giovedì 24 aprile 2014

Mp3 e Mpeg: il 25 aprile il premio all'inventore italiano

Il Mattino


741
Il 25 aprile il Marconi Institute for Creativity, la Fondazione Guglielmo Marconi e il Rotary Club consegneranno il primo Premio Marconi a Leonardo Chiariglione, inventore degli standard Mp3 e Mpeg. La cerimonia di conferimento avverrà in occasione dell'anniversario della nascita di Guglielmo Marconi presso Villa Griffone, dove ha sede la Fondazione, in occasione della tradizionale Giornata di Marconi.

Per oltre 20 anni, grazie all'impegno del presidente del Circolo Artistico bolognese, Bartolomeo de Gioia, la Fondazione ha premiato artisti di fama mondiale come Pirro Cuniberti, Bruno Munari, Emilio Vedova, Lucio Saffaro e Giò Pomodoro. Dopo un anno di stop, ora il Premio rinasce completamente rinnovato.

Premiando Chiariglione, l'edizione 2014 guarda dunque alla rete e a coloro che hanno aperto vla strada alle nuove modalità di condivisione dei contenuti. Chiariglione ha creato, infatti, insieme ad un gruppo di esperti i più efficienti standard di compressione, aprendo la strada a lettori Mp3, scambio di file, cinema digitale, TV digitale. «Chiariglione - sottolineano i promotori del Premio - è un inventore che più di chiunque altro ha influenzato l'industria creativa: dalla realizzazione alla distribuzione dei contenuti musicali e video, fino ai social network». «In definitiva - concludono - se Marconi venne chiamato il "mago delle onde", per Chiariglione si può azzardare la denominazione di "mago del multimediale"». Il premio gode del sostegno dell'Università di Bologna.

mercoledì 23 aprile 2014 - 18:46   Ultimo agg.: 18:47

Scoperta una nuova forma geometrica: è un'elica «impazzita»

Il Mattino


gdd
Scoperta una nuova forma geometrica molto rara in natura: si tratta di un'elica "impazzita", che periodicamente cambia il verso della propria curvatura. L'hanno ricreata per la prima volta in laboratorio i ricercatori dell'università di Harvard guidati dall'italiana Katia Bertoldi, laureata in ingegneria civile all'università di Trento e ora professore associato di meccanica applicata nel prestigioso ateneo statunitense. I risultati del loro studio sono pubblicati sulla rivista Plos One.

Questa stravagante struttura tridimensionale che ricorda vagamente un cavatappi è stata chiamata 'emi-elicà ed è stata ottenuta sperimentalmente unendo due strisce di materiale gommoso di diversa lunghezza. La banda più corta, di colore rosso, è stata stirata fino a raggiungere la lunghezza dell'altra banda, di colore blu. Le due sono poi state incollate tra loro e rilasciate: invece di avvolgersi su loro stesse, hanno generato questa rara struttura 3D che cambia periodicamente verso di rotazione dando origine a quelle che i ricercatori chiamano 'perversionì. L'emi-elica non era mai stata osservata finora perchè i materiali usati in esperimenti simili si rompevano prima di giungere a questa conformazione.

Grazie a una serie di simulazioni numeriche, i ricercatori hanno scoperto come manipolare le caratteristiche geometriche delle due bande per ottenere emi-eliche con proprietà differenti: questo potrà essere d'ispirazione per lo sviluppo di nuove molecole, utili per fabbricare nano-dispositivi come sensori, risonatori e assorbitori di onde elettromagnetiche. «Una volta che sei capace di riprodurre e controllare queste forme complesse - spiega Katia Bertoldi - il passo successivo consiste nel vedere se sono dotate di proprietà insolite». Per questo i ricercatori pensano ora di verificare se la emi-elica «ha qualche effetto sulla propagazione della luce».

giovedì 24 aprile 2014 - 10:37

Donne con una marcia in più: ecco dove nasce l'intuito femminile

Il Mattino


gdd
L'intuito femminile è una dote che nasce in utero e dipende dal fatto che il feto rosa esposto a ridotte quantità di testosterone (l'ormone maschile) durante la vita intrauterina. È quanto suggerisce uno studio condotto dall'Università di Granada, l'università di Barcellona Pompeu Fabra e la Middlesex University di Londra, i cui risultati sono apparsi sulla rivista Psychoneuroendocrinology.

Le donne spesso hanno quella marcia in più che permette loro di capire al volo una situazione e fare la scelta giusta, lasciandosi guidare, appunto, da processi mentali inconsci che corrono su binari paralleli a quelli del pensiero riflessivo.

Gli esperti hanno misurato l'intuito di 600 persone con test psicologici ad hoc e poi hanno stimato la quantità di testosterone cui ciascuno era stato esposto in utero. Si risale alle quantità intrauterine di testosterone di un individuo con una misura precisa: si calcola il rapporto tra la lunghezza del suo dito indice e dell'anulare. Minore è questo rapporto, maggiore è stato l'influsso del testosterone intrauterino. Gli esperti hanno visto che le donne risultano sempre più intuitive degli uomini e che il loro intuito è tanto maggiore quanto minore è stata l'influenza del testosterone nella vita intrauterina.

giovedì 24 aprile 2014 - 12:13

Padri e figli che si scoprono estranei Quando il Dna divide le famiglie

Corriere della sera

di Andrea Pasqualetto


dna-465x341
C’è chi si dispera, chi scappa e c’è Fabio che dopo dieci anni viene a sapere dell’errore della scienza capace di indurlo ad abbandonare suo figlio pensando di non essere il padre, quando invece lo era. Si moltiplicano i casi di genitori che scoprono di non essere «naturali» grazie al test del Dna, la prova delle prove, la pistola fumante di un tradimento che mette a dura prova le certezze di una vita ponendo domande esistenziali e pratiche: che fare, sfasciare tutto? Disconoscere i figli? Ma si può? È successo a Como ma anche a Torino, a Roma, a Napoli.

