domenica 6 luglio 2014

La Borromeo litiga con un prete e lo bacchetta: "Il mio antenato era San Carlo"

Franco Grilli - Dom, 06/07/2014 - 17:01

Regala tre cuscini un po' rovinati a un clochard e fa una piazzata a un prete che l'aveva rimproverata


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Ha pensato di fare del bene regalando tre cuscini a un clochard. Vistasi attaccare da un prete, ha reagito scomposta chiamando in causa addirittura i suoi avi, tra cui c'è un cardinale-santo, Carlo Borromeo. La "disavventura" è capitata a Beatrice Borromeo, la contessina che di mestiere fa la giornalista per il Fatto quotidiano. Lo ha raccontato lei stessa su Facebook.

"Non avrei mai e poi mai pensato di farlo ma è successo: ho tirato fuori la mia parentela con San Carlo e tutti i legami che la mia famiglia ha con la Chiesa. Name dropping a manetta. E no, non sono impazzita...". Poi il racconto di quanto è avvenuto. "Durante il trasloco trovo tre cuscini un po' rovinati, vedo un barbone che sta sull'asfalto, sotto una pianta che lo nasconde, e glieli porto. Mi giro e c'è un prete che mi fotografa con l'iPad mini (ultimo modello) e scuote la testa guardandomi con sdegno. Mi avvicino e il padre mi sgrida: "E' per colpa di quelli come te che la città è piena di questi schifosi!".

Segue il vivace scambio di battute minuziosamente raccontato dalla Borromeo.

"Scusi?"" - mi viene da ridere ma resto seria - "non è un prete lei?".
"Sì, ma mi trovo sta gente all'entrata della chiesa, li ho intorno tutto il tempo, sporchi e puzzolenti". 
Io: "Com'è caritatevole lei! Forse potrebbe farli dormire in Chiesa, invece che infastidirsi perché li vede fuori". 
Lui: "E' questo che la gente come te non capisce. La Chiesa deve portare la salvezza spirituale, non il pane ai poveri. Che la Chiesa debba aiutare sti schifosi è una follia che pensano solo quelli come te".
Io: "Magari se aiutaste un po' di più loro, invece che comprarvi iPad (che aveva nella mano destra), iPhone (mano sinistra), o a proteggere i preti pedofili, sareste un po' meno detestati. 
Lui: "Si vede che non capisci niente di Chiesa".

Fine del litigio? manco per idea. La Borromeo a quel punto tira fuori dal cilindro il suo illustre avo: "San Carlo, mio antenato, ha donato tutto ai poveri. O era scemo lui o sei te che hai sbagliato lavoro".

Il prete a quel punto, racconta la giornalista, vagamente imbarazzato ha risposto in questo modo: "E allora tieniteli, questi schifosi, se ti piacciono tanto".

La Electronic Frountier Foundation: in Android c'è un bug che rivela gli spostamenti di chi lo usa

La Stampa

stefano rizzato

L’allarme lanciato dell'associazione no-profit: il sistema operativo di Google permette di accedere liberamente alla cronologia delle ultime reti wireless utilizzate. Ma il problema riguarderebbe solo determinati smartphone e alcune versioni del software

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Ci mancava questa. Neppure il tempo di smettere di preoccuparsi per gli hacker che prendono di mira le aziende, per i troppi dati in chiaro sul sito dell’Inps, per Facebook che usa i nostri profili come cavie per esperimenti sociali. Ed ecco che salta fuori un nuovo grattacapo per la sicurezza delle nostre vite digitali. È una falla che rivela, in chiaro la lista delle ultime reti wireless cui ci siamo collegati. Un “baco” contenuto in molti cellulari Android degli ultimi tre anni, quelli aggiornati alla versione 3.1 (Honeycomb) e successive. Ma non tutti, come vedremo.

