mercoledì 9 luglio 2014

Mitrokhin, armi del Kgb nascoste in tutta Europa

La Stampa

vittorio sabadin

A Cambridge resi pubblici i dossier dell’archivio: a Roma tre depositi

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L’Unione Sovietica aveva nascosto intorno alle principali città europee depositi di armi e di radio a lunga gittata che dovevano servire a contrastare, favorendo una insurrezione popolare, colpi di stato di destra. Intorno a Roma, indicati in una mappa con i nomi in codice «Kollo», «Fosso» e «Bor» c’erano tre di questi nascondigli, che potevano essere aperti solo da personale addestrato perché erano protetti da trappole esplosive. 

Il materiale portato in Europa dall’ex archivista del Kgb Vasilij Mitrokhin non finisce mai di stupire. Maneggiati per molti anni solo dai servizi segreti occidentali, che hanno scoperto decine di spie al soldo dei sovietici, i dossier sono da ieri in buona parte disponibili al pubblico, dopo che il Churchill Archives Centre dell’Università di Cambridge ha deciso di declassificarne 19 su 33. 

Mentre la Nato disseminava l’Italia di depositi di armi con l’operazione Gladio, tesa a contrastare una rivoluzione o un’invasione comunista, i sovietici facevano lo stesso con l’obiettivo opposto. Mosca aveva piazzato fucili, pistole e bombe a mano – rivelano i documenti di Cambridge – persino nella neutrale Svizzera, con un deposito nascosto vicino a una cappella alla periferia di Berna. C’erano spie in ogni paese, compresi quelli del blocco sovietico. Tra i maggiori sorvegliati, anche un prete polacco, Karol Wojtyla, il futuro Giovanni Paolo II, sospettato di pensieri anticomunisti.
 
I dossier resi noti entrano nel dettaglio delle vite delle spie più leggendarie, il cui mito, che ha ispirato film e romanzi, crolla miseramente davanti alla realtà. Guy Burgess, ad esempio, era perennemente ubriaco e dimenticava i dossier più scottanti sul pavimento dei pub. Donald Mclean era incapace di mantenere un segreto abbastanza a lungo. L’unica spia britannica degna dell’elogio dei sovietici è stata l’insospettabile «nonnina» Melita Norwood, che ha passato a Mosca per anni segreti atomici senza essere mai sospettata. È morta nel 2005, nella sua casa, a 93 anni. 

Mitrokhin ha offerto nel 1991 la sua documentazione prima all’ambasciata degli Stati Uniti di Riga, in Lettonia, dove non è stato creduto, e poi all’ambasciata inglese, dove è stato subito invitato a fermarsi per un tè. Parte del contenuto dei dossier è stata resa nota in un famoso libro dallo storico Christopher Andrew. Le informazioni sull’Italia sono state consegnate dai servizi inglesi al Sismi tra il 1995 e il 1999, diventando oggetto di una commissione parlamentare. Quasi tutti i depositi di armi italiani sono stati scoperti, dopo qualche iniziale difficoltà di localizzazione dovuta ad un errore nel trasformare le yard in metri. 

L’autenticità dei documenti è ancora messa in dubbio da alcuni storici, che giudicano incredibile l’intera vicenda. Mitrokhin ha affermato di averli copiati uno per uno, nascondendoli in cartoni del latte sepolti sotto terra nella sua dacia in campagna. Ha viaggiato più volte indisturbato dalla Russia alla Gran Bretagna, portando con sé i dossier, senza che nessuno avesse il minimo sospetto. Sembra impossibile. Ma molte delle informazioni che ha fornito si sono rivelate esatte, da quelle sui depositi di armi alla capillare presenza di spie nelle società occidentali. Mitrokhin è morto nel 2004, ma i suoi parenti vivono sotto falso nome in Gran Bretagna e, si dice, custodiscono altri archivi. Le sorprese non sono finite. 

