venerdì 20 giugno 2014

Android, storia per scatti sedici immagini più una

La Stampa

Antonino Caffo


1
Android è tra noi da sei anni. In questo periodo il sistema operativo di Google è cambiato parecchio, da brutto anatroccolo a piattaforma che si appresta a raggiungere l’80% degli smartphone sparsi per il mondo.


2
Android 0.5 Milestone
Prima che Android arrivasse su un telefono esisteva solo in versione “emulatore”, ovvero un software da utilizzare su un computer per simulare le funzioni del sistema operativo e le risposte alla pressione dei tasti del telefono.

3
Android 0.9 Beta
Sei mesi dopo Millestone (era l’agosto del 2008) arriva la versione 0.9, giusto un mese dopo il lancio dell’iPhone 3G di Apple. Chi avrebbe mai detto che un di lì a poco si sarebbero divisi la torta come sistema operativo più usato al mondo?

4
Android 1.0
Ecco il primo vero e proprio debutto pubblico. L’HTC Dream è pronto ad ospitare la versione 1 di Android. Si tratta della prima volta in cui tutti hanno visto con i loro occhi il nuovo sistema operativo su un vero smartphone dopo mesi passati ad essere emulato su un computer.


5
Android 1.1
Arriva finalmente l’aggiornamento della prima versione con l’integrazione di “IM” il servizio di chat antenato di Google Talk e Houngouts. La comodità era avere tutto nello stesso posto: Talk, Windows Live Messenger, Yahoo! Messenger e AIM, sempre attivi e pronti per avviare una chat con gli amici.

6
Android 1.5 Cupcake
Nell’aprile del 2009, tre mesi dopo la versione 1.1, Android prende il nome di Cupcake, in quella che diverrà una vera e propria usanza: associare al sistema operativo e relativa versione un termine connesso al mondo del cibo (prettamente dolci) scorrendo l’alfabeto dalla A alla Z.

7
Android 1.6 Donut
Google aggiorna l’Android Market e le app “Camera” e “YouTube”. Donut è la versione dell’OS dalla quale le app possono essere aggiornate singolarmente senza necessità di installare un nuovo sistema operativo.

8
Android 2.0 Eclair
Come per l’HTC Dream, ricorderemo il Motorola Droid quale smartphone dove Android ha preso una nuova forma, apportando migliorie grafiche e (finalmente) il supporto al GPS.

9
Android 2.1
Con il lancio del Nexus One è tempo dei “Live wallpaper”, sfondi per la home e lo schermo di blocco animati. Sarà questa la principale novità dell’aggiornamento di Eclair, oltre all’aggiunta di altre due pagine alla homescreen (che passano da tre a cinque).

10
Android 2.2 Froyo
Parole d’ordine: velocità. Parte del successo arriva dall’integrazione di alcune caratteristiche di Chrome all’interno del browser predefinito. Un’unità di intenti che si fermerà quando la versione mobile di Chrome diventerà un’app specifica, qualche tempo dopo.

11
Android 2.3 Gingerbread
Arriva a Natale del 2010, ben sette mesi dopo Froyo. Gli aggiornamenti iniziano a diventare più lontani del tempo, indice che la piattaforma è matura e pronta a migliorarsi più che a stravolgersi. A distanza di anni è ancora presente su molti smartphone di fascia bassa.

12
Android 3.0 Honeycomb
Si tratta di un aggiornamento dedicato solo ai tablet. La volontà era di battere Apple e il suo iPad, vero catalizzatore di un intero settore di mercato. L’obiettivo svanì, non tanto per colpa del sistema operativo di Google ma per la vastità dell’offerta che la Mela metteva in campo (app, funzioni, accessori).

13
Android 4.0 Ice Cream Sandwich
Lanciato nell’ottobre del 2011, Android ICS porta alcune delle caratteristiche di Honeycomb anche su smartphone, come i pulsanti “Home”, “Back” e “Menu”, finalmente sullo schermo e non più solo fisici. Da notare l’aggiunta delle scorciatoie sulla barra superiore e la funzione “Camera” direttamente sulla schermata di blocco.

14
Android 4.1 Jelly Bean
L’aggiornamento “caramelloso” è più tecnico che visivo: le animazioni sullo schermo adesso viaggiano a 30 FPS e grazie ad aggiunte sostanziali, come il “triplo buffering” e Vsync. Jelly Bean segna anche il debutto di “Google Now”, la piattaforma di Google con cui ricevere notizie e aggiornamenti in automatico a seconda dei propri interessi e abitudini.

15
Android 4.2
Più che per importanti aggiornamenti, il “nuovo” Jelly Bean verrà ricordato per essere il sistema di debutto del Nexus 4 e Nexus 10, smartphone e tablet realizzati sotto la rigida supervisione di Google e affidati rispettivamente a LG e Samsung. Entrambi venivano venduti direttamente sul Play Store (ex Android Market) ad un prezzo “concorrenziale” (300 dollari per il Nexus 4, 399 per il Nexus 10).

16
Android 4.3
Nonostante sia ancora parte di Jelly Bean, la versione 4.3 è quella che più di altre ne cambia aspetto e funzioni. Nuova grafica per il Play Store, Gmail, Maps, Books e Musica. Arrivano Hangouts, Keep e Play Games con cui condividere i risultati dei giochi con gli amici della rete. Inoltre l’OS si “apre” alle tecnologie indossabili: la versione specifica “Android Wear”, che vedremo sugli smartwatch di LG e Motorola, è proprio un derivato di Android 4.3.

17
Android 4.4 KitKat
Siamo ai giorni nostri. Google ha stretto un accordo con Nestlé per usare il nome delle famose barrette di cioccolato per il suo ultimo aggiornamento. KitKat è uscito in contemporanea con il lancio del Nexus 5 (prodotto da LG). Dal novembre 2013 ad oggi è stato installato sul 13% di tutti i dispositivi Android (smartphone e tablet) venduti al mondo.

