sabato 3 maggio 2014

Swatch contro iWatch Apple: «Marche confondibili, tuteleremo brand»

Il Mattino


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ROMA - Swatch scende in campo contro Apple: il marchio iWatch, l'ipotetico mini pc da polso che la casa di Cupertino si appresterebbe a lanciare, è infatti troppo simile a quello «iSwatch», una delle serie di orologi venduti dalla società elvetica. Lo rivela il portale di informazione watson.ch, citando una presa di posizione della responsabile della comunicazione di Swatch, Serena Chiesura, di cui l'ats possiede una copia. «Per noi esiste un chiaro rischio di errore: le due marche sono facilmente confondibili», sottolinea la Chiesura, precisando che Swatch Group procederà contro Apple «in tutti i paesi in cui il marchio è registrato».

Senza fornire ulteriori dettagli, la portavoce rileva che «l'azienda adotterà tutte le misure ritenute necessarie per proteggere il proprio marchio iSwatch». ISwatch è stato registrato in oltre 80 paesi, come si apprende dal sito online dell'Organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale (Wipo). Alcuni paesi hanno finora rifiutato di garantire la protezione del marchio, mentre altri hanno acconsentito. Non è ancora chiaro come si svolgerà la battaglia legale, come d'altronde non è ancora chiaro se e quando Apple lancerà il suo orologio futuristico. Finora in merito allo Smart Watch circolano infatti solo voci, nate dopo che la casa di Cupertino ha registrato, lo scorso anno, il marchio iWatch in Giappone.

sabato 3 maggio 2014 - 16:37

Google smetterà di produrre smartphone e tablet Nexus

Corriere della sera

di Alessio Lana

La linea storica lascerà spazio a Android Silver che, a differenza della precedente, sarà contraddistinta da dispositivi di fascia alta controllati strettamente da Big G


Addio Nexus e benvenuto Silver. Secondo le ultime indiscrezioni Google sarebbe pronto a mandare in pensione la sua storica linea di smartphone e tablet per preparare un futuro tutto nuovo. Nata nel 2010 con il Nexus One di Htc, i device targati Big G nel tempo hanno visto nascere cinque telefoni e otto “tavolette” che garantivano «la migliore esperienza Android». Lanciati insieme alle nuove versioni di Android, i Nexus si sono distinti soprattutto perché erano liberi dalle personalizzazioni dei produttori e perché ricevevano gli aggiornamenti del sistema operativo prima di tutti gli altri, ma a livello hardware erano sempre un po’ indietro anche se i prezzi erano più bassi della concorrenza.

Google pronta a chiudere la linea Nexus? Google pronta a chiudere la linea Nexus?
Google pronta a chiudere la linea Nexus? Google pronta a chiudere la linea Nexus?
Google pronta a chiudere la linea Nexus?
Si punta alla fascia alta
Ora però sembra sia giunto il momento di voltare pagina per fare spazio a Android Silver che a differenza della linea precedente sarà contraddistinta da dispositivi di fascia alta controllati a puntino da Big G. L’idea infatti è di replicare quella «migliore esperienza Android» con uno scambio alla pari: Mountain View pagherebbe per la pubblicità e la distribuzione mentre i produttori si impegnano a rinunciare ai software e alle app che inseriscono nei device per personalizzarli.
Google decide i software
Big G si impegna insomma a chiudere il rubinetto ai software installati prima dell’acquisto, Tutte quelle app e i launcher che trasformano troppo il suo sistema operativo rendendone troppo differente l’usabilità a seconda della marca. Dovrebbe poi garantire la sola presenza di programmi affidabili che permetteranno di far andare Android senza intoppi. Per ammaliare i produttori che vorranno salire sul carro argentato però il colosso delle ricerche online taglia tutti i loro costi maggiori: farà la pubblicità, come dicevamo, ma aprirà anche degli spazi dedicati all’interno dei negozi di elettronica e delle compagnie telefoniche. L’idea quindi è di far diventare i produttori dei sodali, limitando anche la presenza fisica del marchio sugli apparati.
Si parte dal 2015
I primi dispositivi dovrebbero arrivare nel 2015 e a livello di mercato si punta in alto, andando a competere direttamente con device del calibro di Htc One e Samsung Galaxy S5 (qui il confronto) che stanno raccogliendo i fasti del robottino verde lasciando troppo in disparte Google. Non a caso le prime aziende coinvolte nell’operazione saranno LG e Motorola, due amiche di Android della prima ora (Motorola poi è di Google) ma si dice che sono in corso anche trattative con Sony, Samsung e HTC. Con Silver pare proprio che Big G voglia fare sul serio, facendo uscire i propri device da quella nicchia in cui sono stati confinati finora. E c’è anche chi ipotizza una doppia linea: Nexus per i modelli di fascia media e Silver per quelli di fascia alta. Il robottino del futuro, insomma, sarà color argento.