L’emozione dei papà gay Ecco le reazioni sul webozione dei papà gay Ecco le reazioni sul web

La Stampa

francesca sforza

Due padri e un neonato: i social si dividono

Il 27 giugno la fotografa canadese Lindsay Foster ha catturato l'istantanea che ferma il primo momento in cui BJ Barone e Frankie Nelson, canadesi, hanno preso in braccio per la prima volta il loro figlio Milo, nato dall'utero della donna visibile in una delle foto, a sinistra

  1. Thumbnail for These Photos Of Two Dads Meeting Their New Baby Will Make You Cry Happy Tears
  2. These Photos Of Two Dads Meeting Their New Baby Will Make You Cry Happy Tears

  3. 1. On July 27th, Canadian photographer Lindsay Foster captured this amazing photo of new dads BJ Barone and Frankie Nelson holding their baby, Milo, for the first time. "I had the opportunity to photograph this amazing birth on July 27th for a surrogate and two expecting and anxious daddies.


    Jenna Guillaume
  4. Thumbnail for Photos of fathers meeting their son born during World Pride 2014 go viralPhotos of fathers meeting their son born during World Pride 2014 go viral

    The images shot by Lindsay Foster show new parents BJ Barone and Frankie Nelson weeping with joy as they clutch baby Milo in their arms. Milo was carried by an unrelated surrogate mother, who did not use her own eggs, and was co-incidentally born during World Pride, according to Foster's Facebook page.

    Independent

  5. C'est juste incroyablement beau #lindsayfoster http://t.co/1lMmAdOFdW
    C'est juste incroyablement beau #lindsayfoster pic.twitter.com/1lMmAdOFdW
    Pickle@gilles2811
    Mon, Jul 07 2014 10:40:16
  6. MarioBocchio
    Mario Bocchio@MarioBocchio
    La foto della #coppiagay col #neonato in sala parto. Noi non ci commuoviamo https://www.facebook.com/notes/mario-bocchio/la-foto-della-coppia-gay-col-neonato-in-sala-parto-noi-non-ci-commuoviamo/591850400930887 … #LindsayFoster #Milo via @ShareThis
    Sat, Jul 05 2014 08:19:20
  7. LSLounge
    LesbianSugarLounge@LSLounge
    Two dads holding their baby for the first time will melt your hearts http://j.mp/1zaexL4 #GayParents #LesbianParents #LindsayFoster #LGBT
    Thu, Jul 03 2014 13:41:05
  8. MMBernabei
    M.Manuela Bernabei@MMBernabei
    Due papà non fanno una #mamma. Che fine ha fatto la #madre nella foto dei #gay col neonato | http://www.loccidentale.it/node/133834 #Roccella @a_meluzzi
    Mon, Jul 07 2014 11:37:26
  9. giuseppe_tavera
    Giuseppe Tavera@giuseppe_tavera
    La lacrimosa #Natività #gay e post moderna che “emoziona il mondo” http://www.ilfoglio.it/articoli/v/118863/rubriche/la-lacrimosa-nativit-gay-e-post-moderna-che-emoziona-il-mondo.htm#.U7hvjewbEcY.twitter …
    Sun, Jul 06 2014 21:30:54
  10. Perché? "@RogerHalsted: "Lo scatto ke emoziona il mondo"titola #Repubblica.A me sinceramente fa orrore #gay #omofobia http://t.co/e0vbxgIWd6
    Perché? "@RogerHalsted: "Lo scatto ke emoziona il mondo"titola #Repubblica.A me sinceramente fa orrore #gay #omofobia pic.twitter.com/e0vbxgIWd6
    Andrea Borgialli@Hygbor
    @filecc

