giovedì 10 aprile 2014

Tomato Air Force»: i droni contadini per i pomodori

Corriere della sera

di Laura Guardini

Foto aeree per scegliere dove irrigare. Un sito permette di «vedere» il campo da cui proviene la materia prima


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CREMONA - Dopo due anni di sperimentazione, martedì 15 aprile decolleranno per le loro prime vere missioni. Sono i droni di campagna, armati di fotocamere e capaci di volare fino a 150 metri di quota per indicare esattamente dove e quanto irrigare e concimare: già in volo su vigneti e frutteti, dalla prossima settimana saranno in ricognizione sugli oltre 4 mila ettari dove - tra le province di Cremona, Mantova e Piacenza - si coltiva il tondo da industria, il pomodoro del primato nazionale che da diversi anni ha sorpassato il San Marzano, prodotto al Sud, e confermato l’Italia ai primi posti per la produzione e la trasformazione dell’oro rosso in passate, conserve e condimenti già pronti.
Tomato Air Force
Taf, ovvero Tomato Air Force, l’hanno chiamata alla Coldiretti: «Una tecnologia che assicura insieme la sostenibilità delle colture e la qualità del prodotto», dice il presidente cremonese Paolo Voltini, che guida anche il Consorzio del Casalasco, formato da 300 coltivatori. Appena conclusa la fase di trapianto, dunque, i droni entreranno in azione rilevando «le disomogeneità del suolo in termini di sviluppo vegetativo delle colture e di dotazioni idriche e nutritive». In base a questi dati, poi, saranno compilate le «mappe di prescrizione» che indicheranno con precisione le impostazioni da dare a irrigatori e spandiconcime (dotati di Gps e di centraline di controllo delle quantità erogate). In questa maniera sarà possibile «ripartire in ogni area dell’appezzamento la corretta quantità di acqua e sostanza nutritive»: in altre parole, coltivazione migliore e nessuno spreco. «Guardiamo al futuro, ma tenendo ben strette le nostre tradizioni e offrendo sempre la massima garanzia su origine e qualità dei prodotti».
Vedi la foto dal cielo del tuo pomodoro
Per questo c’è anche un altro sistema di controllo disponibile su ogni confezione di Pomì, la passata «firmata» Casalasco che ha compiuto i trent’anni nel 2012: al sito Pomitrace basta inserire il numero di lotto oltre alla data e all’orario di lavorazione (si trovano sull’etichetta di ogni confezione) per vedere la foto satellitare del campo dal quale arriva il pomodoro usato per quella passata.
Il Consorzio del Casalasco
Con i suoi 200 milioni di fatturato e i quattro stabilimenti dove oltre 600 dipendenti lavorano a 40 linee di produzioni, il Consorzio del Casalasco sfida anche i tempi di difficoltà: quelle economiche e quelle legate al cambio del clima e delle stagioni (la fredda primavera del 2013 ha fatto precipitare la produzione dell’anno scorso). E poi c’è la concorrenza: ora la Cina preoccupa meno di qualche anno fa, ma California e Spagna avanzano. Il segreto fra Cremona, Mantova e Piacenza? «Abbiamo diversificato. Non solo passate e pelati, ma anche sughi pronti e condimenti: sugli scaffali dei supermercati mandiamo 1.600 prodotti diversi».

10 aprile 2014 | 10:37

La tv di Lilli Gruber in dieci domande

Corriere della sera

di Aldo Grasso
 

Pubblico, ospiti e boccucce: che cosa dobbiamo chiederci quando guardiamo «8 e mezzo»


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Le dieci domande che dobbiamo porci mentre guardiamo «8 e mezzo» di Lilli Gruber (si fa per scherzare, ognuno è libero di rispondere come vuole, magari su «TeleVisioni» il forum di corriere.it).

1) Lilli ha un’ideologia? Certamente, come tutti. Diciamo che il suo è un sinistrismo ben temperato dall’Auditel.

2) Come sceglie gli argomenti? Legge i giornali, ascolta la redazione. Il più delle volte, a caso. Molto dipende dagli ospiti che si trovano, forse anche dagli agenti delle starlet tv.

3) E come gestisce gli ospiti? A seconda delle sue preferenze, politiche e personali. Con alcuni è più «duretta», con altri più morbida, scopertamente.