Standby vissuti pericolosamente
Succede tutto quando il cellulare è in standby, con lo schermo spento e collegato a una connessione wi-fi. È in quel momento che molti smartphone Android lasciano una porta aperta e – per colpa di una funzione chiamata “PNO” – trasmettono in chiaro la cronologia e i nomi delle ultime 15 reti wireless che hanno agganciato. Considerando che molte reti wi-fi portano nomi – quello dell’azienda, dell’università, di un aeroporto, di un negozio etc. – assai indicativi del luogo in cui operano, il guaio non è da poco: significa spifferare l’itinerario dei nostri ultimi (o abituali) spostamenti.

Funzioni indesiderate
Introdotta proprio con Android 3.1, la funzione PNO sta per “Preferred Network Offload”. È quella che ricorda le ultime reti cui ci siamo connessi, per attivarne una non appena torni a portata. Opera anche con il cellulare in standby, per ragioni di efficienza: il wi-fi richiede meno batteria della connessione dati e per questo rimane attivo anche a smartphone “addormentato”. 

Una falla per Android... ma non tutti
L’allarme viene dall’EFF, no-profit attiva da tempo sul tema dei diritti digitali e della sicurezza informatica. Sul sito dell’organizzazione ci sono anche i risultati dei test fatti dallo staff di “detective” che ha investigato sulla falla. Come si vede dalla lista, non tutti i cellulari provati ne risultano affetti. Per qualche ragione, il problema compare su alcuni Samsung (i Galaxy Nexus) e su altri no (i Galaxy S3 e S4), su alcuni Motorola (i Droid 3 e 4) e su altri no (Droid 1 e Triumph), sull’HTC One e non sull’HTC One Mini. Non è ancora chiaro, insomma, se il modello sia determinante o meno. 



Come disattivare il PNO
In attesa che arrivi un aggiornamento a correggere il problema (sul punto Google, per ora, ha preso tempo), è bene sapere che la funzione PNO si può disattivare. Basta andare tra le impostazioni avanzate wi-fi e cercare “Mantieni il wi-fi attivo quando in modalità sospensione”. A quel punto, selezionare “Mai”. Come si vede dall’immagine. Purtroppo – lo segnalano gli esperti di EFF – per alcuni modelli neppure questa contromisura è abbastanza per ovviare. A quel punto, non rimarrà che attendere l’aggiornamento e la correzione di Google.

Quanto ci costano gli immigrati

Libero


tampa.it
glio spedita dalla prefettura. L'oggetto è chiarissimo: "Afflusso di cittadini stranieri a seguito di ulteriori sbarchi". In pratica un invito ai sindaci ad ospitare, soprattutto dopo l'ultima ondata di sbarchi, gli immigrati che arrivano nel nostro Pese. "Un afflusso, si legge nella circolare, destinato a incrementarsi durante questa stagione estiva".  Lo Stato chiede ai Comuni di individuare delle strutture che possano accogliere gli stranieri e si impegna a versare un contributo di 30 euro oltre l'Iva al giorno per ciascuno straniero che chiede asilo politico. 

Il tariffario - Comuni, si legge, saranno selezionati in base al possesso di requisiti minimi che saranno valutati in base ai seguenti criteri:  importo per il servizio di accoglienza di 30 euro oltre IVa "che comprenda il vitto (rispettoso dei principi e delle abitudini alimentari) e l'alloggio assistenza alla persona, compresa la mediazione linguistica, l'informazione, l'orientamento e l'assistenza alla formalizzazione della richiesta di protezione internazionale; servizio di pulizia, fornitura di biancheria e abbigliamento adeguato alla stagione, prodotti per l'igiene e pocket money di 2,50 al giorno; tessera di ricarica telefonica di 15 euro all'ingresso.

La reazione - Giorgio Bontempi, sindaco di Agnosina, un comune di 1900 anime della provincia di Brescia è uno dei tanti sindaci che ha ricevuto la lettera. "Trovo offensiva questa lettera. Soprattutto per le comunità piccole come la mia che si trova a fronteggiare anche il taglio dei fondi da parte dello Stato centrale". Bontempi, che è un commercialista, ha fatto due calcoli: "30 euro al giorno, più l'Iva più 2.50 al giorno di pocket money fanno 39,10 euro al giorno. 1173 al mese. Noi abbiamo 126mila disoccupati nella provincia di Brescia, 134mila cassintegrati a zero, se debbo ricevere delle somme dallo Stato preferirei darli alle tante persone che non arrivano a fine mese piuttosto che a dei poveri cristi che credono di venire qui e trovare l'America".



