venerdì 25 aprile 2014

Israele “arruola” i cristiani Record di presenze nell’esercito

La Stampa
maurizio molinari


Il ministero della Difesa invia cartoline a casa di chi è in età militare.Da giugno a dicembre 84 reclute, prima non si era mai arrivati a 50



a.it
Il numero dei giovani cristiani che si offrono volontari per servire nelle forze armate israeliane continua a crescere e così il ministero della Difesa compie un passo senza precedenti: manderà le cartoline per l’arruolamento “facoltativo” a casa di tutti gli arabi cristiani in età militare ovvero superato il 17° compleanno. 

Finora solamente ebrei, beduini e drusi ricevevano le cartoline che annunciano il servizio di leva ma quanto avvenuto negli ultimi mesi ha convinto i comandi che anche i cristiani stanno diventando un serbatoio di reclute: da giugno a dicembre in ben 84 hanno scelto di vestire la divisa mentre negli anni precedenti non si era mai arrivati a quota 50. In totale il numero di arabi cristiani sotto le armi in Israele è di 140 unità - uomini e donne - con circa 400 fra i riservisti. Si tratta di un fenomeno nuovo, dovuto alla reazione al dilagare dei gruppi islamici nei villaggi arabi della Galilea come anche alla predicazione di Gabriel Nadaf, il prete greco-ortodosso che ha fondato il “Forum degli arruolati” di fede cristiana. “Ci troviamo davanti ad un cambiamento dello status quo - dichiara Nadaf al “Jerusalem Post” -destinato a migliorare l’integrazione dei cristiani nella società israeliana perché da sempre dopo i diritti vengono i doveri”.

E’ stato proprio Nadaf a battersi con Yaalon, ministro della Difesa, per l’invio delle cartoline sul “servizio volontario” nella convinzione che il fatto stesso di riceverle a casa “migliorerà l’integrazione in Israele superando ostacoli che in passato hanno creato molti danni”. Più in generale Nadaf si dice convinto che “la sorte di ebrei e cristiani in Israele sia la stessa” e dunque il servizio militare è destinato a rafforzare questo legame ma per deputati arabi come Basel Ghattas, anch’egli cristiano, si tratta di “gravi errori di giudizio” sulle intenzioni “degli ebrei” perché, assicura, “ciò che seguirà sarà un tentativo di arruolare tutti, cristiani ma anche musulmani per difendere lo Stato degli ebrei”.



Cristiani alle armi per difendere Israele: «È l’unica nazione che ci protegge»
La Stampa
maurizio molinari (vatican insider)

Grande balzo in avanti delle reclute arabo-israeliane nell’esercito dello Stato ebraico nella seconda metà del 2013


a.it
Pronunciare il Padre Nostro e farsi il segno della croce prima di arruolarsi nell’esercito non è qualcosa di molto comune fra le reclute israeliane ma l’aumento dei volontari cristiani sta moltiplicando proprio simili momenti. Nella seconda metà del 2013 gli arabo-israeliani di fede cristiana arruolatisi nell’esercito sono stati 84, ovvero l’equivalente dei totale dei 18 mesi precedenti, e il balzo in avanti fa discutere, sebbene si tratti ancora di un numero ristretto in una comunità di circa 120mila anime.
 
A sostenere la necessità di arruolarsi è il “Forum per il reclutamento dei cristiani” di Gabriel Nadaf, il sacerdote greco-ortodosso convinto del bisogno di «vestire la divisa israeliana per difendere la nostra minoranza» in un Medio Oriente dove i cristiani vengono «perseguitati e uccisi» in più Paesi, a cominciare dalla Siria. È proprio Nadaf a pregare assieme alle reclute cristiane, dicendogli «voi non sparerete ma proteggerete perché il Messia ha detto di non uccidere ma non ha detto di non difendere, e la Terra Santa va difesa». Per il capitano cattolico maronita Shadi Haloul, 38 anni, portavoce del Forum e riservista, «il numero delle reclute cristiane cresce a seguito di quanto sta avvenendo in Medio Oriente dove siamo perseguitati ovunque e l’unica nazione che ci difende è Israele».  

Sono parole che fanno scalpore perché in Israele sono gli ebrei e i drusi a servire sotto le armi - tre anni gli uomini, due le donne - mentre in genere cristiani e musulmani sono esentati. In particolare, i cristiani sono sempre stati ai margini della vita militare considerandosi anzitutto palestinesi. Ma il Forum di padre Nadaf sembra esprimere l’affermarsi di un’opinione diversa dentro famiglie e villaggi cristiani, concentrati in Galilea. «Servire nell’esercito aiuta l’integrazione nella società israeliana che offre molte opportunità di lavoro, crescita e sviluppo» sostiene Haloul, secondo il quale «i cristiani in Medio Oriente hanno la possibilità di rafforzarsi e prosperare solo nella democrazia israeliana».  

Padre Nadaf è in procinto di ricevere dalle forze armate lo status ufficiale di “cappellano militare” e ciò significa che potrà recarsi in qualsiasi base per portare conforto religioso ai soldati cristiani, proprio come fanno i rabbini per quelli ebrei. A criticare aspramente l’approccio di Nadaf è l’ex patriarca latino di Gerusalemme Michel Sabbah, accusandolo di «tradimento dell’identità palestinese» al pari di quanto fatto da alcuni deputati arabi della Knesset. Ma il sacerdote greco-ortodosso non fa passi indietro: «Sostengo l’integrazione dei cristiani nella società israeliana e la chiave per riuscirci è il servizio militare, i cristiani servono negli eserciti di molte nazioni e possono farlo anche qui, tanto più che gli ebrei non sono nostri nemici, il cristianesimo viene dall’ebraismo».  

Fra le giovani reclute che condividono tale approccio c’è Faras Mattar, 19 anni, di Cana, secondo il quale «Israele difende tutti i suoi cittadini e io voglio fare la mia parte, difendere la mia famiglia e nazione, senza curarmi di chi afferma il contrario». Jennifer Jozel, 17 anni, in settembre si arruolerà nell’aviazione e vuole essere assegnata alle batterie dell’”Iron Dome” che proteggono città e villaggi: «Quando i razzi cadono non distinguono fra ebrei e non, minacciano tutti e io voglio difendere tutti». 

Comunisti anonimi a Parigi (tra inganni e traslochi)

Roberto Festorazzi - Ven, 25/04/2014 - 08:59

Nelle sue memorie il figlio dello storico segretario racconta come fu addestrato a essere un "compagno perfetto": mai lasciare nulla di scritto e tante bugie

«Storia di un figlio del mio secolo (1923-1998)» è il titolo delle memorie autobiografiche scritte da Gino Longo, figlio dello storico segretario del Pci Luigi, rimaste fino a oggi inedite. Quattromila pagine di ricordi che formano un vero e proprio album di famiglia del comunismo internazionale.

tgrfIl documento è costato all'autore, nato nel 1923, 26 anni di lavoro tra il 1981 e il 2007. Longo vorrebbe ora procedere alla pubblicazione, ma nessun editore si è ancora fatto avanti. Da domenica scorsa «Il Giornale» sta dedicando una serie di articoli al diario di Longo. Questa è la quinta puntata. La vita dei rivoluzionari di professione emigrati all'estero comportava qualche rischio; primo fra tutti, quello di essere identificati ed espulsi dal Paese in cui si era ospitati. Ecco perché i comunisti italiani, nella pur democratica Francia dove si rifugiarono in massa dopo l'avvento del fascismo, praticarono i dettami della vita cospirativa con un rigore maniacale, addirittura paranoico.

In seguito all'ascesa del Fronte Popolare, nel 1936, gli uomini del Pci, sentendosi tutelati dal nuovo corso del governo socialcomunista, allentarono la vigilanza, rinunciando alle loro coperture. E, dal loro punto di vista, fu un errore: perché, quando il governo Daladier, allo scoppio della seconda guerra mondiale, mise al bando il Partito comunista francese, quinta colonna del potere sovietico e sostenitore del patto Ribbentrop-Molotov, fu semplicissimo acciuffare i compagni italiani e internarli.

