sabato 19 luglio 2014

Due sindaci, due misure

Corriere del Mezzogiorno

La condanna di Perrone a Lecce e il caso Napoli


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Il 21 giugno 2009, una domenica, su Lecce si abbatte un nubifragio che allaga il sottopasso di viale Leopardi. E lì, intrappolato nella sua spider gialla sommersa dall’acqua, muore l’avvocato Carlo Andrea De Pace. Il giudice Silvia Minerva, due giorni fa, ha deciso che di quella morte è responsabile anche il sindaco di Lecce Paolo Perrone. E, per questo, l’ha condannato a dieci mesi di reclusione per omicidio colposo. Il motivo? Era responsabile della tutela della pubblica incolumità e avrebbe dovuto ordinare la chiusura preventiva di quella strada.

Analoga sentenza, il 24 febbraio scorso, era stata emessa dal tribunale di Latina al termine del processo per la morte di Sara Panuccio e Francesca Colonnello, le due ragazzine romane di 14 anni che il 20 aprile 2013 morirono durante una gita scolastica a causa del crollo di un costone di tufo sulla spiaggia di Ventotene. Il giudice Carla Menichetti, anche in questo caso, ha condannato il sindaco Giuseppe Assenso a 2 anni e 4 mesi di carcere. Il motivo? «Non ha avvertito che quella zona era pericolosa, ed era lui a dover garantire la pubblica incolumità».
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Nulla di tutto ciò è invece mai accaduto nella storia giudiziaria di Napoli. Il 22 dicembre 2006 Fabiola Di Capua morì uccisa da un lampione che le cadde addosso mentre percorreva in scooter il Lungomare. Nessuno aveva avvertito di quei pali della luce arrugginiti, ma la Procura non ritenne di dover iscrivere nel registro degli indagati l’allora sindaco Rosa Russo Iervolino.

Il 10 giugno 2013 Cristina Alongi venne ammazzata da un albero che a via Aniello Falcone crollò sulla sua auto. L’allarme era stato lanciato per ben due volte, ma nessuno aveva provveduto a transennare quel tratto di strada. I pm, anche in questo caso, non ravvisarono però responsabilità penali del loro ex collega Luigi de Magistris. Il 5 luglio 2014, infine, tocca a Salvatore Giordano, ucciso a 14 anni da un pezzo di cornicione precipitato giù dalla Galleria Umberto. Una tragedia preceduta da decine di segnalazioni, ma la Procura ad oggi non ha ritenuto di dover contestare alcun reato al sindaco di Napoli.

Insomma: città che vai, sindaco che indaghi. E, per una volta, la polemica non è legata ad appartenenze politiche. Piero Fassino, presidente dell’Associazione nazionale dei Comuni e sindaco di Torino eletto con il Pd, ha immediatamente espresso «vicinanza» a Paolo Perrone (Forza Italia): «La responsabilità oggettiva di un sindaco non può condurre ad addebitargli automaticamente qualsiasi cosa accada in una città». La stessa tesi, tra l’altro, l’ha sostenuta su questo giornale l’avvocato Gerardo Marotta, che a proposito delle responsabilità del crollo della Galleria Umberto ha detto: «Ma i tecnici comunali che ci stanno a fare? Dovrebbero essere loro a controllare». Ora, che abbiano ragione loro o al contrario chi — come il giurista Luigi Labruna — sostiene che «la pubblica incolumità è materia che ricade sotto la diretta competenza e responsabilità del sindaco», quella della sicurezza urbana è questione che andrebbe risolta una volta per tutte in maniera univoca..

Sia chiaro, l’autonomia della magistratura è un valore democratico irrinunciabile, ma in questo caso il rischio — come dimostrano le sentenze — è che si arrivi a una sorta di federalismo penale, e che ogni città (e dunque ogni Procura e ogni tribunale) applichi una propria «legge» sulla responsabilità dei sindaci. E neppure può valere il principio «dimensionale» che sembra aver ispirato le scelte adottate fino ad ora da una magistratura che in tutt’Italia ha messo sott’inchiesta i sindaci dei Comuni medio-piccoli ma non quelli delle grandi città. Beninteso, è certamente vero che controllare Ventotene e Lecce è più facile che vigilare su Napoli, ma le norme sono uguali per tutti. E non prevedono esimenti in base alla popolazione. Post scriptum. Paolo Perrone, pur dichiarandosi assolutamente innocente e dicendosi fiducioso che la sua estraneità sarà provata nel corso del processo d’appello, ha commentato così la sentenza: «Quando sono diventato sindaco ho implicitamente accettato di dovermi eventualmente addossare anche responsabilità del genere». Qui a Napoli, invece, il barile sta ancora rotolando.

19 luglio 2014

Moto Moto Guzzi, il sogno americano ha il cuore italianoGuzzi, il sogno americano ha il cuore italiano

La Stampa

matteo aglio

Miguel Galluzzi. designer argentino e padre della Ducati Monster, è la mente dietro ai nuovi modelli del gruppo Piaggio

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Quasi diecimila chilometri separano Mandello del Lario da Pasadena, eppure il legame tra Moto Guzzi e California è da tempo molto stretto. Erano gli anni Settanta, quando la polizia di Los Angeles usava le moto italiane chiamate proprio con il nome del Golden State. Quella moto, dopo più di quarant’anni esiste ancora, un’ammiraglia fra passato e futuro nata dalla matita di Miguel Galluzzi.

Il designer argentino, padre di un’icona a due ruote come la Ducati Monster, è la mente dietro ai nuovi modelli del gruppo Piaggio, che comprende Vespa, Aprilia e Moto Guzzi. È lui che ha voluto che il centro stile, il PADc (Piaggio Advanced Design Center), avesse sede a Pasadena. «Il suo suono, in italiano, ricorda quello della parola pazzi», scherza Galluzzi. Il progetto è però molto serio, un loft elegante e moderno in cui lavorano, oltre lui, quattro persone in assoluta libertà. L’idea è che quell’ufficio, a pochi chilometri dalle colline di Hollywood e dalle spiagge di Malibu, sia un’enorme ricettacolo di idee.

