lunedì 23 giugno 2014

Le vera mafia è lo Stato che ci vessa

Magdi Cristiano Allam - Lun, 23/06/2014 - 16:00

È arrivato il momento di guardare in faccia la realtà e di avere il coraggio di dire la verità: la mafia è questo Stato


Per la prima volta un Papa ha scomunicato la mafia. Benissimo! È arrivato il momento di far luce su chi sia la mafia. Chi potrebbe non essere d'accordo con la condanna assoluta di chi usa la violenza nelle sue varie forme, psicologica, economica e fisica, per sottomettere le persone al proprio arbitrio, al punto da violare i diritti inalienabili alla vita, alla dignità e alla libertà? Ma chi è veramente il Male che sta devastando la nostra esistenza? È la criminalità organizzata che impone il pizzo ai commercianti e fa affari con il traffico di droga e dei clandestini? È la massoneria che gestisce in modo più o meno occulto il potere ovunque nel mondo? È il Gruppo Bilderberg che associa chi più conta nella finanza e nell'economia sulla Terra?



Certamente queste realtà interferiscono con la nostra vita con conseguenze tutt'altro che trascurabili. Ma si tratta di realtà che o non riguardano tutti noi o non ne conosciamo bene i contenuti e i risvolti. Viceversa siamo tutti, ma proprio tutti, più che consapevoli delle vessazioni che tutti i giorni lo Stato ci impone attraverso leggi inique e pratiche del tutto arbitrarie. Chi è che ci ha imposto una nuova schiavitù sotto forma del più alto livello di tassazione al mondo, fino all'80% di tasse dirette e indirette? Chi è talmente spregiudicato da speculare sulla nostra pelle legittimando e tassando il gioco d'azzardo, gli alcolici e le sigarette?

Chi è a tal punto disumano da tassare la casa, il bene rifugio dell'80% delle famiglie italiane? Chi è che condanna a morte le imprese applicando un centinaio di tasse e balzelli in aggiunta a un centinaio di controlli amministrativi? Chi è che sta accrescendo la disoccupazione e la precarietà in tutte le fasce d'età e lavorative? Chi ha permesso che 4 milioni e 100mila italiani non abbiano i soldi per comperare il pane? Chi protegge le grandi banche e le grandi imprese che continuano a privatizzare gli utili e a socializzare le perdite?

Chi ha finora istigato al suicidio circa 4.500 italiani attraverso le cartelle esattoriali di Equitalia o coprendo le vessazioni delle banche quando non erogano credito o ingiungono di rientrare negli affidamenti entro 24 ore? Chi ha svenduto la nostra sovranità monetaria, legislativa e giudiziaria all'Europa dei banchieri e dei burocrati? Chi è responsabile della crescita inarrestabile del debito pubblico e privato dal momento che siamo costretti a indebitarci per ripianare il debito acquistando con gli interessi una moneta straniera? Chi sta devastando le famiglie obbligando entrambi i genitori a lavorare sodo per riuscire a sopravvivere?

Chi ci ha portato all'ultimo posto di natalità in Europa e ci sta condannando al suicidio demografico? Chi sta incentivando l'emigrazione dei nostri giovani più qualificati perché in Italia non hanno prospettive? Chi sta danneggiando gli italiani promuovendo l'invasione di clandestini e umiliando i più poveri tra noi favorendo gli immigrati nell'assegnazione di case popolari, posti all'asilo nido e assegni sociali? Chi sta consentendo l'islamizzazione del nostro Paese riconoscendo il diritto a moschee, scuole coraniche, enti assistenziali e finanziari islamici a prescindere dal fatto che confliggono con i valori fondanti della nostra civiltà, indifferenti al fatto che sull'altra sponda del Mediterraneo i terroristi islamici stanno massacrando i cristiani e riesumando dei califfati in cui il diritto alla vita è garantito solo a chi si sottomette ad Allah e a Maometto?

Ebbene è questo Stato che si è reso responsabile dell'insieme di questi comportamenti che ci stanno impoverendo e snaturando, trasformandoci da persone con un'anima in semplici strumenti di produzione e di consumo della materialità, assoggettati al dio euro e alla dittatura del relativismo. Ecco perché è arrivato il momento di guardare in faccia la realtà e di avere il coraggio di dire la verità: la mafia è questo Stato. Di ciò sono certi tutti gli italiani perché è una realtà che pagano sulla loro pelle giorno dopo giorno. Quindi caro Papa Francesco lei ha scomunicato le alte personalità che ha ricevuto in Vaticano, a cui ha stretto la mano e ha augurato successo. Per noi sono loro i veri mafiosi che stanno negando agli italiani il diritto a vivere con dignità e libertà.

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Alberto Sordi mi ha rovinato un film

di Francesco Sala



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Questa mattina squilla il telefono. È Carlo Verdone: “Io le accordo l’intervista. Facciamola subito, facciamo presto. C’ho due persone in terrazzo che m’aspettano per lavorare! E poi devo partire per Toronto! Attore, regista, sceneggiatore. Nel 1977 esordisce in teatro con “Tali e quali” e “Rimanga fra noi” presso il teatro Alberichino. Sarà il fortunato varietà di Enzo Trapani “Non Stop” del 1978 a decretarne il successo. Poi, l’incontro con Sergio Leone, decisivo per la sua carriera di regista. Verdone è un simbolo per i romani e non solo, un mito per diverse generazioni.

“Presto, presto che devo partire per Toronto!” È comunque docilissimo, disponibile all’intervista.

Quando ha capito di avere quello straordinario talento che ha?
Alle medie. Ero un pedinatore di personaggi. Ho capito abbastanza presto che un particolare tic, un certo tipo di voce un carattere, un dettaglio, faceva il personaggio.

I primi passi?
In una cantina buia e umida di Via Cavour nel 1971. Durante la rappresentazione di un “Rabelais” si ammalano tre attori. Decido di entrare in scena e sostituirli tutti. Mi sono pure travestito da donna! Voglio ricordare il teatro dei burattini di Maria Signorelli che è stato molto importante. Facevo, davo la voce a molti pupazzi. Era un teatro non solo per bambini, era per tutti. E poi per iniziare a fare teatro e rivolgersi ai bambini devi essere chiaro, diretto, ti devono capire.

Oggi il pubblico è cambiato. Che pubblico è?
Adesso vedi una marea di gente attaccata al tablet!

Nel suo ultimo film, “Sotto un buona stella”, c’è una scena dove, chi dovrebbe esaminare il talento di un ragazzo è perennemente al telefono. È così?
La realtà oggi supera la fantasia. Io pensavo in quella scena di far ridere evidenziando la volgarità, la superficialità dei personaggi. Ma è una scena tragica! Poi al pubblico hanno tolto i cinema!