La scrittrice difende i rom, la ricoprono di insulti sui social

Corriere della sera

i Francesca Barra 
 

Il racconto di Francesca Barra che è stata ricoperta di ingiurie per aver preso posizioni anti razziste

 

a.it
Sono stati professionisti, donne apparentemente per bene con la pic che immortala due teneri piedini di bimbo, ragazzi che condividono fotografie di baci romantici. Provengono da loro, molti dei commenti che avrei preferito non dover mai leggere, nella mia vita. Perché gli esaltati sui social e in strada li abbiamo incrociati tutti, ma quelli sì sa, li annusi immediatamente, si fanno riconoscere e li eviti come la peste.
Ma è il cosiddetto «rassicurante vicino di casa” che ti sconvolge e che merita la mia riflessione. Quello che «nessuno l’avrebbe mai immaginato», che si spoglia dell’abito domenicale ipocritamente tirato a lucido e si mostra nudo, così com’è: isterico e crudele. Questo ho pensato quando quel fidanzatino in un gruppo di Facebook, in cui hanno condiviso le mie posizioni antirazziste, mi augurava: «io spero che qualche ROM la stupri poi vediamo se parla ancora così sta troia».
O quando hanno scritto che mi consigliavano di comprare una pistola e di uccidermi. E ancora, di morire, di versare lacrime di sangue sulla «pelle dei vostri figli e poi vedremo dove finisce il pietismo», «troia», «servaccia dei poteri forti», «demente», «puttana», Una deputata a difensore-io- solo perché le piacciono “i piselli neri e zozzi”, perché «si fa inculare dagli extracomunitari». Allora, mi sono fermata. E mi sono chiesta: vale la pena tutto questo?

E’ possibile che un mio post in cui invito a moderare commenti e opinioni contro extracomunitari e rom, in cui mi espongo contro le discriminazioni come faccio poi sempre- è lo spirito che anima il mio lavoro - possa produrre un decimo cerchio infernale di simile portata? Io non so scrivere commenti cinici o ironici nemmeno su come si veste il mio vicino in metro, figuriamoci se posso comprendere cosa significhi prendersi la briga di insultare il prossimo gratuitamente, augurare uno stupro, la morte, e poi tornare alla vita ordinaria di sempre e rivestirsi con l’abito migliore, fingendo di essere un figlio, una moglie, un fidanzato affidabile. Ed è anche per questo che ho scritto il mio post.

I reati spesso non sono commessi da chi consideriamo l’uomo nero. Dal presunto e facile colpevole. Ed è per questo che- e anche i recenti casi di cronaca lo dimostrano- dobbiamo smettere di dare la caccia alle streghe senza prudenza. I social smascherano gli onnipotenti. Nessuno di noi lo è. Le nostre parole non sono nostre. Non abbiamo il potere di gestirle, di contenerle in uno spazio solo nostro. Circolano, vengono condivise. Ed è una rivoluzione potentissima ed utile, molto più del male che produce il suo utilizzo deviato. Ma se non saremo in grado di frenarli, se non li denunceremo senza arrenderci, avremo aperto le porte anche di casa nostra. Quella reale, intendo.

La distanza non è più così netta. Le minacce sono scritte, ma sono reali. E la Polizia Postale ha un ruolo importantissimo, perché ci spiega e dimostra per il solo fatto di esistere, che simili azioni sono perseguibili perché pericolose. Il web non è il tuo orinatoio, non può essere il buco nel quale scaricare la miseria umana. Hanno insultato una ragazza malata che raccontava l’importanza della sperimentazione. Hanno scritto alla Canalis su Instagram che se faceva sport avrebbe rischiato di perdere il bambino. Insultano le immagini dolci del figlio di Belen. Ironizzano su incidenti e malattie di politici. Torniamo umani, ha scritto un mio amico sostenendomi in queste ore, per convincermi a non chiudere le porte dei miei social per sempre. Se ci fosse davvero, quella speranza di tornare umani, non lo farei. Ma c’è?

francescabarra

A 99 anni prende la licenza media nella scuola intitolata alla maestra

Corriere della sera


a.it
«Careddu Francesca nata a Nuoro il 16 gennaio 1915 ha superato brillantemente l’esame e ora ha la licenza media». Così martedì mattina, poco prima di mezzogiorno, nella Scuola media Maccioni di Nuoro, la presidente della commissione d’esame ha annunciato a nonna Chischedda che il suo sogno di una vita era stato realizzato.

Insonnia da esame
A 99 anni ha potuto stringere tra le mani il suo attestato: l’ha baciato più volte e ha pianto di gioia di fronte a un’aula gremita, e non solo dai tanti ragazzi che come lei in questi giorni stanno sostenendo l’esame, ma anche dalle autorità e da tutti i figli, nipoti e pronipoti dell’anziana. «Non ho dormito tutta la notte per la tensione di dover affrontare l’esame», ha raccontato. E agli studenti ha raccomandato: «Non dovete avere paura dell’esame, se l’ho passato io, voi lo passerete al volo».
Le elementari, la mamma malata e 8 figli
Un esame che ha raccontato il suo secolo di vita a Nuoro: «Da piccola mi portavano in campagna a raccogliere le olive - ha detto Chischedda -. C’erano tante cose da fare in famiglia e i miei genitori mi hanno ritirato da scuola perché mia mamma si è ammalata di bronchite asmatica. Poi mi sono sposata e ho avuto otto figli: alcuni sono laureati, tutti i nipoti si sono laureati, sola a me era rimasto il cruccio di non aver fatto nemmeno la Terza media. Purtroppo ho perso mio marito prematuramente e ho avuto molto da fare».
La scuola? È dedicata alla sua maestra
Nei giorni scorsi la nonnina aveva sostenuto le prove scritte: il tema di italiano e l’esame di matematica. Un tema dettato alla tutor che l’ha seguita in questo percorso visto che lei non vede più tanto bene, un racconto lunghissimo e ricco di aneddoti. Un momento di commozione in più, nonna Chischedda l’ha avuto quando racconta che la scuola dove oggi ha sostenuto l’esame è intitolata alla sua maestra Mariangela Maccioni: «Era tanto cara mi voleva un mondo di bene», ha concluso.

