lunedì 14 aprile 2014

Quattrocchi, eroe scomodo e dimenticato da dieci anni"

Gian Micalessin - Lun, 14/04/2014 - 16:22

Parla Salvatore Stefio, l'ex compagno di prigionia in Irak, dove Fabrizio fu ucciso dagli insorti nel 2004: "Ignorato dalla stessa patria a cui ha dedicato gli ultimi istanti di vita"

«Ammetterlo fa molto male eppure a dieci anni dal suo assassinio l'Italia s'è dimenticata di Fabrizio Quattrocchi. Gli hanno dedicato qualche piazza, ma poi tutto è finito lì.

frass
Di Fabrizio non c'è più memoria. Nessuno sembra volerlo ricordare». Dieci anni dopo esser stato barbaramente trucidato in Irak, dieci anni dopo essersi strappato il bavaglio e aver urlato ai propri assassini “Vi mostro come muore un italiano”, Quattrocchi rischia di esser dimenticato dalla stessa patria a cui ha dedicato gli ultimi istanti della propria vita. Per il governo e le istituzioni italiane Fabrizio Quattrocchi è ormai un illustre sconosciuto. Un caduto scomodo e dimenticato. Un morto indegno d'esser ricordato. Come ricorda in quest'intervista al Giornale il suo compagno di prigionia Salvatore Stefio, oggi nessuna istituzione ricorderà Quattrocchi, assassinato il 14 aprile di dieci anni fa dopo esser caduto nelle mani di gruppo di insorti iracheni assieme a Maurizio Agliana e Umberto Cupertino e allo stesso Stefio.

«Poco fa ho chiamato Maurizio Agliana che è in contatto con la sorella di Fabrizio e gli ho chiesto se sa di qualche manifestazione ufficiale per il decimo anniversario della morte. Anche secondo lui autorità e istituzioni non hanno organizzato nulla. Fa niente, ci siamo abituati. Lo ricorderemo io, Maurizio e Umberto Cupertino riunendoci con la sorella davanti alla tomba di famiglia a Genova. Sarà una cerimonia intima e privata. Del resto il mancato ricordo rientra nel clima di questo paese. Non è neppure una novità».

Eppure Quattrocchi è medaglia d'oro al valore civile decorato da Azeglio Ciampi. «In Italia molti ci reputano solo mercenari interessati ai soldi. Penso sia un atteggiamento motivato politicamente».

La Corte d'Assise di Roma ha anche sentenziato che l'esecuzione non fu un atto di terrorismo.
«Lo so e ne sono rimasto indignato. Ancora non mi spiego come sia stato possibile pronunciare quella sentenza. Non trovo motivazioni logiche».

Cosa successe quel giorno?
«Non immaginavamo nulla. Erano passate 48 ore dalla cattura ed eravamo stati trasferiti in una seconda prigione. Eravamo seduti a terra in una stanza completamente vuota e spoglia con una finestra oscurata da una pesante tenda. Ci avevano già prelevato per interrogarci, quindi quando vennero a prenderlo non pensavamo volessero ucciderlo».

Qual è l'ultimo ricordo di Fabrizio?
«Ricordo il suo sorriso. Quando vennero a prenderlo lui si alzò e ci salutò con un sorriso. È l'ultima immagine di lui. Me la porterò dentro per sempre».

Quando capiste che era stato ucciso?
«Solo una volta libero appresi le circostanze della sua morte. Le raccontò chi fece arrivare all'intelligence le coordinate della nostra prigione. Gli altri ci avevano sempre detto di averlo rilasciato. Quando mi dissero di quell'ultima sua frase pronunciata davanti agli assassini non faticai a crederci. Una sola settimana con lui mi è bastata per capire di che pasta era fatto: generoso, pronto a sacrificarsi per quello in cui credeva».

Perché proprio lui?
«Me lo sono sempre chiesto. Lui non era stato né irruente, né provocatorio. Si comportò come tutti noi. Forse presero lui perché aveva il tesserino rilasciato dalle autorità americane mentre noi non avevamo ancora ritirato i nostri. Forse presero il primo che capitava perché avevano delle rivendicazioni politiche e volevano dimostrare di far sul serio».