Immigrati e poltrone: pronta la doppia eurobeffa

Libero

02 luglio 2014


tampa.it
Le notizie che arrivano da Strasburgo sono due. La prima è che - pronti, via - lo schieramento a sostegno dell’operazione Schulz-Juncker rischia di perdere un pezzo. La seconda è che per l’Italia le cose in prospettiva si mettono male.
Antefatto: per mettere in sicurezza le nomine davanti all’assalto degli euroscettici si decide di mettere in piedi un patto tripartito Ppe+Pse+Alde. L’accordo viene sancito: Jean-Claude Juncker (Ppe) alla Commissione, Martin Schulz (Pse) al Parlamento e Guy Verhofstadt (Alde) a subentrargli tra due anni e mezzo in occasione della staffetta di prammatica.

Non un gran segnale di rinnovamento (per tacere del fatto dei trascorsi alcoolici che legano Juncker e Schulz), ma tant’è. Il patto va in porto grazie al decisivo pressing di Francois Hollande e Matteo Renzi (pressing non indolore per il premier italiano, che si vede costretto ad immolare Gianni Pittella, fino ad allora in pole per la poltrona più alta dell’emiciclo di Strasburgo) e tutto pare incardinato. Si arriva a ieri mattina, gran giorno dell’elezione. Sulla carta Schulz conta su 479 voti, tanti quanto la somma di Ppe, Pse e Alde. Quando si apre l’urna dello scrutinio segreto, però, arriva la doccia fredda: i voti per Schulz sono solo 409. Detto in altri termini, ci sono settanta franchi tiratori che nel segreto dell’urna si sono rifiutati di votare in conformità all’accordo.

Fin da subito nei gruppi di socialisti e popolari si punta il dito verso i liberali: Sono stati loro, si sussurra, a smarcarsi in zona Cesarini da Schulz. Il primo indizio che porta all’Alde è quello dei numeri (il gruppo liberale consta proprio di una settantina di parlamentari). Il secondo è quello che emerge da un retroscena che è appena iniziato a circolare: il liberale Verhofstadt sarebbe stato fatto fuori con un blitz dell’ultimo minuto dalla successione pilotata a Schulz, da cui la rappresaglia dell’Alde. Questa la ricostruzione: nel lasso di tempo intercorso tra la chiusura dell’accordo e la vigilia del voto, gli equilibri del Parlamento mutano a sfavore dell’Alde (retrocesso dall’exploit del gruppo Ecr a quarta forza).

A quel punto Francia e Germania decidono di forzare la mano: un fugace cenno d’intesa tra Parigi e Berlino e per la staffetta con Schulz spunta Alain Lamassoure, che è a) francese; b) popolare; c) padre nobile della politica econmica rigorista dell’Unione. Il terzo indizio arriva nel pomeriggio, quando c’è da procedere all’elezione dei vicepresidenti e quando il deputato indicato dal Movimento cinque stelle - unico fra i quindici candidati - viene clamorosamente trombato per vedere eletto al suo posto (e solo alla terza votazione, altro segnale) l’ex commissario Olli Rehn, casualmente dell’Alde.
A fronte di una ripartizione che per loro prevedeva un solo vice, i liberali si ritrovano pertanto con bottino doppio. Il problema, però, è che l’Alde fa sapere di non considerare sufficiente il risarcimento e di essere intenzionata a battere cassa in sede di assegnazione poltrone.

