sabato 19 aprile 2014

Editore tedesco contro Google: "Da loro quasi un'estorsione"

Chiara Sarra - Ven, 18/04/2014 - 18:14

L'ad di Axel Springer contro il colosso del web: "Vogliono creare un superstato digitale dove le leggi antitrust e quelle sulla privacy non esistono"


Si riaccende lo scontro tra editori e Google. L'ultimo a scagliarsi contro il predominio dell'azienda di Mountain View è Mathias Döepfner, il ceo del colosso tedesco dell'editoria Axel Springer, che ha lanciato un duro monito in una lettera aperta pubblicata sul quotidiano liberalconservatore Frankfurter Allgemeine

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Tutto è iniziato, in realtà, con un articolo del ceo di Google Eric Schmidt sulla stessa testata, in cui si elogiavano i rapporti tra il colosso dell'informatica e il gruppo Springer. "Noi non avevamo molte altre scelte valide che non trovare un’intesa con Google", replica ora Döepfner, "perché non vedevamo alcun motore di ricerca alternativo che ci garantisse di ampliare la nostra presenza online”.

Accusa pesante, se si ricorda che Axel Springer, oltre a pubblicare più di 200 tra quotidiani e riviste tra cui Die Welt e Bild, ha una significativa presenza online e numerosi interessi in tv e radio. Döpfner in particolare chiede a Schmidt se Google e il suo fondatore Larry Page non siano creando un "superstato digitale" dove le leggi antitrust e le normative sulla privacy non vengano applicate. Questo anche alla luce delle numerose sanzioni e critiche da parte della Commissione europea per un modello di business che - continua l'editore tedesco - "in ambienti poco onorevoli si chiama estorsione", dal momento che Google ha il potere di discriminare i suoi rivali o competitors nei motori di ricerca".

Più in generale, inoltre, "le grandi compagnie di alta tecnologia sono molto più potenti di quanto l’opinione pubblica non immagini", aggiunge Döpfner, "Con l’eccezione dei virus non c’è nient’altro che abbia tanta velocità, efficienza e aggressività e si diffonda così velocemente come queste piattaforme tecnologiche, proprietarie di un nuovo potere. Il loro potere è paragonabile almeno a quello che la posta tedesca aveva nel mondo prima di internet quando disponeva del monopolio nel suo settore". E, conclude, "la storia dei monopoli economici dovrebbe rammentarci che questi non hanno mai lunga vita".

Dal canto suo Erich Schmidt aveva sottolineato che qualche mese fa i due gruppi avevano firmato una partnership pubblicitaria pluriennale e che Google News non ha fini pubblicitari, ma ha come obiettivo "quello di far uscire l’utente fuori dal nostro sito e portarlo su quello dell’editore". Nell'articolo, inoltre, ricordava che "ogni mese Google invia oltre 10 miliardi di visite ai siti degli editori di tutto il mondo" e che "gli editori mantengono il pieno controllo sul fatto di essere inclusi in Google News o solo nella ricerca web".

"Vale la pena sottolineare che riceviamo di gran lunga più richieste di essere inclusi in Google News che non di essere esclusi, perché molti editori vedono il vantaggio di rendere il loro contenuto trovabile da nuovi lettori", ha concluso.

Napoli, la foto del giorno | Il messaggio sul muro: «Il mio permesso ce l'ha un mariuolo»

Il Mattino

Il passo carrabile è ufficiale e autorizzato, solo che qualcuno ha "prelevato" il cartello ufficiale con l'indicazione del numero di autorizzazione. Così per evitare problemi il titolare del permesso ha deciso di imprimere il marchio con pennello e pittura rossa: "il cartello originale ce l'ha un mariuolo...".





