domenica 8 giugno 2014

Gaypride, un inutile carnevale

Nino Spirli

Sabato 7 giugno 2014 – San Roberto – Piana di Gioia Tauro, Redazione di SUD





Essere ricchioni è una cosa seria, come tutto il resto. Non è un vanto, né motivo di vergogna. È come respirare, aver sete, masticare cibo o stare in piedi.
È  conoscere la pace, ma anche combattere una guerra.
È essere vivi, uguali e diversi.

Non so come, ma è successo anche a me. Quel giorno mi sono svegliato e ho capito che uomo o donna che fosse, avrei potuto amare a prescindere. E, volendo, godere a prescindere. A prescindere anche dall’amore.

No, non ero diventato diverso: ero sempre quello di prima. E lo sono ancora. Mangio anche oggi, come quaranta anni fa, il “gattò di patate” di Mamma Concettina, e anche le sue mozzarelle in carrozza. Indosso, oggi come allora, bracciali ed anelli. Al limite, ne è aumentato il numero. Leggo un libro a settimana. A volte, due. E lo facevo anche a sedici anni, puttaniere. Ho la barba e non mi depilo le gambe o le spalle. Grido e non urlo. A volte, ahimè, tiro giù un pezzo di Cielo. Poi me ne pento e chiedo scusa. Sempre a prescindere.

Ho amato tre volte, allo stesso modo. Tre uomini insostituibili. Unici. E una volta ho amato una donna con la stessa intensità. Conto pochi, preziosi amici. Molte sono le persone che mi sono care. E a nessuno di loro controllo le mutande, né rovisto fra le lenzuola. Che siano alte o basse, povere o ricche, grasse, magre, eterosessuali, comuniste o fasciste, renziane o dei miei, le persone sono tutte uguali. Ugualmente diverse e diversamente uguali.



Non amo le pacchianate, ma rispetto i pacchiani quanto i sobri. Mi annoia la seriosità, ma amo i seri.
Mi affascinano il bene ed il male alla stessa maniera.
Ma non sopporto il gaypride.

Perché non perdo tempo con le cose inutili. E il gay pride lo è, inutile. Non serve.
All’omosessualità non serve questa inutile ostentazione di diversità. Né questa arrogante pretesa di essere l’* del Terzo Millennio. Quell’essere indefinibile in quasi nulla – pena lo scadere nel razzismo omofobico – tranne che nella sua intoccabile diversità eccellente.
In realtà, la processione arcobaleno di sfrontata appartenenza può, secondo me, recitare il De Profundis.

Essere omosessuali, oggi, non fa notizia. Il mio verduraio non ammicca quando mi vende le banane e sua moglie non mi consiglia i finocchi col sorrisetto fra gli orecchini. La tintora non si scandalizza a lavare le mie sciallesse e la maestra di mia nipote non mi guarda con sospetto. Il mio confessore mi confessa le sue angosce amorose per i tradimenti del suo compagno e mia Madre si fa accompagnare per la città dal mio fidanzato. Quando ne ho uno. E quando non ce l’ho, si preoccupa per me. Mio Padre, da vivo, era felice di me. Oggi, da morto, mi sostiene in tutte le mie attività. A prescindere.
Ne parlo con tanti amici e anche a loro capita la stessa cosa.

E, dunque, a quali “categorie” giova questa costosissima “passiata” (passeggiata) per le vie dei Centri cittadini? Probabilmente, a quelle associazioni che la organizzano (spesso con sovvenzioni pubbliche e patrocini complici) e che hanno urgenza di diventare visibili e “sdoganate” agli occhi nostri. Giova a tutti quei furbacchioni che aspettano la giornata rainbow per impennacchiarsi e fregiarsi dell’Ordine della Guepiere Pitonata, o del Dildo Luminoso, o della Ciglia Paillettata.