Un misterioso Yussuf raccontò al «Sunday Times» di aver partecipato all'assassinio di Fabrizio. Pensa lo stiano ancora cercando?
«Durante il primo periodo della prigionia era sempre con noi. Parlava un discreto italiano e non era iracheno. Probabilmente veniva dal nord Africa e sembrava conoscere l'Italia. Abbiamo raccontato tutto ai carabinieri, ma non so se sia mai stato identificato. E non so se qualcuno lo stia cercando».

Ha mai guardato il filmato dell'uccisione?
«L'ho guardato e ho provato tanta rabbia, ma adesso è diverso. Ho deciso di trasformare quell'esperienza in qualcosa di utile. Organizzo corsi di sopravvivenza in cui insegno ad affrontare situazioni di prigionia simili a quelle provate in quei 58 giorni. È il mio modo per ricordare Fabrizio e donare un po' della sua memoria agli altri».

Si chiama "Dio", gli negano il finanziamento per l'auto

Il Messaggero


frass
Si chiama “Dio”, ma di certo non è onnipotente come il suo famoso omonimo. God Gazarov, 26enne proprietario di una gioielleria a Brooklyn, non può per esempio comprarsi una macchina. Non perché gli manchino le possibilità economiche, ma perché l’agenzia che dovrebbe garantire circa i suoi trascorsi finanziari non riconosce il suo nome.

Il ragazzo, che ha origini russe e ha ereditato il nome quanto meno ingombrante dal nonno paterno, non aveva mai avuto problemi con le altre agenzie finché non ha incrociato sul suo cammino l’agenzia Equifax, il cui sistema non riconosce la parola "God" come nome proprio. Negli Stati Uniti, le agenzie di informazioni creditizie danno un “punteggio” a chiunque debba ottenere un prestito o un finanziamento ma, secondo Equifax, il punteggio di God è nullo, ragione che gli ha impedito di ottenere il finanziamento per la macchina. Il ragazzo può invece vantare un ottimo punteggio con altre due delle maggiori agenzie i cui sistemi, evidentemente, funzionano in modo diverso. «E’ estremamente frustrante – ha dichiarato al New York Post – lavori sodo per avere un buon punteggio e poi succede questo». Un impiegato della famigerata Equifax gli avrebbe addirittura consigliato di cambiare nome per risolvere il problema. Ma God per il momento ha preferito fare causa all’agenzia.


Lunedì 14 Aprile 2014 - 15:14

Francobolli che valgono una fortuna, ecco come riconoscerli

Il Mattino
di Emanuela Vernetti


Annotate questa data: il 6 maggio 1940 nasce ufficialmente il francobollo. La Gran Bretagna è il suo Paese d’origine e la regina Vittoria è la sua madrina. Si tratta del famoso “penny black”.

frassIl francobollo piccolo, nero e del valore di un penny ha fatto poi scuola, infatti, successivamente ogni Stato ha emesso francobolli diversi a seconda della distanza e del valore, trasformando quei piccoli pezzetti di carta in un “preistorico internet”, capace di rivoluzionare il modo di comunicare. «Per quanto riguarda il settore filatelico- spiega il dott. Gianluca Coppola- ci si riferisce a un campo storico più ristretto e quindi meno soggetto alla speculazione, come invece accade nel settore numismatico».

I francobolli più antichi sono quelli senza la tipica dentellatura ai margini. « In origine i primi francobolli venivano ritagliati a colpi di forbici dai fogli e l’operazione di ritaglio, per la precisione che richiedeva e la tempistica, era molto complessa. Così trovare un francobollo dal taglio netto e preciso è di certo un piccolo tesoro per il collezionista». Ma anche i francobolli più recenti possono valere una piccola fortuna: ad esempio il “Gronchi rosa” che riproduceva una cartina geografica sbagliata risale al 1961

Perciò anche nel settore filatelico bisogna andare a caccia dell’errore: un colore diverso può determinare la rarità di un pezzo anche di decine di migliaia di euro. Ma anche lo stato di conservazione gioca un ruolo rilevante: la dentellatura deve essere perfetta, l’immagine non deve essere deturpata e nel caso del francobollo timbrato, l’annullo non deve essere deturpante. E per i collezionisti più appassionati e costanti ci sono anche le serie tematiche.«Dal 1910 il francobollo ha avuto anche una funzione commemorativa, per ricordare una speciale data o un evento. A tal fine si riunisce, con una certa frequenza, la consulta filatelica che decide l’emissione di un francobollo che commemori un determinato evento».

