domenica 20 luglio 2014

Assolto. Chi paga?

Alessandro Sallusti - Sab, 19/07/2014 - 18:12

Crolla il teorema dei pm e della stampa di sinistra: Berlusconi fuori dall'incubo. Ma nessuno chiederà scusa


La completa assoluzione in appello di Silvio Berlusconi dalle infamanti accuse sostenute dalla procura di Milano nel processo Ruby ripristina - dopo anni di linciaggio - tre fondamentali verità. La prima - che a me, avendo conosciuto l'uomo, preme di più - è quella storica: Silvio Berlusconi non è quel mascalzone immorale dipinto nelle strampalate tesi dell'accusa.
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Gli viene restituito l'onore e la dignità che non fatti, ma una indebita invasione nella sua vita più privata e un teorema moralista gli avevano tolto. La seconda è la verità giudiziaria: Berlusconi non ha commesso il reato di concussione (gravissimo per un premier in carica) né tantomeno quello - assurdo solo pensarlo - di sfruttamento di prostituzione minorile. La terza verità è quella politica: è ora evidente a chiunque che l'inchiesta, il processo e la sentenza di primo grado - cavalcati dall'opposizione, dai giornali e dai programmi televisivi amici - non erano fondati su concrete ipotesi investigative, ma solo sulla volontà di infangare e danneggiare un leader politico nonché capo del governo in carica.

Un giorno, ne sono certo, ne sapremo di più su mandanti ed esecutori. Resta il danno, enorme, provocato all'uomo Berlusconi, alla sua famiglia e al Paese intero. Una maggioranza - è innegabile - si è sfaldata e un governo è caduto proprio sotto i colpi di questa inchiesta, colpi che oggi scopriamo essere stati a salve. Di quell'agguato siamo ancora qui oggi a leccarci malconci le ferite. Da allora si sono succeduti tre governi non eletti i cui operati hanno peggiorato non di poco la situazione economica di imprese e famiglie.

Nessuno, temo e prevedo, pagherà per tutto questo. Né professionalmente, né politicamente, tantomeno economicamente (i costi di questa sceneggiata voluta da Bruti Liberati e da Ilda Boccassini sono stati altissimi e sono sul groppone dei contribuenti). Così come non arriveranno le scuse dei direttori di La Repubblica e del Fatto Quotidiano, di Santoro e Floris (tanto per citare i più conosciuti), professori di giornalismo e maestri di verità che hanno guidato la più colossale macchina del fango messa in piedi contro un singolo uomo, che è riuscito a sopravvivere in questi anni solo in forza del suo coraggio e dei suoi mezzi.

Ora, siccome da ieri sappiamo che può esserci a Milano un giudice come a Berlino (l'opera di Bertolt Brecht in cui si narra di un magistrato capace di sentenze contro l'imperatore e i colleghi succubi), possiamo sperare più convintamente di poter ribaltare altre dubbie verità giudiziarie. A partire dalla condanna per frode fiscale che ha portato alla decadenza di Berlusconi (in quel caso la sentenza non finì a «Berlino» ma con uno stratagemma fu tolta alla corte naturale e affidata ad una posticcia il cui presidente, Esposito, ora è sotto inchiesta).

E poi c'è la politica, che ancora una volta troppo frettolosamente aveva dato Berlusconi per morto. Diamo atto a Renzi di aver tenuto con rispetto la porta aperta al «condannato». Altri, molti altri, dovranno tornare a fare i conti con il leader di Forza Italia. Fra di loro, non tutti hanno la coscienza pulita, qualcuno dovrà abbassare le arie. Ma questa sarà la storia che racconteremo nei prossimi mesi.

Iafrate, la donna poliziotto che ha sfidato Ilda Boccassini

Libero


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«Ti sei rovinato la vita per colpa delle donne», gli hanno continuato a dire gli amici in questi anni. Ed invece è stata proprio una donna la chiave di volta del processo Ruby, che ieri si è risolto con l’assoluzione in appello di Silvio Berlusconi da tutte le accuse. Giorgia Iafrate, classe 1980, di Frosinone, laureata in giurisprudenza e un master in scienze forensi, è lei che, con la sua testimonianza, ha incrinato il castello di carte del procuratore aggiunto Ilda Boccassini.
«Inesperta sì, ma sprovveduta no!», tuonò la Iafrate, interrogata come teste.

Era il 20 aprile del 2012 e Ilda “la rossa” voleva sapere tutto sulla quella ormai arcinota notte tra il 27 e il 28 maggio 2010, quando Karima El Mahroug, cittadina egiziana, in arte “Ruby rubacuori”, accusata di furto venne trattenuta dalla questura di Milano. Il commissario Iafrate raccontando i fatti, abbatte il teorema della Boccassini. «Ho agito nell’interesse della minore», disse giustificando l’affido di Ruby alla consigliera regionale Nicole Minetti.

«Perché non ha eseguito gli ordini del pm minorile Annamaria Fiorillo», chiese la Boccassini domandandole perché non avesse trattenuto Ruby. «Non ho disatteso gli ordini del pm perché erano cambiati». Fino ad affermare che forse è proprio Fiorillo che «ricorda male. Io invece ricordo benissimo e non cambio una virgola di quanto ho già detto» e che gli accertamenti erano stati «fin troppo scrupolosi». Quanto alla storia delle parentele con Mubarak raccontò: «Mi disse che tavolta si spacciava come nipote ma in realtà non lo era».

Quando lo tsunami Ruby piomba sulla Iafrate, è un dirigente supervisore da pochi giorni a Milano alla direzione volanti. Passano venti giorni dall’incarico e Iafrate si trova ad dover affrontare il più grande caos della sua carriera, probabilmente. Una notte in cui deve rispondere alle continue telefonate del capo di gabinetto Piero Ostuni, che aveva ricevuto la chiamata del premier, con cui si segnalava che era stata portata in questura una ragazza egiziana e che era stata indicata come la nipote di Mubarak: «Ostuni mi disse di accellerare le procedure, ma sempre nel rispetto della prassi». Seguita dall’avvocato Luca Gentilini il commissario Iafrate non si è mai costituita parte civile.

Filippo Facci: Ruby e Puttanopoli sono la più grande sconfitta di Ilda Boccassini. E di qualche giornalista

Libero


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Forse sì, forse è la più grande sconfitta patita della procura di Milano in vent’anni di processi ad personam contro Silvio Berlusconi. Questa non è l’America, dove un procuratore sconfitto ha delle immediate ripercussioni sulla carriera: qui un procuratore sconfitto fa subito ricorso contro il malcapitato, s’infila in cento altri processi contro di lui, se necessario prosegue la sua campagna per quindici o vent’anni, certo, sì.

