mercoledì 23 aprile 2014

Renzi taglia gli stipendi le toghe si dimettono in massa

Libero


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Una fuga. Un fuggi-fuggi dalla Corte dei Conti. Il 18 aprile scorso il Consiglio dei ministri ha abbassato il tetto degli stipendi dei dirigenti pubblici, compresi i magistrati. Invece di 311mila euro lordi l'anno, si è passati a 240mila euro. Magari è solo una coincidenza, una  semplice coincidenza e nient'altro. Ma non appena sui giornali sono rimbalzate  le anticipazioni della notizia  per convincere 12 giudici della Corte dei Conti (che evidentemente i conti sanno farli), tutti presidenti di sezioni, a presentare le dimissioni. La notizia è riportata dal settimanale Panorama in edicola domani, giovedì 24 aprile. Una mossa, spiega il settimanale Mondadori, con cui i giudici contabili mettono al sicuro le pensione futura. Niente fughe - secondo il settimanale - dai Tar o dal Consiglio di Stato mentre, stando a quello che risulta, in Cassazione di sarebbero dimesse un paio di toghe.



Anm, taglio agli stipendi: "Non toccate quelli dei magistrati"
Libero
17 aprile 2014


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Al tempo del governo Renzi, impegnato a trovare i soldi per "offrire" gli ormai famigerati 80 euro in busta paga, si vocifera di tagli un po' per tutti: manager pubblici (questi ci saranno), manager privati, docenti e professori, gerarchie militari e anche pensionati. In mattinata Repubblica ha diffuso un'indiscrezione, non smentita, ossia che la scure dell'uomo da Pontassieve possa abbattersi anche sui magistrati, allineando il loro compenso massimo lordo a 260mila euro, quanto percepito dal presidente della Repubblica. Una cifra comprensiva di Irpef e contributi previdenziali.

La rivolta togata - Apriti cielo. Basta una voce a innescare la rivolta togata. A prendere carta e penna è l'Associazione nazionale magistrati, che scrive della "gravità di una eventuale iniziativa unilaterale del governo che, senza alcun confronto con le categorie interessate e in via d'urgenza", potrebbe procedere "a una riduzione strutturale delle retribuzioni". La magistratura, aggiunge il sindacato delle toghe, "consapevole delle forti difficoltà che investono vasti strati della popolazione, non vole sottrarsi all'impegno di solidarietà", ma "la redistribuzione delle risorse deve avvenire in modo equo". Che tradotto dal linguaggio dei magistrati - "in modo equo" - significa: tagli a tutti, ma non a loro.

"Patrimoniale" - Per le toghe l'eventuale taglio dovrebbe avvenire "a parità di capacità contributiva, e dunque con strumenti di natura fiscale, e non con soluzioni inaccettabili, che incidono unicamente su una parte del pubblico impiego senza colpire gli evasori, le grandi rendite e le retribuzioni del settore privato". I magistrati, dunque, oltre a respingere sdegnati l'ipotesi di un taglio che li riguardi, suggeriscono la strada al governo: tassare le "grandi rendite" (magari con una patrimoniale?) e le retribuzioni del settore privato.

Gli "intoccabili" - Ma tant'è. Ora, nel mirino del governo Renzi, ci sono pure i magistrati. Gli "intoccabili" sono almeno trenta, e sono quelli il cui stipendio supera di gran lunga il tetto fissato per i manager pubblici. Il più pagato di tutti è Gaetano Silvestri, primo magistrato di Cassazione che si mette in tasca qualcosa come 1.490 euro al giorno che in un anno fanno 545.900 euro che arriveranno a 560 mila quest'anno. A ruota lo segue il segretario generale della Camera Ugo Zampetti che con i suoi 1309 euro al giorno prende l'esatto doppio di quanto Renzi avrebbe fissato come soglia.

Al terzo posto, ex equo con altri 14 giudici della Corte Costituzionale che guadagnano 454 mila euro l'anno, ovvero 1243 euro al giorno. A seguire c'è Elisabetta Serafin, segretaria generale del Senato, che viaggia sui 427mila euro, ci sono i vice di Zampetti, Aurelio Speziale e Guido Letta (entrambi a quota 358mila euro), ci sono otto funzionari di Montecitorio a 300 mila euro, altri sette a 375 mila e no oltre i 400 mila.



Magistrati, tanti scatti niente meritocrazia. Ecco come lievita lo stipendio 

Libero
17 maggio 2013



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Lavorano sei ore al giorno per 260 giorni l'anno (l'ha deciso la sezione disciplinare del Csm) e guadagnano cifre che noi poveri mortali ci sogniamo. Stiamo parlando dell'ultracasta dei magistrati (un esercito di 8.909 giudici in servizio) che, mentre i politici annunciavano i tagli di stipendio e nonostante il blocco agli aumenti che la finanziaria 2010 aveva previsto per le buste paga si sono visti aumentare del 5% la retribuzione. Aumento con effetto retroattivo dal 2012, dato che la Corte costituzionale (fatta da magistrati) aveva dichiarato illegittimo il blocco degli stipendi.

Così, secondo uno studio del Sole 24 Ore, un magistrato della Corte dei Conti che - poniamo - nel 2011 guadagnava 174 mila euro all’anno, ora ne prenderà 182 mila. La tabella riportata sull'edizione cartacea del quotidiano Libero, basata in gran parte sul rapporto 2012 della Commissione europea per l'efficienza della giustizia del Consiglio d'Europa, parla chiaro: si va dai circa 2040 euro al mese (che diventano 3.500 con le indennità) degli ex "uditori" di prima nomina, ovvero il magistrato ordinario in tirocinio, ai 16.700 al mese (che diventano 18.900 con le indennità) di un Presidente di Cassazione. Con scatti automatici di carriera che variano da una media di 500- 1700 euro al mese. Più o meno un magistrato a carriera piena percepisce 5 milioni di euro. 