«Bisogna ragionare fuori dalla scatola, ampliare i proprio confini. Qui l’ispirazione si trova ovunque, bevendo una birra in un bar ho visto un ragazzo che aveva montato ruote e motore alle sue scarpe. Ho conosciuto un ingegnere di un’industria aerospaziale, da 8 anni stanno lavorando sugli ultimi 15 secondi di atterraggio del modulo che andrà su Marte. Sono tutti spunti che ampliano la mente». L’intento è chiaro, aprirsi un mercato sempre più globale e al tempo stesso omologato. Perché i gusti sono sempre più simile e «ha Bangkok ho visto un ragazzo guidare una Ducati vestito esattamente come uno di Milano», sottolinea Galluzzi.

L’enorme finestra alle sue spalle si affaccia sulla strada principale di Pasadena. Negozi, locali, ragazzi in skateboard, camion dei pompieri che sembrano usciti dagli anni ’50. Tutto quello che uno si aspetta dalla California. È da lì che nascono i progetti per il rilancio del marchio, «abbiamo un progetto decennale – top secret per il momento – e l’ispirazione la trovo per la strada, osservando le sottoculture di ragazzi che comprano moto per poche centinaia di dollari e le trasformano». Con una parola d’ordine, «semplicità, perché le super prestazioni non servono a niente. E poi bisogna valorizzare la storia dei marchi, che sono conosciuti in tutto il mondo ma in Italia non si ha questa consapevolezza».

Un ritorno alle origini, a sogni che creano il bisogno in un mondo dove, per dirla con Wilde, niente è più necessario del superfluo. Senza però dimenticare la tecnologia, «l’ultima moto l’ho fatta con Skype, in collegamento con l’Italia – confessa -. Ho mandato i disegni e osservato i prototipi attraverso una telecamera ad alta definizione. La modellazione 3D velocizza i tempi di realizzazione, costringe a pensare al totale e non alle sue singole parti».

Un po’ designer e un po’ filosofo, Galluzzi ha mostrato un assaggio con la Moto Guzzi California. Nata due anni fa, l’ammiraglia di Mandello del Lario coniuga modernità e classicismo. La V trasversale del motore è il suo marchio di fabbrica e basta guidarla sulle colline di Los Angeles, fino ad arrivare a Malibu, per capire dagli sguardi che le persone le rivolgono che l’obiettivo è centrato. Il sogno californiano ha un cuore italiano.

Sul confine fra Usa e Messico dove muore il sogno dei bambini

La Stampa

paolo mastrolilli

Partono dal Centramerica per raggiungere un famigliare negli Stati Uniti. Molti non ce la fanno, uccisi dagli stenti o venduti ai trafficanti di esseri umani

tampa.it
Juan Castro cerca di mantenere la compostezza professionale, mentre racconta, ma le lacrime che gli bagnano gli occhi sono più forti di lui: «Sto davanti a questa bambina undicenne del Guatemala, che è stata stuprata. Devo chiederle di ricordare come, dove, da chi, perché ogni dettaglio servirà a costruire il caso per farla restare in America. Mentre la ferisco di nuovo con le mie domande, cerco nei suoi occhi abbassati un filo di speranza, un segno che la sua vita non si è spezzata». Juan è il direttore dei servizi legali di Catholic Charities, la Caritas di San Antonio. Il suo mestiere è andare a visitare nei centri di detenzione i minorenni entrati illegalmente da soli negli Stati Uniti, per cercare il modo di salvarli.

Sono un’infinità: 52.000 dall’inizio dell’anno, 90.000 stimati entro dicembre, oltre 120.000 attesi l’anno prossimo. Molti arrivano malati: almeno un caso confermato di influenza suina, scabbia, pidocchi, qualcuno dice anche Aids. Un’emergenza umanitaria che ha spinto il presidente Obama a chiedere due miliardi di dollari al Congresso, per arginarla. «I motivi - spiega il presidente di Catholic Charities, Antonio Fernandez - sono due: la violenza nei Paesi da cui scappano, e la percezione che le leggi sull’immigrazione negli Usa sono cambiate, e consentono di restare.

È una percezione sbagliata, perché Obama ha firmato il Daca, che differisce l’espulsione degli illegali entrati da bambini, ma non si applica a quelli che vengono oggi». Castro racconta come arrivano: «Non sono messicani, perché gli Usa hanno un accordo con questo paese per espellere subito tutti gli illegali. Vengono da posti tipo Salvador, Guatemala, Honduras, Perù. Le famiglie li affidano ai coyote, i trafficanti, pagando circa 8.000 dollari a viaggio, in genere per raggiungere parenti che vivono già negli Usa. Metà dei soldi li danno subito, e metà dopo l’arrivo a destinazione.

Il commercio di ragazzine
Per queste famiglie povere, però, 8.000 dollari sono un patrimonio, il lavoro di diversi anni. Se non li hanno, i bambini sono costretti a pagare in due modi: sesso, oppure trasporto di droga». E stiamo parlando di quando va bene: «Sappiamo che alla partenza il numero dei bambini e delle bambine è uguale, ma poi arriva solo il 75% dei primi e il 25% delle seconde. Cosa succede durante il percorso? Molti non ce la fanno e muoiono. Per le bambine, poi, si fanno avanti i trafficanti di esseri umani, che offrono ai coyote anche 20.000 dollari, contro i 4.000 che prenderebbero dalla famiglia se completassero la consegna. Così le ragazze vengono vendute al miglior offerente e finiscono nella prostituzione: un mese fa hanno scoperto un giro in New Jersey.

