domenica 27 aprile 2014

Immigrazione, fermati 7 scafisti per sbarco di ieri. Il loro capo: «Tanto saremo presto liberi»

Il Messaggero


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Agenti della squadra mobile della Questura di Ragusa hanno fermato sette egiziani, tra cui un minorenne, perché ritenuti gli scafisti dell'imbarcazione con 281 persone a bordo, soccorsa in mare da una nave militare che ha poi sbarcato i migranti ieri a Pozzallo. Tra i sette fermati, tutti accusati di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, c'è anche un intero nucleo familiare composto da un padre e tre figli, uno dei quali, appunto, 14enne.

«State tranquilli, qui in Italia non ci succederà alcunché, ci staremo pochi giorni e poi saremo fuori». Così il figlio maggiore del ''comandante", considerato il ''raìs'' dell'organizzazione, ha rassicurato gli altre sette scafisti, compreso suo padre e due fratelli più piccoli, uno dei quali ha 14 anni, mentre la squadra mobile della Questura di Ragusa li stava fermando nell'ambito delle indagini sull'arrivo, ieri a Pozzallo, di 281 migranti. L'episodio è avvenuto a conclusione della lettura del verbale di fermo che, per legge, è stato tradotto dall'italiano ed è stato letto loro in arabo. Vista della tensione tra i componenti del suo gruppo, il ''raìs'' li ha tranquillizzati: «Siamo in Italia, tra pochi giorni - ha detto loro - torneremo liberi...».


Domenica 27 Aprile 2014 - 16:08
Ultimo aggiornamento: 16:23

Mare Nostrum, Kyenge contro Renzi: "Così è un progetto a metà"

Ivan Francese - Dom, 27/04/2014 - 15:34

L'ex ministro dell'Integrazione bacchetta il premier: "Non bastano i soccorsi, bisogna snellire l'iter burocratico. E dov'è lo ius soli?"

 

Cécile Kyenge mastica amaro e attacca il governo sull'emergenza clandestini. In un'intervista a La Stampa, l'ex ministro per l'Integrazione critica duramente il presidente del Consiglio e bacchetta l'esecutivo sulle modalità di gestione dell'operazione Mare Nostrum.
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A caccia di un seggio all'Europarlamento, la Kyenge alza il tiro: "L'operazione Mare Nostrum è un progetto fermo perché non lo si sviluppa, non lo si fa andare avanti." L'ex ministro stigmatizza il fatto che ad oggi gli interventi si limitino al soccorso in mare e chiede snellimenti delle pratiche burocratiche, soprattutto in direzione di una riduzione dei tempi per il conferimento dello status di rifugiato.

Di fronte agli annunci di Renzi, che vuole "rivisitare" Mare Nostrum, la replica è piccata: "L'operazione non va interrotta, ma rafforzata e completata, non lasciata a metà, così come gli altri percorsi che abbiamo iniziato. A partire dalla legge sullo ius soli." Ed è proprio su quest'ultimo provvedimento che la Kyenge dà battaglia con maggior convinzione, chiedendo la calendarizzazione della legge alla Camera e promettendo nuove proteste in Parlamento: "All'inizio di ogni seduta leggeremo una lettera di un bambino senza cittadinanza. Ne abbiamo un milione".

La Germania e quel tabù rimosso per vent'anni

Noam Benjamin - Dom, 27/04/2014 - 08:30

Sociologi e giornalisti confermano: fino agli anni Settanta di Olocausto non si parlava

I tedeschi sono consapevoli delle colpe del regime nazista e la condanna del Terzo Reich è diffusa e capillare.

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Conoscere i fatti storici, tuttavia, è solo il primo passo per elaborare appieno l'entità dell'orrore e, da questo punto di vista, il lavoro non può dirsi del tutto compiuto. Certamente, più che altrove in Europa, le istituzioni tedesche onorano la memoria delle vittime dello sterminio. Il 2013 è stato segnato dalla Zerstörte Vielfalt (La diversità distrutta), una mostra policentrica sulle violenze e le deportazioni ai danni di ebrei, zingari, omosessuali, oppositori politici o di semplici appassionati di jazz, entrati nel mirino della follia nazista. A settant'anni dall'avvento del Terzo Reich, il Senato di Berlino ha scelto la Zerstörte Vielfalt come «Tema dell'anno».