Entrando nel dettaglio un magistrato ordinario prende appena assunto 2.858 euro al mese. Dopo tre anni con la prima valutazione di professionalità passa a 3.966 euro al mese che aumentano in media ogni anno e mezzo con uno scatto di anzianità che fa arrivare lo stipendio a 4.680 euro al mese (che diventano 6.720 con le indennità). Parte invece da 5.877 euro al mese un giudice della Corte di Appello: anche lui ogni anno e mezzo si vede aumentare la busta paga fino ad arrivare a 6.690 euro al mese (8.764 con le indennità). Un magistrato di Cassazione invece dopo la prima valutazione di professionalità prende 8.074 euro al mese che con gli scatti diventano 10.744.

Se poi il giudice della suprema corte viene valutato di nuovo positivamente (cosa che succede praticamente sempre: di regola il Csm promuove tutti i magistrati al maturare del livello minumo di anzianità a meno che non si siano verificate gravi sanzioni disciplinari) lo stipendio di un FDS, ovvero idoneo alle funzioni direttive superiori, schizza a 10.343 euro al mese che con gli scatti che si maturano ogni anno e mezzo arrivano a 12.104 euro (14.264 euro con le indennità). Tutto ciò si traduce in una spesa di 73 euro al mese per ogni italiano, mentre la media europea è di 57.



La carriera d'oro di un giudice: 5 milioni di euro per 6 ore al giorno

Libero

 

Fare la toga conviene: promozioni automatiche e guadagni ingenti. E i fannulloni? Rimangono impuniti

di Francesco Specchia
16 maggio 2013



Giù le mani dai giudici (e soprattutto dai loro stipendi). Se sul governo Letta aleggia lo spettro della riforma della Giustizia, ecco ora arrivare il rinculo della notizia che galleggiava dalla Gazzetta Ufficiale. Mentre i politici annunciavano i tagli di stipendio, i  magistrati -nonostante il blocco agli aumenti che la finanziaria 2010 aveva previsto per le buste paga -  si sono visti aumentare del 5% la retribuzione. Aumento con effetto retroattivo dal 2012, dato che la Corte costituzionale (fatta da magistrati) aveva dichiarato illegittimo il blocco degli stipendi. Così, secondo uno studio del Sole 24 Ore, un magistrato della Corte dei Conti che - poniamo - nel 2011 guadagnava 174 mila euro all’anno, ora ne prenderà 182 mila. Il vento per le carriere dei magistrati in media ogni 4 anni e 3 scatti, spira impetuoso.

Difficile tra voci varie determinare il netto dello stipendio di una toga nei suoi 40/45 anni medi di carriera; pure se alcune tabelle indicative sulla magistratura ordinaria girano tra siti ed addetti ai lavori (quella a lato è datata 2010: oggi un magistrato ordinario guadagna 2.870 netti). Si va dai 2040 euro circa degli ex «uditori» di prima nomina ai 16.700 di un Presidente di Cassazione. Con scatti automatici di carriera che variano da una media di 500- 1700 euro al mese. Più o meno un magistrato a carriera piena percepisce 5 milioni di euro. Il che, nonostante si tratti di retribuzioni tra le più alte d’Europa non sarebbe un male. Se non fosse che la carriera procede sia che la toga arrivi in quel ruolo grazie alle promozioni, sia che resti in provincia.

Non è raro. Il 67% dei magistrati italiani hanno una retribuzione superiore alla funzione che esercitano. Esistono - ovvio - tribunali che s’ammazzano di lavoro - Milano o Torino, ad esempio, sedi di prestigio per giudici rampanti - e altre che sfruttano appieno i loro 45/54 giorni di vacanza. La sezione disciplinare del Csm vibrò per un dato ineludibile: «6 ore lavorative al dì per un totale di 260 giorni l’anno». I numeri danzano spesso sul pressapochismo e l’inerzia delle toghe. Un paio d’anni fa il ministero della Giustizia si affidò all’Eurospes: la durata media di un’udienza penale era valutata di 18 minuti; e tre udienze su 10 si concludono con sentenza, mentre le altre vengono tutte rinviate, in media di 4 o 5 mesi.

«Questo, una volta su quattro, accade per colpa di magistrati e giudici, per i loro ritardi, assenze ed errori. Ecco i motivi per cui si sono accumulate quasi 5,5 milioni di cause civili e nelle procure straripano 3,4 milioni di procedimenti penali, che nel 2012 si sono prescritti in 130 mila casi (356 al giorno)», scriveva Panorama. Il dato è aumentato. Ma la media di produttività delle corti d’appello -16 udienze annue nel civile e 28 nel penale - è la stessa. «Dirò di più: in tempo di crisi, noto, in primo grado, ormai una sentenza anomala su due. In appello viene di solito riformata, ma ciò è indice di faciloneria se va bene, o corruzione se va male», ci racconta un avvocato che ha costretto alla «richiesta di trasferimento» (non alle dimissioni) giudici in odore di corruzione.

E qui sorge l’altro problema. La «supercasta» è più corporativa di un’assemblea rabbinica. Spesso si autoassolve. Calcolava Giuseppe Di Federico, ex membro laico del Csm, che dal 1988 a oggi siano stati appena 4 i condannati in sede civile, su un totale di 406 cause avviate e 34 ammesse dal «filtro preventivo» dei tribunali. E a pagare è sempre l’erario. Dice Di Federico: «Lo status del magistrato non prevede orario di lavoro. È anche difficile fare controlli di professionalità e produttività; non ci si è mai messi d’accordo sugli standard medi. L’unico parametro, così, è quello della media dell’ufficio in cui ci si trova. Meno si lavora, più bassa è la media e meno viene richiesto di fare.

Dopo il ’68 in sostanza la valutazione di professionalità per la carriera è scomparsa. Toghe tutte promosse». La lentezza della giustizia solo nel 2009 è costata alle aziende oltre 25 miliardi fra arbitrati e parcelle. Eppure, l’articolo 11 della riforma Mastella dell’ordinamento giudiziario statuisce 4 parametri per la valutazione di professionalità che ogni quattro anni (valutazione massima: 28 anni) deve stabilire se un magistrato può progredire in carriera: capacità, laboriosità, impegno e diligenza.

