lunedì 30 giugno 2014

Gay Pride Napoli, il sindaco de Magistris guida il corteo di musica e colori

Corriere del Mezzogiorno

Lo slogan: «No a ogni forma di discriminazione sessuale»


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NAPOLI - È partito il corteo del «Mediterranean Pride of Naples». In piazza Dante si sono ritrovate centinaia di persone che, dopo aver attraversato le vie del centro storico, giungeranno al Lungomare. In testa al corteo il sindaco di Napoli Luigi De Magistris. Una festa di colori e musica per «dire no ad ogni forma di discriminazione sessuale».

Questa manifestazione ha nel suo Dna la valorizzazione delle differenze»«. Lo ha detto il sindaco di Napoli Luigi de Magistris salutando i partecipanti alla manifestazione del Medeiterranean Pride of Naples. «Dobbiamo ribadire che dobbiamo mettere sempre l'amore al posto dell'odio - ha aggiunto ancora il sindaco di Napoli - La nostra città accoglie sempre l'iniziative dove la solidarietà, l'uguaglianza e la fratellanza sono il nerbo centrale». Il sindaco ha poi lasciato il corteo per tornare al Comune «perchè ho ancora dentro di me i sentimenti di commozione per la tragedia di Ciro».



Decine e decine di bandiere e striscioni per una festa colorata. In piazza oggi a Napoli per il Gay Pride sono scese migliaia di persone che stanno percorrendo le strade della città. In testa al corteo anche alcuni rappresentanti delle Famiglie Arcobaleno e dell'Associazione genitori omosessuali che hanno indossato delle maglie con la scritta «È l'amore che fa una famiglia». In corteo sono stati portati anche la bandiera dei «Femminielli Antichi Napoletani» (Fan) e gli striscioni delle associazioni dei credenti omosessuali, quelli degli atei e degli agnostici di Napoli e di una delegazioni di studenti universitari.

Torcello, l’isola che sta sparendo Restano dieci abitanti. E un prete

Corriere della sera

La messa solitaria di don Ettore,l’artista che guarda gli aironi, Gianna e la sua capra bianca«Il postino? Una volta al mese»


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VENEZIA — Li accomuna il carattere burbero, il dialetto profondamente veneziano e un certo fastidio per chi telefona alle nove di sera: «Te par ore?». Clic. Ma a unirli è soprattutto l’amore per la loro isola che arriva ad accettare una vita solitaria caratterizzata da un sentitissimo orgoglio di appartenenza. Con un paio di chiare antipatie: una atavica per Venezia, «ladra dell’anima e corrotta dal denaro», e l’altra più recente per i rumorosi flussi turistici che mordono e fuggono in 30 minuti, il tempo dei giri organizzati. Quanto ai neo serenissimi, originari della terraferma veneta, un’alzata di spalle e una sola parola: «Campagnoi!». Eccoli i dieci, irriducibili abitanti dell’isola di Torcello. Hanno un’età media di settant’anni, sono quasi tutti pensionati e vivono un po’ da eremiti nei vari angoli di questa terra antica lagunare.

Irriducibili perché fra le gloriose fondamenta di Torcello, nata prima di San Marco e resa celebre da Hemingway che qui amava andare a caccia con il giardiniere della locanda Cipriani, è in atto una sorta di fuga forzata degli abitanti. L’ultimo a lasciare è stato Luca Scalari, 38 anni, il più giovane, costretto al trasferimento in terraferma perché il bed breakfast dove lavorava ha chiuso i battenti: «Mio padre ha voluto così». E il padre, Luciano, 74 anni, ha detto basta per mille ragioni, perché «l’isola di giorno è troppo suk, troppo karaoke, troppi matrimoni e troppo impegnativa per chi ha un ginocchio che non va come il mio». Con la partenza di Luca, che ora fa il maestro di tennis a Vicenza, lavoro non ancora contemplato a Torcello, gli abitanti si possono dunque contare sulle dita delle mani. Dieci è il minimo storico.

Il declino Torcello conobbe infatti numeri importanti al suo massimo splendore: tremila residenti (secondo una ricerca dell’Università di Venezia che smentisce i trentamila della leggenda locale), sette chiese (oggi c’è solo Santa Fosca e la basilica di Santa Maria Assunta, anno 639), vari asili e scuole, delle quali rimane solo una struttura abbandonata che spunta come un’ortica sul retro dell’elegante locanda Cipriani tenuta da Bonifacio Brass, figlio del regista Tinto. Una decadenza studiata a fondo da Diego Calaon, archeologo dell’Università di Venezia e di Stanford (Stati Uniti) e direttore scientifico degli scavi attuali nell’isola: «Reperti e studi ci dicono che la popolazione intorno all’anno mille era compresa fra i 1800 e i 3500 abitanti, un numero infinitamente grande per l’epoca. Si pensi che allora Torcello poteva competere con città come Parigi e Padova…». La parabola dell’ultimo secolo è scritta nei registri comunali: 280 residenti nell’anno 1949, 110 nel 1965, 16 nel 2011, 10 nell’aprile del 2014.

