giovedì 26 giugno 2014

Delitto di Cogne, Anna Maria Franzoni ai domiciliari

Chiara Sarra - Gio, 26/06/2014 - 12:38

Anna Maria Franzoni, condannata a 16 anni nel 2008 per il delitto di Cogne, andrà ai domiciliari: per i giudici non c'è più rischio di recidiva


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Anna Maria Franzoni andrà agli arresti domiciliari. Lo ha deciso il Tribunale di Sorveglianza di Bologna, accogliendo l’istanza della difesa, dopo l'ultima perizia psichiatrica sulla donna che la ritiene adatta a un percorso di "risocializzazione" e di rieducazione. Secondo gli esperti consultati dal tribunale, quindi i possibili rischi di pericolosità sociale possono essere contenuti. "Dopo poco più di 12 anni dal fatto si può sostenere che non vi sia il rischio che si ripeta il figlicidio, come descritto nella sentenza della Corte d'Assise d'Appello di Torino", scrive nel suo rapporto il professor Augusto Balloni.

La Franzoni è stata condannata il 21 maggio 2008 dalla Cassazione a 16 anni di carcere per l'omicidio del figlio Samuele, ucciso nella villetta di Cogne nel 2002. Madre anche di Davide (che oggi ha 19 anni), qualche anno fa ha avuto un   Negli anni , potrebbe in questo modo scontare la pena a casa per assistere il figlio più piccolo. Nella perizia, che evidenzia un buon rapporto della donna con i servizi sociali, il professor Augusto Balloni avrebbe indicato strutture e modalità per la rieducazione e la risocializzazione tra cui anche una terapia di sostegno.

"Siamo felici", commenta il legale della Franzoni, Paola Savio, "Ho sentito Annamaria. È felice", ha detto il legale, spiegando che Franzoni non è ancora uscita dal carcere di Bologna e che ci sono "pratiche burocratiche da svolgere".



Se una madre omicida può ancora essere madre

Valeria Braghieri - Mer, 25/06/2014 - 08:45

Anche il piccolo Samuele si sarebbe meritato una mamma


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«Dopo poco più di 12 anni dal fatto si può sostenere che non vi sia il rischio che si ripeta il figlicidio, come descritto nella sentenza della Corte d'Assise d'Appello di Torino». È un passaggio dell'integrazione della perizia psichiatrica-criminologica del professor Augusto Balloni su Anna Maria Franzoni. «Una tale costellazione di eventi - scrive sempre Balloni- oggi non è più riscontrabile». Di questo hanno discusso ieri mattina al Tribunale di Sorveglianza di Bologna, durante la richiesta, da parte dei legali della donna, di detenzione domiciliare.

Secondo l'ultima perizia, insomma, per Anna Maria Franzoni, la mamma di Cogne condannata in via definitiva a sedici anni di reclusione per l'uccisione del figlio Samuele Lorenzi avvenuta nel 2002, non sussiste il pericolo di recidiva. Tanto che lei, la Franzoni, ieri a fine udienza si è detta «fiduciosa e speranzosa». Anche se il sostituto procuratore generale Attilio Dardani si è opposto alla richiesta di scarcerazione perché sostiene che «prima debba essere posta in essere la psicoterapia e, dopo l'esaurimento del ciclo di questa, se ne possa riparlare».

Il giudice si è riservato di decidere se rimandarla a casa dai suoi figli oppure no. Per farlo ha tutto il tempo e se lo prenderà. Mentre noi non sappiamo cosa farcene del tempo perché nemmeno con cent'anni a disposizione saremmo in grado di maneggiare questa notizia. Il nostro è sempre stato un giornale garantista, in generale e quindi anche nei confronti di Anna Maria Franzoni. Ma oggi, dopo che lo Stato ha deciso che l'assassina di Samuele era lei, e che dall'autunno del 2013 è detenuta al carcere della Dozza (l'arresto era avvenuto il 21 maggio del 2008) dove è stata ammessa al lavoro esterno in una cooperativa per la quale svolge lavori di sartoria, oggi anche noi garantisti ci chiediamo: può una madre assassina tornare a fare la madre?

Era appunto il 2002 quando a Samuele «scoppiò la testa» come disse Anna Maria ai primi medici accorsi e da allora, da quella maledetta mattina di sole a Cogne, siamo stati costretti, più o meno intimamente, a pensare di tutto su quella vicenda che è stata una delle più orrende degli ultimi anni nel nostro Paese. Perché era comunque tutto sbagliato a Cogne, da subito: un bambino morto (e come...), un colpevole inesistente prima, una mamma sospettata dopo, un altro bambino (Davide, che oggi ha 19 anni) con un fratellino massacrato, la sua casa (la villetta di Montroz), sporca di sangue dentro e sotto assedio fuori, un padre combattutto tra mille lacrime diverse, con un figlioletto ucciso, una moglie accusata di aver colpito a morte la sua (la loro stessa) creatura, un altro figlio da consolare... e qualche anno dopo, in piena inchiesta giudiziaria, un altro figlio, Joele (che oggi ha 11 anni) in arrivo.

Già, le leggende metropolitane... «facciamo un altro bambino subito» anche questa era circolata ai tempi. La frase che Annamaria avrebbe detto al marito giunto sul luogo dell'omicidio. Tutto sbagliato, da subito, nel giallo di Cogne. E adesso? Adesso se la meriterebbero anche Davide e Joele una mamma. A casa, finalmente. A fare torte, ad aiutarli nei compiti, a starli a sentire mentre si sfogano per un amore che non riesce o per un amico che tradisce. Solo che la mamma è lei, Annamaria. Che in questi anni, durante i permessi, le visite, le ore «normali», le poche parole concesse ha sempre insistito sul suo ruolo di «mamma» e sui suoi figli che «avevano bisogno di lei». Paradossale, dirà qualcuno. Ma paradossalmente possibile. Solo che noi ce l'abbiamo negli occhi la faccia di Samuele. Svelata soltanto dopo giorni, assente i primi giorni perfino dalla foto sulla lapide.

Poi però l'abbiamo vista e non ce la dimenticheremo più: anche lui se la sarebbe meritata una mamma.

L'imbarazzo della Boldrini sul bungalow presidenziale

Massimiliano Scafi - Gio, 26/06/2014 - 08:52

La numero uno della Camera affida al suo portavoce le difese sull'uso della tenuta di Castelporziano nel tempo libero: "Nessuno sfarzo". Ma il risultato è comico


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Ma sì, buttiamola in caciara, si deve essere detta Laura Boldrini: se smentire è impossibile, se negare i fatti proprio non si può, allora è meglio prenderla a ridere e cercare di sdrammatizzare.

E così, tornata dalla sua crocierina sulla nave anfibia San Giorgio, la presidente di Montecitorio ha fatto passare solo qualche giorno prima di decidere di replicare. Nessuno sfarzo, dice, solo qualche bagno di sole, e nessun privilegio: peccato che la spiaggia della tenuta di Castelporziano non sia di quelle aperta al pubblico. Anzi, in genere è blindata.Una lettera garbata, ironica, che merita di essere pubblicata integralmente, con molte spiritosaggini ma anche con molte conferme su quanto abbiamo raccontato. E con dentro le due parole chiave, «cabina» e «ospite».

Quindi è tutto vero, la terza carica dello Stato, pur non essendo una dipendente del Quirinale, quando può va a farsi il bagno sulla spiaggia di Castelporziano. Lei è «ospite» e ha «una cabina» a disposizione per cambiarsi e prendere la tintarella. Niente di male, ma ci provi un comune mortale ad avvicinarsi ai cancelli della tenuta e vediamo poi quello che succede. Ecco, dunque, quanto ci scrive Roberto Natale, il portavoce della Boldini. «I racconti de Il Giornale sulle visite della presidente della Camera nella tenuta di Castelporziano stanno assumendo la consistenza fiabesca delle “Mille e una notte”, con ricostruzioni in cui la fantasia ha libero sfogo».