A Torino, per esempio, c’è un padre che ha saputo di recente di aver cresciuto due figlie non sue, oggi adolescenti. La verità è emersa dal test genetico che ha voluto dopo la confidenza choc di un amico. L’altro, il padre naturale, è il padrino di battesimo di entrambe. Dopo i tormenti del cuore e della mente, l’uomo ha avviato la causa di separazione e ora vorrebbe chiedere il disconoscimento biologico delle figlie, «continuando però a essere il padre di entrambe, se loro lo vorranno».

Prima di lui, nel 2008, fu il famoso neurochirurgo romano Giulio Maira, oggi settantenne, a procedere nello stesso senso chiedendo di non essere più il padre di sua figlia Francesca, cresciuta con lui e con sua moglie. Per farlo portò in giudizio l’esame del Dna che testimoniava la sua estraneità biologica. Nessun adulterio, però, nel caso di Maira. Lui ha sempre saputo di non essere il padre naturale di Francesca ma ha voluto rivelarlo solo quando lei era trentottenne. «Lo dovevo fare», telegrafò lui. «Quando mi sono vista recapitare una citazione per disconoscimento mi è mancato il respiro», replicò lei. I giudici però decisero di negargli la richiesta attribuendo un valore prevalente alla famiglia rispetto al legame biologico.

Fra i vip è più frequente il caso del disconoscimento al contrario, cioè da parte della prole. È successo ai fratelli Carlo e Margherita Revelli, figli naturali di Mara Luisa Bernardini e Carlo Caracciolo, l’editore scomparso nel 2008 che fino ad allora ha per tutti avuto una sola figlia: Jacaranda Caracciolo Falck. A raccontare la verità a Margherita sarebbe stata la madre, nel 2007, e Margherita lo confermò: «Lo faccio solo per i miei figli». Jacaranda reagì così: «Io non so se sono figli di mio padre. Lui non ha mai voluto fare il test del Dna per motivi che aveva in testa solo lui».

C’è poi la vicenda dell’attore romano Fabio Camilli, figlio segreto di Domenico Modugno. Successe che un bel giorno, quando aveva 25 anni, Camilli scoprì da un amico di aver vissuto con un padre che non era il suo. «Mi disse che ero figlio di Domenico e che la famiglia lo sapeva perché era stato lui stesso a confessarlo». Da lì la crisi d‘identità e la scoperta della relazione della madre con il cantante. Chiese e ottenne prima l’esame del Dna sulla salma riesumata del cantante, che dette esito positivo, e poi il disconoscimento della paternità di Romano Camilli che l’ha cresciuto.

Fra i meno noti, il caso di Alessandro Ciardiello, cardiologo napoletano, che nel 2001 ricevette una telefonata che non dimenticherà mai. «Era il mio avvocato che mi comunicava i risultati del test. I bambini non erano miei figli biologici. Fu un dolore inenarrabile. Temevo quel risultato ma la conferma fu terribile». Cosa fece? «Preferii chiedere il disconoscimento per rendere la vita più chiara, soprattutto a loro». Si allontanò da casa, di tanto in tanto li sentiva. «Un test non cancella l’amore. Loro sono comunque dentro di me».

Ampia è invece la galleria dei personaggi famosi che si sono ritrovati coinvolti in storie di paternità e Dna. Da Balotelli a Pippo Baudo a Maradona. Woody Allen ha invece aggirato il problema. L’ex moglie Mia Farrow sosteneva che il figlio Ronan non era suo, ma di Frank Sinatra. Papà Allen allargo le braccia: «Può anche essere». Vista la tolleranza, il test non aveva senso.

L’avvocata
«Limite di 5 anni per cancellare
la paternità. Tutelati i minori» 

L’avvocata Anna Galizia Danovi è presidente del Centro per la Riforma del diritto di famiglia.

Dottoressa, con il test del Dna molti padri scoprono di aver cresciuto figli che non hanno concepito e vorrebbero chiedere il disconoscimento. Quali sono i limiti? «La nuova legge, entrata in vigore due mesi fa, impone dei vincoli a tutela dei figli. La richiesta di disconoscimento della paternità deve essere avanzata entro un anno dalla nascita del figlio quando il padre si trova sul posto e prova il tradimento o l’impotenza. Se acquisisce le prove in ritardo, la legge pone comunque un termine perentorio di cinque anni. Prima della riforma questo limite non c’era e bastava che ci fossero certe condizioni per ottenerlo, come l’infedeltà della moglie attraverso il test del Dna. Ma anche queste azioni sono state spesso rigettate».

Un esempio?
«Io avevo seguito il caso di un padre che aveva fatto la triste scoperta: utilizzando la saliva del figlio e comparandolo al suo codice genetico lo portò come prova che non era suo. Chiesto il disconoscimento, la Suprema Corte lo bocciò sostenendo che l’uomo era a conoscenza da sempre della verità».

Perché si chiede il disconoscimento?
«Per diverse ragioni: per rendere pubblica la verità, per consentire al padre naturale di riconoscere il figlio o alla madre di gestire il figlio senza interferenze. Il disconoscimento, che cancella lo status giuridico di figlio, può infatti essere chiesto da entrambi i genitori e anche dal figlio».

Nel caso di Torino, il padre vorrebbe il disconoscimento «biologico» continuando a fare il genitore. È possibile? «Non ha senso. Nel momento in cui si disconosce c’è una cancellazione all’anagrafe e si rompe il rapporto, elementi che confliggono con il mantenimento del rapporto».

Nel caso di Como, un test del Dna erroneo ha portato il genitore ad allontanarsi dalla famiglia, scoprendo la verità dopo molti anni. Cosa potrebbe fare? «Sia la madre che il padre possono chiedere il risarcimento del danno derivante dall’interruzione del vincolo parentale e pretendere che venga ristabilita la verità».