Ma stavolta la sconfitta non ha rimedio perché è inequivoca, netta, il reato non esiste e stop, non ci sono margini (manca soltanto il sigillo della Cassazione) e stiamo parlando del processo più rumoroso, mondialmente sputtanante e al tempo stesso più semplice da capire, l’unico che era stato ampiamente pre-giudicato dall’opinione pubblica e l’unico, soprattutto, che a suo modo pareva perduto dallaprocura anche dopo la vittoria in primo grado. Ora gli esterofili si divertirebbero nel chiedersi «in quale Paese al mondo» una procura possa processare un capo del governo per concussione e prostituzione minorile e poi, dopo la sconfitta, uscirsene come se nulla fosse, come se la sua azione in nome del popolo italiano non si fosse tradotta in un sostanziale danno al popolo italiano.

In quale altro Paese - Di che parliamo? Di una campagna mediatica spaventosa, senza paragoni con qualsiasi altra, migliaia di intercettazioni che hanno sputtanato uomini e donne costrette in qualche caso a rifugiarsi all’estero, una task-force di magistrati che ha strapazzato le regole pur di aggiudicarsi un processo che spettava ad altri e che ha contribuito a sfaldare la procura davanti al Csm, e tutto per una domanda che da ieri è alla portata di tutti, cittadini e giornalisti e politici e giudici di ogni orientamento, ossia questa: ci voleva tanto?

Ci voleva tanto a capire che era tutta un’immensa e pruriginosa cazzata? Era così difficile - anche senza scomodare procedure e giurisprudenze - capire che quella telefonata non era una concussione? Che una concussione senza concussi resta improbabile? Che la signorina Ruby si era facilmente spacciata per maggiorenne senza esserlo? Che una furbastra e una mitomane è da considerare sempre furbastra e sempre mitomane? Che un rapporto sessuale negato, in un’aula di giustizia, non si può dimostrare per teorema? Che per anni e anni e anni ci siamo occupati solo degli stracazzi personali di Silvio Berlusconi?

C’erano quelli, nelle 500 pagine di allegati che giunsero alla Camera il 17 gennaio 2011 assieme alla richiesta di perquisizione per l’ufficio di Giuseppe Spinelli, ragioniere dal quale partivano bonifici per alcune «olgettine» già ospiti delle serate a villa San Martino: c’era il «sistema Arcore», quello in cui giovani donne facevano semplicemente quello che volevano e non facevano quello che non volevano. Un giorno s’infilò una minorenne che Ilda Boccassini definì di «furbizia orientale» (anche se era marocchina e il Marocco è a Occidente) ed ecco che la mitica procura di Milano si scaraventò a perseguire il reato notoriamente più grave e urgente: un caso di sospetta prostituzione minorile.

E quattro anni dopo non è una sconfitta, è un’ecatombe. Egregio vicepresidente del Csm Michele Vietti, sono queste le mazzate che distruggono la credibilità di una procura davanti all’opinione pubblica: mica gli esposti di Alfredo Robledo contro il procuratore capo Edmondo Bruti Liberati.

Ecco, Bruti Liberati: mesi o anni passati a dividere l’ufficio, a favorire i suoi pubblici ministeri preferiti a scapito di altri, acrobazie procedurali per spiegare che Berlusconi era un concussore ma che i presunti concussi, i funzionari della Questura, avevano commesso solo delle scorrettezze amministrative. Paf, tutto disciolto in una sbrigativa camera di consiglio.

Con la complicazione che alcuni funzionari poco collaborativi sono stati addirittura indagati per depistaggio, senza contare la complicazione ancora più complicata di un Ruby bis - il processo parallelo per corruzione di testimoni - che ora resta appeso al nulla. Il fatto non sussiste. Il fatto non costituisce reato. Senza contare che questa sentenza d’appello potrebbe ripercuotersi sulle residue puttanopoli sparse per il Paese.

E poi c’è lei, Ilda Boccassini, una delle più grandi investigatrici del Paese - nessuna ironia - ma che ora rischia di gettare una luminosa carriera nell’ombra di questo processo ridicolo. Quando Berlusconi fu inquisito per la prima volta, nel 1994, lui aveva 58 anni ed era presidente del Consiglio; la Boccassini quell’anno ne aveva 45 ed era reduce da esperienze importanti in Sicilia sulle orme degli assassini di Falcone e Borsellino, e stava appunto per coinvolgere Berlusconi in inchieste pesantissime su corruzioni giudiziarie, roba tosta ma che l’hanno lasciato illeso.


Poi c’è un terzo soggetto, Karima el Mahroug, detta Ruby, che in quel 1994 si limitava a ciucciare il biberon perché aveva un anno. Ora, cioè una ventina d’anni dopo, rieccoci con un Berlusconi che ha 78 anni, è ancora politicamente in sella e però è stato appena assolto da un processo imbastito ancora da lei, Ilda Boccassini, che ora ha 63 anni e l’anno scorso aveva finalmente ottenuto una pesante condanna: e per che cosa? Per una concussione e una prostituzione minorile alle quali non ha mai creduto nessuno.

Imbarazzi - Non pochi, nel giorno della condanna di Berlusconi in primo grado, lessero nell’assenza di Ilda Boccassini un doppio imbarazzo: la possibile amarezza per una sconfitta o la possibile amarezza per una vittoria. Finì con la più improbabile delle vittorie, 7 anni e interdizione a vita, un collegio giudicante simbolicamente retto da tre donne. Bella figura anche la loro. Poi ci sarebbe tutto un discorso sui giornalisti, ma tanto è inutile. Ieri Marco Travaglio ha già tirato in ballo un possibile «errore giudiziario» e ha chiarito che «secondo me, a naso, hanno sbagliato i giudici d’appello».
A naso: chissà con che cosa ha scritto il suo articolo, poi. «Sono curioso di vedere», ha aggiunto, «come il giudice motiva questa cosa e se è tutto regolare». All’erta, signor giudice. Infine è andato a rincarare la dose a Bersaglio Mobile, da Enrico Mentana, su La7: la parola all’esperto. «Il nostro giornale», ha concluso, «non ha una linea preconcetta per la quale Berlusconi è sempre colpevole». È simpatico, dài.

Ruby, la procura di Milano: "Da Roma segnali chiari"

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Alla procura di Milano il day after dell'assoluzione del Cav nel processo Ruby è un piagnisteo. Nessuno tra le toghe ammette di aver perseguitato l'ex premier per quattro anni senza avere in mano nemmeno una prova che potesse inchiodarlo alla sbarra. La parola "sconfitta" è severamente vietata. Così si cercano attenuanti alla disfatta che si sciolgono come neve al sole. "Sono mesi che il nostro ufficio è finito nelle mirino della delegittimazione", afferma qualcuno dalla procura. "Questo processo non si poteva non fare. Se l'azione penale è obbligatoria, e di certo lo è ancora, perchè non ci risulta che abbiano già fatto una riforma per cambiare le regole. Sarebbe stata un'omissione grave far finta di nienteandare avanti come se quella notte non fosse successo nulla", afferma un'altra gola profonda dalla procura, parlando con Repubblica.