3 maggio 2014 | 10:11

Se Jobs fosse vivo sarebbe in cella?» Il New York Times attacca Mr.Apple

Corriere della sera

Sarebbe stato l’ideatore del cartello tra i big della Silicon Valley per tenere bassi gli stipendi dei dipendenti. «Era una violazione antitrust ambulante»


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«Se Steve Jobs fosse ancora vivo sarebbe in galera?»: a chiederselo in maniera provocatoria è il New York Times, che riporta la tesi di chi sostiene che il fondatore della Apple sia stato l’ideatore, il principale promotore del cartello tra i big della Silicon Valley per tenere bassi i salari dei dipendenti. Una vicenda per la quale Apple, Google, Adobe e Intel hanno già deciso di patteggiare per evitare le conseguenze di una class action lanciata da ben 64.000 lavoratori.
Multa o prigione fino a tre anni
Jobs - scrive il New York Times - «sembra non aver mai letto o aver scelto di ignorare il primo paragrafo dello Sherman Antitrust Act», nel quale si legge che «ogni cospirazione mirata a restringere la concorrenza e il commercio» è illegale. E chiunque violi questa norma - prevede la legge - deve essere considerato «colpevole di un reato, condannato e sanzionato con una multa o con la prigione non oltre tre anni». Oppure con entrambe le sanzioni.
«Era una violazione antitrust ambulante»
«Steve Jobs era una violazione antitrust ambulante, ironizza Herbert Hovenkamp, massimo esperto di norme antitrust e professore alla University of Iowa College of Law, che si dice «stupefatto dai rischi che egli sembra abbia voluto correre». Il riferimento è anche al presunto cartello organizzato nel settore degli e-book, con molte case editrici che hanno patteggiato a fronte dell’appello presentato da Apple.
«Riteneva che le regole non valessero per lui»
Contro il «genio visionario» della Silicon Valley, morto a 56 anni il 5 ottobre 2011 per un cancro al pancreas, anche il suo biografo, Walter Isaacson: «Steve - ricorda - ha sempre pensato che le regole che si applicano alla gente comune non dovevano applicarsi a lui. Questa era la sua genialità ma anche la sua originalità. Riteneva di poter sfidare le regole della fisica e distorcere la realtà. Ciò che gli ha consentito di fare cose fantastiche, ma anche di spingersi oltre il lecito». Brian Lam, giornalista che si occupa di tecnologia e fondatore del sito The Wirecutter, dice che queste ombre sulla questione antitrust non hanno offuscato il lustro di Jobs nella Silicon Valley: «La sua reputazione è più o meno scolpita nella pietra». La Apple nn ha voluto fornire alcun commento.