    Sun, Jul 06 2014 20:03:01
  11. A_Kandiah
    Alessandro Kandiah@A_Kandiah
    Perché la foto della #coppiagay con il #neonato non mi commuove. #gay http://politikandiah.wordpress.com/2014/07/05/perche-questa-foto-non-mi-commuove/ …
    Sun, Jul 06 2014 16:08:35
  12. I #gay con la lacrimuccia strappano i neonati alla mamma
È LA GIOIA DI CALPESTARE
la Dichiarazione Diritti Fanciullo http://t.co/dOVaSiBi13
    I #gay con la lacrimuccia strappano i neonati alla mamma È LA GIOIA DI CALPESTARE la Dichiarazione Diritti Fanciullo pic.twitter.com/dOVaSiBi13
    scardanello@enricovitali2
    ·
    Sun, Jul 06 2014 14:24:33
  13. Sono aperto al nuovo della storia e del mondo, ma questa Natività #Gay non sarà mai la mia visione della #vita http://t.co/ndolKCfCyF
    Sono aperto al nuovo della storia e del mondo, ma questa Natività #Gay non sarà mai la mia visione della #vita pic.twitter.com/ndolKCfCyF
    Carmelo Briguglio@c_briguglio
    @Pietro0676

    Sun, Jul 06 2014 06:52:39
  14. and_chiarini
    andrea chiarini@and_chiarini
    "Un neonato vuole solo il seno della mamma": coppie #gay, rivolta su Facebook dei cattolici Pd
  15. http://bologna.repubblica.it/cronaca/2014/07/05/news/un_neonato_vuole_solo_il_seno_della_mamma_coppie_gay_rivolta_su_facebook_dei_cattolici_pd-90776389/ … via @repubblicait
    Sat, Jul 05 2014 14:17:30
  16. La foto che ha emozionato il mondo.
#gay #Giovanardi #pacs http://t.co/IjMj5PjnOW
    La foto che ha emozionato il mondo. #gay #Giovanardi #pacs pic.twitter.com/IjMj5PjnOW
    TheArkev@TheArkev
    @matteomoschini

    Fri, Jul 04 2014 17:57:33
  17. FrancescaChaouq
    Francesca Chaouqui@FrancescaChaouq
    Fosse per @repubblicait tutto quello che è relativo ai #gay dovrebbe farci commuovere. #unavalledilacrime
    Sat, Jul 05 2014 10:20:59
  18. ArioCorapi
    Ario Corapi@ArioCorapi
    Due #gay ricchi che strappano il figlio neonato ad una donna povera per pochi soldi non è commuovente... è mostruoso! #adozionigay

Vita da “zanza”

La Stampa

Gianni Rosini

Un ex ladro di biciclette spiega i segreti per  proteggersi dai furti e il business della ricettazione delle due ruote


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Passo deciso, naturale, individuare l’obiettivo, chinarsi sulla catena, taglio netto, mettere tutta l’attrezzatura nello zaino e via, veloce come il vento. La calma è il vero segreto degli “zanza” navigati, i ladri di biciclette incubo degli appassionati delle due ruote milanesi. Marco (nome di fantasia, ndr) ha vissuto per anni grazie ai soldi racimolati rubando bici in ogni zona di Milano e oggi, dopo un paio di denunce, sempre con il fiato delle autorità sul collo, ha deciso di cambiare vita e raccontare i trucchi, le tecniche e il giro di denaro dietro al mercato delle biciclette rubate.

«Ciò che rende una bici attaccabile o meno – racconta Marco – è prima di tutto il tipo di catena che viene utilizzata. Un U-lock, il blocco rigido, può essere rotto solo con l’azoto liquido. Troppo complicato e troppo rischioso». Discorso diverso, invece, per le catene. «Quelle da scooter sono difficili da rompere, sia per lo spessore del metallo, sia perché, spesso, sono ricoperte da uno strato di tessuto resistente che depotenzia la pressione della cesoia. Le catene da bici o quelle “a tubo”, invece, le facevo fuori in pochi secondi».

Il rischio, quindi, è la prima cosa che un ladro di biciclette valuta quando sceglie un obiettivo. La catena è il suo nemico e deve essere sicuro di poterla rompere in poco tempo. Spesso, però, a dare una mano agli “zanza” pensano gli stessi proprietari delle due ruote. «È inutile che tu abbia la miglior catena del mondo – continua Marco – se non sai legare la tua bicicletta. Spesso abbiamo vita facile perché il proprietario usa la ruota anteriore per fissare la bici, ad esempio, a un palo. In 30 secondi smonto la ruota e mi porto via tutto.