La bufera dei manifesti abusivi «Pronti a passare alle vie legali»

Corriere della sera

di Rossella Verga
 

Rinviato a giudizio per diffamazione l’ex segretario dell’associazione Tortora. Spunta l’ipotesi dei radicali di ricorrere alla Corte dei Conti


a.it
Il caso delle multe per i manifesti abusivi delle Comunali del 2011 rischia di finire davanti alla Corte dei Conti. A presentare un ricorso per danno erariale (e forse non sarà l’unica mossa giudiziaria) potrebbero essere i Radicali, da anni impegnati in una battaglia per la legalità nelle campagne elettorali. «Stiamo valutando possibili iniziative giudiziarie - si limita a dire Marco Cappato, consigliere comunale a Palazzo Marino -. Riteniamo che potrebbero essere necessari interventi esterni per riportare la legalità». Il riferimento è alla battaglia contro le affissioni abusive da parte di partiti e candidati durante le ultime elezioni comunali, con la richiesta alla giunta di una rapida riscossione delle relative multe.
«Ci prendiamo ancora qualche giorno di tempo per capire cosa intende fare il Comune - precisa Cappato, consigliere di maggioranza -, poi ci muoveremo perché è già passato molto tempo e il rischio è la prescrizione. Bisogna far pagare subito e rivendicare il fatto di essere il primo Comune italiano a seguire questa strada». Cappato, a proposito del quale il capo di Gabinetto di Pisapia, Maurizio Baruffi, ha parlato di «ossessione inquisitoria nei confronti del sindaco», sottolinea di non essere mosso da «elementi psicologici e nemmeno psichiatrici». «La mia è una campagna politica», ribadisce.
Verbali per oltre 6 milioni
Per le Comunali del 2011 a Milano i verbali ammontano a oltre 6 milioni di euro e nella lista dei multati figura anche il sindaco, Giuliano Pisapia. Cappato nei giorni scorsi aveva contestato l’amministrazione per aver cancellato le prime ingiunzioni di pagamento per supposti «vizi di forma» e per la loro non immediata riemissione.

Ma la battaglia dei radicali non si ferma alle comunali del 2011. Ieri le lancette dell’orologio sono tornate indietro a una vicenda che riguarda invece le regionali del 2010. «Vuoi vedere che sulle affissioni abusive chi ha denunciato l’illegalità sarà l’unico a pagare?», scherza ma non troppo Cappato. La storia è quella del rinvio a giudizio di Francesco Poirè, ex segretario dell’associazione Radicale milanese Enzo Tortora, denunciato per diffamazione a mezzo stampa dall’ex responsabile dell’Ufficio Pubblicità di Palazzo Marino (e in precedenza capogruppo di An), Marco Ricci.

All’origine del procedimento una lettera-denuncia inviata ai tempi da Poirè a Comune, Procura e polizia locale, per contestare l’eccessivo anticipo con cui l’amministrazione (allora guidata dal centrodestra) aveva installato le plance per l’affissione dei manifesti rispetto al momento in cui sarebbero potute essere usate, senza inoltre assegnare al contempo gli spazi. Cosa che portò al risultato che «si scatenassero le affissioni abusive». Ottimista sull’udienza già fissata per il 20 ottobre prossimo l’avvocato difensore Massimo Rossi: «Non credo ci siano i presupposti per la diffamazione - argomenta - Ha esercitato un diritto di critica sull’uso degli spazi urbani».

Apple, caricabatterie difettosi: "Saranno sostituiti gratuitamente". Ecco la procedura

Il Mattino




ROMA - Dopo pericolose esplosioni di iPhone o altri dispositivi Apple, l'azienda di Cupertino ha deciso di dare il via a un programma di sostituzione gratuita di tutti i caricabatterie difettosi. I dispositivi sono stati consegnati in un arco di tempo che va dall’ottobre del 2009 al settembre del 2012. Sul sito dell'azienda viene spiegato: "può surriscaldarsi e costituire un rischio per l'utente. Invitiamo pertanto i clienti a sostituire gli alimentatori interessati con uno nuovo il prima possibile usando la procedura di sostituzione".

Per identificare il device, è sufficiente leggere le informazioni riportate sulla base dello stesso, in prossimità della presa. L’accessorio deve riportare la dicitura “Model A1300” e un marchio CE in grigio, tutti gli altri prodotti non pongono alcun problema di sicurezza.
Una volta valutato il dispositico basta andare sul sito della Apple e prendere un appuntamento presso un rivenditore autorizzato. Nel caso in cui fosse troppo lontano l'azienda provvederà al recapito tramite Posta.

Al persecutore di Tortora la poltrona di assessore

Fabrizio De Feo - Ven, 20/06/2014 - 08:15

L'ex pm Marmo alla Legalità a Pompei. Non si è mai scusato, ecco il premio


Roma - All'indomani del processo Tortora non ci furono scuse né autocritiche. La sofferenza estrema vissuta in carcere da un innocente, una carriera professionale spezzata, la salute compromessa, l'adesione acritica alle versioni dei pentiti, le campagne dei grandi quotidiani, le grida d'allarme quasi del tutto solitarie lanciate da Radio Radicale. Un mosaico di dolore composto in un verdetto capovolto e in un errore diventato emblematico, un errore per il quale nessuno pagò. Anzi, i pm di quel processo furono addirittura promossi.

Quella vicenda, però, sembra non potersi mai davvero chiudere. Trentuno anni dopo - l'arresto di Enzo Tortora avvenne il 17 giugno del 1983 con l'accusa di associazione camorristica e traffico di droga - il pubblico ministero di quel processo è stato scelto dal sindaco di Pompei per diventare assessore. Nando Uliano, appena eletto nella città degli scavi patrimonio mondiale dell'umanità, lo ha chiamato a far parte della sua squadra. L'ex pm sarà uno dei cinque assessori. Si occuperà di Legalità e Sicurezza, ma avrà anche la delega alla Difesa del patrimonio archeologico e ambientale.