Quest’ultima riguarda proprio «l’assiduità e puntualità di presenza in ufficio nelle udienze e nei giorni stabiliti» e anche il rispetto dei termini nella redazione dei provvedimenti e nel deposito delle sentenze. Non c’è orario di lavoro, ma la puntualità nelle occasioni stabilite è prescritta. E vige il cosiddetto «scalone» che vale il raddoppio dello stipendio: se ne beneficia dopo circa cinque anni, cioè a metà del quinquennio successivo all’assegnazione in ruolo (due anni).  Tornando ai criteri di valutazione: se un magistrato non li passa (giudizio «negativo» o «non-positivo») si brucia, di fatto, un anno di anzianità. Ma, a detta dello studio di Daniela Cavallini Gli illeciti disciplinari dei magistrati ordinari prima e dopo la riforma (Cedam, 2006): «...

Di regola il Csm promuove tutti i magistrati al maturare del livello minimo di anzianità. Le poche valutazioni negative sono quasi sempre erogate a giudici e pm che hanno subito già gravi sanzioni disciplinari. A differenza degli altri paesi d’Europa, da noi il sistema disciplinare finisce di fatto per essere l’unico strumento di valutazione negativa della professionalità dei magistrati». E le valutazioni generalizzate o laudative «attenuano il rigore delle stesse condanne». Non c’è molta differenza fra vecchia e nuova normativa. Tra il ’79 e l’81 il Csm promosse 4019 colleghi su 4.034; tra il 2008 e il 2009, con la nuova normativa, le 554 valutazione effettuate furono tutte positive. Nell’anno di bufere giudiziarie, in tutti i 1292  tribunali, nessuno sbagliò.

Collezionismo, ecco gli oggetti più strani e bizzarri che valgono un «tesoro»

Il Mattino
di Emanuela Vernetti

Tappi di bottiglia o di sughero dello champagne, rasoi, giocattoli e persino chiavi.
 

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Oggetti di uso quotidiano per alcuni, per altri, invece, sono oggetti di culto, a volte introvabili eper i quali sarebbero disposti a sborsare anche migliaia di euro. Il mondo del collezionismo è vario e bizzarro quanto le idee e le ispirazioni di turno delle persone. Collezionista già a cinque anni, Osman D’Angelo ha trasformato la sua passione in una professione sempre più ricercata. «La gente ha fame di collezionismo e non parlo solo di esperti ma anche di gente comune, grandi e piccoli, che semmai conservano inavvertitamente un tappo di bottiglia per poi scoprire di anno in anno di possedere una vera collezione».

Collezionisti, insomma, si diventa. E la strada maestra da percorrere può diramarsi anche in sentieri singolari e stravaganti. «Nella mia bottega ho ospitato gli oggetti da collezione più improbabili e bizzarri» ama ricordare Osman. Medaglie, distintivi, cartoline di guerra, foto e persino cappelli militari. «Tutto questo fa parte della militaria, una branca ampissima che comprende tutti gli oggetti che riguardano la guerra». Ma c’è anche chi colleziona cartoline di paesaggi cittadini, di disegni di bambini, animali e donne, con valutazioni che arrivano anche fino a 400 euro a pezzo.

Mentre per chi ha conservato ancora lo spirito dell’eterno Peter pan, niente di più adatto che collezionare album di figurine o giocattoli, dalle automobiline ai soldatini, fino ad arrivare ai gadget in regalo con l’uovo Kinder o con il giornalino di Topolino.«Questi sono i più gettonati. E la valutazione per questi oggetti non deve essere sottovalutata. Per i giocattoli più elaborati si arriva anche a centinaia di euro». E ai più superstiziosi non resta che onorare un’antica tradizione napoletana che assegna alle chiavi un potere scaramantico. «Alcune non valgono tanto, ma si sa, per i napoletani una collezione di amuleti contro il malocchio vale molto di più del valore meramente economico».

Galaxy Glass: ecco come saranno gli occhiali intelligenti di Samsung

La Stampa
antonino caffo

L’azienda sudcoreana si prepara a sfidare Google nel campo della tecnologia da indossare: il debutto forse già all’Ifa di Berlino, a fine agosto



Un disegno schematico dal brevetto dei Glass di Samsung


Siamo ancora nel campo delle ipotesi ma è alquanto probabile che la prossima mossa di Samsung, nel campo delle tecnologie indossabili, sarà lanciare un paio di occhiali iper-connessi, sulla scia dei tanto discussi Google Glass. All’inizio di quest’anno un portavoce dell’azienda aveva spiegato come il mercato dei dispositivi cosiddetti “wearable” (indossabili) fosse uno di quelli su cui Samsung avrebbe puntato presto, e non si riferiva solo al Galaxy Gear, lo smartwatch giunto da poco alla seconda versione: “Gli occhiali intelligenti sono uno dei nostri obiettivi per guidare il mercato verso nuovi orizzonti” – aveva rivelato a Mashable un rappresentante della sudcoreana. 

Ho due figlie non mie ma non posso disconoscerle”

La Stampa
massimiliano peggio


Dopo anni ha scoperto i tradimenti della moglie

a.it
«Un giorno ti svegli e scopri che il tuo mondo è svanito. La tua famiglia, il tuo matrimonio, le tue certezze, la normalità della tua vita. A me è capitato tutto questo scoprendo da un giorno all’altro di non essere il padre di due delle mie tre figlie, entrambe già adolescenti. Figlie avute da due uomini diversi». 
Michele, nome di fantasia, al di là dei tormenti che gli devastano il cuore e la mente, a Torino è diventato suo malgrado un caso giuridico. Per via del nuovo diritto di famiglia, quelle norme rivoluzionarie entrate in vigore lo scorso febbraio che hanno sostituito la «potestà genitoriale» con la «responsabilità genitoriale» e cancellato ogni differenza tra figli legittimi e illegittimi. 

Ma nel riformare il diritto di famiglia, la legge ha limitato anche il termine per proporre l’azione di disconoscimento della paternità a cinque anni dalla nascita del figlio. Una diga invalicabile che prima non esisteva. Un limite inserito a favore dei minori a tutela delle loro esistenze. Non quelle dei mariti traditi, che scoprono dopo molti anni, quasi per caso, per la battuta di un amico, di non essere papà biologici. E che si trovano di punto in bianco a fare i conti con il cuore, a riavvolgere in modo diverso i ricordi di vagiti, di primi passi, di pianti alleviati. Si può amare un figlio non tuo? «Sì, perché fa parte della tua vita, lo hai cresciuto. Quello che ti devasta non è il fatto di non poterlo amare, ma è dover capire, dentro di te, se hai la forza per farlo».