Si tratta di una branca del collezionismo molto variegata: esistono le serie dei mezzi di trasporto, dei castelli, dei presidenti. «Per le serie tematiche ci vuole più pazienza. Il loro valore è meno importante ma una tematica portata avanti con le varietà di tutto il mondo può essere certamente valutata molto positivamente».

Francobolli rari, ecco i segreti dell'esperto




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lunedì 14 aprile 2014 - 16:05   Ultimo agg.: 17:09

Pensionato denunciato per furto, i lettori del Mattino: «Paghiamo noi»

Il Mattino

frass
Il caso del pensionato denunciato ad Acerra, per il furto di due salami e di cioccolata da regalare ai nipotini per Pasqua, solleva un caso sul web. Di fronte alla notizia che nessuno dei clienti del market si è offerto di pagare la merce rubata, i lettori del Mattino hanno fatto arrivare la loro solidarietà, offrendosi di pagare lo scontrino al supermercato. Un nobile gesto. Che purtroppo sarà inutile. Nonostante la merce sia stata restituita, infatti, la denuncia è partita d'ufficio e non è possibile ritirarla. Così pagare la merce non avrebbe nessun effetto.


lunedì 14 aprile 2014 - 14:44   Ultimo agg.: 14:57

Concorso esterno in persecuzione

Vittorio Feltri - Lun, 14/04/2014 - 15:14

Ma come si fa a dare torto a Dell'Utri se da quattro lustri vive nell'angoscia, sbatacchiato da un tribunale all'altro e con la prospettiva del gabbio?

Quella che sto per scrivere non è una difesa tecnica di Marcello Dell'Utri, le cui vicende - alla grossa - sono note. Domani sarà giudicato dalla Cassazione. Su di lui incombe una condanna a 7 anni di prigione che, se fosse confermata dalla Corte suprema, dovrebbe essere scontata dietro le sbarre, presumo, e non ai servizi sociali.


frass
Il processo in questione non si può dire che sia stato veloce: cominciò nel 1994. Vent'anni per giudicare un uomo? Viene da pensare che sulla sua effettiva colpevolezza non vi fossero né vi siano molte certezze. Ma questo non stupisce nessuno: in Italia usa così. Andiamo oltre. Con l'avvicinarsi del giorno decisivo, martedì 15 aprile, l'imputato - sul quale pesa l'aggravante di essere stato cofondatore di Forza Italia - se n'è andato a Beirut. Lui dice per motivi di salute. Difficile credergli. Il sospetto che non abbia nessuna voglia di finire in galera mi sembra più credibile. Ma come si fa a dare torto a Dell'Utri se da quattro lustri vive nell'angoscia, sbatacchiato da un tribunale all'altro e con la prospettiva del gabbio?

Sulla sua persona tira un'aria cattiva, che è poi la stessa aria fetida che si respira intorno a Forza Italia da quando Silvio Berlusconi è stato incastrato. Altra storia inquietante, quella del Cavaliere. Costui è probabilmente l'unico riccone condannato per frode fiscale pur essendo - in un Paese detentore del record mondiale dell'evasione fiscale - fra i primi contribuenti. Un bel mistero. Pensare che Gianni Agnelli, il compatriota più ammirato, lodato, invidiato e imitato, benché denunciato dalla figlia («papà portò all'estero un pacco di milioni»), è deceduto nel suo letto, mai sfiorato dagli artigli giudiziari.

Rallegramenti postumi. Ma torniamo a Marcello mica tanto bello. Parecchia gente esulta perché è stato beccato in un hotel - definito «di lusso» dai media con una punta di compiacimento - e, quindi, non la farà franca. Mah. Ho la sensazione che, invece, egli non sarà costretto a rientrare qui scortato dagli agenti. È vero che esiste l'istituto dell'estradizione, per cui il Libano, su richiesta di Roma, sarebbe teoricamente tenuto a restituirci Dell'Utri qualora la sentenza della Cassazione fosse di condanna.

Ma è altrettanto vero che il patto bilaterale sottoscritto dalle due nazioni risale ai primi anni Settanta, quando il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non figurava nel nostro codice. Trattandosi di crimine vago e indefinibile, fra l'altro, è improbabile che le autorità di Beirut lo riconoscano valido ai fini della stessa estradizione. D'altronde, perfino i libanesi, che non sono maestri di diritto, si renderanno conto che il concorso esterno è qualcosa di astratto per non dire assurdo. O sei mafioso o non lo sei.