Perché il gay pride non è omosessuale, è gay. Di quel gay che smiela come i dolci turchi. O, peggio, come le torte accremate all’americana.
Gay, di quel rosa cretino. Di quelle mossette da sciocchina. Degli urletti su tacco 15.
Gay inutile e fuorviante.
Quelli come me, invisi ai gay, non ci partecipano, alla processione di Santa Frocia. Restano a lavorare, a riposare, a produrre, a godere di un giorno in più. Fanno.
E non srotolano slogan a lingua piena. Non megafonano adozioni improponibili o scimmiottamenti di matrimoni.

Restano e chiedono. Diritti. Seri Diritti. E non frattagliate da patteggiamento.
Non si baciano sulle carrozze a triplo tiro bianco, vestiti da sposa entrambi. O entrambi in smocking col garofano verde in petto.
Godono della discrezione di casa. Come tutti.
Normali.
A prescindere.
Fra me e me. Uomo

Napolitano come la Rai: tagliate tutti ma non me

Alessandro Sallusti - Sab, 07/06/2014 - 15:34

Donato Marra ci ha confermato la contrarietà di Napolitano a "nuovi oneri" per il Colle e la Corte costituzionale: "Invece gli oneri per Camera e Senato sono ridotti"


Egregio Segretario Generale,

la ringrazio della lettera. E non per contraddirla, ma mi pare che il contenuto sia una conferma di quanto da noi scritto basandoci su fonti giornalistiche.

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Anzi, dalla sua apprendiamo che il Colle sta intercedendo anche per limitare limature al budget della Corte costituzionale. Se risparmio deve essere, mi sembra di capire che Napolitano abbia suggerito - nella memoria inviata al Parlamento - di calcare la mano sui tagli di Camera e Senato.
Evidentemente, quando si parla di risparmi, il Quirinale si comporta un po' come tutti: li invoca (tanto è gratis) a patto che siano sulla pelle degli altri. Rigore e sobrietà: quante volte abbiamo sentito uscire queste parole dalla bocca del nostro presidente per giustificare la macelleria sociale messa in atto dai suoi governi preferiti, quelli di Monti prima e Letta poi. Strano che ora, che non la mannaia ma un tronchesino sta per potare le due istituzioni più costose d'Italia, si lanci l'allarme.

Partiamo dalla Corte costituzionale. Ci costa 64 milioni. Siamo sicuri che se ne mancassero una manciata la Costituzione sarebbe in pericolo? Vediamo. Il suo presidente guadagna 558mila euro l'anno, il suo omologo inglese 217, il presidente della Suprema corte americana un terzo, 166mila. Ogni consigliere percepisce 465mila euro, tre volte tanto i colleghi degli Stati Uniti. Ognuno di loro (parlo degli italiani, ovviamente) ha un'auto blu a disposizione con due autisti 24 ore su 24. Hanno gratis biglietti aerei e ferroviari, telefono di casa, telefonino e computer.

Io penso che leggendo queste cifre si capisca non solo che una «limata» non può essere letale per la libertà, ma che si tratta di un colossale sperpero di soldi pubblici, legale sì ma moralmente non molto diverso dai casi di malaffare che riempiono le cronache di questi giorni.

E veniamo al Quirinale. È noto che si tratta del l'istituzione più spendacciona al mondo, almeno per quanto riguarda le democrazie e le monarchie occidentali. Il personale complessivo è di circa 2.000 dipendenti. Oltre cento sono collaboratori della presidenza, mille i militari (corazzieri, addetti alla polizia e alla sicurezza). La regina Elisabetta II d'Inghilterra dispone di 300 dipendenti, il re di Spagna di 543, il presidente Usa di 466. Per mantenere questo esercito personale, il capo dello Stato fa spendere ai suoi sudditi, cioè a noi, 230 milioni l'anno, una cifra doppia di quella che Obama mette sul conto degli americani.

Ora, capiamo che il Quirinale è un monumento nazionale, ma assomiglia tanto alla Rai e ai suoi sindacati teorici del «tagliate tutto, ma non me». Da qualunque punto si veda questa storia i conti non tornano. E volere farli tornare opponendosi per iscritto a tagli nemmeno severi ma diciamo appena decenti vuole dire non essere collegati con il Paese e i suoi drammi che, a occhio, sono ben lungi dall'essere risolti.