La procedura
Cos’è Il test del Dna avviene attraverso il prelievo di un campione di cellule dal figlio, dal presunto padre e possibilmente dalla madre. Le cellule più usate sono quelle del sangue o della mucosa della bocca (saliva). Il campione può essere prelevato anche da un cadavere

La legge
Il riconoscimento e il disconoscimento di paternità sono regolati dal Codice civile. Una sentenza della Corte di cassazione, nel 2006, ha stabilito che il risultato del test di paternità basato sul Dna è da solo sufficiente per il riconoscimento o il disconoscimento di un figlio


Le altre storie



Giulio Maria
Il neurochirurgo Giulio Maira chiese nel 2008 di disconoscere la figlia Francesca, allora 38enne (, con lui in una foto d’archivio): il Dna aveva confermato che la donna non era sua figlia naturale. La richiesta fu respinta dal tribunale



Woody Allen
L’attrice americana Mia Farrow, nell’ottobre dell’anno scorso, rivelò a Vanity Fair di aver concepito il figlio Ronan non con   il regista Woody Allen  ma con Frank Sinatra, suo primo marito ( Allen con Ronan, oggi 26enne)



Fabio Camilli
L’attore romano  scoprì a 25 anni di  non essere figlio della coreografa Maurizia Calì (nella foto, con lui bambino) e di Romano Camilli bensì  del cantante Domenico Modugno.
Lo scorso gennaioil tribunale  lo  ha riconosciuto figlio dell’artista morto nel 1994.

La partigiana Laura

Corriere della sera
di Giancarlo Grossini

Il 25 aprile al Mic sarà proiettato «La memoria degli ultimi» con protagonista la milanese Wronowski. «Facevo la staffetta tra Liguria ed Emilia»

 
Laura Francesca WronowskiLaura Francesca Wronowski

«Gli italiani non amano la memoria storica». Parola di Laura Francesca Wronowski, milanese doc, ex partigiana e combattente, con il nome di battaglia «Laura». Allora per far tornare la memoria si può provare con un film? Si può: lo ha diretto Samuele Rossi, 30 anni, con Laura, protagonista insieme con altri sei partigiani. Titolo «La memoria degli ultimi», da vedere il 25 aprile, Giorno della Liberazione, al Mic. Sarà anche l’occasione per incontrare in sala la Wronowski, che si schermisce all’idea di essere diventata una star invitata alle proiezioni... «Ma guarda che sorpresa, alla mia veneranda età». Infatti, ha 90 anni, anche se non li dimostra. Vive nel centro di Milano, avvolta da libri e quadri, senza televisione e tablet, perché la casa la riempie lei, con l’arte del parlare. Una miniera di ricordi, un tuffo nella nostra storia, senza retorica, come emerge dal film.


A Chiavari nel 1941A Chiavari nel 1941

Perché ha accettato di ripercorrere momenti della sua vita di combattente facendosi seguire dalla macchina da presa? «Ci siamo piaciuti subito, Samuele ed io. Un po’ come se si fossero incontrati un simpatico nipote e, lo spero, una simpatica nonna. Il progetto del film era di quelli ai quali non puoi dire no. Ti rimette in gioco, ti riporta a tanto dolore e fatica che possono essere utili allo spettatore di oggi per non dimenticare».

Pensa che invece si sia dimenticato tutto quello che riguarda la Resistenza?
«La memoria storica viene recepita con fastidio. Uffa, ancora ‘sta Resistenza, dicono in tanti, quasi che quella lotta fosse una cosa antipatica a cui pensare».

La colpa di chi è?
«Non siamo stati capiti, eravamo un pugno di giovani italiani che lottavano in difesa della dignità, vocabolo oggi fuori moda. Eravamo fedeli a un giuramento e il nostro ricordo è diventato solamente una data da celebrare, le istituzioni l’hanno snaturata non facendola entrare nel Dna del popolo».

Lei è l’unica donna nel film. «Perché le donne sono la resistenza, da sempre resistono a figli, a mariti, a suocere. Io ne ho conosciute tante nella mia giovinezza in Liguria. E ho un ricordo bellissimo di contadine fiere ed argute che resistevano a tutto».

La sua definizione di Resistenza?
«La nostra resistenza era innanzitutto la fame di un popolo. Ho ancora in bocca il sapore delle castagne secche che masticavo per non sentire i morsi della fame. Togliere il pane alle persone è come togliere la vita».

Il suo ruolo di staffetta fu non nel Milanese, ma fra la Liguria e l’appennino emiliano, come mai? «Mio padre era giornalista al “Corriere della Sera”, e fondatore dell’Archivio del vostro giornale. Avevamo una parentela molto scomoda, mio zio era Giacomo Matteotti, ragion per cui dovemmo sfollare, senza papà, prima a Finale, poi a Bordighera, e a Chiavari: mia madre, mio fratello di 6 anni ed io a un anno. Così son diventata ligure d’adozione, anche se c’era sempre un filo diretto con quel genitore milanese che mi mandava tanti libri, di autori francesi e russi, che divoravo».

Entrare nella Resistenza voleva dire imbracciare il fucile. «Proprio così, avevo una buona mira, da piccola col Flobert giocavo a sparare ai barattoli. Quando entrai fra i partigiani non mi fu difficile usare le armi. In quell’atmosfera di realtà inquietanti e complicate, l’arma era un companatico necessario. Faceva parte di una tattica di guerriglia. Ricordo il silenzio delle fughe, la velocità dei piedi, il procedere senza farsi sentire, e il dover fare economia di proiettili. Lo dico: ho anche sparato, ma non ucciso. Era l’istinto a guidarmi, a puntare contro cespugli che si muovevano troppo».