4) A proposito di domande, perché alcune sono lunghe, verbose e altre stringate? La durata della domanda è la cartina di tornasole dei conduttori. Quando la domanda è lunga significa che vogliono imporre il proprio punto di vista, quando è concisa significa che assecondano l’interlocutore.

5) Perché Lilli interrompe spesso i suoi ospiti, specie quelli che sono in collegamento? Risposta di tipo tecnico. L’interruzione serve per mantenere alto il ritmo della trasmissione e un buon conduttore è anche un metronomo. Risposta di tipo politico. Si interrompono le persone che la pensano diversamente da noi. Non dalle domande ma dalle interruzioni si svela l’ideologia del programma.

6) Perché a metà programma c’è «Il punto di Paolo Pagliaro»? Perché è un suo amico, perché Lilli vuol far vedere che ha studiato e si è preparata.

7) Perché ci sono sempre alcuni interlocutori fissi? In pubblico, tutti abbiamo bisogno di una spalla.

8) Perché invita anche blogger sconosciuti? Per far dire loro le cose più sgradevoli.

9) Perché Lilli fa le boccucce? È una civetteria.

10) Perché presenta anche libri? È una dolce paraguru, come tanti altri conduttori.
10 aprile 2014 | 08:58

Violentata mentre rincasa L’Inail riconosce l’infortunio sul lavoro

Corriere della sera
di Paola D'Amico


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Stuprata mentre usciva dal lavoro, una sera d’inverno di un anno fa, ad una donna straniera appena quarantenne è stato riconosciuto dall’Inail non solo l’infortunio “in itinere”, equiparando la violenza in tutto ad un incidente sul lavoro, ma anche il danno biologico con un risarcimento di 10 mila euro.
La vittima di violenza era una lavoratrice addetta alle pulizie in una palestra milanese. Fu aggredita e stuprata da uno sconosciuto, mentre lasciato il luogo di lavoro stava rientrando nella propria abitazione. La cronaca racconta di un episodio brutale: la donna fu seguita dal Centro antiviolenze della Mangiagalli e, poi, dal Centro donna della Camera del Lavoro e dal patronato Inca che è riuscito a far riconoscere all’Inail l’infortunio “in itinere”, limitandosi però ad indennizzare le giornate di assenza giustificata dal lavoro e non riconoscendo l’esistenza di un danno permanente.

La donna rimase pesantemente scossa dalla violenza, tanto che immediatamente il medico curante l’aveva indirizzata ad un Cps (Centro psicosociale) per curare le crisi di panico e lo stato di depressione.
Mentre gli avvocati del patronato faticavano non poco a convincere il datore di lavoro che la signora avrebbe dovuto cambiare orario di lavoro, il medico del patronato ha deciso di fare ricorso, chiedere la revisione del procedimento e il riconoscimento di un danno biologico all’Inail. Non solo ha raggiunto l’obiettivo ma l’Inail ha anche erogato un indennizzo. È la prima volta che viene riconosciuto il danno biologico in caso di stupro in itinere, riconosciuto come infortunio, non solo per il danno all’integrità fisica ma, soprattutto, per le conseguenze di carattere psico-emotivo. Laura Chiappani, responsabile dell’area tutela danni da lavoro dell’Inca Cgil di Milano, sottolinea «l’importanza del lavoro in rete a favore delle donne, come si è concretizzato in questo caso».
E Fabio Roia, presidente di sezione del Tribunale di Milano, commenta: «Può essere un precedente molto interessante, normalmente liquidiamo solo il danno derivante dal reato ma non la sofferenza che ne deriva, la menomazione della persona, perché non viene provata. Se tutte le istituzioni lavorassero con questa sensibilità e questo metodo faremmo molti passi avanti nel contrasto della violenza di genere».

Google lancia in Italia Google Play Edicola

La Stampa


Migliaia le fonti disponibili, tra cui circa 50 periodici italiani a pagamento. Tra i partner Class, Condé Nast, Editrice Universo, Gruppo Espresso, Hearst Magazines Italia, La Stampa, Il Sole 24 Ore, Mondadori e RCS MediaGroup Google annuncia oggi Play Edicola, una nuova categoria de Google Play Store e una app per smartphone e tablet Android che consente di fruire delle fonti di notizie preferite in un’unica esperienza, che si tratti di quotidiani, periodici o blog. Attraverso Edicola l’utente può attivare un abbonamento, gratuito o a pagamento, a riviste, blog e giornali e Google li ottimizza perché possano essere letti da tablet o mobile.