Diego Marmo, oggi in pensione dopo una lunga carriera in magistratura (è stato anche procuratore aggiunto di Napoli, prima di assumere la guida della procura di Torre Annunziata) si è occupato di questioni attinenti l'area archeologica. Nel 2012, ad esempio, curò l'inchiesta sui crolli della schola armaturarum e della casa del moralista. «È successo tutto in fretta» ha spiegato al Corriere del Mezzogiorno. «Quando ho sentito della proposta il mio primo impulso è stato dire no. Poi ha prevalso il fascino della parola Pompei. E quindi mi sono detto che non era giusto rifiutare. Ho deciso di metterci la faccia». È il Velino, invece, a strappargli un commento sulle polemiche legate alla sua nomina: «Quello di Tortora è solo un episodio della mia vita professionale. Ho fatto tante cose, la mia è una storia di una persona per bene. Per 50 anni ho svolto questo mestiere. La cosa più importante è fare il possibile per i beni archeologici di Pompei».

Le buone intenzioni sono conclamate. I risultati si vedranno sul campo. E si potrebbe aggiungere che il diritto all'oblio dovrebbe valere per tutti. Ma è inevitabile chiedersi se davvero fosse opportuno procedere a questa nomina, mettere sul tavolo la carta a sorpresa dell'arruolamento del magistrato di quel processo-simbolo. In tempi in cui la resistenza a oltranza contro l'introduzione della responsabilità civile dei giudici - sancita da un referendum, finito anch'esso nell'oblio - è tornata alta il significato simbolico di tale nomina diventa fortissimo. Ed è inevitabile che la memoria di tutti vada a ripercorrere i toni e le accuse di quel processo, l'arringa del pm Marmo che descrisse Tortora «un uomo della notte ben diverso da come appariva a Portobello». Lo stesso magistrato che, concluso il suo percorso professionale, incassa oggi un incarico che è difficile non interpretare come una medaglia. O forse come un premio alla carriera.

L'estate chic della Boldrini nel bungalow presidenziale

Massimiliano Scafi - Ven, 20/06/2014 - 08:11

La numero uno della Camera si gode il capanno a sua disposizione nella tenuta di Castelporziano. Con tanto di cabina tra le dune


a.it
Laura non c'è, è andata via. Sì, la Boldrini oggi andrà per mare, la aspettano a Siracusa per la giornata mondiale del rifugiato, s'imbarcherà sulla nave anfibia San Giorgio e terrà il suo discorso sull'immigrazione e l'accoglienza. Ma nel fine settimana potrà tornare nel buen retiro di Castelporziano. Le previsioni meteo sono ottime. Sabato sereno, 29 gradi, leggermente ventilato. Domenica ancora meglio, solo un po' di onda, 30 centimetri.

La sabbia chiara, sottile, pettinata ogni mattina dai bagnini presidenziali. La brezza lieve del Tirreno. E, come viene chiamato a Roma, il «capanno» tra le dune, in mezzo alla macchia mediterranea. Benvenuti nel rifugio estivo di Laura Boldrini, un bungalow nella tenuta del capo dello Stato, un punto d'appoggio perfetto per i weekend mordi e fuggi. Dalla Camera alla cameretta pieds dans l'eau sono trenta chilometri scarsi, che sarà mai, basta evitare le ore di punta sulla Cristoforo Colombo e il traffico dei pendolari tra Roma e Ostia.

A prima vista, nulla di strano. «Capita spesso di incrociare sulla spiaggia personaggi noti - raccontano alcuni dipendenti del Quirinale - o anche gente normale, non famosa. Basta essere invitati». Ma l'invito per il presidente di Montecitorio deve essere di quelli aperti, senza scadenza o obblighi di rinnovo. La Boldrini infatti è diventata un'affezionata frequentatrice di questo esclusivo club tra le dune. È talmente assidua che le hanno assegnato una cabina sulla spiaggia. Addirittura, le avrebbero messo a disposizione pure un mini-appartamento: per metterlo a posto, a quanto pare, sarebbero stati necessari dei lavori di ristrutturazione.

Notti serene in mezzo al verde per la terza carica dello Stato. La tenuta presidenziale di Castelporziano è un'oasi naturalistica unica: nei suoi seimila ettari ci sono un castello, un borgo, alcune ville romane un museo archeologico e poi varie specie di animali selvaggi e protetti, piante rare e un arenile di tre chilometri incorniciato da una delle ultime macchie ancora intatte.
Un vero paradiso. Ben diverso dalle «aree difficili del mondo» che la Boldrini ha frequentato quando lavorava al World food program e all'Alto commissariato per i rifugiato dell'Onu. Esperienze dure, delle quali ha parlato appena pochi giorni fa, martedì. «Conosco le emergenze umanitarie da una vita - ha raccontato - Ho visto di persona che cosa significa scappare da un bombardamento e vivere in una tenda, cercare solo l'ombra, soffrire l'“habub”, tempeste di sabbia che ti costringono a ripararti dove la temperatura arriva fino a cinquanta gradi».

Ecco, a Castelporziano non fa mai così caldo, non ci sono bombe ma al massimo qualche zanzara, non ci sono tende canadesi e sacchi a pelo ma capanni scarni e comodi. E invece di difendersi dal terribile habub, ci si può far accarezzare dalla brezza di mare che soffia a orari fissi.
«A Kassala, in Sudan - continua il racconto - la sera si dormiva nelle bettole, un buco in terra come bagno, e prima di coricarsi bisognava costruire una cortina di polvere intorno al letto per evitare che gli scarafaggi ti camminassero addosso». No, questo a Castelporziano non succede.

Succede invece che Laura Boldrini sia diventata un'habituè. «Viene quasi tutti i fine settimana - dice una funzionaria del Colle - e si gode il sole». Come darle torto? Ma qualcuno ha cominciato a innervosirsi. «Ci siamo meravigliati quando ci siamo accorti che le avevano assegnato una cabina fissa - si sfoga un altro dirigente del Quirinale - Ci è sembrata una cosa davvero strana, inconsueta, Va bene, è il presidente della Camera, però questo non spiega nulla. Che diritto ha di frequentare la spiaggia? Chi la fa passare?».

