lunedì 7 luglio 2014

Smartphone, nuovi controlli negli aeroporti

La Stampa

Le norme di sicurezza americane prevedono ora che gli apparecchi elettronici debbano essere messi in funzione prima dell’imbarco: se sono scarichi non sarà possibile portarli a bordo. Così i tempi dei controlli si allungano e si rischia di perdere il volo

a.it
La batteria scarica rischia di lasciare qualcuno a terra. Non in senso metaforico, col cellulare il tablet o il computer che non funzionano, ma in senso letterale. Le nuove norme della Transportation Security Administration americana, infatti, prevedono che in certi aeroporti sia obbligatorio accendere e mettere in funzione gli apparecchi elettronici con cui si viaggia, se lo richiedono gli addetti alla sicurezza al momento dei controlli. Così, se lo smartphone o il tablet sono scarichi, non potranno essere portati a bordo, perché non sarà stato possibile verificare che non siano ordigni esplosivi camuffati. Il proprietario sarà dunque costretto a lasciarli in deposito in aeroporto prima di imbarcarsi.

Non è ben chiaro quali sono gli apparecchi sospetti (le cuffie funzionanti a batteria, ad esempio, saranno include nella lista?), ma quello che è certo è che i tempi dei controlli potrebbero allungarsi fino a far perdere il volo, anche perché il proprietario “potrebbe essere sottoposto a controlli ulteriori”, come si legge sul sito della TSA. La norma sarà applicata già dalle prossime settimane in alcuni aeroporti da cui partono voli senza scalo verso gli Usa; non vale invece per le tratte interne. 

Antonio Socci: Il sesso non è una opinione, in natura il gender non esiste

Libero

a.it
La cancellazione di «madre» e «padre» con «Genitore 1» e «Genitore 2», avvenuta in diverse scuole, appare come un piccolo caso provinciale a confronto dell’operazione che, su vasta scala, ha lanciato Facebook per annacquare «maschi» e «femmine» nell’indistinto mare dell’ideologia Gender. Per la quale essere uomo o donna è un’opinione fra tante altre, non un dato di natura. Questo impone il nuovo dogma dell’epoca obamiana. Perciò sul famoso social network ora si potrà «definire la propria identità di genere in ben 58 modi diversi», come annuncia esultante Repubblica: negli spazi dove fino a ieri stavano scritti solo «maschio» e «femmina» adesso si potrà fare anche una scelta «personalizzata». Infatti «sotto la stretta supervisione dell’Arcigay» si offrono decine di possibilità: intersessuale, agender, bigender, fluido, neutro, trans e pure femminiello. C’è perfino la distinzione tra «femmina trans» e «trans femmina».

Natura e realtà - Per la verità, a noi, affezionati alla razionalità, alla natura e alla realtà, pare che - in barba a Obama - continuino a nascere solo uomini e donne. Insieme al buon senso e alle ostetriche, lo dicono la scienza, la fisiologia e la biologia. Non a caso la regola dice che nel Dna sta scritto che si è maschi oppure femmine. E anche se uno si sottopone a un’operazione chirurgica privandosi dei suoi organi genitali il Dna continua a dare il responso originario. Il Dna dunque parla come la Sacra Scrittura, perché la natura è il linguaggio di Dio: si nasce maschi o femmine. Non è un’opzione culturale, che uno può decidere arbitrariamente, ma un dato di natura.

Hacker sulla pagina facebook di Papa Francesco

La Stampa


tampa.it
A cercare Papa Francesco su Facebook compaiono diverse pagine, delle quali almeno un paio superano il milione di Like. E da qualche ora, una è stata hackerata: i post si susseguono in svariate lingue, dall’inglese al italiano, ma soprattutto in arabo. Il primo segno è stata un’immagine con i simboli del Buddhismo, della religione musulmana, del Cristianesimo e dell’Induismo, poi qualche messaggio più o meno comprensibile, quindi altri inneggianti ad Allah.

La pagina in questione non è ufficiale (manca il bollino blu col segno di spunta che indica quelle verificate), ma ha raccolto oltre 1,3 milioni di persone, risulta aperta il 13 marzo 2013, lo stesso giorno in cui Jorge Mario Bergoglio è diventato il 266° Papa della Chiesa Romana e rinvia al sito del Vaticano. Fino a stamattina era piena di messaggi e considerazioni di carattere religioso, scritte in linguaggio piano e con lo stile diretto e cordiale del vero Papa. Ora molti inneggiano alle gesta di chi è entrato nella pagina e ne ha cambiato completamente il tono: sono numerosi gli insulti e le bestemmie. Ma il Papa non ha una pagina sul social Network di Zuckerberg, è soltanto su Twitter con l’account @Pontifex.


