sabato 26 aprile 2014

Un calzolaio dice di avere 179 anni: la morte si è dimenticata di me

Il Mattino


ROMA - Si chiama Mahashta Murasi, è un calzolaio di Varanasi, nel nord dell'India, e sostiene di essere nato nel 1835 e di avere quindi avere 179 anni. Se fosse vero sarebbe non solo l'uomo più anziano del mondo ma anche il più longevo della storia.
lama
Le autorità indiane e i documenti di identità dell'uomo confermerebbero la tesi dell'uomo ma l'età non è stata verificata da nessun medico, anche perchè l'ultimo che l'ha visitato è morto nel 1971. Secondo i media che riportano la notizia, il calzolaio è nato a Bangalore il 6 gennaio nel 1835 e poi nel 1903 si è trasferito a Varanasi dove ha lavorato fino a quando non è andato in pensione, alla veneranda età di 122 anni. «Ho vissuto così tanto, che i miei pronipoti sono morti da un pezzo», ha raccontato Murasi. «È come se la morte si fosse dimenticata di me. Ho perso ogni speranza, nessuno campa fino a 150, figuriamoci 170. Sarò immortale..... A questo punto potrebbe anche farmi piacere!».

sabato 26 aprile 2014 - 16:04   Ultimo agg.: 16:09

Con "Tribuna Politica", il Parlamento entra nelle casa degli italiani

Enrico Silvestri - Ven, 25/04/2014 - 20:00

Il 26 aprile 1961 iniziava la fortunata trasmissione televisiva che contrapponeva dirigenti di partito e giornalisti. Memorabili le polemiche tra Mangione e Pajetta e il distaccato «Ella» con cui Togliatti si rivolgeva agli avversari

In un Italia ancora in pieno boom economico, con tutte le percentuali di crescita in doppia cifra, per la prima volta si cominciò a parlare di politica in televisione. Dopo il primo esperimento dell'anno prima con «Tribuna elettorale», poche puntate in vista delle elezioni amministrative, la Tv di Stato iniziò giovedì 26 aprile 1961 una nuova serie: «Tribuna politica».

lama
Un appuntamento di metà settimana, rimasto fino alla fine degli Settanta, in cui gli uomini politici rispondevano alle domande di giornalisti di varie testate. Spesso velenose, con conseguenti risposte ancora più piccate. Storici gli scontri tra il giornalisti socialdemocratico Romolo Mangione e gli esponenti del Pci. Ma sempre nel massimo rispetto, senza mai gridare, senza darsi sulla voce e soprattutto usando rigorosamente il «Lei». E qualche volta, come nel caso del segretario del Pci Palmiro Togliatti, persino dell'«Ella»

Gli archivi Rai ci restituiscono vecchie immagini in bianco e nero, tremolanti, soffuse da un nebbiolina azzurrognola. Anche per le tante sigarette accese in studio. La trasmissione nasceva dall'esperienza di «Tribuna elettorale», andata in onda nell'ottobre del 1960 in vista della tornata amministrativa di novembre. Erano i tempi in cui il «Migliore» non andava tanto per il sottile quanto a comunicazione.

Parla che ti parla, ma alla fine tirava sempre fuori una grande tavola con il simbolo della Pci e diceva «Se volete votare comunista fate una croce qui». Sempre con grande compostezza e rispetto reciproco, anche se già allora non mancavano i colpi bassi. Come quando Gino Pallotta chiese conto a ministro degli Interni Mario Scelba della presenza nelle liste siciliane del mafioso Genco Russo. Scelba annaspò, sbiancò, strabuzzò gli occhi e non trovò di meglio che replicare: «La mafia in Sicilia non esiste più da tempo».

Nella primavera dell'anno dopo, il primo ministro Amintore Fanfani decise dunque di riproporre l'esperimento, questa volta non più collegato a una scadenza elettorale. La scenografia ricordava un po' le aule universitarie, un tavolo a cui era seduto il politico di turno affiancato dal moderatore, davanti su una tribunetta a semicerchio, tre file di giornalisti. A moderare il dibattito venne scelto Jader Jacobelli, notista politico della radio fin dal 1946. Niente «santorate» però, il suo era unicamente un ruolo notarile: dava la parola ai vari giornalisti, le invitava a porre le domande in forma chiara evitando i comizi e nel contempo ricordava al politico di rispettare i tempi. Memorabile la richiesta a Palmiro Togliatti di concludere «Mi perdoni segretario ma sta sforando i tempi» e il serafico leader «Ella perdoni me, se mi sono dilungato».