Infatti la tenuta è chiusa al pubblico, possono entrare solo i dipendenti. Che saranno pure tanti, quasi duemila, ma in quell'ampio numero non risulta che ci sia la Boldrini. Certo, potrebbe essere stata invitata, però una cosa è essere ospite fissa, un'altra godere di una specie di abbonamento, di una tessera punti. Per non parlare della ristrutturazione del «capanno». Davvero sono stati fatti dei lavori? Chi li ha pagati? Perché? I soliti privilegi per la Casta? Un altro caso di spreco di soldi pubblici, proprio mentre il governo taglia le spese e fatica a far quadrare i conti? Sulla sabbia di Castelporziano sono queste le domande che girano.

La grande stangata Una truffa da 466 milioni

La Stampa

massimiliano peggio

Il super colpo del “Madoff torinese”: colpiti ministeri e decine di Comuni


a.it
Lo chiamano il Madoff torinese, per l’astuzia delle sue truffe finanziarie e la mole di denaro frodato agli investitori. Ma di certo Antonio Castelli non rischia i 150 anni di galera inflitti al «collega» americano che ha fatto tremare Wall Street, nonostante la pervicacia della Guardia della Finanza nello smascherare le sue frodi. Il suo nome compare anche nella «Lista Falciani», l’elenco sottratto dall’ex dipendente della divisione svizzera di Hsbc, Hervè Falciani, contenente i nominativi di migliaia di contribuenti con capitali «nascosti» all’estero.

La maxitruffa
L’ultima stangata è da primato: con la società finanziaria United Consulting Finance, sede operativa a Torino via Susa 31, ora fallita, ha inondato l’Italia di polizze fideiussorie buone solo per la spazzatura, perché prive di copertura patrimoniale in caso di «escussione». In tutto 5.875 polizze per un valore garantito di quasi 466 milioni di euro. Poco meno di un terzo del valore riguarda contratti stipulati a favore di enti pubblici, a garanzia di opere, servizi per la collettività e debiti fiscali. Arrestato nel 2012 per aver prosciugato i risparmi di 600 clienti, con una stangata da 20 milioni di euro, aveva chiuso questa partita con la giustizia patteggiando un anno e 8 mesi. Altro che Madoff. Castelli, tuttora libero, è di nuovo finito nei guai, denunciato per «esercizio abusivo dell’attività di intermediazione finanziaria». Denunciati anche due soci.

Vita in grande
Truffatore sì, ma con stile, osservano i finanzieri del nucleo di polizia tributaria che hanno passato gli ultimi due anni a spulciare conti correnti e atti societari. Matrimonio, qualche anno fa, a Venezia sul Canal Grande, alla modica cifra, ritengono gli finanzieri, di 300 mila euro; frequentatore del Golf Club Montecarlo, villa a Lugano. Inoltre è stato anche un genero modello, così generoso da aver regalato ai suoceri messicani aree di servizio in Messico.

Le polizze abusive
Tra i beneficiari delle fideiussioni «spazzatura», emesse dal 3 novembre 2009 al 15 settembre 2011, e sequestrate dalla fiamme gialle, ci sono Ministeri, uffici dell’Agenzia delle Entrate, Dogane, Camere di Commercio, Regioni, Province e una schiera di Comuni. Le polizze, pagate alla società Ucf in percentuale all’importo garantito, servivano a mettere al riparo gli interessi pubblici da intoppi e ritardi. Nel caso dell’Agenzia delle Entrate, ad esempio, per il mancato pagamento «della rateizzazione delle somme dovute dai contribuenti» a seguito di controlli fiscali. A Torino un caso eclatante.

Non potendo incassare debiti d’imposta per oltre 5 milioni di euro dalla società «Wheat», riconducibile al costruttore Giuseppe Franco «il re del mattone», il Fisco ha chiesto la riscossione della fideiussione. Richiesta vana. Gli agenti del fisco hanno scoperto che la polizza era farlocca, all’insaputa dell’imprenditore. Ma così il danno e la beffa. Moltissimi i Comuni «gabbati». A cominciare da Torino. E poi Collegno, Beinasco, Balangero, Chivasso, Leini, Moncalieri, Riva presso Chieri, Vinovo. Piccoli e grandi importi. Nel caso dei Comuni si tratta di polizze emesse a garanzia di licenze commerciali, di opere di urbanizzazione (fognature, strade, illuminazione pubblica), di servizi in convenzione, come l’assistenza ad anziani o disabili. Nel lungo elenco compaiono anche Questure e Prefetture, ad esempio per le fideiussioni collegate alla pratiche di regolarizzazione dei lavoratori stranieri.

La catena dei soldi
Come broker, finito al centro della precedente vicenda giudiziaria, si era specializzato con le truffe «a schema Ponzi». Cioè accalappiava nuovi investitori offrendo interessi sicuri, drenando però il capitale dei vecchi clienti. Metodo a catena semplice e infallibile. E la società di intermediazione finanziaria, stando alle indagini, è stata utilizzata come ingranaggio di questo schema. 

Regno Unito, è caccia al ladro di peli di gatto

La Stampa

FULVIO CERUTTI (AGB)

La polizia sta indagando su una persona che cattura i felini per raderli a zero


a.it
Peli di gatto come trofeo o chissà per quale strano motivo. Nel Regno Unito, più precisamente nella città dio Southport, è caccia aperta a un ladro di peli di gatto. Armato di rasoio il soggetto, non ancora identificato dalla polizia locale, sta seminando il terrore fra i proprietari dei felini. Il “modus operandi” è sempre lo stesso: i gatti domestici vengono catturati e privati del loro morbido pelo.

A far scattare le indagini è stata la denuncia di una donna che ha visto tornare la sua gatta tartarugata con diverse aree del corpo completamente prive di pelo: collo, dorso, schiena, gambe e genitali. 
Tagli troppo netti per poter pensare che siano autoprodotti dall’animale.: «C’era anche un graffio sul fianco, probabilmente provocato da un rasoio elettrico e non raschiando contro qualche materiale - racconta il suo proprietario al Mirror -. Una cosa difficile da fare per una persona sola, devono averlo fatto in più persone, ma non ne sono sicuro. Sono disgustato. Voglio sapere perché qualcuno dovrebbe fare una cosa del genere. » Non un caso isolato, poiché la Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals (RSPCA) conferma l’esistenza di segnalazioni nella stessa area.