23 aprile 2014 | 11:12

Bradley Manning, ok del giudice: ora la talpa di assange si chiama Chelsea. Ma resta in un carcere maschile

Il Messaggero
di Anna Guaita


107
NEW YORK – Aveva sempre detto di non sentirsi a suo agio sessualmente, di non sentirsi davvero “maschio”. E finalmente Bradley Manning ha convinto un giudice a ratificare il cambiamento del nome: da oggi il 26enne caporale si chiamerà Chelsea.

Ma niente altro cambierà nella sua condizione: condannato a 35 anni di prigione per aver reso pubblici 700 mila documenti militari e diplomatici, il giovane soldato rimarrà detenuto nella prigione militare di Fort Leavenworth nel Kansas. La prigione è maschile. L’ipotesi di un suo trasferimento in un carcere femminile è per ora molto in alto mare. Il suo avvocato comunque ha assicurato che la lotta è solo all’inizio e che il prossimo passo sarà di ottenere che le autorità del Pentagono ammettano il trattamento ormonale per l’inizio del cambiamento del sesso per il giovane.

Bradley Manning era stato dislocato in Iraq, nel 2009, come analista di intelligence. In quel ruolo, scoprì vari video di profondo imbarazzo per il Pentagono, e fra questi il famigerato video del bombardamento del 2007 a Bagdad, in cui furono uccisi due giornalisti dell’agenzia di informazione Reuters. Manning fu molto turbato da queste immagini, e decise di passarle a Julian Assange, il fondatore del sito Wikileaks, dedicato alla trasparenza a tutti i costi. Il giovane caporale finì però non solo per passare quei video, ma anche migliaia e migliaia di dispacci diplomatici che hanno poi non solo causato imbarazzo al Dipartimento di Stato, ma hanno anche messo a repentaglio la vita o la libertà di cittadini di Paesi non democratici che stavano collaborando o passando informazioni agli Usa.

Lo scorso agosto, Manning è stato condannato a 35 anni di carcere. Ma è possibile che gli venga concessa la libertà condizionata già fra otto anni. La giuria militare infatti non lo ha reputato colpevole della più grave delle accuse, quella di aver “aiutato il nemico”, ma solo di aver violato la legge sullo spionaggio. Inizialmente il giovane era stato rinchiuso in isolamento, in condizioni molto dure. Il Pentagono sosteneva che era per il suo bene, perché era un giovane confuso sulla propria identità, con evidenti tendenze suicide. Ma davanti alle proteste internazionali, il caporale è stato poi trasferito in una normale prigione militare.

Manning ha sempre spiegato di aver avuto terribili conflitti interiori. E infatti gli stessi psicologi del Pentagono hanno confermato che è vittima di “disforia del genere”, cioé profonda confusione sulla propria identità sessuale. Bradley ha progressivamente raggiunto “la consapevolezza di essere un transgender”, cioé di essere una donna intrappolata in un corpo maschile. Nel sentire che il giudice le aveva permesso di “ribattezzarsi”, ha fatto sapere di “essere felice”. E ha aggiunto. “Io spero che il cambiamento del nome, che per me ha un grande significato, possa rendere tutti più consapevoli del fatto che noi transgender esistiamo dappertutto in Anerica oggi, e che siamo costretti a superare grandi ostacoli solo per essere quel che siamo”.


Mercoledì 23 Aprile 2014 - 20:23
Ultimo aggiornamento: 20:36

Eurosprechi, ai portaborse d'oro stipendi più alti che ai deputati

Il Messaggero
di David Carretta


107
La lunga lotta sindacale per conquistarsi uno spazio nella grande casta europea, anche se meno privilegiato di altri, ha portato i suoi frutti cinque anni fa, quando una riforma dello Statuto dei funzionari ha sancito la loro regolarizzazione. Gli assistenti degli Europarlamentari, un tempo vittime di un sistema che non prevedeva garanzie e dava luogo ad abusi di vario tipo, oggi godono di benefici per molti aspetti analoghi a quelli dei funzionari europei. Certo, lo stipendio è più basso di quello dei cosiddetti eurocrati: dai 1.680 euro al mese lordi per il grado più basso ai 7.740 euro per quello più alto.

INDENNITÀ DI ESPATRIO Ma se si aggiungono assegni familiari e il 16% di stipendio in più grazie all'indennità di espatrio, garantita a chi dimostra di essere arrivato a Bruxelles negli ultimi cinque anni, i portaborse con il grado più alto possono guadagnare più del loro parlamentare, la cui retribuzione lorda si ferma a 7.957 euro. «In alcuni casi siamo noi a fare tutto il lavoro dei deputati: interrogazioni, emendamenti, liste di voto», spiega uno dei circa 1.500 assistenti accreditati. «Se prendessimo la parola e votassimo in Aula meriteremmo anche la diaria», che per gli europarlamentari vale 304 euro per ogni giorno di presenza. Alla qualifica di «assistente», loro, preferiscono quella di «consigliere politico», che sul curriculum fa più professionale. Ma, quando il lunedì pomeriggio accolgono il loro deputato sulla soglia del palazzo dell'Europarlamento o il giovedì gli portano la valigia fino all'ingresso dell'Aula prima della corsa verso l'aereo, ricordano soprattutto la figura tipica del portaborse. In realtà, gli assistenti sono di diverso tipo.

C'è chi si limita a rispondere al telefono e preparare l'agenda del deputato. C'è chi si trasforma in vera e propria balia, accompagnando il parlamentare ovunque perché in cinque anni non ha ancora imparato come muoversi tra i vari palazzi. C'è chi fa l'interprete simultaneo a causa della scarsa conoscenza dell'inglese e del francese, in particolare tra gli eletti italiani. Infine c'è chi meriterebbe davvero di fare l'europarlamentare. Del resto, in alcuni paesi europei può essere un trampolino di lancio per la carriera politica: l'attuale segretario generale del PPE, Antonio Lopez-Isturiz, dal 1997 al 1999 era stato assistente all'Europarlamento. I fondi mensili da destinare agli assistenti ammontano a 21.209 per ciascun deputato, che sceglie liberamente quale grado – e dunque stipendio – attribuire, per un massimo di 3 collaboratori accreditati, più un numero indefinito nel suo paese. Fino ad una decina di anni fa, la somma finiva all'europarlamentare, che pagava poco e spesso in nero.