Il figlio del leader comunista Luigi Longo, Gino, di cui stiamo passando in rassegna le memorie autobiografiche, dedica molte pagine a illustrare le modalità della presenza clandestina dei militanti e dei dirigenti del Pci, in Francia, tra la fine degli anni Venti e il principio del decennio successivo. Il figlio di Longo e di Teresa Noce, giunse a Parigi all'età di sei anni, nel 1929, e fino all'inizio del 1931 passò, di recapito in recapito, attraverso cinque diverse sistemazioni, sotto l'ombra protettiva di quei precetti cospirativi. In che cosa consistevano, tali norme di vita rivoluzionaria? «Frequenti traslochi e trasferimenti erano la regola: si raccomandava di non passare mai più di un trimestre (il terme d'affitto), al massimo due, al medesimo indirizzo, per far perdere meglio le tracce.

Per la stessa ragione si affittavano di solito appartamentini o camere ammobiliate. Ma assieme alla casa non si cambiava soltanto indirizzo, si cambiava tutta la biografia: cognome dei genitori, professione del padre (doveva essere tale da giustificare una breve permanenza e possibili viaggi), la posizione della madre, la propria storia (da dove venivi, che scuola avevi fatto, ecc.), spesso anche la nazionalità. Bisognava quindi, a partire da un certo giorno, mandar bene a memoria la nuova “leggenda” e dimenticare totalmente quella precedente, stando attento a non confonderti: né con la portinaia, né col panettiere, il lattaio o i bottegai del nuovo quartiere!».

Era dunque necessario essere istruiti a mentire, e fin dalla più tenera età. Le regole ferree che Longo racconta assomigliano tanto a quelle seguite dai gappisti nelle città, e poi dai loro nipotini delle Brigate Rosse, negli anni Settanta. «I compagni del Centro estero, a differenza degli altri emigrati antifascisti, praticamente vivevano tutti quanti con documenti più o meno falsificati, che di solito venivano forniti loro dai compagni francesi, oppure erano pure veri, ma rilasciati sulla base di altri documenti, che invece erano falsi. Un'altra regola concerneva l'uso di pseudonimi. I nomi veri erano assolutamente fuori corso nell'illegalità, e il segreto era assai ben custodito.

Io per anni frequentai buona parte dei compagni del gruppo dirigente, ma conoscendoli sempre e solo sotto il loro nome di battaglia, mai con quello vero. Di parecchi di essi (Dozza, Berti, Novella, Maggioni, Vidali, Regent) il nome vero lo seppi soltanto dopo la Liberazione. Per Togliatti e quelli di Mosca, Grieco, Cerreti, Amadesi, Marchi, un po' prima, nel 1943, dopo il 25 luglio. Le cose cominciarono a cambiare soltanto a partire dal 1937-38, quando, col Fronte Popolare, si cominciò a fare qualche strappo alla regola, soprattutto per i compagni usciti di prigione, come Sereni, Amendola o Bibolotti.

Gli stessi membri del Centro estero, se non avevano conosciuto già prima i compagni coi quali lavoravano, ne ignoravano il nome vero. Gli pseudonimi potevano anche essere più di uno, se si svolgevano attività diverse: Allard (Giulio Cerreti) a un certo momento ne ebbe addirittura cinque». Fin dall'infanzia, dunque, il figlio dei due dirigenti del Pci, venne addestrato a comportarsi da «perfetto comunista»: non lasciare mai nulla di scritto, mandare a memoria le direttive orali (e in genere tutte le informazioni riguardanti la vita clandestina del partito) e poi subito cancellarle non appena avevano cessato di essere utili.

Verso la fine del 1929, Gino Longo passò ad abitare in casa di Bianca D'Onofrio. Il marito di questa, Edoardo, fu un personaggio importante della «vecchia guardia» stalinista del Pci. Nato nel 1901, romano, responsabile del Centro interno del partito nel 1927, venne arrestato l'anno successivo. Liberato, espatriò nell'Urss nel 1935. Nel'37 lo ritroviamo rappresentante del Pci presso le Brigate Internazionali, in Spagna. Rientrato in Russia nel 1939, lavorò alla sezione quadri del Comintern fino allo scioglimento dell'Internazionale. D'Onofrio, detto Edo, fu segretario di redazione alla rivista Alba, presso cui lavorò anche Gino Longo. Fonti testimoniali indicano che D'Onofrio fu persecutore dei nostri prigionieri nell'Urss. Nel dopoguerra, Edo fu una delle colonne della Gladio Rossa, l'organizzazione paramilitare clandestina del Pci.

Ma torniamo a quell'ultimo scorcio degli anni Venti, a Parigi. Il flash back di Gino Longo ci riporta a una incomparabile foto di famiglia del comunismo italiano. Bianca D'Onofrio, nella Ville Lumière, su ordine del partito, aveva avviato una tintoria-lavanderia, che avrebbe dovuto fungere da recapito clandestino per il lavoro con l'Italia. Tale recapito era conosciuto da pochissimi dirigenti del Pci: praticamente solo da Camilla Ravera, nuova responsabile del Centro interno dopo l'arresto di D'Onofrio, e da Teresa Noce. Quest'ultima, ex stiratrice, insegnò a Bianca, del tutto digiuna in proposito, l'uso dei «ferri del mestiere».

Longo racconta i retroscena sentimentali della tinto-lavanderia. Accadde che l'unico compagno che oltre alla Ravera frequentava il recapito, un corriere del partito, Luigi-Duccio Guermandi, pensò di consolare Bianca, il cui marito, lo ricordiamo, a quel tempo era in gattabuia: «Il guaio è che Edo, venuto a saperlo in carcere, la prese male: “Come, mentre io sto in galera, debbono essere proprio i compagni a mettermi le corna?”. D'Onofrio sarebbe stato in futuro assai più tollerante, ma per il momento era ancora molto giovane. Non so se rivide la Bianca quando uscì dal carcere qualche anno dopo, ma quel che è certo è che con lei non si rimise, nonostante il figlio».

Edoardo D'Onofrio si sposò con una donna spagnola, conosciuta mentre combatteva con i repubblicani in terra iberica. Quando il figlio di Longo ebbe modo di rivederlo, a Mosca, nel 1941, scoprì che di moglie ormai ne aveva una terza, una bulgara sui 26 anni, che aveva incontrato in una casa di riposo.

Un 25 aprile tra minacce e ricordi

Marta Bravi - Ven, 25/04/2014 - 07:05

«Alcuni italiani si appendono». Alla vigilia del 25 aprile a dare il buon giorno alla città ieri dei volantini con le immagini di piazzale Loreto.
 

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Affissi alle pareti della stazione di via Renato Simoni, a Quarto Oggiaro, sono stati trovati dei volantini con le immagini del 29 aprile e la scritta «Alcuni italiani si appendono». Il blitz, ad opera di alcuni giovani al momento ignoti, la dice lunga sul clima che si respira in città a 69 anni dalla Liberazione. Una provocazione tira l'altra, e alimenta l'odio e la rabbia che a quasi settant'anni di distanza sanno un po'di polvere e ragnatele. Non è ancora stato celebrato l'anniversario della Resistenza che l'estrema sinistra pensa al contro-corteo del 29 aprile. «Il 29 aprile è stata organizzata dall'estrema destra una lugubre parata nazifascista. Che si fa? Si fa un bel corteo tutti insieme che dimostri quanto questi loschi individui siano fuori luogo e indesiderati:

Milano 29 Aprile Nazisti No Grazie!» si legge sul sito del Leoncavallo che sarà presente anche alla manifestazione «Partigiani in ogni quartiere» questa sera al Cimitero Maggiore. Non solo dai centri sociali ma anche dai rappresentanti delle istituzioni arriva qualche parola non proprio conciliante, come quelle pronunciate dal vicesindaco Lucia de Cesaris alla deposizione delle corone al Campo della Gloria del Cimitero Maggiore. «Mai come oggi non possiamo far finta di nulla di fronte a chi arriva persino a celebrare la nascita del più orrendo dei dittatori. Episodi come questo dimostrano che i germi del razzismo e della violenza non sono ancora spenti: vanno quindi combattuti con ogni mezzo».