Il tempo per mettere mano all’accordo c’è (il Consiglio chiamato ad eleggere Juncker e resto della squadra è il 16 luglio) ed i margini di manovra, in una materia magmatica come quella delle nomine, sono ampi. E qui si arriva alla seconda notizia, quella delle cose che in prospettiva si mettono male per l’Italia. Gli smacchi per il nostro Paese sono due: uno attuale ed un potenziale. Quello attuale è la certificazione dell’inutilità del sacrificio di Pittella. Partito presidente in pectore, arrivato subentrante nella staffetta ed uscito da semplice capogruppo del Pse, il parlamentare lucano è stato immolato per favorire una candidatura, quella di Verhofstadt, durata lo spazio di un mattino. Colossale figuraccia per la prima delegazione (31 deputati) del Pse e pagina da dimenticare in fretta.

Più gravido di conseguenze, tuttavia, risulta essere lo smacco potenziale. Perché adesso ad insidiare l’accordo di massima sulle nomine - che all’Italia assegna l’Alto rappresentante della Politica estera e di sicurezza comune (Pesc), posto cui il governo ha destinato il ministro degli Esteri Federica Mogherini - oltre al blocco dell’Est Europa ci sono anche i liberali, le possibilità che la ruota del Cencelli continentale torni a girare, e che lo faccia in verso sfavorevole al nostro Paese ci sono: rischiamo, in sostanza, di non prendere nemmeno la Pesc.

Al momento si tratta solo di un’ipotesi, ma già il solo fatto che circoli è significativo. Un posto come la Pesc, ad alto impatto simbolico ma a limitato potere, è l’atout ideale per riaprire la partita in queste condizioni: quale miglior posto da dare a qualcuno cui va al contempo tributato un qualche prestigio ed impedito di mettere troppo piede nella stanza dei bottoni? Resterebbe il problema della compensazione all’Italia. E la fregatura si concretizzerebbe proprio qui. L’idea che va prendendo piede è quella di apparecchiare come piano B l’assegnazione al nostro Paese del nuovo commissario all’Immigrazione le cui deleghe Juncker medita di scorporare appositamente dagli Affari interni.

Scenario da incubo (nonostante in Italia l’idea raccolga estimatori dalle parti di Forza Italia), che risulterebbe nel peggior scenario possibile: l’Italia incassa una scatola vuota, continua a far fronte in solitaria all’emergenza immigrati ed in più non può nemmeno aprire bocca con l’Europa che più che averci dato il commissario che altro poteva fare. E che dal punto di vista politico - commissario o non commissario - le cose non paiano destinate a cambiare lo dimostrano, da ultimo, anche le parole di un portavoce del ministero dell’Interno tedesco raccolte ieri da Affaritaliani.it: in materia di migranti, sostiene la fonte rifacendosi al trattato di Dublino, «la responsabilità è dell’Italia». E se in Germania arriva dall’Italia un richiedente asilo? «Lo rimandiamo indietro».



Immigrazione, il governo Renzi deporta migliaia di profughi al Nord

Libero

06 luglio 2014


tampa.it
Milano dormitorio all’aperto. Milano Lampedusa d’Italia. Milano casa dei profughi. Lo si può declinare in tanti modi, ma la sostanza è sempre la stessa: da ottobre a oggi nel capoluogo lombardo sono arrivati almeno 12mila rifugiati. Siriani ed eritrei prevalentemente. Qualche somalo, libici. La maggior parte di essi, in fuga dalla guerra e da situazioni interne ormai insostenibili, vuole raggiungere il nord Europa. Svezia e Germania sono i paesi dove spesso hanno parenti, amici, ai quali appoggiarsi. Non si può escludere che alcuni, anche “solo” qualche migliaio, resteranno in Italia. Magari a Milano. Presumibilmente da clandestini.
La colpa è del governo, che rivendica la sacralità della norma Mare nostrum, senza preoccuparsi delle conseguenze. E non è solo Milano ad essere oppressa dal peso dei clandestini.