3 maggio 2014 | 10:14

Agnesi chiude i battenti, Colussi chiude il pastificio di Imperia

Corriere della sera

I costi per mantenere la produzione non sono più sostenibili


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«Silenzio, parla Agnesi». È lo spot che ha reso celebre il pastificio imperiese nato nel 1824. Ma ora il silenzio scende su questo marchio che ha fatto parte della storia alimentare degli italiani. Dopo un periodo di difficoltà, il gruppo Colussi ha annunciato la cessazione della produzione di pasta Agnesi e la chiusura dello stabilimento di Imperia entro il dicembre del 2014. Il marchio Agnesi potrebbe rimanere in vita, producendo altri alimenti, ma necessiterebbe di un nuovo stabilimento. La notizia della chiusura, che i vertici del Gruppo Colussi avevano annunciato ai sindacati lunedì scorso, è stata ufficializzata mercoledì nel corso di una riunione sindacale che si è svolta presso la Compagnia Portuale di Imperia.Mentre è stato smentito che Colussi abbia avviato trattative con Pasta Rummo: è lo stesso pastificio a negarlo.
150 dipendenti a rischio
Proclamate due ore di sciopero, il giorno non è stato ancora deciso. Verso la chiusura anche lo stabilimento di Fossano (Cuneo). Complessivamente rischiano il posto di lavoro 150 dipendenti. «Purtroppo è avvenuto, quanto temevamo - ha sottolineato Gianni Trebini della Flai-Cgil -. Lunedì scorso abbiamo avuto la comunicazione ufficiale da parte dell’azienda che lo stabilimento sarà chiuso entro dicembre. L’ipotesi di mantenere il marchio non producendo più pasta e ricollocando un parte di lavoratori è una ipotesi poco credibile». I primi segnali concreti della crisi si erano manifestati nei mesi scorsi con la chiusura del mulino: per i dipendenti era stata offerta una buona uscita di 6000 euro. Ma, nonostante la chiusura del mulino, il piano industriale presentato da Colussi prevedeva il passeggio da 52 a 54 mila tonnellate annue di pasta per il 2014. Dopo la chiusura del mulino era arrivata la cassa integrazione per gli addetti al confezionamento.

L’azienda è poi uscita allo scoperto dicendo chiaramente che gli stabilimenti di Imperia e Fossano potrebbero produrre non più di 90 mila tonnellate di pasta all’anno, ma i costi per mantenere questa produzione non sono sostenibili. I sindacati hanno sottolineato, invece, che i due stabilimenti producono già 110 mila tonnellate. Ma Colussi ha deciso che la pasta Agnesi non ha più futuro. Il sindaco di Imperia Carlo Capacci (Pd) non si arrende: «Lancio un appello a tutti gli imprenditori imperiesi a creare una cordata, per una partnership con il gruppo Colussi, affinché il marchio Agnesi possa restare a Imperia». Silenzio, Agnesi non parlerà più agli italiani.

VIDEO  Silenzio, Agnesi non parla più

3 maggio 2014 | 11:14

La seconda vita delle chiavette Usb

La Stampa
valerio mariani

Memorizzano certo, ma fanno anche altro: si connettono direttamente agli smartphone, per esempio

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Quante chiavette Usb si vendono nel mondo in un anno? Secondo l’osservatorio di Santa Clara Consulting Group , nel 2013 si è superata di poco la soglia dei 270 milioni di pezzi venduti nel mondo e si dovrebbe arrivare a 300 milioni entro il 2016, anno del previsto picco, dopodiché, se non il declino, l’assestamento del mercato. La chiavetta Usb tenta di rinnovarsi, introduce qualche timida innovazione, ma non cambia, né struttura, ne funzione. Nata per essere un supporto di memorizzazione portatile, oggi vive la sua maturità grazie a tre trend principali, che non coinvolgono la capacità. 

Quella, infatti, cresce, ma non rappresenta un obiettivo. A marzo del 2013 – a 13 anni dall’introduzione della prima chiavetta da 8 Mb - è stata introdotta la Kingston DataTraveler HyperX Predator 3.0 con capacità di 1 Terabyte, ovvero 1024 gigabyte. A distanza di un anno il modello di Kingston è ancora il più capiente in circolazione. 

In primo luogo fu 3.0, parliamo al passato dato che l’introduzione ufficiale dello standard è datata fine 2008 e le prime porte si sono viste nel 2010. Oggi, che la maggior parte dei Pc ha almeno una porta Usb 3.0, le chiavette che supportano questa velocità rappresentano solo il 5% del mercato. Poco per quanto ci si potesse aspettare, e per questo i prezzi delle unità 3.0 rimangono più alti delle tradizionali, di almeno un terzo.

Eppure, Usb 3.0 vuol dire una velocità di trasferimento di circa 5 Gbit/s, ovvero 625 MB/s, praticamente un film in un secondo, contro i 480 Mbits al secondo (60 MB al secondo) dell’Usb 2.0. Altro trend correlato alle “pennine” è l’Usb on the go (OTG), ovvero la possibilità di trasferire file da Pc a smartphone (Android) usando una sola chiavetta e non cavi e programmi di accesso allo smartphone. 