In che senso?
È la faccenda dei cambi destinazione d’uso. Io programmavo un cinema a Trastevere, il cinema Roma. Veniva tanta gente. Era un pubblico colto, di nicchia. Programmavo Zanasi, Baldoni. Poi con la crisi l’hanno chiuso. Ci stiamo battendo per tanti cinema nella Capitale: il cinema Etoile, il Corso, il Metropolitan, l’America. Se pensi cos’era il Cinema Capranica! Adesso che è? Ci fanno eventi. È un centro congressi. Che tristezza!

In giro per Roma si trovano ancora dei suoi personaggi attuali nonostante siano passati trent’anni. Ci sono ancora i fricchettoni buoni che dicono: “è il bene che vince e il male che perde”
Ma quelli erano figli degli anni Settanta/Ottanta. A Roma era pieno! Si caricavano di frasi fatte, di occupazione giovanile, ripetute, sentite per strada, all’Università. Avevano un pregio: erano tutti diversi tra loro. Oggi il guaio è che so’ tutti uguali, conformati: le stesse basette, lo stesso look, lo stesso telefonino.

Che rapporto ha Verdone con la critica? Mi fa l’identikit di un suo detrattore?
Un identikit del detrattore? Beh, meno male che non piaccio a tutti. Quando uscì “Bianco Rosso e Verdone” ci fu il critico di allora di Repubblica se non ricordo male, Renzo Fegatelli, che scrisse dei personaggi del film, cito testualmente: “ma che ci fanno quei tre cretini sull’autostrada?” Valerio Caprara invece ne scrisse bene, sostenendo che il film lo aveva convinto più del precedente “Un sacco bello”. Il critico deve fare la critica. Non mi piace quando entra nel merito di un piano sequenza, facendoti capire, mentre scrive, che lui l’avrebbe fatto in un altro modo. Mi sembra che certi critici vogliano sostituirsi all’autore e questo non lo trovo giusto.

Cosa non perdonano a Carlo Verdone?
Il percorso che ho fatto. Il mio passato televisivo. Secondo loro uno come me non può fare un film d’autore come “Compagni di scuola” venendo dallo sketch del varietà televisivo.

Ci descrive uno di quei pomeriggi a casa di Sergio Leone quando prendeva lezioni di cinema?
Mi aspettava a casa sua. Faceva un caldo. Lui c’aveva una camicia marocchina, una grande barba, la fronte che grondava di sudore, i suoi grandi occhiali esagonali dorati e mi fissava. Dopo un po’: “Io non capisco ancora perché me fai ride!” Leone mi ha insegnato tutto. Anche come gestire la troupe psicologicamente, far star bene i collaboratori, arrivare sempre prima… Poi, in montaggio, certe cose che piacevano a me non piacevano a lui, mi prendeva a calci nel sedere. Lo ringrazio tanto.

Un altro grande che hai dovuto dirigere: Alberto Sordi. Ma in “Troppo forte” non era esagerato?
Sordi non doveva fare il film. Io volevo Leopoldo Trieste per il ruolo dell’avvocato. Poi, il produttore del film, non so, cose loro, forse un contratto rimasto in sospeso, mi chiama e mi fa: “il film lo fa Sordi!” E io: “ma non c’entra niente!” Abbozzai. Dovetti abbozzare con Sordi e lui fece di tutto per far ridere ancora. Aveva un paura matta di non far ridere più, di venire scavalcato da questa ondata di nuovi comici. S’è messo a fare la voce di Oliver Hardy, quei gesti strampalati quel : “di di da da…” Il personaggio me l’ha rovinato! Non parlo volentieri di quel film, anche se so benissimo che i miei fan lo amano per tutta una serie di assoli: la palude del caimano, l’anaconda, il flipper, per me rimane un episodio, un compromesso. Se io mi mettessi a rifare alla mia età, continuamente le voci dei miei personaggi di trent’anni fa direbbero: ma che fa Verdone? È patetico.

Teatro no?
Teatro no. È una grande fatica. Mi ricordo all’Eliseo nel 1980. Ho fatto “Senti chi parla”. Uno spettacolo dove facevo 26 personaggi! E ogni sera cercavo di cambiare voce, aggiungere una cosa, sperimentare un dettaglio. C’avevo le sedie aggiunte! Una sera vedo una sedia vuota. Avevano rapito Barbara Piattelli (figlia di un industriale romano, rapita nel gennaio del 1980). Teatro basta, non fa per me. Ci vuole un’energia spaventosa.

In teatro si prova fino allo sfinimento. Quanto prova sul set le scene comiche?
Poco, io cerco di farle al primo ciak. Non devono diventare meccaniche, si perde tutta l’estemporaneità.

Progetti?
E che ne so? Stiamo a fare delle riunioni con Pasquale Plastino che è uno sceneggiatore. Io devo rispettare delle scadenze con il mio produttore De Laurentiis. Dobbiamo capire, qui ognuno dice la sua!

Dove trova ispirazione?
Dalla realtà, dagli umori, dai tic, dalle mode. È un discorso che si dovrebbe approfondire. Nel film “L’amore è eterno finché dura” ho raccontato gli speed date: quegli incontri di sessanta secondi dove dovresti stupire una donna e portartela a casa. Ho raccontato di padri, padri separati che vivono nella stessa casa perché non c’hanno i soldi, l’emergenza economica che riguarda i giovani e i meno giovani. Io mi guardo intorno e cerco di intercettare. Altrimenti la commedia che funzione ha se non è una cronaca?

(Squilli insistenti di telefonino in sottofondo. Impazzano le suonerie)

“Adesso la devo proprio salutare. L’ho detto che devo partire per Toronto? Abbiamo fatto un miracolo! Daje!”

Quando gli Ufo presero a svolazzare nei cieli americani

Enrico Silvestri - Lun, 23/06/2014 - 15:40

Il 24 maggio 1947 un pilota civile raccontò di aver incrociato in volo una formazione di "piattini volanti"


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Dischi volanti, non impossibile da avvistare, soprattutto se si ha alzato un poco il gomito. Ma se a denunciare l'avvistamento è un pilota civile serio e affidabile come Kenneth Arnold, allora le cose cambiano. Era il 24 giugno 1947, il suo rapporto diede di fatto inizio alla stagione degli «Ufo», «Unidentified flying object», per i non anglofoni, «Oggetto volante non identificato».

Ai primi di luglio la notizia arrivò sui giornali e subito dopo gli avvistamenti si moltiplicarono: ben cinque nella settimana successiva, più uno denunciato «postumo» del 21 giugno. Qualche caso venne smontato come evento meteorologico, se non addirittura falso palese, altri rimasero inspiegati. Dando così vita alla stagione degli extraterrestri in visita sulla Terra.

Nato a Sebeka, nel Minnesota, nel 1915, Arnold (curiosamente omonimo di Jack, uno dei più grandi registi di fantascienza) in gioventù praticò a ottimo livello il nuoto e le immersioni. In seguito ottenne il brevetto di pilota, accumulando ben 9mila ore di volo, metà in operazioni di «ricerca e soccorso». Come quella del 24 giugno che lo vedeva impegnato sul Monte Rainier nello stato di Washington, dove era scomparso un aereo militare.