Anche Piemonte e Veneto hanno alcune situazioni critiche. Comunque l’allarme si concentra tutto nelle regioni del Nord, senza che il premier Matteo Renzi si sia ancora preoccupato di dire e fare qualcosa per porre rimedio. A Milano, che tra meno di un anno dovrà ospitare Expo e un turismo di prima classe, sembra di essere in un dormitorio a cielo aperto. I profughi arrivano a frotte in stazione centrale, che si è trasformato in un hub di smistamento stranieri. Solo ieri ne sono arrivati una cinquantina, ma la media ormai da mesi è di 400 al giorno. «I maggiori arrivi sono due o tre giorni dopo gli sbarchi, lì si toccano i picchi», spiega l’assessore al Welfare del Pd, Pierfrancesco Majorino. La situazione, però sta sfuggendo di mano.

I profughi, alcuni richiedenti asilo e la maggior parte, invece, in attesa di “scappare” all’estero (dove chiederanno asilo solo una volta giunti a destinazione), sono talmente tanti da aver riempito praticamente tutti i centri di accoglienza disponibili. Per non parlare di quelli che preferiscono arrangiarsi da soli, e scelgono le strade come casa temporanea. Con il risultato che in una zona non lontana dalla stazione, corso Buenos Aires e le piccole vie nei dintorni, è frequente ormai incontrare gruppi di stranieri seduti per terra a mangiare, a dormire, o intenti a giocare a carte o al pallone.

Da venerdì il Comune di Milano, non sapendo più dove sistemare tutti questi disperati (e per evitare che bivacchino in stazione per troppi giorni) ha deciso di aprire persino le palestre delle scuole. L’assessore alla Sicurezza, Marco Granelli, ha fatto appello a tutti i privati che abbiano spazi non utilizzati. «Anche solo per un paio di mesi - ha detto - finché dura l’emergenza». Alcuni eritrei giunti negli ultimi giorni hanno trovato ospitalità presso due moschee.

La tensione tra istituzioni è alta. Come dimostra il duro botta e risposta con la Curia, dopo che il Comune l’ha invitata, goffamente, ad aprire le chiese. «Come Caritas e chiesa siamo attivi per un’infinità di soluzioni - hanno replicato dalla Caritas - Evitiamo polemiche sterili. La soluzione non può essere aprire le chiese». Il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, rinvendica da mesi l’orgoglio di assistere tante persone in difficoltà, ma punta il dito contro il governo e la Regione. «Milano da ottobre a oggi ha soccorso oltre 12 mila persone. Il ministero dell’Interno latita, la Regione attende il governo».

Ma il governatore Roberto Maroni non si lascia criticare gratuitamente. «Lo ho detto chiaramente al prefetto e al governo. Se il governo ci chiama e concorda con le Regioni un piano complessivo per la gestione noi non ci tiriamo indietro, ma se chiede di intervenire sulla base di invii di persone che arrivano e di cui non sappiamo nulla, io non sono disponibile». Critico anche il governatore del Veneto, Luca Zaia, dove nei prossimi giorni sono attesi 700 stranieri. «Alla fine i disagi dei continui sbarchi sulle nostre coste sono messi in conto, come sempre, ai nostri territori. Dopo le dichiarazioni da copione di Bruxelles che ci rassicurano, l’emergenza dovrà essere risolta dai sindaci. È una situazione ormai insostenibile e che rischia di creare dei pericolosi risvolti sociali».



Immigrazione, la Germania scarica l'Italia: "Dovete farvene carico voi"

Libero

01 luglio 2014


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La Germania insiste che è compito dell’Italia «controllare e proteggere i migranti che arrivano sulle sue coste». Un portavoce del ministero dell’Interno tedesco ha sottolineato ad Affaritaliani che questò è ciò che stabilisce il Trattato di Dublino e, quanto ai profughi, ha ricordato che la Germania ha accettato molte «più richieste dell’Italia». «Non ci sentiamo obbligati a prenderne di più», ha osservato, quando «la Germania ha le prove che i richiedenti asilo politico vengono dall’Italia li rimanda indietro». «Innanzitutto c’è da dire che guardiamo con preoccupazione allo sviluppo legato alla situazione delle persone che scappano dai loro Paesi», ha dichiarato il portavoce che ha chiesto di restare anonimo, «ci sono tante ragioni che ci fanno dire che il flusso dei migranti che fuggono dal NordAfrica e che arivano sulle coste del SudEuropa sarà in continuo aumento. Vista la pressione migratoria forte c’è l’impegno di tutti gli stati membri dell’Ue, insieme all’Ufficio Immigrazione Europeo e all’Ufficio per gli Asili Politici».