Venendo alla giornata di oggi, alle 9 si terrà la tradizionale cerimonia di deposizione di corone alle lapidi per i Caduti in piazza Tricolore, Palazzo Isimbardi, Palazzo Marino, Loggia dei Mercanti, Piazza S. Ambrogio, Campo Giuriati e Piazzale Loreto. Il corteo, invece, partirà alle 14 da porta Venezia per arrivare in Duomo verso le 15.30 dove si terranno gli interventi di Roberto Cenati, presidente del Comitato Permanente Antifascista, Mario Artali, presidente Nazionale FIAP, Luigi Angeletti segretario generale UIL e Carlo Smuraglia, Presidente Nazionale ANPI.

A fare la parte del leone, anche per le modalità con cui è stata organizzata, la rassegna «Partigiani in ogni quartiere» dei centri sociali. Ieri mattina i residenti della zona intorno al Maggiore si sono trovati nastri e volantini che invitano a non sostare nell'area antistante il piazzale. «Ora gli autonomi mettono anche i divieti di sosta abusivi con nastri rossi e bianchi! Dispiace vedere anche ANPI fra i partecipanti» commenta Enrico Salerani consigliere leghista di zona 8. «Un concerto davanti al Cimitero Maggiore: ecco il rispetto per il silenzio dei morti che dimostrano i centri sociali.

Chiaramente tutto senza i permessi e senza le limitazioni di legge. Ma si sa - commenta piccato Riccardo de Corato, vicepresidente del consiglio comunale (FdI) - i centri sociali a Milano fanno quello che vogliono».

Quella bomba in Fiera a Milano che aprì la stagione delle stragi

Enrico Silvestri - Mer, 23/04/2014 - 20:10

Il 25 aprile un ordigno provoca una ventina di feriti negli stand di viale Certosa. È l'inizio di una serie di attentati che culmimerà con l'eplosione di piazza Fontana, 17 morti che chiedono ancora giustizia

Alle sette di sera del 25 aprile 1969, a uffici ormai chiusi, un'esplosione scuote le vie attorno alla Fiera Campionaria: un ordigno, fatto brillare nello stand della Fiat, provoca una ventina di feriti ma per fortuna nessun morto.

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Le indagini, affidate al giovane vice dirigente dell'Ufficio politico Luigi Calabresi, si dirigono verso il mondo anarchico anche se l'episodio in se non sembra destare più di tanto allarme. Le paure del Paese in quel periodo sono rivolte verso l'Alto Adige, dove terroristi sudtirolesi martellano il territorio con attentati a tralicci e caserme dei carabinieri. Invece sarà l'inizio di una delle stagioni più buie per l'Italia, gli «anni di piombo», punteggiati da agguati e attentati con centinaia di morti e migliaia di feriti. Con Milano spesso epicentro del dramma a partire dalla strage di piazza Fontana del 12 dicembre dello stesso anno.

Non era la prima volta del resto che la Fiera entrava nel mirino degli attentatori, e sempre nel mese di aprile. Alle 9.45 di giovedì 12 infatti un bomba «accolse» re Vittorio Emanuele III che, appena arrivato in stazione, si stava recando a inaugurare la Campionaria del 1928. Il bilancio fu terribile, sedici persone morte sul colpo, altre quattro nei giorni successivi. Benito Mussolini da Roma telegrafò alle autorità di polizia: «Trovate subito i responsabili». Nei giorni successivi verranno arrestati centinaia di sospetti senza mai arrivare a individuare i colpevoli: anche quella prima strage, non avrà mai colpevoli.

Un salto di 40 anni ci porta ora alla fine degli anni Sessanta, con il Paese scosso da un ondata di contestazioni operaie e studentesche. Fabbriche e università vengono occupate a ritmo quasi quotidiano, scioperi e manifestazioni si susseguono e spesso terminano in duri scontri con le forze dell'ordine. Proprio all'inizio del 1969 si registrano i primi morti. Il 27 febbraio la visita del presidente degli Usa Richard Nixon scatena violenti incidenti che portarono alla morte di uno studente di 24 anni. Il 9 aprile altri disordini a Battipaglia durante uno sciopero, la polizia apre il fuoco uccidendo due persone e ferendone 200.

Pochi giorni ancora e il 25 aprile un gran botto scuote lo stand Fiat all'interno della Fiera, provocando 19 feriti. Luigi Calabresi, non ancora trentenne, venne incaricato di scovare i colpevoli. Lui indirizza subito le sue attenzioni verso i circoli anarchici, nonostante la data del 25 aprile lasci pensare ad altre ipotesi, e viene subito accusato di svolgere indagini a senso unico. Arrivato da poco in città, era stato infatti aggregato all'Ufficio politico, come allora si chiamava la Digos, incaricato in particolare di seguire gli ambienti estremisti di sinistra.

L'indagine di Calabresi portano all'arresto di quindici persone della sinistra extraparlamentare, rimaste in carcere per sette mesi prima di venire scarcerate per mancanza di indizi. I veri colpevoli saranno individuati, e condannati, qualche anno dopo: i neofascisti Franco Freda e Giovanni Ventura che poi entreranno nelle indagini per la strage di piazza Fontana. Ma siamo ancora ben lontano dal precipitare degli eventi dei mesi successivi. Tra l'8 e il 9 agosto otto bombe scoppiano su altrettanti treni, altre due vengono trovate inesplose.

Anche in questo caso solo feriti ma nessun morto e per questo sembra che gli attentatori puntino non alla strage ma a spaventare il Paese. Ben diversa invece è la situazione in Alto Adige, dove gli attentati dinamitardi hanno già causato una ventina di morti. Ma con l'arrivo dell'autunno caldo la situazione precipita bruscamente. Il 27 ottobre a Pisa durante violenti scontri tra manifestanti di sinistra muore Cesare Pardini, studente di Legge di 22 anni. Il 19 ottobre i manifestanti dell'Unione Comunisti Italiani e dal Movimento Studentesco colpiscono a morte l'agente Antonio Annaruma, anche lui 22enne.

Infine arriviamo al 12 dicembre. A Roma scoppiano bombe alla Banca nazionale del lavoro, all'Altare della Patria e in piazza Venezia, provocando 18 feriti. Un ordigno viene trovato a Milano all'interno della Banca commerciale di piazza della Scala e fatta brillare dagli artificieri. Ma soprattutto alle 16.37 c'è quel tremendo boato che scuote piazza Fontana e uccide 17 persone. È l'inizio di una stagione buia che si concluderà solo agli inizi degli anni Ottanta dopo aver provocato quasi 400 morti e oltre duemila feriti. Il bilancio di una guerra, quella che l'Italia aveva dichiarato a se stessa.

L’italia, il paese senza festa

di Vittorio Macioce


tgrf
Non c’è una festa per tutti. Noi italiani abbiamo il destino segnato dalla discordia. È vocazione. È dna. È che ognuno si fa la sua patria, piccola, ideale, su misura, resistente, prêt-à-porter. Siamo populares e optimates, di Pietro e di Paolo, guelfi e ghibellini, bianchi e neri, sanfedisti e giacobini, carbonari e papalini, piemontesi e borbonici, Coppi e Bartali e sempre rossi e neri. Tifosi. Spesso per fortuna solo a parole. Non sempre, perché anche noi poi abbiamo le nostre drammatiche guerre civili, ma non sono mai del tutto definitive, restano sospese, striscianti, croniche. Quale è il giorno degli italiani? Gli americani hanno il 4 luglio. È il giorno in cui i coloni si riconoscono liberi e ripudiano la madre patria. I francesi il 14 luglio, la presa della Bastiglia. Gli inglesi si riconoscono nel giorno di nascita di Elisabetta II, God save the queen. I tedeschi si emozionano il 3 ottobre per la riunificazione, quando fanno il funerale alla Ddr. Molti russi rimpiangono il 7 novembre sovietico.