3 ANNI DI SUSSIDIO
Ora, grazie alla riforma introdotta nel 2009, è l'Europarlamento che gestisce i fondi, garantendo una liquidazione e un sussidio di disoccupazione che non può essere inferiore agli 882 euro e superiore ai 2.076 per un periodo massimo di 3 anni. Le regole prevedono 42 ore di lavoro settimanale, gli straordinari non sono pagati, ma il lunedì mattina e il venerdì l'attività è a rilento. I momenti di svago mondano non mancano. Il giovedì pomeriggio, quando gran parte dei deputati sono rientrati, la piazza antistante all'Europarlamento a Bruxelles – Place Luxembourg – si riempie per un aperitivo di massa che dura fino a notte fonda. Durante le sessioni della plenaria a Strasburgo, l'appuntamento fisso è il dopocena al bar Les Aviateurs, aperto fino alle 4 del mattino.


Mercoledì 23 Aprile 2014 - 08:42
Ultimo aggiornamento: 23:25

Tassa sul telefonino, solo 13 sul 100 fanno la seconda copia a uso privato

Corriere della sera

di Umberto Torelli

Il sondaggio commissionato dal Ministero dei Beni culturali all’agenzia torinese Quorum


-593x443
Solo 13 italiani su 100 fanno una copia per uso privato dei contenuti audio-video da caricare nella memoria di un secondo dispositivo digitale. Dunque un numero esiguo. E nel caso: «È il personal computer il principale dispositivo attraverso il quale si generano nuove copie, precisamente nel 69,4% dei casi». E’ questo quanto emerge (pag.76) dal sondaggio «Internet e la fruizione delle opere d’ingegno» del 14 gennaio scorso, commissionato (e pagato) dal Ministero dei beni culturali all’agenzia torinese Quorum. Il rapporto completo in formato pdf, si trova nel sito del ministero stesso, ed è stato reso noto a margine della riunione che il Ministro Dario Franceschini ha tenuto con le parti per la definizione dell’equo compenso sulla copia privata. Quella che ormai viene definita come «tassa sul telefonino».
Il computer primo nell’acquisizione di contenuti multimediali
Il corposo sondaggio di 79 pagine, della cui esistenza aveva già parlato l’ex ministro Massimo Bray (senza però renderlo noto), fa una disamina completa su usi e costumi degli italiani alla luce dei nuovi media digitali. Con l’obiettivo di fornire indicazioni sui cambiamenti avvenuti negli ultimi tre anni in fatto di consumi audio-video. Per realizzarlo Quorum ha intervistato 1007 persone con età superiore a 14 anni, residenti in Italia con un campione rappresentativo per età, regioni, livello d’istruzione e condizione lavorativa. Interessante (pag.13) il grafico che alla domanda, con risposta multipla: «Quali tra questi dispositivi usa abitualmente per acquisire contenuti multimediali?» L’86,4% risponde il personal computer (sia desktop che notebook), al secondo posto con il 40,2% lo smartphone, seguono i tablet con il 22,7%. Gli e.reader sono piazzati quarti con l’11,5%, segno che l’editoria digitale inizia a fare capolino nel Belpaese
Streaming fanno capolino le smart tv
Un punto importante, per capire come sono cambiate le nostre abitudini digitali, riguarda streaming e servizi online. Nello sondaggio Quorum si scopre che a farla da padrone nei dispositivi di accesso, ancora una volta è il computer (pag.35). Scelto dall’87,4% degli intervistati come strumento privilegiato per la fruizione in streaming di contenuti digitali. Per i dispositivi mobili seguono al 66,2% gli smartphone e al 36,9% i tablet. La nuova tecnologia delle smart-Tv segna un 17% di preferenze. Anche questo un segnale che l’Internet da salotto inizia a piacere agli italiani.
La Siae contesta il sondaggio
Dal canto suo la Siae contesta il sondaggio Quorum perché si tratta: «di una società prevalentemente operante nel settore elettorale». Inoltre: «l’indagine tende ad ottenere un panorama complessivo sugli usi da parte dei consumatori dei nuovi dispositivi solo con riferimento alla fruizione, dei contenuti resi disponibili su Internet». Precisa invece la posizione del Ministro Franceschini a cui spetta la decisione finale. Nel comunicato del Ministero emesso dopo l’incontro si chiarisce: «Il Ministro, già a conoscenza delle posizioni manifestate dalle parti, ha invitato tutti alla ricerca di una soluzione condivisa». Ma dopo l’audizione e avere preso atto della distanza ancora esistente ha annunciato: «che a seguito di un parere del comitato consultivo, dovrà comunque emanare, anche in assenza di un’intesa, il relativo decreto ministeriale, così come previsto dalla Legge».

23 aprile 2014 | 18:16

Le condoglianze di Erdogan per il genocidio degli armeni

La Stampa
marta ottaviani

È la prima volta di un premier turco: «Un dovere commemorare quel popolo»


a.it
Un gesto senza precedenti, ma che non cambia la posizione della Turchia sulla questione del Genocidio armeno del 1915, che Ankara si è sempre rifiutata di riconoscere. Oggi, per la prima volta, a 24 ore dal giorno in cui il Genocidio viene commemorato in tutto il mondo, il premier turco Recep Tayyip Erdogan ha offerto le condoglianze ai discendenti degli Armeni morti “nelle circostanze dell’inizio del XX secolo”, specificando che “è un dovere umano capire e condividere la volontà degli armeni di commemorare le loro sofferenze durante quel periodo”.

