lunedì 5 maggio 2014

E il cristianesimo lasciò l'Europa

Marcello Veneziani - Lun, 05/05/2014 - 14:02

Tre le cause: una radicale mutazione sociale, una Ue anti-religiosa, l'immigrazione. E poi c'è Bergoglio...

C'è un processo straordinario che sta avvenendo sotto i nostri occhi e dentro le nostre menti di cui non cogliamo la portata e che è ben più importante e radicale della crisi economica: il cristianesimo sta lasciando l'Europa.

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Tre fattori stanno spingendo in quella direzione. Il primo è l'ormai secolare scristianizzazione dell'Europa che sta accelerando a passi da gigante. Un processo che non riguarda solo il sentimento religioso, la partecipazione ai riti e alle messe, il crollo delle vocazioni, ma che investe il senso di appartenenza alla civiltà cristiana e va dalla cultura al sentire popolare, dagli orientamenti di fondo alla vita quotidiana. Quel che appariva come naturale e civile, consolidato nei millenni, nei costumi e nei cuori, sta cadendo a una velocità sorprendente e investe in primo luogo la persona in rapporto alla vita e al sesso, alla nascita e alla morte; subito dopo travolge la famiglia in ogni aspetto. E la morale, i costumi, i linguaggi. Sconcertano e indignano convinzioni comuni da secoli, in vigore fino a vent'anni fa. I mutamenti che sta imponendo la crisi economica alla vita quotidiana europea sono ben poca cosa rispetto alle mutazioni antropologiche di portata radicale che stiamo vivendo. Profetica visione di questo crepuscolo espresse Sergio Quinzio in un testo del 1967 ora ripubblicato da Adelphi, Cristianesimo dall'inizio alla fine.

Al primo fattore sociale e culturale si è unito un secondo fattore istituzionale: la Ue non esprime una comune visione storica e strategica, culturale e spirituale ma è forte, evidente e prevalente la spinta a emanciparsi da ogni legame con la civiltà cristiana. Il peccato originale dell'UE si rivelò già nel rifiuto di riconoscere, come chiesero invano San Giovanni Paolo II e Ratzinger, le radici cristiane dell'Europa, insieme alla civiltà greco-romana. Quelle origini erano peraltro l'unica base comune su cui poter fondare l'Europa, che per il resto è divisa e si è lacerata nei secoli. Ma tutte le norme che sono seguite, gran parte delle decisioni assunte dai consessi e delle sentenze delle corti europee, sono state improntate a un'evidente scristianizzazione dell'Europa. Ciò è avvenuto nonostante la presenza di un partito popolare europeo d'ispirazione cristiana per anni maggioritario in seno all'Europa. E nonostante la leadership europea di Angela Merkel, alla guida di quel partito e della nazione-egemone nell'Unione. Il filo comune che ha tessuto l'Europa è stato affidato alla moneta e alle linee economico-finanziarie, sradicando ogni possibile richiamo all'unità di natura meta-economica, salvo un vago illuminismo imperniato sui diritti umani.

Il terzo fattore è la massiccia pressione degli immigrati, in prevalenza di religione islamica che si ammassa sulle sponde del Mediterraneo. Gli 800mila migranti pronti a partire, di recente paventati, costituiscono solo una parte. Perché, come ha notato l'ex presidente della commissione europea Romano Prodi, la migrazione nordafricana sarà ben poca cosa rispetto all'esodo delle popolazioni subsahariane che ci attende. A parte gli evidenti traumi e disagi sociali e civili, in tema di accoglienza e ordine pubblico, quell'invasione produrrà un'ulteriore alienazione della cristianità in Europa. Certo, avverrà pure l'inverso, la conversione di molti di loro al cristianesimo; ma più difficile sarà nei confronti di chi ha già una forte impronta islamica. A questi tre fattori imponenti se n'è aggiunto da un anno un quarto, che da un verso risponde ai primi tre, dall'altro induce la Chiesa a non subire ma favorire questo «decentramento» del cristianesimo: l'elezione di un Papa venuto dalla fine del mondo e i primi passi del suo pontificato.

Finora i Papi, in stragrande maggioranza, erano italiani, se non romani (Santa Romanesca Chiesa, diceva il Cardinal Ottaviani); ora, per la prima volta, proviene da fuori d'Europa. Del resto i cattolici devoti sono più numerosi in Sud America che qui in Europa. Bergoglio non ha vissuto la crisi spirituale europea se non di riflesso, non ha dovuto confrontarsi col nichilismo pratico di un continente sazio di storia e declinante né con la relativa scristianizzazione delle società vecchie avanzate. Viene dalla periferia giovane e parla un linguaggio che sembra postconciliare ma che è anche premoderno, quando la cristianità permeava la vita quotidiana e non era un fenomeno minoritario. Un catechismo elementare, Dio, il Diavolo, i santi, tutto a portata di mano. E i suoi messaggi, dal Brasile a Lampedusa, hanno spostato la visione della Chiesa e il suo baricentro dall'Europa al sud del mondo. L'elezione di Papa Francesco avviene dopo la sconfitta culturale e pastorale dei due papi precedenti, soprattutto Benedetto XVI, che erano ripartiti da dove si perse Cristo, dall'Europa, tentando di affrontare la crisi religiosa. Con la loro sconfitta va declinando il cattolicesimo romano.