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La Grande Guerra 100 anni dopo L’Europa deve evitare il riprodursi di antiche polemiche nazionaliste”

La Stampa

giorgio napolitano

L’intervento del Capo dello Stato alla Mostra sulla Prima guerra mondiale

tampa.it
Pubblichiamo un ampio stralcio dell’intervento del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, alla Mostra sulla Grande Guerra allestita a Monfalcone (Gorizia). A cento anni dallo scoppio della Grande Guerra, siamo chiamati come europei e come italiani a un esercizio di memoria collettiva, di condivisione umana, di riflessione storica sulle vicende del nostro paese e dei nostri paesi, sulle vicende del nostro continente del secolo scorso, sulle ragioni e sul percorso del nostro impegno per la pace.

E non attendiamo, qui in Italia, il centenario del nostro intervento nel conflitto, perché sentiamo di dover innanzitutto contribuire, e vogliamo contribuire, a una celebrazione d’insieme, di respiro europeo, che si articoli naturalmente in analisi aderenti alle diverse esperienze nazionali ma non si risolva in una frammentazione asfittica e divisiva. Le istituzioni europee, e la cultura europea, dovrebbero, tanto per cominciare, evitare un anacronistico riprodursi di antiche polemiche sulle responsabilità cui far risalire lo scatenarsi di quell’immane, sanguinosissimo e distruttivo scontro.

Il punto di partenza di una nostra rinnovata riflessione e analisi critica, dev’essere piuttosto il quadro degli opposti interessi e disegni egemonici che alimentarono l’età non solo dello sviluppo di Stati nazionali in via di modernizzazione, ma dei nazionalismi e delle vecchie e nuove presunzioni imperiali. Non possiamo dimenticare che quelle radici profonde - al di là delle spinte episodiche - del precipitare di tutti gli equilibri storici verso una guerra totale, non furono incise e rimosse negli anni successivi alla dubbia pace del 1918, ma tornarono a operare, in contesti fattisi diversi, condannando l’Europa - e più che mai il mondo, la seconda volta - a un nuovo ancor più spaventoso conflitto.

E’ di lì che viene finalmente una presa di coscienza dell’assoluta necessità di sradicare i nazionalismi aggressivi e bellicisti dando vita a un progetto e concreto processo di integrazione e unità dell’Europa. La riflessione sempre attuale su queste lezioni della storia può e deve essere posta - dovunque negli stessi termini - al centro di commemorazioni unitarie della Grande Guerra nella Unione che oggi raccoglie ventotto Stati membri via via riconosciutisi nelle conquiste di pace e di libertà di cui posero le basi nel 1950 i paesi fondatori dell’Europa comunitaria.

L’assumere quelle conquiste come essenziali e irreversibili - sancite, per quel che riguarda l’Italia, nell’articolo 11 della Costituzione repubblicana - non significa ovviamente svalutare nemmeno per un momento gli sforzi, le prove, le motivazioni, i sacrifici di quanti combatterono in condizioni perfino disumane quella guerra tra europei cento anni fa. In particolare per noi italiani, il centenario di quel primo conflitto moderno tra Stati europei poi allargatosi a dimensioni mondiali, ci impegna nel modo più naturale a dedicare un commosso ricordo ed omaggio ai nostri combattenti e ai nostri caduti : una moltitudine - questi ultimi - raccapricciante, seicentomila, di cui trecentomila sul solo fronte dell’Isonzo, da Monfalcone a Caporetto, in meno (si è scritto di recente) di cento chilometri quadrati.

Ma accanto al dolore più grande, e al riconoscente omaggio, da esprimere per ogni vita distrutta, per ogni caduto in quella massacrante guerra di oltre tre anni, c’è da tornare sempre, con ammirazione e rispetto, alle sofferenze vissute da tutti i combattenti di prima linea, e alle prove che essi diedero di stoicismo e di senso del dovere e dell’onore nazionale. Sappiamo che allora grandi masse di figli dell’Italia “umile e provinciale”, di contadini bruscamente trasformatisi in fanti, scoprirono di essere cittadini, presero coscienza dell’esistenza di una collettività nazionale, di una patria e di un destino comune. 

Vengono in mente versi di Giuseppe Ungaretti che fu l’interprete più sensibile dei drammi della guerra vissuta, vissuta da lui stesso. Ed è datata a Locvizza 1° ottobre del 1916 una poesia, che si chiama Italia, che così si conclude “E in questa uniforme di tuo soldato mi riposo come fosse la culla di mio padre”.

