giovedì 17 luglio 2014

L'Aci scende in campo sulle auto d'epoca: «Non tutte le vetture vecchie sono storiche»

Il Messaggero

di Roberto Argenti

Si comincia a mettere chiarezza nel settore che stava degenerando con la sola finalità di ottenere facilitazioni fiscali e assicurative. Si punta su veicoli che abbiamo avuto un particolare valore tecnologico, di innovazione o di design.


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ROMA - L’Automobile Clu d’Italia rafforza il suo impegno e la sua presenza nel settore delle auto d’epoca. ACI Storico ha definito la lista delle autovetture di età compresa fra i 20 e i 40 anniche dovrebbe fare chiarezza nel settore soprattutto dal punto di vista della tutela legale ed assicurativa.

Novità.

Il nuovo club, nato da una costola dell’Automobile Club d’Italia, è stato ufficialmente alla scorsa edizione della Fiera Auto e Moto d’Epoca di Padova e con questa prima mossa ha voluto fornire alle compagnie di assicurazione uno strumento che consenta loro di evitare i “furbi”, vale a dire coloro che assicurano un qualsiasi mezzo con più di vent’anni, spesso un’utilitaria, da usare tutti i giorni (per fruire di quelle polizze molto scontate riservate alle auto d’epoca) e ben lontano dall’uso accorto e centellinato che normalmente fanno i proprietari di vere vetture d’epoca. Una condotta che a lungo andare avrebbe potuto portare alla fine di tutte le agevolazioni e, con esse, probabilmente anche la fine di una grande fetta del comparto del collezionismo storico.

L’ACI. «Troppe auto vecchie, prive di valore storico e usate ogni giorno nel traffico – ha dichiarato più volte il presidente dell’ACI, Angelo Sticchi Damiani – oggi vengono spacciate per auto d’epoca e godono di privilegi che devono essere riservati alle vere vetture storiche, che per loro natura sono usate poco e bene dai proprietari. Solo l’anno scorso sono stati rilasciati migliaia di certificati di interesse storico, da organismi privati a cui lo Stato ha affidato compiti di defiscalizzazione sui veicoli senza fissare alcuna tariffa per l’erogazione del servizio a tutela degli utenti. Questa giungla disorienta e danneggia tutti, a cominciare dalle Compagnie assicurative che stanno abbandonando il settore senza riconoscere più alcuna attenzione ai collezionisti».

Obbligatorio. Ricordiamo che l’obbligo di emanare una lista è previsto dalla legge che esenta i veicoli fra i venti ed i trent’anni di età se presenti appunto in questo elenco ed iscritti ad una delle associazioni previste dal Codice della Strada. Obbligo che è stato rispettato dalla Federazione Motociclistica Italiana ma non da altre associazioni che non hanno osservato questa normativa, defiscalizzando solo le vetture dei propri iscritti, indipendentemente dal loro reale valore storico.

Prospettive. Il fulcro di tutta la vicenda è fondato sulla convinzione che «non tutti veicoli vecchi sono storici» poiché, secondo l’ACI, occorre pescare dal mazzo solo quelli che hanno avuto un rilievo tecnologico, sportivo o di design rispetto alla massa dei mezzi esistenti. Soltanto a questi, pertanto, vanno riservate le giuste attenzioni come una tassa di circolazione ridotta (come avviene già ora e solo se si circola) ed una polizza assicurativa specifica, che può essere tarata sulla considerazione dell’uso scarso e attento che si fa, e si deve fare, con questi mezzi.

Il lavoro che attende ACI Storico è molto impegnativo, basti pensare a tutta la questione delle revisioni obbligatorie per ogni auto, che attualmente esenta da controlli particolarmente accurati sulle emissioni e su altri impianti come i freni, effettuabili unicamente presso i Centri della Motorizzazione, soltanto le vetture iscritte in alcuni registri e non altre che, essendo considerate soltanto “vecchie”, non potrebbero mai superare tali controlli con i parametri previsti per le vetture moderne.