Il 25 aprile. Oggi. Bella festa. La liberazione. Qui cominciano le disquisizioni. Chi ci ha liberato. Gli yankee? No, ci siamo liberati da soli. Più o meno. Festa della patria. Quale patria? Quella perduta, quella tradita, quella ritrovata, quella lontana. Quella sognata. Non facciamoci illusioni. Il 25 aprile non è per tutti. È pugni chiusi. È Bella ciao. È Milano e Torino. È bandiere rosse. È l’Italia liberata e anche un po’ da liberare e soprattutto è la fine di una guerra civile non raccontata mai come tale. È la festa dei vincitori. Legittimo. Ma non è la festa di tutti. Non è la patria. Quale allora? Ok. Ci sarebbe il 2 giugno. Festa della repubblica. Napolitano tutto orgoglioso che va davanti all’Altare della Patria. La Costituzione. Sinceri, però, qualcuno si è mai davvero emozionato per il 2 giugno? Ha portato la mano al petto e ha cantato l’inno con gli occhi lucidi? Non è che il 2 giugno ti senti italiano.

Ti senti come prima. Cioè incavolato, sfiduciato, diffidente, incompreso. Ti senti il solito italiano senza orgoglio e un po’ sfigato. Il guaio del 2 giugno è che sa di grigio e burocrazia. Un po’ come il 7 gennaio, giornata della bandiera, e il 17 marzo, per ricordare l’Italia unità. Valgono meno della Pasquetta o di Ferragosto, molto più nazional popolari. Ci sarebbe il Primo Maggio, ma se non vai al concerto di San Giovanni in Laterano ti senti un precario. Quelli che il sindacato non rappresenta, non riconosce. È una festa per soli iscritti. E tu non sei neppure pensionato. Certo c’è spesso il sole. Ci sono le ragazze con le magliette bagnate di sudore. C’è quell’odore di canapa indiana che è una sorta d’incenso laico. C’è perfino la diretta tv. È un simbolo. È la festa dei lavoratori. Tutto vero. Ma non è esattamente la festa di tutti i lavoratori.I bersaglieri corrono verso Porta Pia.

Eccoli, i nostri eroi, con la tromba e le piume sul cappello. Viva Verdi. Abbasso Pio IX. Garibaldi fu ferito. È la fine (quasi) del Risorgimento. Roma riconquistata. I papi tornano a fare i papi.Il 20 settembre, o XX settembre come si legge sulle targhe delle vie, è eroismo e passione. È quello raccontato dai film di Magni. È patria. È Mazzini, Cavour, Garibaldi, Vittorio Emanuele. È la spigolatrice di Sapri. È Venezia dove il morbo infuria e il pan ci manca. Bella. Bella festa. Solo che non c’è più. È stata cancellata. E poi neppure questa è mai stata di tutti. C’è stato il non expedit, il Risorgimento tradito, i briganti, le guarentigie, i patti lateranensi, e per finire il Senatùr. No. Non funziona.

Meglio spostarsi verso tutti i santi e tutti i morti. Quattro novembre. Cavolo. La Grande Guerra, la rivincita di Caporetto, il Piave mormorò, la quarta guerra d’Indipendenza, il Carso, Trieste e la cartolina, Cesare Battisti (l’originale) e Nazario Sauro, l’irredentismo. Solo che i Cavalieri di Vittorio Veneto sono tutti morti. Quella guerra è lontana, dimenticata. Il 4 novembre si lavora. E poi fu una guerra inutile, guerra di trincea, guerra contadina, con una presa in giro finale, la vittoria tradita, la pace di Versailles che ci vede vincitori di Pirro. E poi tutto quello che viene dopo. Il 4 novembre se lo ricordano in pochi. Alla fine di tutte queste feste che ci resta? In cosa ci riconosciamo? L’11 luglio del 1982. Probabile. Peccato che Tardelli e il suo urlo abbiano fatto una scelta di campo. Niente. La verità è che ci tocca emigrare. L’unica vera festa degli italiani non è in Italia. È il Columbus Day. Tutti a Little Italy il 12 ottobre. Per riconoscerci dobbiamo andare via.

Verona e il muro di "gomme" che umilia Giulietta e Romeo

Stefano Filippi - Ven, 25/04/2014 - 09:28

Visitata ogni giorno da migliaia di turisti. Ma la casa simbolo degli innamorati si è trasformata in un ricettacolo di chewingum

Da lontano i vecchi mattoni shakespeariani sotto il balcone di Giulietta sembrano ridipinti da qualche divisionista maldestro. Muri multicolori, a macchioline.


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L'effetto non è romantico né un inno all'amore, tutt'altro, anzi rende subito l'idea che la faccenda finirà in tragedia, come il legame tra gli innamorati scaligeri. Difatti da vicino è pure peggio, perché i puntini sono un gigantesco collage di gomme masticate e appiccicate sulla muratura storica in una gara a chi la sputa più grossa. Metri e metri di cicche appallottolate, solidificate, stratificate nell'incuria e nella cafonaggine, che però fanno ormai parte dell'immaginario di Giulietta e Romeo. Come se nel loro tormentato amore i due amanti di Verona ruminassero abitualmente chewing gum che si toglievano di bocca prima di baciarsi.

Verona - C'erano una volta le scritte sui muri, i graffiti, le monetine lanciate nelle fontane, i lucchetti, le cartoline illustrate. Tutti modi per fermare il tempo in un ricordo, un impegno a ritornare in un luogo del cuore, la speranza di una felicità non fugace. È chiaro che scattare un selfie pieno di smorfie è meglio che scalpellare mura millenarie o ricoprirle di cicche masticate. Ma sarebbe un ricordo personale, intimo, senza alcun rilievo pubblico.

Invece oggi bisogna lasciare una traccia stabile del proprio passaggio, un'orma visibile a chiunque, qualcosa che duri nel tempo, tendenzialmente immortale. E l'accumularsi di certi segni diventa un sigillo di notorietà. Avanti dunque con la fantasia, o la perversione, dei nuovi barbari. I graffiti come forma d'arte, i muri come le tele immaginarie degli artisti esclusi dai musei, i lucchetti che trasformano cancelli e ringhiere in ancore di salvataggio cui incatenare affetti e memorie. Ma la cicca? Una distesa di gomme spiccicate sui muri cosiddetti dell'amore è soltanto un monumento allo schifo.

Nel cortile di Giulietta ormai i turisti ci fanno caso soltanto quando vi si appoggiano. È un fenomeno curioso: chi tocca le cicche ritrae la mano raccapricciato, ma a certuni si accende un'insana lampadina che induce a contribuire all'opera collettiva sputando la pallottola insalivata e incollandola, senza farsi troppo vedere, sui muri di casa Capuleti. Qualcuno riesce a incidervi nomi o sigle, altri infilano pezzetti di carta, altri ancora attaccano cerotti in assenza di chewing gum ma in presenza di cicatrici.
Ormai nel cuore di Verona il percorso è consolidato. Si varca il portone di via Cappello dopo un'attesa che a certe ore può essere anche molto lunga. Prima tappa sotto il portico a volta, quello dei graffiti. Una volta si provvedeva direttamente a rovinare i muri, che poi il comune ha pensato bene di coprire con due pareti in cartongesso destinate a essere sostituite periodicamente.

La seconda tappa si svolge nel cortile per la beneaugurante palpatina alle tette bronzee della statua di Giulietta, con relativa foto a immortalare l'impresa. Chi vuole strafare compra il biglietto (intero 6 euro, ridotto 4,50: quando si dice amore e interesse), sale al primo piano dell'edificio trecentesco (ma restaurato 80 anni fa) e si affaccia al leggendario balcone dal quale l'eroina shakespeariana calò le trecce per il suo spasimante. «Romeo, Romeo, chi sei tu, così nascosto dalla notte, che inciampi nei miei pensieri più nascosti?». Oggi il povero Montecchi incespicherebbe in cumuli di chewing gum rappresi e andrebbe a sbattere il muso contro una cancellata rivestita di lucchetti.

