martedì 22 luglio 2014

Pasti buttati dagli immigrati, la grillina: "Non digeriscono la pasta"

Andrea Indini - Mar, 22/07/2014 - 19:21

A Pozzallo buttato via il cibo per gli immigrati. Per la Lorefice il problema è la pasta: "Non la digeriscono". E suggerisce di adeguare gli orari al ramadan


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Gli sbarchi di clandestini non si arrestano. Complice il bel tempo, il Mediterraneo riversa decine di migliaia di disperati sulle nostre coste. C'è chi fugge dalla guerra e chi cerca semplicemente un lavoro. E, mentre in Italia dilagano disoccupazione e povertà, il fallimento dell'operazione "Mare nostrum" si trasforma in un costo abnorme per le casse pubbliche.
Le forze della Marina Militare sono impegnate giorno e notte per salvare i barconi in difficoltà, i centri di prima accoglienza sono al collasso e gli enti locali sono obbligati a ospitare migliaia di immigrati che non sanno nemmeno dove mettere. Eppure per la grillina Marialucia Lorefice la vera emergenza è il tipo di cibo fornito agli stranieri appena sbarcati. Pasta e carne non vanno bene: hanno abitudini alimentari e culturali diverse e, a suo dire, lo Stato italiano è chiamato ad adeguarsi alle loro esigenze.

La scorsa settimana la Lorefice ha depositato un'interrogazione sul problema della gestione dei pasti nei centri di prima accoglienza. Lo spunto sono state le fotografie scattate al Centro di primo soccorso e accoglienza di Pozzallo: cassonetti della spazzatura stracolmi di decine e decine di portate di cibo ancora avvolte nel cellophan. Qualcuno dentro la struttura ha fotografato lo spreco e le immagini rimbalzate sul sito locale Ragusanews e riportate dal Giornale hanno creato un vespaio senza precedenti. Pasta, carne e frutta: tutto pagato dai contribuenti, tutto finito tra i rifiuti.

Uno spreco su cui è già stata aperta un'inchiesta amministrativa interna alla struttura. E qui è scesa in campo la Lorefice. Non perché sanamente imbarazzata dallo spreco, bensì sulla dieta a cui sarebbero "obbligati" gli stranieri. "Sebbene quelli offerti rispondono alle caratteristiche dieta mediterranea, la migliore, i migranti provengo da zone in cui sono abituati a nutrirsi di cose ben diverse - si legge sulla pagina Facebook della grillina - questo significa che anche la semplice pasta diventa per loro un problema. Non riescono a digerirla". Non solo. A suo dire il problema si porrebbe anche per la carne che i musulmani non possono mangiare.

Per tutelare "le tradizioni religiose" degli islamici, la grillina ha addirittura mobilitato la prefettura di Ragusa e il Viminale. Al ministro dell'Interno Angelino Alfano è stato chiesto di estendere le linee di indirizzo nazionale per la ristorazione scolastica e di "modificare gli orari di distribuzione dei pasti, conseguentemente a particolari periodi di preghiera come quello attuale del ramadan". Una richiesta che ha destato non poche polemiche.

Il leghista Davide Boni, per esempio, twitta stupito il contenuto dell'interrogazione. Non è l'unico. In uno stato di emergenza come questo, preoccuparsi della dieta degli stranieri ha scatenato un feroce dibattito sulla rete. Tanto che la Lorefice si è vista costretta a fare un secondo post su Facebook per spiegare le proprie intenzioni: "L'Italia non è un Paese razzista, siamo stati e siamo popolo di emigranti anche noi. Chi si spaventa dello straniero, di un pasto dato nel rispetto di una religione diversa è un debole".

Carte di credito «contactless», come le transazioni diventano a rischio

Corriere della sera

di Peter D’Angelo

Banche e Poste stanno distribuendo carte di pagamento dotate di un chip che permette di pagare senza neanche dover strisciare la carta. Al momento però risultano molto vulnerabili e sono in aumento i furti dei dati



Si stanno diffondendo anche in Italia le carte di pagamento contactless, ovvero quelle carte dotate di tecnologia Nfc con cui possiamo pagare rapidamente negli esercizi commerciali più disparati senza pin, né firme, semplicemente passando la carta vicino al lettore, per le spese inferiori ai 25 euro.
Emesse da molte banche e dalle Poste Italiane, le 6 milioni di carte distribuite in Italia però sono ancora molto vulnerabili: senza neanche dover essere connessi a Internet un cybercriminale, con un banale dispositivo, a meno di un metro da noi, può intercettare la carta e rubarci i dati in essa contenuti.

A spiegarci come sia facile “sniffare” le carte Nfc è Raoul Chiesa, uno dei maggiori esperti mondiali di sicurezza informatica che, con la sua Security Broker, ha la responsabilità di anticipare le vulnerabilità dei sistemi e intervenire per migliorare la sicurezza: «In questo protocollo Nfc (“near field communication” - comunicazioni ravvicinate) esiste un baco che permette di rubare facilmente dati sensibili, movimenti bancari e soldi delle persone. Non sembra esserci un identikit della vittima tipo e per essere esposti al furto basta passare vicino al cybercriminale dotato di un apposito lettore.