Elenco. La Commissione “Registro Storico” dell’ACI ha preparato dunque un elenco di 340 modelli che restituiscono dignità alle vetture citate che hanno almeno 20 anni di anzianità, dal momento che ritiene automaticamente “storici” tutti i veicoli con più di 40 anni di età, garantendo a questi i benefici delle compagnie assicurative rappresentate dall’ANIA, alla quale l’ACI ha inviato l’elenco. In questo modo non si costringeranno più i possessori di vere auto d’epoca ad iscriversi ad un club per veder riconosciuti i propri diritti, che saranno garantiti dalla semplice appartenenza della propria vettura a questa lista.

Castelseprio, spunta scheletro di nobildonna lombarda

Corriere della sera

di Roberto Rotondo

I resti trovati dagli archeologi nel terreno di un ex monastero: sembrerebbero appartenere a una donna di 30 anni


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Lo scheletro ben conservato di una nobildonna lombarda, probabilmente del 1100, è stato trovato in una tomba sotto il monastero di Torba, a Castelseprio, dove un tempo sorgeva l’omonima città medievale e dove è situato un complesso fondato in epoca longobarda (VIII secolo) che rientra nei patrimoni Unesco. Il ciclo di scavi condotto dall’università di Padova finirà a luglio. I ricercatori stanno analizzando il terreno dell’ex monastero. La nobildonna medievale aveva presumibilmente 30 anni ed è stata seppellita in una tomba che doveva essere posizionata a nordovest della città di Castelseprio, all’interno del chiostro benedettino. La possibilità di avere sepoltura in un luogo di culto era infatti solo prerogativa delle classi più agiate, poiché in questo modo il defunto poteva godere delle preghiere delle monache nel suo passaggio alla vita ultaterrena. Già lo scorso anno un ciclo di scavi dell’Università di Padova aveva portato alla luce 14 tombe in un piccolo cimitero all’interno dell’ex monastero, ma nessuno di questi aveva una datazione così antica.
Si cercano el tombe dei nobili e dei guerrieri
Lo scheletro trovato nei giorni scorsi si trovava a un livello inferiore delle altre tombe e sotto un muro che collegava la chiesa di Santa Maria con i dormitori. Torba, un bene del Fai, è oggi visitabile proprio mentre sono in corso questi scavi. Gli archeologi vorrebbero risolvere una serie di misteri legati all’insediamento longobardo. In particolare stanno cercando le tombe dei nobili e dei guerrieri longobardi della zona, ma anche la porta che costruiva l’accesso sul fiume Olona della città fortificata di Castelseprio, distrutta da una guerra con Milano nel 1287 e da allora divenuta un luogo fantasma. La leggenda popolare dice che vi fossero in zona delle tombe longobarde con ancora i guerrieri e le loro spade sul petto e gli storici vorrebbe capire se ne sono rimaste tracce.

Il giorno in cui Castro venne a casa mia

Giordano Bruno Guerri - Gio, 11/08/1994 - 15:33

Era un pomeriggio sonnacchioso, arrivò senza preavviso: "I ragazzi del ’68? Mai stati rivoluzionari..."


Quella di Cuba è la ferrea volontà di un regime che non può mutare e cambiare perché non vuole, che garantisce ai suoi ragazzi la salute, anche un po’ di scuola, ma che li priva della fondamentale speranza degli individui liberi: cambiare, scegliere, scommettere su se stessi, decidere per se stessi, in una parola sperare. È lo stesso incubo di rassegnazione che ho visto in tutti i Paesi dell’Est ex comunista e che a Cuba è ancora più impressionante perché non è nemmeno coperto e giustificato dal clima freddo, dal cielo grigio.

Anche le giovanissime prostitute che si affollano presso gli alberghi per turisti di Rio ridono, perché possono trattate, possono scegliere, sono padrone della loro vita, sperano di migliorare; quelle che si affollano, aspiranti prostitute dilettanti, intorno ai luoghi per turisti di Cuba hanno il viso della disperazione, perché rischiano la galera e devono accettare qualsiasi condizione, darsi in qualsiasi modo a chiunque per pochi pesos.

