lunedì 28 luglio 2014

L'irresistibile vizio di celebrare le sconfitte

Mario Cervi - Lun, 28/07/2014 - 17:55

Fin dalla Seconda guerra mondiale siamo abituati a comportarci da trionfatori anche nei peggiori disastri. Ma un lutto merita solo silenzio


Siamo tutti contenti, ci mancherebbe. Un ciclopico lavoro d'alta ingegneria ha consentito di portare a Genova, per la demolizione, una stupenda nave da crociera ridotta, nelle circostanze che tutti conosciamo, a un gigantesco rottame.



Un trionfo dell'umano talento applicato tuttavia non a creare nuovi congegni e prodotti ma a rendere possibile un funerale. La Costa Concordia, che a Genova era nata, a Genova è stata riportata non per risorgere ma per essere consegnata ai demolitori.

Nella sventura questo epilogo è tutto sommato il meglio che ci si potesse augurare. Un addio senza ripercussioni nocive per l'ambiente e senza accresciuti problemi per un'Italia già abbastanza ferita da tanti altri naufragi. Aggiungo un altro breve cenno, forse consolatorio e forse no. La Concordia non ha fatto la fine del Titanic, inabissatosi con il suo capitano. No, le perdite umane sono state gravi ma la Concordia è rimasta a galla - sia pure con la triste qualifica marinara di relitto - e il suo capitano, vivo e vegeto, dà un festoso apporto alla mondanità. Siamo dunque alla cronaca d'un evento tecnicamente prestigioso e d'una fine, ma non d'un lieto fine.

L'ha detto anche Matteo Renzi, del quale sono propenso a giustificare la presenza, data l'importanza dell'evento. Non giustifico invece l'assembramento d'alte autorità per accogliere ciò che malinconicamente resta d'una ammiraglia. Lì in massa i ministri, i governatori regionali, i portaparola, i portaborse. Poiché suggella un lutto, la cerimonia - che mi pare sia stata allestita sulla falsariga dei tagli di nastri ufficiali - avrebbe dovuto essere silenziosa e triste. Se non senza discorsi, almeno senza qualche discorso o commento quasi epico. La Costa Concordia è purtroppo la testimonianza d'una sconfitta. Non addebitabile alla collettività - per nulla responsabile - ma senza dubbio addebitabile ad alcune gravi incapacità individuali.

Dovevamo e dobbiamo guardarci bene - lo scrive uno che ha visto altre e ben più gravi sconfitte - dal voler trasformare un disastro in un successo. Ne abbiamo l'abitudine, purtroppo. Vinti in modo umiliante nella seconda guerra mondiale ci comportiamo, almeno nella retorica piazzaiola, da vincitori. Onore agli uomini straordinari che hanno riportato a Genova la Concordia. Ma con, in sottofondo, le note tristi del silenzio militare, non dell'esultate. Ho ricordato, con sfavore, l'eccessivo affollamento a Genova di governanti.

Che tuttavia non sarà stato inutile se Renzi e i suoi ministri terranno conto della lezione che il viaggio della Concordia ha dato a loro e all'Italia. Un Paese ubriacato dalle interminabili trasmissioni di Palazzo Madama e infuriato per il vaniloquio di chi sta sugli scranni di Palazzo Madama ha visto, dopo l'abbuffata di chiacchiere, un trionfo di bravissimi ingegneri, di tecnici, di sommozzatori, d'esperti di calcoli difficilissimi.

L'Italia s'è trovata di fronte a una sua immagine completamente diversa da quella parlamentare. Spero, anzi credo, che gli italiani utilizzati nell'impresa Concordia siano stati pagati bene e lo siano in futuro. Lo meritano sacrosantamente. Ma non mi faccio illusioni e non se le facciano nemmeno loro. Mai raggiungeranno - salvo miracoli - le buste paga d'un commesso di Montecitorio o di Palazzo Madama.

Michael Moore, l'anticapitalista col super capitale

Alessandro Gnocchi - Lun, 28/07/2014 - 08:13

Il regista icona della sinistra è diventato un Paperone attaccando i ricchi e il liberismo Si scopre che ha una fortuna da 37 milioni


Nel mondo intellettuale, ci sono alcune scorciatoie per diventare «autorevoli» o almeno per far parlare (bene) di sé. In passato, il regista statunitense Michael Moore ha giocato con successo la carta dell'indignazione anti-capitalista, di solito perfetta al fine di conquistare il mercato della cultura.