L’Italia uscì in effetti da quella guerra trasformata socialmente e moralmente.
La mia generazione ha fatto in tempo ad attraversare gli anni della seconda guerra mondiale e quel che essa significò di distruttivo per le nostre città e per la nostra società, ma ha anche appreso dai suoi padri il tormento della prima guerra mondiale. Mi si consenta di ricordare la testimonianza di mio padre, ufficiale di complemento al fronte, che scrisse di “quei fanti in trincea, che non si svestivano da mesi e da un momento all’altro dovevano salire alla contesa linea di Monte Valbella”. Ed egli volle, commosso, ricordarli impegnati nella estrema, pietosa mansione di “tracciare scavare comporre, nel luogo che pareva più coperto, tombe per i resti di poveri caduti”.

Grazie ancora e sempre - non manchiamo di dirlo - a quei nostri combattenti il cui umile eroismo assunse molte forme e poi sfociò nelle grandi prove della riscossa dopo Caporetto.
Ecco, queste verità noi dobbiamo ricordare e onorare, senza temere che ciò in qualche modo incrini la nostra adesione al valore di fondo della pace, e senza peraltro dover rinunciare a rispettare altre verità storiche, relative alle responsabilità di alto livello per l’impreparazione con cui l’Italia entrò in guerra guidata dalla fallace illusione di guerra breve. Verità storiche che riguardano anche le responsabilità per la linea di condotta militare, fuorviante da vari punti di vista, che a lungo prevalse nei comandi italiani.La decisione dell’Italia di intervenire, e la sua partecipazione, ebbero peculiari motivazioni nazionali, e al di là di versioni estensive e retoriche degli obbiettivi di liberazione delle regioni di confine rimaste nella sovranità austriaca, non c’è dubbio che il ricongiungimento di Trento e Trieste all’Italia costituì un effettivo motivo di ispirazione risorgimentale per l’impegno e il sacrificio che si richiese al nostro popolo, a tanti suoi umili figli [....]

Datagate, nove intercettati su dieci erano comuni cittadini, non terroristi

La Stampa

Per il Washington Post la National Security Agency americana avrebbe conservato nel suo database e-mail, messaggi, chat, foto con informazioni private ma senza valore per l’intelligence

tampa.it
Il 90 per cento delle comunicazioni online intercettate dalla Nsa erano di comuni cittadini, e non di sospetti terroristi. È quanto riporta oggi il Washington Post, che ha condotto un’inchiesta di mesi su 160mila mail e sms intercettati dalla Nsa e 7900 documenti sottratti a 11mila account online. Il materiale si riferisce al periodo tra il 2009 e il 2012, quindi durante il primo mandato di Barack Obama, un periodo in cui si è registrato un enorme aumento dell’attività della raccolta di dati interni da parte della Nsa. 
Sono stati quindi innocenti comuni cittadini, conclude il Post, «a rimanere presi nella rete che la Nsa aveva piazzato per qualcun altro». E gran parte delle informazioni raccolte da questo monumentale lavoro sono di nessun valore di intelligence.

Nove su dieci degli account presi di mira dagli spioni telematici della Nsa infatti non erano obiettivi diretti della sorveglianza, e l’attività di intelligence si è trasformata in voyeurismo: le foto ritraggono giovani donne in costume o in biancheria intima in pose osé, uomini che esibiscono il proprio fisico, bambini nudi nella vasca da bagno o distesi mentre vengono baciati dalla madre. Immagini, dunque, che nulla hanno a che fare con la sicurezza nazionale. Così come i tanti file archiviati con e-mail, messaggi, chat, conservati ugualmente nonostante contengano informazioni strettamente private, legate alla vita di tutti i giorni: storie d’amore, tradimenti, conversazioni politiche o religiose, ammissioni di difficoltà finanziarie, esami medici, e persino pagelle scolastiche e libretti universitari.

Grazie agli ultimi documenti forniti d Edward Snowden, la talpa che un anno fa ha svelato al mondo i programmi segreti di controllo dell’intelligence americana, il Washington Post ha scoperto anche come su dieci account internet violati dagli 007 Usa (da Google a Microsoft, da Yahoo a Facebook), ben nove appartengono a cittadini residenti negli Stati Uniti. Questo nonostante per legge la Nsa possa spiare senza autorizzazione solo cittadini stranieri all’estero. Questa attività altamente invasiva della privacy - più di quanto sia finora emerso dallo scoppio del Datagate - ha comunque consentito più volte di ottenere informazioni effettivamente utili: come la localizzazione di un pericoloso costruttore di bombe n Pakistan, arrestato nel 2011, al pari di uno dei sospettati per l’attentato di Bali, in Indonesia, nel 2002. 