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Quindi ad esempio metro, stazioni, aree di sosta e aeroporti diventano chiaramente luoghi a rischio».
Lo standard Nfc per effettuare pagamenti è diffuso in tutto il mondo, ma all’estero la comunicazione è affidabile in quanto non è utilizzata per le transazioni economiche: un esempio su tutti quello francese in cui la metropolitana funziona con abbonamento con carta Nfc. In Italia, ci chiarisce Chiesa, «hanno invece applicato il protocollo Nfc anche alle transazioni economiche senza però aver implementato la criptatura. Senza autenticazione né cifratura è possibile rubare in chiaro tutti i dati e poi con quelli ad esempio effettuare acquisti su Amazon dove non è richiesto il CVC..»

22 luglio 2014 | 07:33

Sorpresa:Berlusconi è ancora cavaliere

Corriere della sera

di Bernardo Iovene

Zanonato: «Con la furbata dell’autosospensione Berlusconi è ancora cavaliere»


Sezioni
Ormai tutti credono che Berlusconi abbia perso il titolo di cavaliere del lavoro, ma la revoca può darla soltanto il presidente della Repubblica che deve dichiararlo indegno su richiesta del ministro dello Sviluppo Economico. Questo iter, però, non è mai partito.
L’ex ministro Flavio Zanonato dice che stava aspettando che la Corte di Cassazione confermasse i due anni di interdizione stabiliti ad ottobre dalla Corte di Appello di Milano. La sentenza definitiva di condanna c’era già stata il primo agosto del 2013, quindi volendo la pratica poteva già essere istruita. Ad ogni modo la decisione sulla pena accessoria dell’interdizione è arrivata il 18 marzo 2014.

Zanonato non era più ministro e il suo successore, Federica Guidi, fino ad oggi non si era pronunciata sull’argomento. Lunedì ha risposto alle nostre insistenti richieste affermando che “È ben presente il dovere di provvedere per la definizione della revoca dell’onorificenza conferita a Berlusconi” e si è impegnata ad essere parte attiva per definire la procedura “ nei tempi tecnici necessari”.

Può darsi che l’autosospensione di Berlusconi dalla Federazione dei Cavalieri del Lavoro abbia tratto in inganno oltre che tutti gli italiani anche il nuovo Ministro, ma ci chiediamo: a che cosa servono centinaia di uffici nelle prefetture che devono vigilare sulla condotta degli insigniti? E gli uffici centrali del Ministero dove esiste l’Area Onorificenze che fa capo proprio al gabinetto del Ministro? In presenza di una condanna definitiva per frode fiscale la pratica d’ufficio dovrebbe arrivare direttamente al capo dello stato. A proposito, ci sarebbe, in estrema ratio, anche il motu proprio.

VIDEO : Sorpresa:Berlusconi è ancora cavaliere

11 giugno 2014 | 09:20

Il musulmano che si è fatto uccidere per i cristiani di Mosul

La Stampa

Giorgio Bernardelli

Il sito caldeo ankawa.com racconta: un docente universitario ha parlato apertamente contro la persecuzione verso i cristiani ed è stato ucciso. Intanto lo Stato islamico ha fissato in 450 dollari al mese la tariffa della jizya

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Non ha accettato di rimanere in silenzio di fronte alle violenze contro i cristiani di Mosul, costretti alla scelta tra la conversione all’islam, il pagamento della jizya (la tassa islamica per i non musulmani) o la fuga. Così il professor Mahmoud Al 'Asali, un docente di legge del dipartimento di pedagogia dell’Università di Mosul, ha avuto il coraggio di schierarsi apertamente contro questa forma brutale di costrizione, da lui giudicata contraria ai dettami dell’islam. Un gesto che - però - ha pagato con la vita: i miliziani dell’Isis lo hanno ucciso ieri a Mosul.

A riferire la notizia è il sito caldeo ankawa.com, uno dei più tempestivi nell’aggiornare sul calvario vissuto dai cristiani nel nord dell’Iraq. Tra i tanti fatti tragici di queste ore ha voluto che comunque non fosse dimenticato questo atto di grande coraggio compiuto da un musulmano. Il professor Al 'Asali sapeva infatti certamente quello che rischiava: a Mosul tutti sanno che a Raqqa, la città siriana dove lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante governa già da un anno, sono tantissimi gli attivisti per i diritti  umani che hanno pagato con la morte la loro opposizione all’intolleranza dell’Isis. Eppure Al 'Asali ha ritenuto lo stesso di non poter stare in silenzio.

Come stanno facendo anche tanti altri musulmani, che da ieri a Baghdad hanno lanciato la campagna «Io sono iracheno, io sono cristiano» come risposta alle lettere N di «nazareni» tracciate sui muri delle case dei cristiani di Mosul. Alcuni di loro si sono presentati anche con un cartello con questo slogan, ieri, fuori dalla chiesa caldea di San Giorgio a Baghdad e hanno postato la foto su Facebook.
Segnali contro corrente che non fermano – però - la follia dei fondamentalisti dello Stato islamico.

Così oggi sono andati avanti con il loro proposito di pulizia etnica, diffondendo le tariffe della jizya, la tassa islamica «di protezione» che dovrebbero pagare tutti i non musulmani che volessero restare o tornare a Mosul. La cifra indicata è di 450 dollari al mese, una somma iperbolica per chi vive oggi nel nord dell’Iraq. Sempre oggi è giunta anche la notizia di un altro luogo cristiano carico di storia nel nord dell’Iraq, caduto nelle mani dello Stato islamico: si tratta del monastero siro cattolico di Mar Benham, vicinissimo a Qaraqosh, la citta cristiana della piana di Ninive, dove è scappata la maggior parte dei cristiani.

