontà del popolo sono approvate e quelle che non la rispecchiano vengono respinte. Laddove le leggi non hanno «alcun legame con il desiderio del popolo», come avviene «in Inghilterra, non c'è democrazia». Una plutocrazia coesa da legami familiari, una «omogenea massa di ricchi proprietari terrieri e commercianti» ha in mano tutto il potere politico ed economico ma, soprattutto, svuota dall'interno il sistema dei partiti, rendendone le divisioni sulle grandi questioni nazionali pure rappresentazioni sceniche.

Ciò che i due avversari “apparenti” — i conservatori e i liberali - «tentano di preservare, mettendosi sempre d'accordo segretamente, non è certo la sicurezza dello Stato e nemmeno la conservazione del dibattito, ma le condizioni grazie alle quali loro e la loro cricca di seguaci riescono a ottenere grandi compensi e potere dentro e fuori dal Paese. (...) Le cose che rifiutano e vietano di discutere sono proprio quelle che formano la base segreta della loro posizione: la vendita di titoli nobiliari, il potere legislativo, la connessione fra antagonisti solo di nome, la riforma delle procedure alla Camera dei Comuni, l'ampiamento delle opportunità per i privati, l'abbassamento dei salari, l'instaurazione del controllo di comitati pubblici, e così via».

Non manca nel libro una anticipazione dell'aula sorda e grigia: se un «attentato anarchico» provasse a «far saltare in aria» l'«edificio squallido, dove si respira un'aria malsana e il cui arredamento è decisamente orribile», l'esplosione verrebbe accolta «come una sana interruzione delle futilità e monotonia di questo sciocco e vuoto girotondo». Certo gli autori criticano il sistema in nome di un ideale impegnativo di democrazia che dia agli elettori il potere effettivo di controllare e sanzionare il comportamento degli eletti.

Il punto rilevante, però, non è questo ma l'aver individuato, alla base della pseudodemocrazia inglese, un establishment più o meno occulto che stabilisce l'ordine del giorno del dibattito pubblico prescindendo dai bisogni del popolo. Non è la concezione realistica della democrazia che si ritrova in Gaetano Mosca, in Joseph A. Schumpeter, in Raymond Aron ma una critica radicale del sistema — che, tra l'altro, si tradurrà in un modello economico alternativo al capitalismo, il «distributismo».
Se gli autori svelano i punti deboli della prima democrazia liberale del pianeta — di qui la grande attenzione a essi riservata dalla cultura fascista e da quella cattolica — non ne spiegano i punti di forza.

L' establishment è un elemento stabile del Regno Unito: ma c'è establishment ed establishment . Leggendo Belloc e Chesterton diventa incomprensibile quanto scrive, ne La ricchezza e la povertà delle nazioni, David S. Landes: «Non è una coincidenza che la prima nazione industriale» sia quella che si sia più avvicinata alle «virtù che hanno promosso il progresso economico e materiale» e rappresentato «una decisa rottura rispetto a precedenti organizzazioni politiche e sociali».

Le pensioni top secret degli eurodeputati: "Quanto prendiamo? C'è la privacy"

Giovanni Masini - Lun, 28/07/2014 - 10:35

Dall'Europarlamento si rifiutano di comunicare importo e beneficiari dei vitalizi


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Centinaia, probabilmente migliaia, di parlamentari che percepiscono una pensione pagata con i nostri soldi. Pensione su cui però non è possibile avere alcuna informazione. A quanto ammonti, chi ne abbia diritto, con quali modalità sia assegnata. La vera notizia è, però, che non siamo al Parlamento italiano, ma nella civilissima e trasparente (almeno nel racconto dei media) Strasburgo. Un'inchiesta del Corriere della Sera rivela come i responsabili dell'Europarlamento si rifiutino, trincerandosi dietro il diritto alla privacy, di comunicare qualsiasi informazione sul trattamento pensionistico di cui godono gli ex eurodeputati.

Una risposta sorprendente, se si tiene conto del fatto che si sta parlando di quegli stessi politici di cui vengono regolarmente messi online dichiarazioni dei redditi, acquisti di titoli finanziari e patrimonio familiare. Eppure, di fronte alle domande del quotidiano di via Solferino, il portavoce dell'Europarlamento, lo spagnolo Jaime Duch Guillot, ha riposto così: Jaime Duch Guillot: "Il Parlamento considera che i nomi dei deputati che sono membri del regime pensionistico integrativo costituiscono dati personali ai sensi dell’articolo 2 (a), del Regolamento (CE) n° 45/2001 sulla “tutela delle persone con riguardo al trattamento dei dati personali”.

"Il Fondo pensionistico volontario ha funzionato con la partecipazione del Parlamento europeo fino al 2009, quando dopo l’entrata in vigore dello statuto del deputato, salari e prestazioni sociali, comprese le pensioni, sono regolati dalle istituzioni europee - prosegue Duch Guillot - Di conseguenza, il Parlamento non può dare informazioni interne su un fondo privato e i suoi membri".