La consapevolezza di oggi, tuttavia, è il frutto di un lungo lavoro che ha attraversato coscienze e generazioni. Il nazismo ha regnato sulla Germania per «soli» 12 anni, ma alla fine della Seconda guerra mondiale, a differenza degli italiani, i tedeschi non si sono svegliati tutti antinazisti. «La prima generazione non ha negato l'orrore ma lo ha vissuto con una consapevolezza marginale e distaccata, senza un vero riconoscimento delle responsabilità», spiega al Giornale Irit Dekel, sociologa israeliana associata alla Humboldt Universität di Berlino. Dekel vede con chiarezza il differente atteggiamento degli eredi del nazismo, generazione dopo generazione: «La prima non parlava dello sterminio», che rimaneva quindi un tabù culturale, «mentre la seconda concedeva che fosse opera delle istituzioni ma non del popolo tedesco; la terza ammetteva che fosse responsabilità del popolo, “ma non di mio padre“». Fino agli inizio degli anni '70 il tabù era tutto emotivo.

«Dopo il '68 - le fa eco Korbinian Frenzel, caporedattore di Deutschland Radio e responsabile dei programmi culturali dell'emittente pubblica - l'Olocausto è entrato nelle scuole pubbliche. E proprio in quegli anni i giovani hanno chiesto ai loro padri “che cosa avete fatto?“ Ma è vero che prima del '68 non se ne parlava» prosegue Frenzel, secondo cui per decenni è rimasto un forte tabù emotivo. Sono state prima la tv - con la proiezione della miniserie Olocausto (1978) - e poi la cultura a smuovere le coscienze. Lo spiega ancora Dekel, approdata a Berlino dopo aver insegnato Didattica dell'Olocausto all'Università ebraica di Gerusalemme: «Un atto molto forte è stata l'organizzazione, nel 1996, di una mostra itinerante sulle Wehrmacht.

Solo allora i tedeschi hanno capito appieno di quali orrori siano state capaci non solo le Ss, ma l'intero esercito nazionale». Scrittori, intellettuali e semplici rovistatori di bauli di ricordi di famiglia sono venuti a patti col trauma di discendere da un ex massacratore di bambini solo di recente. Per Dekel le generazioni future «sapranno che cosa è stato il nazismo». Eppure, conclude, «il lavoro delle istituzioni si porta dietro due gravi carenze: la prima è la cosiddetta “narrativa del carnefice“. Tutti conoscono il punto di vista di Anna Frank ma nessuno quello dello sterminatore quotidiano di ebrei. Una mancanza che ingenera la seconda: chi studia il nazismo oggi ha difficoltà a collegare gli orrori di ieri con quelli che succedono oggi nel mondo». Il gap emotivo non è stato ancora colmato.

Spotify: stiamo per sorpassare iTunes in Europa

La Stampa

Kevin Brown a MusicWeek: "Complice il calo dei download e la crescita in UK, ormai è questione di tempo".

LaStampa.it
La sfida questa volta è di quelle grosse. Kevin Brown, responsabile per l'Europa delle relazioni di Spotify con le etichette discografiche ha dichiarato al sito MusicWeek che il servizio in streaming si appresta a superare i profitti di iTunes nel Vecchio Continente:“Alcuni partner ci dicono che nell'Europa continentale Spotify sta già generando maggiori introiti rispetto iTunes. Considerando il declino dei download e la rapida crescita di Spotify, in particolare nel Regno Unito, è ormai solo questione di tempo che il servizio diventi più grande di iTunes nell'intera Europa”. 
Riferendosi al mercato britannico Brown parla di una tempesta perfetta, agevolata dalle partnership strette con gestori telefonici (Vodafone) e media (The Sunday Times).

Anche negli Stati Uniti la strategia sembra simile, se è vero che il 29 aprile Spotify e il gestore Sprint presenteranno una nuova collaborazione. A livello globale, secondo fonti anonime citate dal Guardian , nei prossimi mesi Spotify potrebbe invece annunciare di aver superato i 10 milioni di utenti a pagamento (l'ultimo valore ufficiale – 24 milioni di abbonati, di cui 6 a pagamento – risale ormai a un anno fa). Spodestare iTunes dal trono della musica sul web è qualcosa che hanno provato a fare in molti negli ultimi dieci anni. C'è chi l'ha assaltata dal versante hardware (Microsoft con lo Zune) e chi da quello MP3 (Amazon con lo store online), sempre con risultati fallimentari. Ma negli ultimi anni il panorama tecnologico è cambiato radicalmente, nell'era degli smartphone gli effetti della sinergia con l'iPod sono ormai quasi esauriti e – soprattutto – i dati sui download sono improvvisamente girati quasi tutti verso il rosso. 