E ancora: «In attesa di una prossima puntata, che faccia entrare in scena servitori in abiti esotici con vassoi ricolmi di rubini e smeraldi, preciso che nessuna “sontuosa ancorché intermittente dimora” è stata mai utilizzata da Laura Boldrini a Castelporziano, così come nessuna “piscina olimpica con acqua di mare riscaldata”; nessun “bungalow presidenziale”, nessun “casotto principesco”, nessuna “tessera d'accesso”. La realtà è ben diversa e assai meno sfarzosa: in spiaggia la presidente della Camera, saltuaria ospite nei pochi week-end liberi, fa occasionalmente uso di una delle tante cabine di legno.

A beneficio dei non romani aggiungo che il pur pregevole litorale di Castelporziano - che dalle descrizioni de Il Giornale sembra un'isola caraibica - è la continuazione di quello di Ostia da un lato e di Torvajanica dall'altro». Va bene, quei tre chilometri di costa laziale non assomigliano affatto alle spiagge polinesiane, l'acqua è un po' torbida e non c'è la barriera corallina. La Boldini non ha sontuose dimore né inesistenti piscine riscaldate: infatti abbiamo parlato solo di «uno scarno capanno». È anche vero che la sabbia, sia pur mantenuta e spazzolata dai bagnini del Quirinale e incorniciata da un'intatta macchia mediterranea, come colore e consistenza non differisce un granché da quella delle affollatissime e cheap Ostia e Torvajanica.

Ma allora, viene da chiedersi, lei che è abituata alle situazioni di emergenza e che ha dormito sotto le bombe e assediata dagli scarafaggi africani, perché non se ne va a Ostia o a Torvajanica a stendere il suo telo? Sono lidi troppo popolari? È quello che si chiedono i dipendenti del Colle, loro sì autorizzati a frequentare il Cral della spiaggia, per il quale pagano delle quote annuali che danno diritto a un certo numero di ingressi e di servizi. Certo, si può essere invitati, o re-invitati, o invitati una terza volta, o invitati ancora come succede alla terza carica istituzionale della Repubblica e come invece non capita ai normali cittadini. A questo proposito, aspettiamo pure noi un invito per poi documentare il tutto in una quarta puntata. Quanto agli smeraldi, ci attrezzeremo.

Quelle zampate ai signori del Palazzo

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 ANDREOTTI GIULIO

«Morto un Papa, si dice, se ne fa un altro. Ma, morto Andreotti, si rifà Andreotti». (17/4/91) «Sembra che un rotocalco sia riuscito a istallare un microfono nel confessionale della chiesa dove il presidente del Consiglio va ogni mattina a purgarsi dei suoi peccati. Ma senza risultati: nel confessionale, Andreotti tace più che dovunque altrove.
Tanto, Dio lo sa già». (1/12/91)

«Per lui il Bene consisteva solo in un accorto sfruttamento del Male... Ecco Andreotti. Non il Grande Vecchio, che esiste soltanto nella fantasia dei dietròlogi. Ma il garante e il custode del sistema: il sistema delle tangenti e della mafia, anche se le sue mani risultassero monde delle une e dell’altra. Ringraziamo i giudici di avercene liberati. Ma il giudizio finale su di lui è competenza più nostra che loro». (29/3/93)

«Il processo ad Andreotti non può essere impostato sul piano penale... Quello che attende Andreotti, e che Andreotti non può evitare, è un processo politico. Per dimostrare ch’egli è uno dei massimi, se non il massimo responsabile dell’abisso di corruzione e di malaffare in cui è precipitato il sistema, non c’è bisogno né di autorizzazione a procedere, né di prove. È stato, o non è stato lui, la figura più eminente e rappresentativa di questo sistema? Nessuno può dubitarne. E dunque sia lui, prima e più di ogni altro, a risponderne». (4/4/93)

COSSIGA FRANCESCO

«Il punto debole di Cossiga è un altro: il suo sistema nervoso, cioè la fucina dei suoi umori. Cossiga appartiene a quella varietà di soggetti che gli psichiatri chiamano, se non sbaglio, ciclotimici, e che alternano fasi di depressione a fasi di euforia. Il primo Cossiga che ho conosciuto era un uomo malinconico, introverso, afflitto da insolubili problemi esistenziali, cui nulla sembra più incompatibile di una carriera politica... e oggi eccolo qui: pimpante, ubiquito, logorroico... Fu De Mita a regalarcelo, nel momento in cui era il padrone di tutto, anche del Quirinale. E mai uomo più giusto fu messo nel posto più sbagliato». (29/10/90)

«Si dirà (e infatti si dice): ma come può Cossiga diventare il demolitore di un sistema del quale è egli stesso l’incarnazione e il garante? Appunto. A darci la misura dello sfascio del sistema è proprio questo: che a denunziarlo e a precipitarlo sia costretto, in mancanza di altri, proprio colui che dovrebbe garantirlo». (17/11/91) «Quanto delle sue picconate gli salisse dalle viscere, e quanto gli venisse strapazzato dagli osanna della piazza, è difficile dire... Ma ora deve dirci fino a che punto condivide l’opera di demolizione cui diede il via, e cosa ne ripudia, se ne ripudia qualcosa. È stato il precursore di una rigenerazione, o il mandante di uno sfascio?». (3/10/92)

CRAXI BETTINO

«Mentre il partito di Occhetto si divide in correnti, le correnti in sottocorrenti, le sottocorrenti in gruppi e gruppuscoli, ognuno in cerca d’autore e di se stesso come certi personaggi di Pirandello; a credere, obbedire e combattere è il partito di Craxi che una bella mattina decide di cambiargli nome e ragione sociale, e nessuno fiata. E se un Ugo Intini, faccio per dire, osasse farlo, Craxi sarebbe capace di cambiar nome anche a lui, imponendogli di chiamarsi Agamennone o Vercingetorige». (7/10/90)
«Nenni era un padre, e lo rimase a vita; Craxi è un padrone che, se cade, lo sbranano. Intorno a sé non ha né amici né alleati; ha solo servitori o, nel migliore dei casi, tributari. Non tollera contestazioni... Ed anche il suo modo di parlare sempre volgendosi di trequarti, ora a destra ora a sinistra, non è di riguardo per chi gli sta di lato, ma di disprezzo per chi gli sta di fronte». (15/7/91)

«Col vento in poppa, Craxi navigò benissimo tenendo in pugno la ciurma, anche se mostrava una inquietante tendenza a trattare come tale non soltanto il suo partito, ma tutta l’Italia. Per lui non sono mai esistite che due categorie di persone: i nemici e i servitori. Chi non rientra nell’una non può appartenere all’altra. Il motto di Ledru-Rollin “Sono il vostro capo, quindi vi seguo” non è mai stato il suo. Per il semplice motivo che Craxi non ha la stoffa del capo; ha quella del boss, del padrone, anzi del padrino. Come tutti i padrini, infatti, ha avuto il suo punto debole nella famiglia, con cui non lo è stato abbastanza, anzi non lo è stato punto». (17/12/92)
«Craxi i consigli non li accetta; accetta solo gli osanna». (28/2/93)

DE MITA CIRIACO

«“La famiglia è sacra!” ha tuonato l’altro giorno in un polemico intervento l’on. De Mita, che del sacro, viste le applicazioni che ne fa, deve avere un concetto piuttosto personale. Fino a suggerire l’impressione, certamente errata, che per lui anche lo Stato, il governo, il partito e tutto il resto siano cose da gestire fra zii, nipoti e cugini, e alla peggio, da contrattare con gli zii, i nipoti e i cugini di qualche altra famiglia». (7/12/88) «De Mita e Occhetto. Due signori coi quali non vorremmo avere in comune nemmeno il trombaio». (18/7/90)