Il caso di Michele è un grattacapo giuridico, sostengono i suoi legali Barbara Ruzza e Fabrizio Voltan. Al momento, infatti, non esiste su una questione del genere un indirizzo giuridico da usare come stella polare alla luce delle nuove norme sul disconoscimento. Dopo aver avviato una causa di separazione dalla moglie, Michele è intenzionato a chiedere il disconoscimento delle figlie non «biologiche», già adolescenti. «Continuerò ad essere il padre di tutte le mie figlie, se loro vorranno. Ma un conto sono le questioni sentimentali e un altro quelle legali. Ci sono due papà biologici che vanno chiamati in causa. Anche loro hanno responsabilità genitoriali. Uno, addirittura, è il padrino di battesimo e ha sempre saputo di esserne il padre». 

Michele ha scoperto la verità di recente, facendo un test del Dna all’insaputa della moglie, dopo le confidenze dell’amico che sapeva tutto. Messa al corrente dei risultati, la donna ha ammesso le sue relazioni. «Mi ha confermato tutto. Adesso la mia vita è cambiata. Quello che non cambierà mai è l’affetto per le mie figlie».

(Video)

Hawaii, nella base dei “sì-Muos” “Le onde radio? Le cavalchiamo”

La Stampa
francesco semprini

A Ohau c’è il gemello del contestato impianto di Niscemi. Ma nessuno sembra aver paura


Stampa.it
La sbarra del posto di guardia interrompe il cammino attraverso la folta macchia di vegetazione. Siamo nel cuore di Ohau, la più grande isola delle Hawaii, ultimo Stato a essere ammesso all’Unione, il 21 agosto 1959. È l’isola di Barack Obama, dove a Sandy Beach è venuto a fare surf dopo la vittoria del 2008, ed è il luogo dove la «talpa» Edward Snowden lavorò per la Nsa in tempi non sospetti.

Qui ci sono la barriera corallina di Hanauma e la comune di surfisti «fricchettoni» di Haleiwa. Ma è anche l’isola del Muos (Mobile User Objective System), il sistema di comunicazione globale costituito da cinque satelliti e quattro stazioni: oltre a quella hawaiiana, ci sono Chesapeake in Virginia, Geraldton in Australia, e Niscemi a Caltanissetta. Un progetto da sette miliardi di dollari in tutto che ha subìto ritardi a causa delle proteste esplose in Sicilia per il rischio di emissioni nocive a uomo e ambiente.

Il nostro viaggio, partito dal Pentagono e passato dalla Virginia, ci porta qui, a Ohau, in questo paradiso terrestre prestato alla ragion di Stato. «Per noi queste antenne sono la voce del Pacifico», spiega Regina Cox, capo staff della base di «Nctams», la «Joint Base Pearl Harbour-Hickam» mentre ci mostra parchi giochi per bambini e strutture di ogni genere al servizio del personale e delle famiglie. L’ammiraglio Bill Dodge è il comandante della base, operativa dal 1942, subito dopo il «Tora Tora Tora» nipponico e l’intervento in guerra. «È la più grande struttura di comunicazione del Pacifico, - spiega - da qui sono stati coordinati gli attacchi di Okinawa, le bombe atomiche del 1945, il Vietnam e l’Iraq». 

Qui le grandi parabole bianche sono arrivate tre anni fa senza destare troppe preoccupazioni: «Grande antenna, piccola emissione. Piccola antenna, grande emissione», dice il capitano Joseph Kan, manager del programma del Muos hawaiiano. Tra le mani ha un cellulare, e ribadisce come quello strumento sia mille volte più rischioso.

«I ritardi siciliani ci hanno danneggiato», spiega Kan annunciando poi che a luglio arriveranno per il sito di Niscemi misurazioni aperte alle autorità locali. Alla base troviamo una disponibilità del personale che nelle tappe continentali era mancata, come se i militari Usa avessero intuito che l’apertura e il dialogo (forse mancato a Niscemi) potrebbero essere i migliori ambasciatori del Muos. Sulle antenne alte 25 metri lavorano circa un centinaio di persone, e c’è anche un po’ di Italia visto che alcuni rivestimenti portano il marchio «Galbiati», società di Lecco. A poca distanza sono visibili gli alloggi del personale, e a circa tre chilometri Wahiawa, cittadina di circa 50 mila abitanti. Qui nessuno sa nulla del Muos, neanche il proprietario di una tintoria che lavora con la base, come confermano le divise appese e perfettamente stirate.

Chi di Muos ne ha sentito parlare è invece Bob Lormand, uno dei più importanti rappresentanti della comunità locale che incontriamo nel giardino botanico dell’isola, una specie di paradiso di vegetazione tropicale. Capiamo subito che qui le proteste di Niscemi sono lontane anni luce. «Dei militari ci fidiamo, le cose sono state fatte per bene», dice conciliante. Ma quando lo incalziamo chiedendo se avesse mai visto i dossier con le relazioni scientifiche per la realizzazione del Muos, risponde più netto: «Quando la mattina sento il rumore delle mitragliatrici sono felice, perché significa che i militari sono qui per noi, per difenderci, e noi abbiamo il dovere di aiutarli».

Neanche un dubbio, anche legittimo, solo convinzioni radicate in una cultura che prende forma dalla Baia di Pearl Harbour, dove i relitti della Uss Arizona e delle altre unità affondate dagli aviatori del Sol Levante ricordano quanto faccia ancora male la Caporetto americana, e ancor più il suo «sequel» dell’11 settembre 2001. Ma non è solo una questione di sicurezza nazionale: «Qui abbiamo centomila militari su 1,4 milioni di abitanti, per noi sono un risorsa - dice il senatore democratico Donovan Dela Cruz -. Avere paura del Muos? Ci fidiamo del governo federale e i militari sono parte di noi e della nostra economia». Facciamo l’ultimo tentativo ad Haleiwa, un surfista sulla trentina sta per tuffarsi in mare: Mai sentito parlare del pericolo onde del Muos? «Non saprei, io di solito le onde le cavalco».