Ora si tenta di riavviare il cristianesimo partendo dalle periferie, dai più umili, dai devoti più ingenui. Insomma il cristianesimo sta ritirandosi dall'Europa e sta cercando di risalire dai bordi, visto che il portone principale è inagibile. Dal punto di vista religioso, evangelico e pastorale, è arduo esprimere un giudizio, soprattutto se si crede ai disegni della Provvidenza. La Chiesa muta registro, e non si tratta di sinistra, di terzomondismo o pauperismo. È un fenomeno più grande, che peraltro reagisce a un evidente processo di espulsione del cristianesimo dalla vita europea. È più saggio sospendere il giudizio sulla Chiesa di Bergoglio, pur non mancando di criticare le singole scelte. È vano arroccarsi in una posizione di pura difesa del cattolicesimo romano. Non si può pensare che la Chiesa possa ridursi a una setta di ortodossi, decisamente minoritaria ed estranea rispetto al mondo che la circonda. La purezza si addice agli gnostici, agli iniziati, mentre il cristianesimo è una religione coram populo, perché lì avverte la voce di Dio.

Il problema da affrontare non riguarda il versante religioso ma quello civile ed esistenziale, di un'Europa privata delle sue tradizioni e in fuga dalla sua civiltà, devota solo a Economia e Tecnica. L'Europa non sta sostituendo la visione cristiana della vita con un'altra visione, ma con la perdita di ogni visione e il primato del puro vivere. Assoluto non è l'Essere ma ciò che mi sento di essere. Io, ora. E chiama libertà il suo disperato perdersi nel nulla.

Ritrovate foto inedite di Hitler a Napoli nel 1938

Ivan Francese - Lun, 05/05/2014 - 16:25

Le immagini del dittatore tedesco nella città partenopea sono state ritrovate da un giovane americano tra la merce di un robivecchi in Virginia

Un ritrovamento che farebbe la gioia di qualunque collezionista. Fotografie inedite di Adolf Hitler in visita di Stato a Napoli nel 1938.



Il mare, il sole del Golfo, Re Vittorio Emanuele III e la folla plaudente. Le immagini mai pubblicate prima d'ora sono state ritrovate nel 2013 dall'americano Matt Ames, che le ha recuperate da un robivecchi di Roanoke, in Virginia. Ancora ignota l'identità del fotografo, che però compare in alcuni degli scatti insieme alla moglie. Le fotografie sono state poi pubblicate dal britannico The Daily Mail, in una galleria di immagini che include anche diverse istantanee della vita quotidiana della Napoli dei tardi anni Trenta.

Ecco l'uomo che spedì la bicicletta in paradiso

Antonio Ruzzo - Lun, 05/05/2014 - 08:50

A 82 anni Ernesto Colnago è sempre in fabbrica, dove ha fatto la storia delle due ruote e creato il telaio in carbonio. Ma nessun modello è come quella che costruì per Wojtyla...

«“Certo -mi disse poi- oggi non è che posso girare per Roma in bici da corsa. Forse sarebbe più semplice a Castel Gandolfo magari con un modello sportivo...».

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E se il Papa ti chiede una bici sportiva che fai? Te lo fai ripetere? Figurarsi un uomo che si è fatto da sé come Colnago. Uno abituato a lavorare fin da piccolo, quando per imparare il mestiere fu spedito dall'Antonio e dall'Elvira, i suoi genitori, nell'officina del «Dante Fumagalli» in cambio di due chili di farina alla settimana. Ha la dote di capire le cose al volo e così torna in «bottega» e nel giro di qualche giorno è di nuovo a Roma con una fiammante sportiva per il Pontefice. «In realtà - ricorda- era da corsa anche quella solo che gli avevamo montato un manubrio un po' più comodo e gli avevamo scelto un colore beige che mi sembrava fosse più adatto con la sua veste». Una trentina di anni fa, sembra ieri. Così come sembrano di ieri le prime corse e le prime vittorie. La prima in bici da dilettante con in premio un lussuoso abito di «gabardin», la prima in macchina nel 1970 come meccanico con la bici in spalla pronta da dare a Michele Dancelli che taglia a braccia alzate il traguardo della Milano-Sanremo. «É tutto qui in questo museo- spiega Colnago- che è il riassunto della mia vita».

Una vita veloce, fatta di intuizioni. E allora ti fermi a guardare la foto dell'ingegner Enzo Ferrari tra Colnago e Beppe Saronni e capisci che per lasciare un segno bisogna essere sempre un passo avanti. Come nel 1986 quando Colnago decide che per le sue bici è arrivato il momento di puntare sul carbonio, una lega leggera però resistente, che già fa la differenza nella Formula Uno. Nel ciclismo non ci ha ancora pensato nessuno, sarebbe una rivoluzione. E per farla serve un altro «rivoluzionario» come il Drake: «Quando lo incontrai nel suo studio a Maranello ero un po' in soggezione- ricorda- Cercavo di non farmi sfuggire parole brianzolo ma a un certo punto fu Ferrari stesso che cominciò a parlare in dialetto milanese: «Ho lavorato 40 anni all'Alfa -mi disse- e questa era la lingua ufficiale...». Così gli spiegai cosa avevo in testa e cosa volevo fare e ci intendemmo al volo. «La bici in carbonio è una grande idea e la facciamo insieme», mi disse. E oggi il carbonio lo fanno tutti anche se le differenze ci sono. Basta guardarci dentro ai tubi, basta toccarli o farli rimbalzare per terra. E Colnago si fa serio. Nel suo ufficio tra targhe coppe e foto l'unica cosa che manca è il computer,