Non si sono mai visti - per esemplificare - un rapinatore che non ha mai rapinato, un ladro che non ha rubato, un fumatore cui fanno schifo le sigarette, un alcolizzato astemio. Dato che l'Italia è la culla del diritto e del rovescio, si è inventata, viceversa, il concorso esterno nelle attività mafiose. Che cosa significa esterno? Altro paragone: può esserci una donna che aspetta un bambino, ma non è incinta e non ha avuto rapporti intimi con un maschio? Sono persuaso che ragionamenti di questo tipo non stiano in piedi e non siano accettati neppure in Medioriente, dove pure ne accadono di tutti i colori.

Cosicché scommetterei che Dell'Utri trascorrerà il resto della vita - che gli auguro lunga e meno tribolata di quella che gli è toccata nell'ultimo ventennio - in Libano, altrimenti si sarebbe guardato bene dal recarvisi. Di Marcello è lecito dire di tutto tranne che sia scemo e imprudente. Sa quello che fa. E anche nella presente circostanza si sarà mosso con ogni cautela ovvero senza calpestare una buccia di banana o di cedro. Ora, sono consapevole che il dovere di un cittadino è quello di non eludere i rigori della giustizia: chi è condannato, o è sul punto di esserlo, è tenuto a starsene lì fermo e pronto a qualsiasi punizione.

Ma è pure noto che un uomo in procinto di subire un'onta è spinto da un insopprimibile impulso a salvarsi e, pertanto, a tagliare la corda. Dell'Utri l'ha tagliata e mi stupisco - pur ammirandolo - che Berlusconi a suo tempo non abbia fatto lo stesso, posto che il suo destino era segnato. Non sono in grado di affermare che Marcello sia mio amico. Lo conosco. Negli anni Novanta lo incontrai alcune volte. Non interferiva minimamente nella conduzione del Giornale che dirigevo. Non osò mai chiedermi un favore di tipo giornalistico: appoggia questo o vai contro quello. Nell'eventualità lo avrei mandato al diavolo.

Però ogni 15 giorni organizzava un pranzo «pubblicitario», per così dire, ossia finalizzato a mettere attorno al tavolo di un ristorante una decina di imprenditori, ai quali poi chiedere di diventare inserzionisti del mio (della famiglia Berlusconi) quotidiano. Mi sentivo costretto a partecipare a quei convivi. Al termine di ogni pasto, intrattenevo i commensali danarosi allo scopo d'indurli a sganciare. Esaurito il mio pistolotto, arrivava un funzionario, tale Bolis, che col cappello in mano faceva la questua. Ero imbarazzato. Mi risulta che l'incaricato di raccogliere denaro non raccattasse manco una lira.

Questo racconto l'ho fatto in tribunale, quale testimone, in uno dei tanti processi con imputato Dell'Utri. Roba da matti. Il giudice presidente, udendo le mie parole, non riusciva a reprimere qualche risatina. Anni più tardi, con Marcello e Daniela Santanchè fui sul punto di acquistare una società di calcio, il Como, che era ed è in serie C. La trattativa andò avanti ma non approdò a nulla di concreto. Per fortuna. Altrimenti avrebbero accusato anche me di concorso esterno in associazione mafiosa. Caro amico siciliano, visto che sei nato a Palermo, ti auguro di morire a Beirut, fra cent'anni.

Laura difende la scorta alla figlia: "Non è un privilegio, è una prigione"

Libero


Laura Boldrini non ci sta ad essere messa sotto accusa per gli agenti che seguono a vista la figlia. La scorta, per lei, non è un privilegio. Anzi, è una prigione. In una intervista a Repubblica si dice offesa delle tante polemiche che ha suscitato la notizia di un casting per la scelta delle guardie del corpo rivelato dall'Espresso.
autostrada
"Questa polemica è offensiva", tuona, "non si sa se più per la polizia o per me e la mia famiglia. Non è un privilegio avere la scorta, è un enorme sacrificio e una fortissima limitazione della libertà, farci dell’ironia sopra è inaccettabile. L’esigenza nasce da una serie di messaggi agghiaccianti, dall’acido in faccia ad esplicite minacce di morte". E sui poliziotti carini, giustificati dall'Espresso per non dare troppo nell'occhio, risponde piccata: "Ma come può venire in mente una cosa del genere? È un chiaro tentativo di delegittimare la mia persona e il rischio stesso. È una polemica montata ad arte che mette ancora di più in pericolo me e la mia famiglia". E infine lo sfogo: "Dopo un anno di vita sotto scorta posso dire che mi sento in libertà vigilata. Altro che privilegio".