Improvvisamente vide nove oggetti volare in schieramento a una velocità molto elevata lanciando bagliori. Il loro movimento era irregolare «come un piattino lanciato sull'acqua» disse. E da allora il «flying saucers», in italiano «disco volante», divenne sinonimo di astronave extraterrestre. Una volta atterrato, Arnold fece un normale rapporto all'Aeronautica Civile poi, tornando a casa, si fermò in una stazione di servizio dove raccontò la sua storia agli altri clienti, tra cui un giornalista. La vicenda fece ben presto il giro di tutte le principali testate americane facendo esplodere in brevissimo tempo la «ufomania».

Dopo l'avvistamento, Arnold divenne una celebrità, rilasciò interviste, scrisse articoli, venne anche spedito da un editore a Tacoma per investigare su un altro caso, il cosiddetto «incidente di Maury Island». Nel pomeriggio del 21 giugno 1947, il marinaio Harold Dahl, mentre era al largo dell'isola con altro marinaio, il figlio di Dahl e un cane fu circondato da 6 Ufo «a forma di ciambella con un foro al centro» dal diametro di una trentina di metri. Uno di questi, si abbassò fino a 200 metri per perse poi alcuni pezzi di metallo incandescente che, cadendo, uccisero un gabbiano, il cane di Dahl e ferirono suo figlio a un braccio. Successivamente, la formazione avrebbe accelerato sparendo all'orizzonte, verso ovest.

Dahl scattò alcune foto, molto sfocate e comunque andate subito smarrite, quindi fece finire la cosa sui giornali, venendo contattato da misteriosi individui (emissari del governo?) che gli avrebbero intimato di tenere la bocca chiusa. Arnold incontrò il marinaio, si fece ripetere il racconto e osservò anche i famosi detriti metallici. Poi a sua volta riferì la storia a due ufficiali dell'aviazione militare che però morirono in un incidente aereo. Tanto bastò agli ufologi per sostenere che il governo stava tentando di mettere il silenziatore alla vicenda. E non bastarono le successive dichiarazioni di Dalh che ammise di essersi inventato tutto.

La psicosi era ormai scoppiata. Il 4 luglio a Seattle intorno alle 17.30 Frank Ryman, marinaio della Guardia costiera statunitense, avvistò un Ufo e lo fotografò. L'analisi della foto rivelò però che si trattava di un pallone sonda. Appena tre ore e mezza dopo il comandante Emil J. Smith e il co-pilota Ralph Stevens ai comandi di un aereo della United Air Lines sulla rotta da Boise a Seattle avvistarono cinque oggetti volanti a forma di disco. Il 7 luglio a Phoenix in Arizona William Rhodes fotografò un oggetto rotondo e tronco nella parte posteriore, con un buco al centro che poteva essere una calotta, volare a circa 700 metri d'altezza a una velocità stimata tra i 600 e i 900 chilometri all'ora.

Quello stesso giorno Vernon Baird, ex tenente dell'Aeronautica, in volo con un bimotore P-38 tra Helena e il Parco nazionale di Yellowstone si accorse di essere seguito da un oggetto volante a forma di disco, sormontato da una cupola. Quando l'ufo sorpassò il suo aereo, Baird fece una manovra evasiva e l'oggetto perse quota, si spezzò in due e precipitò a terra. La spedizione inviata alla ricerca dei relitti, tornò però a casa a mani vuote. Infine Il 12 luglio a Tulsa in Oklahoma Enlo Gilmore, un fotografo professionista ed ex ufficiale della marina, avvistò una formazione di 8 oggetti volanti, del diametro di circa 20 metri, la forma simile a un tacco, uno dei quali con un buco al centro.

Avrebbero volato a circa 700 metri a una velocità stimata di circa 2.700 chilometri all'ora. Gilmore fotografò gli oggetti e una foto venne pubblicata il giorno seguente sul quotidiano locale di Tulsa. Gli oggetti furono avvistati anche da James Holt, un altro veterano di guerra. Nel dubbio il governo americano avviò una serie di studi denominati Project Sign, Project Grudge, Project Twinkle e Project Blue Book. A capo si alternarono ufficiali dell'aviazione militare che poterono contare sulla consulenza dei migliori scienziati. Ma nonostante tutte le «migliori intenzioni», ogni approfondimento concluse che nessun oggetto avvistato poteva essere considerato «extraterrestre».

I dati di queste ricerche confluirono infine nel «progetto Condon» redatto dall'Università del Colorado.Gli esperti sentenziarono che che gli avvistamenti furono il risultato di: isteria di massa, individui in cerca pubblicità se non addirittura psicopatici, errori di identificazione di oggetti convenzionali. Conclusioni che non convinsero i più accaniti ufologi che anzi accusarono il governo Usa di nascondere le prove degli avvistamenti. Individuando persino una base militare, denominata Area 51, dove sarebbe custoditi pezzi di astronavi e corpi di alieni. E a nulla sono bastate le precisazioni dei comandi militari che ammettono l'esistenza di questa installazione, ma come laboratorio di ricerca per progetti supersegreti.

Per gli scettici dunque gli extraterrestri rimangono patrimonio di gente romantica e un po' svitata, se non veri mitomani. Per i «fedeli» invece ci sono eccome, vanno e vengono da migliaia di anni e i governi ne negano l'esistenza solo per paura. Ma basta avere pazienza, prima o poi la loro presenza sarà nota a tutti e noi potremmo usare le loro astronavi per ricambiare la visita.

Arresti Palermo, dopo oltre cento anni forse la verità sull’omicidio Petrosino

La Stampa

Un’intercettazione fa luce sull’uccisione del poliziotto americano nel 1909. Il racconto sulle pagine de La Stampa dell’epoca: “Il delitto della Mano Nera”



Dopo oltre cento anni si sarebbe scoperto il killer che uccise in piazza Marina a Palermo il poliziotto italo-americano Joe Petrosino. Una cimice ha registrato una frase di Domenico Palazzotto, arrestato stamane, che si vantava delle tradizioni centenarie di appartenenza alla mafia della sua famiglia. 
«Lo zio di mio padre si chiamava Paolo Palazzotto, ha fatto l’omicidio del primo poliziotto ucciso a Palermo. Lo ha ammazzato lui Joe Petrosino, per conto di Cascio Ferro». 

L’intercettazione è contenuta nell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato in carcere a Palermo 95 indagati per mafia. Joe Petrosino fu ucciso alle 20.45 di venerdì 12 marzo 1909, con tre colpi di pistola in rapida successione e un quarto sparato subito dopo, poco distante dalla piccola folla che attende il tram al capolinea di piazza Marina. Dagli Stati Uniti era arrivato nel capoluogo siciliano per debellare l’organizzazione criminale Mano Nera. 