Poi ci sono i coyote che affittano i bambini agli adulti che vogliono immigrare, perché pensano che se li prendono con figli o figlie finte hanno più probabilità di restare. Una volta superato il confine non sanno cosa farsene di questi ragazzini, e li abbandonano». Peggio ancora è andata a Gilberto Francisco Ramos Juarez, undicenne scappato dal Guatemala, per raggiungere il fratello a Chicago e guadagnare i soldi necessari a curare la madre malata di epilessia. Il 15 giugno scorso gli agenti dello Us Border Patrol hanno trovato il suo cadavere in putrefazione nelle campagne intorno a La Joya, un paesino di 3.303 abitanti a tre chilometri dal Rio Grande, che segna il confine col Messico, epicentro della valle dove è in corso l’invasione.

Aveva indosso gli stivali di pelle, un paio di jeans «Angry Birds», e al collo un rosario bianco. «Ha perso la strada - dice Fernandez - ed è morto di sete. Laggiù la temperatura in questa stagione supera ogni giorno i 40 gradi. La cosa più terribile, da quanto ne sappiamo, è che gli agenti del Border Patrol lo avevano intercettato dopo il passaggio del fiume, ma lo hanno lasciato andare. Chiudono gli occhi perché non sanno più come fare. Lunedì 23 giugno hanno fermato 346 bambini, in un solo giorno, che attraversavano il confine. In teoria dovrebbero portarli nei centri di detenzione, dove possono restare fino a 72 ore; poi per 120 giorni in strutture che cercano i loro parenti negli Usa; e quindi per due anni negli istituti di accoglienza. Ma non ce la fanno più: i bambini in arrivo sono troppi, gli agenti troppi pochi, e quindi chiudono gli occhi: andate dove volete, basta che sparite».

Situazione fuori controllo
Nell’asfissiante commissariato di polizia di La Joya, il detective David Ortiz conferma che la situazione è fuori controllo. Comandano le gang dei narco, come Los Zetas: «Spesso i coyote sbarcano i ragazzini da una parte del fiume, per costringere gli agenti a soccorrerli, e intanto un miglio più in su fanno passare la droga. Una sera ho visto un camioncino che mi insospettiva, e ho cominciato a seguirlo. Sono arrivate subito due auto, che si sono piazzate una davanti e una dietro alla mia.

Erano esche che facevano manovre folli: volevano buttarmi fuori strada, oppure obbligarmi a fermarli per fare la multa, lasciando così scappare il camioncino. Io però ho continuato a seguirlo, e quando l’ho bloccato ho scoperto che trasportava ottanta chili di marijuana. Sapete dove sta adesso, questo signore? A casa sua: ho potuto fargli solo una multa per eccesso di velocità, perché non ho altri poteri. I casi di traffico di droga ed esseri umani competono alle autorità federali, ma il nostro procuratore locale ha smesso di aprirli, perché dice che non ha più le risorse. Così io sto qui a parlare con lei, aspettando che lo Stato mi dia il permesso di andare ad arrestare quel criminale».

È la ragione per cui Chris Davis, comandante della milizia dei Patriots nel sud del Texas, sta organizzando ronde di vigilantes: «L’amministrazione ha un’agenda politica: vuole aprire i confini e dare l’amnistia, per fare contenti gli elettori ispanici. Quindi il 70% dei pochi agenti di frontiera rimasti ha ricevuto l’ordine di assistere i bambini in arrivo: cambiano i pannolini, invece di pattugliare il confine. Allora noi andiamo al posto loro, e li avvertiamo quando vediamo qualcuno che attraversa il fiume». Ma siete armati? «Ehi, quaggiù ci sparano addosso pure i ragazzini! I coyote sono peggio dei taleban: quelli almeno devono rispondere ad Allah di cosa fanno, mentre i trafficanti rispondono solo ai loro istinti.

La violenza delle gang
Rina Guaimaca non aveva tutto questo tempo da aspettare: «In Honduras le gang ci taglieggiano. Già guadagniamo niente, poi la metà dobbiamo darla a loro. Io ho un figlio di sette anni, Fernando, e non voglio crescerlo così. Perciò ho deciso di scappare, e raggiungere mia madre che lavora in Oregon». Incontro Rina nei locali che la parrocchia Sacred Heart di McAllen ha trasformato in centro di accoglienza per gli immigrati: vengono scaricati qui dal Border Patrol, dopo le 72 ore nel centro di detenzione, in attesa di ricongiungersi con i famigliari. Ci sono brandine, docce, medici, pasti, scarpe e vestiti per il lungo viaggio.

Anche un angolo attrezzato con tappetini, dove i bambini giocano, disegnano e ridono, ignari della loro sorte. Fernando osserva felice il suo yogurt, mentre la mamma racconta: «Mio zio mi ha raccomandato un coyote di cui si fidava. Ho pagato 7.000 dollari e siamo partiti. Ci abbiamo messo quindici giorni per arrivare a Reynosa, la città messicana dall’altra parte del confine. Là abbiamo aspettato nascosti dentro un ranch, finché una sera alle dieci ci hanno chiamati. Ci hanno portati sul bordo del fiume, dove aspettava una piccola barca. Siamo saliti in quattro, e poco dopo eravamo sull’altra sponda. Abbiamo aspettato la prima pattuglia di agenti che passava, e ci siamo consegnati. Niente violenze per noi, il coyote era un bravo vecchio». 