La rabbia degli sconfitti - Poi arriva l'evidenza dei fatti: il Cav è stato assolto. "Sì è vero, ma se per la concussione hanno scritto che il fatto non sussiste per la prostituzione minorile hanno detto che il fatto non costituisce reato". Insomma l'assoluzione piena del Cav riaccende la furia delle toghe che negano pure l'evidenza di un'assoluzione senza macchie e senza ombre. Poi dalla procura arriva una rivendicazione del potere delle toghe: "Abbiamo dato fastidio con le nostre inchieste, l'ultima sicuramente è quella dell'Expo, e il clima in Italia nei riguardi della magistratura non è più quello degli anni e dei mesi scorsi. Quando una vicenda come quella di Bruti e di Boccassini al Csm non si sarebbe mai verificata e non sarebbe finita come è finita". Insomma è l'ora del piagnisteo, delle recriminazioni. Ma nessuno tra i magistrati ammette l'errore. Intanto il Cav esce a testa alta da questa vicenda. Le toghe rosse un pò meno...

Il contadino Di Pietro commenta l'assoluzione di Berlusconi: "C'è qualcosa che non va"

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«Già magistrato, ora contadino». Firma così Antonio Di Pietro un lungo commento sul blog di Beppe Grillo dedicato alla sentenza d’appello sul caso Ruby. Il pezzo è sormontato da una foto con Di Pietro pm che interroga Bettino Craxi nell’aula del tribunale di Milano sul caso Enimont. «Le sentenze -scrive- si rispettano sempre, sia quando piacciono che quando non piacciono e a me francamente non piace né la sentenza di appello di oggi che ha assolto Silvio Berlusconi per la vicenda Ruby, né la sentenza di primo grado che invece, per gli stessi fatti, lo aveva condannato a 7 anni di carcere».

Di Pietro rileva «due forzature di troppo: in primo grado aver condannato Berlusconi anche per ’concussione per costrizione' ed in appello averlo assolto anche per il reato di ’prostituzione minorile'». A sua sorella Concetta, ha fatto una traduzione «in dipietrese» della decisione dei magistrati: «I giudici di appello hanno assolto Berlusconi dall’accusa di concussione perché il dr. Ostuni della Questura di Milano non era e non può essere considerato alla stregua di un ’povero cristo' che - siccome gli telefona il Presidente del Consiglio - si impaurisce a tal punto da non potergli ’resistere'».

Il fatto non sussiste - Insomma, «ai giudici di Appello potrebbe essere sembrato più plausibile che il dr. Ostuni si sia volontariamente adeguato alle richieste di Berlusconi, pur essendo le stesse improprie e fuori luogo». «Berlusconi, però, è stato assolto anche dall’accusa di prostituzione minorile -prosegue l’ex pm- ma in questo caso non perché ’il fatto non sussiste' bensì perché ’il fatto non costituisce reato', vale a dire che il ’fatto' c’è o ci potrebbe essere stato ma non è reato in quanto Berlusconi non aveva avuto la percezione di avere a che fare con una minorenne». «Comunque per me, per come sono fatto io e per come mi sono sempre comportato -prosegue Di Pietro- avrei preferito che il funzionario della Questura avesse reagito come dovrebbe reagire sempre un Pubblico Ufficiale ’con le palle' (scusate il termine), resistendo a qualsiasi pressione esterna, fosse pure del Presidente del Consiglio! Bene quindi hanno fatto i giudici di Appello a rivedere questo passaggio della sentenza di primo grado».

Chi vivrà vedrà - «Non mi convince, invece -spiega- neanche l’assoluzione che in Appello i giudici hanno riconosciuto a Berlusconi per il reato di prostituzione minorile e ciò perché non vedo la ragione per cui costui si sia dato tanto da fare quella notte per far uscire dalla Questura la ragazzina Ruby Rubacuori e farla affidare addirittura alle cure della nota consigliere regionale ma, soprattutto, igienista dentale Nicole Minetti se non perché poteva sapere che la ragazza era minorenne e quindi poteva metterlo nei guai». «Ma comunque, ripeto, le sentenze si rispettano ed io ho voluto esprimere le mie riserve, solo per far sapere come la penso e non già per pretendere di giudicare gli altri. Per il resto, chi vivrà vedrà», conclude l’«ora contadino» Antonio Di Pietro

Fare come Pianetti" Cent'anni dal gesto del "vendicatore"

Enrico Silvestri - Sab, 12/07/2014 - 15:47

13 luglio 1914, Pianetti uccide 7 persone in val Brembana poi sparisce senza lasciare tracce


Sono passati cent'anni esatti, ma ancora adesso quando qualcuno in val Brembana ne ha proprio piene le scatole minaccia di «fare come Pianetti». Cioè dare libero sfogo alle propria ira, riparando una volta per tutte, e in maniera sanguinosa, i torti subiti.

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A dimostrazione di quanto le gesta del «vendicatore» di Camerata Cornello siano rimaste ben impresse nell'immaginario collettivo. Un vera esplosione di follia del resto, iniziata il mattino del 13 luglio quando Simone Pianetti uscì di casa con un fucile e una lista di una quarantina di nomi. Un raid concluso nel giro di poche ore con ben sette morti. Dopo di che, l'uomo si diede alla macchia sui monti e di lui non si ebbero più notizie, nonostante centinaia di carabinieri e militari lo abbiano cercato per giorni e il prefetto di Bergamo avesse messo una taglia di 5mila lire. Molte le ipotesi sulla sua fine, la più attendibile che sia riparato in America da cui sarebbe tornato ormai ottuagenario per morire a casa del figlio.

Pianetti, nato il 7 febbraio nel 1858, ebbe fin da giovane fama di persona con un senso della giustizia pari solo al suo carattere sanguigno. Si dice abbia addirittura sparato al padre, mancandolo, per una questione di eredità. Poco più che ventenne decise di lasciare Camerata, paesino sopra San Pellegrino dov'era nato e cresciuto, per cercare fortuna «alle Americhe». A New York fondò con un amico una piccola ditta di importazione di frutta e vino dall'Italia ma presto si trovò a che fare con la Mano Nera, il nome di Cosa Nostra negli Usa. I mafiosi gli chiesero il pizzo, lui rifiutò e corse a denunciare tutto alla polizia. Vennero effettuati alcuni arresti, ma la vendetta dei criminali non si fece attendere: il socio venne assassinato e lui dovette rientrare precipitosamente in Italia.

Tornato a Camerata nel 1893 si sposò, ebbe una mezza dozzina di figli e aprì un'osteria dove si poteva anche ballare. Inizialmente gli affari andarono a gonfie vele, poi i maggiorenti della valle reagirono indignati allo scandalo, fecero terra bruciata attorno alla taverna. Pianetti non si perse d'animo, si trasferì nel vicino San Giovanni Bianco, dove aprì un mulino elettrico. Ma anche qui, dopo un primo fortunato periodo, la sorte gli girò le spalle. Vuoi in virtù della nomea di peccatore per la taverna con ballo, vuoi la sua fama di anarchico anticlericale, in breve si disse che il suo mulino portava maledizione e malattie: la famosa «farina del diavolo».

