mercoledì 16 luglio 2014

L'inventore di Egomnia sulla Bbc nel servizio sui futuri Zuckerberg

La Stampa

walter passerini

Matteo Achilli ha 22 anni e ha lanciato un portale dedicato alle imprese e a chi cerca lavoro. Un caso di eccellenza italiana e di una start up di successo

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Ieri sera a mezzanotte una consacrazione inaspettata: entrare nel Pantheon dei prossimi Mark Zuckerberg. Matteo Achilli, il ragazzo romano-milanese inventore di Egomnia, campeggiava ieri sera sul sito della Bbc, in un ampio servizio sui nuovi miliardari (vedere al link). Tre minuti pesanti che da un lato daranno altro combustibile alla sua auto-stima e alla sua azienda, dall’altro aumenteranno la rabbia degli invidiosi nazionali. Matteo non se ne cura e il servizio della regina delle comunicazioni indipendenti è un trampolino per il rilancio e un nuovo biglietto da visita del suo portale a livello internazionale. «Portare i riflettori del mondo in Italia a 22 anni significa far capire al mondo che esistiamo anche noi – afferma Matteo - e ci stiamo dando da fare. Sono sicuro che dopo di me la Bbc darà attenzione anche ad altre storie di italiani. L’Italia piace». 

La storia di Matteo Achilli è una storia di rapidi successi e di molte critiche. Qualcuno lo ha chiamato figlio di papà (ma non vi è nulla che lo possa far pensare), il solito bocconiano un po’ montato (ma è solo uno studente imprenditore particolarmente sveglio), un raccomandato (ma è la sua idea a piacere, è semplice e geniale). Bisogna riconoscere che oltre a un solido business plan, a un bouquet di algoritmi efficaci e a una forte e naturale propensione al marketing e al personal branding, Matteo possiede una visione lungimirante e una volontà ferrea, che lo hanno portato ad avere molta buona stampa e riscontri quasi miracolosi, come il servizio della Bbc di ieri sera dimostra. In breve, la sua creatura, Egomnia.com, è una piattaforma online nata poco più di 24 mesi fa con l’obiettivo di aiutare le persone a trovare lavoro.

Il sistema utilizza degli algoritmi per attribuire punteggi ai curricula degli iscritti, facilitando il lavoro dei recruiter. Molte sono le persone che hanno dato fiducia al progetto. Parliamo di 300 mila iscritti solo in Italia e 700 aziende tra cui molte multinazionali. Nonostante Egomnia sia ancora in fase Beta, il volume d’affari della società ha toccato sin da subito le diverse centinaia di migliaia di euro di fatturato, operando a 360° nel mondo delle risorse umane e proponendo a multinazionali anche software innovativi e complementari al portale. Ora il rilancio internazionale da ottobre. Ma intanto Matteo si gode incredulo il servizio a lui dedicato da uno dei più importanti network radio- televisivi del mondo.

Fingeva di lavorare per la vergogna (ingiusta) del fallimento

Corriere della sera

di PAOLO DI STEFANO

Dopo mesi aveva deciso di sparire: è stato ritrovato in stato confusionale. Hemingway spingeva ad affrontare le difficoltà: un uomo può essere distrutto ma non sconfitto


a.it
F ingeva ogni giorno di andare al lavoro, ma la sua azienda era fallita e da mesi non aveva più nessuna ragione per continuare le abitudini di anni. Quel che gli mancava, oltre al lavoro, era il coraggio di confessarlo in famiglia, dunque fingeva la normalità di sempre. Ogni mattina si vestiva e usciva di casa come se tutto fosse rimasto come prima. Dove andava, nessuno lo sa.
Attesa interminabile
È la storia di un imprenditore di Nese, una frazione di Alzano Lombardo, in provincia di Bergamo. 63 anni, troppo tardi per ricominciare da zero, troppo presto per rassegnarsi alle giornate vuote. Probabilmente troppa delusione, troppa vergogna, l’amor proprio che viene meno, un futuro carico di nuvole. Dunque ha scelto la zona grigia della procrastinazione e dell’attesa, ma quando ha capito che l’attesa si faceva interminabile, giovedì mattina ha preso la strada del non ritorno. Per 24 ore deve aver vagato lungo le rive del Serio, forse senza uno scopo, forse con la tentazione di farla finita. E così i familiari, prima stupiti dall’assenza, poi sempre più allarmati di fronte al suo cellulare muto, hanno rotto gli indugi e in serata la figlia ha pensato bene di denunciarne la scomparsa.