«Perché sum minga bun..., lo lascio usare ai miei figli», e allora prende carta e penna e senza pensarci un secondo butta giù dei numeri su un foglietto: «Duecento, 450, 600, 750 e 1050. Sa cosa sono? Sono i chili delle prove di resistenza dei telai. Noi superiamo i mille che sono tanti, molti di più di quelli che richiedono le omologazioni europee...perché non si sa mai». Leggerezza e resistenza, una fissa quasi un incubo. Come nel 1995 quando le prime bici in carbonio di Colnago debuttano alla Parigi-Roubaix, l'inferno del Nord tra fango e pavè: «La sera prima della gara- ricorda Colnago- ricevo la telefonata di un preoccupatissimo Giorgio Squinzi, patron della Mapei e ora presidente di Confindustria : «Ernesto - mi dice- ma sei proprio sicuro che domani dobbiamo correre con le bici in carbonio? Qui dicono tutti che si rompono, che non arriviamo al traguardo. Passai una notte insonne. Tornai giù in officina a controllare e ricontrollare non so neanche cosa e restai tutto il pomeriggio incollato alla tv. Quando vidi Franco Ballerini uscire da una nuvola di polvere che andava solo verso il velodromo ero l'uomo più felice del mondo».

Che poi diventò un'abitudine perché nella gara più epica del ciclismo Colnago e la Mapei vincono altre 4 volte e scrivono un pezzetto di leggenda. Storia nella storia cominciata nel 1954 al fianco della prima squadra sponsorizzata del ciclismo, la «Crema Nivea», e fatta di intuizioni e di record con le sue biciclette usate oltre un centinaio di team professionistici, 8mila vittorie, il record dell'ora di Mercx nel 1972 a Città del Messico, campioni come Magni, Nencini, Motta, Saronni, Bugno, Freire, Museeuw, Rominger, Tonkov, Zabel e Petacchi. «Ogni bici ha una sua storia» dice Colnago. E anche un cuore che è poi la passione che fa diventare grande ogni impresa. «Lo vede il rinforzo del canotto di questo tubo? Dietro a questa sagoma ci sono anni di studi e di lavoro...». Ma non basta. Da come Colnago lo gira e lo rigira tra le mani quasi ad accarezzarlo capisci che l'uomo che ha spedito una bici in paradiso è rimasto il meccanico che ha cominciato a lavorare nell'officina di casa dove una volta c'era il gelso di famiglia. E questo è il suo segreto. La storia è passata di qui ma continua a pedalare in avanti.

Mezzo milione per la motodi Lawrence d’Arabia

Corriere della sera

di Elmar Burchia

Prezzo record in un’asta per la Brough Superior SS100 del 1939. Era la marca preferita dal colonnello inglese che perse la vita in un incidente


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È la Rolls Royce delle moto, la prima superbike al mondo, la moto artigianale più esclusiva e costosa: una rarissima motocicletta Brough Superior SS100 del 1939, appartenuta al britannico George Brough (costruttore, corridore e detentore del record mondiale), è stata venduta domenica scorsa ad un’asta per mezzo milione di dollari, circa 310 mila euro.
Precisione impeccabile
La Brough Superior SS100, dove la sigla «SS 100» sta per «Super Sport» da almeno «100 miglia all’ora» (160 km/h), è divenuta famosa per essere stata la moto più amata dal colonnello Thomas Edward Lawrence, conosciuto come Lawrence D’Arabia, che negli ultimi dodici anni di vita ha possedute addirittura sette. E proprio con l’ultima, da lui chiamata «George VII», il leggendario capo della rivolta araba perse la vita a Dorset, nel 1935, in un banale incidente per evitare dei ciclisti. Il progetto della SS 100 nasce dalla mente di George Brough, primo proprietario dell’esemplare venduto all’asta. La moto, nota per la precisione impeccabile dei dettagli, fu costruita a Nottingham tra il 1919 e il 1940. Quella venduta all’asta da Bonhams è una «seconda serie», equipaggiata con motore Matchless e cambio Burman. Immatricolata nel maggio 1939, la SS 100 di George Brough ha partecipato alla gara trial Londra-Edimburgo, usata come sidecar insieme al giornalista Henry Laird. È stata venduta con una copia della rivista Motor Cycling del 14 giugno 1939, nelle cui pagine Laird ha scritto il reportage dell’evento.
Il nuovo modello
Lo scorso anno, a 90 anni dalla produzione della prima Brough Superior SS100, il glorioso marchio inglese era tornato sotto i riflettori all’esposizione Eicma di Milano con una nuova versione della motocicletta che dovrebbe entrare in produzione (limitata) entro l’anno. La «nipote» della mitica SS100 non sarà però alla portata di tutte le tasche: costerà dai 50 mila euro in su.

