sabato 21 giugno 2014

Pesto al tartufo con il botulino, l'allarme del ministero della salute: «Non compratelo»

Il Messaggero

«Non compratelo»

​Pesto al tartufo con il botulino, l'allarme del ministero della salute: «Non compratelo»

Allarme botulino per alcuni barattoli di pesto in commercio. Si tratta di un particolare tipo di pesto, proveniente dall'Ungheria, conl'aggiunta del tartufo. L’allerta arriva dal ministero della Salute italiano che ha segnalato nel prodotto in vasetto di vetro denominato “condimento al pesto con tartufo Szarvasgomba pesto”. Il prodotto è venduto anche online e le autorità avvertono gli utenti sul possibile pericolo e invitano a non acquistarlo. A lanciare l'allarme sono state le autorità Francesi e il ministero della salute ha subito divulgato la notizia su territorio nazionale. Ora si procederà con gli accertamenti e il ritiro dal commercio.

La guerra santa di Al Italy il "bresciano"

Gian Micalessin - Sab, 21/06/2014 - 09:44

Fumava, beveva, giurava "l'Italia è il mio Paese". Poi è partito per la Siria: "Per uccidere gli infedeli"


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È già stato tutto. Un cantante rap, un apprendista terrorista, un detenuto, un combattente entusiasta. Ora forse è solo un cadavere dimenticato. Lo sussurrano gli inquirenti che da Brescia, fino agli uffici anti terrorismo del Viminale, seguono la sua scia sbiadita. Anas el Abboubi alias «Anas al Italy» è uno dei trenta jihadisti partiti dall'Italia e approdati, come ricordava il ministro degli interni Angelino Alfano, sui campi di battaglia siriani. La storia delle quattro vite di Anas merita però di essere raccontata.

A differenza di Giuliano Del Nevo, l'islamista genovese ucciso in Siria nel 2013, Anas è italiano solo a metà. A differenza di Ismar Mesinovic, l'imbianchino bosniaco partito da Belluno e caduto sulla strada di Damasco il 4 gennaio, non è uno sbandato. L'immigrato marocchino di seconda generazione Anas El Abboubi, 21 anni, è l'icona, il paradigma, degli oltre mille islamisti partiti dall'Europa alle volte delle prime linee del jihadismo. A differenza di altri figli delle periferie scomparsi tra le nebbie della guerra Anas si lascia dietro però una traccia indelebile.

Tutto inizia verso la fine del 1999 quando Anas e sua madre lasciano Marrakech per raggiungere il padre a Vobarno, 40 chilometri da Brescia. Per Anas quel sonnacchioso paesino della Valle Sabbia è la palestra dell'integrazione. Per raggiungerla e trasformarsi in McKhalif, il rapper di belle speranze raccontato da un reportage di Mtv del marzo 2012 (Nel Ritmo di Allah: La storia di Mc Khalifh) Anas si ubriaca, fuma spinelli, fa del suo peggio per somigliare ai coetanei italiani. Ma non basta. «Amo il tricolore, amo l'Italia» racconta Anas accusando però gli italiani di rifiutarlo. «É un blocco nella tua vita, sei sporco per loro».

Da quell'intervista inizia la trasformazione. Aboliti alcool, musica e spinelli abbraccia il Corano, si tuffa, nonostante l'arabo stentato, nella lettura dei siti islamici più estremisti. Fino a quando nel settembre 2012 si presenta in Questura a Brescia chiedendo i permessi per una manifestazione in cui bruciare bandiere israeliane e americane. Dietro l'apparente ingenuità c'è un fanatismo in rapida crescita. Seguendo le vie della «jihad on line» frequenta i siti più estremisti, racconta la sua voglia di combattere, fonda la succursale italiana di Sharia 4, l'organizzazione belga famosa per aver inviato centinaia di giovani in Siria.

L'attività più preoccupante sono però i sopralluoghi virtuali tramite Google Maps sulla stazione ferroviaria e su una caserma di Brescia. Così nel giugno 2013 la Digos di Brescia, preoccupata per il rischio attentati, decide di sbatterlo in galera. Non dura molto. In poche settimane i magistrati firmano il decreto di scarcerazione e ad agosto 2013 Anas è già oltre quella frontiera turco siriana Siria diventata, dopo il 2011, la soglia del jihad. Il 9 ottobre sul suo indirizzo Facebook (Anas al Italy Anas l'Italiano) compare un video in cui si esaltano le azioni dello «Stato Islamico dell'Iraq e della Siria». Il giorno dopo pubblica una propria foto con il kalashnikov in spalla su cui campeggia la scritta «Kill the taghot», uccidi gli infedeli.