Richard Branson scommette su Transferwise per cambiare il sistema bancario

La Stampa

federico guerrini

Il patron di Virgin investe 25 milioni di dollari su un servizio di cambio valute che non richiede commissioni. Oggi lo usano privati e piccole imprese, ma in futuro potrebbe diventare un’alternativa agli istituti di credito



Il sistema bancario, com’è noto a chiunque possegga un conto corrente, hai suoi misteri, più profondi e imperscrutabili delle orbite celesti. Uno di questi, è come mai, in tempi in cui tutto si fa per via telematica, con un clic, sia così costoso cambiare denaro da una valuta all’altra. Per convertire sterline in euro, dollari in euro o effettuare una transazione in una qualsiasi delle tante monete che non fanno parte dell’eurozona, si paga fino al 5% di commissione. 

Spesso si tratta di costi nascosti, nel senso che gli istituti di credito dicono di non applicare alcuna commissione, ma applicano un tasso di cambio al rialzo. Due amici di origine estone, Taavet Hinrikus e Kristo Kaarmann si sono messi in testa di sovvertire questo meccanismo, usando i meccanismi livellatori e innovativi della Rete, già adoperati con successo in altri ambiti – da Skype a iTunes, per vincere anche questa battaglia. Potrebbero anche riuscirci: hanno appena ricevuto da Sir Richard Branson , il patron della Virgin e da altri investitori (fra cui Peter Thiel di PayPal), 25 milioni di dollari di munizioni per battere le banche. 

Gli imprenditori credono nel servizio per due ottimi motivi: i fondatori non sono dei novizi, anzi, erano fra i primi impiegati di Skype e PayPal, e Transferwise non è nato ieri, ma si è consolidato come servizio online dal 2011 a oggi. Ad usarlo sono soprattutto piccole medie aziende che hanno necessità di spostare valuta fra un paese e l’altro (Transferwise è soggetto alle stesse norme anti-riciclaggio di qualsiasi banca), freelance che lavorano con l’estero, espatriati del Nord Europa che si godono la pensione nel caldo iberico o di un altro paese mediterraneo, e non amano vedersi decurtato l’assegno. 

Avranno successo, i piccoli di Transferwise, contro i colossi della finanza? Il problema principale, dice Hinrikus, è quello di vincere la naturale diffidenza dei clienti, abituati a pensare che dietro un risparmio ci sia sempre un trucco; in realtà, il sito applica semplicemente il tasso medio di cambio vigente in un dato momento, e sfrutta le attuali normative bancario che non prevedono balzelli per i trasferimenti nell’area Sepa (Single Euro Payments Area). 

“Nel Regno Unito – spiega l’imprenditore – c’è un vecchio adagio che dice che è più facile cambiare moglie o marito, nel corso della vita, che la propria banca, il che dimostra quanto possa essere conservatore il mercato”. Piano piano però una nicchia Transferwise se la sta scavando, crescendo una media del 20% in più di transazioni al mese.

I guai veri rischiano di arrivare con il prevedibile contrattacco delle banche. Già oggi il servizio funziona molto bene per convertire valuta fra le monete europee (per esempio da sterline ad euro e viceversa), meno per chi voglia scambiare dollari. La recente iniezione di capitale potrebbe però aiutare a porre rimedio anche a questa debolezza. “È un mercato enorme – afferma Hinrikus – migliaia di miliardi vengono movimentati ogni giorno, ragion per cui le banche non hanno ancora reagito. I nostri clienti ci definiscono rivoluzionari e “game changers”, ed è questo quello che realmente conta”. 

Palatino, svelati i graffiti del partigiano in fuga durante la II guerra mondiale

Il Messaggero

di Laura Larcan

«1944 anno di paura e terrore speriamo che finisca presto Salvatorelli Mariano». La grafia non è regolare ma appare perfettamente leggibile.


1944-2(Ag Toiati/Rizzo)

C’è una cura quasi poetica nel tracciare il pensiero sul muro, con le iniziali maiuscole (quasi eleganti) per le parole “paura” e “terrore”. E la traccia della matita, poi, riquadra la frase dentro una cornice. Sono le memorie graffite di Mariano in quei primi mesi del 1944, sullo sfondo di una Roma città aperta che semina la morte. Mariano è nascosto, solo, spaventato. Forse un partigiano, qualcuno in fuga dai tedeschi, all’ombra di una Roma che ancora non è stata liberata dagli alleati. Ma a restituire oggi la storia di Mariano Salvatorelli è il Palatino. Perché la testimonianza di quest’uomo è stata rinvenuta pochi giorni fa dall’équipe della Soprintendenza ai beni archeologici durante l’intervento di bonifica in un nuovo settore della Domus Tiberiana.

Sette mosse per la valigia perfetta

Corriere della sera


Bando alla creatività dispersiva, spazio all'ordine e alla logica risparmia-tempo. Il sistema ideale per preparare i bagagli arriva da una società che si occupa di organizzazione aziendale


Sette mosse per la valigia perfettaFoto di Getty Images

La valigia delle vacanze? L’ideale è scriverla, prima di farla. I più precisi la realizzano al pc -con un programma Excel- ma anche un semplice foglio con appunti a biro può bastare. Questa è la ricetta salva tempo proposta da una società di consulenza, la Staufen, che utilizza un metodo organizzativo, il Lean, per aiutare le aziende nei processi di gestione. Dai processi produttivi alle incombenze domestiche, la filosofia non cambia. “Lean, ovvero snello, è anche un buon viatico per mettere le proprie energie solo sulle cose che hanno davvero valore” spiega Luca Scalmana, di Staufen Italia.

La soluzione è quella di “disciplinare, per quanto possibile, anche le operazioni quotidiane che sono necessarie, ma noiose, in modo che diventino veloci ed efficienti, dal carico della lavastoviglie fino alla spesa al supermercato”. Per quanto riguarda la valigia, “l’errore più frequente è quello di iniziare a riempirla senza averla prima progettata” prosegue Scalmana. “Il risultato è una sorta di iceberg di abiti e accessori, difficile da chiudere e dove non è possibile trovare niente, in caso di necessità”.

1. Da dove partire, dunque? “In tutti noi è sicuramente migliorabile l’aspetto di “vedersi” in vacanza”, prosegue. “La visualizzazione aiuta a capire che cosa prendere e che cosa no”.Dopo aver riflettuto su questo, si passa alla check list: un elenco delle cose da portare, da scrivere o stampare su un foglio. “La check list deve tenere conto del tipo di vacanza che si fa: di piacere, di lavoro, in albergo, in appartamento, in campeggio. Deve considerare il luogo di vacanza, mare o montagna, deve tenere conto del mezzo di viaggio e del numero di giorni che si trascorreranno in ferie”.