Tra i file intercettati vi sono anche «informazioni di importante valore di intelligence». Tra questi rivelazioni «riguardo a segreti progetti nucleari di paesi stranieri, accordi in odor di doppio gioco da parte di un alleato, un disastro militare per una potenza non amica, e le identità di hacker che hanno fatto intrusioni nei network informatici americani», scrive il Post, sottolineando di rimanere volutamente nel vago per motivi di sicurezza nazionale. 

Fotofonini, ecco come lo smartphone arriva a sostituire le compatte digitali

Il Messaggero

di Andrea Andrei

ofonini
Fino a qualche anno fa, quando si partiva per le vacanze, nella lista delle cose da non dimenticare c’era la macchinetta fotografica. E se le fotocamere digitali hanno cancellato la ritualità di andare dal fotografo a sviluppare i propri rullini (buona parte dei quali spesso da scartare), allo stesso modo gli smartphone hanno sostituito in poco tempo le macchine fotografiche. Non solo per comodità, ma anche perché la qualità delle fotocamere installate nei cellulari è migliorata sempre di più, fino a superare abbondantemente le macchinette compatte. E da quando i nostri album fotografici si sono trasferiti dall'intimità del salotto di casa alla rete siamo diventati più vanitosi, oltre che più esibizionisti. Non solo, perché a quanto pare siamo scoperti anche tutti fotografi.

IL PROFESSIONISTA
Una cosa che fa innervosire i fotografi di professione, il cui mercato è stato profondamente sconvolto dall’avvento degli smartphone . Pasquale Modica, una vita passata dietro l'obiettivo a immortalare grandi artisti (Madonna e Pearl Jam solo per citarne due a caso) e grandi avvenimenti storici, ne è convinto: «Con gli smartphone la fotografia è diventata a portata di tutti. Prima non bastava acquistare una macchinetta professionale, bisognava anche saperla usare. Oggi con 700 euro si comprano reflex di buona qualità semplici da utilizzare. Certo poi la penna non fa lo scrittore, e la differenza spesso sta in quello che si fotografa e come. Ma il vero problema è che c’è chi di professione non fa il fotografo e per hobby la sera va a fare le foto nei locali, per poi regalarle. Così si rovina il mercato e si svaluta il nostro lavoro».

GLI ACCESSORI
Chi comunque vuole dedicarsi all’hobby della fotografia con lo smartphone può trovare in rete moltissimi zoom ottici da applicare a ogni tipologia di cellulare. Ne esistono di diverse fasce di prezzo: si parte da meno di dieci euro per arrivare anche a più di 500 euro. Collegandoli allo smartphone l'effetto è sorprendente. Poi c'è l'ultima frontiera, solo per veri appassionati: i cosiddetti “fotofonini”, smartphone che hanno fotocamere particolarmente potenti o elaborate. Esempio rappresentativo è il Samsung Galaxy K Zoom, un cellulare a tutti gli effetti, che monta però anche uno zoom ottico 10x.

I FOTOFONINI
Fra gli smartphone con le fotocamere più avanzate troviamo invece il Nokia Lumia 1020, che oggi detiene il record di megapixel su telefonino: ben 41. Tanto per fare una proporzione, le macchinette fotografiche compatte più comuni ne hanno mediamente fra i 14 e i 20. Anche la cinese Huawei, nel suo nuovo Ascend P7, ha sorpreso con una fotocamera posteriore da 13 MP a cui ha affiancato anche quella anteriore da 8MP, fatta apposta per i selfie. La fotocamera iSight montata su iPhone 5S, che di megapixel ne ha soltanto 8, riesce comunque a catturare immagini dall'ottima definizione. Tanto che addirittura dal 2007 c'è un concorso dedicato ai possessori dei dispositivi con la Mela, gli “Ipp Awards”, che premiano i migliori scatti realizzati con iPhone o iPad. Una parte fondamentale è giocata chiaramente dalle app: quelle per la fotografia sono la tipologia più scaricata. Alcune di queste permettono di trasformare anche gli scatti più anonimi in piccole opere d'arte. Il social network fotografico Instagram, acquisito nel 2012 da Facebook, è solo la più famosa di una pressoché infinita varietà di app. Non resta che scattare.