Parole cariche di significato, ma giocate sul filo della diplomazia. Nella lettera Erdogan aggiunge che gli eventi della fine dell’Impero Ottomano riguardarono anche turchi, arabi, curdi. Gli armeni, quindi, non furono le uniche vittime delle circostanze. Non solo. Il premier ha fatto chiaramente capire che con il messaggio di condoglianze non cambia niente sulla posizione della Turchia sui fatti storici del 1915, che secondo Erdogan vengono utilizzati come arma politica contro Ankara. Un atteggiamento che il primo ministro non esita a definire “inammissibile”. La versione internazionale dei fatti parla di sterminio premeditato di un milione di persone, che Erevan vorrebbe vedere classificato come genocidio. La Turchia ha sempre respinto questa ipotesi, dicendo che le vittime non furono oltre 350mila e che soprattutto morirono per “tragica fatalità” durante i trasferimenti coatti della popolazione armena nell’est del Paese.

Quello di Erdogan può essere interpretato come un primo passo per riprendere quel protocollo per la normalizzazione dei rapporti fra i due Paesi, datato 2009, ma che era rimasto carta morta subito dopo la sua firma. Ma la lettera di oggi serve anche al premier per accreditarsi sempre di più come unico candidato possibile alla presidenza della Repubblica turca. Dopo mesi fatti di scandali finanziari e personali, episodi di corruzione che hanno coinvolto tutto il suo partito, polemiche sulla gestione della crisi siriana, Erdogan ha bisogno di gesti che lo accreditino agli occhi dei turchi e della comunità internazionale e che gli facciano guadagnare terreno in poco tempo. Pochi argomenti sono più idonei di quello che in Turchia chiamano “il cosiddetto Genocidio armeno”.

Ecco l’uomo di Mosca che rapinò l’oro di Spagna

Roberto Festorazzi - Gio, 24/04/2014 - 08:42

Un pezzo inedito di storia del Pci: così Giulio Cerreti negli anni Trenta sottrasse i fondi destinati alla causa repubblicana per portarli in Russia

C'era una volta l'oro di Mosca. Il rubinetto sovietico seguitò a immettere liquidità nelle casse del Pci, dall'atto di nascita del Congresso di Livorno del 1921 praticamente fino alla caduta del comunismo. Gli ultimi flussi finanziari documentati risalgono al 1979-80, in piena segreteria Berlinguer.
email
Dietro questo gigantismo aureo di partito, vi erano uomini con una fisionomia da autentici corsari: moderni assaltatori della pirateria finanziaria. Una di queste figure la racconta molto bene il figlio di Luigi Longo, Gino, nella sua monumentale autobiografia inedita che stiamo passando al setaccio in queste rievocazioni.

Si tratta di Giulio Cerreti, classe 1903, toscano di Sesto Fiorentino, vera e propria eminenza grigia del Pci e del partito fratello francese (il Pcf), superattivo come plenipotenziario dell'Internazionale rossa, nei decenni dello stalinismo. Ecco la sua scheda biografica, nelle parole dello stesso Longo: «Già operaio meccanico, autodidatta, era entrato nel Pci nel 1921, nel 1927 si era rifugiato in Francia, era stato dirigente dei gruppi di operai italiani emigrati nella Francia del sud, e nel 1930 aveva sostituito Melchiorre Vanni quale responsabile del gruppo dei comunisti di lingua italiana nel Pc francese. Nel 1931 era stato delegato al congresso del Pci a Colonia, ma già nello stesso anno era passato a lavorare a tempo pieno per il Pcf». Una caratteristica essenziale che devono assumere gli alti funzionari di partito sotto copertura è la capacità di mimetismo. Pochi infatti conoscono Cerreti con il suo vero nome.

Noto ai compagni italiani come Sergio Toscani, per i francesi è Pierre Allard o Jacques Martel. Nel 1932, viene cooptato nel Comitato centrale del Pcf con l'incarico fittizio di dirigere la Sezione lavoratori immigrati. Nel 1936, dopo lo scoppio della guerra civile spagnola, passa a presiedere il Comitato internazionale per gli aiuti ai repubblicani a Parigi. Si giunge così al nocciolo della questione. Ma prima di spiegare che cosa faceva esattamente monsieur Allard, dobbiamo fornirne l'identikit. Longo che ce lo raffigura come il personaggio più elegante di tutto il Comintern: abiti di ottimo taglio, occhiali cerchiati d'oro, standard di vita elevato con automobile personale. Il che poneva questo stratega dal colletto bianco, da un punto di vista delle disponibilità materiali, in una posizione di enorme privilegio rispetto ai suoi compagni della «base».

Penna brillante, caustico e arguto, ottima cultura ed eccellente conversatore anche in lingua francese, questo esponente della casta rossa crea, ex novo, un sistema per riempire le casse sovietiche con il big business della guerra di Spagna. Fonda la France-Navigation: in apparenza, una normale società capitalistica di armatori commerciali; nella realtà, una branca finanziaria operativa e coperta del Comintern che si occupa di trasportare e far pervenire ai repubblicani le armi e i rifornimenti acquistati sul mercato internazionale. Sui conti correnti della France-Navigation, presso gli istituti di credito del Comintern a Parigi e Londra, viene depositata oltre la metà del tesoro di Spagna. Si tratta di 720 tonnellate di oro e di argento del Banco de España che i repubblicani fanno pervenire a Stalin, come «fondo di garanzia» sugli acquisti. Il valore dell'oro spagnolo, che viene trasportato su 4 navi russe, è stato valutato, nel 1997, nell'ordine di 21.000 miliardi di lire.