Grams, il Google del Dark Web

La Stampa

di Riccardo Meggiato

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Il Dark Web, o Deep Web che dir si voglia, è quella parte del web non coperta dagli abituali motori di ricerca. E che non è possibile navigare con i normali browser. Il motivo sta nella natura stessa dell’Internet sommersa: da un lato si vuole proteggere l’anonimato e i contenuti del lato oscuro della Rete, dall’altro si vuole proteggere i navigatori inconsapevoli che rischiano di incappare in contenuti e servizi non proprio da centro commerciale. Perché nel Dark Web, oltre a materiale del tutto legale, più libero nel senso positivo di quello che si trova nel “Www”, pullulano i traffici illegali anche più loschi e deprecabili. Criminali di vario genere, anche vere organizzazioni mafiose o terroristiche, utilizzano la Rete nascosta per commerciare beni e servizi in barba alle leggi nazionali e internazionali: armi, droghe, manuali di costruzione di bombe. Ma si possono assoldare anche killer a pagamento o entrare in traffici anche peggiori, come abbiamo raccontato in questo reportage di Amalia De Simone.
Il nome significa “grammi”
I motori di ricerca dedicati a questa parte sommersa del web, fino a oggi, avevano il difetto di essere poco efficienti e piuttosto difficili da utilizzare, quindi ha destato scalpore il lancio, qualche giorno fa, di Grams. Che cos’è Grams? Diciamo che è un sito che sta al Dark Web come Google sta al “clear web”, cioè il web tradizionale. Un motore di ricerca facile e più veloce dei suoi colleghi, che scimmiotta l’interfaccia del gioiello di Mountain View. Il problema, però, è che questa semplicità si traduce in un accesso ancora più immediato a offerte di prodotti che mai, e poi mai, sarebbe possibile trovare in un normale sito di e-commerce. Grams, del resto, non fa nulla per nasconderlo, a partire proprio da nome, che significa “grammi”. Ci è bastato scrivere “cocaine”, per esempio, per ritrovarci davanti a una pagina ricca di offerte di droga, in vari tagli e costi. In genere si tratta di link diretti ad annunci privati, ma anche a siti che richiedono una semplice iscrizione, con un nome utente e una password. Si tratta di veri e propri cataloghi, dove la cocaina è solo uno dei tanti esempi. LSD, ecstasy, ma anche steroidi e stimolanti di tutti i tipi. Per non parlare di armi: cercando la parola “guns” (pistole), si trovano diversi modelli, e schemi per costruirsene una fai-da-te. Il problema è che accedere a queste pagine è già di per sé piuttosto semplice, ma con Grams è diventato davvero alla portata di tutti. Motivo per il quale abbiamo deciso di non spiegarvi ulteriormente come fare.
Pubblicità dell’illecito
Grams, al momento, è in versione “beta”, cioè di collaudo, e somiglia già molto a Google, con tanto di pulsante per far partire la ricerca, compreso il mitico “I’m feeling lucky” (“mi sento fortunato”). Da qualche prova, è chiaro che ha una marcia in più, rispetto agli altri motori del Dark Web: è più semplice, ha un’interfaccia più briosa e accattivante, ed è molto più veloce. L’anonimo autore intervistato da Wired non vuole fermarsi qui, e continuerà a prendere spunto da Google. Innanzitutto, ha intenzione di migliorare l’algoritmo di Grams, in modo che tenga conto del tempo in cui i siti sono attivi, del numero di transazioni e delle recensioni positive. E poi c’è il risvolto commerciale: vuole inserire un sistema simile ad AdWords, in modo che eventuali inserzionisti siano più visibili. Tante idee, insomma, scaturite da un paio di settimane di lavoro, a 14 ore al giorno, ma è chiaro che un aiuto sarebbe molto utile. Il problema, come racconta nell’intervista, è che non è affatto semplice trovare altri programmatori di cui fidarsi, lavorando comunque nell’anonimato.

18 aprile 2014 | 16:23

Foto di una scimmia vicino alla Kyenge Leghista condannato per diffamazione

La Stampa

Due mesi di reclusione (ma pena sospesa) per Agostino Predali, ex assessore ai servizi sociali del Carroccio nel Comune di Coccaglio, nel Bresciano



Home Page È stato condannato a due mesi di reclusione, pena sospesa, per diffamazione aggravata da finalità di discriminazione etnico razziale Agostino Pedrali, l’ex assessore della Lega Nord ai Servizi sociali del Comune di Coccaglio (Brescia) che nel luglio scorso aveva pubblicato sulla sua pagina di facebook una foto dell’allora ministro Cecile Kyenge con a fianco quella di una scimmia. Il tutto con il titolo “separate alla nascita”, ed il commento “dite quello che volete ma non assomiglia ad un orango, dai guardate bene”. L’allora assessore era finito nella bufera e si era dimesso un paio di giorni dopo spiegando in una nota che il suo era stato «un tentativo maldestro di sdrammatizzare la situazione».