La Messa E così capita di vedere alla messa domenicale delle 10.30 un sospirante don Ettore, parroco di Torcello e pure monsignore perché l’isola è ancora delegazione patriarcale, che celebra in assoluta solitudine: «Succede ma io non mollo perché la parola di Dio qui non deve mancare». Oggi, alle 10.30 in punto, sono in tre: Teresa, Gianna e Giorgio. Don Ettore fa la sua comparsa sul pulpito, guarda i fedeli, li cerca, li conta. «E Miranda?», chiede. «Arriva», rassicurano. Perfetto: con Miranda non manca nessuno. E il parroco può dare inizio alla santa messa sulle solenni note dell’organo di Santa Fosca, la chiesa medievale dell’isola.


In quest’angolo di laguna funziona così: una sola messa, quattro fedeli e un sacerdote che ogni domenica salpa da un’altra sponda di Venezia e viene qui sperando di trovarli tutti, i suoi preziosi parrocchiani. Prima di Scalari aveva gettato la spugna Roberto Bertuzzi, il custode della basilica: «Go famegia, vecio mio». Per una famiglia come la sua, con tre figli da portare all’asilo e a scuola ogni giorno in barca, Torcello era troppo lenta, troppa lontana, troppo fuori dal tempo. Bertuzzi ha osato portare moglie e bambini nella vicina e rivale Burano, cancellando dall’anagrafe dell’isola un’intera fascia di età, gli under trenta, e abbandonando sulle rive care a Hemingway il gruppetto dei resistenti non proprio ragazzini.

Gianna e la capra Come Gianna, un ex cassiera della Standa dal carattere fumantino. Abita con fierezza di fronte al Ponte del Diavolo che s’inarca sul canale principale e che lei difende come un figlio: «Una volta ho trovato questa donna in topless a prendere il sole proprio in cima al Ponte, un monumento sacro: a go disintegrada», ricorda. Gianna vive con una capra bianca come la sua chioma, senza tv, in casa solo una radiolina «accesa sempre sulla stessa stazione del giornale radio, se voglio un po’ di musica giro la manopola».

Racconta di sua figlia: «Si alzava alle 5 del mattino per andare al lavoro in orario e mangiava alle tre del pomeriggio. E’ scappata: vive a Venezia, ha tre bambini che fanno scout, nuoto, karatè. Qui avrebbero avuto qualche problemino. Venessia, che confusion, no ghe ‘ndaria mai». Ma problemi ne ha anche lei: «Se ho bisogno di cure, Mestre è a due ore». A Torcello però non rinuncerebbe mai: «No, perché quando il sole tramonta e restiamo solo noi, c’è una magia che non ha prezzo. L’altra sera ho visto la luce accesa di Martino, mi sembrava una fiaba di Hansel e Gretel… ».

L’ultima famiglia Irriducibile è anche l’ultima famiglia rimasta: quella del contadino Alfio, che coltiva carciofi vicino alla basilica, e di sua moglie Sandra, che vende souvenir davanti alla chiesa. «Qui sono nato e qui morirò», brontola con la tuta infangata, infastidito dalla presenza estranea. Poi si confida: «Una volta, quando Torcello era l’orto di Venezia, avevamo 14 vacche ed eravamo sette putei: se dormiva nee cassee dei comò», come dicono a Torcello quando ricordano i vecchi tempi, poveri ma belli: i bambini dormivano nei cassetti dei comò. La spesa si fa a Burano, il postino arriva una volta al mese. «E se c’è bisogno di mangimi per le galline bisogna andare a Mestre. Per viverci devi essere appassionato di solitudine». Che ha i suo vantaggi, tipo quello di lasciare la porta di casa sempre aperta: «Non so nemmeno dove sia la chiave».

L’artista E il più appassionato di solitudine è Paolo Andrich, artista, imprenditore agricolo, urbanista. Lui ha 50 anni e vive da solo nella lontana fattoria che si affaccia sulla Palude della Rosa. Dal cancello che dà sul podere non risponde mai al campanello. «Da me non si suona, si urla. Se mi va, apro». Chiaro. Andrich vive in un’altra dimensione, in questa casa piena delle opere d’arte dello zio Lucio. Ha scelto di tornare a Torcello dopo aver vissuto a Milano, Roma, Parigi, Berna. «Ma è questo il posto più bello del mondo, certi silenzi, certi colori, certe atmosfere così distanti dal chiasso di Venezia».