Il comune ha emanato regole rigide, ha perfino messo un paio di vigili a guardia del santuario dell'amore mondiale. Ma divise e sguardi truci restano impotenti contro le orde di masticatori da tutto il mondo desiderosi di appendere il loro «ex voto» agli dei della passione. Basterebbe una multa a infrangere il mito dell'amore. Perciò niente contravvenzioni, soltanto qualche richiamo a non scrivere fuori dagli spazi bianchi sulle pareti di cartongesso.

D'altra parte non è soltanto questione di regole. Quei mattoni sputazzati sono il simbolo di un'affettività senza decoro, un amore eversivo, una sfida espressiva ai vincoli del potere, e il desiderio di un amore senza fine scade in una volgarità cinica. «Non c'è mondo per me fuori dalle mura di Verona, ma purgatorio e inferno», scriveva Shakespeare nella sua tragedia. Ma nemmeno dentro quelle mura foderate di chewing gum se la passano troppo bene.

Come fare un buon periodico?

La Stampa

Yoani Sánchez



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Di questi tempi, con i grandi organi di stampa sempre sull’orlo della crisi, molti si chiedono: come fare un buon periodico? La questione non riguarda solo gli argomenti da trattare, ma anche come guadagnare con un giornale e se pubblicalo in formato digitale o cartaceo. Non esistono formule certe. Piccoli siti web diventano - in poco tempo - riferimenti informativi, mentre certi colossi della notizia sono in passivo e perdono lettori.

Nessuno può sapere con certezza dove andrà a finire la stampa del futuro. 
Abituati al salto tecnologico e a bruciare le tappe, noi cubani molto probabilmente passeremo da una stampa ufficiale, monopolio di un solo partito, a una moltitudine di media che gareggeranno per diventare protagonisti. Il giorno in cui verrà legalizzata l’esistenza di periodici non governativi, numerose pubblicazioni - oggi clandestine - si potranno leggere liberamente e persino comprare in una semplice edicola. Anche se per arrivare a quel momento manca ancora tempo, è bene cominciare a prepararsi. 

Se dovessi sottolineare una caratteristica imprescindibile di un organo di stampa, indicherei l’interazione con i lettori. La relazione stretta tra chi redige l’informazione e chi la riceve è vitale perché un periodico sia sempre più moderno e obiettivo. All’Avana, proprio in questi giorni, stiamo dando gli ultimi ritocchi a un nuovo media digitale che sarà molto utile per ascoltare le vostre opinioni. Senza di voi, sarebbe soltanto un altro organo informativo che parla a se stesso, effimero e abbastanza inutile. 

Per questo torno alla carica e vi chiedo: come fare un buon periodico? Quali argomenti pensate che dovremmo trattare all’interno delle sue pagine? Quali sezioni sarebbe utile inserire nel sito? Come possiamo coinvolgervi per elaborare il contenuto? Quali firme credete che non dovrebbero mancare? Ci sono modelli o esempi da seguire? Per ultimo il grande interrogativo: si può fare un giornalismo di qualità in una realtà deteriorata come quella cubana? Potete lasciare le vostre risposte nello spazio commenti di questo blog, nel modulo di discussione Dontknow o inserirle nella pagina “Contacto”. Grazie in anticipo, perché ci aiutate a dar forma al bebè prima della nascita! 

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Quattro generazioni di auto: la Seat Ibiza compie 30 anni

Il Mattino


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Era il 1984 e mentre in California debuttava il primo computer Mac, dalle linee di montaggio dello stabilimento di Zona Franca a Barcellona usciva l'esemplare numero uno della Ibiza , prima auto progettata e costruita al 100% dalla Seat. Domenica prossima 27 aprile, anniversario di questo evento, l'azienda spagnola (che oggi fa parte del Gruppo Volkswagen) festeggerà questa ricorrenza, legata ad un modello che in questi 30 anni è stato prodotto in quasi 5 milioni di unità e che è sempre stato in testa nelle vendite nel suo segmento in Spagna dal 1981.

Forte della notorietà del nome della più conosciuta isola spagnola, la Ibiza aveva subito incontrato successo presso il pubblico europeo anche per il fatto di essere stata disegnata nella prima generazione da Giorgetto Gugiaro e di aver beneficiato per la progettazione e la industrializzazione - dopo il 'distaccò da Fiat - della consulenza di System Porsche per i motori e della Karmann per il corpo vettura. Buona parte dei risultati commerciali ottenuti dalle quattro generazioni della Ibiza sono stati ottenuti - ricorda una nota della Seat - grazie alle esportazioni, con oltre 3,5 milioni di auto spedite dalla Spagna verso altri mercati (il 69% di tutta la produzione). Tra i Paesi dove la Ibiza ha avuto i migliori riscontri di vendita nella prima fase della sua vita, ricorda l'azienda, ci sono l'Italia, la Francia, la Germania, la Gran Bretagna, il Portogallo e il Messico.

Dal 1993, con l'arrivo della seconda generazione - firmata come la prima da Giugiaro - la produzione della Ibiza è passata allo stabilimento Seat di Martorell, nella cui area operavano fin dall'inizio 20 fornitori di componentistica. Oggi vi vengono fabbricate circa 700 Ibiza al giorno, con l'impiego di 1.600 collaboratori diretti. A disegnare la terza generazione della Ibiza, presentata nel 2002, venne invece chiamato Walter de Silva, oggi a capo del design di tutto il Gruppo Volkswagen, mentre la serie attuale - lanciata nel 2008 - è stata firmata dal Luc Donckerwolke, oggi a capo dello stile della Casa di Martorell ma in precedenza autore di alcune delle più belle Lamborghini di recente generazione.

Seat ricorda nel suo comunicato le cifre di produzione delle quattro generazioni Ibiza (1.308.461 per la prima, 1.522.607 per la seconda, 1.221.200 per la terza e 924.183 per la quarta dal 2008 ad oggi) e fa un interessante valutazione del prezzo della prima Ibiza che era al lancio il corrispettivo di 4.950 euro, ma che riparametrato ad oggi salirebbe a ben 15.620 euro. Per festeggiare il trentennale, Seat lancerà nei prossimi giorni una serie speciale della Ibiza, contraddistinta da equipaggiamenti e finiture specifici e dal logo con il numero 30.

Arturo Licata ci lascia a 111 anni Era tra i Matusalemme del mondo

Corriere della sera
Arturo Licata

Considerato tra gli uomini più vecchi del pianeta: spesso veniva convocato da amici per fare serenate alle donne


Arturo Licata
ENNA - È morto a 111 anni, che avrebbe compiuto a maggio, Arturo Licata, considerato tra gli uomini più vecchi del mondo. Viveva ad Enna. Lo hanno comunicato i suoi familiari. Era un musicista e poeta autodidatta. La moglie, Rosa Jannello, sposata nel 1929, morì nel 1980: da lei ebbe sette figli. Nato nel 1902, Licata aveva lavorato per vent'anni nelle miniere di zolfo a Pasquasia, facendo la guardia giurata e poi il conduttore meccanico. Un lavoro faticoso che nel tempo lasciò per fare l'infermiere nel dispensario di Enna: accompagnava i bambini affetti da tubercolosi all'ospedale «Buccheri La Ferla», a Palermo. Come soldato, durante la colonizzazione fascista, rimase per due anni in Africa, per poi rientrare a Enna.

Imparò a suonare la chitarra da giovane e spesso veniva chiamato dagli amici per comporre serenate da dedicare alle donne. Oltre all'indole musicale, Licata ha coltivato negli anni la passione per la poesia, partecipando anche ad alcuni concorsi e ricevendo dei premi. Ancora lucido mentalmente, amava raccontare gli aneddoti della sua lunghissima vita ai suoi familiari. Ricordi che alternava con il gusto dell'ironia e del buonumore. Raccontava ad esempio quando, da giovane, camminava per 22 chilometri al giorno. «Non esistevano le automobili e per andare a lavorare non mi scoraggiavo se dovevo raggiungere tutti i giorni la miniera, parecchio distante da casa mia». Il segreto della sua longevità? Ha condotto un'esistenza mangiando cibi genuini: bandite dalla sua tavola le pietanze sofisticate. Molte verdure, cipolla cruda a volontà e un bicchiere di vino rosso ai pasti. Il suo piatto preferito era la pasta con la ricotta. Poca carne rossa. E al mattino un buon caffè al suo risveglio dopo otto ore di sonno «senza avere mai sofferto di insonnia».