La fortezza del download è ormai assediata dallo streaming su più fronti (YouTube, Spotify, Deezer, Beats Music, Google Play, la costellazione delle app) e la risposta di Apple (iTunes Radio) appare ancora troppo timida per ipotizzare un semplice passaggio dello scettro in famiglia. Anche le major, che nel decennio d'oro di iTunes non hanno mai digerito troppo la monarchia assoluta di Apple nella musica online, sembrano simpatizzare apertamente per i nuovi modelli in streaming (al punto che di alcuni servizi detengono quote di proprietà e in altri hanno investito forti somme). E il grande pubblico – un po' per inerzia, un po' per le vantaggiose offerte economiche – sta contribuendo ad accelerare il passaggio. 

Gli unici alleati forti rimasti ad iTunes sembrano essere gli artisti: con questi volumi di abbonati, i meccanismi di retribuzione dello streaming portano nelle tasche di cantanti, musicisti e compositori ancora briciole rispetto ai guadagni derivanti dai download su iTunes, per questo alcuni big preferiscono mantenere aperta una corsia preferenziale per il negozio di Apple (e negli ultimi mesi si è tornati a parlare di  esclusive ). Ma c'è anche un nuovo spettro che si aggira sul Web e che potrebbe interferire con il sorpasso previsto da Kevin Brown: la discussione sulla “net neutrality” in corso negli Stati Uniti

È un'ipotesi che viene per ora solo sussurrata tra addetti ai lavori, ma se davvero i provider di connettività saranno autorizzati a chiedere soldi ai servizi Web per garantire una più efficiente distribuzione dei contenuti, questo potrebbe costringere realtà come Spotify, Deezer, Pandora (o Netflix, per i video) ad aumentare i prezzi dei propri abbonamenti, spuntando un'arma fondamentale nell'inseguimento ai negozi in download: la convenienza economica. 

Quando Milano tifava per i banditi della “ligera”

La Stampa
michele brambilla

Via Osoppo 1958: la “rapina del secolo”, portata a termine senza sparare un colpo, rivive nel libro di uno dei suoi autori Il “come eravamo” di un’Italia e di una mala diverse da oggi


LaStampa.it
Forse perfino qualche giovane avrà sentito parlare della rapina di via Osoppo a Milano. Era il 27 febbraio 1958, e il 27 di ogni mese, nella tradizione popolare, è detto San Paganino perché giorno di paga. Sette uomini travestiti con tute blu da operai assaltarono un furgone portavalori della Banca Popolare di Milano e, senza sparare un colpo, portarono via 614 milioni di lire, di cui 114 in contanti. Fu un colpo sensazionale che cambiò d’un tratto la percezione non solo della malavita, ma anche di quello che stava succedendo nel nostro ancora povero Paese. La «rapina del secolo», come fu definita, è ora raccontata in un libro scritto (insieme con il giornalista Matteo Speroni del Corriere della Sera) da uno degli autori di quel celeberrimo colpo, Arnaldo Gesmundo detto Jess il bandito, oggi ottantaquattrenne. S’intitola Il ragazzo di via Padova (ed. Milieu, pp. 287, € 14,90). 

Naturalmente è molto più del racconto di una rapina. È un «come eravamo». Come eravamo a Milano, in Italia, nella polizia e nella magistratura, nella delinquenza e nel giornalismo, nelle case popolari e nella borghesia. Arnaldo Gesmundo nasce per strada, in piazzale Loreto, il 28 maggio 1930. I suoi abitavano lì vicino, in via Beretta, oggi via Arquà, una delle strade che collegano via Leoncavallo e via Padova. La quale via Padova non era il turbolento melting pot che è adesso, ma era comunque zona di povera gente, case di cortile e cesso in comune; quasi campagna, ma là dove c’era l’erba stava crescendo una città. Il 27 novembre 1909, lì in fondo a via Padova, aveva preso il volo il primo dirigibile italiano, il Leonardo da Vinci costruito dall’ingegner Enrico Forlanini. Fu da quel mito di progresso che prese nel quartiere una voglia di volare, cioè di lavorare, che avrebbe poi attirato, specie nel primo dopoguerra, tanta immigrazione.