5 maggio 2014 | 10:42

Xbox rompe il veto cinese

Corriere della sera
di Greta Sclaunich

Quella di Microsoft sarà la prima console “straniera” in un mercato da 9 miliardi di dollari. Da 14 anni vigeva il divieto per i videogiochi stranieri portatori di “corruzione”


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Da Microsoft è appena arrivata la conferma: la console Xbox One sarà disponibile in Cina da settembre. Non proprio un annuncio come un altro, visto che nel Paese vigeva da ben 14 anni il divieto di vendita per le console straniere. La legge, istituita nel 2000, era stata decisa per bloccare “l’influenza corruttrice” dei videogame stranieri. Quella di Microsoft sarà la prima console ad approfittare del disgelo cinese in materia di videogiochi: a gennaio, infatti, il governo aveva annunciato la decisione di aprirsi ai big internazionali del settore.
Un mercato da 9 miliardi di euro
Dietro all’annuncio di Redmond ci sono comunque due anni di negoziazioni con autorità e aziende locali. Per il lancio della Xbox One Microsoft ha infatti dovuto avviare una partnership con BesTv, una filiale del gruppo Shanghai Media: insieme le due società hanno creato E-Home Entertainment, azienda da 57 milioni di euro che si occuperà della distribuzione delle console in Cina. La vendita, per ora, non sarà capillare. Si comincia dalla zona di libero scambio di Shanghai, aperta a fine 2013 proprio con l’intenzione di farne una sorta di avamposto per le riforme economiche. Ma la conquista della Cina vale bene lo sforzo che Microsoft, tra negoziazioni e limitazioni, ha deciso di intraprendere. Secondo i calcoli dello studio IHS il valore del mercato cinese dei videogiochi sarebbe arrivato a quasi 9 miliardi di euro nel 2013. Per questo fa gola a tanti, e pare che sia Sony che Nintendo stiano già valutando come seguire il percorso di Redmond.
Gli ostacoli tra mercato nero e censura
Scardinare il potenziale nascosto dietro le stime degli analisi, però, non è facilissimo. Il mercato cinese dei videogiochi è ancora un’incognita per i colossi stranieri. Le abitudini, per esempio, sono diverse da quelle dei giocatori “standard”: dopo il niet delle autorità alle console straniere i giocatori hanno iniziato a riunirsi nei cybercafè per giocare insieme. E niente mobile o tablet, l’89% dei giocatori usa il pc. C’è pure il mercato nero (delle console e dei videogiochi) da tener presente. Non è un problema da poco, dato che si tratta di convincere utenti che hanno sempre comprato videogame non censurati e a basso prezzo a passare alla versione legale, quindi censurata e a prezzo pieno.

Quella della censura sarà un’altra questione (spinosa) con la quale Microsoft e co. dovranno scendere a patti. Un comunicato diffuso di recente dal ministero della Cultura del Paese ha fissato paletti molto rigidi, vietando i giochi che possono “incitare all’oscenità, all’uso di droghe, alle scommesse e alla violenza”. Fin qui, niente di strano. Ma il comunicato prosegue vietando pure i videogame con contenuti sensibili riguardo a “etica, cultura, tradizioni e valori cinesi”. Lo ha ribadito a gennaio anche il ministro della Cultura Cai Wu, sottolineando che saranno bloccati i contenuti “ostili alla Cina o non conformi alla visione del governo”. Insomma, quella per la conquista del mercato cinese sembra una vera e propria corsa a ostacoli.

5 maggio 2014 | 14:47

Filomena è la donna più anziana al mondo con 116 anni: «Ecco qual è il mio segreto»

Il Mattino


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ROMA - Latte di capra, patate, fagioli e solo prodotti del suo orto. Questo è l'elisir di lunga vita di Filomena Taipe Mendoza, la donna entrata nel Guinnes World Record come signora più vecchia del mondo con i suoi 116 anni. La nonnina peruviana è nata il 20 dicembre 1897. Ha avuto una vita difficile: «Ho avuto una vita difficile e povera tra le Ande, ho dato alla luce nove figli ed è stato difficile tirarli su. Solo tre sono ancora vivi», racconta al Daily Mail. Oggi è in buona salute e conduce una vita sana con l'imperativo di consumare solo cibi naturali.

Alla veneranda età di 116 anni ha ancora un deisiderio però: «Spero ancora di avere i denti».
lunedì 5 maggio 2014 - 12:01   Ultimo agg.: 12:02

Rivoluzione canone Rai: sarà flessibile, lo pagheremo in base ai consumi

Libero


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Il canone Rai nel mirino del governo. Palazzo Chigi vuole ribaltare il balzello più odiato dagli italiani e prova a trovare nuove misure e soprattutto nuovi sistemi di calcolo per evitare l'evasione sulla tassa per la tv.  "Non lo paga il 27% delle famiglie - ricorda Antonello Giacomelli, nuovo sottosegretario alle Comunicazioni a Repubblica - con un danno che la tv di Stato stima in 1,7 miliardi tra il 2010 e il 2015. Una cosa imbarazzante, che noi fermeremo". Così per correre ai ripari palazzo Chigi prepara "un nuovo canone".

Il "nuovo canone" - Il governo cancellerà il canone unico di 113 euro e mezzo che ogni famiglia dovrebbe versare oggi (unica eccezione gli anziani sotto i 6.714 euro di reddito; nuclei in povertà che sono esentati). Al posto del canone unico arriverà un'imposta flessibile ad importo variabile legata ad un nuovo indicatore che fotograferà i consumi, cioè la capacita di spesa delle persone. "L'effetto è che avremo un canone più basso che in passato, almeno per le famiglie in difficoltà, e molto meno impopolare. Lavoriamo per rinsaldare un patto di fiducia tra la Rai e il suo pubblico", aggiunge Giacomelli. Secondo il piano che sta preparando il governo il nuovo canone non si pagherà con la bolletta elettrica nè si tramuterà in una gabella legata alla casa come in Francia o in Germania. "Al di là della modalità di versamento, che troveremo d'intesa con il ministero dell'Economia, quel che conta sarà la logica, del tutto nuova: pagheremo tutti, pagheremo con più equità", afferma Giacomelli. Insomma a quanto pare la nuova tassa sarà tarata sui consumi e  quindi non più a quota fissa.

