giovedì 8 maggio 2014

Lo scambio di mail tra Google e l’Nsa mina la credibilità di Mountain View

La Stampa

francesco semprini

«Al Jazeera America» pubblica gli scambi epistolari tra i dirigenti del colosso dei motori di ricerca e numero uno dell’agenzia al centro dal «Datagate».

Stampa.it
Perchè se Google non ha collaborato con il programma di «intercettazioni selvagge» della National Security Agency - come la società ha ribadito con forza negli ultimi mesi - i vertici di Mountain View e quelli dell’agenzia di intelligence sono stati protagonisti di un fitto intreccio di email tra il 2011 e il 2012? E’ questa la domanda che molti negli Stati Uniti si pongono dopo la pubblicazione da parte di «Al Jazeera America» degli scambi epistolari tra il presidente di Google, Eric Shmidt, e il confondatore Sergey Brin, e Keith Alexander, numero uno dell’agenzia al centro dal «Datagate».

La posta elettronica suggerisce che tra il colosso dei motori di ricerca e la Nsa, ci fosse una relazione assai stretta prima dello scandalo a cui ha dato impulso la «talpa» Edward Snowden. Uno scambio di email in particolare, descrive un incontro avvenuto tra i vertici delle due organizzazioni nei pressi dell’aeroporto di San Josè in California. «Quando si arriva a una certa complessità nei nostri progetti programmiamo incontri riservati per sentire gli amministratori delegati di società chiave, e aggiornarli su rischi specifici che possono essere contrastati - scriveva Alexander in un mail a Schmidt del giugno 2012 -

Proprio per questo la partecipazione di Google è essenziale». Quando il Ceo di Google non poteva intervenire rispondeva: «Sarò lieto di vederla in una prossima occasione». Un portavoce di Mountain View ha commentato la vicenda spiegando che la società «è seriamente determinata a proteggere la privacy degli utenti e anche per questo incontra occasionalmente esperti esterni, tra cui anche quelli del governo americano». 

La società ha sempre smentito ogni coinvolgimento nelle attività di sorveglianza da quando è scoppiato il «Datagate», in particolare Schmidt, a novembre, ha dichiarato che se il governo Usa aveva accesso a certi dati, Google non ne sapeva nulla. Sebbene le mail pubblicate non smentiscano categoricamente le dichiarazioni dei vertici della società di Silicon Valley, suggeriscono quantomeno una relazione piuttosto stretta tenuta sino ad oggi nell’ombra.

La nuova vita della cassetta: da Sony il super-nastro magnetico da 185 terabyte

La Stampa

luca castelli

L’azienda giapponese annuncia di aver sviluppato una tecnologia in grado di registrare 148 gigabyte di dati per pollice quadrato. Un nuovo record per un formato che riporta alla mente supporti vintage ma che svolge anche oggi un ruolo chiave nell’archiviazione di Big Data

Stampa.it
Il primo amore non si scorda mai. La Sony, che negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso costruì una parte significativa delle sue fortune sul successo globale dei Walkman portatili, rilancia il vecchio nastro magnetico con una novità che potrebbe rivoluzionare il mondo dei back up e dell’archiviazione di dati: una cassetta in grado di contenere fino a 185 terabyte di memoria.

La nuova tecnologia è stata presentata all’International Magnetics Conference di Dresda. Secondo l’azienda giapponese, attraverso l’affinamento di un processo chiamato “sputter deposition” (che coinvolge ioni di argon, particelle da 7.7 nanometri e pellicole polimeriche si è riusciti a registrare fino a 148 gigabyte di dati per pollice quadrato (circa 6,5 centimetri quadrati). Cinque volte di più rispetto al precedente record (29,5 gigabyte per pollice) e una settantina rispetto ai normali nastri sul mercato.

Altri paralleli possono aiutare a comprendere meglio l’ordine di grandezza e capacità del nuovo nastro: una cassettina da 185 terabyte può contenere il corrispettivo di 3700 dischi bluray o 65 milioni di canzoni da tre minuti e mezzo (facendo impallidire la capacità di memoria dello “sterminatore di Walkman”, l’iPod). O ancora, conservare il contenuto di diciotto Biblioteche del Congresso degli Stati Uniti (la più grande biblioteca del mondo, il cui patrimonio multimediale è stimato intorno ai 10 terabyte di contenuti).