I «coyote» di Reynosa
Sopra al ponte che porta da McAllen a Reynosa non controllano neppure i passaporti: chi vuole emigrare in Messico? Basta pagare il pedaggio di due dollari. Sull’altra riva, dove il Rio Grande diventa Rio Bravo, c’è persino un monumento dedicato agli emigranti: una croce bianca, eretta alla memoria dei caduti nella marcia verso un sogno. Vicino un cartello avverte che nel fiume ci sono gli alligatori, e le correnti sono micidiali. Con le indicazioni ricevute da Rina, non è difficile trovare qualcuno che lavora nel business principale del posto: «Coyote? Certo, qui siamo tutti coyote». Ha una faccia liscia, qualunque, e scuote la testa: «Di mezzo ci saranno pure le gang o i narcos, ma io ho solo una barchetta con cui trasporto cinque o sei disperati alla volta. Ci guadagno? Certo.

Ma è pure un mestiere pericoloso». Si volta un ultimo istante, prima di sparire: «Fa schifo? Forse. Ma si vede che la vita da cui scappano questi poveracci fa ancora più schifo». Il miracolo dell’uomo dannato che mette Dio sulla bocca degli uomini, come scriveva Graham Greene, non esiste più. Su questa sponda del Rio Bravo sono rimasti solo i dannati. Torno alla chiesa Sacred Heart di McAllen. È il 4 luglio, festa dell’Indipendenza americana. Rina sta uscendo con una busta gialla in mano, dove c’è scritto: «Vado in Oregon. Non conosco l’inglese, per favore indicatemi l’autobus che devo prendere». Sorride felice e bacia Fernando: «Partiamo. Andiamo in bus da mia madre». Ancora un paio di giorni sulla strada, e poi questo incubo lascerà posto al sogno che lo aveva generato.

Non sono terroristi ma solo nemici

La Stampa

abraham b. yehoshua

Quando Israele fu fondato nel 1948 i giordani bombardarono Gerusalemme, la posero sotto assedio e uccisero centinaia di suoi cittadini. I combattenti della Legione Araba conquistarono i centri ebraici di Gush Etzion, in Giudea, trucidarono molti israeliani e assassinarono a sangue freddo numerosi prigionieri. Ma durante tutti quei mesi di guerra dura e brutale nessuno definì i giordani «terroristi». Erano «nemici». E malgrado lo spargimento di sangue ci furono contatti tra ufficiali israeliani e giordani per raggiungere un accordo per il cessate il fuoco e la firma di una tregua precaria, ottenuta nel 1949 grazie alla mediazione delle Nazioni Unite.

Prima della guerra dei sei giorni, nel 1967, i siriani bombardarono i centri abitati israeliani dell’alta Galilea, uccisero e ferirono non poche persone, eppure nessuno definì la Siria «Stato terrorista» bensì «Stato nemico». E Israele, ovviamente, non solo non lo riforniva di carburante ed energia elettrica ma, di quando in quando, inviava suoi emissari a incontrare i loro omologhi siriani per chiarimenti e colloqui circa un’eventuale tregua.

Fino alla guerra dei sei giorni gruppi di terroristi provenienti dall’Egitto seminarono morte negli insediamenti israeliani lungo il confine, ma anche in questo caso l’Egitto non venne definito «Stato terrorista» bensì «Stato nemico». E nonostante Egitto e Siria dichiarassero apertamente la loro intenzione di distruggere Israele il Primo Ministro israeliano, a ogni apertura dell’anno parlamentare, lanciava un appello ai loro leader perché avviassero colloqui per ripristinare la calma e raggiungere un accordo di pace.

Che cosa è successo dunque dopo il ritiro di Israele dalla Striscia di Gaza, l’evacuazione degli insediamenti ebraici e il trasferimento del controllo della Striscia a Hamas che ci impedisce di definire il suo governo «nemico» e non «terrorista»?

Forse questo aggettivo è più incisivo di quello di «nemico»? Oppure suggerisce che, nel profondo del cuore, ancora vediamo la Striscia di Gaza come parte della Terra di Israele, un luogo dove abbiamo tentato senza successo di insediarci e al quale forse speriamo di tornare, e pertanto non consideriamo i suoi residenti come cittadini di uno Stato nemico ma come arabi israeliani fra i quali operano cellule terroristiche?

O magari avvertiamo un senso di responsabilità verso la popolazione della Striscia di Gaza come non ci accadeva con gli abitanti di Siria o Egitto e per questo continuiamo a rifornirli di carburante, di elettricità e di cibo ma, al tempo stesso - e questa è la cosa più importante - ci rifiutiamo di proporre al governo di Hamas di negoziare con noi, come abbiamo fatto in passato con siriani, giordani ed egiziani?

Tutte queste perplessità e complicazioni derivano forse dal timore che eventuali colloqui con Hamas per un cessate il fuoco e una stabile tregua possano «indebolire» Abu Mazen. Ma probabilmente i morti a Gaza indeboliscono ancora di più colui che si considera il leader del popolo palestinese. E anche supponendo che sia questa la nostra preoccupazione rimane la domanda perché non abbiamo approfittato del governo di unità nazionale palestinese recentemente istituito e di cui Hamas è membro per avviare un dialogo con questa organizzazione.

La profonda frustrazione di Hamas deriva, a mio parere, da una sostanziale mancanza di riconoscimento della sua legittimità agli occhi di Israele e di gran parte del mondo. Una frustrazione che lo porta a commettere devastanti atti di disperazione. Per questo è importante considerare Hamas almeno come un nemico legittimo, con il quale poter arrivare a un accordo o contro il quale combattere in uno scontro armato frontale, con tutto ciò che questo comporta.

È così che abbiamo agito in passato con i Paesi arabi. Fintanto che definiremo Hamas una banda di terroristi che ha preso il sopravvento su una popolazione innocente non potremo fermare i bombardamenti nel Sud di Israele con un’adeguata reazione militare e, ancor più importante, non potremo negoziare apertamente con il suo governo per raggiungere un accordo graduale che comprenda una supervisione internazionale della rimozione dei missili da parte di Hamas e del blocco aereo, marittimo e terrestre della Striscia da parte di Israele, l’apertura dei valichi di frontiera per permettere il passaggio di lavoratori e quella di un eventuale, futuro corridoio di transito sicuro fra la Striscia e la Cisgiordania.