2. Che cosa preparare? “Il tipo di indumenti necessari, anche se passa il tempo e cambiano le mode, è sempre lo stesso: un certo numero di magliette, gonne, pantaloni, intimo, accessori e scarpe. La quantità di capi varia a seconda del numero di giorni e di cambi abituali”.

3. E poi? “Mettere tutto ciò che si sceglie fuori dall’armadio, sul letto.

4- Osservare il volume degli indumenti, impilati per genere, aiuta a capire il tipo di valigia da prendere.

5. E poi, a riempirla nella maniera più razionale, occupando tutti gli spazi e facendo strati ben localizzati”
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6. Dove mettere le scarpe? E il beauty case? Meglio alcune borse più piccole a parte o meglio una sola valigia? “In genere è più pratico fare una sola valigia ma ben compartimentata, dove lasciare uno spazio per le scarpe, chiuse in sacchetti, e per la busta delle creme e degli accessori”.

7. La check list può essere riutilizzata? “Non solo può essere riutilizzata, in modo da non doverla rifare l’anno successivo, ma deve anche essere portata in viaggio, in modo da spuntare ciò che si mette in valigia a fine vacanza per non lasciare nulla in albergo”.Ad adottare questo sistema non si rischia di essere…poco creativi? “E’ davvero poco utile sprecare tempo per queste operazioni. La mancanza di creatività che molti di noi attribuiscono a chi è molto disciplinato è, invece, un grosso potenziale per liberare risorse quando la creatività serve veramente. In sostanza: inutile stremarsi nella preparazione delle valigie, conserviamo l’energia e il buon umore per le vacanze”.

Cambiare la Tv si può (anche perché si deve)

Corriere della sera

di Licia Conte*


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Oggi la riforma della Rai sta entrando, pare con una certa determinazione, nell’agenda del governo. Si intende innanzitutto chiedere ai cittadini cosa pensano del servizio pubblico . Noi di Senonoraquando Libere siamo pronte a discuterne perché questa questione ci è stata presente fin dall’origine della nostra storia. Per il movimento Se non ora quando?, nato nelle piazze italiane il 13 febbraio 2011, un unico filo legava la dignità delle donne e quella dell’Italia. Il declino dell’una rifletteva la marginalità delle altre. E lo specchio deformante di questo declino era costituito dal sistema mediatico, veicolo di un’immagine della donna intollerabile. Per questo abbiamo chiesto un servizio pubblico con una missione precisa: fare dell’Italia un Paese di donne e uomini con pieni diritti di cittadinanza per entrambi.

Ma come si qualifica oggi un servizio pubblico, se non si tratta solo di identificarlo con la proprietà dello Stato? Fare un servizio pubblico come quello che chiediamo richiede innanzitutto innovazione di sistema da una parte e dall’altra linguaggi e contenuti effettivamente “pubblici”, cioè non determinati dal mercato pubblicitario. Innovazione di sistema significa ridefinizione di tutto il settore radiotelevisivo e dei nuovi media; richiede inoltre liberazione della Rai dal soffocante abbraccio della politica, attraverso la costituzione di una governance indipendente e competente. Il nostro sì ad un rinnovato e qualificato intervento dello Stato passa per la nascita di una Tv pubblica con almeno un canale generalista senza spot, pagato dal canone, affinché «la mano pubblica possa far da levatrice all’iniziativa privata nella fiction, nei format e nell’animazione». Perché?

Perché la Tv generalista, soprattutto se trasmette fiction, ha a che fare con i sogni e l’identità. Ha a che fare cioè, oltre che con il racconto della realtà, con la storia di un popolo. Ora, se non si vuole lasciare la scuola, o almeno tutta la scuola, al mercato, ancor meno vogliamo lasciargli intera la memoria di un popolo e la fabbrica dei sogni. A una comunità nazionale non serve solo una comunicazione efficace tra le proprie Istituzioni e la cittadinanza. Ha forse ancor più bisogno di un luogo in cui depositare la memoria di sé, per raccontarla a se stessa infinite volte, e in forme diverse.
Un luogo dal quale attingere quel senso di identità forte che solo permette di affrontare senza paure le sfide dell’incontro con altre culture. Un luogo, in una parola, di libertà, ma anche di memoria e di costruzione delle molteplici identità che sempre più dovremo assumere. Poiché dovremo essere al contempo cittadini delle nostre città, del nostro Paese e dell’Europa, capaci di costruire una cultura europea di accoglienza nei confronti di chi viene da altri mondi a cercare riparo o fortuna nel nostro continente. Non abbiamo ora bisogno di una Tv che ci faccia pensare, ma anche sognare in europeo? Ma noi vogliamo affidare al Servizio pubblico un compito ancor più arduo di quelli finora menzionati.

Noi vogliamo dargli il compito di contribuire a costruirci come popolo composto da donne e uomini. Un’opera colossale, perché vanno cambiati costumi plurimillenari, vanno rimossi stereotipi che hanno radici nella notte dei tempi. Un’opera destinata a mutare la concezione stessa dell’umano e della sua libertà. Ribadiamo perciò quel che abbiamo detto a Piazza del Popolo qualche anno fa: per affrontare un compito così fortemente impegnativo, serve che venga affidata al nuovo Servizio Pubblico radiotelevisivo e multimediatico una “missione”. Deve essere dotato cioè di un nucleo profondo e forte di identità, capace di preservarsi, difendendosi dall’invadenza degli innumerevoli soggetti interessati a utilizzarne la forza comunicativa per scopi futili o impropri.

Avere una missione significa avere il mandato ineludibile di introdurre nella programmazione valori e idee che non sono correnti, che non si trovano sul mercato. Insomma, valori e idee inediti e farli diventare “popolari”. Se quei valori e quelle idee fossero moneta corrente, ossia già senso comune, che bisogno ci sarebbe di un sia pur rinnovato servizio pubblico? E d’altro canto che cosa c’è di più inedito nella storia della libertà femminile?

Chi sa parli. Da Francesco aspettiamo verità e giustizia su Emanuela Orlandi"

La Stampa

GIACOMO GALEAZZI

In piazza San Pietro la marcia per l'anniversario della scomparsa della "ragazza con la fascetta"


(©Ansa) Manifestanti con immagini di Emanuela Orlandi (2012)

Manifestanti con immagini di Emanuela Orlandi (2012)
In marcia per far luce sulla scomparsa di Emanuela Orlandi. Stamattina sono arrivati da tutta Italia "cercatori di verità" (come si definiscono nella mobilitazione convocata un mese fa attraverso il “tam tam” su Internet) alla manifestazione in Vaticano in occasione del triste anniversario del rapimento della "ragazza con la fascetta" che da manifesti, striscioni e tazebao continua a reclamare trasparenza.