A Mar Benham la presenza monastica risale addirittura al IV secolo. «Hanno imposto ai tre monaci e ad alcune famiglie residenti nel monastero di andar via e di lasciare le chiavi», ha raccontato all’agenzia Fides il vescovo siro cattolico di Mosul, Yohanna Petros Moshe. Il monastero - riferisce il sito Bagdadhope - era stato restaurato nel 1986 diventando luogo di pellegrinaggio per i cristiani ma anche per alcuni musulmani.

Camere, dipendenti in rivolta per salvare i superstipendi

Paolo Bracalini - Mar, 22/07/2014 - 10:15

Il governo vuole fissare un tetto di 240mila euro alle paghe del personale di Camera e Senato. Ma la Casta del Parlamento è già salita sulle barricate. Un deputato rivela: "Sono già decisi a fare ricorso, hanno 25 sigle sindacali" 


Sezioni
La battaglia finale (o semifinale) con i privilegi del personale di Camera e Senato è iniziata con un rinvio. Se ne discuterà giovedì, nell'Ufficio di presidenza di Montecitorio, cui adesso spetta il compito più arduo: vedersela con le 25 sigle sindacali dei dipendenti del Parlamento, più numerose che alla Fiat.

L'obiettivo è portare a casa un taglio netto degli stipendi del personale, dai famosi barbieri fino ai due segretari generali (480mila euro l'anno), fissando un tetto massimo di 240mila euro. Il limite imposto alla Pubblica amministrazione dalla riforma Renzi, valido persino in Rai, non si applica agli organi costituzionali come Camera e Senato (e Corte costituzionale, che poi ne valuta la legittimità...), che si regolano da sé - si chiama «autodichìa» - e dunque vanno riformati a parte. Ma già si intravede un vietnam di eccezioni, aggiustamenti, zone franche escluse dai tagli. E peggio ancora, ricorsi.

Ne accenna il deputato questore Stefano Dambruoso, nel suo intervento in Aula sull'approvazione del bilancio della Camera: «Si pone il problema di affrontare procedimenti contenziosi». Lo conferma sotto anonimato anche un altro deputato membro del Comitato per gli affari del personale, uno di quelli che tratterà con i sindacati parlamentari, uno che però vede abbastanza nero sulla trattativa: «Si difendono tra di loro i mandarini pubblici... Per cui se fanno ricorso, dicendo che si va a ledere un diritto acquisito, rischiano di vincerlo, con la Corte costituzionale che dà loro ragione.

Imporre il tetto a 240mila euro a 140 dipendenti circa che ne guadagnano di più sarà veramente difficile. Credo che si arriverà ad una soluzione diversa, un contributo di solidarietà, un ridimensionamento degli stipendi massimi, da spalmare da qui al 2018». Ed è tutto da vedere l'importo di questo contributo. Cosa ben diversa, dunque, da un tetto invalicabile, che per alcune figure di vertice significherebbe lasciare sul piatto decine e decine o centinaia di migliaia di euro.

Il rischio ricorso c'è, e c'è anche il precedente. Quando nel 2013 la Corte costituzionale ha bocciato il taglio del 5% sugli stipendi pubblici oltre i 90mila euro i dipendenti del Senato hanno subito fatto ricorso in massa. E Palazzo Madama ha dovuto sborsare 2,2 milioni per risarcirli. I tagli e i blocchi dell'adeguamento delle retribuzioni finora non hanno inciso più di tanto sul costo dei dipendenti, se nel Progetto di Bilancio 2014 della Camera tra stipendi e pensioni (dirette e di reversibilità) del personale si arriva alla cifra mostruosa di 500 milioni di euro: metà del bilancio della Camera dei deputati serve a pagare i dipendenti (o ex) della Camera.

Deputati e senatori dei due uffici rispettivi di presidenza ci stanno provando, e hanno persino scritto un documento congiunto sugli «Indirizzi per la contrattazione». In quei nove fogli si legge che «l'esigenza di salvaguardare i rapporti retributivi attualmente esistenti fra le diverse categorie professionali (del Parlamento, ndr), rendono necessaria la fissazione di un tetto alle retribuzioni non solo per i Consiglieri parlamentari ma anche per le rimanenti categorie professionali, individuato proporzionalmente, in modo da mantenere inalterati i rapporti retributivi oggi esistenti».

L'intento, cioè, è di mettere un tetto agli stipendi del grado più alto, ma di modulare verso il basso anche gli altri (commessi, personale tecnico, segretari etc), per evitare che un barbiere a fine carriera prenda come un consigliere. Queste le intenzioni, tutte da verificare con le 25 sigle sindacali. Nel documento si lasciano aperti spazi di trattativa. Ad esempio si capisce che gli oneri previdenziali saranno esclusi dal taglio, e anche le varie «indennità di funzione» che compongono il lordo di un dipendente della Camera. Poi i dipendenti chiederanno l'introduzione degli straordinari, ad oggi inclusi in uno stipendio complessivo da far invidia. Altrimenti c'è un'altra soluzione: farsi pensionare prima.

Le pensioni non possono essere tagliate, e potendo contare su un vitalizio pari all'ultimo stipendio, mollare diventa un affare. E infatti è partita la corsa dei dipendenti più anziani all'Ufficio del personale per informarsi sulla pratica. Privilegiati anche da ex.