FORLANI ARNALDO

«Perché, non amando il potere, Forlani faccia il politico non lo so. Non certo per il denaro: il tono di vita della sua famiglia è decoroso, ma niente di più, e la moglie vi contribuisce insegnando e risparmiando dal parrucchiere quello (e non è poco) che vi spende lui. Una volta Forlani mi disse che fa il politico un po’ perché non sa fare altro, un po’ perché è un mestiere che volendo (e lui lo vuole, fortissimamente), esenta dal lavoro, almeno a quello a tempo pieno e orari fissi». (12/10/92)

LA MALFA E MORO

«La Malfa inizia la sua giornata alle 5 del mattino... quando alle 7 esce di casa, ha già letto tutti i giornali, scritto alcune dozzine di lettere, e messo mentalmente a punto un certo numero di “modelli di sviluppo”. Moro apre gli occhi verso le 11, ma fino a mezzogiorno è come se li avesse sempre chiusi perché ha la pressione bassa, e per carburare ha bisogno di tempi lunghissimi... In nessuno degli uffici di cui è stato titolare lo hanno mai visto giungere, già stanchissimo del lavoro che dovrà fare, prima dell’una, quando i funzionari escono per la pausa del desinare. Dicono che lo fa apposta per assicurarsi un altro paio d’ore di solitaria meditazione. Il pieno possesso delle proprie facoltà lo raggiunge sul far della sera, quando La Malfa comincia a perdere le sue... Il loro incontro può essere proficuo e il loro colloquio facile, come di solito lo è fra uno che parla e uno che tace, essendo del tutto irrilevante ciò che Moro penserà dentro di sé delle parole di La Malfa, e La Malfa dei silenzi di Moro». (21/11/74)

MARTELLI CLAUDIO

«Visto da lontano (da vicino non ci è mai capitato), Claudio Martelli non ci sta molto simpatico. Dicono che le donne lo trovino bello, e ce ne dispiace per loro perché Martelli bello non è; è bellino, che è tutt’altra cosa. Somiglia a quell’esecrabile cantimbanco che si fa chiamare Little Tony, e sembra che se ne contenti perché non fa nulla per differenziarsene». (10/9/92)

MORO ALDO

«Moro cominciò a morire da quando, più di vent’anni fa, ottenne il suo primo importante “scatto di grado” con la nomina a ministro della Pubblica istruzione, e da allora non ha più smesso. Anzi, tutti i suoi ritorni in scena furono sempre preceduti e sottolineati da un rullio basso di tamburi, come quello che nei melodrammi accompagna il passaggio sulla scena dei condannati, e da premonizioni listate a lutto. C’è gente che passa la vita ad aggiornare il necrologio di Moro. E noi stessi teniamo nel cassetto un “coccodrillo” che, a furia di aggiunte e postscritti, sta acquistando dimensioni chilometriche». (31/10/74) «Moro fu certamente l’unico capo democristiano, dopo De Gasperi, ad avere non soltanto una tattica, ma anche una strategia. In quella dei cedimenti e ripiegamenti fu un maestro». (17/3/88)

PERTINI SANDRO

«Nenni parlava di lui con affettuosa condiscendenza, come di un “compagno” coraggioso, onesto e generoso, ma balzano e imprevedibile, che non sapeva nulla di politica, anzi non sapeva nulla di nulla. “Noi - diceva Nenni - qualcosa abbiamo letto, grazie a Mussolini, quando ci sbatté in galera o al confino, dove non c’era altro da fare. Ma Pertini non leggeva nemmeno lì. Nel poco tempo che gli avanzava dallo scopone e dal tresette, non gli ho mai visto in mano che l’Intrepido”».

«Pertini sarà, come apparato ideologico, deboluccio: al suo posto ha soltanto un frullato di parole maiuscole (Popolo, Umanità, Libertà, Giustizia, Resistenza, soprattutto Resistenza)... Rimarrà indelebile nella nostra memoria e nel nostro cuore come il Presidente che ha incarnato al meglio il peggio degli italiani». (23/6/85) «Carezzò più teste di bambini di una balia - lui che li aveva più in uggia di Erode - e pianse su ogni bara che gli passava a tiro purché passasse a tiro anche di qualche macchina da ripresa, fino a rubare al defunto la parte di protagonista». (25/3/91)

SCALFARO OSCAR LUIGI

«Se non l’uomo della Provvidenza, certo l’uomo dell’emergenza: un presidente per disgrazia ricevuta». (25/5/92)

SEGNI MARIO

«Quando si presenta in televisione, le rare volte che ne accetta l’invito, dà l’impressione di trovarcisi a disagio, e non assume mai, anche se gli spetta, la parte del protagonista. Il che gl’impedirà, in una politica di spettacolo come quella italiana, di diventarlo». (5/1/92)

Quando le Br gli spararono alle gambe

Indro Montanelli - Gio, 26/06/2014 - 08:29

Il 2 giugno 1977 la colonna milanese delle Brigate Rosse spara otto colpi alle gambe di Indro Montanelli, quattro vanno a segno. In un’intervista al Corriere della sera e nei suoi diari la racconta così


«Quella mattina sono in due nei giardini di piazza Cavour, a Milano. Uno mi spara alle gambe. L'altro mi tiene nel mirino della sua pistola.

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I primi due - tre proiettili entrano nelle mie lunghe zampe di pollo. Non devastano nè ossa nè arterie. Ma sarebbero sufficienti per far cadere a terra qualsiasi cristiano. In quegli attimi ricordo la promessa che avevo fatto a Mussolini, e a me stesso, quando, bambino, mi ritrovai intruppato nei balilla: "Se devi morire, muori in piedi!" Davanti a questi vigliacchi che non hanno il coraggio di affrontarmi in faccia, penso, non posso morire in ginocchio. E mi aggrappo alla cancellata dei giardini. Non sto in piedi sulle gambe, ma mi reggo dritto con la forza delle braccia. E quello continua a sparare e a centrare le mie zampe di pollo. Se mi fossi accasciato, se mi fossi inginocchiato davanti a lui, a quell'ora sarei morto».

«Le ferite vanno bene anche perché non ho il tempo di pensarci: è tutto un viavai di amici, nemici, conoscenti, sconosciuti: mi sembra di essere la Madonna di Loreto. Viene anche la televisione, e io mi lascio intervistare minimizzando l'accaduto (mi dicono che Cervi, che lo ha commentato l'altro ieri sera da Montecarlo, ha commosso tutti con la propria commozione). Mi telefona Andreotti, poi Cossiga, poi Forlani, poi Gianni Agnelli. A tutti rispondo scherzando, che non mi prendano per un piagnone. Dal giornale mi mandano tre sacchi di telegrammi: ne hanno contati quindicimila. Ma la notizia che in fondo mi fa più piacere è che in due salotti milanesi — quello di Inge Feltrinelli e quello di Gae Aulenti — si è brindato all'attentato contro di me e deplorato solo il fatto che me la sia cavata. Ciò dimostra che, anche se non sempre scelgo bene i miei amici, scelgo benissimo i miei nemici».

Gara solidarietà a Roma per salvare un gabbiano, benefattore paga il taxi

La Stampa

Il trasporto alla sede dei volontari della Lipu gli ha salvato la vita

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Si è adagiato sul marciapiede, ha aperto le ali e socchiuso gli occhi, non riuscendo più a volare. Protagonista di quella che è diventata una vera e propria gara di solidarietà per salvarlo, un gabbiano caduto a terra a piazza Santi Apostoli, nel centro di Roma.