I genitori di Arnaldo Gesmundo sono gente che lavora: papà alla Breda, mamma all’Alfa Romeo. Operai, s’intende. Soldi guadagnati con fatica. Usciti dal disastro della guerra, tanti ragazzi sognano invece il guadagno facile. Arnaldo finisce così a frequentare i balordi del quartiere, quella che a Milano si chiamava la «ligera», cioè malavita leggera, che non fa uso di armi e non si sporca di sangue ma campa di truffe, furti, borseggi. Nei bar e nelle osterie della «ligera» Arnaldo incontra «il Luna», «il Pedivella», «il Pinin», «il Lunghett», «el Quatrocch», «el Bagiana». Lui stesso viene ribattezzato: «il Tato». Ognuno ha poi una propria specialità: il borsaiolo è «lo scarparo», lo sfruttatore di puttane «il ricottaro» o «magnaccio», e così via.

Leggendo la cronaca nera e guardando i film americani, questi personaggi cominciano a studiare i colpi per evitare di dover tirare la lima. Alcuni fanno carriera. Come Joe Zanotti, il capo della Banda Dovunque. O come Ezio Barbieri «Pugno proibito», nato a Baggio ma poi diventato il Bandito dell’Isola, quartiere oggi di gran moda. Un’altra zona allora malfamata, e adesso cuore della City, tra via Torino e piazza Affari, è «le cinque vie»: un crocicchio nel quale confluiscono le vie Sant’Orsola, Santa Marta, Del Bollo, Bocchetto e Santa Maria Fulcorina.

Gesmundo frequenta simili ambienti e simili personaggi, così a diciotto anni fa il suo primo ingresso «al due» di piazza Filangieri, cioè a San Vittore, vero inferno allora e vero inferno pure oggi. Jess esce e rientra un po’ di volte, intervallate da buoni propositi di mettersi a lavorare da bravo cristiano. Fino a quando incontra quelli giusti per il colpo giusto: la rapina di via Osoppo. Lui è uno dei pochi con la patente e viene incaricato di rubare la macchina che deve sbarrare la strada al furgone: e per dire com’era la mala di una volta, Jess «il Tato» in quel periodo lavora, e per andare a fare il furto chiede un regolare permesso in ditta.

Alle nove di mattina i sette banditi sono all’incrocio tra le vie Osoppo e Caccialepori, pronti a colpire. Uno di loro, Arnaldo Bolognini, nell’attesa entra in un negozio e si compra un po’ di pane e taleggio per chiudersi il buco che il nervoso gli sta scavando nello stomaco. Poi è un attimo. Alle 9,15 l’autista, il commesso e il poliziotto che sono sul furgone vengono immobilizzati sotto la minaccia del mitra. Da un balcone dell’ottavo piano del palazzo di via Osoppo 7 il signor Enzo Saino grida «Ai ladri! Ai ladri!»; una signora esce dal fruttivendolo e urla «Andate a lavorare, brutta gente!». Alle 9,25 è già finito tutto.

Il Paese è scosso. La polizia mobilita cinquemila uomini. Arnaldo Gesmundo, con uno dei suoi complici, va a Cortina in un grande albergo per cominciare la nuova vita da signore. Ma durerà poco. Il ritrovamento delle tute blu, imprudentemente gettate nell’Olona che poi va in secca, e forse una soffiata di qualche informatore, portano in breve agli arresti. Il 6 aprile 1958 Indro Montanelli scrive sul Corriere della Sera: «Ufficialmente sì, tutti scrivono e proclamano che sono contenti (…). Ma, sotto sotto, senza osare dirlo o dicendolo a bassa voce, la maggioranza tifava per i rapinatori (…). I rapinatori di via Osoppo ci avevano dato l’illusione che l’Italia stesse uscendo da questo stadio arcaico. Nel campo del delitto, d’accordo. Ma cosa conta da dove si comincia? L’importante è cominciare, pensava la gente. Da cosa nasce cosa».