Allarme in Rai - Una rivoluzione che allarma però viale Mazzini che teme di vedere diminuire le sue entrate. La Rai ha appena perso 150 milioni del canone 2014 per mano del Documento di economia e finanza del governo Renzi. "Dietro la nostra decisione non c'è alcuna volontà punitiva - assicura Giacomelli - da tempo il direttore generale della Rai Gubitosi ci parlava della vendita di RaiWay (la società dei ripetitori, ndr). Il progetto c'era già, dunque. Noi invitiamo Viale Mazzini ad accelerare nella valorizzazione dell'asset. Servono soldi. La tv di Stato li cerchi come e dove sa". E soprattutto non li cerchi nelle tasche degli italiane, già vuote da tempo...

Trucchetti da film al casinò. E l'attore gioca a fare il baro

Matteo Basile - Dom, 04/05/2014 - 08:00

L'attore scambia il tavolo per un set e conta (a mente) le carte al blackjack. Gli esperti: "Succede due volte l'anno"

Di recente ha interpretato il boss corrotto e truffatore di un casinò online in Runner Runner e forse era ancora dentro il personaggio.

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Perché non c'è dubbio che nel suo lavoro, quello di attore e regista, Ben Affleck sia uno dei migliori. E per uno come lui, bello, bravo, ricco e famoso, ci può stare che la linea di demarcazione tra la vita sul set e la vita reale sia molto sottile. Fatto sta che lo scenario da film c'è tutto: un casinò di Las Vegas, l'affascinante giocatore (con splendida moglie al seguito), il tavolo di blackjack, una serie di puntate vincenti e un fiume di bei dollaroni incassati. Fino a che, come da copione, un impiegato della sala da gioco non avvicina il famoso giocatore e gli sussurra all'orecchio. «Mr Ben, lei è troppo bravo. Basta così».

Già, perché a quanto pare Affleck non solo è dotato di talento ma anche di grande intelligenza con una spiccata memoria visiva. E gli addetti di sala del casinò dell'Hard Rock di Las Vegas lo hanno pizzicato mentre contava le carte. Nulla di illegale perché contare le carte a blackjack, che consiste di fatto nel memorizzare le carte uscite potendo così puntare sapendo se quelle rimaste nel mazzo siano favorevoli o meno, è teoricamente consentito. Ma in realtà non tollerato dai casinò che si riservano il diritto anche di espellere un giocatore dalla sala una volta scoperto.

E così è successo a Ben Affleck: beccato, espulso e bandito ufficialmente a vita. Sembra che l'attore e regista premio Oscar, di passaggio a Las Vegas con la splendida moglie Jennifer Garner prima di iniziare a girare il sequel di Man of Steel, Batman vs Superman, non l'abbia presa benissimo. Nota infatti è la sua passione per il tavolo verde che lo ha portato nel 2008 a vincere, sempre a blackjack, la bellezza di 800 mila dollari. Addio Hard Rock ma il buon Ben se ne farà una ragione e, anzi, magari avrà lo spunto per un nuovo soggetto. D'altra parte la filmografia americana è piena di storie ambientata nelle sale da gioco.

Dal mitico Rain Man, in cui un fantastico Dustin Hoffman interpreta un uomo affetto da autismo che sbanca il casinò con le sue doti di memoria, fino al Casinò di Martin Scorsese in cui Robert e De Niro e Joe Pesci gestiscono la sala da gioco in perfetto stile mafioso rendendo la vita impossibile, a suon di pestaggi nei sotteranei, a chiunque tenti di fare il furbo. Ma il film perfetto per Affleck è senza dubbio 21 che racconta di come alcuni studenti del Mit di Boston, coordinati dal professor Kevin Spacey, grazie ad un incredibile capacità di calcolo riescano a vincere centinaia di migliaia di dollari giocando a blackjack. Solo finzione? No, la pellicola è tratta da una storia vera che ha visto a fine anni Settanta un gruppo di studenti iper dotati seminare il panico nei casinò di mezza America. Un genere cult ma la realtà, al giorno d'oggi, è alquanto differente. Almeno in Italia.

«I film enfatizzano molto e fanno sembrare facile il lavoro dei bari ma in realtà è molto molto complicato farla franca», racconta Luciano Di Leo, direttore dei giochi del Casinò municipale di Sanremo. E ancora: «Quello di contare le carte poi è un po' un mito, si gioca con 6 mazzi in totale 312 carte, non è facile. Capita un paio di volte l'anno di notare comportamenti sospetti e si adottano alcune strategie apposite». Alcune non si possono svelare. Segreto del mestiere. Altre sono tanto semplici quanto efficaci. «Il croupier inizia a parlare con il giocatore, lo distrae dai conti che sta tenendo a mente e da lì si capisce.

Se a quel punto il giocatore si alza e se ne va si smaschera da solo. Ci stava provando», continua. E a quel punto? Niente grida o pestaggi in stanzette nascoste, per carità. «Discrezione prima di tutto. E poi non capita praticamente mai, abbiamo uno staff estremamente professionale che evita sul nascere certi episodi», conferma Marco Cambiaso, amministratore delegato di Casino Sanremo. Peccato Ben, bel tentativo. Ma la vita vera non è un film.