In poco tempo, in tanti gli si sono avvicinati, romani ma anche turisti, tutti preoccupati per la sua sorte. In particolare, Roberto, gestore di un noto bar a piazza Venezia, gli ha portato una ciotola d’acqua e del pane che il gabbiano ha però rifiutato. Non sapendo più che fare e non potendo portarlo alla Lipu di persona, i passanti, sempre più numerosi, hanno deciso di chiamare un taxi spiegando all’operatrice però che l’unico passeggero sarebbe stato lo sfortunato volatile all’interno di una scatola. In quattro minuti è arrivato a bordo della sua auto bianca

Diego, «tassista e animalista, ci tengo a dirlo», che ha portato per una spesa irrisoria, pagata dal signor Roberto, il gabbiano alla Lipu. Appena arrivato, l’animale è stato visitato: «Ha i sintomi dell’avvelenamento - hanno spiegato i volontari - non è una cosa inusuale considerato che spesso si nutrono di rifiuti dai cassonetti. Lo stiamo reidratando e pensiamo di salvarlo».

Una storia si spera a lieto fine che intanto ha messo in moto tanta solidarietà e il gesto di Diego che, senza la telefonata nel pomeriggio alla Lipu, sarebbe rimasto nell’ombra: «È stato premuroso e gentile - concludono i volontari della Lipu - e ci ha addirittura fatto una donazione».

(Fonte: Ansa)

Ypres, 700 mila ragioni per una Europa unita

La Stampa

marco zatterin

Tanti i caduti nelle tre battaglie della Grande Guerra nelle Fiandre (tra i feriti Adolf Hitler) dove oggi i leader europei si trovano per ricordare l’inizio del conflitto


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Si capisce che la città delle tre battaglie s’è fatta più vicina quando, sulla statale N8 che arriva da Courtrai, svanisce ogni traccia di casa o fattoria più vecchia di cent’anni. La campagna fiamminga è piatta, i boschi sono giovani, la monotonia del paesaggio è rotta solo da un parco divertimenti affollatissimo d’estate. Sembra impossibile che questi prati abbiano ospitato l’inferno in terra. Già all’inizio del dramma, nell’ottobre 1914, Ypres era l’ultimo baluardo alleato, se fosse caduta i tedeschi sarebbero arrivati al mare, avrebbero tagliato la linea dei rifornimenti. Inglesi, francesi e belgi non potevano permetterlo. Per questo cominciarono a scavare trincee in cui a migliaia sarebbero vissuti e morti per 4 anni.

Finita la guerra, la Grande Guerra, l’11 novembre del 1918 Ypres era una immensa distesa di calce e mattoni, una coltre di macerie alta quasi un metro. Ogni edificio era ridotto in polvere e della gotica Lakehalle, l’antico mercato dei tessuti, rimaneva solo un brandello magro e bruciacchiato che pareva un moccolo di candela maltrattata. Tutto intorno il nulla, pochi esseri umani in grado camminare e un esercito di ratti, l’unica armata ad aver contenuto le perdite. Ammonticchiati ovunque i cadaveri dei soldati, quelli che ancora non avevano trovato posto nei cimiteri provvisori, una piccola parte degli oltre 700 mila caduti soltanto in questi pochi chilometri quadrati di campi delle Fiandre Occidentali.
Ypres è una città martire.

E’ stata ricostruita coi danni pagati da Berlino e pare quella di una volta, anche se l’atmosfera surreale da Legoland confonde il senso della realtà. I belgi l’hanno ritirata su pazientemente, la loro Ieper, per dirla col nome che amano usare per ragioni di dignità linguistica, ma anche per trascurare il fatto che la Storia ha sporcato il titolo francese legandolo al micidiale gas usato per la prima volta proprio qui nel luglio 1917 dai tedeschi: il tioetere di cloroetano o gas mostarda a causa del suo odore. L’iprite. E’ una macchia nella storia dell’Umanità, di cui testimonia la predisposizione a cibarsi di orrore e poi vomitare morte.

Herman Van Rompuy non l’ha scelta a caso. Per ricordare l’attentato all’arciduca Francesco Ferdinando ucciso il 28 giugno 1914 a Sarajevo, pretesto per la Grande Guerra, ha deciso di riunire i capi di Stato e di governo dell’Unione europea a Ypres, stasera, per una cena solenne. Il fiammingo che guida il Consiglio Ue rivuole in prima pagina i disastri d’un secolo fa, come monito contro il nazionalismo di ritorno e per chi non crede che il solo modo per proteggere le genti del vecchio continente sia di tenerle unite: «Non siamo perfetti - ammette -, ma l’Europa resta un modello di pace, solidarietà e progresso per molti».

I leader si troveranno nel pomeriggio sotto l’arco di Menin, il monumento che marca l’inizio della strada che i soldati imboccavano per andare in battaglia. Inglesi, belgi, francesi, italiani e tedeschi saranno insieme, dalla stessa parte. Ascolteranno The Last Post, la melodia che chiudeva la giornata negli accampamenti inglesi. Con una sola lunga pausa per l’ultima guerra, viene eseguita ogni sera dal 1928 e oggi non farà eccezione. E’ l’inno ai caduti, indipendentemente dalla bandiera.

La prima battaglia di Ypres si combatté fra l’ottobre e il novembre 1914. Fece 238 mila tra morti e feriti. Incredibile il numero dei dispersi, ragazzi affogati nel fango, inceneriti o frantumati in così tanti pezzi da rendere impossibile riconoscerli. Gli alleati riuscirono a fermare la marcia verso Dunkerque e Calais del nemico imperiale in quella che i tedeschi chiamano la «Guerra degli Innocenti», gli studenti volontari ed entusiasti sterminati senza grazia. Fu la prima battuta d’arresto subìta dagli invasori. Il momento in cui il fronte occidentale si fermò nelle Fiandre per restarci.

Nella primavera successiva, dal 22 aprile al 25 maggio 1915, la nuova offensiva tedesca si consumò in quattro scontri senza quartiere. Le armate del Kaiser usarono per la prima volta un gas a base di cloro che profumava di ananas e pepe. Successe a Gravenstafel: 168 tonnellate di veleno invisibile su un fronte di circa sei chilometri che ammazzarono 5000 soldati alleati in dieci minuti. «Era un’invenzione del Nobel tedesco Fritz Haber - ha raccontato Guy Gruwez, presidente onorario dell’associazione The Last Post -. Dopo la guerra, lui e la moglie si tolsero la vita; non sopportavano il peso delle vittime involontariamente provocate». Sui campi fiamminghi rimasero 105 mila morti e feriti, il cui sacrificio risultò inutile ai fini tattici: Ypres-2 fu un terribile pareggio. La carneficina si protrasse per mesi e mesi ancora. 

Nell’estate 1917 scattò l’ultimo atto, la controffensiva di Passchendaele, ultimo crinale a Nord-Est di Ypres. Gli alleati speravano di forare le difese nemiche e spingerle fuori dalle Fiandre. Il massacro durò sino a novembre e costò mezzo milione di vite. Per i fanti fu un incubo di gas e micidiali macchine di annientamento. I villaggi e le strade cancellate dalle mappe, le colline appiattite, i campi trasformati in paludi, le trincee ridotte a piscine di fango. Fu uno scacco per chi attaccava, simile a quello, quasi contemporaneo, subito dall’Italia a Caporetto. Passchendaele è per gli inglesi un sinonimo di Passione, di carne tritata dai cannoni e di generali incapaci. La conquista della posizione fu poca cosa rispetto al costo che aveva richiesto.