Napolitano ci dà ragione: non vuole tagliarsi le spese

Antonio Signorini - Sab, 07/06/2014 - 08:45

Il Quirinale ribadisce al Giornale la sua contrarietà al decreto sulla spending review: "Non si è tenuto di conto dei risparmi già fatti, ma non c'è alcuno stop"


Conferma i dubbi del Quirinale sul decreto Irpef nella parte in cui taglia fondi agli Organi costituzionali. Spiega che la nota del Colle a governo e Parlamento per segnalarli è stata effettivamente inviata e che il famoso subemendamento criticato penalizza troppo il bilancio della presidenza della Repubblica.

Dice che su questo tema c'è un «accordo informale» sollecitato da Palazzo Chigi. In ogni caso, assicura che il Colle i tagli li sta già facendo e che comunque si rimetterà alla volontà del Parlamento.
Il giallo dei tagli agli organi costituzionali da ieri è un po' meno giallo, grazie a una lettera che il segretario generale della Presidenza della Repubblica Donato Marra ha inviato al Giornale a proposito dell'articolo intitolato: «Stop ai tagli di spesa al Quirinale. Giallo sul pressing di Re Giorgio».

Questi i fatti. Giovedì 5 giugno l'agenzia stampa Public Policy e ieri il Giornale hanno ipotizzato la riapertura del decreto Irpef alla Camera dopo il via libera del Senato, per i dubbi della Presidenza della Repubblica su un piccolo subemendamento introdotto al Senato da Lucio Malan (Forza Italia).
La modifica, passata con il nulla osta del governo Renzi, prevede che i tagli per il 2014 di 50 milioni di euro complessivi per Quirinale, Senato, Camera, Corte costituzionale, quelli di 5,3 milioni per Corte dei conti, Consiglio di Stato, Tar, Csm e quelli da ulteriori 18,24 milioni al Cnel siano «ripartite tra i vari soggetti in misura proporzionale al rispettivo onere a carico della finanza pubblica per l'anno 2013». Una formulazione che penalizza il Quirinale.

Ieri la replica del Colle, riportata per intero in basso, che, di fatto, conferma tutto, anche se assicura che il presidente Giorgio Napolitano, «non ha mai messo uno stop ai tagli di spesa del Quirinale, che invece ha sempre sollecitato». Nel merito, Marra conferma di avere inviato la memoria al ministro per i Rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi e al presidente delle commissioni riunite Bilancio e Finanze del Senato, ma solo per «richiamare l'attenzione» sugli effetti del subemendamento.

La modifica Malan, conferma il segretario generale della Presidenza, «aumenta considerevolmente l'onere a carico del Quirinale e della Corte costituzionale e riduce per converso gli oneri a carico del Senato e della Camera, basandosi sul criterio, tipico dei tagli lineari, della mera proporzionalità rispetto all'importo nel 2013 delle rispettive dotazioni». Insomma, il problema è che il Colle verrebbe penalizzato, Montecitorio e Palazzo Madama favoriti. Metodo sbagliato secondo Marra, perché non tiene conto dei tagli già fatti. E non tiene conto nemmeno di un «accordo informale tra gli Organi costituzionali» sulla ripartizione dei tagli che, spiega, è stato promosso dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio.

Accordo che non risulta al senatore azzurro Lucio Malan, autore dell'emendamento. «Se c'è stato un accordo, doveva essere comunicato a chi lo deve mettere in atto e tra questi ci sono i questori del Senato. Cosa che non mi risulta sia stata fatta. Ritengo che non fossero informati neppure i relatori del provvedimento, i presidenti delle commissioni referenti e neppure il viceministro Enrico Morando che ha rappresentato il governo nell'iter del provvedimento. Se fossero stati informati, lo avrebbero fatto presente. Se non è cambiata la Costituzione, le leggi le fa il Parlamento e non accordi dietro le quinte».