Lytro Illum, mai più fotografie sfocate

La Stampa
bruno ruffilli

Grazie alla rivoluzionaria tecnologia a campi di luce, le foto diventano finestre aperte sul mondo, dove ognuno può scegliere la prospettiva che preferisce. Ecco come




Non ci credeva nessuno, nel 2006, quando Ren Ng, malese, emigrato in California, cominciò a cercare fondi per la sua idea. Era una fotocamera, ma impiegava una tecnologia diversa da tutte le altre, tanto rivoluzionaria che pareva destinata a non tradursi mai in un prodotto commerciale. Invece, due anni fa, Lytro debuttò col primo modello, prezzo 399 dollari, un parallelepipedo metallico tutto obiettivo, che scattava piccole foto quadrate come su Instagram, ma con una particolarità: le immagini si potevano mettere a fuoco anche dopo lo scatto, per enfatizzare gli oggetti in primo piano o quelli sullo sfondo. 

Quasi come su Instagram, ma con una tecnologia molto più avanzata (anche se teorizzata oltre un secolo fa) : nelle immagini, infatti, sono contenute informazioni relative non solo alla quantità della luce , ma anche alla sua qualità.

Ossia alla provenienza e all’inclinazione dei raggi che attraversano una serie di lenti e colpiscono il sensore della fotocamera. Queste informazioni viaggiano nel file digitale, che ha un suo formato speciale, e possono essere rielaborate in qualsiasi momento. Il risultato è una rivoluzione per la fotografia: mai più immagini sfocate, proprio perché l’idea di messa a fuoco definitiva non esiste più. Come prima conseguenza, gli scatti con una fotocamera a campi di luce (o plenottica) sono immediati, dal momento che l’elaborazione dei dati avviene successivamente. Ma, più in generale, è il concetto che cambia: la foto diventa una finestra aperta sul mondo, dove ognuno può scegliere la prospettiva che preferisce, e sparisce perfino la distinzione tra immagini in due e tre dimensioni. 


Lytro ha appena annunciato la Illum, fotocamera destinata al mercato professionale: ha un sensore più raffinato, un obiettivo con zoom ottico 8X, apertura fissa f/2.0 , integra un potente processore per l’elaborazione delle immagini, un display touch screen e il wi-fi. Il software è compatibile con alcuni dei più diffusi programmi per l’elaborazione di immagini come Photoshop e Lightroom di Adobe e Aperture di Apple. Sarà in vendita fra meno di tre mesi per 1599 dollari. 

Alcuni smartphone adottano già soluzioni analoghe: sia il Galaxy S5 di Samsung, (ma qui si tratta di un effetto software, simile a quello usato su Instagram), sia l’Htc One M8, che usa un sensore apposito per rilevare la profondità di campo e permette di variare la messa a fuoco anche dopo che la foto è stata scattata. Nessuno dei due sistemi è paragonabile a quello di Lytro, ma l’idea di fondo è la stessa. E non è detto che qualcosa del genere non arrivi prima o poi anche sull’iPhone: nel libro di Walter Isaacson, infatti si legge che Steve Jobs aveva in mente di rivoluzionare anche la fotografia. E prima di morire incontrò fondatori di Lytro. 

Ecco alcuni esempi di foto scattate con al Lytro Illum: provate a scegliere il vostro punto di vista cliccando su un particolare, poi spostatevi, cliccate di nuovo e vedrete l’immagine da un’altra prospettiva.

Alamar e l’hip hop

La Stampa
yoani sanchez



LaStampa.it
Andiamo ad Alamar! Ci diceva mia madre e subito dopo partivamo per andare a far visita ad alcuni parenti che vivevano in quel quartiere chiamato “Siberia”.Raggiungevamo una zona composta da edifici brutti e rozzi, edificati su zone erbose, senza un ordine programmatico. Giocavamo con altri bambini tra quei casamenti prefabbricati e in mezzo alla folta vegetazione che cresceva intorno. Profumo di mare e di noia. Avrebbe dovuto essere la città dell’uomo nuovo, ma tutto quel che resta è un fallimentare esperimento architettonico. 

Alamar, nonostante le deficienze urbanistiche, è stata la sorgente di un genere musicale vibrante e contestatario: l’hip-hop. Nel suo anfiteatro si sono tenuti alcuni dei più memorabili concerti alternativi che si ricordino a Cuba. Canzoni dure, composte con le parole del quotidiano e la poesia della strada. Scontri tra avversari, che invece di combattere con armi e percosse, duellano con parole e rime. Come mai lo scenario pensato come “laboratorio del cittadino” ha finito per dare protezione a certe espressioni della ribellione? Perché gli inni vittoriosi hanno lasciato il posto a tali versi corrosivi della sopravvivenza? 

È successo che la realtà ha avuto la meglio. Alamar fu una delle zone avanere più colpite dalle ristrettezze economiche del Periodo Speciale. Nel 1994, vide partire migliaia di abitanti durante le fughe su zattere improvvisate e dovette subire lunghi black-out elettrici accompagnati da furti e altri atti di violenza. I tecnici russi se ne andarono, gli occupanti s’impossessarono delle case che restarono vuote e gli esiliati cileni, che vivevano in quel luogo, nella maggior parte dei casi, fecero ritorno al loro paese. Fu allora che arrivarono gli immigrati dalle province orientali, le costruzioni illegali proliferarono da ogni parte e la polizia dichiarò “zona pericolosa” quella città dormitorio. Un “deposito” di gente concepito per individui disciplinati e indottrinati, ha dimostrato che quando si gioca con l’alchimia sociale e costruttiva, raramente si ottengono i risultati sperati.

Tra cemento grigio, abitazioni modeste e noia, l’hip-hop è diventato la colonna sonora del quotidiano. Alamar è riuscita ad avere il suo ritmo. Una cadenza che rimbomba in testa come le onde che s’infrangono contro le scogliere del litorale. Come quei picconi che percuotevano il suolo per porre le fondamenta di un futuro inquadrato e sottomesso che non è mai arrivato. 