Sulla porta di Menin sono iscritti i nomi dei 54.896 soldati le cui spoglie non sono mai state ritrovate. L’intera regione brulica di cimiteri militari. Croci bianche e ordinate quelle degli inglesi e dei canadesi. Tombe grigie e piatte quelle tedesche. A Langermark, paesino poco a Nord di Ypres: Sono 44.292 militari caduti per il Kaiser, 7575 dei quali sono ignoti. Adolf Hitler partecipò alla prima battaglia di Ipres, e a Ypres fu ferito nell’ottobre del ‘18. Lo storico olandese Geert Mak rileva nel fondamentale «In Europa» che nel grande camposanto imperiale si ricordano «Hirsch, Erich Von» e «Hoch, Bruno».

Poi, pensando al Führer, scrive che «se ci fosse stato un altro nome in mezzo non avrebbe fatto differenza, eppure l’intera storia europea si sarebbe svolta diversamente». E’ un modo per dire che la vita può essere rivoluzionata dai dettagli. Così anche una vertice Ue vicino al campo di battaglia, e nel palazzo ricostruito sulle sue macerie, può essere un dettaglio capace di innescare una spirale virtuosa, soprattutto se non ci si azzuffa sulle nomine e si discute sulla crescita. Un attimo di silenzio, e un patto di concordia, potrebbero ribadire che, solo se si impara a non dimenticare, è possibile andare avanti senza doversi vergognare di sé.

La storia, fra macerie e memoriali -Foto

Gant, l’ufficiale Usa che sconfisse i taleban perdendo se stesso

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paolo mastrolilli

Per battere gli islamisti viveva da “afghano” nei villaggi . Era un eroe, poi il matrimonio segreto, alcol e droga


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Il generale Petraeus lo chiamava «Lawrence d’Afghanistan», per l’abilità con cui si era guadagnato la fiducia delle tribù locali, come il mitico agente inglese con gli arabi. Gli era sfuggita però l’altra faccia di Jim Gant, quella nascosta nel villaggio della provincia di Kunar dove viveva, che lo faceva somigliare anche al colonnello Kurtz di «Apocalypse now». La storia incredibile di una deriva, avvenuta nel «cuore di tenebra» della guerra più lunga mai combattuta dagli americani.

Gant era uno straordinario maggiore dei Berretti Verdi, le truppe speciali di Fort Bragg a cui apparteneva anche Kurtz. Aveva servito con valore in Iraq e Afghanistan, su cui aveva scritto anche un libro, «One Tribe», dove sosteneva che l’unica maniera per vincere era conquistare la fiducia delle tribù locali e convincerle a combattere i taleban e Al Qaeda al fianco degli americani. Questa sua idea aveva colpito Petraeus, che lo aveva incaricato di metterla in pratica nel villaggio di Mangwel, provincia di Kunar al confine col Pakistan, casa degli insorti più feroci. Jim si era sistemato in un qalat, l’abitazione tradizionale.

Aveva tolto la divisa, e al suo posto indossava la tunica shalwar kameez e il cappello pokol. Somigliava a Bin Laden, più che a un ufficiale Usa. Così aveva conquistato la fiducia dei pashtun, al punto che il capo del villaggio Malik Noor Afzhal, soprannominato «Toro Seduto» dagli americani, lo aveva adottato come un figlio. I ragazzi del villaggio combattevano insieme ai suoi uomini, cioè altri ragazzi precipitati in Afghanistan dal Kansas, che avevano tolto le divise e seguivano Jim come un dio. I risultati si erano visti e i superiori erano entusiasti. L’idea «go native», fare come i locali, stava funzionando, e forse era la chiave per girare l’intero conflitto. Il suo villaggio era diventato un modello, al punto che ci portavano in visita vip come il senatore McCain.

Quello che i generali non sapevano, però, era quanto Gant si fosse spinto avanti. Sulle montagne impervie di Kunar aveva conosciuto l’inviata di guerra del «Washington Post», Ann Scott Tyson, e si erano innamorati. Entrambi erano sposati e avevano quattro figli, ma i loro matrimoni erano in crisi. «Salta e vieni con me», le diceva lui. Ann all’inizio rideva ma poi si era fatta convincere. Aveva mollato il lavoro ed era andava a vivere nella casupola di Jim. I soldati del maggiore pensavano che in quelle condizioni le regole fossero relative e quindi chiudevano un occhio, anche sul fatto che beveva, prendeva antidolorifici e forse droghe, e una volta si era messo un mitra in bocca fingendo di spararsi. La gente di Kunar lo amava e lo seguiva, e questo bastava. 

All’inizio del 2012, però, era arrivato il sottotenente Thomas Roberts, assegnato all’unità di Gant subito dopo il diploma all’accademia di West Point. Ligio al dovere, privo di dubbi, Thomas era rimasto sconvolto da quello che aveva visto. L’11 marzo aveva fatto rapporto ai superiori, che avevano spedito subito gli elicotteri a prendere Jim. Ann era riuscita a scappare, poco prima che lo fermassero. Quando lui era sparito, i pashtun locali avevano protestato con le autorità americane, chiedendo di rimandare indietro il comandante.

Gant però era stato riportato a Fort Bragg, degradato a capitano e costretto a dimettersi. Il provvedimento disciplinare contro di lui lo accusava di aver trasformato il suo villaggio in un «self created fantasy world», un mondo immaginario basato su alcool, sesso e droga. Petraeus, che lo aveva decorato con la medaglia d’argento, disse: «Ha sbagliato, ma ha fatto un lavoro straordinario».
Ora Gant vive a Seattle e soffre di post traumatic stress disorder, vedendo Iraq e Afghanistan che crollano. È sposato con Ann, che ha raccontato la loro storia nel libro «American Spartan». C’è scritto che i Seals trovarono il suo libro «One Tribe», nella casa di Bin Laden ad Abbottabad, con l’ordine di ucciderlo. «Ho violato le regole – dice lui – ma ho combattuto ogni giorno, riportando sempre i miei uomini a casa. Io stavo vincendo la mia guerra, gli altri non so». 

L’italiano che ci fa giocare su iPhone: «Da voi non ci tornerei mai»

Corriere della sera

di Martina Pennisi

Francesco Carucci, nato a Taranto, dal 2011 lavora in Apple per spingere i videogiochi sui device della Mela. «In Italia c’è talento, purtroppo anche quello di svilire il Paese»


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Mentre Craig Federighi, vice presidente del software di Apple, stava presentando Metal sul palco della conferenza degli sviluppatori di San Francisco Francesco Carucci era nel suo ufficio, a Cupertino. “Stavo lavorando, quest’anno non sono andato”, racconta l’ingegnere italiano che ha firmato la nuova soluzione della Mela che spinge il processore A7 per ottenere una qualità equiparabile a quella delle console di gioco. Entrato in Apple nel 2011, si è spostato in questi tre anni da un progetto all’altro portando in dote le sue competenze nel campo della grafica per i videogiochi.

La trasposizione in linguaggio informatico dei disegni che poi noi vediamo come tali sullo schermo, quindi. “Mi hanno assunto per questo, perché cercavano qualcuno che lavorasse ai driver grafici per iPhone”. Non più videogiochi ma strumenti che permettano agli altri sviluppatori di realizzarne di propri formato iconcina. “Il mercato si stava sviluppando enormemente e avevano bisogno di persone competenti in materia. Ho lavorato anche a iOs 6 e iOs 7, oltre che all’ottava versione del sistema operativo, a cosa di preciso però non posso dirtelo”, spiega sorridendo.