Resta da capire se il governo e/o il parlamento hanno intenzione di cancellare il metodo Malan e come lo faranno. Lo stesso Marra ipotizza una modifica nella legge di Stabilità. In questo caso il decreto Irpef (quello con il buono da 80 euro) non dovrebbe fare un altro passaggio. Però assicura che, se l'emendamento non sarà eliminato, il suo ufficio farà il possibile per rispettare la volontà del Parlamento, garantendo la funzionalità della presidenza e dei palazzi del Quirinale.



Il Quirinale non può fare più sacrifici

Donato Marra - Sab, 07/06/2014 - 07:55

Dopo l'articolo di ieri sullo stop del Quirinale a nuovi tagli, il sottosegretario alla presidenza della Repubblica ha scritto al Giornale per rettificare


Egregio Direttore,

riguardo all'articolo apparso ieri sul Giornale intitolato «Stop ai tagli di spesa al Quirinale. Giallo sul pressing di Re Giorgio», mi permetto di osservare che il titolo non corrisponde alla realtà dei fatti. Il Presidente Napolitano, infatti, non ha mai messo uno stop ai tagli di spesa del Quirinale, che ha invece sempre sollecitato e che sono infatti iniziati fin dal 2006, come può desumersi dalle note illustrative dei bilanci interni, pubblicate annualmente e consultabili sul sito del Quirinale.

Quanto all'asserito giallo, non ho alcuna difficoltà a precisare di avere inviato una memoria al ministro per i Rapporti con il Parlamento e al presidente delle Commissioni riunite Bilancio e Finanze del Senato esclusivamente per richiamare l'attenzione sugli effetti di un emendamento che, fermo restando l'ammontare complessivo della contribuzione al Tesoro da parte degli Organi costituzionali, si limitava a modificarne la ripartizione tra gli stessi.

Un emendamento aumenta considerevolmente l'onere a carico del Quirinale e della Corte costituzionale e riduce per converso gli oneri a carico del Senato e della Camera, basandosi sul criterio, tipico dei tagli lineari, della mera proporzionalità rispetto all'importo nel 2013 delle rispettive dotazioni, senza tener conto delle economie realizzate in precedenza. E ciò in difformità da un accordo informale tra gli Organi costituzionali e il governo, promosso dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri, accordo che aveva tra l'altro consentito al governo di evitare di assumere iniziative che potessero apparire lesive dell'autonomia degli Organi costituzionali, operando all'interno di una leale collaborazione istituzionale.

Aggiungo che la Segreteria generale, con lettera da me inviata in data 16 aprile 2014 al ministro dell'Economia e delle Finanze, si impegnava a ridurre di quattro milioni la dotazione a carico del bilancio dello Stato anche per il triennio 2015-2017, riportandola - nonostante l'inflazione maturata nel frattempo - al livello del 2007 (224 milioni di euro), con un risparmio complessivo per il bilancio dello Stato di 16 milioni di euro.

Posso infine assicurare che qualora il testo originario dell'articolo modificato dal Senato non sarà ripristinato, eventualmente anche nella legge di stabilità, questa Segreteria generale non mancherà di fare tutto il possibile per adeguarsi alle decisioni del Parlamento, garantendo al contempo la piena funzionalità di una struttura chiamata a supportare la suprema magistratura della Repubblica e a garantire la conservazione e la fruizione del patrimonio storico-artistico e naturalistico affidato alla sua cura.

Cordiali saluti.

Donato Marra,
Segretario Generale della Presidenza della Repubblica

Ecco tutte le (strane) storie di uomini diventati libri

Il Giornale
Matteo Sacchi - Sab, 07/06/2014 - 12:24

Tra i testi rari di Harvard spunta un volume dell'800 rilegato con l'epidermide di una malata mentale. Ma è tutt'altro che un fatto isolato. Questi i casi più celebri


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L a notizia ieri è rimbalzata sui siti di mezzo mondo. Tra i 15 mila volumi della biblioteca di Harvard ce n'è uno, ottocentesco, sicuramente ricoperto di pelle umana. Analisi condotte sulla copertina di Dei Destini dell'Anima del poeta francese Arsène Houssaye(1815-1896) hanno dimostrato che è stata ottenuta da una sottile epidermide femminile.