E Castro? Ogni giorno mi veniva annunciato che di certo l’avrei visto, ma appuntamenti niente, probabilmente per motivi di sicurezza. Ed ecco che in un pomeriggio sonnacchioso, con pochissimo preavviso, mi arriva addirittura a domicilio, con una scorta poco numerosa e svagata. Ammetto che mi andò il cuore in gola: i personaggi che, viventi, appartengono già alla storia e al mito hanno il potere di trascinarti, con la loro semplice presenza, dentro la storia e dentro il mito. Ed è una sensazione fortissima, come di sogno, aumentata dal fatto che in quei giorni l’avevo visto decine di volte alla televisione, una televisione così di regime e fitta del «líder maximo» che Emilio Fede al confronto è un feroce antagonista di Berlusconi. Ma ora lui era lì, reale, massiccio (anche per il giubbotto antiproiettile), sorridente e barbuto, con la sua bella divisa verde di fronte al mio brutto vestitino manageriale.

Non so se l’avessero informato male o se se ne fregasse, ma per un tempo che mi parve interminabile mi interrogò su questioni da direttore tecnico e non da direttore editoriale: quanto costava la carta in italia? Quali erano le più moderne macchine di stampa? Com’erano i processi di rilegatura e di distribuzione dei libri? Lui, accidenti, sapeva tutto sugli analoghi problemi cubani e sorrideva bonario alla mia impreparazione. Potevo aggredirlo con una domanda sulla libertà a Cuba? Ero ospite del governo. Farlo sarebbe stato maleducato e inutile. Parlammo di editoria, di letteratura, di Gabriel García Márquez e dei famosi sigari, che Castro non fumava più. Poi, quando l’uso salottiero indicò il tempo di porre una questione di mio interesse, posi quella che mi stava a cuore: come aveva vissuto, lui, il Sessantotto dei ragazzi occidentali?

Era conscio che milioni di studenti avevano tentato una specie di rivoluzione, da Los Angeles a Roma, anche gridando il suo nome e quello del «Che»? Sapeva che, però, si trattava in gran parte di suggestione, che moltissimi non avevano neppure idea di che cosa fosse un sistema marxista e che molti altri - me compreso - ne facevano una questione esistenziale e non ideologico-politica? Risposi in fretta, serio e chiaro: loro che facevano la «rivoluzione vera», a Cuba, si interessarono poco a quei sussulti giovanili, a quel trascinare striscioni con la faccia del «Che». Ne ebbero piacere ma capirono subito che tutto quell’agitarsi non avrebbe portato alla rivoluzione, quindi non se ne curarono.

Ora che avevo compiuto i miei doveri ufficiali meritai due giorni di vacanza a Varadero, la magnifica e celebre spiaggia non lontano da L’Avana. Mare incantevole, spiaggia stupenda, cibo eccellente. E, ovunque, centinaia di biondissime ragazze della Germania dell’Est in vacanza-premio che trovavano meravigliosa ogni cosa, ogni secondo: c’erano tutti i guasti del loro regime comunista, ma in più il sole luminoso, il mare azzurro, le spiagge bianche, la gioia dei popoli che vivono seminudi. A loro doveva sembrare un sogno. Io invece non ho mai più desiderato tornare a Cuba, anche se è un posto bellissimo, con un popolo gentile e buono, e non tornerò finché non sarà un Paese libero.

Sul K2 sessant’anni dopo “Ma il mito oggi è una discarica”

La Stampa

enrico martinet

Cucchi e Origone raccontano la spedizione italo-pakistana che celebra l’anniversario


a.it
Neve provvidenziale. È arrivata come un velo di pietà a nascondere lo scempio dei rifiuti lasciati dagli alpinisti nella bellezza della seconda montagna del pianeta, il K2, ai confini tormentati tra Pakistan e Cina. I venti e l’altalena delle temperature hanno scoperto vecchi campi verso la Spalla, la cresta Sud-Est che è la via «normale», la più agevole per raggiungere gli 8611 metri della vetta. 