Ha piazzato un cannocchiale in cima alla casa e osserva la palude degli aironi, dei fenicotteri, dei cormorani. «Fantastico», dice. Ma è solo. Solo come don Ettore quando dice messa d’inverno e fuori c’è il ghiaccio o l’acqua alta e la Gianna e la Teresa non possono venire. «Verrò sempre», stabilisce con vigore. Nella chiesa di Santa Fosca il parroco si accende quando parla dell’amata isola. Anche se fuori la laguna un po’ si sta spegnendo e Torcello avanza lenta e triste verso il capolinea della sua storia, come una gondola a fine corsa.

28 giugno 2014 (modifica il 30 giugno 2014)

I nostri gemelli nel grembo di un’altra, ma non ci arrendiamo»

Corriere della sera

di Margherita De Bac

Le vittime dello scambio di embrioni: vogliamo parlare con quella coppia


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«Ma quale estate... Per noi le stagioni non esistono più. Da quel giorno tutto è uguale, grigio e doloroso. Ci hanno fatti sedere davanti a una scrivania e ci hanno detto, ci dispiace cari signori, c’è stato un errore, i vostri embrioni sono stati dati a un’altra coppia, arrivederci e grazie. Piangiamo molto, tutti e due. Stiamo stati abbandonati a noi stessi, dalle istituzioni e dallo Stato. Ed è questo che ci ferisce di più».

Quel giorno è il 17 aprile, un mercoledì che ha cambiato la vita di Angelica e Michele (ma non sono i loro nomi reali, preferiscono tutelare la propria identità), i genitori biologici di due gemelli, un maschio e una femmina, che ora stanno crescendo nel grembo della donna sbagliata per uno scambio avvenuto all’ospedale Pertini, lo scorso dicembre, durante un trattamento di procreazione medicalmente assistita. Passeggiamo in loro compagnia lungo i viali di un parco al centro di Roma. Due persone semplici, ragionevoli e profondamente tristi. Non c’è luce nei loro sorrisi, di tanto in tanto gli occhi si velano di lacrime. Lei appare più forte e coraggiosa di lui che a tratti si commuove. Quando incrociamo un passeggino, si voltano istintivamente. Forse pensano a se stessi e a come sarebbero stati felici se tutto fosse andato come doveva.

Parlano con pacatezza. Sembra quasi che non abbiano voglia di combattere per riavere i bambini la cui nascita è prevista tra agosto e settembre. Invece dietro l’aspetto mite si cela la determinazione di andare fino in fondo, soprattutto dopo la provvidenziale sentenza della Corte di Strasburgo. La scorsa settimana i giudici europei hanno condannato la Francia per aver proibito il riconoscimento legale della relazione tra un padre biologico e i figli nati con la maternità surrogata (o utero in affitto), praticata in una clinica americana. Secondo la Corte, la negazione del legame ha posto i bambini in una «situazione di incertezza legale che mina l’identità dei piccoli nella società». La storia di Angelica e Michele è diversa. Lo scambio di embrioni ha determinato quella che potrebbe essere considerata una maternità surrogata involontaria.

Il risultato però è lo stesso. L’appartenenza biologica che rischia di non essere riconosciuta. Vi sentite rinfrancati da questa sentenza che riafferma il diritto dei neonati?
«Rinfrancati è una parola grossa. Si riaccende però la speranza di riavere i nostri bambini. Noi abbiamo sempre pensato che i loro interessi dovessero essere messi al primo posto. E il loro bene è crescere nella loro vera famiglia, con i genitori che gli assomigliano e in cui si riconoscono perché hanno lo stesso naso, la stessa forma del viso, lo stesso modo di camminare. Perché privarli dei veri nonni? Dell’ambiente in cui se quell’errore non ci fosse stato sarebbero diventati grandi e che avrebbe influenzato il loro sviluppo culturale? Per poi un giorno dovergli rivelare la verità... No, tutto questo è profondamente ingiusto. Noi questi bambini li abbiamo desiderati, sono il nostro progetto di vita».

Siete pronti a una battaglia legale?
«Avremmo preferito la strada del dialogo con l’altra coppia e lo abbiamo cercato in tutte le maniere. Ma sono spariti e si sono sottratti alle nostre richieste non rispondendo a un’istanza da noi presentata all’ospedale Pertini dove chiedevamo che ci fossero comunicati i nominativi. Siamo convinti che se ci incontrassimo, noi quattro e basta, senza gli avvocati, potremmo trovare una soluzione, chissà. Il dialogo è importante. Invece ci hanno ignorati, sono fuggiti e non hanno pensato al bene dei gemelli che hanno dei veri genitori e siamo noi. Fossimo al loro posto non potremmo convivere col rimorso di coscienza di esserci presi ciò che non ci appartiene».