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Lunedì 07 Luglio 2014 - 08:10
Ultimo aggiornamento: 08:21

Roma invasa dai rifiuti, si apre la polemica tra Vespa e il sindaco Marino

Il Messaggero

di Camilla Mozzetti

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La differenziata non parte, la raccolta in strada affanna. Dal Tiburtino alla Balduina, Roma è invasa dai rifiuti. E proprio la sporcizia della città finisce al centro di una battaglia a colpi di tweet tra il sindaco Marino e Bruno Vespa. «A San Pietroburgo, 5 milioni di abitanti, non ho visto un solo rifiuto sulla strada. Mi sono vergognato di abitare a Roma», il messaggio lasciato su Twitter dal conduttore Rai. E il sindaco replica: «Ogni giorno il 18% dei dipendenti di Ama non si presenta al lavoro. Ora serve uno sforzo incredibile. Vespa semmai mi inviti in trasmissione».

PORTA A PORTA
Ammassati sui marciapiedi: carte, rifiuti alimentari, vecchi abiti consumati dal tempo. Talvolta anche elettrodomestici. E i cassonetti stracolmi. Via del Forte Tiburtino, via dei Monti Tiburtini, piazza Balsamo Crivelli e ancora molte strade del IV municipio anche ieri si prestavano come scenografia di una storia conosciuta: l’emergenza rifiuti. E pensare che, appena mercoledì scorso, molti di quei 176 mila residenti del IV municipio hanno ricevuto a casa il kit per la raccolta differenziata porta a porta. Eppure le strade sono tornate a offrire lo scenario di sempre. «Sembra impossibile per questa città mettersi al passo con i tempi», sbotta Vittoria Andrei, residente della zona. «In attesa degli operatori del porta a porta ho pensato di iniziare a usarlo per le bottiglie di plastica e le lattine di alluminio». Purtroppo non ha potuto far altro che gettare quei rifiuti insieme a tutto il resto. «Lo spazio non c’era e anche i cassonetti per la carta e il vetro erano pieni». Dal municipio il presidente Emiliano Sciascia spiega che l’emergenza rifiuti va avanti da mesi.

Ora arrivano i kit, ma i tempi per l’inizio della raccolta porta a porta restano incerti. Il nuovo servizio, come è possibile leggere sul sito dell’Ama, è attivo da giugno nel I, III, VI, IX, XI e XIII municipio, mentre è ai nastri di partenza nel IV e nel XII. «In questa settimana l’Ama – spiega Sciascia – dovrebbe iniziare a rimuovere i cassonetti dalle strade». Si parte da Case Rosse per poi scendere dentro il Grande raccordo anulare, fino a via Filippo Fiorentini, con l’obiettivo di coprire, grazie al porta a porta, almeno il 30% del IV municipio. Ma intanto in strada i rifiuti aumentano, soprattutto nel fine settimana, e i nomadi, che risiedono nei diversi campi abusivi e non del tiburtino, assalgono quei contenitori stracolmi, armati di carrelli e furgoncini a ogni ora del giorno e della notte. E il IV municipio non è un caso isolato.

LE ALTRE ZONE
Dal II municipio dove da piazza Bologna a via Apuania, fino a via Giovanni Battista de Rossi (a pochi passi da villa Torlonia), i cassonetti dei rifiuti soprattutto il sabato e la domenica, non vengono svuotati. E ancora: da giardini di Corcolle, fino a Ostia Antica. Nelle prossime settimane i vertici di Ama e il sindaco dovrebbero ricevere in Campidoglio tutti i presidenti dei municipi per programmare la svolta.

LO SCONTRO
I disagi legati alla raccolta dei rifiuti accendono anche una polemica social tra Bruno Vespa e Marino. L'anchorman cinguetta su Twitter: «A San Pietroburgo non ho visto un solo rifiuto sulla strada. Mi sono vergognato di abitare a Roma». E Marino replica a stretto giro: «Purtroppo negli ultimi 50 anni nulla è stato fatto per togliere a un monopolista privato la gestione dei rifiuti che era basata su una grande buca (la discarica di Malagrotta, ndr) dove veniva buttato di tutto, dal materasso al frigorifero. Sono sorpreso che un osservatore attento come Bruno Vespa in questi 50 anni non se ne sia accorto e sarebbe interessante che ci dedicasse una trasmissione d’approfondimento». «La città - dice ancora il sindaco - non può essere in queste condizioni, voglio una sforzo incredibile, deve finire che ogni giorno il 18% dei dipendenti di Ama non si presenta al lavoro, Fortini chiami i suoi dirigenti e i suoi capisquadra per risolvere questa situazione».


Lunedì 07 Luglio 2014 - 08:34
Ultimo aggiornamento: 08:46