Ma se, diranno i più scettici, Hamas non vorrà negoziare apertamente con noi? In questo caso gli proporremo di farlo nell’ambito del governo di unità palestinese. E semmai dovesse rifiutare anche questa proposta allora lo combatteremo in maniera legittima, secondo le regole della guerra. 
Non dimentichiamo però che i palestinesi di Gaza saranno nostri vicini per l’eternità, come noi lo saremo per loro. Non guariremo questo ascesso sanguinante con discorsi sul terrorismo ma con il dialogo o con la guerra, scontrandoci con un nemico legittimo verso il quale non abbiamo rivendicazioni territoriali o nessun’altra pretesa che non sia quella di un cessate il fuoco.



Le due mosse incomprensibili

La Stampa
roberto toscano

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Ancora una volta, come avvenuto periodicamente in passato, Gaza è bersaglio di bombardamenti israeliani. Sarà anche vero che, come sostengono gli israeliani, gli obiettivi sono i dirigenti politico-militari di Hamas, i depositi di armi e i luoghi da cui vengono lanciati i missili verso Israele, ma la realtà – che si riflette nello stillicidio di vittime civili – è che in una zona fra le più densamente popolate del mondo è del tutto illusorio immaginare che si possano effettuare attacchi, come si dice con un’espressione sinistra, chirurgici.

E le cose potrebbero ancora peggiorare se i reparti militari e i mezzi corazzati che Israele ha ammassato alla frontiera di Gaza dovessero dare il via ad un attacco via terra. Sembra necessario chiedersi il perché di questa crisi, che si viene ad aggiungere ad un quadro già pesantemente destabilizzato a livello regionale.

Anche se quegli atroci episodi hanno scavato ulteriormente il fossato di ostilità fra israeliani e palestinesi, l’origine della crisi non va ricercata nell’orrore dell’assassinio dei tre adolescenti israeliani seguito da quello dell’uccisione del ragazzo palestinese. Paradossalmente la barbarie di questi crimini incrociati ha fatto riflettere un po’ tutti, mentre il comportamento delle famiglie delle vittime ha spostato il discorso dalla dimensione politica a quella personale ed umana.
Ma allora? Cos’è cambiato rispetto ai mesi scorsi? E soprattutto: cos’hanno in mente non gli israeliani e i palestinesi – collettività umane e politiche tutt’altro che omogenee – ma gli attori politici: da una parte Netanyahu e dall’altra la dirigenza di Hamas?

Che senso ha per Hamas lanciare su Israele non solo razzi rudimentali, come spesso accadeva in passato, ma missili di media gittata capaci di colpire quasi l’intero territorio di Israele? L’impiego di mezzi militari ha un senso se può puntare alla sconfitta del nemico, ma è da escludere che i dirigenti di Hamas credano di poter sconfiggere le potenti forze armate israeliane.

Vi è anche un altro uso della violenza militare, quello tendente non a sconfiggere l’avversario, ma a piegarne la volontà. Una logica di tipo terrorista, che – va detto - può essere messa in atto anche dagli Stati (pensiamo ai bombardamenti sui civili da Guernica a Londra, da Dresda a Hiroshima). Ma anche qui resta un interrogativo di fondo: davvero qualcuno può pensare, dopo tutti questi anni di guerre e di attacchi, che gli israeliani si lascino intimidire da quei missili tirati a casaccio?

E che senso può avere la rottura da parte di Hamas di una linea di relativa moderazione – una rottura che mette una prematura pietra tombale sul suo recente patto con Abu Mazen? Difficile quindi capire il perché del comportamento di Hamas, a meno di non voler prendere in considerazione un’ipotesi apparentemente azzardata, ma che non ci sentiremmo di escludere. Può darsi che al suo interno cominci a farsi sentire l’effetto di quanto sta accadendo tra Siria e Iraq, con la proclamazione dello Stato Islamico e del Califfato.

Certamente c’è una componente retorica, addirittura teatrale in questa riesumazione delle antiche glorie dell’Islam. Ma i simboli a volte hanno la capacità di produrre effetti reali, scatenando potenti ondate di mobilitazione politica. E non dobbiamo nemmeno dimenticare che Hamas è, a differenza di Hezbollah, un movimento sunnita, e come tale potrebbe, almeno in certe sue componenti, risultare sensibile agli appelli di Abu Bakr al Baghdadi, l’improbabile Califfo, e soprattutto alle prospettive che si aprono con l’offensiva dei jihadisti in Iraq, un’offensiva giunta ormai molto vicina, al confine della Giordania. 

Se risulta problematico interpretare il comportamento di Hamas, non molto più facile è comprendere quello del governo israeliano, e in particolare del primo ministro Netanyahu. Il punto non è la risposta al lancio di missili, una legittima difesa cui possiamo soltanto obiettare per il modo in cui viene effettuata e le pesanti perdite civili: viene in mente il concetto di «eccesso di legittima difesa» che esiste nel diritto penale. 

Rimane la questione del senso, del disegno politico in cui dovrebbe inserirsi qualsiasi impiego della forza militare. Nessuno pensa che sia fattibile una permanente occupazione israeliana di Gaza, che – isolata, priva di orizzonte economico per la sua popolazione – resterà invece un focolaio di rabbia ed estremismo politico. Un estremismo che – ancora poco tempo fa minoritario rispetto alla linea dell’Autorità Palestinese – è cresciuto e si è radicato non per ragioni ideologiche, e ancor meno religiose, ma per la totale mancanza di prospettive di una soluzione negoziale. Basti citare l’aspetto più macroscopico, e in assoluto meno giustificabile, della politica del governo israeliano: i settlements, quegli insediamenti di coloni che rendono sempre più irrealizzabile l’ipotesi di uno Stato palestinese. 