Vi siete arresi di fronte alla loro volontà di nascondersi?
«Macché arresi. Il termine dell’istanza scadeva la scorsa settimana. Abbiamo presentato un ricorso al Tar del Lazio dove chiediamo di poter conoscere il nome della signora nella quale erroneamente è avvenuto l’impianto di embrioni che hanno il nostro stesso Dna. Speravamo di non dover arrivare a tutto questo. Noi intendiamo far valere il diritto fondamentale a essere riconosciuti come genitori dei nostri figli. Ma prima di noi i bambini hanno diritto alla propria identità. Lei ci sente parlare come fossimo avvocati. Quanto avremmo desiderato non dover mai studiare leggi».

Com’è la vostra vita adesso?
«È una assenza di vita. Andiamo al lavoro indossando una maschera per non tradire le emozioni, tutto ci appare scialbo, piangiamo spesso. I bimbetti li sogniamo, cerchiamo di immaginarli, è come se li accarezzassimo. Il giorno del parto si avvicina ed è sempre più difficile sopportare questo dolore. Il pensiero che nascano lontano da noi è una violenza inaudita. Pensi, quando quel maledetto mercoledì 17 ci hanno mostrato la risposta dell’analisi del Dna ci siamo emozionati nel vedere quei colonnini che indicavano i caratteri dei nostri bambini. La loro fotografia genetica. Non vogliamo che rimanga l’unica».

30 giugno 2014 | 08:17

Ecco gli otto esattori di Stato che vogliono il canone farsa

Paolo Bracalini - Lun, 30/06/2014 - 11:25

Todini: "L'evasione è troppo alta, l'azienda perde 500 milioni di euro". La tv punta a recuperare almeno cento milioni di euro con i bollettini


«La legge dice che c'è il canone ordinario ma anche il canone speciale, la Rai sta solamente applicando la legge». La risposta dei consiglieri di amministrazione - quelli che rispondono - di fronte alle polemiche sui 407 euro chiesti ad artigiani e imprenditori, è sempre questa.



La tv pubblica, colpita dal taglio di 150 milioni di euro deciso dal governo, è a caccia di nuove fonti di ricavo.
 
Le strade non sono molte con gli introiti pubblicitari al ribasso. Si possono vendere pezzi di azienda (come le quote di RaiWay) oppure aumentare gli incassi da canone. Mentre si studiano formule per recuperare quello domestico (farlo pagare nella bolletta elettrica), la Rai è passata all'attacco sull'altro fronte, quello del canone «non domestico», per chi ha in ufficio o in azienda o in negozio un «apparecchio atto o adattabile alla ricezione delle trasmissioni radio televisive, quindi munite di sintonizzatore, in esercizi pubblici o comunque fuori dell'ambito familiare».
È per questo che sono partiti a raffica migliaia (decine di migliaia? quanti?) di bollettini indirizzati ai titolari di attività iscritte alle Camere di commercio nazionali, da cui ci si attende un recupero attorno ai 100 milioni. I consiglieri del Cda Rai non sembrano saperne nulla, e rimandano la palla alla direzione generale, o alla legge. «Non si è mai parlato in consiglio di questo invio di lettere - ci racconta un consigliere che non vuole essere citato - perché la vostra inchiesta è iniziata successivamente all'ultima nostra riunione. Nella prossima ne parleremo certamente e mi riprometto di chiedere informazioni al direttore generale Gubitosi. A occhio c'è da capire cosa voglia dire “sintonizzatore”, capire cioè se è una funzione presente nella maggioranza dei computer o degli schermi, o se invece è una dotazione residuale».
Ma nel frattempo, in attesa che i consiglieri chiedano lumi alla direzione generale, chi riceve la lettera della Rai cosa deve fare? Neppure questa è una domanda che sembra competere ai consiglieri, impegnati piuttosto a tutelare gli interessi dell'azienda facendo valere le leggi, anche le più discutibili e odiose, come quella del 1938 sul canone Rai riaggiornata nel 2012 con una circolare del ministero dello Sviluppo economico che circoscrive l'obbligo del canone speciale agli apparecchi dotati di «sintonizzatore radiotelevisivo» (comunque un'infinità). Anche per il consigliere Luisa Todini, che viene dal mondo dell'impresa, la «legge è legge» e dunque si paga:

«Da tempo la Rai sta affrontano con il governo il tema dell'evasione del canone (circa il 30%, circa 500 milioni di euro) - spiega la Todini - il canone Rai è tra i più bassi dei broadcaster europei, pur avendo lo share tra i più alti. Detto questo bisogna riformare la riscossione del canone nell'ottica di una riforma che porti la Rai ad avere canali solo di servizio pubblico finanziati dal canone, e canali finanziati solo dalla pubblicità. Ma finché non si cambia il perimetro legislativo, la legge è legge, e dunque il canone speciale si deve pagare!». I due consiglieri in quota centrosinistra, l'ex magistrato Gherardo Colombo e la giornalista radiofonica Benedetta Tobagi, preferiscono non prendere posizione sulla vicenda del canone speciale e sull'ira delle partite Iva e imprenditori che lo stanno ricevendo.