A dicembre è con i suoi compagni d'armi alla periferia di una Aleppo imbiancata di neve. Le foto finiscono sulle tv di Brescia e lui risponde agli amici di Vobarno raccontando di non volerle usare contro l'Italia, ma solo per combattere Bashar Assad. L'ultimo segno di vita è del 28 gennaio. «Il cibo - scrive Anas - ci sazia tutti i giorni, nonostante la guerra, ma lottare per essere ciò che meriti, e un altro conto». Da allora non più una parola. Solo i richiami disperati dell'amica Abby Jamila. L'ultimo del 5 maggio scorso: «Che bello è stato rivederti! Abbracciarti forte da levare il respiro, accarezzare il tuo viso che da tanto non vedevo più.... Un unico rammarico, svegliarmi e capire che era soltanto un sogno». Un sogno diventato forse un presagio.

Stupro a Central Park, 40 milioni ai 5 neri condannati per sbaglio

Il Messaggero


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Una broker di Wall Street stuprata mentre faceva jogging a Central Park, cinque teenager condannati per averla massacrata quasi a morte: un fatto di cronaca di 25 anni fa, quando Manhattan era una giungla violenta e Central Park un luogo da evitare soprattutto la notte. Oggi New York mette la parola fine sulla vicenda che ha ispirato l'anno scorso un documentario di Ken Burns («Central Park Five») risarcendo per 40 milioni di dollari quei cinque ragazzi di colore - oggi uomini - incarcerati per anni e scagionati nel 2002, dopo che Matias Reyes, un «latino» in carcere per altri stupri, si fece avanti confessando di aver agito da solo.

I dubbi Ma il caso di Yusef Salam, Antron McCray, Kevin Richardson, Kharey Wise e Raymond Santana, che all'epoca avevano tra i 14 e i 16 anni e in carcere ne hanno passati da sei a 13, forse è tutt'altro che chiuso. Secondo il Wall Street Journal, due medici che curarono la broker Trisha Meili subito dopo il ricovero sostengono adesso, sulla base delle lesioni riportate dalla donna, che Reyes non sarebbe stato l'unico colpevole delle violenze.

Un caso simbolo Il caso dei «Central Park Five» attraversa 25 anni di vita di New York: usato allora come sensazionale paradigma di una città selvaggia, invivibile e pericolosa, più tardi come simbolo delle ingiustizie del «racial profiling», in cui il colore della pelle rende un individuo immediatamente sospetto di atti di violenza. La confessione di Reyes è stata la base per l'azione legale da 250 milioni di dollari contro la città di New York intentata dai cinque per violazione dei diritti civili. Per un decennio l'amministrazione di Michael Bloomberg aveva contestato le affermazioni degli ex condannati che le deposizioni rese all'epoca erano state estorte con la forza, ma adesso il nuovo sindaco Bill de Blasio ha deciso di riparare il danno: «Un obbligo morale di correggere un'ingiustizia».

Caso chiuso? I «Central Park Five» sono in libertà dal 2002. Tra poco diventeranno milionari. Caso chiuso? In attesa che il tribunale e gli assessorati competenti ratifichino i pagamenti (un milione di dollari per ciascun anno passato in galera), due medici sono usciti allo scoperto con dichiarazioni che gettano un'ombra sulla soluzione del giallo. Le ferite riscontrate sulla Meili non corrispondono alla descrizione del delitto fatta da Reyes, hanno detto al Wsj Robert Kurtz e Jane Haher, all'epoca responsabili dei reparti di chirurgia intensiva e di quello di chirurgia plastica al Metropolitan Hospital.

Sulle gambe della donna, gonfie all'inverosimile perchè piene di fluidi, erano impresse inoltre le impronte di molte mani, come se qualcuno avesse cercato di bloccarla mentre un altro la stuprava. Negli anni Salam e gli altri hanno sempre proclamato la loro innocenza. La Meili non può aiutare a scoprire la verità ha perso la memoria. Il racconto dei medici non dimostra l'innocenza né la colpevolezza dei cinque ma getta ombre sulla confessione di Reynes. Quest'ultimo, in carcere per altri delitti, non fu mai processato per lo stupro perché il caso era caduto in prescrizione.

Dichiara 4 euro al Fisco ma possiede 200 milioni: il “Paperone di Bussolengo” assolto dall'accusa di evasione

Il Messaggero

di Andrea Falla

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La difesa. Le motivazioni della sentenza verrano rese pubbliche tra qualche settimana, ma la difesa di Montresor sembra sia riuscita a convincere il giudice grazie al modulo 'Rw'. Secondo gli avvocati, facendo la dichiarazione con tale modulo non viene richiesto di specificare se si possiedono conti all'estero, cosa che è diventata obbligatoria in Italia soltanto nel 2013.

Paperone di Bussolengo. Dopo l'assoluzione Montresor punta a recuperare tutti i suoi "possedimenti" sequestrati, un patrimonio immensio, soprattutto se confrontato con i 10 euro dichiarati dall'imprenditore negli ultimi 15 anni.
Nove società, oltre due milioni di metri quadri di terreni tra Verona, Gorizia, Belluno e Brescia, 18 unità immobiliari e 7 autoveicoli, per un valore complessivo stimabile in circa 300 milioni di euro. Il prossimo passo per Montresor sarà quello di giustificare la provienienza di questo 'impero', altrimenti i suoi beni potrebbero essere confiscati dallo Stato.