Tutti i maggiori produttori di chiavette Usb, da Sandisk a Sony, oltre a Verbatim, Kingston, Transcend e Lacie, hanno a portafoglio un modello che utilizza lo standard OTG che permette il trasferimento istantaneo da Pc a smartphone o tablet Android fino a 64 Gb. Non solo, lo standard evita del tutto il passaggio dal Pc, permettendo il trasferimento diretto tra smartphone o tra tablet e smartphone, e ancora il trasferimento da fotocamera, videocamera o disco esterno e smartphone e tablet e la connessione di tastiere e mouse.

Ultimo trend sviluppato negli ultimi mesi è la sicurezza. Sul mercato sono presenti chiavette Usb che si aprono solo previo inserimento di una password, addirittura fisica, ovvero da introdurre “a manina” nella piccola tastiera numerica integrata. Infine, sicurezza dei dati significa anche materiali particolarmente resistenti alle intemperie e agli agenti atmosferici. Da sempre, poi, la chiavetta Usb rappresenta un utilissimo strumento di marketing, attorno al connettore si può costruire qualsiasi cosa, i designer si possono sbizzarrire, come Amam Emami, il creativo tedesco che ha ideato la chiavetta-graffetta fermacarte di Verbatim che vinse il premio di design Red Dot Award del 2010.

Brevetti: Apple batte Samsung e incassa 120 milioni di dollari di danni

Corriere della sera

La concorrente è ritenuta colpevole di violazione di due brevetti, fra i quali il popolare “slide to unlock”. Ma anche Cupertino dovrà pagare per un brevetto Samsung


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Una vittoria di misura che non convince, tanto da sembrare una sconfitta. Apple si vede riconoscere dalla giuria 120 milioni di dollari di danni da Samsung, ritenuta colpevole di violazione di due brevetti, fra i quali il popolare `slide to unlock´. Una cifra, quindi, decisamente inferiore ai 2,2 miliardi di dollari reclamati da Cupertino all’avvio del processo e inferiore anche ai 930 milioni di dollari di danni riconosciuti ad Apple nel 2012, quando sempre una giuria aveva rinvenuto Samsung colpevole. Allo stesso tempo, però, Apple è ritenuta colpevole di aver violato un brevetto Samsung e dovrà pagare alla società sud coreana 158.400 dollari. Il verdetto della giuria, che riconosce ambedue le società colpevoli, apre la strada alla richiesta, sia da parte di Apple sia da parte di Samsung, di bloccare e bandire le vendite della concorrente per i prodotti in cui sono applicati i brevetti infranti.

Arrotondato e super-sottile: è questo l’iPhone 6? Arrotondato e super-sottile: è questo l’iPhone 6?
Arrotondato e super-sottile: è questo l’iPhone 6? Arrotondato e super-sottile: è questo l’iPhone 6?
Arrotondato e super-sottile: è questo l’iPhone 6?
 
«Copiati volontariamente i nostri prodotti»
«È difficile vedere il risultato come una vittoria per Apple. L’ammontare che le viene riconosciuto è meno del 10% di quello che aveva richiesto e probabilmente non copre neanche le spese legali» afferma Brian Love, professore alla Law School dell’Università di Santa Clara. «Apple ha lanciato la campagna legale anni fa con l’aspirazione di rallentare l’ascesa» di Samsung. «Finora ha fallito e con questo caso non si avvicina al risultato sperato». Secondo Michael Risch, professore della Villanova University, «il risultato più importante è il messaggio che i brevetti su componenti piccoli dell’interfaccia non giustificano danni giganteschi. Apple non canta vittoria, ma si limita a precisare come il verdetto della giuria rafforza l’idea che Samsung abbia «rubato volontariamente le nostre idee e copiato i nostri prodotti» afferma un portavoce di Apple. La giuria ha infatti stabilito che le violazioni di Samsung sono state volontarie, offrendo ad Apple la possibilità di chiedere il triplo dei danni che le sono stati riconosciuti.