Possiamo prevedere che i lanci di missili prima o poi finiranno, e che si tornerà a quello che si fa molta fatica a definire come normalità. Paradossalmente l’ipotesi che anche questa crisi non farà che confermare il tragico status quo risulta la più ottimista. Le cose potrebbero andare anche peggio. Qualcuno ha scritto in questi giorni che il fatto che i missili di più lunga gittata siano di fabbricazione, e di origine, iraniana potrebbe rafforzare i fautori di un attacco israeliano all’Iran.

Prima di dire che si tratta di fantapolitica dovremmo tenere presente che ormai in tutto il Medio Oriente (e anche oltre, dalla Nigeria all’Afghanistan) il sistema internazionale sembra in fase di avanzata e traumatica decomposizione, senza che emerga la volontà e la capacità dei principali soggetti internazionali – gli Stati Uniti, ma non solo loro – di porre rimedio a questo sempre più pericoloso e sempre meno governabile processo. 

Verrebbe da ripetere, a proposito della comunità internazionale, la risposta che diede Gandhi quando gli chiesero cosa pensasse della civiltà occidentale: «Sarebbe un’ottima idea».



Le truppe speciali israeliane a Gaza

La Stampa
 maurizio molinari

Infiltrate per scovare gli obiettivi per un’offensiva di terra imminente. Continuano i raid: 100 vittime



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Contingenti di truppe speciali israeliane sono già all’opera nella Striscia di Gaza. Lo affermano fonti di sicurezza europee da Londra, spiegando che si tratta di missioni tese a preparare obiettivi per le truppe di terra in vista di un intervento che potrebbe iniziare in tempi brevi. In particolare, le truppe speciali infiltrate a Gaza devono raccogliere dati sulla rete di cunicoli sotterranei dentro cui Hamas nasconde i propri leader politici, comandanti militari ed arsenali. Il precedente della guerra in Libano nel 2006, quando Hezbollah sorprese gli israeliani proprio grazie ai bunker realizzati nel terreno, spiega l’importanza della missione in corso.

A suggerire quanto sta avvenendo dentro Gaza c’è l’avvicinamento delle unità della Marina alla costa così come la distruzione da parte dei jet dei posti di frontiera di Hamas: le truppe israeliane stanno lentamente guadagnando terreno. Il capo di Stato Maggiore, Benny Gantz, in una conferenza stampa dichiara: «Siamo pronti all’intervento di terra, spetta ai leader politici il compito di dare l’ordine di esecuzione».

Ovvero: le forze armate dispongono oramai di piani operativi aggiornati per una «rioccupazione temporale» mirata a smantellare la struttura militare di Hamas per poi ritirarsi e consegnare l’intera Striscia all’Anp di Abu Mazen, che sarebbe dunque il vincitore politico. È tuttavia un’operazione ad alto rischio: tanto per i soldati che dovranno stanare Hamas dai propri nascondigli quanto per la popolazione civile di Gaza, che rischia di trovarsi esposta ad un conflitto assai cruento. L’analista militare Ron Ben Ishai afferma che l’invasione di terra «è purtroppo necessaria» perché la «sicurezza dei cittadini non può essere garantita dalle batterie antimissile Iron Dome ma solo dall’eliminazione della minaccia».

Hamas: siamo pronti
Il ministero della Sanità dell’Autorità palestinese afferma che gli attacchi israeliani hanno già causato almeno 100 vittime e 670 feriti, «in gran parte vecchi, donne e bambini». L’incremento di vittime si è verificato nelle ultime 36 ore e per il premier israeliano Benjamin Netanyahu si deve «alla scelta di Hamas di usare i civili come scudi umani». In alcuni video girati a Gaza si vedono edifici raggiunti prima da colpi di mortaio e poi da bombe, causando vittime fra i civili. Il generale Gantz, rispondendo ad una domanda sull’intervento di terra, ha detto «sappiamo che a Gaza c’è una popolazione civile ostaggio di Hamas». Come dire: lo terremo presente. Per Navi Pillay, Alto commissario Onu sui diritti umani, «gli attacchi israeliani sollevano preoccupazioni sulla possibile massiccia violazione di diritti umani».

«Non volate su Tel Aviv»
Israele ha finora compiuto oltre 1100 raid su Gaza senza però riuscire a bloccare il lancio di razzi, che ieri hanno investito Tel Aviv, Hedera al Nord e le città del Sud venendo intercettati da Iron Dome. L’ala militare di Hamas, Izz al-Dn al-Qassam, ha lanciato quattro razzi contro l’aeroporto internazionale di Ben Gurion che per 10 minuti ha sospeso le operazioni. Hamas avverte le compagnie aeree internazionali: «Se avete intenzione di partire per le città sioniste, non fatelo. Nessun aeroporto può essere considerato sicuro». Hamas ha fatto sapere di «essere pronta a combattere per mesi». 

Il fronte libanese
Ieri mattina tre razzi sono stai lanciati dal Libano a Metulla, città israeliana di confine. A rivendicare l’azione sono stati gruppi di palestinesi sostenitori di Hamas, rispondendo agli appelli «alla mobilitazione anti-Israele». Due di loro sono stati arrestati.