La sua Renault Clio, abbandonata in una piazzuola di sosta al km 6 della Superstrada della val Seriana, le ore che passavano, i Vigili del fuoco e i carabinieri sguinzagliati, la vana perlustrazione della zona, un elicottero, i sub, la Protezione civile... Come ha raccontato Fabio Paravisi sabato sul Corriere di Bergamo, non una traccia di speranza tra la valle e la montagna. Finché Billy, un labrador dal naso fino, in un quarto d’ora, verso le dieci di sera e ormai al buio, ha guidato i suoi istruttori verso Ranica.

raccontato Fabio Paravisi sabato sul Corriere di Bergamo, non una traccia di speranza tra la valle e la montagna. Finché Billy, un labrador dal naso fino, in un quarto d’ora, verso le dieci di sera e ormai al buio, ha guidato i suoi istruttori verso Ranica, nella zona di San Dionisio, e l’ultima fiutata è andata a fermarsi sui piedi di un uomo con le idee confuse, gli occhi spersi, la vaga intenzione di raggiungere una stazione dei treni. E così la storia dell’imprenditore di Nese si è risolta non proprio in un lieto fine, ma quasi: con un cane eroe, una figlia felice e una vita salvata, diversamente dalle tante vite di piccoli industriali naufragate nella disperazione della crisi. E spesso nel suicidio. Fallire non è morire.
Epilogo diverso da quello di Carrère
L’inizio di questa storia somiglia terribilmente all’«Avversario», il capolavoro-verità di Emmanuel Carrère: qui un piccolo imprenditore italiano, là il francese Jean-Claude Roman che per tanti anni mente alla sua famiglia fingendosi medico. Ma là il finale è tragico che più tragico non si può, qui per fortuna, grazie a un cane di nome Billy, niente di irreparabile. Non si contano i romanzi che narrano di fughe senza fine. Qualche volta con il pretesto di un equivoco che diventa l’occasione giusta per liberarsi del passato e cambiar vita per sempre, vedi «Il fu Mattia Pascal», dove l’obiettivo di sottrarsi allo sguardo degli altri è quello di cancellare la propria identità per provare a costruirsene un’altra. E chissà quanti romanzi nasceranno dalle centinaia di smarrimenti fisici e mentali dovuti alla crisi economica di questi anni. Quello dell’imprenditore di Nese potrebbe portare un titolo che apre una speranza: «Fallire

Non si contano i romanzi che narrano di fughe senza fine. Qualche volta con il pretesto di un equivoco che diventa l’occasione giusta per liberarsi del passato e cambiar vita per sempre.
non è morire». La comprensibile vergogna, peggio se c’è il rimorso di una menzogna, non si deve tradurre meccanicamente nella sparizione definitiva. Chi l’ha detto? Antonio D’Orrico, nel 1991, scrisse un libro intitolato «Cambiare vita». Sottotitolo: «Si vive più di una volta sola». Raccontava casi di gente che dall’oggi al domani ha optato per la svolta. Eravamo alla fine degli anni Ottanta, quando cambiare vita non era proprio una necessità. Oggi spesso lo è, e la vergogna ti soffoca, specie in un piccolo paese, dove tutti ti guardano (e ti giudicano). Ma altrove no, si può finire e ricominciare, a qualunque età. Anzi, se un insegnamento va tratto da questi tempi ciechi è che: si deve. È un imperativo.

«Un uomo può essere distrutto ma non sconfitto» diceva Ernest Hemingway. Aveva ragione, avrebbe dovuto credere di più alle sue stesse parole. Purtroppo per lui, il labrador Billy non era ancora nato.

Là dove c’era il Muro adesso c’è la casbah

Beppe Severgnini - Sab, 30/06/1990 - 13:43

Un anno dopo migliaia di stranieri poveri e malvisti continuano ad arrivare in cerca di affari tra le macerie del comunismo


Per decenni a Berlino Ovest hanno aspettato gli attacchi dei carri armati dell’est e a Berlino Est la calata dei predatori dell’ovest. Non sono arrivati.
a.it
È arrivato invece un esercito sporco e povero, che non ha fatto distinzioni: ha invaso Alexander Platz come Kantstrasse, rincorrendo un radioregistratore a buon mercato.