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Whatsapp avrà la funzione "Archivia", per nascondere e conservare le conversazioni

Il Mattino

sapp1
ROMA - Dopo la novità delle chiamate Whatsapp lancia una funzione altrettanto rivoluzionaria: la "Archived Chats“. Si tratta di una funzione che consentirà di nascondere le conversazioni dalla schermata principale, raccogliendole all’interno di questa nuova sezione. Basterà andare su Impostazioni, poi su impostazioni chat e da sarà possibile archiviare le conversazioni.

Oltre alle normali sezioni, come "Elimina" apparirà "Archivia" e così sarà possibile portare a termine l'operazione. Fino ad oggi l'app consentiva solo la cancellazione delle conversazioni, mentre in questo modo potranno essere salvate senza occupare spazio sulla schermata principale. In questo modo la schermata sarà più ordinata e le conversazioni a riparo da occhi indiscreti. A svelare l'indiscrezione è iSpazio che fa notare anche come la funzione VoIP sia sparita con l'aggiornamento. Nessuna marcia indietro, ma probabilmente l'intento di Facebook è lanciare due versione dell'app: una con e l'altra senza chiamate.

Chi ha paura di YouTube?

La Stampa
francesca paci

Giro di vite di Riad contro il popolare canale internet, ma i nemici dei video-fai-da-te non sono solo i sauditi



LaStampa.it
Riad ci ripensa. Dopo aver lasciato che nei mesi passati le donne saudite postassero su YouTube i loro tentativi di guidare l’automobile sfidando il divieto reale, il responsabile dell’authority per le telecomunicazioni Riyadh Kamal Najem annuncia che d’ora in poi tutta la produzione di YouTube made in Arabia Saudita dovrà essere preventivamente registrata dal governo prima di essere trasmessa online. In altre parole la notizia pubblicata dal quotidiano Al-Sharq al-Awsat significa un bavaglio al popolare strumento di diffusione dei video giacché i canali che riceveranno l’ok a circolare attraverso la piattaforma di video-sharing non dovranno violare le leggi sulle telecomunicazioni compreso il divieto di «offendere le tradizioni islamiche e il codice morale». 

Il giro di vite arriva dopo l’arresto di alcuni attivisti sauditi rei, secondo le autorità, di aver postato su YouTube video critici verso il governo e re Abdullah nei quali veniva messo a confronto l’aumento del costo della vita con lo sfarzoso stile di vita della famiglia reale. Nelle prime settimane del 2011, quando dalla Tunisia allo Yemen i ragazzi si rimbalzavano via internet il richiamo a scendere in piazza ed accendere la primavera araba contro i rispettivi regimi, l’Arabia Saudita fu rapidissima a reprimere qualsiasi tentativo di rivolta.

Mentre da una parte fomentava i primi vagiti della protesta siriana contro il tiranno Assad sostenuto dall’Iran, Riad accoglieva infatti i dittatori come Ben Ali in fuga (offrì ospitalità anche a Mubarak), sopprimeva con i carri armati la piazza del Bahrein (guidato da una minoranza sunnita legata alla corona saudita), aumentava i salari dei propri dipendenti per metterli a tacere e soprattutto lanciava una retata dietro l’altra contro le proprie donne, le più leste a fiutare il vento ribelle e le più audaci a mettersi al volante per sfidare il maggiormente assurdo dei divieti locali.

Da allora molta acqua è passata sotto i ponti, ma l’involuzione sul breve termine delle primavere arabe ha fatto tirare un sospiro di sollievo ai despoti mediorientali. Così almeno su YouTube i sauditi, le donne ma non solo, sono riusciti per un po’ a postare la repressione, il malumore, il desiderio di cambiamento. Il clima è cambiato e non solo in Arabia Saudita, come se sotto sotto tra i satrapi della regione fosse tornata la paura e si facesse pian piano strada la sensazione che il vaso di pandora scoperchiato nel 2011 non possa essere ricoperto tanto facilmente. Al punto da far adottare ai diretti interessati una linea cinese-nordcoreana nei confronti di internet e soprattutto dell’internet firmato YouTube. 

In Turchia, per dire, va avanti il braccio di ferro fra i giudici e il premier turco Recep Tayyip Erdogan sulla “guerra” delle reti sociali, ossia la decisione del governo di Erdogan di bloccare Twitter e YouTube perché troppo critici verso i suoi affari e la successiva bocciatura della corte costituzionale. Casomai il messaggio non fosse abbastanza chiaro Erdogan ha confermato oggi di essere determinato a impedire che le manifestazioni del primo maggio si svolgano quest’anno su Piazza Taksim, nel cuore di Istanbul, luogo simbolo della sinistra e dalla primavera scorsa della rivolta di Gezi Park.

Anche nella feroce guerra civile siriana che dopo essere cominciata come pacifica protesta contro Assad è degenerata in una carneficina da almeno 150 mila morti YouTube e la Rete sono da tempo il secondo fronte, quello virtuale ma non per questo meno pericoloso. Nei mesi scorsi si sono moltiplicati gli attacchi del sedicente Syrian Electronic Army, il battaglione degli hacker di Damasco che colpisce i siti dei media internazionali ritenuti pro-ribelli come Washington Post, Al Jazeera, Human Rights Watch, Telegraph e Independent. YouTube ovviamente è il bersaglio numero uno perché sono proprio i video postati dai ribelli e rilanciati dai siti di tutto il mondo a fornire le prove degli orrori dei soldati del regime (ma anche le prove degli orrori dell’opposizione anti Assad sempre più infiltrata di jihadisti come il famigerato comandante di Jabhat an Nusra filmato mentre mangia il cuore di un lealista).

Anche in Egitto, dove il generalissimo el Sisi e il nasseriano Shabbai sono i due soli candidati in corsa per le presidenziali di fine maggio, le cose potrebbero volgere al peggio. Dopo la durissima repressione dei Fratelli Musulmani seguita alla deposizione del presidente Morsi lo scorso luglio, la censura si è fatta sempre più minacciosa. Mentre continua il processo contro i giornalisti di al Jazeera accusati di aver sostenuto la Fratellanza, circola la notizia che le autorità egiziane potrebbero chiuderere 56 reti televisive religiose e di intrattenimento ree di aver trasmesso senza la necessaria autorizzazione attraverso due satelliti, uno francese e uno del Bahrein. YouTube non è direttamente nel mirino , tanto che per esempio il film di Jehane Noujaim The Square (candidato agli Oscar) è circolato al Cairo via YouTube per aggirare la censura che lo bloccava in sala.