La spedizione italo-pakistana per i 60 anni della «conquista» si è trovata di fronte a un garbuglio di vecchie corde, lembi di tende stracciate dai monsoni e dalle bufere, materiali di ogni tipo. E perfino una bombola d’ossigeno, grande quanto una bottiglia di acqua, scolorita, arrugginita e schiacciata nel mezzo che risale all’estate del 1954. L’anno della spedizione del geografo Ardito Desio quando il 31 luglio Achille Compagnoni e Lino Lacedelli piantarono le bandiere italiana e pakistana sulla vetta, scattarono fotografie, girarono qualche metro di pellicola e si consegnarono alla storia dell’alpinismo. 

La nevicata dei giorni scorsi ha fatto scendere gli scalatori al campo base. Erano arrivati fino a campo 2, a circa 6800 metri. E si sono trovati in mezzo a una discarica: scheletri di tende, stoffe e ferri emersi nel piccolo spiazzo. «E dove piantiamo le tende?», si sono domandati con orrore le guide alpine Michele Cucchi, da Alagna e Simone Origone, valdostano di Ayas che è anche recordman mondiale di velocità sugli sci. Lui che aveva sognato di sciare sui pendii splendidi tra campo 1 e la base della montagna, ha sbarrato gli occhi e dimenticato ogni possibile poesia. 

Si sono trasformati in spazzini d’alta quota, aiutati dai pakistani Medhi, Ali Durani e Rehmat. Hanno fatto il possibile per ammucchiare, trasportare. «Brutto vedere quel materiale abbandonato», dice Cucchi al telefono con Bergamo, al quartier generale del Comitato EvK2Cnr che gestisce il laboratorio più alto al mondo, la Piramide della Valle dell’Everest e da anni ha progetti con il Pakistan. Origone fa riferimento all’amico: «Ho dovuto portarlo via, altrimenti sarebbe ancora lassù a pulire». 

Le campagne di pulizia di Himalaya e Karakorum sono cominciate anni fa, quando è apparso evidente come l’aumento esponenziale delle spedizioni mettesse in pericolo il delicato equilibrio delle grandi montagne. Proprio il Comitato di Bergamo, presieduto da Agostino Da Polenza, che ha legato la sua storia alpinistica anche al K2 con una via sulla parete Nord, ha organizzato parecchie missioni per ripulire gli Ottomila. E ha ideato piccoli inceneritori da usare nei campi base sia per l’Everest sia per il grande ghiacciaio del Baltoro, ai piedi del K2. Tonnellate di rifiuti trasportati su morene e ghiacciai e poi a valle, nelle reti appese alle pance degli elicotteri. Ora la storia va avanti, anzi si ripete.

E nella spedizione rievocativa gli alpinisti tentano di ridare naturalezza alla montagna ribattezzata «degli italiani» da quel 1954. Cucchi e Origone hanno tirato giù dalle rocce 700 metri di corde sfilacciate, appese a vecchi e insidiosi chiodi. Ora sono matasse in un grande contenitore al campo base. Funi che parevano sartie o cordame da cantiere nello stretto «Camino Bill», trenta metri di imbuto roccioso dove la roccia si fa verticale e la difficoltà sale al quinto grado per appigli scarsi e piccoli. 

C’è un’immagine famosa di Achille Compagnoni mentre nel 1954 affronta il passaggio da acrobata. «Negli anni passati - racconta Cucchi - due alpinisti sono morti per essersi assicurati su quelle vecchie corde». Chiodi arrugginiti che saltano, funi che si spezzano. Il «camino» non fu battezzato nel 1909, l’anno della spedizione del Duca degli Abruzzi al Baltoro, quando la guida di Courmayeur Giuseppe Petigax individuò la cresta di Nord-Est come la via più logica. Da allora è lo Sperone Abruzzi. Quel «Bill» vien fuori dalla prima spedizione statunitense di Charles Houston del 1938 che portò gli alpinisti fino a 7925 metri di quota. Esausti, senza più cibo né fiammiferi per accendere i fornellini, si arresero.