La Camera del Lavoro di Brescia e la Fondazione Guido Piccini per i diritti dell’uomo hanno espresso in una nota «viva soddisfazione per la sentenza emessa dal Tribunale di Brescia». «Ancora una volta il Tribunale di Brescia - continua la nota della segreteria della Cgil bresciana - dimostra una particolare sensibilità su questi temi, tutelando il diritto di ciascuno alla differenza. La sentenza, inoltre, contribuisce a dare rinnovata forza al lavoro di chi, giorno per giorno, vigila affinché episodi simili non si ripetano». 



Nuovi insulti contro la Kyenge, un assessore leghista su Facebook “Guardate, sembra una scimmia”

La Stampa
18/07/2013

Agostino Pedrali posta una foto della ministra accanto a quella di un orango sotto la didascalia “Separate alla nascita”. Ira del Pd «Gli vengano revocate le deleghe»



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La foto di Cecile Kyenge e quella di una scimmia, sotto la didascalia “Separate alla nascita”. Nuova bufera su un esponente della Lega Nord dopo gli insulti di Roberto Calderoli che aveva paragonato il ministro per l’Integrazione a un «orango»: l’assessore ai Servizi sociali del Comune di Coccaglio, in provincia di Brescia, Agostino Pedrali, ha “postato” l’immagine offensiva sul suo profilo Facebook. «Dite quello che volete, ma non assomiglia a un orango. Dai guardate bene», scrive Pedrali, a commento della foto.

La foto è stata pubblicata in mattinata: dopo che la notizia è stata ripresa dai media locali, Pedrali ha “corretto il tiro”, facendo notare che la frase “dite quello che volete, ma non assomiglia ad un orango” non è seguita da un punto di domanda: la «frase è affermativa», scrive in un commento, postato intorno alle 15. «L’invito è a guardare bene, perché NON assomiglia a un orango», spiega.
La correzione non è bastata al Pd lombardo che, in una nota, chiede al sindaco di Coccaglio di revocare «immediatamente le deleghe all’assessore Pedrali». «Chi ostenta idee razziste non può rappresentare le istituzioni», commenta il consigliere regionale, Gian Antonio Girelli. «Maroni ha le sue responsabilità per queste sparate - aggiunge Girelli -, perché non ha obbligato Calderoli alle dimissioni e ha implicitamente derubricato le frasi razziste a semplice marachella. Con la sua indulgenza su Calderoli, Maroni ha di fatto dato la stura alle posizioni più becere. Con il razzismo non si scherza, occorrono provvedimenti esemplari, non finte retromarce». 

Ecco quanto inquina la Rete: tutte le emissioni del web

Corriere della sera

di Rudi Bressa

Ogni click col mouse, ogni video visualizzato, ogni operazione via web, consuma energia e quindi genera emissioni