Ridotto in miseria, la collera di Pianetti esplose devastante. La mattina del 13 luglio alle 5.30 uscì armato di fucile con in tasca una lista con una quarantina di nomi: tutti i suoi nemici. Il primo a cadere sotto i suoi colpi fu il medico condotto, Domenico Morali, colpevole di non avergli curato bene il figlio Aristide, causandone la morte. Poi andò in municipio a Camerata dove, non trovando il sindaco, si vendicò sul segretario comunale Abramo Giudici, autore delle ordinanze di chiusura dell'osteria, e la figlia Valeria, che l'aveva dileggiato.

Stessa sorte toccò al calzolaio Giovanni Ghilardi, suo avversario politico, raggiunto nella sua abitazione. Sul sagrato della chiesa sparò al parroco don Camillo Filippi, che gli aveva fatto guerra per la balera, e al messo comunale Giovanni Giupponi, perché si era opposto a una richiesta di derivazione dell'acqua di una fontana. Pianetti si dileguò nel bosco per riapparire poco dopo alla contrada Pianca, dove cercò senza esito l'oste Pietro Bottani. Poi salì nella frazione di Cantalto, dove concluse la sua catena di delitti con Caterina Milesi, perché aveva sparlato di lui. Quindi sparì tra i boschi.

In breve fu organizzata una caccia all'uomo a cui parteciparono una quarantina di carabinieri arrivati da Bergamo, senza riuscire a scovarlo, né servì mettere una taglia di mille lire sulla sua testa. In breve il numero dei «cacciatori» salì a 300 e la taglia a 5mila lire. Ma ancora una volta senza esito. Pianetti avrebbe trovato ospitalità e protezione tra montanari e carbonari, che vedevano in lui il «vendicatore» della povera gente. Nel frattempo la sua vicenda era giunta alla stampa. Qualche giornale, come il conservatore Eco di Bergamo, lo dipinse come una belva sanguinaria, altri, come Il Secolo, vittima dell'«oppressione clericale e dei feudatari della valle». Il 31 luglio le autorità acconsentirono al figlio di andarlo a cercare. Nino Pianetti incontrò il padre, gli consegnò alcune lettere della moglie e degli amici che lo invitavano a costituirsi. L'uomo dopo aver pianto a lungo, scrisse una lettera alla moglie e la consegnò al figlio giurando: «Non mi troveranno mai, né vivo, né morto».

Il fosco periodo che incombeva sull'Europa, precipitata in una guerra che presto avrebbe coinvolto anche l'Italia, fece ben presto dimenticare le sorti di Pianetti che comunque il 25 maggio 1915 fu condannato all'ergastolo. Il resto è solo leggenda. Una prima ipotesi lo vede fuggire verso la Valtellina e da lì nel cantone Grigioni in territorio svizzero. Qualche anno dopo invece una donna di ritorno dalle Americhe giurò di averlo incontrato e di aver saputo la vera storia della sua fuga. Dopo i tragici fatti, sarebbe arrivato alla questura di Bergamo dove avrebbe trovato falsi documenti per l'espatrio. Le autorità infatti avrebbero temuto la reazione, alla notizia della sua cattura, degli strati più umili della popolazione che vedevano in lui una vittima di ingiustizie e soprusi. Tanto che sui muri della zona erano apparse scritte come «W Pianetti, ce ne vorrebbe uno in ogni paese».

Per trent'anni nessuno ebbe più sue notizie fino a quando nel 1943, alcuni abitanti della zona giurarono di averlo riconosciuto in un anziano, Pianetti avrebbe avuto allora 85 anni, incontrato non lontano da Camerata. Altra versione vuole che Nino Pianetti, nel frattempo trasferitosi a Milano, abbia confidato a conoscenti che il padre fosse effettivamente emigrato nelle Americhe. Sarebbe poi tornare sotto falsa identità in Italia, per trasferirsi a casa sua dove avrebbe trascorso gli ultimi anni prima di spegnersi serenamente nel 1952, ormai quasi centenario. Difficile distinguere tra verità o leggenda, di sicuro come aveva promesso, nessuno lo trovò «né vivo, né morto». E ancora oggi, qualcuno in val Brembana quando gli fumano, sbotta con un risoluto «Bisognerebbe fare come Pianetti».

L'ultimo Muccioli, rinato con un ristorante

Giovanni Terzi - Dom, 06/07/2014 - 07:34

Cacciato dalla Comunità di San Patrignano costruita dal padre


tampa.it
Vincenzo e Maria Antonietta Muccioli erano in primo luogo due credenti e da sempre si raccontavano come alla loro vita, benché felice e benestante con due figli, mancasse una chiamata della Provvidenza che significasse dedicare la loro storia familiare al prossimo. I Muccioli erano proprietari di alcune case e di terreni sulla collina di Coriano, dove oggi sorge San Patrignano fino a quando, in una piovosa notte autunnale, una giovane ragazza tossicodipendente bussò alla loro porta. Per Vincenzo Muccioli quell'incontro casuale corrispose alla chiamata della Provvidenza. Siamo alla fine degli anni Settanta quando l'eroina mieteva più di una vita ogni giorno. Prendersi cura di un drogato significava cercare di recuperare gli «ultimi» della società.

Così nacque sulla collina di Coriano la comunità di San Patrignano; quella nascita che ha poi rappresentato la speranza per migliaia di ragazzi, ha anche significato per Andrea Muccioli, all'epoca quattordicenne, la prima delle quattro tempeste della sua vita. Andrea si ritrovò a dover condividere quel meraviglioso padre con tante persone. Da lì a poco Andrea dovette accettare di vivere la seconda tempesta; l'arresto del padre nel 1980 con l'accusa di sequestro di persona e maltrattamenti. Antonietta quel giorno spiegò ai figli Andrea e Giacomo cosa stava accadendo al padre, accusato ingiustamente (fu assolto il 29 marzo del 1990) e sottoposto a 17 anni di processi, menzogne e accuse. Menzogne e vicende giudiziarie che mai intaccarono l'amore per San Patrignano e per i suoi ragazzi.

La scelta di essere una famiglia allargata fu una scelta di Vincenzo e Antonietta ma cadde sulle teste dei figli Andrea e Giacomo che nel 1978 erano degli adolescenti. In qualche modo dovettero subirla. Non è facile trovarsi faccia a faccia con il dolore del prossimo, la sofferenza e la morte. A tutto questo Andrea e Giacomo non erano preparati. Non è stata la famiglia Muccioli a divenire con San Patrignano una comunità ma, la magia di quel posto che ho avuto la fortuna di conoscere in più di trent'anni di conoscenza con Andrea, è stata quella di trasformare un'intera comunità in famiglia. Così gli anni della malattia di Vincenzo dall'8 marzo del 1993 al 19 settembre del 1995 furono gli anni della terza tempesta per Andrea.