Nell’era dei big data, man mano che la moltiplicazione di informazioni coinvolge tutti gli aspetti della sfera personale, sociale e commerciale, il problema dell’archiviazione dei dati sta assumendo un ruolo sempre più rilevante (per le istituzioni, per i centri di ricerca, per le aziende) e in quel settore il nastro magnetico presenta ancora elementi competitivi rispetto ai sistemi concorrenti.

Per questo non è stato cancellato dalla rivoluzione digitale: anzi, secondo il Tape Storage Council nel 2012 la quantità globale di memorie magnetiche è cresciuta del 13% e per il 2013 era previsto un ulteriore aumento del 26%. In quella direzione - piuttosto che verso il consumo privato di musica o film – si rivolge anche il nuovo nastro-mammuth della Sony, che l’azienda promette di commercializzare in una data ancora imprecisata dei prossimi mesi. 

Lo scambio di mail tra Google e l’Nsa mina la credibilità di Mountain View

La Stampa

francesco semprini

«Al Jazeera America» pubblica gli scambi epistolari tra i dirigenti del colosso dei motori di ricerca e numero uno dell’agenzia al centro dal «Datagate».

Stampa.it
Perchè se Google non ha collaborato con il programma di «intercettazioni selvagge» della National Security Agency - come la società ha ribadito con forza negli ultimi mesi - i vertici di Mountain View e quelli dell’agenzia di intelligence sono stati protagonisti di un fitto intreccio di email tra il 2011 e il 2012? E’ questa la domanda che molti negli Stati Uniti si pongono dopo la pubblicazione da parte di «Al Jazeera America» degli scambi epistolari tra il presidente di Google, Eric Shmidt, e il confondatore Sergey Brin, e Keith Alexander, numero uno dell’agenzia al centro dal «Datagate».

La posta elettronica suggerisce che tra il colosso dei motori di ricerca e la Nsa, ci fosse una relazione assai stretta prima dello scandalo a cui ha dato impulso la «talpa» Edward Snowden. Uno scambio di email in particolare, descrive un incontro avvenuto tra i vertici delle due organizzazioni nei pressi dell’aeroporto di San Josè in California. «Quando si arriva a una certa complessità nei nostri progetti programmiamo incontri riservati per sentire gli amministratori delegati di società chiave, e aggiornarli su rischi specifici che possono essere contrastati - scriveva Alexander in un mail a Schmidt del giugno 2012 -

Proprio per questo la partecipazione di Google è essenziale». Quando il Ceo di Google non poteva intervenire rispondeva: «Sarò lieto di vederla in una prossima occasione». Un portavoce di Mountain View ha commentato la vicenda spiegando che la società «è seriamente determinata a proteggere la privacy degli utenti e anche per questo incontra occasionalmente esperti esterni, tra cui anche quelli del governo americano».

La società ha sempre smentito ogni coinvolgimento nelle attività di sorveglianza da quando è scoppiato il «Datagate», in particolare Schmidt, a novembre, ha dichiarato che se il governo Usa aveva accesso a certi dati, Google non ne sapeva nulla. Sebbene le mail pubblicate non smentiscano categoricamente le dichiarazioni dei vertici della società di Silicon Valley, suggeriscono quantomeno una relazione piuttosto stretta tenuta sino ad oggi nell’ombra.

Simulazione di schifo

La Stampa

Massimo Gramellini



L’immagine immortala Riccardo Fraccaro dei Cinquestelle in uno studio televisivo mentre si spazzola il gomito della giacca dopo che il suo vicino di posto Pippo Civati gliel’ha sfiorata. 


Il Pippo del Pd non risulta portatore di malattie infettive (non è neanche comunista) e tra i tutti i membri dell’esecrabile nomenclatura è senz’altro il meno impuro, essendosi sempre schierato all’opposizione di chiunque. 