Difficile immaginare anche le ragioni che possono spingere qualcuno a rubare il pelo di un gatto: potrebbe trattarsi di pellicce a basso costo, a gesti di odio verso i felini o a comportamenti di feticismo. Ora la polizia sta cercando di raccogliere più indizi possibili, prima che il ladro possa tornare nuovamente in azione.

twitter@fulviocerutti

Il castello del boss della mafia confiscato solo sulla carta

La Stampa

marcello giordani

Il maniero di Miasino, sul lago d’Orta, continua a essere gestito da parenti di Pasquale Galasso


a.it
«Lo Stato si attivi per entrare davvero in possesso dei beni confiscati alla mafia e per farne uso sociale»: lo ha chiesto in Parlamento il deputato del Partito democratico Davide Mattiello, che ha citato come un esempio di bene confiscato solo sulla carta, il castello di Miasino appartenuto a Pasquale Galasso.

«Per quale inspiegabile ragione - ha chiesto Mattiello nel suo intervento sulle prospettive di riforma delle norme sui beni sequestrati alle mafie - la famiglia di uno dei più importanti boss di camorra, gestisce un castello da favola a Miasino sul lago d’Orta, confiscato al boss stesso, per altro successivamente alla decisione di quest’ultimo di collaborare con lo Stato? Bisogna intervenire nella gestione delle aziende confiscate, perché con la fame di lavoro che ha il nostro Paese è un delitto far passare l’idea che la mafia il lavoro lo da, mentre lo Stato lo toglie, perché quando sequestra un’azienda quasi certamente questa chiude i battenti. Bisogna intervenire sull’Agenzia nazionale per i beni confiscati, aumentando e razionalizzandone le risorse».

Il castello intanto continua ad essere gestito da alcuni parenti di Galasso ed ospita matrimoni e feste: dopo il sequestro è iniziata una vertenza legale tra lo Stato e la società che lo gestisce. Nel 2002 la Corte di Assise di Napoli ha autorizzato la stipula di un contratto di locazione con la società «Castello di Miasino Srl». Il costo dell’affitto è di 36 mila euro all’anno. Viene anche stabilito che per sei anni (sino a fine 2008) il canone sia ridotto dell’80 per cento, «per venire incontro alle esigenze del conduttore in considerazione dei necessari e onerosi lavori di ristrutturazione».

Nel frattempo l’istanza per la restituzione del bene alla famiglia è stata rigettata definitivamente nel marzo 2012, ma il castello resta un bene ufficialmente confiscato, ma occupato. Troppo complicato quindi da gestire per gli enti locali: «Il nostro è un piccolo Comune - dice il sindaco di Miasino Giorgio Cadei - e non ha assolutamente le risorse finanziarie per gestire un complesso di questo genere. Al Comune la società che lo gestisce paga regolarmente le imposte locali».

Nel marzo 2013 l’Agenzia per i beni confiscati aveva deciso di metterlo in vendita. Una stima del 2009 assegna al castello di Miasino un valore di 4,6 milioni di euro. Nessuno però l’ha acquistato. 

Usa, arrestata la guardia di Auschwitz

La Stampa

paolo mastrolilli

Johann Breyer, 89 anni, viveva a Filadelfia dal 1952. Sarà estradato a Berlino


a.it
Vista dall’esterno la casa di Johann Breyer, nella periferia a nord di Filadelfia, sembra l’anonima residenza di una famiglia «blue collar». Mattoncini rossi, un pezzetto di giardino, e il garage per l’auto. Il tipico luogo dove i genitori della classe lavoratrice allevano i figli e costruiscono il loro sogno americano. In effetti era così anche per Johann, solo che lui custodiva un segreto inconfessabile: durante la guerra aveva fatto la guardia ai prigionieri nel campo di concentramento di Auschwitz. Lo ha custodito per settant’anni, ma martedì scorso è stato arrestato e ora, a 89 anni d’età, verrà estradato in Germania per essere processato.

La madre di Breyer era nata negli Stati Uniti, ma prima della Seconda guerra mondiale si era trasferita in Cecoslovacchia, dove era nato Johann. La storia aveva cambiato in fretta il suo destino, quando il paese era caduto nelle mani dei nazisti. A 17 anni il ragazzo era entrato nelle SS, secondo lui perché lo avevano obbligato, secondo i nuovi documenti raccolti dai procuratori tedeschi e americani perché si era arruolato come volontario. Era stato assegnato al reparto più feroce, ed era finito ad Auschwitz.

Secondo la versione di Breyer, lui era una semplice guardia nella zona militare del campo, obbligata a prestare servizio per controllarne la sicurezza. I procuratori, però, hanno trovato prove che raccontano un’altra storia. Johann in realtà faceva parte del reparto che selezionava i prigionieri all’arrivo, e li destinava per la maggior parte alle camere a gas. Quindi faceva la guardia, ma con lo scopo principale di evitare le fughe e garantire che gli internati destinati ai lavori forzati restassero al loro posto. Tutto questo lo rende un collaboratore volontario dello sterminio, e quindi un imputato da processare.

Breyer era emigrato negli Stati Uniti all’inizio degli Anni Cinquanta, e si era stabilito nella zona di Filadelfia, dove faceva il ferramenta. Assieme alla moglie aveva tirato su i loro figli, e i vicini lo descrivono come una persona gentile con tutti, che amava giocare con i bambini e dava da mangiare ai cani del quartiere. Il suo segreto era stato scoperto nel 1992, quando il dipartimento alla Giustizia aveva fatto un primo tentativo di deportarlo in Germania. Allora, però, le autorità tedesche non erano molto collaborative, e lui si difese dicendo che era stato ad Auschwitz, ma solo come semplice guardia comandata di guardare fuori dal muro di cinta. Il fatto che la madre fosse nata negli Usa lo proteggeva anche sul piano legale, e quindi il caso fu archiviato senza sviluppi. Johann tornò nella sua casetta a condurre la tranquilla vita del padre di famiglia.