Ma non sempre i dibattiti avevano questo tono, soprattutto quando in trasmissione irrompeva il fumantino Mangione, editorialista dell'organo del Psdi «L'Umanità». Di fronte a un comunista vedeva letteralmente rosso e caricava peggio di un toro. Epico l'episodio del 1964 quando Pajetta fu sfiorato da un pesantissimo codice penale sovietico, lanciato dall'iroso giornalista. Non che Pajetta nella lotta si trovasse a disagio, solo che preferiva colpire con una tagliente ironia, non meno micidiale dei ponderosi tomi giuridici. In un'occasione si rivolse sempre al suo personale «nemico» appellandolo con il titolo di onorevole. «Non sono onorevole» rispose seccato Mangione.

«Ma come, ho visto che era in lizza alle ultime politiche...oh mi scusi...non l'hanno eletta...non lo sapevo...» replicò Pajetta assumendo un'espressione mortifica. Perfida fu anche la battuta di Togliatti: «Lei si chiama Mangione, ma di politica ne mastica poca». Ma anche Giorgio Almirante sapeva bucare bene il video, con i suoi occhi di ghiaccio, la sua calma. Anche perché, con grande scandalo, puntualmente rivelava i giochi sottobanco, come quando la Dc, che a parole disprezzava il suo Movimento, chiese i voti per eleggere Antonio Segni Presidente della Repubblica.

Ma ormai si andava rapidamente verso la fine degli anni Sessanta, la lotta politica si faceva sempre più aspra e soprattutto veniva combattuta sulle piazze con l'irrompere di nuovi soggetti e nuove istanze. A innervare una trasmissione ormai stanca, ci penseranno personaggi come Nino Nutrizio, uno dei pochi a mettere in difficoltà il segretario del Pci, Enrico Berlinguer. Nel 1976 arrivò infatti in trasmissione con un pacco di riso e uno di pasta che, avendo tempi di cottura diversi, non potevano essere stare insieme.

«Come democrazia e comunismo». Berlinguer ammutolì, non riuscendo riuscendo a replicare con un paragone altrettanto efficace. L'ultimo scandalo fu appannaggio di uno dei più grandi comunicatori politici di tutti i tempi, Marco Pannella. Il segretario del Partito radicale si presentò nel 1978 in studio insieme a Emma Bonino, entrambi imbavagliati e con un cartello al collo: «La commissione parlamentare della Rai abroga la verità e l'informazione».

Rimasero così dieci interminabili minuti, tutto il tempo loro concesso, e nei giorni successivi non si parlò d'altro. Ma la televisione era ormai diventata a colori, un'epoca era ormai tramontata e «Tribuna politica» andò mestamente in pensione per lasciare il posto ad animate discussioni in cui tutti si danno del tu, urlano e cercano di togliersi la parola. Con teletribuni più propensi al sermone o a soffiare sul fuoco della polemica, che fa sempre tanta «audience». Lasciando ai ricordi in bianco e nero le immagini di Aldo Moro, sempre a disagio di fronte alle telecamere, di Giulio Andreotti, serafico e imperturbabile, e di Pietro Nenni, con la zucca pelata e gli occhialini tondi da professore universitario un po' distratto, appena distolto dai suoi studi.

Anziano fa il segno delle corna al vicino. In tribunale si difende: «É una paresi!». Multa di 250 euro

Il Mattino
di Lorenzo Zoli


a.it
BAGNOLO DI PO - Era accusato di ingiurie. Perché avrebbe fatto con le mani il segno delle corna all'indirizzo del vicino di casa, che in effetti qualche disavventura coniugale l’aveva avuta. Sino alla separazione. La difesa dell'80enne di Bagnolo di Po è stata ad effetto: in tribunale ha sostenuto che ha una patologia che lo obbliga a tenere costantemente le dita «a mo’ di corna». Una specie di paresi. Della quale tuttavia nel corso dell'udienza tenuta nei giorni scorsi a Lendinara il giudice di pace non ha ravvisato alcun sintomo.