La grande storia del K2 deve ora fare i conti con le discariche. Soluzioni? Cucchi: «Impossibile obbligare una spedizione piccola a portare via i rifiuti. Forse si potrebbe pensare a un servizio da parte delle popolazione locale. Il progetto Keep clean Karakorum in questi anni ha fatto molto e ha dimostrato che è possibile tenere pulita la montagna. E ci vogliono controlli».

Scoperto dente da latte di bambino di 600mila anni fa a Isernia

Il Mattino

di Laura Larcan

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ISERNIA - Un dente da latte. È la testimonianza diretta del bambino più antico d’Italia («almeno quello finora ritrovato»), risalente a 586mila anni fa. Si tratta di un primo incisivo superiore sinistro da latte di un bimbo deceduto all'età di circa 5-6 anni, vissuto per brevissimo tempo in quella che oggi viene considerata dagli studiosi come una delle comunità più antiche, se non «la più antica» d'Europa, vale a dire il cosiddetto Uomo di Isernia, riferibile al grande gruppo di Homo heidelberghensis comparso in Europa a partire da 600mila anni da oggi.

Il minuscolo reperto umano, grande appena sette millimetri, è riaffiorato in una porzione del vasto giacimento paleolitico “La Pineta” di Isernia, cuore dell’area di scavo, legata al nuovo Museo nazionale del Paleolitico di Isernia. Il ritrovamento risale a due mesi fa, durante una campagna di scavo condotta dalla Soprintendenza ai beni archeologici del Molise e dall'Università di Ferrara, sotto la direzione scientifica di Carlo Peretto. Ma la notizia è stata data solo ieri, alla conclusione delle prime analisi. Una scoperta che gli esperti non hanno dubbi a definire «straordinaria». Innanzitutto perché fino ad oggi da questo sito, la cui scoperta risale comunque a ben oltre trent’anni fa, erano emerse sì tracce del passaggio dell'uomo, ma non erano mai stati trovati resti umani diretti. Poi, perché questo reperto documenta una fase preistorica di cui ad oggi «non si conosce nulla in Europa», avverte con un pizzico di emozione Carlo Peretto.

A parte la mandibola umana rinvenuta a Mauer in Germania con una attribuzione cronologica di circa 600 mila anni fa, in Italia non sono mai stati trovati resti umani riferibili all’Homo heidelbergensis, antenato dell'Homo di Neanderthal, che in Europa scompare a partire da 40mila anni da oggi, lasciando poi spazio all’Homo Sapiens. «Il dente da latte non è caduto naturalmente, perché ha ancora la sua radice completa, non riassorbita - avverte Peretto - a dimostrazione che il bimbo è morto, e il dente si è staccato in epoche successive». In quest’epoca la mortalità infantile era molto alta. Stabilire il sesso dell’infante sarà difficile, troppo piccolo il reperto per effettuare prelievi di Dna. Eppure, il dente riesce ad anticipare qualche dettaglio sull’ identikit del bambino.

dfdfdfdfL’IDENTIKIT «Il dente si presenta abbastanza usurato sulla superficie, segno che il bambino ha seguito un’alimentazione coriacea, dura - dice Peretto - Ma dobbiamo ancora fare indagini microscopiche a scansioni sulle strie del dente per capire esattamente quale poteva essere la dieta, il tipo di masticazione e il materiale masticato». È chiaro che dai reperti dello scavo, i paleontologi sanno che l’apporto di carne doveva essere notevole, vista la quantità di rinoceronti, bisonti, elefanti, cervi e altre specie ritrovate nel giacimento nel suolo frequentato da questa comunità umana. Ma non si può escludere che facesse uso di frutta, semi, tuberi.

Arduo ancora decifrare le cause della morte del bimbo, a meno che non vengano trovate ossa con particolari patologie («ma nella ricerca non si esclude mai nulla», dice Peretto). «Il dente del bambino dunque rimanda ad una fase di grande transizione avvenuta in Europa, legate all’attività umana di lavorazione della pietra, di scheggiatura e costruzione di strumenti litici. «Certo è che il dentino dà comunque un senso di tenerezza a tutta la scoperta», riflette Peretto. Da un reperto così piccolo, una storia così grande.