Per citare solo alcune delle testate che sarà possibile acquistare in Play Edicola, in copia singola o con abbonamento, ricordiamo i quotidiani La Stampa e Il Sole 24 Ore, periodici di informazione come L’Espresso e Panorama, numerose riviste femminili tra cui Amica, Cosmopolitan, Donna Moderna, Elle, Grazia e Vanity Fair, periodici per le famiglie quali Gente e Famiglia Cristiana, Automobilismo e AlVolante per gli appassionati di auto, Dove e National Geographic per chi ama i viaggi e la natura e ancora Class, Focus, ma anche Starbene, Sale&Pepe, Cose di Casa, Style e tanti altri.

Tra le molte fonti che offrono un’edizione gratuita ricordiamo, inoltre, Corriere dello Sport, Il Giornale, Italia Oggi, Milano Finanza, Quotidiano.net, Il Secolo XIX e Tuttosport. Con un semplice tocco, è possibile leggere direttamente dalla app Play Edicola articoli approfonditi, con bellissime immagini, audio e video. Inoltre, è possibile accedere agli articoli anche in modalità offline o inserire un segnalibro per leggerli successivamente.

La app Play Edicola per smartphone e tablet Android si scarica gratuitamente da Google Play Store.
“Siamo particolarmente orgogliosi che l’Italia sia il primo paese, dopo quelli di lingua inglese, a mettere a disposizione degli editori le funzioni più avanzate di Google Play”, ha dichiarato Luca Forlin, Head of International Partnerships per Google Play Newsstand. “Google Play Edicola va ad arricchire le aree di collaborazione tra Google e gli editori e offre agli utenti una soluzione davvero semplice e comoda per fruire dei contenuti di qualità che preferiscono.”

“Play Edicola completa i canali di distribuzione digitali di Class Editori e consente ai nostri lettori, a partire da quelli di Class e Capital, di utilizzare l’ampio ecosistema di tablet e dispositivi mobili basati sulla piattaforme Android di Google per avere sempre disponibili online i magazine preferiti”, ha dichiarato Paolo Panerai, Amministratore Delegato del Gruppo Class Editori. “Siamo lieti di portare Vanity Fair sulla nuova Play Edicola che siamo certi sarà un nuovo importante propulsore nell’ampliamento dei nostri lettori digitali, che sempre di più cercano esperienza di fruizione multidevice”, ha dichiarato Marco Formento, Vice President Digital Condé Nast.

“E’ con grande piacere che annunciamo una partnership che unisce due nomi globali e rappresenta un’evoluzione nei modelli di distribuzione con l’arrivo delle testate di Hearst Magazines Italia sulla piattaforma di Google Play Edicola, oltre che su Google Play. Si potranno acquistare e leggere su questa piattaforma Elle, Elle Decor, Hearst Home, Marie Claire, Marie Claire Maison, Gente, GIOIA! e Cosmopolitan. I lettori che acquistano i nostri periodici pretendono tanto sulla carta che sul web, contenuti che rispondano ai loro bisogni e soddisfino la loro ricerca di informazioni, di qualità e bellezza. Il nostro compito è fornire una scelta tra strumenti che siano compatibili e crediamo di aver trovato in Google uno dei partner con cui soddisfare questa esigenza”, dice Giacomo Moletto, Amministratore Delegato di Hearst Magazines Italia.

“Google Play Edicola rappresenta un’ottima opportunità per offrire ai nostri lettori un modo nuovo per accedere all’informazione di qualità de La Stampa. Il giornalismo ha bisogno di innovazione e i nostri lettori chiedono esperienze digitali personalizzate e sempre più ricche: questo è un altro passo nella giusta direzione. La Stampa ha colto la proposta di Google con entusiasmo e con la soddisfazione di vedere l’Italia in questo caso all’avanguardia sul piano editoriale”, ha commentato Marco Bardazzi, Digital Editor de La Stampa.