Ma l’atmosfera è pesante e YouTube rappresenta la valvola di sfogo per tutte le immagini o i video che assai più efficacemente delle notizie raccontano la realtà negata dal governo sui media ufficiali.
Che la guerra a YouTube funzioni strategicamente è molto molto difficile. Tatticamente però può ritardare l’impatto della Storia in diretta. Sempre ammesso e non concesso che quella Storia in diretta, le immagini delle violazioni dei diritti umani, il racconto del volto in ombra del regime, la prova visuale degli abusi in tempo reale, impressioni il mondo al punto da sensibilizzarlo veramente.
La Siria insegna che non è scontato. 

Nokia cambia nome Nasce Microsoft mobile

La Stampa

Dopo l’acquisizione da parte del colosso di Redmond



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REUTERS

Con la chiusura dell’acquisizione di Nokia da parte di Microsoft, che sarà finalizzata a giorni dopo l’annuncio a settembre scorso dell’operazione da quasi cinque miliardi e mezzo di euro, il colosso di Redmond si appresta a cambiare nome al produttore finlandese di telefonin. Con la chiusura dell’acquisizione di Nokia da parte di Microsoft, che sarà finalizzata a giorni dopo l’annuncio a settembre scorso dell’operazione da quasi cinque miliardi e mezzo di euro, il colosso di Redmond si appresta a cambiare nome al produttore finlandese di telefonini. Secondo indiscrezioni riportate dal blog Mashable, lo storico marchio Nokia sarà sostituito dal brand «Microsoft Mobile». La transazione, secondo quanto comunicato da Nokia, si chiuderà entro il 25 aprile.

Il «cambio» di nome per Nokia emerge da una nota scoperta dal sito «NokiaPowerUser» e riportata dal blog americano. L’azienda finlandese l’avrebbe inviata ai suoi fornitori di servizi e componenti per dispositivi. Li informa appunto che «Nokia Corporation» cambierà in «Microsoft Mobile» alla chiusura della transazione col colosso a stelle e strisce. Ieri con un comunicato la compagnia di Espoo aveva annunciato che la vendita della sua divisione «Dispositivi e Servizi» a Microsoft sarà formalmente completata entro 25 aprile. La chiusura dell’accordo era slittata il mese scorso per un esame prolungato dell’operazione da parte delle autorità asiatiche.

L'affidamento ai servizi sociali non è una gogna

La Stampa
gianluca nicoletti

Oltre Silvio Berlusconi la misura alternativa al carcere riguarda più di undicimila persone di cui nessuno parla




L’affidamento di Silvio Belusconi ai servizi sociali ha suscitato un’ondata d’ilarità mediatica, amplificata da infinite catene di facezie da social cazzeggio.  Non sono mancate frasi epiche intrise di disprezzo per il tipo di servizio che l’ ex premier dovrà svolgere. Si andava dal “va a pulire i cessi” a “va a pulire il sedere ai vecchi”.  Sospendiamo il giudizio sul personaggio in questione, che per il suo ruolo politico e pubblico può suscitare sentimenti e risentimenti di ogni tipo. 

Riflettiamo però sul fatto che l’opinione comune sia generalmente orientata verso il pregiudizio condiviso che questo tipo di provvedimento giudiziario sia mirato alla mortificazione, all’umiliazione, all’annientamento psicologico del condannato. I servizi sociali sono visti come un’attività assimilabile a una tortura psicologica, una sorta di gogna quotidiana. 

Le cose in realtà non stanno così: in un’intervista rilasciata a Redattore Sociale Rita Crobu, dirigente dell’Uepe, l’Ufficio di esecuzione penale esterna del Ministero della Giustizia spiega che l’affidamento in prova ai servizi sociali è uno strumento importante che “non va banalizzato né ridicolizzato, perché permette di scontare realmente la pena reinserendo il condannato nella società”. 
Questo è fondamentale – spiega – soprattutto dal punto di vista della recidiva, i cui dati ci dicono che è meno frequente tra chi sconta misure alternative di chi è detenuto in carcere. In Italia a seguire questo iter è un vero e proprio esercito silenzioso, che è in costante aumento (quintuplicati dal 2006). Al 31 marzo 2014 le pratiche attive sono state 11.646. 

Nella maggior parte dei casi sono persone che non fanno notizia, ma che sono sottoposte alla misura alternativa al carcere che sconterà anche l’ex premier Silvio Berlusconi. Per loro è una concreta possibilità di riconquistare dignità sociale attraverso un’ esperienza reale delle difficoltà e della sofferenza che attraversano quotidianamente enormi fasce di popolazione, di cui chi delinque spesso non ha nemmeno la percezione, ma di cui purtroppo nemmeno la “brava gente” che giudica realizza la dolorosa esistenza.

No ai tatuaggi di Buddha” Turista inglese respinta dallo Sri Lanka

La Stampa
ilaria maria sala

Appena gli ufficiali dell’immigrazione di Colombo si sono accorti del suo tatuaggio sul braccio, Miss Coleman è stata immediatamente condotta davanti al magistrato, che ne ha ordinato il trasferimento

Stampa.it
Chi vuole andare in Sri Lanka, faccia attenzione ai propri tatuaggi, e a come si comporta davanti alle statue di Buddha: oggi, infatti, è stata confermata la deportazione di una turista inglese di 35 anni, che ha sul braccio un tatuaggio che rappresenta Buddha, seduto su un fiore di loto. Le autorità singhalesi non hanno diffuso il nome della donna (che la BBC però cita come Naomi Michelle Coleman) che sarebbe atterratta a Colombo, capitale del Sri Lanka, appena ieri, e che è stata immediatamente detenuta una volta che gli ufficiali dell’immigrazione hanno visto il suo tatuaggio e l’hanno condotta davanti al magistrato a Negombo, che ne ha dunque ordinato la deportazione. 
Non si sa ancora se sarà rispedita in Inghilterra, o a Mumbai da dove è arrivato il volo che l’ha portata a Colombo. 