"Siamo al limite"- «In Germania», ha ricordato il portavoce tedesco, «abbiamo il più grande numero di domande di asilo politico di tutti gli Stati membri e questo significa che la nostra capacità è ormai al limite. In base al Trattato di Dublino su chi deve occuparsi di chi fa richiesta di asilo politico, la responsabilità è in questo momento e in questo caso solo dell’Italia in termini di verifica, controllo e protezione dei migranti». «Dalla nostra esperienza», ha aggiunto, «bisogna inoltre tenere conto che gli immigrati clandestini vengono anche in Germania perchè continuano il loro viaggio per poi chiedere asilo politico da noi.

Quando possiamo provare che un migrante è arrivato in Germania attraverso l’Italia lo rimandiamo indietro. Per motivi specifici e umanitari la Germania può anche accogliere domande di asilo anche di persone arrivate dall’Italia. Comunque la Germania ha accettato più richieste di asilo politico dell’Italia e quindi non ci sentiamo obbligati a prenderne di più. Nel 2013 la Germania ha registrato 127.000 richiedenti asilo politico mentre in Italia ci sono state solo 27.000 richieste. L’accesso dei richiedenti di asilo in Germania è aumentato ulteriormente nel primo trimestre del 2014».

Il giudice del caso Tortora: sbagliato chiedere scusa

Libero


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Il caso Tortora non smette di far discutere. Adesso è scoppiata la guerra tra i pm coinvolti nel processo che tanto ha fatto discutere e che è diventato uno dei casi giudiziari più spinosi della nostra storia. Qualche giorno fa il grande accusatore del presentatore, il pm Diego Marmo  oggi diventato assessore del Comune di Pompei che disse che Tortora "è un cinico  mercante di morte" ha chiesto scusa alla famiglia. Si è pentito per quello che è successo e si è definito "assassino morale".
Niente scuse - Ma ecco che il giudice titolare dell’inchiesta, Felice Di Persia si è sollevato contro di lui. Ha detto che non ci furono errori giudiziari.

In un'intervista al Velino il giudice che non vuole chiedere si chiede di cosa si è pentito Marmo. E dice: " Di aver apostrofato Tortora in aula come mercante di morte? Allora ha ragione la signora Scopelliti a dire che “si è pentito con trent'anni di ritardo” e fa bene a chiedere scusa perché un magistrato non può mai scomporsi, tanto meno in aula. Se si è pentito invece per aver chiesto la condanna, doveva farlo il giorno dopo. Non oggi. E se è convinto del suo pentimento deve auto cancellarsi dalla vita sociale". E ha continuato: "Nel processo Tortora, Marmo c'entra come il cavolo a merenda visto che non ha fatto nulla: è andato a giudizio ripetendo meccanicamente ciò che era scritto nei faldoni dell'accusa. A quanto pare Marmo è il primo magistrato pentito della storia italiana".



Il sottosegretario Ferri e quel messaggino per il Csm,

Libero

06 luglio 2014


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scuotendo la magistratura. E’ un messaggino arrivato su chissà quanti cellulari di giudici e pm che oggi e domani devono votare per il rinnovo del Cs. Perché fa discutere questo messaggio? Per il mittente soprattutto perché a spedirlo è stato il sottosegretario alla giustizia Cosimo Ferri che lunedì scorso ha annunciato la riforma della giustizia in dodici punti , ma soprattutto esponente della corrente più moderata delle toghe, quella di Magistratura indipendente di cui è diventato leader indissusso. Rimasto tale – come fa notare il Corriere della Sera - anche qunado Letta lo ha chiamato nella compagine governativo. Questa è la grande accusa che gli muovono i suoi accusatori.