Una volta mi è addirittura capitato di trovare una bici con la catena legata a un palo e al sellino. Mi è bastato sfilarla e iniziare a pedalare, non mi sono nemmeno divertito». Le regole per evitare brutte sorprese, quindi, sono poche e semplici: «Una buona catena, meglio spendere 20 euro in più ma essere sicuri, e legare correttamente la bici fissandola per la canna a un sostegno molto resistente. Se abbiamo una seconda catena, meglio legare anche la ruota anteriore alla struttura della bicicletta».

Chi pensa che sia meglio rubare una bici in un luogo appartato si sbaglia. «Attiri molto di più l'attenzione in un posto dove ci sono poche persone – spiega l’ex “zanza”. Vuoi sapere dove ho fatto le migliori “spedizioni”? In piazza Duomo, proprio in faccia ai Carabinieri. In mezzo al caos nessuno si accorge di niente».

Il ladro di biciclette può non sembrare il lavoro più remunerativo al mondo, ma Marco spiega che il business dietro ai furti delle due ruote è più grande di quello che si possa pensare. «Io lo facevo per garantirmi uno stipendio decente. Lavorando cinque giorni a settimana e rubando due o tre pezzi al giorno riuscivo a guadagnare circa 2 mila euro al mese. Io, però, mi affidavo poco ai ricettatori e andavo su commissione perché mi pagavano meglio. Ormai mi conoscevano tutti e quando mi trovavano per strada mi chiedevano di procurargli una bici con certe caratteristiche. Il giorno dopo la consegnavo sotto casa. In questo modo, i prezzi vanno dai 50 ai 100 euro a bicicletta, contro i 20-30 che ti offrono i ricettatori».

Non tutti, però, rubano biciclette solo per sopravvivere. «I tossicodipendenti – conclude – lavorano 7 giorni su 7, 24 ore su 24, per potersi comprare la droga. Sono legati ai ricettatori ma muovono un giro d’affari di centinaia di migliaia di euro. Ho conosciuto persone che, per potersi comprare la droga, tiravano su anche 10 mila euro al mese soltanto rubando biciclette».

Gettati via i pasti dei profughi: si indaga sullo spreco in Sicilia

Valentina Raffa - Mar, 08/07/2014 - 14:24

Mentre continuano gli sbarchi in Sicilia, a Pozzallo errori di gestione e il cibo va nella spazzatura. L'ira del prete di frontiera: potevamo darli a italiani bisognosi


Pozzallo (Ragusa) - L'ondata di sbarchi continua e sulla costa meridionale della Sicilia è emergenza continua. Gestire la marea di umanità disperata in arrivo non è una passeggiata e i Comuni bussano continuamente a Roma in cerca di risorse.

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Ecco perché appare ancora più incredibile lo spreco documentato fotograficamente al Centro di primo soccorso e accoglienza di Pozzallo: cassonetti della spazzatura stracolmi di decine e decine di portate di cibo ancora avvolte nel cellophan. Qualcuno dentro la struttura ha fotografato lo spreco e le immagini rimbalzate sul sito locale Ragusanews.com hanno creato un (comprensibile) vespaio. Pasta, carne e frutta: tutto pagato dai contribuenti, tutto finito tra i rifiuti. Come se non bastasse lo sforzo che il Paese sta facendo per l'accoglienza. Uno schiaffo in faccia alla crisi e alle famiglie, anche a quelle italiane, che faticano a riempire il frigorifero. Uno spreco su cui ora indagano i carabinieri della Compagnia di Modica, che hanno sentito i responsabili del Cpsa, ed è stata aperta anche un'inchiesta amministrativa interna alla struttura.

Il prefetto di Ragusa, Annunziato Vardè, ha inviato una nota al sindaco, Luigi Ammatuna, e all'Azienda sanitaria provinciale di Ragusa per avere lumi sullo spreco, che sembrerebbe dipendere da un incrocio perverso tra le abitudini alimentari degli immigrati e carenze organizzative del Centro. La convenzione tra Prefettura e Comune prevede, infatti, il rispetto delle tradizioni religiose e una scelta di alimenti non in contrasto con i principi e le abitudini alimentari degli ospiti.