Le schiere che hanno trasformato le due Berlino in un’unica grande casbah vengono da molti Paesi: polacchi, soprattutto, ma anche russi senza visto e romeni senza speranza; bulgari, venuti con i treni della notte; vietnamiti e turchi; qualche ungherese e qualche ceko, a caccia di affari tra le macerie del comunismo. Un milione di persone al mese attirate dal miraggio del Deutsche Mark, moneta unica nelle due germanie a partire da domani. Gente povera e malvista: ad est cominciano a dire che il socialismo non avrebbe mai permesso questo sconcio; ad ovest circola una maglietta con la scritta: «Bitte, ridateci il Muro».

Non c’è dubbio: quest’universo di trafficanti, borsari neri, cambiavalute, zingari, poveri in treno e nomadi con l’utilitaria disturba il senso germanico dell’ordine. Quest’Europa magmatica del Novanta, uscita dalle rivoluzioni dell’Ottantanove, non piace ai tedeschi. Eppure la storia ha voluto che toccasse proprio a loro: oggi Berlino è l’ombelico d’Europa, sebbene i berlinesi sperassero di farne il cuore e la testa. Ci riusciranno, ma ci vorrà tempo.

Per ora devono assistere allo spettacolo di Kantastrasse, a Berlino Ovest, trasformata in «viale Varsavia». I polacchi arrivano con le loro piccole auto e le loro enormi borse e comprano letteralmente di tutto: succhi di frutta, cioccolato, biascotti, carne in scatola, registratori, televisori e pianole elettroniche. I negozianti della via - che se condividono lo sdegno collettivo non lo danno a vedere - hanno assunto nuovo personale: una guardia per tenere i clienti in coda, e un ragazzo robusto per sfasciare gli scatoloni che i polacchi abbandonano sui marciapiedi prima di caricare gli acquisti sulle Polski Fiat. I clienti hanno occhi chiari e pazienza.

Se ad ovest c’è confusione, ad est, oltre il muro divorato dai cacciatori di souvenir, è il caos. Nella città dalla quale fino a novembre ognuno voleva scappare, adesso tutti sognano di entrare. Sono gli immigrati della speranza, convinti di trovar lavoro oggi nella Germania Orientale, e domani nella Germania Unita. Vengono da molti Paesi. Ci sono quarantamila vietnamiti, che i comunisti chiamarono per fare i lavori che i tedeschi rifiutavano. Sanno che con la riunificazione non ci sarà più bisogno di loro e si organizzano: o chiedono asilo politico, o si dedicano al cambio nero; spesso fanno una cosa e l’altra. Ci sono i Siebenburgsdeutschen, i tedeschi di Romania.

Ci sono i romeni e i bulgari che i treni del sud (Pannonia Express, Meridian, Vitosba, Balt-Orient Express) vomitano sui marciapiedi della stazione di Lichtenberg, ne abbiamo visti a centinaia, addormentati per terra, tra valigie e bambini. Le autorità della Repubblica Democratica Tedesca, prese alla sprovvista, hanno messo in piedi campi di raccolta, utilizzando anche le caserme dell’ex polizia segreta. Non basteranno: a Berlino Est nelle ultime settimane sono già arrivati in quarantamila, e ogni treno porta facce nuove.

Alenxanderplatz, centro del vecchio impero, è diventata una sorta di suk. I reduci del socialismo reale sono tutti rappresentati, e ognuno si è scelto la parte: i tedeschi dell’est sono i produttori di molte delle merci in vendita, i polacchi fanno i cambiavalute; ceki e ungheresi comprano, serbi e romeni rubano. Le costruzioni moderne che costituivano l’orgoglio del socialismo - la torre della televisione, l’hotel «Stadt Berlin», i magazzini Centrum - assistono a uno spettacolo mai visto: migliaia di persone che gridano, litigano, contrattano, vendono, comprano. Intorno alla fontana si offre di tutto: dalle videocassette pornografiche ai soliti radioregistratori di marca misteriosa (Tokiu, Kamosonic, Mekosonic), che sembrano essere per buona parte dell’umanità il primo lusso, la prima prova che il benessere è a portata di mano. I berlinesi dell’est passano in fretta e guardano allibiti. Non immaginavano morisse tra tanto chiasso, il silenzioso socialismo prussiano.

Sms di avviso gratuiti, dal 21 luglio diventeranno a pagamento

Il Mattino

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ROMA- Tra due settimane diventeranno a pagamento i servizi opzionali di Tim e Vodafone. Si tratta di “Lo sai” e “Chiama ora” di Tim e di “Chiamami” e “Recall” di Vodafone. Fino ad ora i gestori li concedevano gratis. Dal 21 luglio li faranno pagare e secondo i calcoli di Federconsumatori i costi potranno superare i 20 euro l'anno. ”I due gestori se la stanno prendendo molto comoda nell'informare i propri clienti della prossima novità” commentano da Federconsumatori. “E coloro che hanno attivato questi servizi sulla propria linea corrono il rischio di ritrovarsi addebitati dei costi che non sospettavano di dover sostenere”.