(fonte Ansa)
24 aprile 2014

Divorzio senza ricorrere al giudice: l’Italia segue il modello francese

Corriere della sera

di Virginia Piccolillo

Accordi consensuali assistiti da avvocati, ma esclusi i casi con figli minori: l’annuncio del ministro della Giustizia Orlando


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Separazioni e divorzi consensuali «alla francese»: senza passare davanti al giudice. È senza precedenti la misura annunciata ieri alla Camera dal ministro della Giustizia, Andrea Orlando, che potrebbe prendere corpo «nell’immediato», nell’ambito di una riforma del processo civile mirata a sveltirlo, abbattendo l’arretrato. Nell’audizione sulle linee programmatiche del suo governo, il Guardasigilli l’ha annoverata tra «la riduzione del contenzioso civile attraverso la possibilità del trasferimento in sede arbitrale di procedimenti pendenti dinanzi all’autorità giudiziaria» e «la promozione, in sede stragiudiziale, di procedure alternative».

Ma di cosa si tratta? Orlando l’ha anticipata così: «Vogliamo introdurre la procedura di negoziazione assistita da un avvocato, rifacendoci all’esperienza francese: una procedura cogestita dagli avvocati delle parti e volta, con il loro apporto professionale, al raggiungimento di un accordo conciliativo che, da un lato, eviti il giudizio e, dall’altro, consenta la rapida formazione di un titolo esecutivo». «Questo istituto — ha specificato Orlando — si potrà poi valorizzare fortemente con riguardo alle separazioni e ai divorzi consensuali, prevedendo che l’accordo dei coniugi assistiti dagli avvocati superi la necessità dell’intervento giurisdizionale». Insomma una procedura «fast» da applicare con un unico limite: «I casi di presenza di figli minori o portatori di grave handicap». In passato si era ipotizzato più volte di ridurre i tempi delle separazioni e dei divorzi. L’ultimo progetto bipartisan di Alessandra Moretti (Pd) e Luca D’Alessandro (Fi), prevedeva di abbattere i tempi del divorzio a un anno.

Ma tutte le riforme prevedevano la presenza di un giudice. Il provvedimento potrebbe arrivare a breve con un disegno di legge, o addirittura per decreto, perché lo smaltimento dell’arretrato civile è stato inserito dal Guardasigilli tra le quattro emergenze da affrontare subito «per bonificare il campo». Ancor prima di porre mano a una riforma organica della giustizia che dovrebbe arrivare a giugno e che potrebbe prevedere interventi anche sul Consiglio superiore della magistratura. «È opportuna una riflessione sul sistema elettorale del Csm, per assicurare la sua piena neutralità e impermeabilità rispetto a interessi di parte e logiche di carattere corporativo», ha detto Orlando precisando di aver raccolto «la sollecitazione del vicepresidente del Csm Michele Vietti». Nell’ambito di una riforma mirata ad armonizzare l’ordinamento delle magistrature, con l’ipotesi di introdurre un sistema disciplinare unitario.

Ora però, ha spiegato Orlando, occorre fronteggiare le emergenze. Il sovraffollamento delle carceri, da combattere entro il termine di fine maggio imposto dalla Corte di Strasburgo (si pensa ad alternative alla detenzione, sviluppo degli istituti per le detenute madri, convenzioni con le Regioni per i tossicodipendenti ed edilizia carceraria, più un «correttivo normativo» per chi si è rivolto a Strasburgo). La riorganizzazione del personale amministrativo, che ha carenze anche del 45%. La lotta alla criminalità organizzata da inasprire introducendo con un ddl apposito pene più severe, misure patrimoniali e una legge sull’autoriciclaggio. E, appunto, la riforma della giustizia civile, che ha detto il ministro, «è pronta». Misure che saranno accompagnate dall’avvio al 30 giugno del processo telematico. Un piano da attuare sentendo tutti i soggetti interessati, avvocati e magistrati in primis. Una dichiarazione di intenti che ha raccolto il placet dell’avvocatura. Ma, ha precisato il ministro, «resta fermo che il momento della decisione non può essere ostaggio delle pressioni corporative».

24 aprile 2014 | 07:11



Separarsi nello studio dell’avvocato, perché dico di no
di Maria Silvia Sacchi


Prima premessa: snellire è necessario.

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Seconda premessa: si trovano buoni giudici e buoni avvocati, così come si trovano cattivi giudici e cattivi avvocati. Di certo, comunque, così com’è la giustizia non funziona e suscita un senso di impotenza e frustrazione nei cittadini. Se uno ne ha esperienza diretta non c’è bisogno di spiegargli perché. Se, invece, quell’esperienza diretta manca, basta aprire il sito dell’Istat alla voce “Giustizia e sicurezza”: un grafico mostra che nel 2010, ultimo dato inserito, occorrevano 24,6 mesi in media per una causa civile in primo grado e 38,3 mesi in secondo grado.
Si può far valere i propri diritti aspettando tanti anni così?
Se poi si scende nel terreno minato della famiglia, le cose si complicano. Gli affetti non sono un bene immobile che può attendere. Come è noto in Italia prima ci si separa e poi, dopo tre anni dalla separazione, si divorzia. Nel 2011 la durata media di un procedimento per separazione consensuale (sulle cui condizioni, cioè, si è concordi) ha richiesto 156 giorni e altri 160 ne sono occorsi per il divorzio consensuale. Per le situazioni giudiziali (in cui c’è conflitto tra i coniugi) i giorni si impennano: 873 giorni medi per la separazione + 632 giorni medi per il divorzio. E qui parliamo solo della fase processuale, al quadro manca il periodo che passa prima di arrivare in Tribunale, che non è mai poco.

Ma l’Italia non è tutta uguale.

Così, a fronte dei 124 giorni per una separazione consensuale nel Nord Est (55 giorni a Bolzano), si trova un numero quasi doppio nelle isole, 230 giorni di media. Il divorzio consensuale va dai 137 giorni del Nord Est (57 Bolzano) ai 243 del Sud. Nelle situazioni conflittuali si arriva al picco di 1.003 giorni che sono stati la durata media di un procedimento giudiziale in Campania nel 2011 (cui va aggiunta ovviamente la fase della separazione). I numeri da soli, dunque, ci dicono che non si può andare avanti così. A maggior ragione se due persone sono concordi sul chiudere la propria unione e sulle condizioni di questa chiusura.

Nel solo 2011 le separazioni in Italia sono state quasi 90mila e i divorzi quasi 54mila. Il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha, dunque, preannunciato una misura d’urto: accordi di separazione fatti solo con l’assistenza degli avvocati, senza passare dai Tribunali, con alcuni limiti (figli minori o con grave handicap).

Nonostante l’esigenza chiara di un intervento in materia, ammetto che sulla misura indicata sono parecchio perplessa. Avrei preferito ridurre il termine dei tre anni tra separazione-divorzio, anche toglierlo del tutto nei casi indicati dal ministro. A parte le questioni più tecniche (non è per nulla infrequente che una separazione consensuale si trasformi in un divorzio giudiziale. Nel 2011 per esempio è stato consensuale quasi l’85% delle separazioni e meno del 70% dei divorzi). A parte che già oggi è possibile, se il Tribunale accetta, fare una separazione consensuale rivolgendosi direttamente al Tribunale senza avvalersi della consulenza di un avvocato. A parte che il matrimonio è un atto pubblico.
A parte tutto questo, quello che a me davvero non piace è il dato di fondo: la progressiva privatizzazione della giustizia, l’esternalizzazione di una funzione garantita dalla Costituzione e solo perché non la si sa far funzionare.
Procedure che hanno il forte rischio di diventare opache. È già accaduto con la mediazione civile, ormai obbligatoria nel caso di locazioni, risarcimento del danno derivante da responsabilità medica e sanitaria, di contratti assicurativi, bancari e finanziari, condominio, patti di famiglia, etc.