Stop a Google dal Garante della privacy “Ecco i paletti a tutela degli utenti”

La Stampa

Mountain View non potrà “profilare” gli utenti senza il consenso specifico. Le finalità commerciali andranno dichiarate. Prima misura del genere in Ue

Sezioni
Più tutele per chi usa i servizi o il motore di ricerca di Google: arrivano i paletti del Garante per la privacy, in base ai quali il colosso di Mountain View non potrà utilizzare i dati degli utenti a fini di profilazione senza il consenso preventivo e dovrà dichiarare esplicitamente di svolgere questa attività a fini commerciali.

Si tratta del primo provvedimento in Europa che - nell’ambito di un’azione coordinata con le altre Autorità di protezione dei dati europee ed a seguito della pronuncia della Corte di Giustizia europea sul diritto all’oblio - non si limita a richiamare al rispetto dei principi della disciplina privacy, ma indica nel concreto le possibili misure che Google deve adottare per assicurare la conformità alla legge.

La società ha infatti unificato in un unico documento le diverse regole di gestione dei dati relative alle numerosissime funzionalità offerte - dalla posta elettronica (Gmail), al social network (GooglePlus), alla gestione dei pagamenti on line (Google Wallet), alla diffusione di filmati (YouTube), alle mappe on line (Street View), all’analisi statistica (Google Analytics) - procedendo pertanto all’integrazione e interoperabilità anche dei diversi prodotti e dunque all’incrocio dei dati degli utenti relativi all’utilizzo di più servizi.

Nel corso dell’istruttoria, caratterizzata anche da diverse audizioni con i suoi rappresentanti, Google ha adottato una serie di misure per rendere la propria privacy policy più conforme alle norme. Il Garante ha tuttavia rilevato il permanere di diversi profili critici relativi alla inadeguata informativa agli utenti, alla mancata richiesta di consenso per finalità di profilazione, agli incerti tempi di conservazione dei dati e ha dettato una serie di regole, che si applicano all’insieme dei servizi offerti.

Queste, in sintesi, le misure.

INFORMATIVA - Google dovrà adottare un sistema di informativa strutturato su più livelli, in modo da fornire in un primo livello generale l’indicazione dei trattamenti e dei dati oggetto di trattamento (come localizzazione terminali, indirizzi IP ecc), dell’indirizzo al quale rivolgersi in lingua italiana per esercitare i propri diritti ecc; in un secondo livello, più di dettaglio, le specifiche informative sui singoli servizi offerti. Ma soprattutto Google dovrà spiegare chiaramente, nell’informativa generale, che i dati personali degli utenti sono monitorati e utilizzati, tra l’altro, a fini di profilazione per pubblicità mirata e che vengono raccolti anche con tecniche più sofisticate che non i semplici cookie, come il “fingerprinting” (sistema che archivia direttamente le informazioni nei server delle società).

CONSENSO - Per usare a fini di profilazione e pubblicità personalizzata i dati degli interessati, Google dovrà acquisire il previo consenso degli utenti e non potrà più limitarsi a considerare il semplice uso del servizio come accettazione incondizionata di regole che non lasciavano, finora, alcun potere decisionale agli interessati sul trattamento dei propri dati personali. L’Autorità ha anche indicato una modalità innovativa e di facile impiego che, senza gravare eccessivamente sulla navigazione dell’utente, gli consenta di scegliere in modo attivo e consapevole se dare o meno il consenso alla profilazione.

CONSERVAZIONE - Google dovrà definire tempi certi di conservazione dei dati sulla base delle norme del Codice privacy, sia per quelli mantenuti sui sistemi cosiddetti «attivi», sia successivamente archiviati su sistemi di backup. Per quanto riguarda la cancellazione di dati personali, il Garante ha imposto a Google che richieste degli utenti che hanno un account (e sono quindi facilmente identificabili) siano soddisfatte al massimo entro 2 mesi se i dati sono conservati sui sistemi «attivi» ed entro 6 mesi se sono archiviati sui sistemi di backup. Per quanto riguarda, invece, le richieste di cancellazione che riguardano l’uso del motore di ricerca, ha ritenuto opportuno attendere gli sviluppi applicativi della sentenza della Corte di giustizia Ue sul diritto all’oblio.

I TEMPI - Entro il 30 settembre Google dovrà sottoporre al Garante un protocollo di verifica, che una volta sottoscritto diventerà vincolante, in base al quale verranno stabiliti tempi e modalità per l’attività di controllo che l’Autorità svolgerà nei confronti di Mountain View. La società avrà 18 mesi di tempo per adeguarsi e intanto il Garante monitorerà che le misure vengano effettivamente adottate. Un portavoce di Google assicura comunque che la società «continuerà a collaborare» con l’Autorità: «Analizzeremo il provvedimento del Garante attentamente per definire i prossimi passi».

Israele si difende I torti non sono sullo stesso piano

Corriere della sera

di Bernard-Henri Levy

Sezioni
Così dunque domenica scorsa, a Parigi, col pretesto di «difendere la Palestina», migliaia di uomini e donne se la sono presa di nuovo con gli ebrei. A questi imbecilli oltre che mascalzoni, o viceversa, ricordiamo, ad ogni buon conto, che mescolare ebrei e israeliani in una stessa riprovazione è il principio stesso di un antisemitismo che, in Francia, viene punito dalla legge.