Nome in codice «iFran»
Francesco Carucci

iFran, così si firma Carucci al termine delle e-mail con una piccola mela (rigorosamente morsicata) rosa vicino al nome, si è raccontato al Corriere della Sera su Skype dal suo appartamento nella città californiana in cui ha sede Apple. Gambe incrociate, il sorriso largo e soddisfatto di chi nella vita ha centrato l’obiettivo e un italiano ormai stentato. “Sono partito 12 anni fa dall’Italia, dove vive ancora la mia famiglia”, spiega. Originario di Taranto, prima di approdare ad Apple ha vissuto nel Regno Unito, a Guilford, vicino a Londra, e in Germania. Il filo conduttore è stata, ancora una volta, la professionalità acquisita nel campo nei videogiochi in seguito alla laurea in ingegneria del software ottenuta al Politecnico di Torino nel 2000. Ha lavorato per la britannica Lionhead Studio, dove ha trascorso 5 anni a cavallo dell’acquisizione da parte di Microsoft, e per la tedesca Crytek, che ha lasciato dopo due anni perché “la Germania proprio non mi piaceva”. Anche se è il Paese in cui ha conosciuto sua moglie Lina, originaria della Georgia.
«Jobs seppe di Siri il giorno della presentazione»
L’assunzione in Apple è arrivata pochi mesi dopo la scomparsa di Steve Jobs. “Non è cambiato molto qui. Tim Cook in realtà era formalmente il Ceo da 5 anni e ufficialmente da 2: pensa che quando hanno presentato Siri Steve ha scoperto di cosa si trattava solo il giorno stesso”, racconta Carucci. E poi azzarda: “Forse adesso la società è più stabile. Magari meno innovativa, così dice qualcuno. Quello che colpisce è l’efficienza: è incredibile vederli al lavoro e vedere la rapidità con cui un bisogno di trasforma in azione”. Questo è uno dei motivi per cui l’ingegnere italiano è pazzo della Mela: “Ho letto che c’è chi dice che lavorare a Cupertino è un incubo. Beh, se è un incubo non svegliatemi”, e per cui l’idea di tornare in Italia non lo sfiora minimamente. “Il mercato, parlo dei videogiochi soprattutto, per come la vedo è ancora insistente. Ci sono alcune realtà interessanti, come Milestone o Spinvector, ma io sono abituato alle aziende di grandi dimensioni, per me non avrebbe senso pensare di lavorare lì.

Anche perché in Italia l’organizzazione è carente: il concetto di avere un problema e risolverlo non è così scontato”, afferma senza mezzi termini. A parte il caffè, “torno a casa tutti i giorni in pausa pranzo per farmelo da solo, trovarne di decenti qui è impossibile”, le vacanze e il nome dato figlio di sei mesi - Emanuele, sembra davvero esserci rimasto poco che lo lega al Paese natale. Se non le origini stesse: “Dico sempre che non sarei voluto nascere in alcun altro posto. Noi italiani abbiamo una marcia in più. E, sì, anche il talento di rendere il Paese potenzialmente più bello del mondo uno dei peggiori”. All’idillio con la Mela e gli Stati Uniti contribuiscono le condizioni lavorative. Carucci parte da uno stipendio base compreso fra i 140mila e 160mila dollari all’anno e beneficia di bonus e stock option (acquisto privilegiato di azioni, nda) in base alla qualità del suo operato.
«Qui si lavora con gli ex agenti Cia di fianco»
Bocca cucita, come detto, su qualsiasi particolare relativo a progetti presenti e futuri. Quella per la sicurezza, delle informazioni e non solo, è una vera e propria ossessione: “L’ultima volta che mi sono trasferito da un reparto all’altro ho fatto un meeting con un ex agente della Cia, sembrava di essere in un episodio di 24. E l’ultimo ufficio in cui ho lavorato non aveva le finestre”. Quando proviamo a pungolarlo sul rapporto fra design e tecnologie indossabili si trincera dietro un “non so di cosa tu stia parlando, noi facciamo solo computer, tablet e smartphone”.

Nessun accenno all’iWatch, come era ovvio che fosse, e nessun riferimento anche vago all’importanza data da Cook soci all’estetica dei nuovi gadget che ci porteremo addosso. Dalle indiscrezioni sappiamo che lo smartwatch dovrebbe vedere la luce in ottobre con i suoi 10 sensori e il contributo, in fase di test, del cestista Kobe Bryant. Guardando al futuro Carucci si sbilancia solo parlando di aziende vicine e concorrenti: “Quella da tenere d’occhio è Amazon, il Ceo Jeff Bezos è molto aggressivo e bravo. Tre 10 anni per colpa loro non esisteranno più i piccoli negozi. Anche da Tesla mi aspetto grandi cose, il Ceo Elon Musk è un genio”. E l’Italia? “Non saprei proprio, nessuno ha attirato la mia attenzione”.

25 giugno 2014 | 11:31

Spese pazze in Regione Liguria, arrestata l'ex hostess "pasionaria" di Alitalia

Libero

Maruska Piredda era entrata nel gruppo Idv ed eletta consigliera regionale


a.it
Migliaia di euro per viaggi, parrucchieri, giochi, modellini di auto, frigoriferi, divani, casse di vino, oltre che per tablet, computer, capi di abbigliamento, cravatte. Dalle indagini della procura di Genova era emerso che il gruppo dell'Idv in Regione Liguria aveva già speso a ottobre l’intera somma a disposizione per il 2012, 230mila euro, al punto che vi furono problemi per pagare i compensi dei cinque dipendenti del gruppo. Per quelle "spese pazze" oggi le due consigliere regionali Marylin Fusco e Maruska Piredda sono state arrestate e messe ai domiciliari dalla Guardia di finanza con l'accusa di peculato. La custodia cautelare si è resa necessaria in quanto "sia per Marylin Fusco che per Piredda si è profilata la possibilità di reiterazione del reato e il pericolo di inquinamento probatorio".

Maruska Piredda balzò agli onori delle cronache già sei anni fa, nel 2008, quando la sua foto mentre festeggiava pugni al cielo finì su tutti i giornali nel corso della trattativa per la privatizzazione di Alitalia, in procinto di essere acquista dai "patrioti" di Cai, Compagnia aerea italiana. Piredda era la hostess "pasionaria" che gioiva perchè la tratttiva (che andò poi in porto) sembrava in procinto di saltare. Dopo aver aderito all’Italia dei Valori, era stata poi eletta consigliera in Regione Liguria

Vi siete trovati iscritti a una pagina Facebook senza sapere come? Vi spieghiamo perché

La Stampa

nadia ferrigo

Con un po’ di fortuna e una buona dose di astuzia, si può lanciare una pagina su un argomento di attualità, per poi rivenderla a chi a bisogno di nuovi amici virtuali. Non è permesso dal social network, ma il business prospera


a.it
«Aiuto, mi hanno rubato una pagina!». A chi non è pratico di social network, può sembrare un appello bizzarro, eppure capita sempre più spesso che il controllo dei profili popolari oppure delle pagine più seguite di Facebook sia sottratto ai legittimi proprietari. Ma perché? Può essere uno scherzo di cattivo gusto, un’esibizione di abilità informatica oppure una mossa strategica nel fiorente mercato virtuale dei «like». Ogni «mi piace» ha un valore e per un’azienda veder crollare la pagina social del suo prodotto vuol dire perdere traffico e investimenti pubblicitari. Così anche se le pagine non si possono né vendere né acquistare, perché proprietà della piattaforma di Zuckerberg, non vuol dire che non ci sia nessuno disposto a violare la legge.

Ora che il social network più popolare del mondo è pieno di pagine di ogni tipo, il modo più semplice di acquisire seguito e popolarità sembra acquistarne una già pronta. Non ha molta importanza a che cosa sia dedicata, quel che interessa è il numero di follower che riesce a collezionare: per esempio quando morì l’attore Paul Walker, una pagina di fan in lutto conquistò più di 420mila like in pochi giorni. Con un po’ di fortuna e una buona dose di astuzia, si può lanciare una pagina su un argomento di attualità, per poi rivenderla a chi a bisogno di nuovi «amici» - anche se in questo caso sarebbe meglio chiamarli clienti - virtuali. 