Anche in questo caso la sua introduzione è stata motivata dall’ingolfamento dei Tribunali, dall’impossibilità di avere sentenze in tempi ragionevoli. Per quanto l’avvocato si scelga, mentre incappare in un bravo giudice dipenda dalla fortuna (e si potrebbe non averne e allora son guai), resto convinta che se è la Giustizia che non funziona, è la Giustizia a dover essere messa in grado di funzionare.

Cgil, tutti gli uomini che comandano nel Pd

Libero


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Se c’è un passaggio dell’avventura politica di Tony Blair che Matteo Renzi vorrebbe copiare è quello iniziale. Quando il futuro premier laburista ingaggiò una feroce guerra contro i sindacati britannici, segnando, in questo modo, la nascita di una nuova sinistra, il New Labour. Affrancata dai tabù della sinistra tradizionale. Il problema è che questo progetto si scontra con un gruppo parlamentare messo insieme da Pier Luigi Bersani. Il quale, come e persino più di tutti i segretari del Pd, dei Ds e del Pds, ha preso a piene mani, nella scelta dei parlamentari, dalla Cgil. Frutto delle primarie, dove l’impegno del sindacato di Corso Italia per il segretario di Piacenza è stato importante. Il risultato è che soprattutto alla Camera il gruppo Pd è pieno di ex sindacalisti della Cgil o di esponenti a essa vicini.

Quasi tutti concentrati nella commissione Lavoro. Cioè in una posizione decisiva, come si è visto nel caso del decreto Poletti e come si vedrà quando arriverà il jobs act. I capofila delle truppe cgielline a Montecitorio sono, senza dubbio, Cesare Damiano già segretario della Fiom di Torino, poi del Piemonte, quindi segretario aggiunto dei metalmeccanici Cgil e nel 2000 segretario del Veneto, e Guglielmo Epifani,vice di Sergio Cofferati e segretario generale della Cgil dal 2002 al 2010, oltre che segretario reggente del Pd prima di Renzi. Capofila nel senso letterale, visto che non sono semplici parlamentari, ma presiedono rispettivamente la commissione Lavoro e Attività produttive, cioè quelle cruciali per i temi dell’occupazione.

Il grosso della presenza della Cgil è però concentrato nella commissione Lavoro. Basta guardare i numeri: su 21 deputati del Pd, 10 arrivano dalla Cgil e uno dai metalmeccanici della Uil. Tanto che Renzi, diventato premier, ha spostato Alessia Rotta, giovane deputata del Pd, in quella commissione se no i renziani sarebbero stati in minoranza. Damiano a parte, vengono dalla Cgil Luisella Albanella, che è stata segretaria provinciale di Catania e Cinzia Maria Fontana, segretaria della Cgil di Crema, dirigente della Flai di Cremona e poi dei pensionati di Cremona. Ancora ex dirigente del sindacato guidato da Susanna Camusso è Marialuisa Gnecchi, che dopo aver lavorato all’Inps, è stata segretaria generale del Pubblico impiego.

Viene dalle tute blu della Uil, invece, Antonio Boccuzzi che è stato rappresentante Uil alla Thyssen Krupp di Torino. Di Sel, ma in quota Cgil, è poi Giorgio Airaudo che è stato a lungo segretario confederale della Fiom. Si torna di nuovo in zona Cgil e in quota Pd con Anna Giacobbe,che è stata segretario generale dei pensionati della Liguria. Da Corso Italia viene Monica Gregori, 13 anni di militanza nella Cgi, in particolare nella Funzione pubblica di Roma e del Lazio.Non sono ex sindacaliste Chiara Gribaudo, Valentina Paris, ma entrambe sono molto vicine alla Cgil: nella galassia interna del Pd fanno riferimento ai Giovani Turchi.

Sindacalista di Parma, invece, è stata Patrizia Maestri, che ha ricoperto l’incarico di segretario generale del commercio, confederale, segretaria dei pensionati e della camera del lavoro di Parma. Ha militato nei grafici della Cgil, invece, Marco Miccoli, fino a essere eletto segretario generale dei lavoratori della comunicazione di Roma, da dove è passato nel direttivo nazionale. Giorgio Piccolo, invece, è un sindacalista Cgil della Campania, dove è stato responsabile del settore energia, acqua e gas. Mentre da Siracusa viene Giuseppe Zappulla, segretario provinciale della Fiom.

Meno importante, a livello numerico, è la presenza della Cgil al Senato. Ragion per cui i renziani sperano di approfittarne per smussare le rigidità introdotte alla Camera. Senatrice del Pd è Valeria Fedeli, che vanta anni nella Cgil, dove ha ricoperto incarichi dirigenziali nel pubblico impiego e nel tessile. Segretaria provinciale a Pisa, invece, è stata Maria Grazia Gatti. Era capogruppo nella commissione Lavoro del Senato, ma dopo la vittoria di Renzi alla segreteria si è dimessa. Vicina alla Cgil, ma senza aver ricoperto incarichi, invece, è Rita Ghedini, ex vicepresidente della Legacoop a Bologna. Ma la pattuglia cgiellina non è solo in Parlamento. Ha guidato le donne della Federbraccianti in Puglia, poi l’agroindustria, fino a entrare nella segretaria nazionale del tessile, Teresa Bellanova, oggi sottosegretario al Lavoro. Insomma Renzi, per diminuire il peso della Cgil nel Pd, avrà il suo bel daffare. Almeno in questo Parlamento.

Elisa Calessi





Decreto lavoro, sì alla fiducia: ecco cosa prevede e su cosa litiga la maggioranza

Libero
23 aprile 2014



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Nella maggioranza è parzialmente rientrato scontro sul decreto legge lavoro, la prima parte del jobs act di Matteo Renzi (che prevede anche un decreto legislativo e la seguente legge delega). Ncd ha alzato la voce e così il premier è stato costretto a chiedere la fiducia, poi incassata al Senato con 344 sì e 184 no. Ma cosa prevede il testo su cui si è votato a Palazzo Madama e attorno a che cosa si è sviluppato lo scontro in maggioranza? Si parte dai contratti a tempo determinato senza causale, ossia quelli per cui non è obbligatori indicare il motivo dell'assunzione. Nel decreto si stabilisce che la forza lavoro assunta con tali contratti non potrà essere più del 20% del totale degli assunti (nel testo originale si stabiliva al 20% sull'organico complessivo). Lo scontro è sulle sanzioni: il decreto prevedeva l'automatica assunzione a tempo indeterminato di chi superava le quote stabilite, invece Ncd vuole solo la sanzione pecuniaria.

Il tetto - Sempre sui contratti a tempo determinato, il decreto stabilisce fino a un massimo di cinque rinnovi in tre anni (in origine erano previsti otto rinnovi), sempre che ci siano ragioni oggettive e si faccia riferimento alla stessa attività lavorativa. Parti del Pd, spalleggiate dalla Cgil, insistono per abbassare i rinnovi ulteriormente: da cinque a tre. Tra i contratti, stabilisce il decreto, salta l'obbligo di pausa.

Apprendistato - Altro tema caldo è quello dei contratti di apprendistato: avranno meno vincoli ma viene reintrodotto l'obbligo per i datori di lavoro di assumere a tempo indeterminato alcuni apprendisti per assumerne di nuovi. L'obbligo di stabilizzazione riguarda solo le aziende con almeno 30 dipendenti, mentre la quota minima di apprendisti da stabilizzare è il 20 per cento (la busta paga dell'apprendista deve essere pari al 35% della retribuzione del livello contrattuale di inquadramento). Le tensioni nella maggioranza sono legate al fatto che il decreto prevedeva che la formazione fosse in carico alle Regioni, quindi pubblica. Ncd chiede che possa anche essere privata, a scelta del datore di lavoro.