È così confermata la veridicità di una nota all'interno del volume secondo cui la pergamena della legatura sarebbe stata tratta dalla schiena di una malata mentale morta di ictus. «Nessun ornamento è stato stampato sulla copertina per preservarne l'eleganza. Guardando attentamente se ne vedono i pori», si legge nel messaggio, a firma Ludovic Bouland, luminare della medicina ottocentesca e appassionato bibliofilo. Il volume, una meditazione sull'anima e la vita dopo la morte, era stato donato da Houssaye a Bouland intorno al 1880. Ecco perché il bibliofilo così conclude nella medesima nota: «Un libro sull'anima umana merita di avere una copertina umana».

Una stranezza un po' macabra? Un unicum? Mica tanto, di «lavori in pelle» come quello che si trova presso la biblioteca dell'ateneo del Massachusetts ne esistono, e ne sono esistiti, molti più di quelli che si possa pensare. Il primo archetipo di questi testi «nobilitati» con derma umano potrebbe essere addirittura una misteriosa antica raccolta di aforismi greca. Epimenide di Creta era un filosofo presocratico di cui ci è rimasto pochissimo. Secondo Diogene Laerzio il suo corpo era conservato a Sparta. E sin qui niente da dire.

Ma secondo altri a essere conservata a Sparta era la sua pelle, sulla quale erano scritte frasi misteriose che gli Spartani custodivano con grandissima cura. Falso o realtà? Gli storici si azzuffano. Ma quella della pelle umana su cui scrivere pare fosse proprio una mania spartana. In un passo di Stefano Bizantino (geografo del VI secolo) a proposito della città di Anthana si legge: «è chiamata così, secondo Filostefano, da Anthes... sulla cui pelle Cleomene fratello di Leonida, dopo averlo ucciso e scuoiato, scrisse gli oracoli, che in questo modo erano conservati».

Ma se quelli antichi sono indizi, a partire dal XVII secolo la pelle umana per le rilegature sembra diventare uno sfizio (per pochi), uno sfizio che diventa via via più ricorrente, almeno sino all'Ottocento. A esempio sempre alla biblioteca di Harvard è conservato il giuridico Practicarum quaestionum circa leges regias. Anche in questo c'è una nota che fa accapponare la pelle (scusate il gioco di parole): «La copertina di questo libro è tutto ciò che rimane del mio caro amico Jonas Wright, scorticato viva dai Wavuma nel quarto giorno d'agosto, 1632. Il re Mbesa mi ha donato il libro, una delle poche cose in possesso di Jonas, insieme a molta pelle così da poterlo rilegare. Riposa in pace».

Ma in realtà su questa copertina specifica gli studiosi hanno molti dubbi. Uno scherzo antico, forse... Più certa la natura della copertina di una copia di Narrative of the Life of James Allen. Allen era un bandito del XVIII secolo, amante degli pseudonimi, che terrorizzava il Massachusetts. Preso e imprigionato pubblicò una autobiografia. E volle che dopo morto una delle copie, oggi conservata a Boston, fosse ricoperta dal suo derma. Una scelta che non fa una grinza: fuori la sua pelle, dentro la sua vita.

Ma non serve andare così lontano, un libro ricoperto in pelle umana pare si trovi pure alla biblioteca Ambrosiana di Milano, ne diede notizia Armando Torno qualche anno fa. È un testo di anatomia per artisti con una decina di tavole (alcune a colori) scritto da tale Henri van Holsbeék, pubblicato a Bruxelles nel 1861. Una chiosa in francese, datata 1879, assicura che l'esemplare è in pelle umana e il rilegatore fu Gustave Bjthers, anch'egli di Bruxelles. Ma non manca nemmeno chi abbia donato per la scienza.