I «sette uomini d’oro», come furono chiamati, ebbero condanne che, al confronto di quelle di oggi, fanno impressione: Luciano De Maria 20 anni e 8 mesi; Enrico Cesaroni detto «il droghiere», la mente del colpo, 18 anni e 4 mesi; Ugo Ciappina (che ispirò il soprannome «Ciapina» per il centravanti del Milan Paolo Ferrario, bravo nei «gol di rapina») ebbe 17 anni e 2 mesi; Arnaldo Gesmundo 14 anni e 3 mesi; Arnaldo Bolognini 12 anni e 6 mesi; Eros Castiglioni 11 anni e 10 mesi; Ferdinando Russo 9 anni e 8 mesi. In carcere, Gesmundo terrà una fitta corrispondenza con Franco Di Bella, allora cronista di nera del Corriere, di cui poi diventerà direttore.

Altri tempi. La mala a Milano diventerà poi quella della rapina in largo Zandonai della banda Cavallero, con morti e feriti tra i passanti; quindi Vallanzasca, Turatello, l’intreccio tra mafia e finanza. L’Italia della «ligera» non c’è più, è cambiata, un po’ in meglio, e un po’ in peggio.

Vive per tre anni con un tubo di plastica stretto al collo, ora Martino è salvo

La Stampa
claudia audi grivetta

Il cane è stato soccorso dalle guardie eco zoofile dell’Oipa di Bari



LaStampa.it
Per tre anni ha vissuto con un tubo di plastica intorno al collo che lo stava lentamente, ma inesorabilmente soffocando. E’ la triste storia di Martino, simil Border Collie, cane randagio di Putignano in provincia di Bari. La sua storia, per fortuna, è a lieto fine grazie alle guardie eco zoofile dell’Oipa di Bari che sono riuscite a salvarlo giusto un attimo prima che per Martino non ci fosse più nulla da fare.

Tutto ha inizio tre anni fa, quando Martino era appena un cucciolo. Qualcuno in paese pensa che possa essere una trovata divertente legare intorno al suo collo un tubo di plastica, spesso e resistente, per vedere come e quanto si riesca a fare del male ad un essere indifeso. Martino cresce e il tubo si fa sempre più stretto. Svariate volte il cane era stato avvistato dagli abitanti e dalle guardie dell’Oipa, ma non era mai stato possibile catturarlo per liberarlo dal suo giogo. Martino era diffidente, comprensibilmente terrorizzato dagli essere umani, ogni volta riusciva a fuggire.
 
Pochi giorni fa, però, Martino non ce l’ha più fatta. Il tubo evidentemente era diventato troppo stretto: il respiro sempre più debole, Martino non poteva nemmeno più camminare.  Alcuni passanti lo avvistano, lo segnalano alla Polizia Locale, che allerta a sua volta il Coordinatore delle Guardie eco zoofile Oipa di Bari.  Una volta tagliato il tubo si scoprono le profonde lacerazioni sul collo del cane, che viene immediatamente condotto presso la clinica veterinaria. Il tubo gli ha danneggiato le vertebre cervicali, provocando la paralisi alle zampe che aveva costretto Martino ad accasciarsi in strada stremato, oramai senza speranza. Accolto in stallo nell’abitazione di uno dei volontari Oipa, Giammichele Lippolis, e curato con antibiotici e terapia per la leishmaniosi e cui è risultato positivo, dopo giorni di trattamenti Martino riesce, quasi per miracolo, ad alzarsi di nuovo sulle zampe e a fare qualche timido passo. 

Il cammino di Martino verso la guarigione è però ancora lungo e prevede un ulteriore intervento chirurgico per rimuovere un callo sotto il suo mento causato dallo sfregamento prolungato del tubo. Un lieto fine, sì, ma con l’amaro in bocca e che lascia un grosso interrogativo: come è possibile infliggere tanta sofferenza ad un animale? Per ora Martino è accudito dai volontari, ma le cure sono costose e per questo l’Oipa ha rivolto a tutti un accorato appello affinché si riesca ad aiutare Martino a guarire completamente e, magari, a trovare per lui una famiglia che gli faccia dimenticare questa terribile avventura. 


Per info: Giammichele Lippolis – guardiebari@oipa.org