Ecco i trenta giudici con lo stipendio milionario che Renzi non taglia

Libero

autostrada
Ci sono almeno trenta "intoccabili" ai quali Matteo Renzi non può tagliare lo stipendio pur volendo. Il loro stipendio supera di gran lunga il tetto fissato dal premier per i manager dello Stato, cioè i 238 mila euro del presidente della Repubblica, ma la spending review su loro non può essere usata. Si tratta degli alti magistrati e dei giudici contabili e amministrativi. Toccare i loro stipendi, spiega la Stampa, significherebbe violare la Costituzione.

Chi sono? Il più pagato di tutti, scrive Paolo Baroni, è
 
Gaetano Silvestri, primo magistrato di Cassazione che si mette in tasca qualcosa come 1.490 euro al giorno che in un anno fanno 545.900 euro che arriveranno a 560 mila quest'anno.

A ruota lo segue il segretario generale della Camera Ugo Zampetti che con i suoi 1309 euro al giorno prende l'esatto doppio di quanto Renzi avrebbe fissato come soglia.

Al terzo posto, ex equo con altri 14 giudici della Corte Costituzionale che guadagnano 454 mila euro l'anno, ovvero 1243 euro al giorno.

A seguire c'è Elisabetta Serafin, segretaria generale del Senato, che viaggia sui 427mila euro, ci sono i vice di Zampetti,

Aurelio Speziale e Guido Letta (entrambi a quota 358mila euro), ci sono otto funzionari di Montecitorio a 300 mila euro,

altri sette a 375 mila e no oltre i 400 mila.



Chiudiamo l'Italia, comandano i giudici

Libero
11 aprile 2014



Tempo fa proposi provocatoriamente di chiudere Montecitorio, Palazzo Madama e perfino Palazzo Chigi, delegando tutto il potere - legislativo ed esecutivo - al Quirinale. In tempi di spending review forse si può fare qualche cosa di meglio e cioè chiudere anche la presidenza della Repubblica. Tirando giù le serrande di parlamento, governo e anche dell'edificio che ospita il capo dello stato risparmieremmo circa 2,5 miliardi di euro l'anno, più o meno ciò che Renzi recupera da Iva e banche, con la differenza che il taglio non sarebbe una tantum, ma definitivo. Pensate un po': non esisterebbe più neppure il parametro dei 239 mila euro cui fermarsi per limare gli stipendi dei manager pubblici ( a proposito, ma a 88 anni Napolitano ha ancora bisogno di un simile appannaggio? Non potrebbe fare il beau geste di rinunciarvi, accontentandosi della pensione? ) e dunque i boiardi potrebbero essere pagati ancor meno e gli italiani si risparmierebbero un sacco di complicazioni burocratiche che i Palazzi del potere partoriscono ogni giorno.

Proposta provocatoria? Mica tanto. Del resto a che serve il baraccone istituzionale che ci teniamo da oltre sessant'anni? In fondo ormai in questo paese decidono tutto i giudici, dunque meglio cambiare la Costituzione e stabilire che la Repubblica è fondata non sul lavoro ma sulla magistratura, ordinaria, amministrativa e perfino speciale. Esagerazioni? Macché: nei fatti è già così. Prendete ciò che è successo in questi giorni, a cominciare dalla vicenda che riguarda Silvio Berlusconi. Il destino di una forza politica che è stata fino a ieri maggioranza nel Paese e ad oggi è un elemento determinante della vita politica e del processo di riforme della Repubblica è in mano alle toghe. Tocca a loro decidere per il pollice verso, ovvero per il divieto al Cavaliere (ex) di fare politica. Loro, non gli elettori saranno determinanti nella decisione che riguarderà l'uomo politico che ha guidato l'Italia per anni.