Il magistrato Patrizia Prando scrive, nelle motivazioni, che l'80enne «teneva le dita normalmente, ha scartato agevolmente una caramella e ha bevuto dell'acqua da un bicchiere». Tutti gesti che - ha ritenuto il giudice - non avrebbe potuto compiere con tanta disinvoltura se davvero avesse avuto un problema come quello dichiarato. Alla fine è arrivata una condanna per l'ipotesi di reato di ingiurie. La pena comunque è stata lieve: 250 euro di multa, con pagamento delle spese processuali.

venerdì 25 aprile 2014 - 16:17   Ultimo agg.: 16:23

Pechino ordina, la Norvegia obbedisce: non ricevete il Dalai Lama e niente Nobel ai dissidenti cinesi

Il Messaggero


Gli affari prima di tutto, anche nel Paese del Nobel per la Pace. Il governo norvegese ha deciso che nessuno dei suoi membri potrà incontrare il Dalai Lama che sarà in vista nel Paese scandinavo il prossimo mese, dal 7 al 9, in occasione del 25esimo anniversario del conferimento del Premio Nobel per la Pace.
lama
Il ministro degli Esteri, Borge Brende, ha spiegato che la decisione «non è stata facile ma bisogna considerare nel tempo i benefici per la Norvegia». I legami tra Oslo e Pechino sono praticamente congelati dal 2010, l'anno in cui il Nobel per la Pace fu conferito al dissidente cinese Liu Xiabo. Ora che il dialogo ha cominciato a scongelarsi, Oslo non vuole perdere in nessun modo l’occasione di far ripartire politica e affari con la Cina ed è pronta a sacrificare la parte più nobile ma meno redditizia del suo spirito tollerante.

Da alcuni mesi i due Paesi hanno avviato segretamente negoziazioni che hanno avuto luogo nell’ambasciata cinese a Oslo e nel ministero degli esteri norvegese. A dare il via al nuovo corso, a fine 2013, è stato l’ex premier di centrosinistra – prossimo segretario generale della Nato – Jens Stoltenberg e il suo successore, la conservatrice Erna Solberg sta proseguendo il lavoro. Secondo indiscrezioni, Pechino, in cambio della pace avrebbe avanzato alla Norvegia una serie di condizioni tra le quali quella di non conferire più nessun riconoscimento ad alcun dissidente cinese.

L’arrivo, a maggio, del Dalai Lama a Oslo sarà la prova del fuoco. Se il leader spirituale tibetano sarà fatto accomodare dalla porta posteriore, senza onori e senza tappeto rosso, allora per le imprese norvegesi la strada verso il mercato cinese sarà sgombra di ostacoli. E dalle parole del ministro Brende già si capisce che le richieste di Pechino sono cosa fatta: «Siamo consapevoli – ha detto Brende – che se le autorità del nostro Paese riceveranno il Dalai Lama, sarà più complicato normalizzare le nostre relazioni con la Cina che per noi, in questo momento, è l’obiettivo primario». Sulla stessa lunghezza d’onda il presidente del Parlamento Olemic Thommessen, seconda autorità del Paese dopo il Re Harald, che ha detto pubblicamente che non riceverà il Dalai Lama.

Increduli e sconcertati i norvegesi: il 60% di loro ritiene che il Dalai Lama andrebbe ricevuto e di questi il 50% accusa di codardia il governo. Solo il 20% appoggia invece la svolta affaristica di Oslo.


Venerdì 25 Aprile 2014 - 18:42

FCA, i sindacati studiano il caso Chrysler: dipendenti cresciuti del 40% in tre anni

Il Messaggero
di Diodato Pirone


TORINO - Negli ultimi tre anni Fiat Chrysler ha effettuato circa 14 mila assunzioni nel Nord America.

lama
I dipendenti americani, canadesi e messicani del gruppo guidato da Sergio Marchionne sono passati da 36mila a quasi 50 mila con una crescita del 39,6%. In Italia, invece, le ore non lavorate dagli operai del settore auto rispetto a quelle previste dal contratto sono il 27,6% del totale. In pratica un dipendente su quattro è in cassa integrazione. Gli operai italiani delle fabbriche CNH Industrial (trattori, camion e macchine movimento terra) lavorano invece quasi a pieno regime perché solo il 3% delle ore lavorabili non vengono utilizzate.