Rodolfo De Laurentiis, consigliere nominato in quota Udc ed oggi anche presidente di Confindustria Radio Tv, la prende da più lontano: «Tutto il tema generale della riscossione del canone va rivisto, la Rai sconta un'evasione altissima. E tra questa c'è certamente anche l'evasione del canone speciale». Dunque chi deve pagare, paghi (ma chi?). Chi ha meno timori ad esprimersi su questo obolo impopolare è Antonio Verro, quota centrodestra: «È un problema che deve risolvere la politica, ma il canone speciale è una legge e la Rai la fa rispettare. Finora era stata timida, ora non più».



Le pompe funebri tartassate: "Non vediamo la tv col morto"

I tabaccai: "A noi chiedono il tributo persino per i monitor del Lotto". Viale Mazzini: "Norma tributaria, l'azienda non può derogare"

Gabriele Villa - Dom, 29/06/2014 - 08:11


Disinvolti. E audaci. Già, disinvolti e audaci i signori della Rai. Vorrebbero che mentre si sta lì, con gli occhi gonfi di lacrime, a decidere i tempi e i modi della sepoltura di un proprio caro.
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Mentre si sfoglia, con una certa, comprensibile riluttanza, il catalogo delle bare per sceglierne foggia e colore, ci si prendesse una pausa. Tutti insieme, titolare dell'impresa di onoranze funebri, familiare contrito e, possibilmente, anche chi in quella bara ci dovrà comunque entrare.

Sì, insomma, l'estinto o l'estinta. Ma, non una pausa di riflessione e di commozione, intendiamoci, bensì una pausa d'evasione. Perché tutti i summenzionati, secondo le aspettative dei signori della Rai, dovrebbero sul più bello, o meglio, scusate, sul più brutto, fermarsi e mettersi a vedere una elettrizzante fiction o un varietà. O un'accattivante sfida ai fornelli fra aspiranti cuochi, trasmessa rigorosamente in diretta televisiva. Guardare, magari grazie ad un possibile sintonizzatore nascosto agli occhi del Grande Tassatore, lo Stato, dentro un computer. Quindi persino nel computer che sta sul tavolo del particolare negozio in questione. Fantasie? Fanta- tassazione? Macché. Rigorosamente tutto vero.

Apriamo le virgolette e facciamo raccontare questa surreale vicenda al protagonista nonché «bersaglio» dei «tiratori scelti» di viale Mazzini. «Buongiorno, sono Mirco Torreggiani titolare dell'Agenzia di onoranze funebri Sant'Anna di Vimodrone in provincia di Milano. Vi scrivo questa e-mail per informarvi che nella mia agenzia sono ormai 3 (tre) anni che la Rai mi invia la richiesta di pagamento per il canone speciale e sto aspettando che arrivi anche questa volta (per ora siano arrivati ad un totale di cinque lettere ricevute).

Ho fatto scrivere una lettera dal commercialista dove si specifica che, nel mio ufficio, il pc non ha il sintonizzatore e il televisore e la radio non ci sono per motivi di decoro e rispetto verso i dolenti. E loro cosa fanno? Ne inviano ancora una senza neanche degnarsi di darmi un minimo di spiegazione alla mia missiva. Che continuino pure ad inviare, così oltre a fare la figura di persone che non sanno amministrare un patrimonio che già gli versiamo (non capisco a che titolo, visto il nulla che propongono) ed ad andare in rosso con i conti, dovranno pagare, illusione, anche la cartoleria per la fornitura di carta e buste».

Dite la verità, se non avessimo ceduto la parola al signor Torreggiani che, sconcertato e anche discretamente indignato, guida il plotone dei lettori che anche ieri ci hanno scritto e telefonato per sostenere la nostra battaglia, non avreste creduto che la realtà superasse di gran lunga la fantasia. E la sfrontatezza. Attraversiamo idealmente l'Italia e da Vimodrone raggiungiamo Gonnoscodina in provincia di Oristano. Comune simpatico, quanto piccolo, 514 abitanti, che è invece il simbolo dell'abilità dei signori della Rai nello scovare anche il più remoto pc e quindi anche la più remota possibilità di recuperare denaro con il canone speciale. «Vi voglio segnalare - scrive Massimo Farris - che da tempo anche noi tabaccai siamo alle prese con il canone speciale Rai relativo al monitor per il 10 e lotto, che Lottomatica installa presso i nostri negozi. Tali monitor, seppur privi di sintonizzatore tv, obbligano, secondo la Rai, al pagamento del balzello, e anche del tributo dovuto alla Siae. Più di così!».