Anche l’anno scorso un turista britannico era stato deportato dall’isola per un tatuaggio rappresentante il Buddha sull’avambraccio, sul quale, hanno detto le autorità di frontiera, il turista avrebbe fatto commenti “poco rispettosi”. L’uomo invece, secondo il quotidiano britannico The Guardian, ha dichiarato di essere sorpreso dalla decisione, dato che si è definito un devoto buddhista. L’anno prima, però, era stata la volta di tre turisti francesi ad essere deportati per comportamento poco rispettoso nei confronti del Buddhismo, dopo essere stati visti baciare una statua di Buddha a Colombo. I tre erano stati condannati ad un periodo di detenzione in carcere, sospeso e tramutato in espulsione. Nel 2010 invece le autorità del Sri Lanka hanno impedito al cantante rap americano Akon di recarsi nel Paese, dato che in uno dei suoi video un gruppo di ragazze semi-vestite danzano di fronte a una statua di Buddha. 

Il Sri Lanka è a maggioranza buddhista, ed è così sensibile davanti ad ogni offesa, intenzionale o percepita, della religione nazionale, da far sì che il governo di Londra abbia emesso un allerta ai viaggiatori, intimando loro di esibire il massimo rispetto davanti ad ogni rappresentazione di Buddha. 

Un mare di soldi e quel razzismo anti-italiano

Magdi Cristiano Allam - Mar, 22/04/2014 - 19:07

L'anomalia tricolore: ovunque chi varca la frontiera illegalmente viene subito denunciato

Così come lo Stato commette un crimine condannando a morte le imprese imponendo il più alto livello di tassazione al mondo, allo stesso modo è un crimine dare miliardi di euro ai clandestini e agli immigrati nel momento in cui ci sono 4 milioni e 100mila italiani che non hanno i soldi per comprare il pane.

mmigrati
Proprio ieri mentre sbarcavano 1.200 clandestini in Sicilia, l'Istat ha certificato che 1.130.000 famiglie italiane hanno tutti i componenti disoccupati, con una crescita delle famiglie senza reddito da lavoro del 18% rispetto al 2012 e del 56% rispetto al 2011. Solo il costo dell'apparato navale ed aereo dell'operazione Mare Nostrum è di circa 10 milioni di euro al mese. Fino all'ottobre 2013 il pattugliamento delle coste ci costava 1,5 milioni al mese.

Dopo la visita di Papa Francesco a Lampedusa, dove ha tuonato l'invettiva «Vergogna!» per l'ennesima strage di clandestini, l'Italia ha aumentato di circa 7 volte le risorse finanziarie. Oltre a Mare Nostrum, destina a beneficio dei clandestini altre risorse ingenti: 1 miliardo e 668 milioni, costo del programma di contrasto dell'immigrazione «irregolare» (2005-2012); 331,8 milioni, costo del controllo delle frontiere esterne (2007-2012); 111 milioni, costo del Piano Sicurezza per lo Sviluppo del Mezzogiorno; 60.754.218,86, costo del Fondo Europeo per i Rimpatri (2008-2012); 158.601.586,56, costi dei centri di accoglienza Cda, Cpsa, Cie, Cara (2011); 979.622,21, costo manutenzione Centri di identificazione ed espulsione (2011); 45.422.981, costo progetti di cooperazione con i Paesi terzi in materia di immigrazione (2012); 3.312.000.000, costo complessivo annuale della detenzione in carcere di 23mila stranieri di cui il 95% sono clandestini o irregolari.

Questo crimine viene perpetrato con la collusione di un apparato propagandistico che legittima l'immigrazionismo, un'ideologia che concepisce gli immigrati buoni a prescindere e ne favorisce l'arrivo in massa incondizionatamente, finendo per condannare come razzismo la difesa del diritto degli italiani a beneficiare in via prioritaria delle proprie risorse in Italia, persino quando gli italiani non hanno più garantito il diritto elementare alla vita nella nostra casa comune. Il lavaggio di cervello viene praticato dalle forze politiche che, idolatrando l'euro e la prospettiva degli Stati Uniti d'Europa, favoriscono l'avvento di una società antropologicamente globalista e culturalmente meticcia, governati dalla dittatura finanziaria e informatica. Concepiscono la persona come un semplice tubo digerente senz'anima; la vita come un ciclo di produzione e consumo della materialità senza un senso trascendente; la società come l'insieme di soggetti che si connotano come «quantità» e «numeri», spogliati della dimensione della «qualità» e delle «identità»; la cultura come l'annullamento della «verità» e l'azzeramento della «civiltà», sostituiti dal relativismo e dal multiculturalismo.

A favore dell'immigrazionismo sono schierati la sinistra, che ha sostituito il totalitarismo comunista con il totalitarismo europeista, i catto-comunisti, sopravvissuti alla selezione delle identità politiche, i liberali alla Mario Monti, che antepongono la moneta alla persona, i cattolici inclini a porgere entrambe le guance al nemico, il settore della Chiesa che predica l'accoglienza illimitata perché beneficia dei sussidi destinati agli immigrati e agli italiani poveri. L'ideologia dell'immigrazionismo corretto s'impone a partire dalla censura delle parole: mentre ovunque chi varca illegalmente la frontiera nazionale commette un reato e lo si denuncia come clandestino, solo in Italia non è reato e lo si definisce in modo neutro come «migrante».

Coloro che governano l'Italia e hanno il potere di plagiare la mente degli italiani sappiano che discriminando gli italiani in Italia, anteponendo l'interesse degli immigrati (quando vengono assegnate loro le case popolari, i sussidi sociali e i posti all'asilo nido) o investendo cifre stratosferiche a beneficio dei clandestini, stanno seminando i germi del razzismo. Oggi ci hanno imposto che si è razzisti se non si concede di tutto e di più agli immigrati e ai clandestini. Ma il vero razzismo è quello che stanno subendo gli italiani in Italia. E il vero miracolo è che gli italiani non si siano ancora ribellati. Ma ormai siamo al limite della sopportazione!
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