L’offerta di Obama
Con una telefonata al premier Netanyahu, il presidente americano Obama ha fatto conoscere la disponibilità di Washington di «contattare qualsiasi Paese» per scongiurare «un’invasione che nessuno vuole». L’ipotesi di contatti segreti fra Stati Uniti e Iran è smentita dall’intervento del presidente Mohammed Rohani in difesa dei «palestinesi coraggiosi». Alcuni giornali del Kuwait attribuiscono al premier Netanyahu la richiesta alla Turchia di mediare con Hamas sul cessate il fuoco «senza precondizioni». Il premier israeliano ha però respinto al mittente la richiesta internazionale di cessare le operazioni militari. Anche se dal Qatar arriva un’apertura al dialogo e al cessate il fuoco da Meshaal. Secondo una tv israeliana il leader di Hamas in esilio si sarebbe rivolto all’Egitto per verificare una nuova formula di cessate il fuoco.

Lettera a mio figlio, soldato che vuole andarsene da Israele

Corriere della sera

di Zeruyha Shalev


a.it
Mio figlio maggiore si è arruolato nell’esercito tre mesi fa e ieri ha terminato un corso per istruttori di soldati e ufficiali. Quando siamo arrivati alla base allegri, carichi di cibo e bevande, lui ci ha accolti con una faccia scura: «Non si può andare avanti così, se non fossi un militare me ne andrei subito da Israele!».

Ci siamo seduti su una stuoia sotto un albero, nella canicola, col cuore pesante. Ammetto che le sue parole mi hanno ferito. Ho pensato ai miei nonni, arrivati in Israele nei primi anni del ventesimo secolo dalla Russia e dalla Polonia e stabilitisi in uno dei primi kibbutz nella torrida e desolata valle del Giordano. Se non fossero arrivati qui sarebbero morti nella Shoah, come tutti i loro parenti. Ho pensato al primo marito di mia madre, rimasto ucciso durante la guerra d’indipendenza del 1948 nel tentativo di proteggere quel kibbutz e l’intera regione dagli eserciti arabi che avevano invaso Israele.

Oggi pochi ricordano che quella guerra scoppiò subito dopo la risoluzione dell’Onu che decretava la partizione del Paese in due stati, Israele e Palestina. Gli israeliani accolsero quella decisione con canti e balli mentre i palestinesi credevano che con l’aiuto degli eserciti arabi questa terra sarebbe rimasta soltanto loro. Il marito di mia madre non fu l’unico a rimanere ucciso. Quasi tutti i suoi compagni di classe trovarono la morte in quel conflitto che si concluse con la disfatta araba e centinaia di migliaia di profughi palestinesi. I loro discendenti pagano ancora il prezzo di quello scontro, e lo paghiamo anche noi.

Ma non era soltanto il cuore a dolermi mentre eravamo seduti nella poca ombra. Era anche il ginocchio, spappolatosi durante un attacco terroristico nel quale sono rimasta ferita 10 anni fa poco lontano da casa mia a Gerusalemme. Avevo accompagnato a scuola mio figlio maggiore (il ragazzo che ha appena terminato il corso per istruttori). Camminavo sul marciapiede quando un autobus è esploso. Un attentatore suicida l’aveva fatto saltare uccidendo 11 persone e ferendone 60. Mio figlio, che allora aveva 8 anni, dopo un’ora era stato informato che sua madre era rimasta ferita e portato in lacrime all’ospedale. Ora è un giovane uomo in uniforme che vorrebbe andarsene via.

«Davvero te ne andresti? — ho ripetuto con dolore — perché?». «Perché qui non c’è speranza — ha risposto —. Hanno ucciso i tre ragazzi rapiti e ora estremisti della nostra parte li vendicano ammazzando un ragazzo palestinese. Quando capiranno che non importa chi ha cominciato, importa chi smette. E siamo noi a dover smettere!».

«Hai assolutamente ragione — gli ho detto — ma non possiamo andarcene. Il nostro popolo deve avere uno Stato». «Certo — ha risposto lui — se io me ne vado non è detto che se ne vadano tutti. Quelli di destra rimarranno sempre». «Ma non dobbiamo lasciare il Paese in mano loro — ho ribattuto — Dobbiamo cercare di influenzare le cose dall’interno. Per questo tu e ragazzi come te diventano istruttori». «Forse — ha ammesso lui, nonostante avessi notato che non era convinto — ma non credo che si possa uscire da questo circolo vizioso. Cos’hai portato da mangiare?».

Dopo la cerimonia siamo tornati a casa, a Gerusalemme, avvolti dal fumo degli incendi scoppiati lungo la strada. Viviamo tutti in un campo di rovi, proprio come quelli che ci circondano. Un fiammifero, un falò spento male, intenzionalmente o meno, e tutto prende fuoco in un istante.

Come uscire da questa spirale?
Guerra e profughi, occupazione e insediamenti, terrorismo e rappresaglie. Che trama crudele, complicata. Con tanti inizi in momenti diversi e che apparentemente avrebbe avuto varie occasioni di giungere a conclusione nel corso degli ultimi 100 anni. Ma ecco che gente nata durante il conflitto è morta senza vederne la fine, per non parlare di coloro che hanno perso la vita. A volte penso di non essermi mai imbattuta in una contraddizione tanto persistente tra il desiderio dei singoli e le azioni della collettività. I singoli, come mio figlio, i suoi amici o i miei amici palestinesi, vogliono la pace delle proprie famiglie, e dunque dell’intera regione. Eppure sembra che la collettività riesca a fonderli in un desiderio contrario, fanatico e violento. In ogni generazione si può attribuire la colpa a questo o a quel personaggio ma ecco che i personaggi cambiano, nuovi colpevoli emergono e nulla cambia. Sembra che una forza potente quanto il fuoco riesca ad annullare i desideri umani e a trascinare le masse in una realtà senza speranza.

Quando siamo arrivati a casa sono corsa a leggere le ultime notizie e una piccola, inattesa luce mi ha illuminato. La madre di Neftali Frenkel, uno dei tre ragazzi rapiti e uccisi, ha condannato l’assassinio del ragazzo palestinese. «Se un ragazzo arabo è stato veramente ammazzato per motivi nazionalisti — ha detto — è una cosa orribile e scioccante. Non c’è differenza tra sangue e sangue. Non c’è giustificazione, espiazione né perdono per un omicidio».