I dati sono emersi nel corso dell'incontro intercontinentale di tutti i sindacalisti che rappresentano i dipendenti di Fiat Chrysler Automobiles e di CNH Industrial svoltosi nei giorni scorsi a Torino. Una settantina di sindacalisti, compresi gli americani e i brasiliani, hanno passato due giorni a passare ai raggi "x" la struttura industriale globale del Lingotto anche in vista del lancio dei prossimi piani industriali che saranno annunciati a Detroit il 6 maggio per Fiat-Chrysler e l'8 maggio per CNH Industrial.

"C'é molta attesa per le decisioni che sarano annunciate in America - spiega Ferdinando Uliano, responsabile Fim-Cisl per la Fiat - Anche perché anche dal seminario è emersa in modo fortissimo la disparità di condizione nel gruppo fra le Americhe, anche se fra Usa e Brasile c'è differenza, e l'Europa. Molti stabilimenti italiani dell'auto e quello polacco sono, come dire, scarichi. Vanno rilanciati. Siamo arrivati ad un punto di svolta. Marchionne nell'ottobre del 2012 annunciò la volontà di riposizionare le produzioni europee di Fiat Chrysler verso segmenti di qualità più alta nonché l'obiettivo di affidare alle fabbriche italiane la missione di produrre auto da esportare in tutto il mondo e non solo in Europa. Ora tutti speriamo che si passi ad una fase di attuazione".

Negli ultimi anni Marchonne ha rallentato il lancio di modelli e puntato a ridurre il deficit di Fiat Europa (l'anno scorso le perdite sono scese a quota 520 milioni dai 730 del 2012), ha chiuso la "piccola" fabbrica di Termini Imerese ma ha anche investito a Pomigliano (800 milioni) per la Nuova Panda; Grugliasco (1 miliardo) per le Maserati; Val di Sangro (700 milioni) per il Nuovo Ducato) e Melfi (1 miliardo) per la Jeep Renegade e il suv gemello Fiat 500X. Un altro miliardo è stato stanziato per il rifacimento di Mirafiori che dal 2016 sfornerà il Suv Levante della Maserati. Ora si tratta di affrontare la sfida più difficile di tutte: il rilancio dell'Alfa Romeo come simbolo dell'auto italiana.

I sindacati hanno "fotografato" anche i forti investimenti che il gruppo Fiat, e CNH INdustrial in particolare, ha effettuato in alcuni paesi europei. Ad esempio in Spagna, dove è stata concentrata la produzione dei Tir dell'Iveco. Curioso osservare che i sindacalisti iberici hanno dichiarato ai colleghi che non si alzano dal tavolo di trattative ("A costo di lasciare sulla sedia la pelle del sedere", hanno detto) fino a quando non si raggiunge un accordo per il contratto. La riforma del lavoro spagnola, infatti, prevede che se non si firma un contratto fra le parti dopo un anno l'intero settore resta senza contratto. Una liberalizzazione estrema, dunque.

Chiaro comunque che il sindacato italiano ora si attende un piano Fiat pluriennale di forti investimenti negli stabilimenti dei motori (Termoli, Pratola Serra, exVM Cento e ancora Mirafori che dovrebbe tornare a produrre propulsori) oltre che in quelli dell'auto non ancora ristrutturati come Cassino. Qui, in particolare, dovrebbero essere prodotte le nuove berline dell'Alfa Romeo. "Ma Fiat non deve sottovalutare che va chiusa la parte economica del nuovo contratto aziendale - chiosa Uliano - Chiediamo un aumento di 40 euro al mese ma la trattativa va avanti da troppo tempo".