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Oggi però Moore si trova costretto a fronteggiare schiere di (ex) fan che, per usare un eufemismo, mettono in discussione il suo curriculum vitae di fustigatore del «neo-liberismo selvaggio». I giornali britannici Daily Telegraph e Daily Mail hanno infatti pubblicato le carte della separazione tra Moore e la moglie Kathleen Glynn. La coppia ha appena divorziato dopo 22 anni di matrimonio, faticando a trovare l'accordo sulla divisione dei beni. Cosa c'è nei documenti? Sorpresa. Il regista è una specie di Paperon de' Paperoni. L'icona della sinistra no global ha un patrimonio stimato in 37 milioni di euro e possiede nove immobili tra cui un condominio a New York, una villa da un milione e mezzo di euro sulle rive del lago Torch in Michigan (929 metri quadrati) e varie abitazioni a Detroit. Un bel capitale guadagnato grazie ai suoi documentari contro il capitalismo.

Era il 2004 quando scoppiò il caso di Fahrenheit 9/11 , il film in cui Moore, telecamera al seguito, vagava per gli Usa raccontando la «vera» storia dell'11 settembre. L'attentato alle Torri Gemelle era stato strumentalizzato dal presidente George W. Bush, in cui convivevano due personalità: il perfetto idiota e lo spregiudicato affarista. Secondo Moore, la dinastia dei Bush avrebbe avuto solidi legami con lo sceicco Bin Laden attraverso il gruppo Carlyle, appaltatore di oleodotti. La guerra in Iraq, voluta dalle corporation del petrolio, avrebbe fruttato montagne di dollari sia a George sia a Osama.

Vuoi non dare una Palma d'oro a un simile guazzabuglio complottista? Infatti Moore vinse al festival del cinema di Cannes, nonostante giornalisti come Christopher Hitchens, certamente non un fan di Bush, avessero massacrato il film, giudicandolo pieno di falsità. Nel 2009, Moore realizzò Capitalism: A Love Story , una predica contro il capitalismo a partire dalla crisi dei mutui. Vuoi non invitarlo con tutti gli onori alla Mostra del cinema di Venezia?

Infatti fu invitato ma non incoronato perché il documentario risultò parecchio sgangherato. Era comunque un assalto all'arma bianca contro il liberismo, nemico della democrazia, amico degli squali della finanza, causa di povertà. Qualcuno fece notare inutilmente che l'analisi economica non stava in piedi, e che semmai l'Occidente, nonostante le innegabili storture, non era mai stato così ricco. Alla fine del film, Moore, presente in ogni scena, dichiarava: «Il Capitalismo è il male, non si può regolare il male.

Bisogna eliminarlo e rimpiazzarlo con qualcosa che faccia il bene di tutta la gente. Con qualcosa di democratico». E ancora, in una intervista al Guardian : «Chiedo un nuovo ordine economico. Non so come costruirlo, non tocca a me. Tutto quello che voglio è che segua alcuni principi. Il primo? L'economia deve essere diretta democraticamente, il popolo intero deve avere voce in capitolo, non solo l'1%. Il secondo? Che al centro ci sia l'etica».

In attesa della rivoluzione, mentre puntava il dito contro Wall Street, Moore accumulava milioni, vivendo, come rivelano al Daily Mail i maldicenti vicini, come uno degli «squali» tanto deprecati nei suoi film. Moore non è certo il primo «ribelle» perfettamente integrato nel sistema che vorrebbe a parole distruggere. Il mercato è così ampio e generoso da premiare talvolta anche chi vorrebbe cancellarlo. È il suo bello, la sua forza, la prova della sua superiorità morale. Nessuno scandalo, quindi. Il regista ha intercettato una domanda e la sua offerta è risultata vincente. Stupisce però che Moore, pur avendo toccato con mano i vantaggi offerti dal capitalismo, non abbia avuto neppure un ripensamento. O ci farà un documentario?