Si dice che un'ammiratrice abbia destinato parte della propria schiena «post mortem» all'astronomo Flammarion (uno che alle signore piaceva), che la utilizzò per un esemplare de Les Terres du Ciel (1877). E pare che la pelle del poeta Jacques Delille (1738-1813) sia finita attorno alle Georgiche di Virgilio da lui tradotte nel 1770. Di nuovo non fa una grinza: cos'altro fa un traduttore se non rivestire della propria pelle le parole di un altro? E gli esempi potrebbero continuare e indirizzarsi verso il feticismo. Si favoleggia di versioni della Justine di De Sade ricoperte con soffice cuoio ottenuto da seni femminili (con tanto di capezzoli ornamentali).

Verrebbe da chiedersi perché il libro abbia finito per essere così spesso racchiuso in un guscio umano. La risposta più banale è che un libro è un'anima senza corpo, si può essere tentati di fornirglielo. Insomma quello che diceva la poetessa Anise Koltz - Tocco la tua pelle/ come se sfogliassi/ un libro di salmi - può essere facilmente ribaltato. Poi la sociologia e la psicologia potrebbero trovare risposte più macabre. Ma pazienza.

I moralisti delle mazzette

Nicola Porro


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Eccoci di nuovo a commentare storie di arresti e mazzette. L’ultima in ordine di tempo è la diga di Venezia, quella che avrebbe dovuto evitare l’acqua alta. La chiamano il Mose, ma con l’accento sbagliato. Il pubblico ministero che ha indagato e chiesto gli arresti (Carlo Nordio) è un signore che, a differenza dei suoi simili, prima di arrestare un povero cristo si farebbe tagliare le mani. Odia la giustizia spettacolo.

Ieri ha subito detto: «In Italia la corruzione continua perché le leggi sono troppo complesse e farraginose. A nulla serve aumentare le pene e inventarsi nuovi reati». I contribuenti sono gabbati più volte. Prima dai propri rappresentanti, che abusano delle tasse incassate. Poi dal fatto che queste benedette opere pubbliche, se mai si realizzano, non si chiudono mai nei tempi e nei modi promessi. Chi ancora pensa che l’Expo possa avere il fascino scintillante che ci avevano raccontato agli esordi?
Arrivano infine i nuovi politici che, cavalcando l’indignazione, gridano allo scandalo (che c’è) e chiedono subito di bloccare tutto, nuove leggi, nuove commissioni e maggiori pene (come dice Nordio).

Il 31 marzo 2010, all’indomani delle amministrative, Travaglio-porta-iella, rivolto al Pd di Bersani, scriveva: «Bastava candidare gente seria e normale, fuori dal solito lombrosario, come a Venezia, dove il professor Orsoni è riuscito addirittura a rimpicciolire Brunetta». Con 400mila euro di finanziamento illecito, sostiene oggi l’accusa. Vogliamo dire che dalla palude in cui siamo non se ne esce con i moralisti e le morali. Siamo un Paese in cui non si può fare nulla. Un bar non può mettere un’insegna, un artigiano non può assumere un apprendista, un ragazzo non può fare un lavoretto, un’impresa un capannone. O meglio, tutto si può fare: ma dopo una giungla burocratica e autorizzativa.

In un sistema come questo è tutto corrotto. Il Mose è corrotto perché a prendere i soldi sono i politici. Ma nelle sue fondamenta diventa corrotta, marcia, la nostra economia. Essa non è più volta a raggiungere cospicui e sani profitti, ma a sfuggire le sanzioni previste da norme, codici, regolamenti. Le interpretazioni giudiziarie sono poi talmente divergenti che il diritto diventa arbitrio e i Tribunali ruote della fortuna. È inevitabile dunque che gli investimenti dei privati nell’ultimo triennio siano diminuiti del 15 per cento e del doppio circa quelli pubblici. Ieri abbiamo scoperto che anche il Brasile ci ha superato nella produzione industriale. Con la propensione ad investire così in calo, c’è da attendersi che il futuro ci riserverà una classifica ancora più inclemente. Il lavoro, poi, lo creeremo per legge. Sulla carta. Su questo siamo i numeri uno.