Ricordiamo che nessuna indignazione, nessuna solidarietà nei confronti di una qualsiasi causa può, non dico autorizzare, ma scusare il gesto virtualmente pogromista che è il saccheggio, a Sarcelles, di una «farmacia ebraica» o di una «drogheria ebraica». A tali mascalzoni oltre che imbecilli, o viceversa, che la settimana precedente se la prendevano con due sinagoghe e, otto giorni dopo, recitano un remake penoso, e grazie al cielo ancora in modo minore, della notte dei cristalli, ripetiamo che questo tipo di azioni non trova spazio né in Francia né in alcun altro Paese dell’Europa contemporanea.

Segnaliamo loro, en passant , che riunirsi dietro a razzi Qassam in cartapesta riproducenti le granate lanciate, alla cieca, su donne, bambini, vecchi, insomma sui civili di Israele, non è un atto anodino, ma un gesto di appoggio a un’impresa terroristica. A coloro che, fra questi, avevano realmente a cuore la causa di Gaza e sfilavano con striscioni su cui si evocavano le decine di innocenti uccisi dall’inizio della controffensiva israeliana, non saremo così crudeli da chiedere perché non sono mai lì, mai, sullo stesso selciato parigino, per piangere, non le decine, ma le decine di migliaia di altri innocenti uccisi, da circa quattro anni, nell’altro Paese arabo che è la Siria.

Facciamo notare che i responsabili di queste vittime, delle decine di donne, bambini, vecchi - che, se l’avanzata criminale di Hamas non viene bloccata, saranno, domani, centinaia - sono due, non uno: il pilota che, prendendo di mira una rampa di missili iraniani nascosta nel cortile di un edificio, colpisce per errore l’edificio vicino; ma anche, se non innanzitutto, i mostri di cinismo che, al messaggio del pilota che annuncia di essere sul punto di sparare e invita i vicini a lasciare il quartiere per mettersi al riparo, rispondono invariabilmente: «Che nessuno si muova; che ognuno resti al proprio posto; che 10, 10.000 martiri sono pronti a offrire il proprio sangue alla santa causa, iscritta nella nostra Carta, della distruzione dello Stato degli ebrei».

Quanto agli altri, a coloro che ritengono tali comportamenti causati da eccitazioni febbrili condivise, quanto ai mass media che continuano a evocare la «aggressione» israeliana, o la «prigione» che Gaza è diventata, o la «spirale» delle «violenze» e delle «vendette» che alimenterebbero questa guerra senza fine, obiettiamo che: non c’è aggressione, ma contrattacco di Israele di fronte alla pioggia di missili che, ancora una volta, si abbattono sulle sue città e che nessuno Stato al mondo avrebbe tollerato così a lungo; che Gaza è, in effetti, una sorta di prigione ma, avendola gli israeliani evacuata ormai da quasi dieci anni, non si capisce come potrebbero esserne i carcerieri. Cosa pensare, invece, di Hamas che mantiene l’enclave sotto il giogo, che tratta i propri abitanti come ostaggi e che, mentre gli basterebbe una parola o, comunque, una mano tesa perché cessi l’incubo, preferisce andare fino in fondo alla sua follia criminale?

Fra le violenze e le vendette che ci vengono presentate come «simmetriche», fra l’omicidio dei tre adolescenti ebrei rapiti e trovati morti vicino a Hebron e l’omicidio del giovane palestinese bruciato vivo, due giorni più tardi, da una gang di barbari che disonorano gli ideali di Israele, esiste una differenza che non cambia nulla, ahimè, al lutto delle quattro famiglie ma che, per chi ha la possibilità e, quindi, il dovere di mantenere la mente fredda, cambia tutto: le autorità politiche, giudiziarie e morali di Israele sono inorridite per il secondo omicidio, l’hanno condannato senza riserve e hanno fatto in modo che i suoi presunti colpevoli fossero braccati e arrestati; per il primo, i cui autori non sono ancora stati trovati, bisognava avere un udito assai fine per sentire non fosse che una parola nei ranghi palestinesi: sì, una frase si è udita, quella di Khaled Meshaal, capo di Hamas in esilio, «che si congratulava» per le «mani» che hanno «rapito» i tre adolescenti brutalmente riqualificati, per l’occasione, «coloni ebrei»...

Dubito che queste osservazioni possano avere qualche effetto sui jihadisti della domenica, sempre gli stessi che, un giorno, deplorano che gli si impedisca di ridere con l’umorista Dieudonné; un altro che gli si vieti di esprimere rispetto per Mohamed Merah; e un altro che la diplomazia francese non si schieri come un sol uomo dietro agli «indignati» pro Hamas. Quanto al resto della Francia, agli uomini e alle donne di buona volontà, a coloro che non hanno rinunciato al sogno di vedere, un giorno, questa terra finalmente condivisa, vorremmo tanto che rompessero il cerchio della disinformazione e della pigrizia di pensiero!

No, fra Israele e Hamas, i torti non sono distribuiti in parti uguali. Sì, Hamas è un’organizzazione islamo-fascista da cui è urgente liberare anche gli abitanti di Gaza. E quanto al capo dell’Autorità palestinese, Mahmud Abbas, egli si rivolge alle Nazioni Unite affinché facciano «pressione» su Israele: ma non sarebbe più logico, più degno e soprattutto più efficace che si rivolgesse ai folli di Dio, che da qualche settimana sono ridiventati i suoi partner di governo, per esigere e ottenere da loro che depongano, senza indugio, le armi? Gli abitanti di Gaza meritano di essere qualcosa di meglio che scudi umani. I popoli della regione, tutti i suoi popoli, sono stanchi della guerra e del suo strascico di orrori: diamo una chance alla pace.