Ho pensato che se una madre che ieri ha seppellito il figlio assassinato da terroristi palestinesi può condannare un atto di ritorsione c’è ancora speranza. C’è spirito di carità, c’è grandezza. E se tutti noi, moderati di entrambe le parti, seguissimo l’esempio di questa madre e cercassimo di custodire il nostro piccolo campo, di dividerlo con equità e di allontanare coloro che vorrebbero appiccare il fuoco, infonderemmo speranza nel cuore dei nostri figli. Vorrei tanto sapere come poterlo fare.

(Traduzione di Alessandra Shomroni )

Bere birra fa bene: i 5 motivi che spiegano il perché

Il Mattino


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Uno dei motti popolari più conosciuti era: "un bicchiere di vino al giorno fa bene al cuore". Oggi ecco cinque motivi che ci spingono a bere birra. Secondo uno studio i numerosi elementi contenuti nella birra aiuterebbero diversi fattori.

1. Previene le malattie. È del 2008 lo studio della Food And Chemical Toxicology che sostiene come il silicio contenuto nella birra potrebbe aiutare a prevenire l'Alzehimer, riducendo l'alluminio presente nella nostra digestione rallentando l'accumulo di metallo nel corpo. Inoltre migliora il flusso di sangue nelle arterie e aumenta la formazione di colesterolo "buono". Ma attenzione a non esagerare, bere troppa birra può provocare la perdita di memoria.

2. Contiene vitamine. "Nella birra ci sono molti super nutrienti. La bevanda contiene tutti gli essenziali, e alcuni dei non essenziali, amminoacidi". Lo ha detto il direttore medico di The Original F.X. Mayr Health Centre in Austria, che sostiene come nella birra siano presenti numerose vitamine come il fosforo, lo iodio, il magnesio, il potassio e il calcio.

3. Aiuta a mantenere la linea. Pochi zuccheri, molta acqua. La birra è dissetante e a differenza di altri alcolici, cocktail e bevande varie, non ingrassa. Sfatato quindi il mito della "pancia da birra", uno studio condotto dalla University of London ha dimostrato di come sia impossibile aumentare di peso bevendo solamente. Inoltre può prevenire il diabete.

4. La birra ti fa bella. Il colore dorato può essere già da solo un indizio. L'orzo, l'acido ferulico e tanti altri ingredienti posso rendere più belli e lucenti i nostri capelli, la nostra pelle e tanto altro. Tutto questo è contenuto nella birra, ma per sfruttarne meglio questo tipo di utilizzo, è necessario bollire la birra per rimuovere l'alcol.

5. Riequilibra gli ormoni. Ridurre la menopausa, eliminare le vampate di calore e il calo della libido. La birra riesce anche in questo grazie ai fitoestrogeni presenti nel luppolo, dei composti simili agli estrogeni che si trovano nelle piante.

Scienziati Gb cercavano il mitico Yeti e scoprono una nuova specie di orso

La Stampa

Il “Dna” sarebbe assimilabile a quello di un orso bianco preistorico ricavato da un resto fossile.

 a.itLa scoperta dello yeti è ancora da rinviare ma ne è stata fatta una che potrebbe essere altrettanto straordinaria. Gli scienziati dell’Università di Oxford cercando (invano) prove dell«abominevole uomo delle nevi’ fra 57 peli “sospetti” inviati da tutto il mondo hanno individuato due campioni che appartengono a una specie di orso sconosciuta, che per altro ha un preciso `match´ col Dna di un orso bianco preistorico ricavato da un resto fossile. È quindi possibile, spiega il professor Bryan Sykes, che sulle montagne dell’Himalaya ci sia un ibrido di orso polare e bruno che avrebbe potuto dar vita alla leggenda dello yeti.

Uno dei campioni di pelo è di colore bruno-dorato, e arriva da un animale ucciso da un cacciatore a Ladakh, sulla Himalaya indiana, 40 anni fa. L’altro invece è di una tinta rossastro-bruna, ed è stato scoperto in una foresta di bambu’ ad elevata altitudine nel Bhutan. Quel luogo è stato definito come una sorta di `rifugio´ del `migyhur´, come viene definito lo yeti nel piccolo Paese asiatico. «Se questi orsi sono largamente diffusi in Himalaya, possono rappresentare il fondamento biologico della leggenda dello yeti, in particolare perché, come è stato rivelato dal cacciatore che ha ucciso l’esemplare di Ladakh, questi animali si comportano molto più aggressivamente contro gli uomini rispetto alle altre specie indigene note di orsi», ha detto Sykes.

Il professore ha lanciato l’ambizioso progetto di ricercare tracce della abominevole creatura con un appello a musei e collezionisti di tutto il mondo in cui chiedeva di inviare peli che potevano appartenere a «primati anomali». Gran parte dei campioni analizzati erano invece di animali del tutto comuni, fra cui, mucche, cavalli, cani, pecore, tapiri e perfino uomini. Del resto gli appassionati della materia sono tanti e sparsi in tutto il mondo.

Il risultato finale però potrebbe ripagare lo sforzo di Sykes. Gli scienziati britannici infatti stanno organizzando una spedizione in Himalaya sulle tracce del loro orso mai visto, sempre però con la speranza di poter scovare prove dello yeti. «Non bisogna arrendersi, lo yeti potrebbe essere sempre là fuori», ha detto il ricercatore. Anche altri la pensano così. «Questi risultati non provano o negano l’esistenza dello yeti, escludono solo un certo numeri di campioni», ha detto Norman MacLeod, paleontologo del Natural History Museum di Londra.

(Fonte: Ansa)