Il giallo delle cinque firme sulla condanna Mediaset

Anna Maria Greco - Gio, 10/04/2014 - 08:30

Il collegio guidato da Esposito volle mascherare la contrarietà del giudice relatore

 

Roma - Che cosa successe davvero nella camera di consiglio di quell'infuocato primo agosto in Cassazione, che decise la condanna di Silvio Berlusconi per il caso Mediaset?
cassazione
Ci fu un'insanabile spaccatura tra i cinque giudici nelle 7 ore di discussione, con il relatore Amedeo Franco che si dissociò duramente dagli altri, come raccontano versioni sempre più numerose e accreditate? Oppure si raggiunse l'unanimità, come vollero dire all'esterno le firme sul verdetto di tutto il collegio, con un gesto senza precedenti?

Attorno alla sentenza della sezione feriale della Cassazione da allora regna il silenzio quasi totale dei giuristi. Niente note di commento, sulle tante riviste di diritto che abitualmente si scatenano su qualsiasi pronuncia di rilievo della Suprema Corte, tranne due analisi fortemente critiche sulle motivazioni giuridiche della condanna a 4 anni. Un silenzio che nell'ambiente si spiega con un forte imbarazzo. E infatti, quegli unici due commenti pubblicati su Guida al diritto, rivista giuridica del Sole24Ore, sono delle bocciature. «La sentenza non sta in piedi», sostengono Enrico Marzaduri, ordinario di Diritto pubblico all'università di Pisa perdipiù di note simpatie a sinistra e Antonio Iorio, docente di Economia dei tributi all'ateneo di Viterbo.

Tutto questo avvalora la tesi secondo la quale il primo a non condividere in punta di diritto la decisione finale fu proprio il relatore del processo, Franco. Sono in molti a sostenere che per lui la condanna non poteva essere confermata, che le basi giuridiche non reggevano, che ci volesse almeno il rinvio. Bruno Vespa l'ha addirittura scritto nel suo ultimo libro: Sale, zucchero e caffè. Ecco il passaggio, a pagina 311: «Per quanto è dato sapere, Franco si sarebbe rifiutato di scrivere la motivazione della sentenza, che infatti porterà, oltre alle firme del presidente e del relatore, anche quelle degli altri tre giudici».

Se così andarono le cose la decisione dell'intero collegio di sottoscrivere le motivazioni ha una spiegazione opposta a quella che è prevalsa. Non fu affatto un segnale di unanimità, un modo per fare «scudo» al presidente, quell'Antonio Esposito sommerso dalle critiche e poi sotto processo disciplinare, per l'intervista a Il Mattino in cui anticipava proprio le motivazioni, spiegando che Berlusconi era colpevole perché sapeva della frode fiscale e non perché «non poteva non sapere». Quella firma a cinque sarebbe invece la prova che il relatore (e forse non solo lui) si trovò in minoranza e non volle attribuirsi da solo una decisione finale che non condivideva, che anzi secondo certe voci avrebbe definito con l'ormai famoso termine usato da Roberto Calderoli per la sua stessa, disconosciuta, legge elettorale.

Come superare l'impasse, su un verdetto che avrebbe cambiato il quadro politico del Paese, estromettendo dal Senato e dalla competizione elettorale il leader dei moderati? Ecco, si sarebbe trovata la soluzione di far firmare tutto il collegio. Un mascheramento, insomma, proprio della mancanza di unità. Ed è inutile sottolineare che il giudizio del relatore, l'unico a leggersi interamente le carte e a studiare a fondo il processo prima dell'udienza, ha un peso diverso da quello degli altri membri. Sempre Vespa racconta che la sera di giovedì primo agosto, nel salotto di via del Plebiscito dove Berlusconi aspettava di conoscere la sua sorte con figli e legali accanto, il solo tranquillo era l'avvocato Franco Coppi, il principe del diritto che poche ore prima aveva smontato pezzo per pezzo le accuse nella sua arringa, nell'aula del Palazzaccio.

Si legge nel libro: «Non possono darci torto», diceva. «Il relatore ha chiaramente recepito le due questioni di diritto che ho svolto». Il relatore, ricorda sempre Vespa, era Amedeo Franco, «consigliere della terza sezione penale, la quale, secondo Berlusconi, è il giudice naturale perché si occupa di reati fiscali, e già lo aveva assolto». Tra i cinque giudici, e su questo tutti concordano, lui era il vero esperto della materia. E anche quello che conosceva a fondo il caso, visto che per il processo Mediatrade aveva confermato l'assoluzione del leader del centrodestra.