( Traduzione di Daniela Maggioni)
22 luglio 2014 | 09:48

Cellulari, servizi non richiesti: l’Antitrust apre un’istruttoria

Corriere della Sera

di CORINNA DE CESARE

Giochi e abbonamenti mai richiesti, l’Antitrust contro Wind, Telecom, Vodafone e H3g


Sezioni
Tecnicamente si chiamano “servizi premium” e sono loghi, suonerie, giochi, prodotti audio e video che dovrebbero essere attivati sui cellulari soltanto se l’utente ne fa esplicita richiesta. Accade invece che il malcapitato si accorga dell’abbonamento automatico solo quando controlla il conto telefonico nel dettaglio. L’Antitrust, ha fatto sapere nel suo bollettino settimanale, ha aperto quattro istruttorie nei confronti delle società telefoniche Telecom, Wind, Vodafone e H3G. Le indagini sono state aperte proprio per accertare l’eventuale utilizzo di pratiche commerciali scorrette come, ad esempio, servizi a pagamento non richiesti e addebitati sul credito telefonico.
I consumatori
«Secondo segnalazioni di consumatori e associazioni di consumatori pervenute e alcune informazioni acquisite d’ufficio — ha fatto sapere l’Antitrust — la compagnia avrebbe fornito agli utenti di telefonia mobile servizi a pagamento (servizio premium) non richiesti e/o richiesti inconsapevolmente e addebitato i relativi importi sul credito telefonico del consumatore».

Nello specifico ha puntualizzato l’Antitrust «sarebbero state attuate le seguenti condotte: l’omissione di informazioni rilevanti e/o la diffusione di informazioni non rispondenti al vero circa l’oggetto del contratto di telefonia mobile e, in particolare, l’abilitazione dell’utente alla ricezione di servizi a pagamento durante la navigazione in mobilità, le caratteristiche essenziali, le modalità di fornitura e di pagamento dei suddetti servizi, nonchè circa l’esistenza del blocco selettivo e la necessità per l’utente di doversi attivare mediante una richiesta esplicita di adesione alla procedura di blocco».

Ma non solo. Secondo l’autorità è in atto l’implementazione da parte «dell’operatore di telefonia mobile di un sistema automatico di trasferimento del numero di telefono dell’utente ai Content Service Provider (CSP)». Provider che editano questi contenuti digitali a pagamento e il successivo abbonamento automatico al servizio con addebito sul credito telefonico dell’utente senza che «quest’ultimo abbia mai inserito il proprio numero telefonico».

21 luglio 2014 | 18:26

Bungaburla

La Stampa

Massimo Gramellini

Dunque non era un reato, ma solo una gigantesca figura di m. Prima che, sull’onda della sentenza di assoluzione, l’isteria superficiale dei media trasformi il fu reprobo Silvio in un martire, ci si consenta (direbbe lui) di ricordare che il bunga bunga potrà anche essere legale, ma rimane politicamente incompatibile con un ruolo istituzionale quale quello che il sant’uomo rivestiva all’epoca dei fatti. 
Tocca ricorrere al solito esempio stucchevole, ma non c’è purtroppo altro modo per fare intendere a certe crape giulive il nocciolo della questione.

Se il capo di qualsiasi governo occidentale, poniamo Obama, avesse telefonato dalla Casa Bianca a un funzionario della polizia di New York per informarlo che la giovane prostituta da lui fermata per furto era la nipote del presidente messicano e andava subito consegnata a Paris Hilton invece che ai servizi sociali – e si fosse poi scoperto che Obama medesimo nella sua casa privata di Chicago si intratteneva in dopocena eleganti con la medesima prostituta e una fitta schiera di «obamine» – forse il presidente americano sarebbe stato costretto a dimettersi l’indomani, ma più probabilmente la sera stessa.

E allora quell’erotomane di John Kennedy che si intratteneva con due donne al giorno? Intanto è morto prima che lo si scoprisse, ma soprattutto agiva con discrezione, appunto, presidenziale. Non è moralismo. E’ la consapevolezza di rappresentare un Paese senza mettersi nelle condizioni di sputtanarlo a livello planetario. E’ senso dello Stato. Qualcosa che Berlusconi e i suoi seguaci non comprenderanno mai.

L’Onu: la sorveglianza di massa viola il diritto fondamentale alla privacy

La Stampa

carlo lavalle

Per l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani il diritto alla riservatezza nel mondo digitale va tutelato contro le invasive politiche di sicurezza di vari Governi. Che stanno diventando una consuetudine invece che un’eccezione


Sezioni
La presa di posizione è dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (UNHCHR) che denuncia una preoccupante mancanza di trasparenza, carenza di leggi, garanzie e controlli da parte degli Stati. Nel rapporto “The right to privacy in the digital age ” si mette, inoltre, in discussione il data retention imposto ad aziende private - prassi sempre più ricorrente in cui si richiede ad operatori di telefonia e provider Internet la conservazione dei dati di traffico telefonico e telematico di un utente per ottenerne accesso senza consenso e all’insaputa degli interessati, giudicata nel testo “né necessaria né proporzionata”. L’agenzia dell’Onu evidenzia, per di più, un crescente ricorso dei governi al settore privato per condurre e sostenere l’azione di sorveglianza digitale.