Apple vs Samsung, i dispositivi nel mirino Apple vs Samsung, i dispositivi nel mirino
 
 
Apple vs Samsung, i dispositivi nel mirino Apple vs Samsung, i dispositivi nel mirino
 
Apple vs Samsung, i dispositivi nel mirino
 
Il fantasma di Google
La giuria che ha deciso il caso era composta da otto persone, fra uomini e donne, e la decisione è arrivata dopo tre giorni di deliberazioni seguiti a un processo di quattro settimane. Apple e Samsung si sfidano da anni nei tribunali di quattro continenti per stabilire il proprio dominio sul mercato degli smartphone, che alla fine dello scorso anno valeva 338,2 miliardi di dollari. A differenza dei precedenti scontri in tribunale, quest’ultimo è stato caratterizzato dalla presenza di Google, almeno indiretta. Nel presentare il proprio caso, Samsung ha evidenziato che Google ha sviluppato in modo indipendente molte delle caratteristiche software al centro del caso. E quindi Apple se la sarebbe dovuta prendere con Google, contro la quale il fondatore Steve Jobs voleva una «guerra santa».

3 maggio 2014 | 06:58

Tommaso e l’app che ti disintossica da internet

Corriere della sera
di Marta Serafini


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Il nome è inglese (iDon’t) ma l’idea è tutta italiana. E l’obiettivo è solo uno: andare offline. Già, perché, come raccontato qui nella rubrica #connessimanontroppo, dedichiamo più tempo al nostro smartphone, persi tra una chat su Facebook e una partita a Candy Crush, che ai nostri amici. Così Tommaso Martelli, 36 anni, esperto di comunicazione (sopra nella foto) ha deciso di creare un’applicazione in grado di disintossicare gli utenti dall’iperconnessione.

“Un giorno camminando per strada ho visto due persone scontrarsi: entrambe stavano guardando gli schermi dei loro telefoni. E lì mi sono reso conto che ormai abbiamo un problema di dipendenza”, racconta Tommaso. Esperto di comunicazione digitale e membro dell’esercito delle partite Iva, Tommaso si mette a studiare e a leggere. “Mi sono reso conto che negli Stati Uniti la dipendenza dal web è già considerata una malattia. Così ho chiesto aiuto ad un’amica psicologa per trovare un rimedio”.

Poi, l’idea di fare un’app per disintossicarsi dalle app. Tommaso si rivolge ad una web farm e con tremila euro realizza iDont, applicazione per Android (presto anche per iOS) che monitora il tempo trascorso connessi e in base al grado di dipendenza limita la permanenza degli utenti in rete. Che, tradotto, significa: ad un certo punto iDont blocca tutte le applicazioni del telefono, ad eccezione di mail, telefono e sms. Il tutto a fronte di un questionario che valuta il nostro grado di dipendenza.

“Nella versione free quando l’applicazione rivela un utilizzo della rete pari al 75 per cento del tempo compare un pop up che avvisa l’utente: il tuo telefono sta per andare off line”. Poi, scaduto il tempo, tutte le app si bloccano. Basta Twitter, basta partite ad Angry Birds e basta messaggini su WhatsApp. E’ tempo di mettersi a dieta e fare digital detox.

Per riandare online bisognerà aspettare lo scoccare della mezzanotte. E non temano i più dipendenti. C’è una soluzione anche per le crisi di astinenza perché   “è possibile sbloccare il telefono con una password anche se ovviamente il procedimento non è immediato”, spiega il creatore. Nel frattempo Tommaso sta pensando anche ad una versione a pagamento di iDon’T, con la possibilità di ricevere statistiche personalizzate sulla propria permanenza in rete, istituire il parental control (il controllo per i bambini) per i dispositivi cui hanno accesso anche i più piccoli e introdurre un blocco mirato delle singole app.

Ma le idee non sono finite qua. “Sto pensando di creare un meccanismo per cui sarà possibile far ripartire la rete solo a pagamento”, racconta Tommaso. Una trovata poco felice? “No perché l’utente non pagherà al gestore dell’app ma creerà una sorta di salvadanaio virtuale al quale potrà accedere in qualunque momento”.

Come dire, insomma, che arriveremo al punto di dover pagare per rientrare in possesso del nostro tempo.