E, sempre loro, stabiliranno se gli italiani potranno sentire il loro leader o vederlo impegnato nella prossima campagna elettorale. Si dirà, Berlusconi è stato condannato e la giustizia fa il suo corso. Vero, ma chissà perché quando si tratta del leader del centrodestra è un corso che viene percorso in fretta, tanto in fretta che perfino il direttore del Fatto quotidiano ha suggerito di rallentare, rinviando ogni decisione a dopo le elezioni europee. Ma tant'è. Il Cavaliere ha quasi settantotto anni, è un pericoloso criminale e non si può lasciare a piede libero, pena il rischio che reiteri il reato e rivinca le elezioni.

Ma non è tutto. A conferma che la nostra è una Repubblica giudiziaria ci sono altri fatti. Il primo è quello che riguarda la decisione della Corte costituzionale sulla fecondazione eterologa. Siccome il Parlamento in passato aveva approvato una legislazione restrittiva, ci hanno pensato i supremi giudici a renderla più ampia. Via i divieti e fecondazione assistita per tutti. Chi se ne importa delle decisioni dei rappresentanti del popolo, quelli che contano sono i rappresentanti della Consulta, i quali ormai si sono sostituiti al Parlamento, bocciando e modificando tutto ciò che non gli garba.

A ciò si aggiunge che le toghe, massime o minime non fa differenza, non modificano soltanto le norme che riguardano principi etici come il dono della vita e la possibilità di procreare secondo natura, ma mettono mano anche altrove, ad esempio su coppie di fatto e matrimoni gay. Camera e Senato si attardano e non approvano la legge che consente la regolarizzazione delle unioni omosessuali (per altro provvedimento che dovrebbe essere preso al più presto, proprio per evitare che la giustizia faccia da sè)? Niente paura, ci pensa il giudice, che ordina al comune di registrare le nozze fra due uomini celebrate all'estero. La legislazione italiana non lo consente?

Fa nulla, il giudice dispone l'ordinanza e se il comune si opporrà a decidere sarà la Corte costituzionale, cioè quelli della fecondazione eterologa e il Parlamento si adeguerà. Altra dimostrazione? La faccenda Emirates che raccontiamo oggi su Libero. La compagnia araba decide di scommettere sull'Italia e di inaugurare un volo Roma-New York, ma alla concorrenza non piace, così - in barba agli inviti agli stranieri a venire a investire nel nostro paese - interviene il Tar, che sospende il volo e lascia a terra gli aerei di Dubai. E poi dicono non sia vero che la giustizia tarpa le ali all'Italia. All'Alitalia no, ma alla Emirates si.

Potremmo continuare per pagine e pagine a raccontarvi di sentenze che scavalcano le leggi e cambiano le carte in tavola: dall’eutanasia (vedi caso Eluana) ai rapporti tra famigliari. Ma ci siamo capiti. Dunque, visto che comandano i giudici e che decidono loro sia in materia di leggi, che di politica e concorrenza, meglio darci un taglio. Resteremo sempre sudditi, ma almeno avremo la consolazione di risparmiare due miliardi e mezzo. Giudicate voi se è poco.

di Maurizio Belpietro
maurizio.belpietro@liberoquotidiano.it
@BelpietroTweet

Bestemmia contro un camion in panne: multato di 186 euro

Il Mattino
di Marco Corazza

Inutile la giustificazione che l'epiteto era "sfuggito" perché avrebbe sbattuto il polso sulla leva del cambio.



autostrada
PORTOGRUARO (VENEZIA) - La coda in autostrada per quel camion in panne non devono averla digerita, tanto che al superamento dell'ostacolo non hanno esitato ad abbassare il finestrino e ad imprecare. Un comportamento che non è piaciuto agli agenti della Polizia stradale che hanno inseguito l'auto e multato il gruppo. Tutto è accaduto qualche giorno fa, nel tratto della A4 compreso tra gli svincoli di Portogruaro e Latisana. Proprio sul confine regionale un mezzo pesante era rimasto in panne, con tanto di coda inevitabile visto che non esiste corsia di emergenza. Così, tra l'intervento del soccorso stradale e la rimozione del mezzo, sono passati minuti importanti per la viabilità. In coda si sono trovate anche due auto di un gruppo di otto amici modenesi e ferraresi, che stavano andando in Austria.