Alla ricerca di Monna Lisa, dal Dna la verità sulla gioconda

Il Messaggero
di Fabio Isman


lama
Povera Lisa Gherardini del Giocondo, ammesso che sia veramente lei: non la lasciano davvero stare in pace, nemmeno mezzo millennio dopo la sua presumibile morte. Martedì, della chiesa della Santissima Annunziata di Firenze, verranno prelevati i Dna dai resti di alcuni suoi familiari, sepolti nella cappella dei Martiri. Provvederanno un docente di Ravenna e uno dell’Aquila, presente Stefano Vinceti, che, anche con questo metodo, è alla caccia della vera e supposta Monna Lisa. Nella tomba, dovrebbero esserci i resti del marito di colei che è ritenuta la protagonista del quadro più famoso al mondo, il mezzo sorriso più enigmatico e più celebre sul pianeta, Francesco del Giocondo; del figlio Bartolomeo, avuto però da questi con la prima moglie; e dell’altro figlio, Piero, nato appunto da lui e da Lisa.

PARAGONI
I campioni saranno portati all’Università di Bologna. Intanto, per capire se, per caso, anche Lisa sia sepolta nella medesima tomba (e come si farà a saperlo?); perché, nel Seicento, il cimitero di Sant’Orsola dove lei sarebbe stata inumata, ha subito una ristrutturazione, e, dicono quanti stanno svolgendo questi esperimenti, «non si può escludere che i suoi resti mortali possano essere stati trasferiti nella tomba di famiglia». I Dna che forse saranno prelevati martedì (ci sono pure incognite, legate allo stato dei resti, e alla possibilità di riuscire veramente a recuperare frammenti ossei in grado di concederne l’estrazione), saranno poi paragonati a quelli recuperati nel cimitero di Sant’Orsola, sempre a Firenze. Specialmente quelli di alcuni di defunti della stessa età della presunta Monna Lisa, su cui, come ammette lo stesso Vinceti, «non è stato possibile effettuare la prova del radiocarbonio», che potrebbe indicare, almeno con qualche approssimazione, la data della loro morte.

CLAMORE
La notizia è destinata a fare certamente clamore. Come qualsiasi che riguardi lo stupendo ritratto dipinto da Leonardo, e di cui, in realtà, sappiamo ancora molto poco. Ma però da chiedersi: e poi? Quand’anche conoscessimo il Dna di una donna, forse la Gherardini (chissà?), cosa ne potremmo fare? Magari prelevarlo dal quadro del Louvre, e vedere se sono analoghi, identici, o compatibili? Vinceti ci aveva già provato, con la caccia ai «resti mortali» di Caravaggio. Sapere quale fosse il suo Dna avrebbe mutato qualcosa nella realtà delle sue opere, nelle sue capacità di dipingere, o nella sua fama universale? Chiederselo è totalmente superfluo: anche perché anni di ricerche non hanno prodotto alcun risultato scientificamente certo.

Come promettono già adesso di non fornirne quelli sulla povera Lisa Gherardini. Si cerca perfino di sapere dove è sepolta; quando si troveranno tracce di una donna con le sue caratteristiche, sarà improbabile accertare che sia proprio lei. E poi, che ce ne facciamo del Dna di una nobildonna fiorentina, quando non siamo neppure sicuri al cento per cento che si tratti esattamente della musa di Leonardo da Vinci? Uno studioso assai rigoroso, tutta una vita trascorsa all’Enciclopedia Treccani, ha per esempio affermato di recente che Monna Lisa ritrarrebbe una donna di Urbino, deceduta di parto: Pacifica Brandani, madre di un figlio avuto da Giuliano de’ Medici, committente di Leonardo (secondo lui) e a Firenze, e non a Roma. La ricostruzione si basa su una serie notevole di indizi «univoci e convergenti», come direbbero i legulei. Quindi, caccia al Dna di una donna, che non sappiamo nemmeno se sia quella ritratta da Leonardo.

EVENTI
L’arte, però, ha bisogno di eventi. La nostra epoca è di episodi clamorosi, e ormai non più di studi rigorosi. La caccia alla Battaglia di Anghiari (che chissà se c’è ancora: moltissimo lascia supporre di no); ai Dna di immensi artisti (purché dalla vita avventurosa), o delle loro possibili modelle (purché universalmente celebrate). Aspettiamoci altre puntate di questo romanzo, anche se è vagamente «noir». E aspettiamoci, come è sempre accaduto negli altri casi consimili, di arrivare, al massimo, a qualche probabilità. L’unica certezza è che qualsiasi mai risultato non aumenterà la nostra conoscenza, non muterà i modi che abbiamo per ammirare il quadro più famoso e più venerato al mondo.