“In tutto il mondo – si legge nel documento – gli apparati governativi hanno usato sia metodi legali che occulti per avere accesso ai contenuti e ai metadati”. Norme che prevedono una maggiore esposizione delle reti di comunicazione all’attività di intercettazione ad opera delle autorità statali suscitano allarme in quanto creano un ambiente più favorevole a misure di sorveglianza pervasiva che anche le piattaforme tecnologiche su cui si basa la nostra vita politica, economica e sociale tendono a facilitare e a rendere più efficace. È emblematico a questo proposito il caso di Eward Snowden, l’ex assistente tecnico della CIA che ha rivelato alla stampa lo sviluppo di un sistema di controllo su scala globale di NSA e FBI statunitensi.

Ma le aziende devono stare attente a fornire dati ai governi in maniera indiscriminata perché rischiano di diventare complici di violazioni dei diritti umani, in particolare del diritto alla privacy, difeso contro interferenze arbitrarie e illegittime da trattati come il “Patto internazionale sui diritti civili e politici ”. Questo per le imprese può voler dire adottare una serie di contromisure verificando, prima di ottemperare alle richieste governative, delle quali, in ogni caso, va informata l’utenza, scopi, portata e autorizzazione giudiziaria.

I programmi di sorveglianza di massa in quanto tali – sottolineano ancora le Nazioni Unite - interferiscono sulla sfera privata individuale ed è onere dello Stato dimostrare che il suo intervento non abbia carattere arbitrario e illegale. L’iniziativa statale in tema di sorveglianza è consentita in alcuni casi, ed è legittima se resta compatibile con il rispetto del diritto internazionale dei diritti umani.

Per assicurare questa conformità l’UNHCHR, guidato da Navi Pillay, suggerisce la creazione, nei diversi paesi, di autorità indipendenti. Non basta, in questo senso, il potere giudiziario per stabilire se la sorveglianza - che mette a repentaglio anche altri diritti fondamentali come la libertà di opinione e di espressione, o di riunione e di associazione pacifica, e il diritto alla salute - soddisfi gli standard richiesti dalla normativa internazionale. La protezione della privacy è una sfida che richiede uno sforzo più ampio e coordinato.

Le leggi in materia di sorveglianza, del resto, devono essere rese accessibili a tutti e contenere norme precise per salvaguardare le persone dagli abusi. L’arbitrio del potere costituisce una minaccia sempre presente anche quando gli obiettivi sembrano legittimi e introdotti in un quadro legale. “Ogni raccolta di dati digitali – precisa il rapporto - rappresenta una potenziale interferenza con la privacy; collezione e conservazione dei dati significano interferenza, indipendentemente dal loro utilizzo o consultazione successivi”.

“The right to privacy in the digital age”, che sarà presentato davanti all’Assemblea Generale dell’ONU ad ottobre, viene pubblicato nel momento in cui si riaccende la tensione a livello mondiale sullo scandalo del Datagate con la Germania che ha nel mese di giugno stracciato il contratto con Verizon ed espulso dal paese il capo della CIA. Le Nazioni Unite ricordano a tutti i governi che non possono portare avanti certe pratiche di sorveglianza di massa quando sono in contrasto con il diritto internazionale e i diritti umani.

Nessuna guerra sui soldi ma rivoglio il mio progetto”

La Stampa

alessandro mondo

Fuksas: “Grattacielo stravolto, dove c’era l’acciaio c’è il cemento”

Sezioni
«Guardi: sul compenso, sui soldi, un accordo è possibile. Sono disposto a fare un dono alla Regione, alla comunità piemontese, anche rinunciando». L’«archistar» Massimiliano Fuksas, progettista della nuova sede unica della Regione che si vede svettare dietro il Lingotto, conferma l’atto di citazione recapitato in piazza Castello. In questo caso la partita riguarda la direzione artistica. Risponde dalla Cina, dove si trova per lavoro.

La citazione è roba sua, no?
«Ma sì... penso non sia nemmeno l’unica. In ogni caso, queste cose le seguono i miei avvocati». 

Una grana di cui dovrà occuparsi il nuovo assessore al Bilancio.
«Non lo conosco, e mi spiace per lui. Certo: ora in Regione è cambiato il quadro, c’è Chiamparino... Ripeto: sono pronto a rinunciare a tutto, tranne qualche spesa, pur di riprendere il controllo del mio progetto. Mi interessa soltanto questo».

Perché: è venuto meno il controllo?
«Stanno costruendo il palazzo da soli, questo mi preoccupa. Sa che hanno modificato la struttura? Era stata progettata in acciaio, l’hanno fatta in cemento armato. Peccato che qui si parli di un mio progetto, del grattacielo più alto d’Italia... per questo ci tengo enormemente. Ci ho messo la faccia, voglio solo che con il mio nome venga fuori un ottimo risultato. Tanto più che si tratta di un’opera molto attesa, conosciuta in tutto il mondo».

Invece?
«Abbiamo riscontrato un accanimento, una cattiveria... Fino a poco tempo fa i miei collaboratori non potevano entrare nel cantiere e visionare gli atti. Nemmeno la possibilità di avere i disegni in copia dalla direzione lavori. Un girone infernale, mi creda. Ci hanno estromesso dal progetto».