Quando sono passati davanti al camion bloccato qualcuno di loro ha abbassato il finestrino pronunciando ad alta voce una bestemmia. Immediato l'inseguimento degli agenti che hanno multato il conducente di 102 euro per l'articolo 724 del Codice penale per "bestemmia e manifestazioni oltraggiose". L'uomo è stato sanzionato per altri 56 euro perchè i conducenti sui sedili posteriori non avevano allacciato le cinture, e 28 euro perchè, pur avendo assicurato l'auto, non era provvisto dei tagliando. Totale, 186 euro. Inutile il tentativo di spiegare ai poliziotti che l'epiteto era "sfuggito" ad uno del gruppo che avrebbe sbattuto il polso ingessato sulla leva del cambio.

La vicenda ci era stata raccontata qualche giorno fa, dalla lettera dello stesso multato.
domenica 13 aprile 2014 - 20:47



«Multati sull'A23 per una bestemmia pensavo fossimo uno Stato laico»

Il Gazzettino.it


Multa per la bestemmia

Buongiorno,

Mi chiamo Flavio Rivara, desidero informarvi di un increscioso episodio avvenuto giovedì sulla A23 all'altezza del ponte sul Tagliamento, presso Udine, e vede coinvolta la stradale di Udine, la quale quel pomeriggio ha multato una delle nostre auto (eravamo un gruppo di 8 persone, amici modenesi e ferraresi, in direzione Austria, su due auto) perché, esasperato dalla coda, uno di noi ha bestemmiato dall'auto che, per il caldo, aveva il finestrino abbassato. La stradale ha sentito e ha multato il ragazzo per 102 euro, adducendo come motivazione che "bestemmiava ad alta voce contro le divinità ovvero i simboli religiosi dello Stato".

Ora: tralasciando il discorso sull'eventuale inopportunità della bestemmia (vorrei vedere voi, in coda...), io credevo di vivere in uno STATO LAICO, non in uno Stato confessionale. "Divinità religiose dello Stato"? Ma non si vergognano alla Stradale di Udine, o forse solamente non sanno che l'Italia non è uno Stato confessionale? O magari Udine è in territorio vaticano? O sono solo poliziotti che ignorano la semantica e cercano qualunque pretesto per raggranellare denaro ai danni delle persone? Vi giro la foto della multa. Facessero le multe a chi compie reati stradali, non a chi smadonna. Anatema al bigottismo di Stato. Collerici saluti

Flavio Rivara
Venerdì 4 Aprile 2014

I cinque prodotti tossici per la casa che possono essere cancerogeni

Il Mattino


autostrada
ROMA - Alleati quotidiani in casa, oggetti di uso comune eppure insospettabili pericoli per la salute. Nel lungo periodo, infatti, candele, fogli per asciugatrice, salviette per neonati, pennarelli e tappeti possono avere effetti indesiderati per la salute.

Le candele, bruciando, producono particelle di carbonio che possono causare problemi respiratori.

I fogli per asciugatrice emettono particelle nocive che possono trasferirsi agli abiti e di lì alla pelle. Queste molecole, tra l'altro, sono sconosciute poiché protette da "segreto di mercato", ma potrebbero contenere sostanza cancerogene come l'acetalteide e il benzene.

Le salviette per neonati, utilizzate anche per molti altri scopi in casa, contengono un composto di nome bronopol che a sua volta rilascia piccole quantità di formaleide, un composto organico che può irritare gli occhi, la gola e provocare mal di testa o vertigini e che è stato classificato come possibile sostanza cancerogena dall'Environmental Protection Agency.

Alcuni tipi di pennarelli potrebbero contenere sostanza chimiche come lo xilene, un composto che si trova nel catrame e che può irritare occhi, gola e naso e causare mal di testa, vertigini.

I tappeti nuovi possono emanare composti nocivi come bromo, benzene, formaleide, etilbenzene, acetone, sostanze che possono portare ad allergie, sonnolenza, irritazione agli occhi, e così via.

domenica 13 aprile 2014 - 20:05   Ultimo agg.: 20:13

Quella 'ndrangheta "rossa" che non fa notizia

Paolo Bracalini - Lun, 14/04/2014 - 07:50

Due sindaci e un consigliere Dem nei guai a Lecco: appalti pilotati dai clan

E Saviano, cosa dice? Niente, silenzio assoluto finora dal massimo esperto di infiltrazioni criminali e politica, guru che denunciò «la 'ndrangheta che al Nord interloquisce con la Lega».