Formazione - Il decreto prevede che la formazione pubblica per l'apprendistato sarà di nuovo obbligatoria, con una condizione: la Regione deve provvedere a comunicare al datore di lavoro come sfruttare l'offerta formativa entro 45 giorni dalla firma del contratto. Il datore dovrà dunque integrare la formazione aziendale con la formazione pubblica.

Maternità - Un'altra novità riguarda le donne che restano incinte durante il contratto a tempo determinato: potranno conteggiare anche la maternità come durata del contratto, superando la soglia dei sei mesi (la durata minima che la legge richiede per il riconoscimento del diritto di precedenza). Inoltre, se un'azienda assume nei dodici mesi successivi, le donne in congedo maternità hanno la precedenza.

Durc - Il decreto stabilisce infine l'abolizione del Documento unico di regolarità contributiva, il Durc, ovvero il documento sugli obblighi legislativi e contrattuali delle aziende nei confronti di Inps, Inaul e Cassa edile. Il Durc verrà sostituito con un modulo compilabile su Internet.

Contratto unico - Altre tensioni in maggioranza, infine, riguardano il contratto unico a tutele crescenti, di cui si parlava nelle prime bozze del jobs act. Ora, invece, il governo punta a una semplificazione, ma non al contratto unico. Andrea Romano di Scelta Civica, però, ha chiesto che sia introdotto il contratto unico.

Ali Agca: "Papa Wojtyla l'ha salvato Dio. Ora non fatelo santo". La sua verità sul caso Orlandi

Libero

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"Volevo ucciderlo ma Dio l'ha salvato": parola di Alì Agca, l'attentatore di Papa Wojtyla che il 13 maggio1981 sparò davanti a tutti in Piazza San Pietro. A pochi giorni dalla canonizzazione di Giovanni Paolo II, l'uomo che tentò di uccidere il Pontefice svela i retroscena di quel giorno: "Io volevo assolutamente uccidere il Papa e volevo morire in Piazza San Pietro per suicidio o linciaggio che fosse. Dopo diversi anni io ho capito e ho visto, con delle prove personali e indiscutibili, che Dio ha realizzato un miracolo in Piazza San Pietro", ha raccontato Alì Agca in un'intervista all'Ansa.

"Non fatelo santo" - Intanto è partito il conto alla rovescia per domenica, quando il pontefice polacco sarà dichiarato Santo insieme a Papa Roncalli. "Se definiamo la santità umana come un modello umano migliore da proporre e presentare all'umanità - ha continuato l'uomo - allora Giovanni Paolo II merita di essere definito la persona migliore del secolo. Non per questo però deve diventare santo. Deificare un essere umano è un peccato imperdonabile contro Dio". Inoltre, il turco non si dice affatto pentito per l'attentato a Papa Wojtyla: "Il mio attentato al Papa fu un miracolo divino: è molto diverso da un crimine psicopatico ingiustificabile come l'uccisione di Aldo Moro: io sono felicissimo di essere stato al centro di un piano divino che mi è costato 30 anni infernali in cella di isolamento".

Il caso Orlandi - Ma Agca non si è fermato qui, raccontando il suo parere sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, la ragazza romana sparita dopo l'attentato a Wojtyla: "Alcuni servizi segreti occidentali sanno perfettamente che la Orlandi si trova attualmente nelle mani del Governo Vaticano. Papa Francesco potrebbe ordinare al governo del Vaticano di liberarla immediatamente. Probabilmente sarà ospite di qualche convento di clausura".



Caso Orlandi, il fratello: "Papa Francesco ci disse Emanuela sta in cielo"

Libero

 03 giugno 2013

Nuovo tassello nel mistero della 15enne scomparsa 30 anni fa in Vaticano. Pietro Orlandi: "Mi è crollato tutto addosso, ma non ho ancora perso la speranza"



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"Francesco prese le mani di mia madre e le strinse forte, ripetendo due volte: Emanuela sta in cielo. Il tutto è durato pochi secondi, ma in quel momento mi è crollato il mondo addosso. Forse fu un modo dolce per dirci che Emanuela è morta davvero. Se è così, la sua anima deve trovare la pace". Pietro Orlandi, fratello di Emanuela Orlandi, la ragazza scomparsa il 22 giugno 1983, racconta così l'incontro con Papa Francesco, dopo la messa che Bergoglio celebrò nella parrocchia di Santa Anna in Vaticano, pochi giorni dopo la sua elezione. Quello della scomparsa della 15enne Orlandi nel cuore della Città del Vaticano è uno dei gialli più inquietanti legati alla Chiesa romana. Un caso che, ciclicamente, è stato ricondotto all'attentato a Papa Giovanni Paolo II e i Lupi grigi di Ali Agca, allo scandalo finanziario dello IOR e la morte del banchiere Calvi, alla Banda della Magliana fino ad una presunta violenza sessuale subita dalla Orlandi ad opera di un alto prelato. Tutte piste finite nel nulla.

Quel giallo in Vaticano - "Era il 17 marzo - spiega Orlandi -, da allora ho tenuto questa cosa nel cuore, sperando che avrei potuto incontrarlo. Voglio capire se può aiutarci a sapere se Emanuela è viva o morta. Ho fatto già quattro richieste per poterlo vedere e parlarci...". "L'unica cosa che non voglio è il silenzio - ribadisce Pietro Orlandi - e lui, il Papa della gente, ha detto che ai giovani non va rubata la speranza. Io non rinuncio a sapere la verità". Per il 22 giugno, alle 19.30, "sto organizzando una fiaccolata per Emanuela, che dovrebbe terminare a piazza San Pietro. Il titolo è Ritorno a casa: vorrei ripercorrere quella strada che mia sorella non è riuscita a fare. Quel tratto che dall’uscita di scuola di musica, a piazza Sant'Apollinare, portava a casa nostra, in Vaticano. Ma non l'abbiamo più vista tornare...".



Caso Orlandi, il supertestimone e il mistero della 127: altro depistaggio?

Libero

 28 aprile 2013

 

Poche ore dopo la scomparsa della giovane, nel giugno 1983, un pescatore raccontò di un'auto lasciata cadere dal Ponte della Magliana. Fassoni Accetti: "Tutto organizzato"



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"Un depistaggio". Oppure, un contro depistaggio? Il giallo di Emanuela Orlandi (così come quello, gemello, di Mirella Gregori e l'omicidio di Katy Skerl) si infittisce proprio quando si apre uno squarcio sul mistero. Il supertestimone Marco Fassoni Accetti ha da poco rivelato di essere stato il "telefonista" del rapimento della Orlandi, un'operazione orchestrata ad arte da un presunto "nucleo di controspionaggio" formato da esponenti dei servizi segreti e della banda della Magliana che compiva "lavori sporchi", scrive Fabrizio Peronaci sul Corriere della Sera, per conto di ambienti vaticani. L'obiettivo? Condizionare la politica e la linea strategica della Santa Sede in un momento cruciale, era il 1983, dello scacchiere internazionale, tra Guerra Fredda e crisi del comunismo.

Il mistero della 127 - Ebbene, Fassoni Accetti è intervenuto su un episodio che molto peso ebbe nelle prime indagini sulla scomparsa della Orlandi: il 23 giugno 1983, 19 ore dopo quel fatto (non ancora divenuto pubblico) un pescatore rivelò di aver visto due giovani "a valle del ponte della Magliana" far cadere nella scarpata una 127 da cui, aggiunse il pescatore, sporgeva penzolante un avambraccio. L'auto fu cercata per giorni, il timore era che a bordo di quell'auto ci fosse proprio il cadavere della Orlandi.

"Sequestro sceneggiato" - Invece, è la testimonianza di Fassoni Accetti, la ragazza era altrove e quello della 127 era solo un altro depistaggio. "Era un sequestro sceneggiato, no? Non dimenticate che io sono un artista. E che con le scenografie, i manichini ho sempre lavorato...". Quel braccio penzolante, dunque, sarebbe stato di un manichino. D'altronde, il supertestimone era titolare di uno spazio adibito ad eventi artistici, con magazzini pieni di scenografie, statue e, appunto, manichini.