"31 anni di attesa, di speranza, di illusioni e disillusioni", spiega Pietro Orlandi, il fratello della figlia di un dipendente vaticano, scomparsa 15enne in circostanze mai chiarite. «Dietro il nome di Emanuela, diventato ormai simbolo di una verità e di una giustizia negata – aggiunge Pietro Orlandi - c'è una persona, una ragazzina innocente che attende giustizia da troppo tempo. Il senso di questa iniziativa è quello di ricordare Emanuela e ancora una volta riportarla simbolicamente a casa". 

Alcune centinaia di persone si sono date appuntamento davanti all'ingresso di Castel Sant'Angelo, alle 10,30 con le magliette e una foto di Emanuela. Da lì i manifestanti hanno raggiunto piazza San Pietro per l'Angelus del Papa. "Sono qui perché credo che Francesco potrà purificare la memoria e dare soluzione a uno dei misteri più inquietanti della storia d'Italia - afferma a Vatican Insider Renato Costantino, impiegato 37enne - Considero la mia presenza a questa marcia come un dovere morale verso una famiglia che non ha neppure una tomba sulla quale portare un fiore e piangere una figlia. La verità non può restare nascosta per sempre". Silvia Simoncini, 38 anni, presidente dell'associazione di volontariato Juter club di Osimo, guida in piazza San Pietro una delegazione del gruppo arrivata dalle Marche.

“Siamo arrivati in quindici dalle Marche e avevamo già preso parte alle altre marce per ottenere verità e giustizia nel caso irrisolto della scomparsa di Emanuela Orlandi - evidenzia Simoncini - Siamo fiduciosi che la “primavera” vissuta dalla Chiesa con Papa Bergoglio permetterà di sciogliere i nodi che fino a oggi hanno sempre impedito di fugare omertà e complicità su entrambe le sponde del Tevere. Sia in Italia sia in Vaticano c’è un ristretto numero di personalità di primo piano che in tre decenni ha custodito una rete di misteri troppo compromettenti per essere rivelati. Adesso Francesco ha aperto porte e finestre dei sacri palazzi per far entrare aria nuova ed è tempo di dare sollievo alla coscienze individuali e collettive turbate da questa dolorosa vicenda”.

Tiene in mano un cartellone con una frase che suona come un’invocazione (“Mai più silenzi su Emanuela Orlandi) Liano Marzocchini, 56 anni, collaboratore scolastico. In un primo momento si schermisce quando gli viene chiesta la motivazione della sua presenza in piazza San Pietro: “Dovrebbero essere i mass-media a dover giustificare il loro mutismo e la loro indifferenza attorno a un caso così scandaloso piuttosto che i cittadini ad argomentare perché sono qui oggi”. Poi però la diffidenza lascia spazio alla voglia di protestare.

“Se esiste un banco di prova su cui valutare questa nuova stagione ecclesiastica questo è proprio il ‘muro di gomma’ sulla scomparsa di Emanuela Orlandi - puntualizza Marzocchini - La Chiesa di Francesco si caratterizza per il sincero impegno nel fare chiarezza su tante pagine oscure del passato come la pedofilia nel clero e le truffe finanziarie che hanno coinvolto negli anni lo Ior e altre istituzioni finanziarie vaticane. Sono convinto che da un’opera così coraggiosa di risanamento morale e di ristrutturazione interna della Santa Sede non possa restare esclusa una vicenda che continua a turbare e interrogare tanti credenti in Italia e nel mondo. Chi sa parli. Non è più tempo di insabbiamenti e di zone grigie”.

Anche Paola Naspetti, 37 anni, commerciante, ripone in Francesco le ragioni delle sue speranze di giustizia. “Sono entrata in contatto attraverso Facebook con gli organizzatori della marcia per Emanuela e mi sono resa conto progressivamente di quanto l’attenzione alla sua scomparsa costituisca un obbligo etico per una credente come me - racconta Naspetti - Su impulso di Papa Bergoglio la mia fede si è ravvivata e ciò rende ancora più insopportabile lo stato di incertezza e di angoscia nel quale la famiglia Orlandi è costretta a vivere da molti anni. Francesco ha dato prova di non tollerare comportamenti ipocriti e condotte farisaiche tra i servitori della Chiesa, perciò mi sembra legittimo attendersi che coloro che finora nelle gerarchie ecclesiastiche non hanno mai collaborato con la magistratura italiana si decidano, sul modello di Francesco, a liberarsi la coscienza e a rivelare ciò che hanno sempre taciuto”.

Una sensazione diffusa tra i manifestanti che hanno sfilato in silenzio lungo via della Conciliazione fino ad arrivare nella piazza-simbolo del mondo cattolico è che il caso Orlandi vada tenuto al riparo anche dai polveroni mediatici periodicamente scatenati, come ingannevoli lampi nel buio e nel silenzio delle fonti ufficiali, da pentiti di mafia e mitomani che promettono risolutive testimonianze che poi finiscono invariabilmente nel nulla. “Continuo a confidare nei magistrati che indagano su questa vicenda sconvolgente - sostiene Letizia Lucarini, 34enne infermiera in un centro oncologico a Macerata - La storia giudiziaria ci rassicura sul fatto che pagine oscure, apparentemente archiviate senza soluzione, sono arrivate a un punto di luce.

Mi aspetto dalla procura di Roma lo stesso impegno profuso a Bergamo per trovare chi aveva sottratto all’affetto dei suoi cari Yara Gambirasio. Anche qui c’è una famiglia che attende una parola definitiva sulla scomparsa di una ragazzina strappata alla sua vita felice tra le mura domestiche”.
Al momento dell’Angelus, sotto la finestra di Francesco, Sara Petraccini, 30 anni, di Frascati, prega con il mano un rosario di Padre Pio. “Se mai un momento c’è stato nel quale la trasparenza su Emanuela è stata vicina questo è proprio quello che stiamo vivendo – afferma -

Mi fido di una persona limpida come Bergoglio e sono sicuro che la stagione di ‘glasnost’ promossa dal Papa scaccerà la coltre plumbea che finora ha impedito di conoscere la sorte di una ragazzina innocente".Sulla stessa lunghezza d'onda Massimiliano Monti, 34 anni, rappresentante. "La sua scomparsa risale alla guerra fredda, a un’epoca nella quale la Santa Sede era l’epicentro di equilibri geopolitici che oggi sono completamente mutati – concorda - La verità su Emanuela non ha più motivo di essere coperta da inconfessabili ragioni di ‘realpolitik’ quindi attendo un atto di chiarezza da parte del Vaticano”.