ddee
Eppure da giorni c'è un'inchiesta sulla 'ndrangheta che al Nord interloquisce col Pd, fascicolo aperto da un pool di primissimo piano della Direzione distrettuale antimafia presso il Tribunale di Milano, coordinato dal procuratore Ilda Boccassini. Un sindaco Pd e un consigliere comunale eletto col Pd di Lecco agli arresti, in carcere ad Opera, un altro sindaco Pd, Virginio Brivio, primo cittadino di Lecco e storico esponente Pd (membro dell'Assemblea nazionale Pd con Renzi), sospettato dai pm di essere il «mediatore» tra clan e appalti pubblici, presto sentito dai giudici come persona informata dei fatti (al momento non indagato) e già sotto il fuoco delle richieste di dimissioni. Altre otto persone arrestate nell'inchiesta «Metastasi», trentamila pagine di atti, centinaia di intercettazioni ambientali e telefoniche, un terremoto nel Pd da queste parti. Da giorni l'indagine della Dda occupa le prime pagine dei giornali locali, ma fuori si infrange su un muro (se fossero stati sindaci di centrodestra?). Lo ha notato anche la Gazzetta di Lecco nell'ultimo editoriale: «Quel silenzio assordante sull'inchiesta Metastasi»...

Tra gli arrestati c'è Mario Coco Trovato, fratello del boss Franco Coco Trovato (in carcere da 22 anni), uno dei clan più forti in Lombardia, da decenni padrone nel lecchese. Al centro dell'inchiesta un appalto per accaparrarsi l'area comunale affacciata sul lago di Como, all'altezza di Valmadrera. Una gara pilotata, secondo i pm, dai clan, con l'appoggio dei politici amici. Sul sindaco della piccola cittadina «su quel ramo del lago di Como», Marco Rusconi, pesa l'accusa di turbativa d'asta e corruzione aggravata, mentre il consigliere comunale di Lecco, Ernesto Palermo, è accusato - si legge nell'ordinanza di custodia cautelare - di essere stato «sotto le direttive» del clan Trovato, per il quale si sarebbe occupato, «dei rapporti con esponenti politici e pubbliche amministrazioni comunali». Sarebbe stato proprio grazie al consigliere eletto col Pd che il Piano regolatore cittadino è stato modificato per venire incontro agli appetiti della cosca 'ndranghetista.

Il sindaco di Lecco, il piddino Brivio (che nel 2010 la spuntò per pochi voti contro il leghista Roberto Castelli, che adesso dice: «Se dietro ci fosse la 'ndrangheta, aver perso è una medaglia d'onore ...), invece dovrà chiarire ai magistrati la natura del suo «intervento» nell'appalto: «Finalmente potrò chiarire la mia posizione, sono una persona per bene, non bastano questi attacchi a fermare il nostro lavoro». Di episodi e conversazioni intercettate da chiarire ce ne sono parecchie, riportate nell'ordinanza della Procura. In una intercettazione ambientale a bordo di una Mercedes, il fratello del boss Trovato insieme ad un imprenditore e al consigliere comunale Palermo, parlano dell'appalto. Annotano i pm: «Palermo riferisce del contenuto di un colloquio diretto avuto dallo stesso con il sindaco di Lecco Brivio Virginio nel corso del quale ha prospettato a quest'ultimo sistematiche azioni violente (...) nel caso che l'affare non fosse andato a buon fine. (...)

Il sindaco di Lecco Brivio Virginio aveva esplicitamente domandato (al consigliere Palermo, ndr) se dietro la vicenda dell'appalto di Valmadrera vi fosse la famiglia Coco-Trovato («...Lui mi ha detto “Ma dimmi una cosa... ma c'è Coco dietro queste cose”?»). Concludono i magistrati nell'ordinanza: «Appare allarmante, anche se allo stato privo di rilievo penale, il comportamento del sindaco di Lecco Brivio Virginio. Questi, senza avere dirette competenze istituzionali e ben consapevole dei collegamenti mafiosi prospettati a carico dei privati coinvolti (...) cerca di raggiungere con la sua mediazione un compromesso economico tra i primi e il Comune di Valmadrera». Circostanze che il sindaco chiarirà di persona ai magistrati milanesi. Intanto, il Pd a Lecco è nel caos. In attesa di un editoriale di Saviano.