Videogioco o realtà? Così i semafori possono finire nelle mani di un hacker

La Stampa
antonino caffo

Secondo uno studio americano non sarebbe difficile violare il sistema che invia i dati dai sensori alle centraline del traffico: in mani esperte potrebbe bastare poco per generare il caos. Anche in Italia



a.it
Smart cities odi et amo. Quanto conviene vivere in una città iperconnessa, in cui le strade parlano ai negozi, che parlano ai cittadini, che parlano (ormai poco) tra loro? Non basta qualche colonnina con prese USB nei quartieri o la diffusione del Wi-Fi pubblico per rendere la città davvero “intelligente”. Se qualche anno fa ci si accontentava del display con l’orario dell’autobus in arrivo o le informazioni meteo direttamente nelle stazioni, oggi serve altro, soprattutto in termini di sicurezza.

È la conclusione a cui è giunto Cesar Cerrudo, esperto di cyber-security e a capo dell’agenzia IOActive, che ha condotto uno studio per analizzare il livello di affidabilità delle infrastrutture cittadine che regolano la vita urbana nelle più grandi metropoli del pianeta, tra cui quelle in Usa, Regno Unito, Canada, Cina e Australia. Il risultato non è incoraggiante se si pensa che semafori, display per i pedoni e altri sistemi di controllo, sono spesso violabili dalle menti di abili hacker o, peggio, da quelle di criminali decisi a mettere a soqquadro il traffico dell’ora di punta, magari per un furto, un rapimento o un’azione terroristica.

La scena può sembrare una di quelle viste in tanti film al cinema, serie televisive e videogiochi (il pensiero va ovviamente a Watch Dogs) ma, a quanto pare, potrebbe diventare reale. Secondo Cerrudo infatti, i principali strumenti di controllo installati nelle città analizzate potrebbero essere infettati da virus informatici per essere poi manipolati da remoto, magari dall’altra parte del mondo. Le luci dei semafori, come quelle degli altri segnali stradali, sono controllate da sistemi automatizzati che gestiscono il flusso del traffico automobilistico e pedonale grazie a meccaniche alquanto semplici, come il tempo e l’input degli utenti (ad esempio quando premono il pulsante per far scattare il verde per attraversare). Proprio come la gran parte degli strumenti informatici, anche questi possono essere manipolati perché privi di adeguate misure di sicurezza.

Cerrudo, che presenterà la sua analisi alla prossima Infiltrate Conference di Miami, ha spiegato come con il giusto equipaggiamento sarebbe possibile sfruttare le falle presenti nelle infrastrutture di gestione e generare il caos: “Le vulnerabilità che ho scoperto permettono di prendere il controllo del traffico e inviare dati fasulli o messaggi fuorvianti attraverso gli schermi presenti sulle strade. Bastano cento dollari per sviluppare il proprio kit e creare un bel pasticcio”. Il pericolo potrebbe arrivare anche dall’alto. Secondo l’esperto, basterebbe un drone da qualche centinaio di dollari, dotato di telecamera, per lanciare l’attacco, soprattutto in zone (come gli Stati Uniti) dove il traffico aereo di questi velivoli è libero. La maggior parte dei semafori analizzati da Cerrudo utilizzano un sensore basato su un protocollo informatico, il Sensys NanoPower Protocol, che soffre delle falle individuate dal ricercatore.

Nel dettaglio il sensore permette di analizzare le macchine in arrivo e i pedoni, così da veicolare il flusso urbano in maniera più intelligente. Il sensore è in grado di restituire i dati sul traffico alle centraline (Sensys Networks VDS240) della stessa azienda in dotazione ai clienti, ossia stazioni di polizia, enti pubblici, istituti privati. Sfruttando le vulnerabilità del protocollo, di trasmissione si può far credere al sensore di avere tra le mani una centralina della Sensys, anche se in realtà si sta utilizzando il proprio computer. Cerrudo spiega come un abile informatico potrebbe prendere il controllo della segnaletica digitale, modificarne i tempi di risposta e i parametri, diventando così il padrone della città o almeno del suo traffico. La serie di semafori che utilizzano il protocollo sospetto sono presenti nelle città di almeno nove paesi al mondo, tutti hackerabili con lo stesso metodo. 

La diffusione dei sensori della Sensys è capillare, secondo Wired ce ne sarebbero almeno 50.000 sparsi per il pianeta. E qualcuno è anche da noi. La C.T.S. Srl è distributrice delle tecnologie Sensys in Italia. Come si legge dal sito ufficiale, tra i prodotti in catalogo ci sono anche i sensori che utilizzano il Sensys NanoPower Protocol, lo stesso presente nei semafori hackerati da Cerrudo. Navigando in Rete è possibile rendersi conto di alcuni accordi stipulati tra l’azienda e gli enti pubblici per la fornitura di semafori per la segnaletica stradale, alcuni risalenti solo qualche mese fa. Non è improbabile quindi che anche le nostre città, da Milano a Roma fino a Napoli, utilizzino quei dispositivi passibili di essere violati e comandati a distanza. Il problema è serio, e infatti Sensys ha pensato di risolverlo con un aggiornamento software per i suoi nuovi apparecchi ma non per quelli vecchi già in commercio. Un motivo in più per fare attenzione quando attraversate la strada. 