Cerreti, alias Allard, è il regista di questa colossale rapina. Gino Longo così illustra il funzionamento del meccanismo: «Ingredienti: alcuni capitani di ventura; la faccia tosta, la professionalità e l'eroismo di alcune centinaia di marinai, selezionati dalla Federazione dei marittimi francesi, in cui è forte l'influenza dei comunisti; i noli ed i premi di assicurazione corrisposti dal governo spagnolo; un sensale olandese di naviglio; un banchiere ebreo, zio dello scrittore Vladimir Pozner, che più tardi morrà ad Auschwitz». Ecco i passaggi della maxioperazione: «Il banchiere anticipa il denaro, il sensale trova una o più navi, la compagnia le arma, ingaggia l'equipaggio, carica le navi e con accorgimenti vari (come cambiamenti di nome e di aspetto delle navi tra un porto e l'altro) forza il blocco navale franchista e scarica le merci nei porti repubblicani spagnoli.

Causa il blocco navale, i premi di assicurazione sono alle stelle: trattenendone l'importo, dopo tre viaggi la nave è pagata, e rimane alla compagnia, mentre il banchiere rientra nel suo. Creata il 15 aprile 1937, sei mesi dopo France-Navigation possiede 22 navi da carico; dall'agosto dello stesso anno ne è direttore operativo Georges Gosnat, ufficiale in congedo, comunista. In due anni e mezzo France-Navigation effettuerà ben 220 viaggi nei porti spagnoli, può contare su alcune decine di mercantili, trasporterà carichi da tutti i porti del Mare del Nord e del Mar Nero, nonché da Murmansk».

Le azioni della compagnia erano di proprietà del Pcf e la società continuò a lavorare anche durante l'occupazione tedesca della Francia. France-Navigation fu poi venduta, nel 1953, dallo stesso Pcf a privati, per un prezzo calcolato tra i 70 e i 100 miliardi di lire del 1997. Mosca non fornirà mai, né ai repubblicani spagnoli, né a nessun altro, alcuna rendicontazione della gestione dell'oro di Madrid. Il quale verrà poi dato per completamente esaurito nei traffici di import-export, anche se una cospicua parte di esso finì incamerato nei caveau sovietici.

Lo spregiudicato supermanager rosso Cerreti, criminale in guanti bianchi cui il figlio di Longo attribuisce un cinismo degno dei Medici, continuò la sua ascesa da florentin. Tra il 1939 e il '40 seguitò a condurre il suo consueto gioco di affari e spionaggio in Danimarca. Risulta che, nell'ottobre del 1943, fosse il mandante dell'assassinio di Pietro Tresso, l'ex dirigente del Pci ucciso nell'Alta Loira da sicari dei servizi segreti sovietici. Tresso, contrario alla svolta staliniana del partito fondato da Amadeo Bordiga, nel 1930 ne era stato espulso insieme ad altri due dissidenti: Paolo Ravazzoli e Alfonso Leonetti.

Tornato in Italia ai primi del 1946, Cerreti venne eletto alla Costituente, e fu poi deputato per tre legislature. Alto commissario all'alimentazione nel terzo governo De Gasperi, membro del Comitato centrale del Pci nel '48, in quello stesso anno fu mandato da Togliatti a impadronirsi militarmente della Lega delle cooperative, che fino ad allora erano state appannaggio di socialisti e repubblicani. Quale presidente della Lega Coop, fino al 1963, Cerreti riuscì a trasformare l'organizzazione nel mostruoso polmone finanziario del Pci: un'autentica piovra inafferrabile dai mille tentacoli. Morì nel 1985.

Coi Pooh restammo per strada senza un soldo”

di Bruno Giurato

anch’io ero OFF, al telefono con ROBY FACCHINETTI!


557x262
Giurato: ci racconta un episodio OFF divertente o imbarazzante dell’inizio della sua carriera?

Facchinetti: quando i Pooh erano veramente agli inizi, andammo in Calabria per un concerto. A quei tempi giravamo in furgone, con i soldi contati per la benzina del viaggio di andata: il viaggio di ritorno lo pagavamo con il compenso della serata. Quella volta però, alla fine dell’esibizione, il proprietario del locale ci disse che avevamo suonato a volume troppo alto e alcune persone erano andate via, e che quindi non ci avrebbe pagato. Così siamo rimasti in Calabria senza soldi, e abbiamo dovuto farci fare un vaglia dai nostri genitori per poter tornare a casa: se non fosse stato per loro, la storia dei Pooh sarebbe sicuramente finita lì! Ai tempi nascevano nuove band ogni giorno, ma solo poche riuscivano a sopravvivere e a emergere. Spesso mi chiedono se una volta fosse più semplice di adesso sfondare nel mondo della musica: non lo era per niente, c’era una concorrenza spietata. Ma è stato proprio in quegli anni che sono state gettate le basi della musica pop, e furono proprio i gruppi a fare questa rivoluzione, non tanto gli artisti solisti.

Giurato: presto i Pooh compiranno 50 anni. A parte la defezione di Stefano D’Orazio nel 2009, siete famosi per essere sempre stati un gruppo molto unito: ci sono stati momenti di furiose litigate?

Facchinetti: non si può dire che fossero litigate, però sicuramente non sono mancate lunghissime discussioni. Spesso avevamo idee diverse: ognuno credeva molto nella sua e la difendeva, cercando di convincere gli altri di quanto fosse buona…

Giurato: con chi ha avuto gli scontri più creativi e costruttivi?

Facchinetti: un po’ con tutti, ma se siamo qui ancora a parlarne è proprio perché sono sempre stati costruttivi. Poteva trattarsi di decidere l’orario di un volo o di una scelta importante di linea o di quale pezzo promuovere: non sempre le opinioni coincidevano perfettamente…

Giurato: è mai capitato che un pezzo che non voleva assolutamente promuovere si sia poi rivelato un successo?

Facchinetti: non ci aspettavamo assolutamente che “Dimmi di sì”, che abbiamo inciso con il testo di Stefano D’Orazio, sarebbe stata lanciata dalle radio come hit del momento.