Usa, la città dove è obbligatorio possedere un’arma

La Stampa

Ordinanza choc a Nelson, Georgia: “Una pistola per ogni capo famiglia”

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Mentre il presidente degli Stati Uniti Barack Obama cerca di porre un freno alla vendita selvaggia di pistole e fucili, una località di 1.300 abitanti in Georgia diventa il simbolo di quella parte di America che non è disposta ad accettare compromessi sul diritto di armarsi. A Nelson, cittadina a nord di Atlanta, in Georgia, ogni capofamiglia dovrà possedere un’arma da fuoco: lo ha deciso il consiglio comunale, con un’ordinanza approvata all’unanimità.

In realtà si tratta di una misura più che altro simbolica, in difesa del diritto per ogni individuo di possedere un’arma sancito dal Secondo Emendamento della Costituzione americana che è stata approvata proprio nei giorni in cui in Congresso si discute della riforma sponsorizzata da Obama. Le autorità di Nelson di fatto non obbligheranno tutti a possedere pistole e fucili: ogni cittadino contrario alla diffusione di armi potrà decidere di farne a meno, senza incorrere in sanzioni. Inoltre il provvedimento esclude le persone con una condanna penale alle spalle, e chi soffre di problemi mentali o fisici.

L’obiettivo, secondo i sostenitori della misura, è quello di proteggere la sicurezza e il benessere della città e dei suoi abitanti. Nelson - dove peraltro il tasso di criminalità è molto basso, tanto che l’ultimo omicidio è avvenuto cinque anni fa - non può contare sulla presenza della polizia 24 ore su 24, e in questo modo si vogliono prevenire situazioni di emergenza. «Questa ordinanza è un deterrente per far capire ai potenziali criminali che devono andare altrove», ha spiegato il consigliere comunale Duane Cronic, che ha sponsorizzato il provvedimento. 

Un segnale opposto arriva invece dal Connecticut, dove a dicembre il ventenne Adam Lanza ha aperto il fuoco uccidendo 20 bambini e 6 insegnanti della scuola elementare Sandy Hook, a Newtown, per poi suicidarsi. I legislatori, a poco più di tre mesi di distanza dal massacro compiuto da Lanza, hanno raggiunto un accordo bipartisan che dà il via libera a norme più restrittive sul controllo delle armi. Sono previste verifiche sui trascorsi personali di tutti coloro che vogliono acquistare armi, un divieto più ampio per le armi vigenti e certificati rilasciati dalle autorità pubbliche per l’acquisto di fucili da caccia e munizioni. «Si tratta della normativa più stringente a livello nazionale», afferma Ron Pinciaro, direttore di Connecticut Against Violence, dicendosi comunque rammaricato perché il testo non prevede il bando dei caricatori ad alta capacità.

Fabrizio, fratello mio poeta dell'anarchia

Cesare G. Romana - Gio, 03/07/2014 - 11:29

De André era un genio della musica che viveva il successo con imbarazzo. E che stava con i perdenti per raccontare la vita


a.it
Aveva raccontato la morte tante volte, diceva che prima o poi tutti noi «si guarisce da quella bellissima malattia che è la vita». Di questa splendida malattia Fabrizio De André è guarito l’altra notte alle 2.30, nella sua stanza all’Istituto milanese dei tumori, le mani strette in quelle della moglie Dori e dei figli Luci e Cristiano. Quattro mesi dopo quella di Lucio Battisti, un’altra improvvisa assenza rende più povero e meno nobile il piccolo mondo della canzone. Se n’è andato il più grande di tutti, il poeta schivo che Bob Dylan invidiava e che David Byrne onorava, il cantore dei perdenti «che - diceva - sono loro, i più vicini al punto di vista di Dio».