E se ciò è stato rispettato - elemento che sarà vagliato per accertarsi del rispetto degli accordi - sarà il caso di ricontare il numero di pasti fornito quotidianamente e la corrispondenza con quello degli ospiti del centro, visto che la convenzione tra Comune e una ditta di Pescara con succursale a Ispica, non lontano dal Cpsa, aggiudicataria del bando, prevede un pagamento di 15 euro al giorno a persona per i pasti. Non prepararli affatto, anziché buttarli, avrebbe significato risparmiare denaro pubblico. Ma c'è di più: se anche si fossero sbagliati i conti, magari perché gli immigrati, riescono a nutrirsi da soli in paese, non si potevano recuperare i pasti girandoli a chi ha bisogno?

Il Cpsa replica che non è previsto dalla convenzione. Il che non evita l'indignazione. Imbufalito Don Beniamino Sacco, il prete di frontiera che aveva annunciato di voler devolvere il 10% del finanziamento per accogliere gli immigrati alle famiglie italiane bisognose, e lo sta facendo davvero, in barba alle convenzioni: «L'ho fatto e ne sono felice: così diamo a chi ha bisogno».

Il problema dell'accoglienza per don Sacco è «l'improvvisazione» malgrado l'esperienza italiana di 40 anni di sbarchi. «Non sembra esserci volontà di progettazione - dice - nemmeno ora che tanta gente è pronta a venire». Soltanto nel weekend sono stati soccorsi 2.600 immigrati dalla Marina militare. Un centinaio sono sbarcati da soli sulle coste di Pachino (Sr). La metà ha fatto perdere le proprie tracce. «C'è caos nell'accoglienza» - denuncia anche monsignor Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco di Fermo.

«Il massimo ribasso favorisce gli albergatori dell'ultim'ora che intendono speculare», dice. Il prelato parla di «un meccanismo automatico» che va dalla comunicazione del Ministero dell'Interno alle Prefetture del numero da accogliere, al coinvolgimento di associazioni, enti e imprenditori disponibili per l'accoglienza. «Chi si aggiudica il bando per 35 euro a ribasso garantirà i servizi adeguati?». L'episodio del cibo sprecato sembra fare eco a questa domanda. E richiede un chiarimento immediato.

Comprare una brioche al bar? "Solo se paghi e bevi il caffè"

Il Mattino


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VENEZIA - (gi.pra.) «Posso avere una brioche?». «Solo se paghi e bevi il caffè». Una risposta che ha dell’inverosimile ma purtroppo reale e ripresa domenica mattina con un telefonino all’interno di un bar a San Marco.

Il video, subito sparato su Facebook, inizia con un giovane che si lamenta per non aver potuto acquistare una brioche all’interno di un esercizio sulla riva marciana, perché la commerciante avrebbe risposto di venderle solo a chi prendeva anche il caffè. Così, con la videocamera del cellulare attiva, un altro ragazzo è entrato nel bar con la medesima richiesta. «Posso avere una brioche?» – ha chiesto il turista. «Se beve il caffè, cappuccino, le do la brioche – ha risposto la donna dietro al bancone, aggiungendo – questa non è una pasticceria, è un bar».

Galleria in frantumi, le responsabilità di de Magistris

Corriere del Mezzogiorno

di ANTONIO POLITO

La colpa morale (e politica) del ferimento di Salvatore è sua: chieda scusa alla famiglia e alla città


È almeno dal terremoto di Lisbona del 1755, e da ciò che ne scrissero pensatori come Voltaire, Rousseau, Kant, che abbiamo smesso di attribuire al Fato o alla Natura il male nel mondo. Nessuno ci venga quindi a dire che è stato un caso sfortunato quello che ha schiacciato, letteralmente schiacciato, la vita di Salvatore, caduto mentre passeggiava con i suoi amici a via Toledo, meta ambita di uno struscio da adolescenti del sabato sera. È stata l’azione dell’uomo, anzi l’inazione dell’uomo, a provocare questa tragedia. Assurda perché pressoché inconcepibile in qualsiasi altra moderna città.