Furono gli anni in cui lui, avvocato ventottenne assunto alla Snamprogetti, non esitò a lasciare tutto, trasferendosi con la moglie Cristina, avvocato anche lei, dedicandosi all'ufficio legale e ai tanti casi di bambini di tossicodipendenti affidati alla comunità. Anni faticosi dove la famiglia Muccioli, che aveva deciso di donare tutti i loro averi alla Fondazione San Patrignano, scelse di continuare la missione. Parte integrante di questa storia Gianmarco e Letizia Moratti che divennero famiglia con i Muccioli condividendone lo spirito al punto che Vincenzo chiese a Gianmarco Moratti di farsi carico della sua famiglia qualsiasi cosa fosse accaduta, visto che i Muccioli si erano spogliati dei propri beni.

Alla morte del padre, Andrea fu chiamato dalla comunità tutta a prenderne il testimone e non si tirò indietro, trovandosi 1600 persone da recuperare e gli strascichi delle accuse a San Patrignano. È stata vita quella di Andrea dedicata e vissuta con il prossimo senza mai percepire uno stipendio e impostata sulla fiducia e sull'amore. Fino a quando nel 2011 tutto si interruppe. «Un vero e proprio ricatto dei parte dei Moratti» racconta Andrea. «Ci hanno sbattuto fuori dalla comunità». Fu chiaro, nel racconto di Andrea Muccioli come i Moratti avessero deciso improvvisamente di non convivere più con i Muccioli.

Da una parte il testamento spirituale fu portato avanti da Andrea mentre l'esecuzione amministrativa di una promessa capace di garantire un futuro a San Patrignano e ai Muccioli era affidata ai Moratti. Quasi venticinquemila ragazzi presi in carico dal 1978 al 2011 con più del 60% di recuperi quando la media mondiale delle comunità si assesta attorno al 15%. San Patrignano costruita dai Muccioli è un esempio mondiale di sociale. Ma da quell'agosto del 2011 Andrea dovette ricominciare da capo la sua vita e con lui la sua famiglia; la moglie Cristina e i tre figli. Anche Antonietta andò via portandosi a Rimini le spoglie di Vincenzo che riposavano a San Patrignano.

Ma a maggio di quest'anno Andrea, assieme allo chef Franco Aliberti ha aperto, all'interno della vecchia lavanderia del Grand Hotel di Riccione, «Evviva», un ristorante a scarto zero dove nulla si spreca e tutto si recupera. Una filosofia questa del recupero che ha radici nell'anima di Andrea quando recuperava gli «ultimi» della società. Un recupero che parte dal luogo, le lavanderie del Grand Hotel, che erano da tempo inutilizzate. Stagionalità, sensibilità nella scelta del prodotto unite a un locale che dalle nove del mattino con le colazioni passando per pranzi, aperitivi e cene è sempre aperto fa di «Evviva» una ricetta di accoglienza unica in Italia. L'accoglienza che è la parte più profonda dell'attitudine di Andrea che, con la sua «brigata» di trentenni ha ricominciato a vivere superando anche quella quarta tempesta che suo malgrado si è trovato ad affrontare.

@terzigio

Operazione anti-pirateria, bloccati anche il nuovo Mega di Kim Dotcom e Mail.ru

Coriere della sera

di Paolo Ottolina

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In una operazione anti-pirateria online dalle dimensioni piuttosto importanti, il Tribunale di Roma ha ordinato di bloccare l’accesso dall’Italia a 24 siti che ospitavano materiale pirata. Tra questi ci sono anche il nuovo Mega (Mega.co.nz) del controverso Kim Dotcom e il portale russo Mail.ru. Il reato contestato, come scrive Fulvio Sarzana, avvocato specializzato in diritto d’autore, è quello all’articolo 171 ter, comma 2 della legge sul diritto d’autore.

Un sequestro disposto in seguito alla segnalazione di un piccolo distributore italiano indipendente, che lamenta la presenza sui portali sequestrati di due film non ancora presenti sul mercato dell’home video, ovvero «The Congress» e «Fruitvale Station».

L’elenco completo dei domini “censurati” nell’«Operazione EyeMoon» (così è stata battezzata) comprende siti piuttosto noti nel mondo dei film (pirati) in streaming: cineblog01.net, cineblog01.tv, ddlstorage.com,  divxstage.eu, easybytez.com, filminstreaming.eu, filmstream.info, firedrive.com, movshare.sx, nowdownload.ag, nowdownload.sx, nowvideo.sx, piratestreaming.net, primeshare.tv, putlocker.com, rapidvideo.tv, sockshare.com, uploadable.ch, uploadinc.com, video.tt, videopremium.me, youwatch.org.

Oltre ai già citati Mail.ru e Mega.co.nz. Ed è su questo punto che il provvedimento lascia quanto meno perplessi. Il nuovo Mega di Kim Dotcom è un servizio di “hard disk” remoto che ha guadagnato rapidamente consensi tra il pubblico. Offre ben 50 Gigabyte di spazio personale gratuito e soprattutto consente una velocità di scaricamento ineguagliata dai concorrenti. Per questo era rapidamente entrato nelle grazie di molti, che lo usano anche per motivi professionali, per caricare file personali e condividerli con colleghi e collaboratori.

A differenza del vecchio MegaUpload, o di Ddlstorage (a sua volta tra i siti inibiti, dopo che era già entrato alcune settimane fa nel mirino della giustizia italiana) il nuovo progetto di Kim Dotcom non è un “cyberlocker” che promette remunerazioni a chi carica sui suoi server file che generano molto traffico. Non c’è una sorta di “vocazione strutturale alla pirateria”. Sicuramente, vista anche la velocità di download, ospita materiale pirata. Ma non diversamente da quanto può accadere (e accade) con Google Drive, OneDrive Microsoft, Dropbox, Box.com e tutti gli altri servizi di hard disk remoto.

Forse meno significativo per il pubblico italiano ma ancora più  bizzarro è il “ban” per Mail.ru, che è il sito più visitato in Russia e la più grande “digital company” del mondo russofono. Di Mail.ru per altro è co-proprietario l’oligarca Alisher Usmanov, uomo considerato assai vicino a Vladimir Putin. Un po’ come se dalla Russia bloccassero l’accesso a Virgilio o a Libero.it.
Sull’operazione, rivelata per primo dall’Osservatorio Censura curato da Marco d’Itri, scrive ancora Sarzana:

«L’operazione della Procura di Roma mette in luce ancora una volta l’inutilità del Regolamento AGCOM sul diritto d’autore, entrato in vigore il 31 marzo scorso e  che sino a qui, su 108 segnalazioni, ha prodotto il risultato di inibire solo 5 portali che sarebbero dediti alla Pirateria ( il 2,5 % delle istanze presentate)».
Al di là della (sacrosanta) lotta alla pirateria, il blocco di importanti siti stranieri rilancia molti dubbi sulla questione. Col nuovo regolamento AgCom, teoricamente è rischio anche – giusto per fare un esempio – un sito come YouTube, pieno zeppo di materiale che viola il copyright: chiunque sa che non è certo difficile trovare film completi da vedere, al punto che sugli store di Google e Apple esistono decine di app (spesso anche a pagamento) che offrono scorciatoie (link diretti) a questo tipo di materiale.