Un esempio? Il sito FanPageTrading.com si presenta come un «fantastico modo di trasformare pagine e gruppi di Facebook in denaro». Si possono vendere e acquistare le pagine seguite da più di 3.000 persone, ma c’è la possibilità di commerciare anche canali You Tube con più di 1000 iscritti, profili Twitter e applicazioni. La valutazione viene fatta in base a numero, età e collocazione geografica dei seguaci, però esistono servizi simili con tariffe fisse: 20 dollari per 1000 like, 40 per 2.500. Per promuoversi, molto più efficace che acquistare pacchetti di finti like e follower, che aiutano a scalare le classifiche dei più visti, ma non consentono una diffusione virale.

«Acquistate e vendere le pagine è contro la nostra politica - ha dichiarato al magazine online Business Insider un rappresentate di Facebook -. Vigiliamo sulle operazioni sospette, e nel caso di furto aiutiamo gli amministratori a riprendere il controllo della propria pagina verificando l’identità degli utenti oppure con un servizio di assistenza, oltre ad aver adottato tutte le iniziative legali necessarie a difendere la nostra piattaforma». Nonostante ciò, gira voce che anche il popolare «BuzzFeed» abbia acquistato diverse pagine di Facebook come “aiutino” per superare i 100 milioni di visitatori unici al mese. L’amministratore delegato del sito Jonah Peretti ha negato, aggiungendo però di avere «rapporti informali» con alcuni amministratori delle pagine più popolari. «Se scriviamo un articolo su Barbie – ha raccontato Peretti a Business Insider -, e la pagina fan lo rilancia, abbiamo un picco di accessi».

Non c’è da stupirsi: la pagina di Barbie conta quasi 12 milioni di fan. Conosce fin troppo bene il problema Jason Fyk, milionario americano che ha costruito la sua fortuna su Facebook: dopo una carriera nel mercato immobiliare finita male, nel gennaio del 2011 lanciò il sito dedicato all’intrattenimento WTFMagazine.com. Dopo poco però finì in prigione, a causa di una zuffa. Accusato di aver pianificato la rissa, venne rilasciato due mesi dopo: decise di raccontare la sua storia in un libro, ma prima si assicurò l’attenzione di un grande pubblico creando una lista di pagine dedicate agli argomenti più disparati. Ora ne possiede circa 40, che con 28 milioni di likes e un pubblico di 260 milioni di visitatori valgono circa un milione di dollari. 

I suoi nemici più temibili sono gli adolescenti, che per noia o per sfida rubano le pagine: nell’aprile scorso la pagina fan di Mtv con 1 milione e 300 mila utenti da lui creata sparì all’improvviso. Poco dopo a Fyk arrivò un messaggio: «Ciao amico, ho io la tua pagina da un milione. Te la restituirò, ma tu in cambio cosa puoi darmi?». Tra i più attivi nella compravendita dei like, i membri di quella che viene chiamata «The community», un collettivo online che riunisce più di 50mila ragazzi: i loro interessi includono social network, giochi, cultura web e pirateria. Chi ha creato la pagina è Anthony, primo furto virtuale una pagina dedicata a Justin Bieber. «Era nato come un gioco, ma da quando le pagine hanno iniziato ad aumentare di valore non lo è più – ha raccontato Anthony a Business Insider -. Il periodo più redditizio? L’estate del 2012, con 10mila dollari rastrellati solo nel mese di luglio». 

Il Movimento Cinque Stelle salva la casta "No al taglio degli stipendi di Camera e Senato"

Libero

Se ci sarà un rinvio e poi eventualmente un dietro front sul taglio agli esorbitanti compensi dei dipendenti di Montecitorio e Palazzo Madama sarà tutto "merito" del Movimento Cinque Stelle. Sì, proprio i grillini, che si stracciano le vesti per i benefit della casta, che hanno fatto della lotta alla casta il loro cavallo di battaglia per ottenere facili consensi, adesso fanno un passo indietro affinchè non si tocchi lo status quo che tanto detestano.

a.it
Un rinvio di «massimo sei mesi» dell’applicazione del tetto di 240mila euro agli stipendi dei funzionari di Camera e Senato, per effettuare una «riforma organica dell’amministrazione» è stato chiesto con una lettera, resa nota dall’Adnkronos, che il grillino Riccardo Fraccaro ha inviato alla presidenza del comitato per gli Affari del Personale della Camera. «Gentile Presidente», si legge nelle lettera del pentastellato componente del comitato per gli Affari del Personale della Camera, «come ho già avuto occasione di far rappresentare nell’ultima riunione dell’Ufficio di Presidenza, ritengo che la riforma del trattamento economico dei dipendenti della Camera non possa essere disgiunta da una riforma organica dell’amministrazione, da effettuare in tempi brevi, cioè nel termine massimo di sei mesi». «Auspico che tale riforma -si legge ancora nella lettera- possa costituire l’occasione per la determinazione della pianta organica, al fine di effettuare una corretta programmazione di fabbisogno del personale dipendente)».

La prostituta ha diritto di esser pagata”

La Stampa

Sentenza del Tribunale di Roma: non si può ritenere un «ingiusto profitto»

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Non si può ritenere «ingiusto il profitto» preteso da una prostituta che ha avuto un rapporto sessuale con un cliente e vuole essere pagata, ma anzi questa pretesa, «sino ad oggi non tutelata dall’ordinamento per una certa interpretazione» del «buon costume», è legittima e si dovrebbe anche consentire di intentare una causa civile «a fronte dell’omesso pagamento». È un passaggio di un’innovativa sentenza del Tribunale di Roma che ha condannato a 4 mesi una nigeriana che con sms minatori aveva richiesto a un cliente i 100 euro pattuiti per una prestazione sessuale, riqualificando, però, il reato contestato da estorsione (rischiava dai 6 ai 20 anni di reclusione) in violenza privata. 

Secondo il collegio giudicante (presidente Marcello Liotta e giudice estensore Paola Di Nicola), infatti, «tra le prestazioni contrarie al buon costume ai sensi dell’art. 2035 codice civile» non può essere «ricompreso l’esercizio della prostituzione (...) trattandosi di attività ampiamente diffusa nella collettività oltre che consentita dall’ordinamento giuridico». Anzi, scrivono i giudici, «se un profilo di contrarietà al buon costume c’è (...) esso riguarda il cliente che approfitta della prestazione sessuale della prostituta». Tuttavia, «secondo l’orientamento consolidato» il «rifiuto del cliente» a pagare «è un atto consentito poiché nessuna forma di tutela è prevista per ottenere detto compenso non essendo riconosciuto il diritto di pretenderne il pagamento».

Il Tribunale di Roma riconosce, invece, questo diritto alla prostituta, dopo una lunga analisi sul fenomeno della prostituzione in Europa e in Italia e sul concetto di buon costume. E arriva a sancire che «il profitto della prostituta è giusto (da qui la `cancellazione´ del reato di estorsione che richiede un profitto ingiusto, ndr)», anche perché, nel caso concreto, la donna nigeriana «giovanissima, che non conosce una parola di italiano e proprio per questo inevitabile vittima di tratta e di sfruttamento (...) non può collocarsi su un piano di parità rispetto al suo cliente italiano, professionalmente inserito, economicamente forte che, si serve in modo arrogante proprio di questa posizione di potere per non pagare i servizi sessuali ricevuti».

Una senzatetto e una randagia si incontrano in un cimitero e si salvano a vicenda

La Stampa

Una donna, con una storia difficile alle spalle, e una gatta rinascono insieme

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Una vita da sbandati, l’incontro in un cimitero e rinasce la speranza di un futuro migliore. Sembrano tre ingredienti buttati a caso, ma invece sono la ricetta che il destino ha riservato a una donna senza tetto e a una gatta randagia. Protagonisti di questa storia sono Roza Katovich e una micia bianca e nera di nome Miss Tuxedo. Entrambe erano senzatetto, misere anime i cui percorsi si sono incrociati nel più improbabile dei posti - una tomba a Colma, in California - e, in qualche modo, si sono salvate l’un l’altra. 