A cadere infatti non è stato un vaso di fiori, ma il pezzo di un monumento storico, come se a Roma un turista fosse stato ucciso da una pietra caduta dal Colosseo, o a Firenze dal Battistero. E non è la prima volta. Da tempo la Galleria perdeva pezzi, e un Sovrintendente sempre molto attento ai “baffi” in via Caracciolo o ai palchi in piazza del Plebiscito non risulta abbia mosso un dito (anzi, come al solito, risulta in vacanza).

Comincerà ora il balletto delle responsabilità, quel gioco che in tutto il mondo si chiama “scaricabarile”. Non a caso sulla sua scrivania, nello Studio Ovale, il presidente degli Stati Uniti Harry Truman mise una targa con la scritta “the buck stops here”: il barile si ferma qua. Nella vita di ogni comunità ci deve essere un tavolo dove lo scaricabarile finisce. Nella vita di una città quel tavolo è il tavolo del sindaco. Persino la legge prevede che il responsabile dell’incolumità pubblica è il sindaco.

Non ci importa niente di stabilire a chi appartenesse quel pezzo di cornicione che è caduto, e chi dovesse ripararlo; all’amministrazione pubblica, che intasca le nostre tasse comunali innanzitutto per far questo, per evitare che finiamo inghiottiti da una buca o uccisi da un cornicione mentre camminiamo, spetta comunque l’obbligo di prevenire il pericolo, di ordinare i lavori urgenti, di transennare le strade. Se non lo fa, come un anno fa a via Aniello Falcone dove un albero uccise la povera signora Cristina Alongi, vuol dire che non serve a nulla.

Dispiace dirlo, ma per noi spetta al sindaco di Napoli la responsabilità morale di quanto è accaduto in via Toledo. Perché era prevedibile e perché non era la prima volta. Vedremo se i suoi ex colleghi della Procura individueranno anche una responsabilità penale. In ogni caso schiacciante è la sua responsabilità politica. Altri primi cittadini, per molto meno, non si sono più ripresi: pensiamo alla nevicata mal gestita da Alemanno a Roma.

Per ragioni molto più gravi, la tragedia di Salvatore dovrebbe mettere la parola fine nel rapporto di fiducia tra Napoli e il suo sindaco. Appena pochi giorni fa De Magistris ha condannato con forza chi nella Capitale non ha saputo impedire la morte di Ciro Esposito. Salvatore, colpito mentre tentava di allontanare dal pericolo i suoi compagni, salvandoli, non è certo stato meno eroe di Ciro. Stavolta il sindaco, se ha un briciolo di onestà intellettuale, non può che condannare se stesso, e chiedere scusa alla famiglia e alla città.

08 luglio 2014

Perché Berlinguer sì e Ferdinando II no?» Petizione per intitolare una piazza a Re Bomba

Corriere del Mezzogiorno

La richiesta dei neoborbonici a de Magistris: la raccolta firme online ha già raccolto numerose adesioni


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NAPOLI - Berlinguer sì e re Ferdinando no? È una pretesa toponomastica quella dei neoborbonici, che ora chiedono con una petizione online al sindaco de Magistris l’intitolazione di «una piazza o una strada principale di Napoli» a Ferdinando II di Borbone. La proposta è stata lanciata dalla Fondazione «Il Giglio» e dal Movimento neoborbonico.


Ferdinando di Borbone (Palermo, 12 gennaio 1810 – Caserta, 22 maggio 1859) fu re del Regno delle Due Sicilie dall’8 novembre 1830 al 22 maggio 1859. Prese l’appellativo di Re Bomba dopo le cannonate sui rivoltosi a Messina nel 1848.

Nel testo, che sta raccogliendo numerose adesioni sul web, si sottolinea che il sindaco ha deciso di intitolare ad Enrico Berlinguer ed a John Lennon, due personalità «che nulla hanno a che fare con la storia di Napoli, ma mantiene l’oblio sui re borbonici, ed in particolare su Ferdinando II, il sovrano che fece di Napoli una delle capitali più importanti del mondo».