Come sempre per operazioni che riguardano siti i cui server non sono fisicamente localizzati in Italia, non si può parlare di sentenze che “spengono” i server. Si tratta di un ben più banale blocco degli indirizzi Ip, che – come suggeriscono tutti i materiali anti-censura – può essere facilmente aggirando cambiando i Dns sul proprio router con quelli di OpenDns o di Google. Se ancora riuscite ad accedere ai siti oggetto dell’operazione “EyeMoon” (ma non avete cambiato i Dns) non festeggiate troppo: occorrerà qualche giorno perché il blocco sia pienamente attivo con tutti i provider italiani.

Michele Santoro, "Servizio pubblico" e stipendio privato

Libero


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Il 2011 è anche l'anno della fine del burrascoso rapporto tra Michele Santoro e la Rai. Prima c’era stato l’«editto bulgaro» con la conseguente elezione all’Europarlamento, poi sono arrivati il reintegro in Rai con relativo risarcimento milionario deciso dai giudici, le dimissioni da europarlamentare e il ritorno sullo schermo come prosecuzione televisiva della lotta politica al «regime berlusconiano».

Annozero dura molti anni ma il rapporto del teletribuno con la televisione di Stato si logora sempre di più, non passa puntata in cui non ci siano litigi tra Santoro e il direttore generale della Rai Mauro Masi. Santoro recita la parte che gli riesce meglio, quella del martire e del cavaliere senza macchia che lotta per la libertà di informazione, dall'altro lato l'azienda si dissocia dalla celebrazione dei processi nel tribunale televisivo di Michele Santoro e Marco Travaglio. Tra pubblicazioni di intercettazioni, sceneggiati e confessioni di pseudo-pentiti pataccari vengono affrontati temi come la trattativa Stato-mafia e tutti gli aspetti più pruriginosi del caso D’Addario e del caso Ruby, non senza aver preparato il terreno alla discesa nell’agone politico di magistrati come Luigi De Magistris e Antonio Ingroia.

Santoro, supportato dagli ottimi risultati degli ascolti, si sente in diritto-dovere di fare «Servizio pubblico» attraverso le sue trasmissioni, gli oppositori e diversi milioni di contribuenti gli contestano di fare un servizio privato o partigiano con i soldi pubblici. La questione si risolve nel 2011 con la chiusura consensuale del rapporto di lavoro e la relativa liquidazione, di poco inferiore ai 2,5 milioni di euro.

Sembra imminente il passaggio a La7, ma l’accordo salta ad un passo dalla firma, Santoro dà la colpa al solito Berlusconi che avrebbe fatto pressioni su Telecom per non ingaggiarlo, l’azienda risponde che Santoro pretende di cambiare la trasmissione senza preavviso, una facoltà in contrasto con le regole interne. Il presentatore allora lancia un nuovo progetto, una trasmissione diffusa attraverso internet, il satellite e le reti locali, il programma si chiama «Servizio Pubblico» (come piace a Santoro) e viene finanziato con soldi privati (come chiedevano coloro che pagavano le sue trasmissioni senza volerlo). L’approdo a La7 è solo rimandato, «Servizio Pubblico» trasloca sulla tv in chiaro l'anno successivo ed è proprio in quella stagione che si celebra l’incontro del secolo: in piena campagna elettorale Berlusconi sale sul ring di Santoro e Travaglio e ne esce da trionfatore.

Santi o camorristi gli eroi delle fiction dividono il Paese

La Stampa

mattia feltri

Il direttore Rai: terribile che un criminale sia “figo”. E si apre il dibattito sulla moralità dei racconti tv

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La fiction italiana - ha detto qualche giorno fa Carlo Freccero, neodirettore del Roma Fiction Fest - si esercita esclusivamente in serie di «puro divertimento, consumo, distrazione» e in serie edificanti «con eroi, giudici santi». Il relativo mondo, anche abbastanza suscettibile, ha aperto il classico dibattito che si è risolto con Freccero abbondantemente mandato a quel paese. L’ex direttore di Canale 5 e Raidue ha infatti aggiunto che le due specie di fiction «sono destinate ai circuiti delle reti generaliste», mentre la pay tv, e succede soprattutto in America, studia prodotti avveniristici, percorsi da linguaggi nuovi, e così via. Anche Sky, ha aggiunto, citando il recente caso di «Gomorra», ci sta dando dentro e porta a casa i risultati.

Luca Bernabei, direttore di Lux Vide (che produce «Don Matteo», «Che Dio ci aiuti» e miniserie su personaggi come papa Giovanni, madre Teresa e Karol Wojtyla) non l’ha presa bene. «Mi stupisce che Freccero, che ha lavorato tanti anni nella tv generalista, anche Rai, non conosca la differenza con la pay tv. La prima si pone l’obiettivo di raggiungere un pubblico più vasto possibile, la seconda si rivolge a nicchie di mercato». Il discorso di Freccero è «molto elitario», e pertanto Bernabei afferma di sentirsi «insultato insieme agli otto milioni di persone» che seguono «Don Matteo». Bernabei ha aggiunto che un terzo dei fan di Terence Hill è laureato e che «le dieci fiction più viste nel 2014 dagli abbonati Sky, la pay tv magnificata da Freccero, sono stati dieci episodi proprio di Don Matteo».

Non è mica finita lì. È toccato poi al direttore generale della Rai, Luigi Gubitosi, il quale ha tenuto a spiegare la dottrina dell’azienda, e le ragioni per cui la Lux Vide di Bernabei vi si coniughi benissimo. «A volte ci accusano di buonismo, ma io trovo terribile una fiction in cui un criminale diventa un esempio figo, come direbbero i giovani (cosa che però non succede in Gomorra, ndr). Il ruolo della Rai è quello di aiutare a combattere la criminalità cercando di creare consenso attorno al lavoro della polizia e delle altre forze dell’ordine. Vedere un membro della banda della Magliana (“Romanzo criminale”, ndr) che ha successo è una cosa sbagliata». 

Ora, a parte il fatto che il direttore generale attribuisce alla Rai un ruolo pedagogico forse non richiesto, e forse stridente con la natura attuale della tv pubblica, commerciale per qualità dei programmi e per introiti pubblicitari, il punto è che si tratta di un ruolo smarrito da tempo, come ci spiega il critico della Corriere della Sera, Aldo Grasso: «Non è colpa di Gubitosi né dei suoi predecessori. Ma la Rai assolveva a compiti pedagogici negli anni Cinquanta, quando si rivolgeva a un pubblico largamente analfabeta e minimamente istruito». 

La Rai aveva conseguito un prestigio, dice Grasso, che si è per forza annacquato nel tempo, intanto che gli italiani si sono emancipati dall’ignoranza con la scuola, le collane economiche di letteratura, le enciclopedie in fascicoli, ora Internet. Difficile riconoscere alla Rai una caratura morale, sebbene per tradurre un messaggio non così complicato, e così ben diffuso, secondo cui essere mafiosi è condotta pessima (e comunque Marlon Brando e «Il Padrino» non hanno incrementato le affiliazioni) non sia poi così necessario averla.