Socci: la Chiesa pauperista rinunci all'8 per mille

Libero

Il segretario della Cei Galantino afferma che la Chiesa non ha bisogno di privilegi. Allora, agisca di conseguenza


a.it
La Chiesa vuole essere "più povera di beni terreni e più ricca di virtù evangeliche, non ha bisogno di protezioni, di garanzie e di sicurezze".  Ce lo ripete in ogni modo e anche ieri lo ha ridetto monsignor Galantino, "inventato" da Bergoglio come nuovo Segretario generale della Cei per commissariare e punire il cardinal Bagnasco ("reo" di non aver appoggiato il prelato argentino in Conclave). Dunque - se le parole hanno un senso - la Chiesa non gradisce più i fondi dell’otto per mille. In un’altra circostanza Galantino aveva tuonato: "Ma cosa volete che se ne faccia oggi il nostro mondo di una Chiesa impegnata a difendere le proprie posizioni (qualche volta dei veri e propri privilegi)".

Si sa che era il mondo laico di sinistra a definire "privilegi" della Chiesa l’otto per mille, l’esenzione dall’Ici e la scuola libera (che fra l’altro fa risparmiare un sacco di soldi allo Stato). Ora, a nome della Cei, lo fa anche Galantino, che brama di essere applaudito da quell’opinione pubblica "scalfariana". A questo punto perché dargli il dispiacere di inondare la Chiesa italiana di milioni di euro? Bisognerà accontentarlo, sia pure a malincuore per i problemi che ne verranno a tanti bravi sacerdoti i quali svolgono, eroicamente, una missione bella e grande (e per tante opere di carità che potranno chiudere lasciando allo Stato l’incombenza di dover soccorrere chi ha bisogno).

È giusto esaudire l’ardente desiderio di povertà di Galantino e compagni che detestano i "privilegi" e i soldi alla Chiesa. Anche se certi proclami sarebbero più credibili se - oltre alle parole - il Segretario della Cei fosse coerente e proponesse proprio la cancellazione dell’otto per mille. Se non devolveremo l’otto per mille quei fondi se li terrà lo Stato e magari si eviterà qualche tassa (come diceva Ezio Greggio: "L’otto per mille? No, no. Lotto per me stesso ed è già molto dura").  La Cei una volta diventata povera dovrà tagliare. Anche la sua Tv2000 (struttura che ha i suoi costi), il quotidiano “Avvenire” e l’agenzia Sir (427 fra giornalisti, tecnici e amministrativi).

Chi comanda - Però questo Galantino non deve averlo capito, perché, a proposito dei media, nei giorni scorsi ha convocato i diversi direttori informandoli che lui stesso farà «un piano editoriale» per rendere tutti questi media come un sol uomo, sotto la sua guida sapiente. Vuole comandare lui. Su tutti. Del resto Galantino ha appena chiamato alla direzione di Tv2000 quel Paolo Ruffini che è stato direttore delle reti televisive che più hanno fatto soffrire i cattolici. Era lui, per fare un solo esempio, il direttore di Rai 3 che realizzò con Fazio e Saviano «Vieni via con me», programma contro cui - per la sua unilateralità - polemizzarono a lungo “Avvenire” e i cattolici. Con la scelta di Ruffini, Galantino chiama l’applauso del mondo laico e del pensiero dominante. Cosa che va di pari passo con la sua ricerca smaniosa di microfoni e telecamere.

È voluto andare perfino a Ballarò dove la sua loquace vanità faceva venire in mente la battuta di Sacha Guitry: "Ci sono persone che parlano, parlano...finché non trovano qualcosa da dire". Il suo problema è la ricerca dell’applauso ad ogni costo. Siccome l’applauso del mondo arriva solo quando si dicono cose conformi alla cultura egemone, ecco che si rende necessario il "riportino" ideologico. Galantino lo fa spesso. Anche ieri. Nella smania di attaccare quei cattolici militanti che invece lui dovrebbe difendere e rappresentare, con l’intervista al “Regno”, anticipata da alcuni giornali, ha messo ancora una volta in soffitta la battaglia sui "principi non negoziabili" che pure sono magistero ufficiale della Chiesa.

E ha bocciato "certe adunate" del tempo di Wojtyla, Ruini e Ratzinger. Galantinate - Poi ha rincarato la dose mettendo in guardia dai valori che "diventano ideologia" (senza spiegare che significa). Ha evocato a sproposito l’episodio di Pietro che sguaina la spada in difesa del Maestro e ha aggiunto una considerazione sconcertante: "Devo confessare che mi lasciano perplesso gli atteggiamenti di violenza anche verbale con i quali si difendono i valori". Violenza? Dalla sintesi che ne ha fatto “Avvenire” non si capisce a cosa si riferisca e a occhio e croce pare l’ennesima "galantinata".  Pur essendo nel contesto della sua polemica contro i principi non negoziabili, sembra inverosimile che possa riferirsi ai cattolici, perché non esistono gruppi cattolici che pratichino la violenza. Anzi, in genere subiscono l’intolleranza altrui e Galantino si guarda bene dal protestare per questo. Del resto non dice nemmeno una parola sui tentativi in corso da sinistra di proibire la libertà di espressione sulle nozze gay con una legge liberticida.

Di recente Galantino ha proclamato che nella Chiesa si deve voltare pagina e si deve parlare "senza tabù di preti sposati, eucaristia ai divorziati e di omosessualità". Poi ha voluto strafare e se n’è uscito con questa desolante dichiarazione: "In passato ci siamo concentrati esclusivamente sul no all’aborto e all’eutanasia. Non può essere così, in mezzo c’è l’esistenza che si sviluppa. Io non mi identifico con i visi inespressivi di chi recita il rosario fuori dalle cliniche che praticano l’interruzione della gravidanza". A parte la spensierata liquidazione di anni di magistero della Chiesa, ha profondamente ferito quella sprezzante considerazione sui "visi inespressivi" di coloro che recitano il rosario per le donne e i bambini (Galantino si è mai guardato allo specchio? Si sente un Rodolfo Valentino?). Con quelle parole il Segretario della Cei ha immotivatamente ferito il grande "popolo della vita" suscitato dal magistero di Giovanni Paolo II e dall’esempio di santi come Madre Teresa di Calcutta.

C’è stata un’ondata di indignazione. Non solo perché non si è mai visto un vescovo che sbeffeggia dei cattolici che pregano, non solo perché a quelle preghiere - in Italia iniziate da una personalità come don Oreste Benzi - talora partecipano gli stessi vescovi. Ma anche perché a volte a organizzare questi momenti di preghiera sono donne che hanno vissuto sulla loro pelle il dramma dell’aborto. Qualcuna di loro ha risposto a Galantino con parole commoventi. Ma il vescovo di Cassano Jonico - ormai abbonato alle gaffe - non ha ritenuto di scusarsi. Anzi, la settimana scorsa ha lanciato nella sua diocesi un’altra sua pensata: «Vogliamo chiedere scusa ai non credenti perché tante volte il modo in cui viviamo la nostra esperienza religiosa ignora completamente le sensibilità dei non credenti, per cui facciamo e diciamo cose che molto spesso non li raggiungono, anzi li infastidiscono».