Genny ‘a carogna e lo Stato umiliato

Francesco Maria Del Vigo


a.it
Nome: Gennaro. Qualifica: capo ultrà della curva Sud del San Paolo. Soprannome: Genny ‘a Carogna. Nomen omen. Signori sappiatelo: è stato lui per un minuto, forse un’ora, il presidente della Repubblica italiana. Non chiamatela Coppa Italia, semmai Accoppa l’Italia. Lui, quello a cavalcioni della palizzata dell’Olimpico, quello che dirigeva l’orchestra. Quello della trattativa. Non la fantomatica trattativa Stato-Mafia, la trattativa Stato-Ultras. Tutto fuorché segreta. Perché non c’è stato neppure il pudore dell’omertà e dell’occultazione. Tutto in diretta sulle reti Rai. Lui, quello con la maglietta che inneggiava a Speziale, l’assassino di Raciti, ispettore di polizia ucciso negli scontri tra i tifosi del derby Catania-Palermo. Lui che, con quella maglietta, tratta con le forze dell’ordine (che presumibilmente vorrebbe stecchire) e con i dirigenti delle società sportive.

E decide che alla fine sì – per sua clemente concessione – la partita si può giocare. Non c’è nulla di nuovo, all’apparenza. Copione già srotolato: Genova, stadio di Marassi, nel 2010 Ivan Bogdanov fa la stessa cosa. Ma era tutta un’altra storia. Perché la storia, quella che passa sui libri e si infila nelle memorie di tutti, è fatta di simboli. E ieri sera all’Olimpico è andata in scena una farsa travestita da tragedia. Sessantamila persone, nello stadio della Capitale. C’è tutta l’Italia che conta. C’è il presidente del Consiglio Matteo Renzi, grande tifoso viola. C’è il presidente del Senato Piero Grasso, custode della legalità e della costituzione con le iniziali maiuscole. Ci sono i patron delle squadre, poteri forti e potenti industriali, Diego della Valle e Aurelio De Laurentiis. C’è la casta intellettuale, rappresentata dall’Oscar Paolo Sorrentino. In ossequio alla par condicio c’è pure la compagna del Cavaliere, Francesca Pascale. Tutti ostaggio di Genny. Tutte vittime di questo catodico sequestro di persona. E ci sono le forze dell’ordine, anche loro sequestrate.

C’è un Stato alla mercé del primo che passa, del primo delinquente con un piatto di lenticchie di potere di ricatto. E’ un paradigma brutto, questa serata di pallone a cui bisognerebbe dare un calcio. Va in diretta l’umiliazione del governo e delle sue più alte cariche. La rappresentazione fedele di uno Stato infedele (e incapace). Il reality show di un Paese acefalo e allo sbando. Mentre Genny decide Renzi, a poche centinaia di metri distanza fa finta di niente, probabilmente giocherella con l’IPhone. L’uno e l’altro, il premier e l’ultra, spettatori e attori della rappresentazione di un Paese che va allo sfascio, di uno Stato impotente e vigliacco, che non conta nulla ma che calcola solo la legge del più forte. Dopo aver visto in diretta tv Genny ‘a Carogna decidere di una partita (e chi se ne fotte, alla fine, di un gioco), di sessantamila spettatori, di chissà quanti milioni di telespettatori, di un premier e di un presidente del Senato, per favore non chiedeteci di rispettare questo Stato. Perché non ce la faremmo. E ci fa anche un po’ schifo lo Stato che da noi pretende tutto e a Genny ‘a Carogna concede qualsiasi cosa.



Genny a'Carogna, ormai l'unico in grado di far funzionare il calcio

Cristiano Gatti

La serata dell'Olimpico svergogna ancora una volta la pochezza dei dirigenti. Per come è ridotta la situazione, conviene consegnare l'assurdo sistema direttamente al capo ultrà, capace con un cenno di organizzare l'evento


Dice Grillo che all'Olimpico è morta la repubblica. Se non è proprio così, certo la repubblica ha subìto un grosso infarto. Un colpo pesante al cuore della nazione Italia, proprio a Roma, la capitale, davanti agli occhi dei Renzi e dei Grasso, le cosiddette massime cariche dello Stato. Sicuramente il corpaccione afflitto di questo Paese ne ha viste di peggio, sicuramente supererà anche questa. Ma una certezza resta: il calcio, massima espressione allegorica dell'intero sistema, non sta più in piedi da solo. Non sono in grado di tenerlo in piedi, di risanarlo, di gestirlo i suoi dirigenti, sommersi di umiliazioni e di fallimenti. Saranno pure bravi a formare squadre e a vendere diritti televisivi (anche se questi stessi risultati, ultimamente, non sono proprio eccelsi), ma la loro tragica pochezza emerge non appena le questioni esterne e superiori - razzismi, violenze, riti tribali - approdano brutalmente dentro gli stadi.

Alle urgenze di cultura sportiva e di ordine pubblico rispondono con competenze e capacità da circolo bocciofilo. Troppe prove fallite. Troppe promesse disattese. Troppo fumo, troppe chiacchiere, troppo di tutto. E allora sai che c'è? E allora è arrivato il momento di essere onesti e realisti. Bisogna che si arrendano. Alzino le mani e ammettano chiaramente di non essere all'altezza, di avere perso su tutti i fronti. Riconoscano che questa guerra è al di sopra delle loro capacità e si facciano dignitosamente da parte. Organizzino pesche di beneficenza, sagre della tinca, tornei di dama, fagiolate e salsicciate. Ma per favore non si occupino più delle cose più grandi di loro.