Alla fine, più che la portata didattica, a fare la differenza - come giustamente dice Bernabei - è la bellezza della fiction, poiché esistono semplicemente «fiction fatte bene e fiction fatte male». E il punto è questo: il problema è che le fiction italiane all’estero non ci vanno così di frequente. Segnala Grasso che ebbero qualche successo in Francia le produzioni della Taodue («Ris», «Distretto di polizia»), per il resto la nostra roba resta qua. «Mi piacerebbe che succedesse a noi quello che è successo in Israele, dove sono cresciuti tantissimo e hanno cominciato a esportare serie, la più famosa delle quali è «In Treatment» (in Israele si chiama «Be Tipul», ed è stata ripresa in tredici Paesi diversi)». 

Di recente la Rai ha trattato «Una grande famiglia» della Magnolia con Cina, Spagna e Croazia, mentre «Gomorra» si vedrà un po’ in tutta Europa, comprese Germania e Regno Unito, intanto che i nostri canali sono invasi – evviva! – dal «Trono di spade» e da «Downton Abbey».

Pagate o morite” I cristiani di Mosul in fuga dal califfo

La Stampa

giordano stabile

“Tassa sugli infedeli”, scade l’ultimatum di Al Baghdadi

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Pagare, convertirsi o morire. L’ultimatum del califfo Abu Bakr Al Baghdadi lascia tre possibilità ai pochi cristiani rimasti ancora a Mosul. Una paginetta per spiegare che, in base alle leggi coraniche, possono vivere nel risorto Califfato solo a patto di pagare la jizya, la pesante tassa che grava sugli infedeli. Il comunicato, emesso giovedì, si rivolge a «tutti i cristiani» e dava tempo fino a mezzogiorno di ieri per la scelta fra le opzioni, riassunte brutalmente: uno, islam; due, jizya; tre, spada. Tutti coloro che non sceglievano nessuna delle tre avevano tempo «fino a mezzogiorno di sabato per andare via».

L’imposizione della jizya era stata annunciata subito dopo la caduta di Mosul, lo scorso 5 giugno, e ricalca la politica di Al Baghdadi in tutte le città finite sotto il dominio dello Stato islamico (Is, già Isis), la formazione estremista sunnita nata da una costola di Al Qaeda che è riuscita a fondare il primo Stato islamista fuorilegge della storia. Dopo un mese l’autoproclamato califfo ha dato l’ultimatum, ma la scadenza era stata preparata nei dettagli. Le case ancora abitate da cristiani sono state segnate da una «n» rossa (da «nazaraniy», cristiano). Quelle abbandonate, in genere requisite della nuove autorità, da una «n» nera. I miliziani adesso bussano porta per porta. Chi resiste rischia l’esecuzione immediata e di vedere l’abitazione bruciata, mentre l’arcivescovado, coi suoi preziosi manoscritti, è già finito in cenere nei giorni scorsi.

I cristiani di Mosul erano ancora oltre 50 mila, su una popolazione di 1,8 milioni, prima della caduta della città. Ridotti già a un terzo di quelli che vivevano lì ai tempi di Saddam Hussein, dittatore che aveva un occhio di riguardo per la minoranza fedele alla croce. Il 90% è fuggito nei primi giorni di giugno. Gran parte degli altri seguiranno. La jizya richiesta, secondo alcuni cristiani rimasti in città e raggiunti al telefono, parte da una base di 250 dollari annui a testa, ma può arrivare facilmente a 1000 se il capofamiglia è un medico o un ingegnere. Cifre pesantissime in una città devastata dalla guerra e impoverita. Solo pochi potranno pagarla. Ed è prevedibile che la «pulizia etnica» proseguirà. Una tragedia che anche Papa Francesco segue «con preoccupazione».

La durezza della legge medievale rivela anche un duplice aspetto del Califfato che sta sorgendo su metà Siria e metà Iraq, un’area con 15 milioni di abitanti, in gran parte desertica ma solcata da due importanti fiumi, il Tigri e l’Eufrate. L’applicazione letterale dei precetti coranici è accompagnata a una martellante propaganda sui social media, anche in urdu e inglese per rivolgersi a musulmani che non parlano arabo. Sia l’account dell’Islamic State Media che ha numerosi followers sottolinea per esempio che in cambio della jizya il califfo offre «protezione» ai cristiani rimasti, o che anche i musulmani debbono pagare la loro tassa, zakat, l’elemosina obbligatoria in favore dei più poveri: «Se un musulmano rifiuta di pagare la zakat, ha solo l’opzione di morire, mentre se un kaffir, infedele, non paga la jizya, può sempre scegliere di andare via».

E tweet corredati di foto mostrano soldi e farina distribuiti ai poveri in base alla zakat. Pugno di ferro, esecuzioni sommarie, pulizia etnica ma anche misure populiste (il prezzo della benzina è stato tagliato del 70%) servono anche a vincere la battaglia ideologica di Al Baghdadi che deve farsi accettare ed espandere il califfato. Le sue colonne motorizzate sono all’offensiva in Siria, dove hanno conquistato le campagne attorno ad Aleppo e il giacimento di gas di Al Shaer, a est di Palmira. Almeno 270 soldati e tecnici, secondo l’Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo, sono stati uccisi. In Iraq, lo Stato islamico ha respinto l’offensiva governativa a Tikrit, gestita in modo sciagurato dal governo di Nouri al Maliki. Migliaia di volontari sciiti inesperti sono stati mandati al massacro. Baghdad resta sempre nel mirino.

Reagan a Montanelli: "Grazie al Giornale"

Indro Montanelli - Lun, 30/06/2014 - 14:54

Non parla volentieri con la stampa, ma per noi fa un’eccezione: "Volete un consiglio? Date libertà alle vostre imprese private"


Signor Presidente, il mio giornale è stato fra i pochi, in Europa, ad auspicare la sua vittoria nel 1980, a crederci, e ad esultarne quando la ottenne.


a.it

Non le chiederà se giudica la sua prima presidenza un successo. Se non ne fosse convinto, non si sarebbe ripresentato. Mi dica piuttosto che cosa si propone di fare nei prossimi quattro anni, di diverso da ciò che ha fatto sinora. 
«Desidero anzitutto ringraziare il Giornale per il suo sostegno e i suoi efficaci sforzi per spiegare ai lettori italiani i problemi più importanti della politica americana. Il suo giornale ha svolto un ruolo determinante nel promuovere la comprensione tra i nostri due Paesi. Ma per tornare alla sua domanda, le mie speranze in un secondo mandato devono essere viste alla luce di ciò che la nostra Amministrazione ha realizzato in questi anni. Quando assumemmo la carica nel 1980, gli Stati Uniti erano una nazione in crisi. Le nostre difese si erano indebolite. La nostra politica estera non aveva una direzione precisa. E con l’inflazione ben assestata su due cifre e i tassi d’interesse a livelli record, la nostra economia era nelle peggiori condizioni degli ultimi trent’anni. Entrammo in carica decisi a iniziare una nuova era, ed è questo che siamo riusciti a fare.