Da dare i numeri. Fossero almeno quelli del Lotto il signor Farris sarebbe sicuramente più sereno invece ogni volta che guarda il monitor nella sua tabaccheria vede solo, il cavallo in versione imbizzarrita, della Rai. E la Rai si è affrettata a tornare sull'argomento ricordando «che la materia del canone speciale è regolata da tassative norme tributarie alle quali nell'adempimento del suo compito di riscossione, non può in alcun modo derogare». E rintuzza anche Confartigianato: «Le lettere cui l'Associazione fa riferimento sono comunicazioni informative prive di connotati precettivi o intimativi, nelle quali si descrive con chiarezza il presupposto dell'obbligazione di pagamento. In nessun passaggio della lettera Rai si dà per presupposta la detenzione di apparecchi tv, anzi si invita esplicitamente il destinatario ad effettuare il versamento soltanto qualora ricorra tale presupposto». E se non vi è chiaro telefonate pure al 199 etc etc, il numero indicato dalla Rai. È un numero a pagamento, tranquilli.

Il comunista Diliberto collabora con la Cina: "Scrivo il codice civile"

Franco Grilli - Lun, 30/06/2014 - 08:36

Lui che è docente di diritto romano della Sapienza si è tuffato nel suo nuovo incarico. E poi: "Mi auguro che i comunisti possano tornare in Parlamento"


Se in politica non ha ottenuto grandi risultati, oggi Oliviero Diliberto può consolarsi con la giurisprudenza.

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Lui che è docente di diritto romano della Sapienza si è tuffato nel suo nuovo incarico. Con la Cina. L'ex segretario del Pdci sta infatti collaborando con il paese del comunismo. E pare che sia stato proprio il governo orientale a chiedere l'intervento del politico italiano. Motivo? Avere un parere per scrivere il codice civile. Lui che, ironizzando, propose di portare la mummia di Lenin in Italia e che quando era ministro della Giustizia aprì una vera e propria collaborazione con le università e il ministero cinese per aiutare la Cina a sviluppare il suo codice civile.

"Tutto nasce da un'intuizione di Sandro Schipani - racconta Diliberto - che nel 1988 capisce che la Cina, dovendosi aprire al mercato internazionale, avrebbe avuto bisogno di regole". Da quel momento si inizia a tradurre in cinese la giurisprudenza romana, fino a quando, nel 1996, il Parlamento cinese decide di dotarsi di un codice civile basato sul modello romano. Si arriva così al 1999, quando Diliberto, in quanto ministro, ma soprattutto comunista e insegnante di diritto romano, avvia una collaborazione ufficiale con la Cina. Così, aumenta il numero di studenti cinesi che vengono a prepararsi in Italia per poi poter collaborare alla realizzazione del codice in patria.

Come funziona l'apporto dato da Diliberto e altri docenti italiani, l'ex ministro lo spiega chiaramente: "Il codice lo scrivono loro, ma noi forniamo un supporto, diamo consigli e pareri quando richiesti. Ad esempio abbiamo suggerito una soluzione sulla proprietà privata, ovvero quella di concedere a privati e a comunità le terre di proprietà dello Stato, rendendole redditizie e risolvendo il problema della proprietà che così rimarrebbe dello Stato. Ci sono voluti tre anni per decidere, il punto chiave era quello di conciliare uno stato socialista con le leggi di diritto. Fatto quello, nel 2006, si è aperta la strada a tutto il resto".

Una soddisfazione per il docente di diritto romano della Sapienza: "Vedere la propria materia applicata nel presente e nel più grande paese del mondo è una soddisfazione grandissima, un contributo a un pezzo di storia di cui essere orgoglioso come italiano". E per quanto riguarda la politica, Diliberto dice: "Sono soddisfatto della mia carriera politica, ho fatto cose che non mi sarei mai aspettato, ma ora la strada è dura. Mi auguro che i comunisti possano tornare in Parlamento, ma nella sinistra prevalgono le spinte centrifughe e le divisioni: ci sono stati spessi errori delle classi dirigenti, da cui non mi tiro fuori".

Il Coppi "vero" del Tour, secondo Mario Fossati

Cristiano Gatti - Dom, 29/06/2014 - 18:11

Un racconto da testimone diretto dell'epopea, senza concedere una sola riga alla stupida retorica


Di Fausto Coppi hanno scritto in tanti, pure troppi. Hanno scritto soprattutto quelli che non l'hanno visto, che sono arrivati dopo, che hanno sentito dire.

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Cataste di libri che riempiono gli scaffali, rendendo però molto difficile la scelta del volume davvero prezioso, davvero importante. Nel 1977, un grandissimo del giornalismo sportivo, Mario Fossati, ne scrisse uno con tutto il talento che aveva di suo e con tutta la sincerità del testimone diretto. Pochi come lui hanno vissuto davvero in prima persona, per un lungo tempo, l'epopea del mito Fausto. Fossati è - era, perchè putroppo morto pochi mesi fa - un autentico biografo del Campionissimo. Il più vicino, il più titolato. Il meno melenso.