Il messaggio contestato - Ma qual è il messaggio contestato? “Per le prossime elezioni Csm mi permetto di chiederti di valutare gli amici Lorenzo Pontecorvo (giudice) e Luca Forteleoni (pm). Ti ringrazio per la squisita attenzione». Il problema è la firma, aggiunta subito dopo: «Cosimo Ferri”. Il messaggio di propaganda elettorale firmato dal sottosegretario Ferri ha sollevato un polverone tra i magistrati proprio alla vigilia del rinnovo del Csm. Molti lo accusano che, dopo la scissione di Alfano e il passaggio di Forza Italia all’opposizione restò nell’esecutivo di essere un tecnico, riuscendo ad essere confermato anche nella squadra di Renzi. “

Il quale – sottolinea il Corriere - si sentì rimproverare quella scelta, nel primo Consiglio dei ministri, direttamente dal guardasigilli Orlando, democratico fresco di nomina, anche perché c’era già un viceministro ex berlusconiano designato del Nuovo centro destra di Alfano, Costa; ma il premier replicò che ormai la squadra era fatta e quella rimaneva”. I suoi accusatori sono il giudice di Cassazione Pier Camillo Davigo il procuratore di Torino Marcello Maddalena e il procuratore aggiunto di Messina Sebastiano Ardita che sostengono altri candidati e che considerano quel messaggino un’interferenza su cui dovrebbe intervenire il ministro Orlando. Ferri si difende spiegando che non si tratta di propaganda ma di consigli privati.



Feltri: "Si scuseranno col Cav come con Tortora"

Libero

28 giugno 2014

Il pm che si accanì 30 anni fa col presentatore fa "mea culpa". Tra 30 anni faranno lo stesso i persecutori di Berlusconi



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"Meglio crepare bene che vivere male in questo paese di Merda". Ce l'ha, Vittorio Feltri nel suo odierno intervento su "Il Giornale", con il sistema della giustizia italiana. Ce l'ha con il caso Tortora, tornato prepotentemente agli onori (o sarebbe meglio dire ai "disonori") delle cronache per la "confessione resa un paio di giorni fa dall'ex pubblico ministero Diego Marmo al "Garantista", il nuovo giornale di Piero Sansonetti. Dice Marmo che trent'anni fa, quando trascinò alla sbarra l'allora conduttore di "Portobello" Enzo Tortora e lo fece condannare a dieci anni per spaccio di stupefacenti, sbagliò tutto. Si fece trascinare dalla foga. E sbagliò ad affidarsi, per incastrare mister Portobello, ai pentiti di Camorra, che sul povero Tortora si inventarono un sacco di balle. Ma, trent'anni fa, i giudici gli credettero e condannarono il presentatore senza lo straccio di una inconfutabile prova.

Ora, a distanza di trent'anni, Feltri equipara quella vecchia, brutta storia di Tortora alla brutta storia di oggi di Silvio Berlusconi. "Ci viene un dubbio che riguarda Silvio Berlusconi da Arcore" scrive Feltri. "Non sarà che fra sei lustri - diconsi trent'anni - anche coloro che si accaniscono contro di lui riveleranno di avere un filo esagerato nel perseguirlo per aver scopato una ragazza (Ruby) la quale afferma di non essere affatto stata scopata dall'orco? E che magari aggiungeranno che in effetti il cavaliere non si macchiò del reato di concussione, visto che non si è ancora rintracciato il concusso?".
E ancora: "Questa è la realtà. Nessun dubbio che a Berlusconi piaccia la gnocca. A chi non piace? Nessun dubbio che egli abbia telefonato in questura per sapere se Ruby potesse essere consegnata alla signora Minetti anzichè alle strutture pubbliche, ma come si fa a sostenere che ciò configuri il reato di concussione? Che orrore. Il giorno in cui verrà fuori la versione esatta dei fatti, dopo che è venuta fuori quella su Tortora, e Berlusconi sarà scagionato, spero di essere morto insieme con Berlusconi stesso. Ne ho piene le scatole di errori giudiziari e di sentenze a capocchia".

VIDEO : Il pm: "Sono il suo assassino morale"