Oggi le difese americane vengono ricostituite in politica estera, gli Stati Uniti riaffermano il proprio ruolo di forza al servizio della pace e della libertà nel mondo. L’economia americana ha riacquistato la sua vitalità e sta entrando in una fase di forte espansione. Da quando siamo in carica, il tasso d’inflazione è diminuito di due terzi, il prime rate si è dimezzato, la disoccupazione ha registrato l’anno scorso la più sensibile diminuzione che si sia verificata in trent’anni, e oggi sono al lavoro più americani che in qualsiasi altro periodo della storia della nostra nazione. La cosa più importante, forse, è che l’America ha visto una rinascita della fiducia e della speranza. I sondaggi dimostrano che il nostro popolo è più fiducioso in se stesso e nel proprio Paese di quanto non sia mai stato negli ultimi cinque anni. Horace Busby, da lungo tempo osservatore della scena americana, ha avuto ragione nel dire: “Quel che abbiamo cominciato a udire in questo decennio è un meraviglioso coro di consensi”».

La ripresa dell’economia americana negli ultimi due anni è stata straordinaria. Ma la nostra, purtroppo, assai meno. Ha qualche ricetta segreta da confidarci?
«Posso solo darle quella ricetta che secondo noi ha funzionato al meglio negli Stati Uniti. Al momento di assumere la carica eravamo decisi a ridurre l’inflazione, a controllare la spesa pubblica, a diminuire l’intervento del governo nell’economia e a incoraggiare una lenta ma solida crescita monetaria. Questa strategia ha avuto successo. C’è stata una rinascita di iniziativa privata, con milioni di nuovi posti di lavoro e un maggior ottimismo per il futuro. So che il popolo italiano è pieno di risorse. Quello che vorrei consigliargli è di dare quella libertà che permetta all’impresa privata di svilupparsi».

Da noi non molti hanno capito il senso della sua battaglia per reintrodurre la preghiera nelle scuole americane. Lei è stato sconfitto in Congresso, ma insiste. Perché le sembra tanto importante che ai bambini americani non sia più proibito pregare la mattina a scuola?
«Il popolo americano capisce che nessun Paese può rimanere libero e forte se rinnega i valori fondamentali come la fede. Quando riusciremo a ripristinare la preghiera nelle scuole dichiareremo - ai nostri figli, a noi stessi e al mondo intero - che abbiamo riaffermato il diritto ad osservare le credenze che hanno reso grande la nostra nazione. La gente sta facendo conoscere la sua volontà, e io ho fiducia che un giorno non lontano l’emendamento per la preghiera nelle scuole sarà ratificato».

Lei ha compiuto 73 anni: se riconfermato, continuerà fino a 78 a esercitare un duro lavoro pieno di tensioni, mentre potrebbe godersi la vecchiaia senza preoccupazioni nel suo bel ranch in California. Chi glielo fa fare: ambizione, gusto di potere, convinzione di essere insostituibile, passione ideologica?
«La risposta è semplice: non mi piace lasciare un lavoro a mezzo. Nonostante tutte le realizzazioni di questi tre anni, c’è ancora molto da fare per preparare l’America al futuro. D’altra parte ho la sensazione che a 78 anni sarò sufficientemente giovane per godermi ancora per un pezzo il mio ranch».

1 giugno 1984

Quella app che fa tutto da sola

Corriere della sera

di Stefano Voltolini

E' italiano il dispositivo che imposta azioni automatiche sul telefonino. Ha vinto il Deutsche Telekom innovation contest 2014. Via la caccia a nuovi finanziamenti


a.it
Esci di casa in tenuta da runner, ti metti le cuffie e appena inizi a correre parte la tua musica preferita sullo smartphone. Nessun controllo con il pensiero. Per arrivare a tanto basta utilizzare una app un po’ speciale: si chiama Atooma, acronimo di A touch of magic. Qualcosa di magico e altamente innovativo ce l’ha davvero se è riuscita ad aggiudicarsi la vittoria al Deutsche Telekom innovation contest 2014, in Polonia. Un’idea vincente e italiana. La piattaforma, che permette di impostare una serie di azioni automatiche sul proprio dispositivo mobile Android, è arrivata prima tra 325 progetti espressi da 39 nazioni.

Le congratulazioni sono arrivate direttamente da Heinrich Arnold, responsabile globale dei laboratori di innovazione di Dt, colosso da 60 miliardi di euro di fatturato annuo, presente in 50 Paesi con 142 milioni di utenze mobili. «Non vediamo l’ora che la soluzione venga perfezionata» dice il manager. «Atooma reinventa l’Internet of things. Nel 2020 ci saranno miliardi di dispositivi connessi: vogliamo esserci anche noi», aggiunge Axel Menneking, capo di hub:raum international, incubatore di Dt con sede a Berlino.

Ma che cosa può fare Atooma nella vita quotidiana? Ad esempio, permette di lanciare la musica sul proprio smartphone quando si va correre, senza usare il touchscreen. Naturalmente, la app segue le indicazioni programmate dall’utente. La configurazione si basa sul meccanismo If/then do, mutuato dai linguaggi informatici. Tramite l’interfaccia grafico si imposta una certa azione (Do) a una data condizione (If). Se arriva un sms o un messaggio di WhatsApp sul cellulare mentre si è alla guida, la lettura vocale automatica permette di conoscerne il contenuto senza distrazioni. Oppure, all’ingresso in casa il dispositivo si accorge della presenza della rete domestica e si connette. Da solo, come un piccolo automa. Appunto, Atooma.

Ora per l’omonima startup che ha base tra Roma (è partecipata da LVenture) e San Francisco si aprono preziose opportunità. La vittoria al Champions pitch del contest dà il via agli approfondimenti con i venture capitalist per un investimento potenziale fino a 150 mila euro. Di pari passo cominciano i colloqui tra il personale di Dt, di hub:raum e della startup per capire come cooperare.

«Atooma – spiega Luca Barboni, responsabile marketing e comunicazione, presente al contest - è una piattaforma cloud che connette dispositivi intelligenti da tutto l’Internet of things. Un’app per l’automazione, disegnata in modo da integrarsi con i numerosissimi prodotti esistenti e servizi come dispositivi portatili, altre applicazioni, il mondo del web, servizi mobili e altri tipi di hardware».

Addio a «marito» e «moglie», da oggi si dirà «coniuge». Si cambia con la legge per i matrimoni gay

Il Mattino

NEW YORK - La nuova legge sui matrimoni in California, firmata dal governatore Jerry Brown, prevede la cancellazione delle parole 'marito' e 'moglie'.

dfdfdfdfI termini verranno sostituiti con «coniuge» per adattarsi al matrimonio tra gay che è diventato legale nello Stato lo scorso anno dopo che la Corte Suprema ha annullato il divieto approvato su di esso. Il disegno di legge firmato dal governatore Brown (SB1306), entrerà in vigore il primo gennaio e rispetta la legalità del matrimonio gay dopo un decennio di dibattiti sull'argomento. La legge inoltre rimuove i limiti sui matrimoni tra persone dello stesso sesso effettuati fuori dallo stato.