Domenica 5 Aprile 2014 - 12:00

Sondrio, il Pd esclude l’africano: "Solo candidati locali"

Libero


a.it
Democratici sì, ma con i candidati degli altri. A Tirano, in provincia di Sondrio, il Pd non vuole presentare in una lista di centrosinistra per le prossime elezioni amministrative Vicky Tshimanga, medico pneumologo che dal 1985 lavora in un ospedale del luogo. Il motivo? Presto detto: Tshimanga non è nato a Tirano. Per la verità non è nato nemmeno in Valtellina e, a essere pignoli, neppure in Italia. Sulla sua carta d’identità, alla voce «luogo di nascita» c’è scritto Congo, e tanto basta - pare - per escluderlo dalla vita politica locale. Nonostante sia un cittadino italiano che da anni risiede e vive in quella provincia.

A denunciare la situazione è stata la sezione Sel di Sondrio che ha parlato, senza troppi giri di parole, di discriminazione e razzismo. Thismanga, un cinquantenne di colore che solo l’anno scorso era candidato alle elezioni regionali proprio col partito di Nichi Vendola e che a questa tornata si preparava a scendere in campo sempre sotto la bandiera di Sinistra ecologia e libertà, però prende le distanze da questa motivazione. In paese lo conoscono un po’ tutti e secondo lui è proprio questo che ha giocato a suo sfavore. Così quando ha chiesto spiegazioni per il mancato inserimento del suo nome nella lista «Rinnova Tirano» si è sentito rispondere: «Il paese è piccolo e la gente vota per gli amici e per i parenti». Come a dire: ci dispiace, ma è tutta strategia e, visto che candidare chi non è nato qui è controproducente, meglio se resti fuori.

Un chiarimento che ha convinto poco il medico congolese fin dall’inizio. E infatti con quella risposta il tira e molla era appena cominciato. Già, perché solo tre giorni dopo questa esclusione qualcuno ci deve aver ripensato. Così il dottore di Sel è stato richiamato: ripensaci-c’è-posto-anche-per-te. Ma la proposta è durata il tempo di un rapido calcolo politico. Difatti, passata neanche una manciata di giorni, a Thismanga è arrivato il no definitivo, complici i veti sollevati da esponenti locali del Pd e del Movimento 5 Stelle. Considerazioni di carattere personale, si sono affrettati a far sapere gli interessati, ma che nella pratica hanno impedito al congolese di presentarsi. E dire che della lista «Rinnova Tirano» Thsimanga era uno dei fondatori. Anzi, ci lavorava dal settembre scorso e aveva portato il suo contributo per allargarla fino a comprendere una cinquantina di persone, inclusi ex consiglieri di minoranza del Partito democratico.

Che come ricompensa finale hanno fatto in modo di escluderlo dalla corsa. Insomma, pare che tra alcuni democratici valga lo stesso principio delle presidenziali americane: quello che conta è il luogo di nascita. Peccato però che, nel caso valtellinese, si tratti di una decisione interna che fa pensare a una misura ad personam più che a una decisione strategica. Tanto che la sezione regionale del Pd sembra non essere a conoscenza dell’intera situazione: «Non ne so niente - ha commentato Alessandro Alfieri, segretario dei democratici lombardi - ma mi sembra strano che si parli di discriminazione: noi siamo sempre stati aperti su questi temi. Probabilmente ci sono altre ragioni, di natura politica».