Twitter @martaserafini

Subaffittare un appartamento ad una prostituta non implica necessariamente favoreggiamento

La Stampa

Non può essere accusato di favoreggiamento alla prostituzione chi concede, dietro pagamento della metà del canone e delle spese, un immobile in sublocazione ad una prostituta, con cui convive. Ciò vale anche nel caso in cui la donna lavori poi nel medesimo immobile, perché la mera stipulazione del contratto non basta a concretizzare, di per sé, un oggettivo aiuto all’esercizio della prostituzione in quanto tale. Lo sostiene la Cassazione nella sentenza 7338/14. 
 a.it
La Corte d’appello di Firenze ha assolto, riformando la sentenza di primo grado, l’imputato, accusato di favoreggiamento della prostituzione secondo la l. n. 75/1958 (c.d. legge Merlin), per aver subaffittato un appartamento ad una prostituta in cambio di un corrispettivo di 400 euro al mese più la metà delle spese. Il Procuratore della Repubblica propone ricorso con un unico motivo, in cui deduce il vizio di motivazione e la violazione di legge, non capendo il motivo per cui la Corte territoriale abbia ritenuto che la donna avesse una disponibilità autonoma e paritaria dell’appartamento solo a causa del legame sentimentale dell’imputato, con cui conviveva. Ritiene, inoltre, che i giudici abbiano erroneamente escluso l’elemento soggettivo del reato: infatti, consentire alla convivente di esercitare nell’appartamento basterebbe ad integrare il dolo generico richiesto per tale delitto.

La Cassazione ricorda che i giudici di merito hanno escluso la sussistenza del reato basandosi su alcuni dati fattuali come il rapporto sentimentale e di convivenza tra i due e l’accordo di dividersi in parti uguali le spese del canone e delle utenze. Ciò conduce ad ipotizzare una disponibilità paritaria ed autonoma da parte di entrambi, escludendo, di conseguenza, la sussistenza del reato. Secondo il Pubblico Ministero ricorrente, il quale non ha contestato gli elementi appena ricordati, l’imputato aveva la possibilità di imporre alla donna di non prostituirsi nell’appartamento in cui vivevano, ma, non avendolo fatto, si è reso complice. Il ragionamento è però errato. Il reato di favoreggiamento è perfezionato da ogni forma di agevolazione ed attività idonea, anche in mancanza di contatto diretto tra agente e cliente, a procurare condizioni più facili per il lavoro, posta in essere con la consapevolezza di tale facilitazione.

Senza rilevanza sono il fine o il movente di questo comportamento. E’ quindi sufficiente ad integrare il reato qualsiasi condotta che si risolvi in una concreta agevolazione dello svolgimento dell’attività, mentre è irrilevante l’aiuto prestato solo alla prostituta, che riguardi cioè lei e non la sua attività, anche se quest’ultima ne venga poi indirettamente agevolata. Tutti hanno diritto ad un tetto sopra la testa. Se lo scopo specifico della locazione non è quello di esercitare la prostituzione nell’immobile, la condotta del locatore non si concreta in un aiuto all’attività svolta dalla locataria, in quanto il contratto riguarda la persona ed il suo diritto all’abitazione. Sebbene, quindi, ciò comporterà probabilmente un’agevolazione indiretta della prostituzione, questo non implica un nesso causale penalmente rilevante tra la condotta dell’agente e l’evento di favoreggiamento.

Si tratta infatti di una condotta, in assenza della quale la prostituzione sarebbe stata comunque esercitata in condizioni sostanzialmente equivalenti. Di conseguenza, l’ipotesi di sublocazione di un immobile, in cui lei esercita anche la prostituzione, utilizzato però prima di tutto come abitazione da parte di entrambi, legati da un rapporto sentimentale, oltre alla ricezione da parte dell’imputato di una quota del canone e di metà delle spese, non concreta, di per sé, un oggettivo aiuto all’esercizio della prostituzione in quanto tale. Il ricorso viene, quindi, rigettato.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Barbie-1/ Quando era proibita nell’Italia pre-boom

Corriere della sera
di Laura Ballio


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Quando la Barbie ha debuttato alla fiera del giocattolo di New York, il 9 marzo 1959, le mie bambole preferite erano due: quella che mi metteva quasi soggezione per quanto mi pareva bella, una Cappuccetto Rosso, alta 40 cm, con testa di porcellana opaca, occhi verdi click-clack, capelli mogano boccoluti, vestito bianco e rosso smerlato con mantellina e cappuccio in panno Lenci rosso; e l’altra, quella “da tutti i giorni”, pettinabile, strapazzabile, lavabile, una biondina in plastica (un po’ duretta) della Furga, vestita come una bambina normale, abitino con il collo tondo, calzettoni, scarpe col cinturino.