Eppure il cittadino Fraccaro ritiene inconcepibile ogni contatto fisico con lui. Non subito però. Impiega tre secondi per accorgersi dell’oltraggio, come quei giocatori diplomati in simulazione che ci mettono del tempo prima di cadere moribondi al suolo. Nella spazzolata ritardata di Fraccaro latitano l’ironia e la spontaneità che avrebbero saputo profondervi degli istrioni matricolati come Grillo o il Berlusconi ilare spolveratore della sedia di Travaglio.

La sua sembra piuttosto l’esecuzione gelida di uno schema mandato a memoria per esprimere con un gesto plastico, a beneficio del pubblico votante, lo schifo suscitato dai politici di professione. Ma se persino i grillini cominciano a recitare i loro malumori, ai cercatori di certezze alternative al sistema non resterà che aggrapparsi ai tatuaggi del signor Carogna. Sempre che non facesse finta anche lui. 

Biancaneve e i 7 nani? Uno studio choc svela il significato nascosto. Ecco qual è

Il Mattino


140173
Cucciolo, Eolo, Brontolo, Mammolo, Pisolo, Gongolo e Dotto. Sono i sette nanetti di Biancaneve che hanno "cresciuto" diverse generazioni ma che in realtà rappresentano ognuno un effetto delle cocaina. Un messaggio nascosto, dunque, uno dei tanti scovati con il tempo tra i cartoni di Walt Disney.

A spiegare questa tesi è Mitchell Stephens docente di storia della televisione all’Università di New York secondo il quale non solo il nome di Biancaneve nasconde il riferimento alla polvere bianca ma anche quelli dei nanetti si riferiscono all'uso della droga. Cucciolo, in inglese “Doopey”, significa sfatto, ovvero la prima sensazione provata con l’uso di cocaina con spossatezza fisica e psichica. Brontolo il cui nome originale è “Grumpy”, irritabile, rappresenta il tipico sintomo dell’astinenza, cioè l' irritabilità.

C'è poi Eolo o “Sneezy”, che fa starnuti, Gongolo (Happy), che fa riferimento all'effetto di euforia causato dalla sostanza stupefacente.

Mammolo che in inglese si chiama “Bashful”, significa schivo e incarna il senso di disagio tipico di un cocainomane. Poi ci sono Dotto e Pisolo, rispettivamente "Doc" e "Sleepy" che rappresentano il primo il senso di onnipotenza e saccenza e il secondo la stanchezza e l'intorpidimento tipico dell'ultimo stadio del tossicodipendente da coca.

Google aggiorna le mappe, ci sono anche i taxi di Uber

La Stampa

Più informazioni e servizi: la nuova app è già disponibile per Android e iOS
 Stampa.it
Più informazioni su locali nei dintorni e sui mezzi di trasporto pubblico, la possibilità di salvare mappe anche offline, ma soprattutto l’opzione di prenotare un’auto tramite il servizio Uber, quello inviso alla categoria dei tassisti.  Con queste novità si è aggiornata l’applicazione di Google Maps per iPhone-iPad e Android. Le vetture di Uber compariranno tra i mezzi a disposizione quando si cerca un itinerario su Maps.

L’aggiornamento, che Google ha annunciato sul suo blog , è già disponibile per gli utenti Android e iOS (il sistema operativo di Apple), compresi quelli italiani, e punta a dare agli utilizzatori uno strumento sempre più completo per orientarsi in città. Tante le novità. A partire dall’integrazione con Uber, l’app che consente di prenotare auto con poche mosse tramite smartphone e che la categoria dei tassisti - compresa quella italiana - fa ancora fatica a digerire. Le vetture di Uber saranno un’opzione aggiuntiva agli altri mezzi di trasporto e con un semplice tocco si verrà reindirizzati all’app di Uber per prenotare un’auto.

In più Google Maps avviserà a chi guida in quale corsia tenersi o muoversi in vista della prossima indicazione stradale e mostrerà in tempo reale itinerari alternativi. Una volta individuato un percorso si avrà facoltà di salvarlo e di potervi accedere anche in modalità offline, funzione utile se il proprio itinerario si snoda in un’area in cui non si ha copertura internet. Dei locali nei dintorni, ristoranti e hotel, si avrà accesso a informazioni come orari e prezzi.

(Ansa)