Il libro del '77, incentrato sul racconto in diretta del Tour 1952, quando Fossati era giovane inviato della "Gazzetta", è l'unico scritto dallo stesso Fossati: questo per dire anche quanti pudori governassero il suo smisurato talento da purosangue. Con decisione illuminata e controcorrente - contro questa corrente editoriale sempre più commerciale e sempre meno scelta - "il Saggiatore" ha deciso di ripubblicare quel magnifico racconto in un'edizione moderna, eppure fedelissima ("Coppi", il Saggiatore, 142 pagine, 14 euro).

Vi si ritrovano i momenti di un trionfo che ha fatto epoca, di una vittoria totale e indimenticabile, costruita sull'Alpe d'Huez, a cronometro, e poi sui Pirenei, dominando in lungo e in largo anche grazie alla collaborazione prestigiosa di gregari molto particolari come Bartali e Magni, capaci di mettere da parte la feroce rivalità per la causa comune della maglia azzurra (allora si correva il Tour per nazionali). Si ritrovano pagina dopo pagina i momenti dell'apoteosi, ma anche i momenti difficili della forature e delle cadute, delle ansie e dei dubbi.

Tutte le sere, sceso conciatissimo dalla motocicletta che lo teneva chilometro dopo chilometro dentro la corsa, Fossati si chiudeve in un angolo dell'albergo che ospitava l'Italia e cominciava a dettare il suo racconto, come in una sceneggiatura cinematografica. Il risultato di quel suo viaggio, a distanza di tanti anni, è lì da godere. Senza mai cadere nella stupida retorica, virus che ha afflitto molti cantori dell'epoca, Fossati ci spadella ancora oggi una pietanza sublime, tutta da gustare. Buona per chi ormai naviga sull'onda dei ricordi lontani, ma anche per chi, oggi fortunatamente giovane, voglia cullarsi un poco sull'onda della bella scrittura.

Campioni o buoni musulmani? Al Mondiale arriva l'incognita Ramadan

Cristina Bassi - Dom, 29/06/2014 - 18:07

I calciatori di fede islamica che partecipano a Brasile 2014 dovrebbero digiunare dall'alba al tramonto in rispetto del mese sacro appena iniziato, ma rischiano di risentirne in campo. Tra fatwa e tifo, il dibattito è aperto


Meglio provare a vincere un Mondiale di calcio o provare a conquistarsi la vita eterna? Non è uno scherzo e non è un dilemma da poco quello che hanno davanti i calciatori di fede islamica che partecipano a Brasile 2014.

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In molti Paesi sunniti infatti domenica 29 giugno è cominciato il Ramadan, il nono mese del calendario musulmano che impone ai fedeli il digiuno dall'alba al tramonto. Le squadre coinvolte sono prima di tutto l'Algeria, che ha centrato un risultato storico qualificandosi per gli ottavi di finale e che lunedì 30 giugno affronta la Germania, ma anche la Germania stessa e la Francia che hanno giocatori islamici e disputeranno partite durante il mese sacro. Il problema non ha una soluzione che valga per tutti. I calciatori che stanno giocando in Brasile devono rispettare i precetti di uno dei pilastri dell'Islam, rischiando - anche viste le difficili condizioni climatiche e visto che non potrebbero mangiare né bere durante il giorno - di non avere le forze necessarie o sono dispensati?

Il fantasista tedesco di origine turca Mesut Ozil ha annunciato che non digiunerà, richiamandosi alla regola che sospende l'obbligo per i musulmani in viaggio. I nazionali algerini invece hanno in gran parte assicurato che saranno osservanti, malgrado i rischi per la salute. Il capitano Madjid Bougherra ha ammesso: "Sarà dura restare idratati. Voglio vedere quali saranno le mie condizioni fisiche, ma penso che digiunerò". La Federcalcio algerina ha dovuto inoltre smentire le voci secondo cui il ct Vahid Halilhodzic - bosniaco - avrebbe chiesto ai suoi giocatori di interrompere il Ramadan. Mentre l'allenatore della Francia Didier Deschamps ha dichiarato che lascerà ai suoi atleti libertà di scelta.

È arrivata anche una fatwa (un parere dato in base alle leggi dell'Islam) emessa dallo sheyk Muhammad Sharif Qaher, esponente del Supremo consiglio islamico dell'Algeria, che dispensa i nazionali algerini dal rispetto del Ramadan. Al contrario di quella emessa dal predicatore egiziano Yasser Borhami e diretta ai tifosi, che vieta di guardare in tv le partite della Coppa del mondo durante il mese sacro, perché distrarrebbero dalla preghiera e dall'osservanza dei precetti della fede. Per quanto riguarda i calciatori in Brasile, spiega sheyk Qaher, la sharia autorizza la sospensione del digiuno perché sono in viaggio. Si tratta di uno dei casi in cui il Ramadan può essere evitato. Il mese sacro deve essere rispettato in generale da tutti i fedeli in buona salute. Sono esenti i minorenni, gli anziani, i malati di mente, i malati cronici, le donne in stato di gravidanza o che allattano.