Perché?
«Evidentemente hanno dato carta bianca all’impresa per ... per ... nemmeno io so il perché. È inspiegabile: forse non volevano il pensiero critico nel cantiere».

L’atto di citazione riguarda la direzione artistica, cioè la supervisione sua e dei suoi collaboratori sull’andamento del cantiere. Era prevista nel contratto?
«Noi riteniamo di sì, scritto nero su bianco. La giunta Cota, invece, sosteneva il contrario».

Per il committente, in questo caso la Regione, è obbligatorio attenersi al progetto?
«Certo. Se io progetto un palazzo in un certo modo, poi non possono farlo in un altro. Ha presente il diritto d’autore?».

L’ex-assessore Pichetto aveva proposto una transazione, riconoscendo per la direzione artistica non più di 400 mila euro.
«Ero d’accordo con Pichetto, persona stimabilissima. Poi, però, si è interrotta la legislatura e non se n’è più parlato. Personalmente non voglio nulla, mi basta poter seguire il progetto e il riconoscimento delle spese per i miei collaboratori».

Su quella cifra sarebbe disposto a chiudere?
«Trecentomila, quattrocento mila... va bene».

... ritirerebbe anche l’atto di citazione?
«Sì. L’importante è non rovinare l’opera. Quello sarà per sempre il mio grattacielo, come quello di Intesa Sanpaolo sarà associato per sempre al nome dell’amico Renzo Piano. Se poi qualcosa non funziona, a chi pensa daranno la colpa?»

... al progettista?
«Esatto».

Cosa implica la scelta di un altro materiale per la struttura?
«E’ un fatto grave. Così si occupa più spazio, si aggrava il carico, si snatura tutto».

Altre obiezioni?
«Stesso discorso per le finiture. Vogliamo parlare dell’arredo interno? Avevo progettato anche quello, invece hanno preferito bandire un concorso esterno. Che senso ha?».

Come pensa di intervenire se, a quanto sostiene, sono state fatte tali e tante modifiche?
«Bella domanda. Su alcune scelte, che contesto, non si può più tornare indietro. Ma si può salvare il salvabile». 

Da manettari a pornofili: la svolta di Micromega

Cristina Bassi - Mar, 22/07/2014 - 08:43

Orfano della ventennale guerra anti Cav, il mensile si occupa di sesso e tabù. Ospiti illustri: Rocco Siffredi e Valentina Nappi


Dimenticate i girotondi in difesa della Carta, le battaglie per la dignità degli immigrati e soprattutto le raccolte di firme per espellere Berlusconi dal Parlamento e dichiararlo ineleggibile a furor di popolo.
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La guerra dei vent'anni è archiviata e persino Micromega si rassegna. Appende al chiodo l'elmetto e si dà al porno. Finalmente la rivista manifesto della sinistra engagé - edita dal gruppo l'Espresso - si lascia un po' andare. Nel prossimo numero, in edicola giovedì, si parla di pornografia «al femminile», che sarebbe come dire il côté scollacciato del femminismo. I contributor arruolati dal direttore Paolo Flores d'Arcais sono, come si conviene, di tutto rispetto. Lui è Rocco Siffredi e non ha bisogno di presentazioni. Lei è la pornodiva Valentina Nappi, 40mila follower su Twitter e un popolarissimo blog dal titolo «inpuntadicapezzolo.it».

E in punta di penna le firme di Micromega discuteranno di femminismo e godimento, cunnilingus d'autore, corpi e tabù. Il piatto forte sono appunto i due «confronti a viso aperto, senza ipocrisie e moralismi» con gli ospiti illustri. Rocco Siffredi, in un faccia a faccia con la regista Roberta Torre moderato da Adriano Ardovino, cercherà di rispondere alla cruciale domanda: «Esiste un porno al femminile?». Mentre Valentina Nappi dialogherà nientemeno che con Maria Latella su «Sesso, merce e libertà». Che ne sarà della pruderie dei salotti di sinistra, quella usata per chiosare le intercettazioni del Cav? Per una volta si potrà farne a meno, siamo a luglio d'altronde.

L'ormai fu mensile forcaiolo minaccia di stanare i bigotti e di rivendicare, si legge nel lancio, «non solo il diritto per le donne di consumare liberamente e senza tabù la pornografia, ma soprattutto quello di diventare autrici e registe in prima persona di film porno. La sessualità - continua la dichiarazione d'intenti - il desiderio, il godimento femminile hanno subito secoli se non millenni di oscuramento ed è forse arrivato il momento che lo “sguardo femminile” si posi anche sul porno».

C'è pure l'immancabile dibattito: «Per sconfiggere tutti i tabù - si chiedono i seriosi intellettuali - il sesso deve diventare un'attività semplice e alla portata di tutti come bere un bicchier d'acqua, come auspica Nappi, oppure è qualcosa che va coltivato nel mistero, come suggerisce Latella? Di sesso si parla troppo o troppo poco? La prostituzione è sfruttamento del corpo delle donne o del desiderio degli uomini? E come vanno avvicinati i giovani al sesso, affinché non diventi né un tabù né un mero prodotto di consumo?». Dopo i decenni passati nella trincea dell'antiberlusconismo è una bella svolta, non c'è dubbio. Dalle manette strette ai polsi del nemico politico alle manette sadomaso ogni fantasia erotica è lecita. A Micromega ormai hanno scelto: fanno l'amore, non fanno la guerra.