Una posizione tutto sommato condivisa anche dal diretto interessato. «Io non parlo di razzismo, non credo che la questione sia da porre in questi termini», ha dichiarato ieri Tshimanga che, ad ogni modo, a far passare sotto silenzio la vicenda proprio non ci sta. «I motivi che mi hanno escluso dalla lista sono politici: è il classico metodo alla Pd di metterti fuori gioco», ha proseguito. «Siccome io sono abbastanza conosciuto e avrei potuto portare un buon numero di voti, voti di Sel però non del Pd, hanno preferito usare questa scusa della “tiranesità”, come l’ho definita io, per poter presentare una lista senza di me».

di Claudia Osmetti





Il Pd cambia idea: niente voto agli immigrati

Libero
08 marzo 2014



a.it
All’Italia sono toccati in sorte due Partiti democratici. Uno è il Pd idealista: cita a memoria John Kennedy e Martin Luther King, fa sogni bellissimi sull’umanità meticcia, produce metafore meravigliose sulle nuove frontiere, i muri da abbattere, i ponti da costruire e gli aquiloni che volano. L’altro è il Pd realista: è composto da personaggi spesso oscuri che si fanno un mazzo così nelle sezioni, conoscono gli elettori per nome e hanno smesso da bambini di illudersi sulla natura degli esseri umani, a partire dalla propria. Il primo riesce a perdere le elezioni nazionali anche quando le vince; il secondo gestisce dal dopoguerra il potere locale nelle roccheforti del Centro e del Nord, lasciando agli altri le briciole. Quando questi due mondi si scontrano è tragedia. L’ultima è quella che si sta consumando adesso tra la via Emilia e Roma, con questa storiaccia del voto agli immigrati.

La posizione del Pd idealista sull’argomento è racchiusa nella «proposta programmatica» presentata un anno fa, dove in cima ai principi della riforma da realizzare appare «il radicamento e coinvolgimento dello straniero nella nostra comunità, anche attraverso il riconoscimento del voto amministrativo e l’acquisto della cittadinanza». Per dare l’esempio a tutti, il Pd che intende creare il paradiso in terra ha aperto agli immigrati le porte delle primarie del centrosinistra. Una decisione presa nel 2009 e difesa con sempre maggiore perplessità. Sino ad oggi.

Perché a questo punto entra in scena il Pd pane e mortadella. Non con uno qualunque, ma tramite un 46enne modenese che si chiama Stefano Bonaccini. Segretario del Pd romagnolo, responsabile Enti locali del Pd nazionale, renziano. Insomma, il più potente degli apparatchik. La sua voce è quella della pancia del partito, che di vedere certe scene ai gazebo non ne può più: «Bisognerà che ripensiamo al ruolo degli stranieri e ammettiamo alle primarie solo quelli che hanno diritto di voto alle elezioni vere». Il regolamento attuale, spiega Bonaccini all’edizione bolognese di Repubblica, «provoca ogni volta contestazioni che rischiano di gettare discredito sul Pd». Gli immigrati al voto, infatti, si sono rivelati sinonimo di brogli.

Sono gli stessi dirigenti del Pd che se lo gridano in faccia. L’ultimo scandalo, quello che fatto rompere gli indugi a Bonaccini, si è consumato proprio a Modena, dove domenica si sono fatte le primarie per la scelta del candidato sindaco. Le ha vinte, per circa 700 voti, l’assessore regionale alle Infrastrutture Gian Carlo Muzzarelli. La seconda arrivata, l’assessore comunale alle Politiche sociali Francesca Maletti, accusa i sostenitori di Muzzarelli di avere «finanziato sistematicamente il voto dei cittadini extracomunitari, munendoli della somma occorrente per votare». Esponenti della comunità filippina locale confermano. Carlo Giovanardi, senatore del Ncd e modenese anch’egli, racconta che «in un solo seggio si è vista la partecipazione di più di mille extracomunitari».

Il comitato dei garanti del Pd, chiamato a decidere sulla validità delle primarie, ha messo subito la polvere sotto il tappeto. Senza fare un’indagine degna di questo nome, ha stabilito che «non è dato riscontrare alcun riferimento a violazioni di norme». Solo che non ci crede nessuno. A iniziare da Bonaccini, partito per Roma intenzionato a farla finita con gli immigrati alle primarie. Anche perché prima di Modena ci sono stati gli albanesi e i burkinabè a Reggio Emilia, i marocchini e i romeni ad Asti, i cinesi a Napoli...

Ma certi ideali sono duri a morire, anche se i fatti li condannano. A fermare Bonaccini prova l’ex ministro Cécile Kyenge, congolese di nascita e modenese di adozione: «Il Pd è l’unico partito che ha messo in campo uno strumento democratico di partecipazione aperto agli stranieri». Il voto degli immigrati alle primarie, dice, è «nell’anima del Pd». Sono le schermaglie iniziali, presto voleranno i missili e chissà cosa lasceranno del Pd e della sua «anima».