«Venivo qui, qualche volta, sei, sette ore al giorno e restavo semplicemente seduta. È incredibile quante cose affascinanti puoi notare se rimani seduto in silenzio. L’intera creazione di Dio - puzzole, procioni, talpe, uccelli... e gatti - racconta Roza al sito Sfgate.com mentre siede davanti alla semplice e impeccabilmente tomba del compagno nel Cimitero Serbo di Colma -. Uno di questi animali era Miss Tuxedo. Credo che lei sia la ragione per cui sono ancora qui». 

La storia di Roza, 56 anni, comincia nel 2000, quando Rich, l’uomo che era al suo fianco da 22 anni, muore di aneurisma mentre i due sono accoccolati sul loro divano a guardare un film. Suo padre muore tre giorni dopo. Lo choc e il dolore la portano ad avvitarsi in una spirale di depressione e problemi di salute che le impediscono di tornare al suo lavoro. Due anni fa, a seguito della vendita dell’edificio, Roza perde anche l’appartamento dove abita a Mariner’s Island, in San Mateo. 
Non avendo una famiglia vicino, finisce a dormire in una serie di motel economici, mentre la depressione diventa via via più grave e e la speranza diventa sempre più sfuggente. Spende la maggioranza delle sue giornate vicino alla tomba di Rich, occupandosi dei fiori che ha piantato, parlandogli e cantandogli canzoni, qualche volta piangendo, ma soprattutto facendo vagare lo sguardo sul mare di croci ortodosse di marmo. 

Come la maggioranza dei cimiteri di Colma , il Cimitero Serbo è popolato di gatti selvatici che danno la caccia ai roditori. Roza inizia a rinoscerli e , senza pensarci più di tanto, comincia ad assegnar loro dei nomi: Doobie, Piggy, Bonnie Baby, Miss Tuxedo. «Non so perchè, ma Miss Tuxedo ha cominciato a seguirmi» racconta Roza Katovich. «Non si è voluta far toccare per un sacco di tempo. Lentamente, sono riuscita a sfiorarle la coda. Poi la testa. Un giorno mi ha lasciato grattare le sue orecchie e a quel punto era fatta. Da quel momento in poi, non mi ha più lasciata.

«Stavo mettendo a posto un vaso per Rich e ha cominciato a darmi dei colpetti con la testa sotto le mani. Era come se stesse dicendo “No, no, ama me”. Improvvisamente avevo uno scopo. Non sapevo perchè, ma questo gatto mi amava». Vedere Miss Tuxedo ogni giorno solleva un po’ Roza dal suo isolamento e distrae la sua mente dal lutto. Prendersi cura di lei la aiuta Roza a scrollarsi di dosso la depressione, almeno abbastanza da farle presentare domanda per una casa a canone ribassato. L’anno scorso, infatti, arriva un appartamento a San Mateo e lei ci si trasferisce. La sua compagna di casa? Miss Tuxedo. «Ho avuto il permesso di portarla - dice Roza - il mio dottore ha detto che la mia vita dipendeva da lei. Immagino abbia ragione». 

Schumi, il ladro della cartella clinica l’ha «copiata a mano» a Grenoble

Corriere della sera

di Elisabetta Rosaspina

Dodici pagine - intestate a un falso nome per proteggere il campione - sono rimaste incustodite per un breve momento nell’ospedale francese


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Non è stato un hacker, ma più probabilmente qualcuno che ha avuto fisicamente accesso ai blindatissimi uffici della direzione sanitaria dell’ospedale Nord di Grenoble a mettere le mani sul contenuto dell’altrettanto riservata cartella clinica di Michael Schumacher, nella speranza di guadagnarci svariate decine di migliaia di euro.
Una dozzina di pagine
La polizia francese indaga, i giornalisti del quotidiano di Grenoble, “Le Dauphiné Liberé”, pure; ed emerge che – nelle ore precedenti il trasferimento del sette volte campione del mondo di Formula Uno dalla Francia alla Svizzera - un documento cartaceo fu lasciato incustodito per breve tempo in un ufficio dell’ospedale di Grenoble: si tratterebbe di una bozza di una dozzina di pagine nelle quali gli specialisti del reparto di rianimazione, dove Schumi è stato ricoverato per sei mesi, riassumevano per i colleghi di Losanna i punti salienti della cartella clinica del pilota, dal suo arrivo in coma nel primo pomeriggio del 29 dicembre scorso, dopo il rovinoso incidente di sci, fino al giorno delle sue dimissioni, il 16 giugno scorso, per iniziare la riabilitazione.
Cartella intestata a falso nome: Jeremy Martin
Tra il momento in cui quella bozza è stato redatta e quello in cui è stata strappata e gettata, al momento della partenza del campione, qualcuno è riuscito a riprodurla, perlomeno nei passaggi salienti. Dettaglio non secondario: il fascicolo medico non era intestato a Michael Schumacher ma, proprio per prudenza, a un fantomatico e inesistente Jeremy Martin, pseudonimo scelto per registrare l’illustre paziente ed evitare fughe di notizie interne.
Dati copiati «a mano»
Stando alle fonti del Dauphiné Liberé, gli inquirenti privilegiano la pista di una riproduzione “a mano” delle informazioni: il ladro avrebbe avuto il tempo di leggere e ricopiare le parti che riteneva avrebbero maggiormente ingolosito la stampa. A rinforzare questa ipotesi ci sono le dichiarazioni della portavoce dell’ospedale, Jacqueline Hubert: “Non abbiamo trovato traccia di intrusioni nei nostri sistemi informatici – ha assicurato la responsabile delle relazioni esterne -. I nostri computer sono stati subito esaminati da esperti”. Cui non risultano accessi anomali o tentativi di “scasso” della memoria elettronica.
Il ladro ha chiesto 50 mila euro
Titolare delle indagini, il procuratore francese Jean-Yves Coquillat sembra propendere dunque per uno scippo con destrezza: qualcuno si è impossessato degli appunti preparatori alla relazione definitiva con la quale i medici francesi hanno accompagnato il passaggio di consegne allo staff svizzero, incaricato della riabilitazione di “Jeremy Martin”. Dopodiché il ladro ha contattato via email alcuni giornalisti inglesi, tedeschi, francesi e svizzeri, firmandosi a sua volta con un nome di fantasia: “Kagemusha”, l’ombra (o il sosia) del guerriero, ossia il personaggio principale del film realizzato da Akira Kurosawa quasi 35 anni fa.
Le indagini
Dopo aver interrogato tutto il personale medico e paramedico, gli addetti alle pulizie, gli impiegati e chiunque altro abbia potuto imbattersi più o meno casualmente nel documento riprodotto, la polizia francese ora sta cercando di risalire all’indirizzo del computer dal quale sono partite posta e proposte di “Kagemusha”. Anche all’ospedale di Grenoble è stata aperta un’indagine interna: l’incidente non soltanto compromette il buon nome del nosocomio ma, se dovesse avere conseguenze più gravi, potrebbe aprire la strada a una vertenza giudiziaria e a richieste di risarcimento da parte della famiglia di Schumacher, per violazione della privacy dovuta al paziente. Di sicuro la giustizia francese ha preso il caso sul serio e non ritiene di avere a che fare con un millantatore: chi ha proposto a media tedeschi, francesi e inglesi il resoconto clinico del calvario di Schumacher, in cambio di 50 mila euro, è quasi certamente in possesso di “refurtiva” autentica. Ma, al contrario di quanto possa aver sperato, ben difficile da smerciare. E nei suoi approcci commerciali può, sì, avere lasciato invece tracce fatali.

25 giugno 2014 | 19:37