L'Associazione fa sapere che difendersi comunque si può. Gli utenti Tim possono contattare il 119 o il 40920, gli utenti di Vodafone il 42070 o il 42592 e chiedere all'operatore di disattivare i servizi di cui non intendono usufruire. La disattivazione deve essere effettuata dalle compagnie telefoniche completamente gratis. E' probabile che non tutti gli utenti vengano raggiunti in tempo dalla comunicazione degli aumenti. Ma anche in questo caso non c'è da perdersi d'animo.

Gartner: nel 2015 si venderanno più tablet che computer

La Stampa

luca castelli

Nei prossimi mesi il mercato dei pc rialzerà la testa, ma ciò non impedirà il sorpasso delle tavolette alla fine del prossimo anno. All’ombra del vero dominatore tecnologico della nostra epoca: lo smartphone

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C’è un dubbio che sta iniziando a insinuarsi tra i consumatori al momento dell’acquisto di un nuovo computer: meglio un pc o un tablet? Ed è sempre più alto il numero di chi abbandona la via tradizionale (laptop, computer fissi...) per avventurarsi nel nuovo universo delle tavolette. Al punto che secondo l’istituto di ricerca Gartner, il 2015 sarà il primo anno in cui le vendite globali di computer “classici” saranno superate da quelle dei tablet: 316 milioni i primi, 321 i secondi.

Nelle previsioni sul medio termine di Gartner (che per il 2014 ipotizza una vendita complessiva di 2,43 miliardi di unità, tra smartphone, tablet e computer) per laptop e compagnia non sono solo lacrime e sangue. Dopo anni di sofferenza e percentuali negative, il 2015 promette di essere quello del rimbalzo dei computer tradizionali, con un aumento delle vendite di circa otto milioni rispetto all’anno precedente: da 308,4 milioni a 316,6 milioni.

Ma si tratterebbe di un “revival relativo”, trascinato soprattutto dalla categoria ultramobile e dovuto in parte alla decisione di Microsoft di non supportare più Windows XP (e alla relativa sostituzione dei pc con il vecchio sistema operativo). Più regolare e strutturale sembra essere la crescita dei tablet: per il 2015 Gartner prevede un possibile +25%, da 256,3 milioni ai 320,9 sufficienti per sorpassare le vendite di pc. In un mondo sempre più orientato verso la dimensione mobile, nel quale gli archivi su cloud sostituiscono gli hard disk e le nostre attività digitali si consumano prevalentemente online, i tablet sembrano rispondere meglio alle necessità di una fascia crescente di consumatori. 


Se i dati di Gartner riguardano il mercato globale, anche indicatori locali confermano la medesima tendenza. Tra i più recenti, il rilevamento Audiweb che ha mostrato come l’attività web in Italia sia già oggi gestita più spesso via mobile che da pc. Grazie al successo dei tablet, in parte, ma soprattutto al boom di quello che è il vero trionfatore della comunicazione contemporanea: lo smartphone. 
Anche le tabelle di Gartner si inchinano di fronte al dominio dei telefonini-computer. Trascinate dagli smartphone, nel 2015 le vendite di cellulari dovrebbero sfiorare i 2 miliardi di pezzi (1946,4 milioni). In termini di unità, più del triplo di tablet e pc messi assieme. Con un incremento percentuale rispetto al 2014 però a singola cifra: poco meno del 5%. “Molto dipenderà dal prezzo” spiega il direttore ricerche dell’istituto americano Ranjit Atwal. “Gli smartphone stanno entrando in una nuova fase del loro percorso in cui a determinare le vendite sarà più l’abbassamento dei prezzi che l’aumento delle funzionalità”. 


Alberto Sordi: "Facciamo i marpioni per sfiducia nello Stato"

Roberto Gervaso - Ven, 04/07/2014 - 13:55

Nessuno meglio di Alberto Sordi ha raccontato vizi e virtù di un popolo senza carattere ma pieno di fantasia: "I comici sono i politici"


Non è più un uomo; non è più un attore»; non è più un divo: è un monumento nazionale. Ma anche - da trasteverino doc - un Marc’Aurelio a cavallo, l’erma di Pasquino, il busto di Meo Patacca.
a.it
C’è in lui un po’ del Belli, un po’ di Trilussa, un po’ Pascarella. C’è la rivista, l’avanspettacolo, il cinema, la televisione. C’è tutto. E, su tutto, c’è Roma, e ci sono i romani, gli italiani più antichi, i conquistatori conquistati che credono nei santi e nei miracoli, nella fortuna e nella iella. Che si ritengono furbi finché non trovano qualcuno più furbo di loro che li fa fessi. Che si atteggiano a domatori di donne e infaticabili amatori, che tradiscono la moglie, tradendosi; che vendono fumo spacciandolo per arrosto, che si vantano d’imprese mai compiute e di avventure ma vissute.