Qualche tempo giorno fa anche Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera dei Deputati in quota Cinque Stelle, aveva provato a vederci più chiaro, ma senza risultati di nota. L'unica informazione che è riuscito a strappare riguarda il numero di coloro che beneficiano di una pensione tra gli ex eurodeputati italiani: 146 pensionati, 46 vedove, vedovi o altri beneficiari di reversibilità. Totale, 192. Inoltre si contano 80 pensioni differite: vitalizi cioè per cui sono stati maturati i diritti ma non i requisiti.

Per giustificare questa reticenza, Duch Guillot si è appellato a una sentenza della Corte di Giustizia del 2011 secondo cui la diffusione dei dati sul trattamento pensionistico degli ex eurodeputati ne pregiudica la tutela della vita privata. Invocata la privacy, il discorso è chiuso. Nel frattempo, la Bild ha calcolato che i diritti acquisiti dagli ex membri del Parlamento di Strasburgo ammontino complessivamente ad almeno 400 milioni di euro. Spese per il pagamento delle pensioni, 150 milioni all'anno. Cifre da capogiro, pagate dai contribuenti dell'Unione e su cui, a quanto pare, non è lecito sapere nulla. Alla faccia dell'eurotrasparenza.

Il gatto morde una donna e il sindaco lo fa arrestare

Gianpaolo Iacobini - Mar, 29/07/2014 - 08:30

Il primo cittadino di Casalgrande ha emesso un'ordinanza per mettere in quarantena l'animale in attesa dei responsi Asl


Morde la vicina: il sindaco lo sbatte ai domiciliari.
Incredibile ma vero. La reclusione non è più una pena soltanto per gli uomini.
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Anche cani e gatti, sempre più spesso, ne pagano il prezzo. Non (ancora) per mano dei giudici, bensì su decisione dei sindaci.

A Casalgrande, comune in provincia di Reggio Emilia, il primo cittadino Alberto Vaccari ha ordinato la segregazione provvisoria di un felino dopo l'assalto sferrato tra i miagolii ad una signora del quartiere. «Capisco che firmare e leggere un'ordinanza per fermare un gatto - si giustifica Vaccari - possa suscitare ilarità, ma il Regolamento di polizia veterinaria parla chiaro». La norma, forse l'unica che dai tempi degli antichi romani abbia trovato applicazione uniforme e sia scevra da dubbi interpretativi, risale al lontano 1954. E proprio per la sua anzianità, oltre che per molte sue previsioni ormai anacronistiche, è più volte entrata nel mirino delle associazioni animaliste.

«Quando un animale a sangue caldo morde un essere umano» - spiegano i veterinari dell'Asl di Scandiano, competenti ad indagare sul gatto reggiano - siamo obbligati a tenere sotto controllo l'animale, per appurare che non abbia trasmesso malattie, come la rabbia, che in Italia sono state debellate ma che potrebbero ripresentarsi». E sarà pur vero, come ha sentenziato qualche settimana fa il Tar di Reggio Calabria, che gli animali domestici sono da ritenersi portatori di interessi giuridici da tutelare, ma l'uomo continua a rimanere specie dominante anche nel diritto.

Ed il castigo più frequentemente adottato in via cautelare per ogni attacco di lesa maestà è quello del confino tra le mura domestiche, come accaduto al micio morsicatore di Casalgrande. Non certo il primo, probabilmente neppure l'ultimo, a finire al gabbio casalingo. Nel 1998 i ferri erano scattati alle zampe di Merlino, gattone nero che a Parma aveva osato azzannare un'anziana. Passò alla storia per essersi riguadagnato la libertà dopo un lungo periodo di riabilitazione in famiglia.

Sulle sue orme, oltreoceano, Lewis, il terrore di Sunset Circle, il quartiere d'una cittadina del Connecticut dove impunito nel 2006 aveva preso ad affondare i suoi taglienti incisivi nei polpacci dei passanti, quasi a voler vendicare - accertarono i veterinari - le violenze subite da cucciolo. Sensibile come un uomo, condannato come un cane. Perché neppure a Fido viene risparmiata l'onta della detenzione domiciliare. A Sabbioncello San Vittore, alle porte di Ferrara, ricordano ancora la vicenda di Brioche, un volpino di neanche 3 chili che nella primavera del 2012 aveva preso di mira la dirimpettaia dei suoi padroni e per questo era stata prontamente reclusa.

Vive sul web invece, nonostante i due anni trascorsi dal fatto, la leggenda di Lisippo, batuffolo bianco di razza Westy spedito in quarantena a Firenze per un graffio rifilato istintivamente ad un malcapitato pensionato incappato in una zuffa tra cani: per la liberazione della bestiola invano si mobilitarono a centinaia su Fb. Non hanno fatto neppure un giorno di carcere, né a casa né in galera, i proprietari del pastore corso dimenticato in auto e lasciato nell'abitacolo per 14 ore, nel luglio del 2013, a Moncalieri, nel torinese: lui, per i danni irreversibili riportati durante l'assurda prigionia, è stato abbattuto. I suoi smemorati aguzzini se la sono cavati con una denuncia. Perché la legge, come la storia, la scrivono sempre i più forti. Senza mai patire i morsi. Neppure quelli della coscienza.