Della stangona bionda col fisico da pin up, i capelli di parrucchiere, il seno (quando mai una bambola l’aveva avuto?!), il guardaroba da diva e le scarpe col tacco non sapevamo nulla, noi bambine dell’Italia che si stava appena avviando verso il Boom. La Barbie c’era solo in America, e allora attraversare l’oceano non era come dirlo. Però, qualche anno dopo, in seconda elementare un’amichetta che aveva il padre produttore cinematografico che andava e veniva da Los Angeles ebbe in regalo quello che diventò all’istante il nostro oggetto del desiderio. Eravamo disposte a tutto pur di poter guardare da vicino, e magari persino sfiorare, la mitica bambola “che in Italia non c’è”. Si barattava il panino col cioccorì contro 3 minuti di Barbie in braccio (ma sotto controllo vigilissimo della legittima proprietaria) nella mezz’ora di ricreazione. Si offrivano compiti a casa fatti a puntino in cambio di un pomeriggio di “affido” della bambola americana.

Quando poi il papà produttore ripartì per un viaggio negli Stati Uniti con la promessa di “più Barbie per tutte” le madri si schierarono su due fronti contrapposti: quelle entusiaste del nuovo gadget ludico, “così moderna, così femminile,: vedi, da grande potresti diventare così…”, e quelle che (tipo mia madre) “ma, non mi sembra troppo adatta, quella bambola per delle bambine come voi; è un po’ volgare, così in mostra…”. E il bello era che nel secondo gruppo, quello delle “mamme del no” alla Barbie, non c’erano solo le esponenti della cultura cattolica più repressiva, ma anche una bella fetta di genitrici (tra cui la mia) “laiche e socialiste”, che ritenevano la nuova bambola americana un prodotto antieducativo, che esaltava delle donne solo l’esteriorità, che induceva le bambine a comportamenti precocemente adulti. Nessuna femminista tra di loro, per carità (!), ma le stesse parole e gli stessi principi che sarebbero stati fatti propri dal movimento delle donne circa un decennio dopo.

Oggi, mentre la Barbie ha appena compiuto 55 anni senza una ruga, tra celebrazioni intercontinentali e crolli in borsa (Barbie affossa i conti di Mattel, ha titolato il Sole 24ore il 17 aprile, raccontando gli 11,2 milioni di dollari di perdite della casa produttrice di giocattoli per colpa del -14% di vendite della bambola più diffusa al mondo), non saprei dire tra quei due schieramenti di mamme degli Anni Cinquanta chi avesse ragione. Io non ho mai avuto una Barbie, né il camper rosa, la spider rosa, la piscina rosa, il beauty rosa, ecc ecc. Mia figlia però – vendetta, tremenda vendetta – le ha avute tutte. Bionde e brune, con la pelle cioccolato e con il brevetto da pilota, hawaiana o Cenerentola, con Ken o in versione single, pettinabile o con l’acconciatura intoccabile. E a conti fatti, mettendo a confronto il risultato, non mi pare che nessuna delle due abbia subito traumi indelebili. Tutte e due facciamo uso modico di tacchi, parrucchieri ed estetiste. La nostra anima e la nostra identità femminile? Beh, per fortuna con un po’ di ironia ci si difende persino dalla Barbie.

PS. Pochi giorni fa mi è arrivato un comunicato stampa di un lussuoso villaggio vacanze italiano che decanta l’offerta speciale dell’estate: un miniclub per bambine all’insegna della Barbie, compreso di sfilate, mani-pedicure con smalto, maschera al viso e dolci a tema. Ho pensato se avessi ancora una figlia piccola… Aiuto!!!!!

Maggio 1974: 40 anni fa il referendum sul divorzio spaccava l'Italia

Corriere della sera
03 aprile 2014

Si votò il 12 e il 13 maggio. I no trionfarono. La legge Fortuna-Baslini entrata in vigore quattro anni prima non veniva abrogata. Un tema, quello dello scioglimento del vincolo del matrimonio che, per mesi, divise il Paese come mai prima

Divorzio

Il 6 dicembre 1970 Marco Pannella tiene un comizio a Roma, in Campo dei Fiori, per celebrare "la prima domenica di divorzio" dopo l'approvazione della legge 898, nota come "legge Fortuna-Baslini", dal nome dei primi firmatari del progetto in sede parlamentare.