«Sempre più spesso - afferma il professor Gennaro de Crescenzo, presidente del Movimento neoborbonico - diversi politici, compreso Renzi, riconoscono i grandi meriti dei Borbone ed in particolare di Ferdinando II, il sovrano dell’ orgoglio e dei primati. Ma a Napoli,incredibilmente, nè una piazza, nè una strada, nè un monumento lo ricordano, mentre la toponomastica abbonda di personaggi estranei alla nostra storia. È un modo per continuare a manipolare la nostra memoria».

08 luglio 2014

Mea Culpa Lerner: "I miei ragazzi ebrei razzisti e fascisti"

Libero


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"Oggi Israele deve guardarli in faccia, questi suoi figli che per vendetta hanno afferrato un coetaneo palestinese di 16 anni, Mohammad Abu Khdeir, e lo hanno bruciato vivo in un bosco di Gerusalemme". E' un commento molto duro quello che Gad Lerner, oggi su Repubblica, dedica all'atroce fine inflitta a un innocente per vendicare il rapimento e l'uccisone di tre adolescenti ebrei.

Ultrà fascisti - "Sarà inevitabile un’autocoscienza collettiva delle società che tanto odio hanno generato", tuona Gad Lerner. E qui viene il difficile perché spiega il giornalista, quello che è successo all'alba del 2 luglio ha "i codici di un fascismo-razzismo che pensavamo rinchiuso negli stadi di calcio, proprio come, vent’anni fa, le belve della guerra etnica dell’ex Jugoslavia si forgiarono nelle tifoserie organizzate".

Sì, perché anche i responsabili della morte di Abu Khdeir, sono "ragazzi di stadio della curva scalmanata del Beitar, organizzati come ultràs in un raggruppamento dal nome sefardita, La Familia". Beitar, spiega Gad Lerner, "è il movimento del cosiddetto 'sionismo revisionista' fondato nel 1923 da Zeev Jabotinsky, in contrapposizione al sionismo ufficiale accusato di sinistrismo filo-socialista e di eccessiva moderazione. Dal Beitar nascerà il Likud, cioè l’attuale destra israeliana, oggi affiancata (e insidiata) da nuovi movimenti messianici e etnicisti.

In forma laica o religiosa, l’ideologia postulata da costoro snatura il significato biblico di terra promessa. Per la precisione, idolatrano la terra e ne rivendicano la proprietà". "Dio", continua, "che si è fatto annunciare da patriarchi ebrei senza fissa dimora, eternamente stranieri anche nella terra promessa, viene strumentalizzato come fonte del diritto in base a cui negare legittimità alla residenza dei palestinesi".

Islamofobia - A tutto questo si aggiunge una diversa forma di razzismo: l’islamofobia. "L’idea, cioè", puntualizza Lerner, "che gli arabi, ormai quasi tutti musulmani, per loro stessa natura siano inaffidabili e irriducibili. Solo la forza può tenerli a bada, non intendono altro linguaggio. Poco importa chiedersi le ragioni del loro agire, tanto meno intenerirsi per la loro sofferenza. Bisogna solo combatterli. Allontanarli a meno che accettino di sottomettersi". "Va rilevato come questi argomenti riavvicinino la componente ebraica che li propugna alle destre europee che nel frattempo, dopo la Shoah, hanno per lo più ripudiato il loro tradizionale antisemitismo.

Anzi, di Israele ammirano proprio l’inflessibilità con cui esercita il suo diritto alla sicurezza e disconosce l’interlocutore palestinese".  L'amara constatazione di Lerner che dietro la tragedia di Gerusalemme ci sia "qualcosa di più semplice e feroce al tempo stesso, nascosto chissà dove nella natura umana: l’odio inebriante che può sospingere un ragazzo a cospargere di benzina un suo coetaneo e dargli fuoco, pensando di trarre sollievo dall’annientamento di un corpo indifeso eletto a simbolo del nemico".