Ma alla vigilia del decisivo match con la Germania il dibattito nel Paese nordafricano è aperto. E l'opinione pubblica teme che l'eventuale digiuno fiacchi i giocatori, portandoli all'eliminazione dal Mondiale. Contrario all'editto dello sheykh si è detto il collega Muhammad Mukarkab, membro dell'Associazione degli ulema algerini, secondo cui "non è lecito saltare il digiuno per giocare a calcio". Le "Volpi del deserto" spiega Mukarkab, sono in viaggio "per giocare a calcio e non per curare una malattia, o per il jihad, o per motivi di studio" e per questo ha esortato i calciatori a "digiunare, poiché Dio sta con chi digiuna.

I nostri ragazzi - ha assicurato - sono in grado di giocare e digiunare allo stesso tempo, è nel loro interesse". Cauto è il giudizio dello sheykh Mamoun al-Qasimi, anche lui esponente del Supremo consiglio islamico algerino, che si è detto d'accordo con la fatwa di Qaher, ma aggiunge che "la cosa migliore è rispettare il digiuno". Per il segretario generale del Coordinamento nazionale degli imam in Algeria, Jelloul Hodjeimi, la Fifa dovrebbe fare un'eccezione alle sue regole per agevolare i giocatori musulmani e "programmare le partite della Nazionale algerina di notte".

Novità da YouTube: autori finanziati dai fan e video in tutte le lingue

La Stampa

claudio leonardi

Al Vidcon annunciati anche 60 frame al secondo, un’app mobile per creare e seguire i filmati e migliaia di effetti sonori gratuiti

tampa.it
YouTube promette di diventare il paradiso dei videoamatori, con un appello per la traduzione delle clip pubblicate, strumenti per finanziare con un clic gli autori dei filmati (fino a 500 dollari), app mobile per il controllo dei video, l’archivio gratuito di musiche che si arricchisce di migliaia di effetti sonori da cui attingere, e molto altro.

È il piatto forte della conferenza di Susan Wojcicki , Ceo di YouTube da cinque mesi, che ha debuttato giovedì al Vidcon di Anaheim, in California: novità per i creatori e novità per gli spettatori.

YouTube, finora autentica babele digitale, punta al superamento delle barriere linguistiche: “Il nostro obiettivo è quello di fare in modo che ogni video caricato su YouTube sia disponibile in tutte le lingue” ha annunciato alla platea del Convention Center la Wojcicki. Obiettivo più che ambizioso, irraggiungibile senza il contributo degli utenti.

È questo il senso del progetto “Subtitles fan”, che consente al pubblico poliglotta di aggiungere sottotitoli ai loro video preferiti. I fan, d’altra parte, avranno un modo anche più concreto per contribuire al successo e alla diffusione di un video e, soprattutto, di ricompensarne l’autore. YouTube ha infatti annunciato la creazione di un sistema di remunerazione degli autori battezzato fan-funding. Gli americani lo chiamano tip-jar, vasetto per le mance. Manche anche consistenti: si potranno fare versamenti da 1 a 500 dollari a tutti i “registi” che si saranno iscritti al programma.

A questo punto diventava essenziale migliorare l’individuazione degli autori e dei loro collaboratori, e per questo vedremo presto attiva una funzione “Creatore Credits”, che consente una facile indicizzazione dei creatori di una clip e permette di taggare in semplicità chiunque abbia dato un contributo.

Applausi a scena aperta ha ricevuto la presentazione dell’app mobile “YouTube Creator Studio”, strumento che promette l’aggiornamento e la consultazione in tempo reale delle statistiche del proprio canale online. Dal suo virtuale sacco di regali, l’amministratore delegato ha poi estratto un pacchetto di 7.500 effetti sonori e alcune nuove musiche disponibili gratuitamente nella libreria online del sito, e, perfino più attesa dagli utenti, la possibilità di visualizzare i video con un frame-rate più elevato, pari a 60 fotogrammi al secondo.

La nuova funzione, attualmente sperimentata da una élite di creatori, migliorerà stabilità e qualità dell’immagine, facendo la felicità dei consumatori di demo di videogiochi, particolarmente penalizzati dallo standard attuale. YouTube ha anche annunciato la possibilità di inserti nei video che consentano l’acquisto, con un clic, di contenuti disponibili su Google Play, ma anche da rivenditori esterni al circuito di Google. Tutto questo dovrebbe essere visibile sul sito nei prossimi mesi, ha promesso la Ceo Wojcicki, confermando ogni sforzo per “rendere i video ancora più entusiasmanti, raggiungere un pubblico globale e far crescere il business degli utenti su YouTube”.