(Al termine di questa storia, un dubbio: ma se quelli del Pd ritengono gli immigrati così facili da corrompere, al punto che un candidato se li può comprare con un pugno di spiccioli, se non li vogliono più manco alle loro primarie, perché intendono farli votare alle amministrative?).

di Fausto Carioti

No Tav, Erri De Luca: "Se mi condannano non farò appello, andrò in carcere"

Libero


a.it
Martiri No Tav in rampa di lancio. "Se mi condannano per istigazione alla violenza non farò ricorso in appello. Se dovrò farmi la galera per avere espresso una opinione, allora la farò", parola di Erri De Luca, scrittore di fama e simpatizzante del movimento contro l'Alta velocità in Val di Susa. Intervistato dall'HuffingtonPost, l'autore di Montediddio sotto inchiesta per istigazione a delinquere ribadisce quanto sostenuto sullo stesso sito lo scorso settembre: "La Tav va sabotata". Una opinione che gli è costata l'apertura di un fascicolo presso la Procura torinese, guidata allora dal procuratore Giancarlo Caselli, e che il prossimo 5 maggio lo vedrà in aula per l'udienza preliminare. "Quella frase la ripeterei perché è il mio pensiero", e perché resta, come detto al quotidiano francese Le Monde, "l'obbligo morale alla disobbedienza".

"Non chiederò il rito abbreviato  - spiega De Luca - perché preferisco un processo aperto con udienze pubbliche. Non so quanti anni di carcere sto rischiando, non mi occupo di queste cose, ma non voglio sconti di pena. E se dovessero condannarmi, ho concordato con il mio avvocato che non ricorreremo in appello. Se dovrò andare in galera, allora ci andrò". Secondo lo scrittore a finire alla sbarra è il diritto d'opinione: "Invece di sabotata potrei dire bloccata o impedita, quello è il concetto. Mi contestano il reato di istigazione alla violenza ma è chiaro che mi processeranno per avere espresso una opinione. In aula difenderò il diritto di parola, perché i giudici intendono il verbo sabotare in maniera restrittiva, ovvero come danneggiamento diretto. E invece sabotare nella storia ha sempre avuto un'accezione politica: anche gli operai che bloccavano le catene di montaggio sabotavano, pur senza rompere alcun macchinario. E' questo il valore principale della parola sabotaggio in Val di Susa: l'opposizione politica all'opera".

"I pestaggi? Episodi marginali" - Di anni De Luca ne rischia 5, mentre sono 30 quelli a cui potrebbero essere condannati i 4 attivisti No Tav Chiara Zenobi, Mattia Zanotti, Claudio Alberto, Niccolò Blasi, in carcere e il cui processo inizia il 22 maggio. L'accusa è pesante: terrorismo. "Sono accusati di terrorismo perché avrebbero danneggiato un macchinario, ma non sono stati colti in flagranza di reato, bensì con flagranza differita, una delle invenzioni giuridiche di questo strano Paese utilizzata dai magistrati che vogliono rimanere comodi. Siamo al delirio". De Luca se la prende con il regime carcerario punitivo cui sono sottoposti i quattro giovani, "come facevano con la nostra generazione negli anni '70".

Tutta colpa di quei magistrati protagonisti di una "oltre mille incriminazioni, una repressione di massa. Quei magistrati sono diventati partigiani dell'opera, ne hanno sposato la custodia, sono diventati i guardiani dei cantieri e in nome della Torino-Lione reprimono un intero movimento". La tesi è quella comune anche ad altri ambiti dell'antagonismo nazionale: incidenti di piazza e pestaggi sono solo "episodi marginali" se non "pretesto per impedire l'espressione del dissenso". A questo clima partecipano anche i giornalisti, "embedded al seguito delle truppe e fieri di esserlo". Se poi qualcuno nei cortei porta le bombe carta, il problema non è del "movimento", ma del questore di turno: "Per mestiere gestisce l'ordine pubblico. Se non riesce a farlo allora sta facendo male il proprio mestiere".