Chi, meglio di questo proteiforme, inimitabile attore, ha saputo incarnare, portandoli sullo schermo, i vizi e le virtù, le astuzie e le ingenuità, gli estri e gli umori di un popolo senza carattere ma pieno di fantasia, che si caccia nei guai, ma se la cava sempre. Un popolo che perde la guerra, anzi le guere, ma non si perde d’animo, che nell’emergenza si rimbocca le maniche e rimette in piedi un Paese in ginocchio, trasformando la disfatta in boom. Alberto Sordi, ormai sulla soglia degli ottanta, è un pezzo della nostra vita, una pagina della nostra Storia. E non solo di quella dello spettacolo e del cinema, ma anche del costume. Non sarebbe ora di offrirgli il laticlavio come a Trilussa e a Eduardo? L’americano a Roma lo vogliamo a Palazzo Madama.

In che cosa, l’Italia del 2000 è diversa da quella degli anni Cinquanta? «Il consumismo di oggi, l’Italia degli Anni Cinquanta nemmeno se lo sognava. Eravamo poveri, usciti da quell’incubo che fu la guerra, anzi la guera. Ci rimboccammo le maniche e ricostruimmo un Paese disastrato. E poi non c’era invidia sociale».

E i giovani?
«Per quelli di allora - e mi ci metto anch’io - la più piccola cosa era una conquista».

Mentre per quelli di oggi?
«Tutto è scontato, tutto è dovuto, si sono trovati la pappa fatta. Da noi».

Siamo più un popolo di santi, di poeti, di navigatori, di artisti, o di marpioni e mandruconi?
«Oggi di marpioni e mandruconi».

Le nostre più ipocrite virtù? «Non essere mai noi stessi, presentarsi sempre come altri. E poi l’estrema diffidenza, tipica di chi ha conosciuto la povertà e ha preso un mucchio di fregature».

I nostri vizi più veniali?
«L’inguaribile ottimismo e l’estroversione caciarona, che tanto colpisce gli stranieri. E poi grande versatilità, a volte truffaldina».

L’italiano è più un individualista o una pecora anarchica? «È un individualista che se ne frega “Che ti importa? Chi te lo fa fare?”. Le istituzioni non ci piacciono e le sfottiamo».

Siamo sempre maestri nell’arte di arrangiarci?
«Sempre. Nessun’arte è più italiana».

L’arte di arrangiarsi è una virtù o una necessità?
«È una necessità. Una difesa contro il potere».

Da che cosa nasce?
«Dalla sfiducia del cittadino nello Stato e dalla sfiducia dello Stato nel cittadino o, se preferisce, dalla diffidenza del fisco verso il contribuente e dalla diffidenza del contribuente verso il Fisco».

Perché, alla fine, ce la caviamo sempre e, bene o male, sbarchiamo il lunario?
«Perché siamo intelligenti e fantasiosi, furbi e pieni di risorse».

Ma l’arte di arrangiarsi non è un po’ la versione latina del pragmatismo anglosassone?
«Latina, ma anche levantina e bizantina».

L’italiano crede più in Dio, nella Madonna o nei Santi?
«E me lo domanda? Nella Madonna».

Meglio i romani di oggi o quelli di ieri? «Di ieri».

Perché?
«Erano più romani, più veraci. Impiegati, burocrati, cinematografari, ci si conosceva tutti. Oggi non si conosce nemmeno il vicino di casa».

Perché i politici e i cornuti fanno tanto ridere?
«Perché i politici, anche i più insignificanti, si atteggiano a grandi statisti, si danno importanza, montano in cattedra e tromboneggiano».

Che cosa dirà, fra un secolo al momento dell’estremo congedo?
«E che ne so. Certo, se mi trovassi sul set, davanti alla macchina da presa, tutto mi sarebbe più facile, la battuta mi verrebbe spontanea».

Che cosa diranno di lei i posteri? «Quello che vorranno. Io, da buon romano, me ne frego».

13 marzo 2000