C'è un solo modo per fare funzionare bene il calcio. Per farlo ripartire senza intoppi, senza imbarazzi, senza accidenti. L'abbiamo compreso tutti benissimo proprio all'Olimpico. Sì, c'è un modo solo per uscirne. C'è una persona sola. Lui, Genny A'Carogna. Le chiacchiere stanno a zero: ha dimostrato nei fatti di essere l'unico, in Italia, oggi, capace di organizzare nel modo migliore i delicatissimi eventi del calcio. Un cenno e si gioca. Un cenno e non si gioca. Lezione esemplare per Abete e per tutti gli alti dirigenti delle istituzioni. Se ne facciano una ragione, lascino il posto a chi ci sa fare. Genny A'Carogna presidente federale, Genny A'Carogna presidente di Lega, già che ci siamo Genny A'Carogna anche designatore arbitrale. E' ora che il calcio abbia il capo che si merita.

Max, il cane amico del gattino disabile

La Stampa

FULVIO CERUTTI (AGB)

Il micio soffre di una sindrome che ne limita fortemente le capacità motorie

a.it
Ralphee è un gattino che sin dalla nascita ha dovuto convivere con una difficile disabilità: ipoplasia cerebellare felina. Una sindrome che compromette il corretto sviluppo del cervelletto con conseguenti problemi nelle capacità motorie e di coordinamento dei movimenti.

Un animale goffo, piccolino e indifeso come Ralphee potrebbe avere seri problemi con gli altri animali, figuriamoci con un cane molto più grande di lui. Ma questo non è il caso di Max, un cane che l’ha praticamente adottato.

Il gattino è stato trovato in un fienile vicino a un cavallo, probabilmente abbandonato da sua madre a causa della disabilità. Ma non da Max che, da quando il felino è arrivato a casa, ha iniziato a seguirlo incuriosito. Così è nata la loro amicizia, sempre insieme incurante dell’andatura da “marinaio ubriaco” che caratterizza i movimenti di Ralphee. La sindrome di cui soffre il felino non degenerativa e non dovrebbe ridurne l’aspettativa di vita: i due potranno giocare ancora a lungo.



Max e Ralphee scatti fotografici di una amicizia

twitter@fulviocerutti

Quanto è ecologico Internet?

La Stampa
giulia mattioli

Una ricerca di Greenpeace svela qual è l’impatto di Internet analizzando le pratiche dei colossi del web


a.it
Sono 2.5 miliardi le persone al mondo che usano Internet. Si tratta di un numero ovviamente destinato a crescere, man mano che la connessione allarga i suoi rami capillari ad ogni angolo del globo. Un fenomeno che fino a pochi anni fa nemmeno esisteva, oggi è alla base di qualsiasi attività, che si tratti di lavoro, di tempo libero, di istruzione, di commercio: tutto è online, o quasi. Ma mentre diamo per scontato che Internet esista, spesso dimentichiamo che dietro chi detiene i grandi, enormi spazi virtuali c’è anche un elemento ben più pratico: l’elettricità. Chi gestisce Internet consuma energia e produce rifiuti: sì, anche il web inquina, e Greenpeace è andato a fare le pulci ai suoi colossi, analizzando le loro pratiche e politiche per stilare un report, pubblicato ad aprile, che cercheremo di riassumere.

Il report, intitolato ‘Clicking Clean: how companies are creating the Green Internet’, sottolinea come il web sia un divoratore di energia elettrica, e che man mano che la sua espansione aumenta il fabbisogno si innalza. Eppure l’analisi comincia con un dato positivo: rispetto all’ultimo report, risalente ad aprile 2012, molti operatori del settore hanno intrapreso politiche di risparmio energetico, e alcune grandi aziende hanno intrapreso un percorso che le porterà (o almeno così affermano) all’autosufficienza grazie alle energie rinnovabili. Greenpeace sottolinea come questo impegno possa avere un forte impatto sul mondo ‘reale’, perché si tratta di aziende che definire colossi è quasi riduttivo.

Tra le aziende che perseguono questo lodevole obbiettivo, Greenpeace cita Apple – la quale ha annunciato l’intento di convertire il nuovo Campus di Cupertino sarà alimentato da energie rinnovabili, Facebook, Google, Box, Rackspace, Salesforce (le ultime tre sono aziende che ospitano spazi e servizi per il web). In particolare il report sottolinea gli importanti interventi che Apple e Facebook hanno effettuato sulle loro politiche di trasparenza, cosa che rimane impensabile per tantissimi altri colossi, preoccupati di intaccare la propria competitività. In stati come il North Carolina, il Nevada, l’Iowa queste nuove politiche ecologiche stanno portando effetti tangibili, come l’incremento degli impianti solari o eolici,  instillando una sorta di circolo virtuoso che fa crescere un’importante fetta di mercato energetico sostenibile.

Dunque Apple è l’azienda che più sta investendo in buone pratiche eco, Facebook la segue a ruota, mentre Google rimane leader incontrastato tra i colossi amici dell’ambiente. Ma i voti negativi a chi sono stati dati? Non tutte le aziende hanno intrapreso questo percorso virtuoso. Il documento di Greenpeace sottolinea che colossi come Amazon Web Service, al quale fanno capo  decine di aziende, rimane tra i nomi più inquinanti e meno trasparenti del settore: da Amazon non trapela nessuna informazione sull’impatto ambientale, un silenzio che la dice lunga, ma anche Twitter non si presenta come azienda dai buoni propositi. Il report è molto dettagliato sul tipo di energia utilizzata da ogni grande azienda attiva sul web, con tanto di tabelle riassuntive, paragoni rispetto agli anni passati e location geografiche.

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