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Ogni click col mouse, ogni video visualizzato, ogni operazione via web, consuma energia e quindi genera emissioni. Tutte le nostre azioni quotidiane hanno un impatto, seppur minimo, sull’ambiente. Non fa eccezione l’uso della rete, del web. Tanto più che oggi, grazie ai dispositivi mobili come smartphone e tablet, possiamo essere connessi a internet in qualsiasi momento. Secondo quanto riporta Rete Clima (ente senza scopo di lucro che collabora con aziende e pubbliche amministrazioni per promuovere azioni di sostenibilità ambientale) tramite il sito CO2web, un utente medio che utilizza la rete 40 ore la settimana, guarda due video e spedisce circa una ventina di mail al giorno, produce quasi 280 chilogrammi di CO2 equivalente all’anno. Un albero adulto di media grandezza ne assorbe da 10 a 20, ogni anno. Emissioni causate dai notevoli consumi di energia elettrica dei data center che ospitano siti web e servizi cloud utilizzati quotidianamente.
Il 2% delle emissioni globali
Secondo una ricerca pubblicata nel 2013 e realizzata dal Centre for Energy Efficient Telecommunications dell’Università di Melbourne in collaborazione con i Bell Labs di Alcatel, la tecnologia che offre agli utenti internet, video, traffico voce e dati – la cosiddetta Ict (Information and Communication Technology) – produce ogni anno 830 milioni di tonnellate di anidride carbonica, ovvero il 2 per cento delle emissioni globali di CO2. Sono proprio i consumi energetici ad avere il maggior impatto in termini di emissioni. Secondo quanto riporta l’analisi SMARTer 2020, redatta dalla GeSI (Global e-sustainability initiative), e citato da Greenpeace nel rapporto Clicking clean. How companies are creating the green internet, la richiesta di elettricità della «nuvola» nel 2011 è stata di 684 miliardi di kilowattora. Comparandola con la richiesta delle singole nazioni nello stesso periodo, il cloud si attesta al sesto posto come maggior consumatore di energia elettrica, dopo Cina, Stati Uniti, Giappone, India e Russia.
Data center
In Italia invece i consumi dei soli server della Ibm utilizzati per l’erogazione dei servizi di IT, noti come Ibm Campus, sono stati di circa 60 milioni di chilowattora, secondo i dati forniti dalla stessa azienda nel 2013. Un data center, in media, utilizza metà dell’energia per il calcolo all’interno della piattaforma IT, il 30% nel raffreddamento, mentre il restante per l’alimentazione elettrica. Dati quest’ultimi forniti dal documento di Enea e del ministero dello Sviluppo economico Uso razionale dell’energia nei centri di calcolo del 2010. Ma ci sono anche buone notizie, come si legge dal rapporto dell’organizzazione ambientalista.
I promossi
Sono molte le aziende che hanno scelto energia rinnovabile per alimentare le proprie piattaforme, rinunciando a utilizzare elettricità proveniente da carbone, gas naturale o centrali nucleari. Una su tutte è certamente Apple, che alimenta i data center in Nord Carolina e in Nevada con energia proveniente per il 100 per cento da fonti rinnovabili, in particolare dal solare. Apple infatti risulta essere proprietaria del più grande impianto fotovoltaico privato di tutti gli Usa. Cliccando su iTunes o iCloud si è sicuri di utilizzare energia verde. Per quanto riguarda l’altra big della rete, ovvero Google, è la stessa Greenpeace a promuoverla, grazie all’impegno dimostrato con l’acquisto di energia rinnovabile per alimentare le reti in Oklahoma, Iowa e Finlandia. Dalla Silicon Valley ha investito più di 1 miliardo di dollari in quindici progetti per la produzione di energia rinnovabile, compreso uno dei più grandi impianti fotovoltaici al mondo da 2 gigawatt di energia pulita. Tra le altre, Facebook e Ibm spiccano per l’efficienza energetica. Proprio quest’ultima lavora da decenni nella gestione dei data center, sviluppando una metodologia definita dall’azienda «ecostenibile per quanto riguarda la componente fisica». Tale metodologia è basata sulla modularità, che permette di far crescere la struttura IT in modo efficiente e nel rispetto dei consumi. In pratica si abbattono i tempi di realizzazione e si raggiunge una più alta efficienza energetica.
Energia e crescita
Mentre il web continua a crescere, cresce anche la domanda di energia elettrica. E questo potrebbe rivelarsi alla lunga un’arma a doppio taglio: o la rete come formidabile esempio di green economy, o internet come uno dei più grandi sistemi energivori mai creati dall’uomo.

18 aprile 2014 | 09:53

La Boeing fissa il nuovo record 8 mila vendite per il suo 737

La Stampa
luigi grassia


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C’è l’aereo più pazzo del mondo (al cinema) e c’è quello più venduto. Il Boeing 737 appartiene alla seconda categoria. Ieri è arrivato alla consegna numero 8.000 e non era mai successo che un aereo di linea toccasse questo record. Almeno così sostiene la Boeing. «Il 737 - dice una nota - è il primo aereo commerciale della storia ad aver raggiunto questa consegna fondamentale. Il programma proseguirà nei prossimi anni grazie a 3.700 ordini».

Il Boeing 737 è in produzione dal 1967. Ovviamente in tutto questo tempo si è molto evoluto e il pezzo appena consegnato ha un’infinità di tecnologia elettronica in più, motori più efficienti eccetera. Ma di base è sempre lo stesso aereo. Dicono che i B-737 sia talmente diffuso che in ogni istante del giorno e della notte ce ne sono in volo nel mondo più di 1.200 e in media ne decolla o atterra uno ogni cinque secondi.