Giurato: un altro pezzo dei Pooh, invece, ha sempre scatenato molte polemiche: “Tanta voglia di lei”, che parla di un uomo che torna dalla moglie dopo un tradimento e fece molto arrabbiare le femministe. Oggi si sente ancora di difendere questa canzone?

Facchinetti: rivisto a distanza di tempo, l’uomo di “Tanta voglia di lei” è un po’ stronzo. È un personaggio che di solito viene odiato dalle donne, quindi la canzone fu subito oggetto di critiche, anche se parliamo di un successo da oltre un milione di copie. Era il 1971, sicuramente oggi la stessa storia sarebbe raccontata in modo diverso. Ma i Pooh sono comunque riconoscenti a questo brano, perché è stata quello che li ha fatti conoscere al grande pubblico.

Giurato: lei è diventato gradualmente la voce principale dei Pooh, com’è successo?

Facchinetti: la cosa che mi è sempre piaciuta del lavoro con i Pooh è la lucidità con cui si è sempre stati al di sopra delle questioni personali. Siamo produttori, compositori e imprenditori di noi stessi: quando scegliamo un brano piuttosto che un altro, è sempre una scelta oggettiva per il bene del gruppo.

Giurato: è da poco uscito il suo nuovo disco, “Ma che vita la mia”, che in classifica sta andando fortissimo: in cosa incidere un disco solista è diverso dall’attività con i Pooh?

Facchinetti: uno dei segreti del nostro stare insieme è che quando qualcuno porta una propria idea e la mette sul tavolo e se ne parla. Però, chi ha portato l’idea deve accettare che, dopo che se ne è discusso insieme, l’idea non è più sua ma di tutti. Se si riesce ad accettarlo, da solo ognuno vale il venticinque percento e insieme si vale ben più del cento percento. Vivendo sempre questa coralità, a vent’anni dal mio ultimo disco solista, ho sentito il bisogno di fare di nuovo qualcosa che fosse completamente mio. Così nel 2013 ho cominciato a lavorarci con Valerio Negrini, lui sui testi e io sulle musiche. Il destino ha voluto che lui mi consegnasse il 24 dicembre l’ultimo testo, e poi ci siamo salutati, pensando di rivederci per controllare tutto un’ultima volta al rientro dalle vacanze di Natale. Invece lui se n’è andato: questi suoi testi li sento un po’ come un testamento, ma soprattutto come il suo ultimo regalo. È un disco che riassume molto la mia attività di musicista e tutte le sue sfaccettature – ho scritto da “Parsifal” a “Inca”, da “Tanta voglia di lei” a “Pensiero” – compresa la parte strumentale che ho amato e continuo ad amare, con “Il volo di Haziel”. Infine, “Poeta” è una dedica a Valerio. C’è tanta vita, e anche tanti valori, e soprattutto il desiderio di lavorare per un mondo migliore, cominciando da noi stessi.

Giurato: in aprile ci saranno i primi showcase, poi a maggio partirà la tournée. Lei ha detto che ci sarà una sorpresa che riguarda il modo di cantare…

Facchinetti: se la svelassi,non sarebbe più una sorpresa… durante il tour sarò sul palco con altri sei musicisti, eseguiremo brani di “Ma che vita la mia” e poi altri di repertorio che mi rappresentano. Ci saranno degli inediti e dei grandi successi, alcuni dei quali eseguiti con pianoforte e voce, che forse la modalità che esalta di più i testi. Ci saranno tre tastieristi, ci saremo io e Danilo Ballo, l’arrangiatore di questo mio progetto e dei Pooh ormai da quattordici anni, un batterista, un chitarrista e due coriste, una delle quali è lo straordinario soprano Valeria Caponnetto Delleani, che ha prestato la sua voce anche per altri tre brani del progetto. Saranno due ore e mezza di musica e soprattutto di emozione, cosa importante soprattutto in questo momento, perché la musica è stata creata proprio per regalare alle persone una evasione.

Tommy, lo scimpanzè che ha fatto causa al suo padrone

La Stampa

L’avvocato Steven Wise e l’esperta legale Elizabeth Stein hanno presentat un procedimento chiedendo che il loro “assistito” venga riconosciuto come una persona giuridica, e per questo si ponga fine alla sua “prigionia”.

557x262
Uno scimpanzè può fare causa al suo padrone? Se lo chiede il New York Times, che in un lungo articolo ripercorre le tappe della storia di Tommy, il primate il quale ha vissuto tutta la vita prigioniero in una gabbia a Gloversville, nello stato di New York. L’avvocato Steven Wise, il gruppo per i diritti degli animali Nonhuman Rights Project (Nhrp) e l’esperta legale Elizabeth Stein, hanno presentato un procedimento davanti alla Corte Suprema della contea di Fultom chiedendo che il loro “assistito” venga riconosciuto come una persona giuridica, e per questo si ponga fine alla sua “prigionia”.

In un documento di 106 pagine, è racchiuso un resoconto dettagliato dell’isolamento «in una piccola e umida gabbia di cemento dove è confinato Tommy». Una storia venuta fuori già diversi mesi fa. Il movimento Nonhuman Rights Project sta lavorando da anni al progetto: l’obiettivo del gruppo, che si appella al principio dell«habeas corpus», è quello di chiedere la fine dello stato di cattività degli animali per considerarli persone giuridiche come gli esseri umani. Secondo loro infatti, il mantenimento in cattività di bestie con abilità cognitive avanzate come gli scimpanzè equivale alla schiavitù.

«Come gli esseri umani - si legge ancora nel documento - gli scimpanzè soffrono per non essere in grado di soddisfare le loro esigenze o di muoversi come vogliono». Quello che Tommy forse non sa è di essere entrato nella storia come il primo primate che ha citato in giudizio un essere umano nel tentativo di conquistare la propria libertà. 
(Fonte: Ansa)