L’atteggiamento della Germania però è cambiato col nuovo secolo, e nel 2011 la condanna dell’ex operaio dell’Ohio John Demjanjuk, accusato di aver servito nel campo di Sobibor, ha creato un nuovo clima. Le autorità tedesche si sono convinte della necessità di perseguire tutti i responsabili del genocidio, qualunque fosse la loro età, e hanno cominciato a cercare anche i documenti relativi al servizio di Breyer. Presto hanno scoperto che la realtà era diversa da quella raccontata: non era un giovane costretto a obbedire, senza sapere cosa stava avvenendo, ma un volontario delle SS che aveva deciso di dare il suo contributo volontario allo sterminio degli ebrei. Mercoledì mattina è comparso davanti ai giudici. I suoi avvocati hanno detto che soffre di demenza, ma ha risposto di capire perché lo vogliono processare.

Ritardo cronico nei pagamenti, malcostume inaccettabile

La Stampa


Gentile Direttore, mi rendo conto che ci sono fatti di cronaca molto più importanti e angoscianti che in questi giorni scuotono, nel vero senso della parola, l’anima delle persone per bene, ma vi scrivo di nuovo per lanciare un altro sasso nel mare della burocrazia. Spero però che vorrete pubblicare la mia lettera.

E’ mai possibile che in Italia l’unica sottospecie di garanzia di essere pagati per il lavoro svolto sia illegale?

Mi spiego meglio: in questo Paese non esiste tutela per chi non è pagato nei termini pattuiti. Mancati bonifici, ricevute bancarie respinte, pagherò, passerò e tutta una serie di scuse campate in aria sono all’ordine del giorno.

L’unica cosa che un’azienda si guarda bene dal fare (azienda seria o semiseria si intende) è un assegno scoperto. Visto che praticamente nessuno paga subito basterebbe poter fare un assegno postdatato che dà la garanzia a chi lo riceve di incassare a una certa data. Ma è illegale!!! I furbi lo sanno e ne approfittano promettendo ciò che non vogliono o non possono mantenere.

E’ invece legalissimo fregarsene delle scadenze e allungare a dismisura i termini di pagamento mettendo in ginocchio le piccole e medie attività. Perché tutto questo a chi lavora con l’estero spesso non succede? Sono dei maghi Oltralpe o siamo noi all’età della pietra? Chi lavora veramente e con i soldi vive normalmente deve essere pagato. Se da imprenditore chiudo un affare dovrei essere contento e non aver paura di aver fatto un salto nel buio.
Ma è proprio così difficile regolamentare tutto questo?

Lo chiedo al nostro Primo Ministro che ha la mia età e forse riesce a mettersi nei panni delle persone comuni che sono la spina dorsale di questo Paese. Abbiamo bisogno di regole, di certezze, di chiarezza per costruire il nostro futuro e quello dei nostri figli e per mettere all’angolo i disonesti.
Leonardo Corradini


Siamo talmente d’accordo con lei che al tema dei ritardi dei pagamenti oggi dedichiamo le prime due pagine del giornale e l’editoriale di Francesco Manacorda.

Non c’è dubbio che i fatti di cronaca a cui lei fa riferimento siano angoscianti e scuotano la nostra sensibilità, ma non è forse angosciante anche il lento soffocamento delle imprese, degli artigiani e dei lavoratori? E’ un malcostume che non ci possiamo più permettere e che sta spingendo chi può a vendere solo all’estero e a non fornire mai la pubblica amministrazione.

Cambiare e recuperare tempi certi è uno dei migliori segnali che si possano dare oggi.
Mario Calabresi

Prende il sole tutta nuda fuori dalla finestra: la ragazza provoca un tamponamento

Il Mattino

aked
VIENNA - Si sa, un corpo nudo attrae tutti i maschietti, specialmente se si tratta di una bella ragazza. Se poi aggiungiamo che questa ragazza sta prendendo il sole in una location insolita, senza vestiti, con le sue gambe che sporgono dalla finestra, capiamo il motivo di tanto clamore. Ci troviamo nel centro di Vienna, dove una ragazza è stata avvistata mentre, nella speranza di abbronzare il suo b-side, prendeva il sole sdraiata, con le gambe che penzolavano fuori dalla finestra, nel suo appartamento situato al terzo piano di un palazzo.

Numerosi automobilisti e passanti curiosi, non hanno resistito e hanno scattato alcune fotografie per immortalare la scena. Alcuni, addirittura, mentre stavano guidando la propria auto, si sono distratti per guardare la ragazza e hanno causato un tamponamento in strada:
"Ho visto due ragazzi che si sono scontrati con le loro auto, perchè i loro occhi erano attratti da quello spettacolo alla finestra", ha commentato il testimone Michael Kineast.

mercoledì 18 giugno 2014 - 16:07   Ultimo agg.: 16:09



Prende il sole nuda col sedere fuori dalla finestra, causa tamponamento: ci cascano Mattino, HuffPost, Leggo, Giornale e altri


Il Disinformatico

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “surp1*”.



Caso mai servisse un promemoria di come lavorano le redazioni di certi giornali, compresi nomi che dovrebbero in teoria tenerci all'etica, alla deontologia e alla reputazione, guardate cosa mi segnala un lettore, @rsstn.

Il Mattino pubblica questa notizia nella sezione Primo piano / Cronaca: “Prende il sole tutta nuda fuori dalla finestra: la ragazza provoca un tamponamento”. Secondo l'articolo, nel centro di Vienna una ragazza s'è messa a prendere il sole nuda, con le gambe fuori dalla finestra. Addirittura due ragazzi si sono tamponati in auto a causa dello “spettacolo” [sic]. C'è anche il testimone, Michael Kineast. E soprattutto c'è la foto dello “spettacolo” in questione.