Più bravo di Gesù... - Con ciò Galantino intendeva mostrarsi più bravo di Gesù stesso che non risulta si sia scusato con il mondo per essere venuto a svegliarlo, per essere venuto a «disturbare» i peccatori. Anzi lo ha rivendicato: "Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra: sono venuto a portare non pace, ma spada!» (Matteo 10,34). In effetti Gesù di disturbo ne deve aver creato parecchio se si sono così infuriati da farlo fuori in modo bestiale. Poi nei secoli altri hanno continuato a uccidere martiri, fino ad oggi. Ma al "combattimento" cristiano Galantino non è interessato, né ai martiri cristiani. Con tutto il gran parlare del nostro mondo clericale, mai una volta che - in queste settimane - si sia sentito citare pubblicamente il caso di Meriam, la giovane madre incinta che è detenuta in catene in Sudan ed è stata condannata a 100 frustate e all’impiccagione perché è cristiana e perché ha sposato un cristiano. Per queste cose Galantino non s’indigna.  Però testimonianze immense come quelle di Meriam o di Asia Bibi resteranno nell’eternità. Mentre le sue "galantinate" alle dodici del mattino hanno già incartato l’insalata ai mercati generali. Come diceva Chesterton, "non abbiamo bisogno di una Chiesa che si muova col mondo. Abbiamo bisogno di una Chiesa che muova il mondo".

di Antonio Socci

L’eterno ritorno di Sergio D’Antoni eletto presidente del Coni in Sicilia

Corriere della sera

di Alfio Sciacca

Rimasto fuori dal Parlamento questa volta non ha avuto problemi ad essere eletto. Era l’unico candidato e benedetto pure dal presidente nazionale Giovanni Malagò


=--In mancanza di una poltrona in Parlamento qualunque seggiola va bene. Come spiegare altrimenti la scelta di Sergio D’Antoni, ex potente segretario della Cisl, ex sottosegretario nel governo Prodi, ex deputato nazionale, ex consigliere regionale in Sicilia e da sabato nuovo presidente siciliano del Coni? Dopo essere stato sonoramente sconfitto alle ultime elezioni politiche, non riuscendo a passare le primarie interne al Pd, ora l’ex paladino della concertazione ha scelto di vincere facile.
Unico candidato
Nella corsa per la presidenza del Coni siciliano era infatti l’unico candidato. Una vittoria annunciata dunque, anche perché benedetta dal presidente nazionale del Coni Giovanni Malagò che già due mesi fa era sceso in Sicilia per tessere le lodi di D’Antoni “grande uomo di sport” che in passato è stato anche presidente del Palermo calcio. Vittoria scontata e primi annunci di rilanciare lo sport e non solo. «Dobbiamo riqualificare gli impianti sportivi siciliani, in particolare quelli scolastici, anche attraverso l’uso delle cospicue risorse europee inutilizzate».

E poi, non dimenticando le sue origini di sindacalista, ha cominciato a volare alto. «Lo sport - ha annunciato- è un formidabile volano anticrisi, anzitutto nei valori di cui si fa portatore: socialità, merito, competitività. Un motore di sviluppo capace di determinare un ritorno, anche economico, in termini di prevenzione sanitaria e crescita della cultura della solidarietà». E infine ha incalzato i suoi ex colleghi politici: «Abbiamo bisogno di attrarre nuovi investimenti pubblici e privati, partendo anche dalle cospicue risorse europee inutilizzate. Una sfida al rinnovamento che deve affrancarsi da tentazioni clientelari e assistenzialiste».

D’Antoni dal sindacato alla politica
 
D’Antoni dal sindacato alla politica
 
D’Antoni dal sindacato alla politica
 
D’Antoni dal sindacato alla politica
 
D’Antoni dal sindacato alla politica 
Da destra a sinistra
Bellissime parole e grandi impegni che forse nessuno meglio di un ex sindacalista e un ex politico del suo calibro sarebbe stato in grado di pronunciare. Sergio D’Antoni, 68 anni originario di Caltanissetta, nella sua lunga carriera ha anche girovagato in varie formazioni di centro-sinistra e centro-destra. Dopo aver lasciato il sindacato è stato indicato come l’uomo nuovo della politica italiana che, alla guida di un terzo polo, poteva essere spendibile persino come candidato premier. Creò un suo movimento “oltre i poli” che si chiamava “Democrazia Europeo” che ottenne anche l’appoggio di Giulio Andreotti, ma qualche anno dopo si schierò con Berlusconi. Quindi nel 2002 l’elezione a vice segretario dell’Udc di Marco Follini. Ma due anni dopo cambia direzione e si allea con l’Ulivo di Romano Prodi.

Per il centro-sinistra diventa sottosegretario allo sviluppo economico e poi viene eletto prima al parlamento nazionale e poi in quello siciliano. Fino all’ultima sfortunata corsa per la Camera dei Deputati nella quale viene battuto anche da oscuri candidati, risultato il settimo della sua lista. Dopo appena un anno senza una carica, evidentemente, Sergio D’Antoni cominciava ad andare in crisi di astinenza. E così ha deciso di scendere in campo per il Coni siciliano, correndo da solo con se stesso. Ora finalmente avrà nuovamente una seggiola, un ufficio, una segretaria, forse anche l’auto blu ed un’agenda fitta di impegni.

Troppo grassi per combattere», allarme per i soldati Gb fuori forma

Corriere della sera

Nel mirino le razioni troppo abbondanti dei self service militari: colazioni full english, pizze e grandi quantità di dolci a buffet


=--
Un numero allarmante di soldati fuori forma, sovrappeso, e non in grado di portare a termine nemmeno i test base di fitness, che dovrebbero essere pane quotidiano per le truppe. È allarme - e imbarazzo - ai vertici delle forze armate di Sua Maestà, dopo che è emerso che sono oltre 32mila i militari che sono stati «bocciati» almeno una volta nelle prove fisiche, nel corso degli ultimi tre anni. Mentre sono circa 22mila i soldati britannici - sia uomini sia donne - che nello stesso periodo sono risultati sovrappeso con il rischio di sviluppare problemi di salute. Lo rivela il Sunday Times in un articolo dal titolo «Too fat to fight» (troppo grassi per combattere).
Troppa pizza e dolci
Il punto è la dieta, secondo alcuni. Si cita per esempio uno dei militari di stanza a Camp Bastion, in Afghanistan, dove, spiega, il regime di alimentazione quotidiano prevede colazione abbondante, all’inglese insomma, formaggi, pizza e scelta libera presso un buffet di dolci dalla ricca offerta: dai profitteroles al gelato passando per il cheesecake. Risultato: la gran parte non riesce nemmeno a fare le flessioni.
«Cifre da choc»
Sono cifre «da choc» conferma il professor David Haslam che presiede il National Obesity Forum: «Credevo che fosse compito delle forze armate assicurare che i militari siano in forma. E se non lo sono, fare in modo che lo diventino».

(con fonte Ansa)
22 giugno 2014 | 17:41