Se n’è andato e ora vengono in mente quei suoi primi versi nutriti di Pavese e di liceo, «la morte verrà all’improvviso/ avrà le tue labbra e i tuoi occhi», musica di Brassens. O quelli che scrisse quando morì Tenco, «lascia che sia fiorito/ Signore, il suo sentiero»: era il gennaio ’67 e me li disse in un orecchio al funerale di Luigi, livida mattina piemontese di nebbia e di gelo. Ritrovo quelle sue strofe antiche, eravamo poco più che adolescenti, e penso che è un bel conforto, sapere che queste e molte altre continueranno a restituircelo: la poesia ha questo di grande, che i suoi poeti non li lascia morire.

Lui cominciò a frequentarla a diciotto anni, «poi - sogghignava - ha ragione Croce: quelli che continuano a scrivere versi si dividono in poeti e in cretini». Ma non erano da cretino, versi come questi: «Ti diedero lavoro in un gran ristorante/ a lavare gli avanzi della gente elegante/ ma tu dicevi: il cielo è la mia unica fortuna/ e l’acqua dei piatti non rispecchia la luna». E così «tornasti a cantar storie nelle strade di notte/ sfidando il buonumore delle tue scarpe rotte».

Anche lui aveva provato altri mestieri, da figlio di ricchi che preferisce sbrogliarsela da solo: l’insegnante, il banjoista jazz, l’impiegato. Ma nulla di tutto ciò rispecchiava la luna: per quello ci voleva la chitarra. E così fu il primo dei cantautori genovesi, era appena il ’58, a uscire su disco, anche se fu l’ultimo a diventare famoso: era troppo controcorrente, nella città più ammodo d’Italia, quella sua poesia di battone, assassini e soldati ammazzati, che nasceva dagli emarginati dei caruggi piuttosto che dalle villette della Genova bene.

Sentii La ballata dell’eroe e Bocca di rosa, un giorno nella scuoletta dove faceva il travet, a 90mila lire al mese, per mantenere se stesso, la moglie Puny il figlio Cristiano e la suocera. E non ebbi dubbi: «Geniali, ma invendibili». Che cantonata: qualche tempo dopo Mina rilanciò in tivù La canzone di Marinella, ispirata da una bella di notte sgozzata da un bruto, e mi ritrovai amico di una star. Era il 1968. «Sapessi che personaggio, Mina - raccontava lui -. Canta anche quando parla, con i cambi di tonalità e tutto quanto».

Era fatta: un album di Fabrizio, Tutti morimmo a stento, sfrecciò primo in classifica, il successivo, Volume III, gli subentrò. Lui viveva il successo con una sorta d’apprensione imbarazzata, in sala d’incisione, un falansterio grigio lungo la Tiburtina, dimenticava i testi scritti da lui, e bisognava suggerirglieli: «Quando hanno aperto la cella/ freddo pendeva Miché». Di cantare in pubblico, poi, non aveva ikl coraggio: gli offrivano più soldi che ad Aznavour e lui no, dovemmo attendere il ’75 per applaudire il suo primo tour con Grillo e Finardi come supporter.

Anche se, così lucido nel tradurre in poesia la realtà, lui ignorò, fino all’ultimo, di essere il grande musicista che era. «La mia è una balbuzie melodica», diceva. E invece mise a segno imprese impossibili: con Mauro Pagani, in Creuza de mâ, sposò la lingua della sua liguria con ritmi e suoni turchi, arabi, macedoni. In Le nuvole affiancò tarantella e jodel, opera buffa e ’800 viennese. E non meno ardite parentele inventò, con Piero Milesi, in Anime salve, il suo album-testamento: «Dopo tutto - mi disse, nel farmelo ascoltare - l’emarginazione non è una disgrazia: si è più limpidi, meno contaminati dal potere».

Era questa la laicissima religiosità cui lo conduceva la poesia, una religiosità da eresiarca. Anni prima, regalandomi un libro di liriche di Neruda, vi aveva sottolineato questi versi, non proprio dissimili, nel concetto, da tanti suoi: «Voglio stare nella morte con i poveri/ che non hanno avuto tempo di studiarla/ mentre li bastonavano quelli/ che hanno diviso e regolato il cielo».

12 gennaio 1999