Leggo pubblica la stessa notizia nella sezione News / Esteri, praticamente parola per parola, con lo stesso titolo:



La fonte, citata dal Mattino e da Leggo, è la testata britannica Metro:



La “notizia” viene pubblicata anche dal Giornale (a firma di Luisa De Montis) e da Libero Quotidiano, dall'Huffington Post britannico, e da quello USA, che ripetono la stessa foto e gli stessi dettagli e aggiungono il nome dell'autore della foto, lo studente Gregory Shakaki, citando però come fonte la “Central European News”:



L'immagine fa il giro del mondo in poche ore: The Real Singapore, il Mirror, El Mundo. La notiziola, del tutto frivola, scivolerebbe via per essere dimenticata domani, ma c'è un problema: la stessa foto è su Instagram da venticinque mesi ed è su Reddit da un paio d'anni, secondo i commentatori di Fark. Tineye ne trova una versione più ampia su un sito polacco già il 22 maggio 2012. Un'altra, ancora più ampia, è qui.



Indovinate qual è la testata che l'ha pubblicata per prima? Il solito Daily Mail (ieri, a firma di Jill Reilly), dal quale troppi sedicenti giornalisti insistono a copiare invece di lavorare.
Tanto che importa? È solo una notizia divertente. Certo, ma è una bugia. Se un giornale mente su queste cose, se pubblica senza controllare nulla, ci si può fidare delle sue notizie serie?



È proprio il caso di dire che in certe redazioni si lavora proprio col culo.

Etichette: antibufala, giornalismo spazzatura

Boldrini fa la tour operator sulla pelle degli italiani

Massimiliano Parente - Gio, 19/06/2014 - 17:57

La situazione sbarchi è al collasso, ma la presidente della Camera spalanca le frontiere agli immigrati


M a quale emergenza immigrazione, suvvia. Non esageriamo. Migliaia di sbarchi di sfollati ogni giorno e Laura Boldrini è lì lì per sbarcare in Sicilia, non a nuoto come Beppe Grillo perché non ha ancora fatto la prova costume ma portandosi dietro un mare di belle parole da dire agli immigrati, sentite qui: «Welcome, benvenuti in un posto sicuro, nessuno vi torturerà, nessuno vi ammazzerà, nessuno vi perseguiterà più».

boldrini
Una figata. Un discorso sensibilissimo, annunciato in un'intervista alla Stampa, che passerà alla storia come il discorso del welcome.

Welcome, che problema c'è, è l'uovo di Colombo, l'ovetto fresco di Laura. Perfino l'Europa, un pachiderma addormentato che si è reso conto di Hitler solo quando ha invaso la Polonia, registra una situazione gravissima, gli svizzeri se ne fregano e con un referendum hanno chiuso le frontiere, ma per Laura la soluzione è semplice, è welcome, accogliere tutti con una ghirlanda di fiori come alle Hawaii, tanto diciamo la verità, Mare Nostrum per ora sono solo cavoli nostri.

Attenzione, Laura mica parla a vanvera. Lei è stata in Sudan, lì si dorme nelle bettole, il bagno è un buco per terra, sarà di quelli alla turca, ma senza offesa per i turchi, ci mancherebbe. Ci sono posti in cui ti camminano addosso gli scarafaggi, lo sapevate? Se è per questo ci sono pure in molte periferie italiane, ma mica si possono imbarcare per tornare qui a prendere il welcome di Laura. Comunque sia: «Ora che siete qui organizzatevi, non riposate sugli allori, perché bisogna essere realistici, l'Italia può fare molto, ma non può fare tutto».

Veramente in Italia non riescono a organizzarsi neppure gli italiani per se stessi, siamo annientati dalle tasse, nei supermercati la gente toglie un detersivo dalla busta della spesa perché non ce la fa a arrivare a fine mese e non ha gli occhi per piangere e neppure la scorta per ridere. La disoccupazione forse si smuoverà nel 2017, con questa data che si sposta sempre più avanti, praticamente i giovani disoccupati già adesso hanno cinquant'anni. Ma non ci camminano mica addosso gli scarafaggi, al limite ci camminano addosso gli africani, ma questi sono discorsi egoistici. Anche perché gli italiani, non dimentichiamolo, sono occidentali, e per una di sinistra l'Occidente è come il peccato originale per un cattolico.

Qui al limite si suicidano gli imprenditori, che comunque per Laura sono il simbolo del capitalismo. Anzi, io questo welcome lo piazzerei a Lampedusa con un cartello al neon tipo Las Vegas. Che poi non sarà mica limitato ai soli poveracci che si imbarcano nel Mediterraneo, credo vada esteso a tutto il mondo, dovremmo organizzare un ponte aereo con ogni Paese sottosviluppato e portarli qui, a Welcomelandia.

E anche sul femminicidio, quello vero, diamo asilo a tutte le donne maltrattate dai musulmani, sempre però che lo vogliano loro, perché la cultura islamica va rispettata sia lì sia quando arrivano qui, mica siamo Oriana Fallaci. Un italiano che picchia una donna è da arrestare, un musulmano che la uccide e la sotterra in giardino, in fondo, è cultura. Infatti l'esportazione della democrazia è sempre stata un'aggressione occidentale, per quelli come Laura. Invece la ricetta di Laura Welcome è geniale, è la dottrina Bush al contrario: importare l'Africa, e a questo punto scusate anche l'India, volete mettere il vantaggio, non c'è più bisogno di andare lì per ritrovare se stessi, si tengano solo i marò.
Welcome a chiunque voglia, insomma, senza discriminazione.

Anche agli zingari, che sono nomadi ma non so perché sono stanziati da anni dentro i cassonetti sotto casa mia, appena li vedo gli dico welcome. Però poi Laura Welcome dice anche che «ci vuole una cabina di regia capace di far colloquiare tutti gli attori» e ti viene il dubbio che forse stia parlando di un film, abbiamo frainteso tutto. E allora se non la candidiamo al Nobel per la pace diamole almeno premio un Oscar per la migliore interpretazione della Vispa Teresa, mandiamola a Hollywood e quando torna l'accogliamo anche noi con un bel welcome a quel paese.