Le 7 ore di discussione testimoniano che il confronto con gli altri fu difficile. Ma alle 19.40 fu annunciata la condanna. A 5 firme.

Con The Micro la stampa 3D entra in ogni casa

La Stampa
carlo lavalle

Una piccola stampante raccoglie 50 mila dollari di finanziamento su Kickstarter. Arriverà tra un anno, ma intanto il prezzo dei modelli sul mercato continua a calare


vignetta
Undici minuti. Tanto è bastato alla stampante 3D “The Micro” per raggiungere l’obiettivo di finanziamento di 50.000 dollari, stabilito dalla campagna promossa sul sito di crowdfunding Kickstarter. 

Attualmente, il progetto, realizzato dal team statunitense di ingegneri e artisti di M3D, ha già ottenuto quasi 1 milione di dollari di impegni con oltre 3000 sostenitori. Un successo destinato a migliorare minuto dopo minuto a giudicare dai numeri in continua crescita e se si pensa che manca ancora un mese alla data fissata come termine per la raccolta fondi.
La riuscita di questa iniziativa indica che l’idea della stampante 3D in ogni casa prende sempre più piede. Il mercato sembra pronto ad accogliere l’arrivo di un prodotto predisposto per il consumo di massa. 

Le stampanti 3D, in effetti, nel corso degli ultimi anni si sono evolute cambiando forma, dimensione e costi di realizzo e vendita. Mentre all’inizio erano state concepite per soddisfare i bisogni di una platea ristretta di aziende e professionisti, per un utilizzo riservato alla produzione di prototipi, a poco a poco sono diventate più piccole e più abbordabili scendendo a prezzi inferiori ai 1000 euro, per un uso legato al fai-da-te casalingo.

Nell’ultimo “Inside 3D Printing Conference & Expo”, che si è appena svolto a New York, sono stati proposti al pubblico una serie di modelli a meno di 500 dollari come il da Vinci 1.0 di XYZSystems e quello di Solidoodle . Altri esempi alternativi sono la stampante Pirate 3D Bucaneer , accessibile in pre-ordine a 497 dollari e MakiBox venduta al prezzo di 300 dollari.
The Micro, da parte sua, può essere acquistata a 199 dollari, da un numero limitato di sostenitori, e a 299 dollari da una fascia più larga di consumatori. La convenienza economica però non è il solo requisito a rendere questa mini-stampate un macchinario appetibile ad un’utenza più ampia.


L’apparecchio della M3D che arriverà al destinatario completamente assemblato è maneggevole, pesa circa 1 kg e occupa uno spazio limitato. E’ un dispositivo, bello da vedere con un design accattivante, a forma di cubo abbastanza piccolo da poter essere disposto sulla scrivania di fianco al computer. Con The Micro sarà possibile, in meno di un’ora, stampare da file digitali piccoli oggetti, dai vasetti di fiori alle forme per i biscotti, in vari colori e materiali come plastica PLA, ABS e Nylon ad una risoluzione compresa tra 50-350 micron.

E’ utilizzabile sia da principianti sia da persone più esperte che possono impiegare anche programmi open source. Il software per la gestione della progettazione 3D supporta, inoltre, il touchscreen e l’interazione drag and drop (trascinamento e rilascio degli elementi della pagina). I sostenitori che si sono prenotati per acquistare The Micro potranno entrare in possesso della mini-stampante entro la prima metà del 2015.

Pakistan, il poster che “spaventa” il piloti di droni americani

La Stampa
giordano stabile

La gigantografia di una bambina resa orfana da un raid come deterrente


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Il volto dolce e commovente di una bambina, orfana, pakistana. È quello che vedono i piloti che guidano i droni americani dalle loro basi lontane 10mila chilometri dalle valli del Waziristan, la regione del Pakistan più colpita dai raid «anti-terroristi» che spesso fanno più vittime fra i civili che fra i guerriglieri talebani. Tanto che da nove mesi gli attacchi sono stati sospesi con una moratoria chiesta dal premier pakistano Nawaz Sharif.

Il volto è una gigantografia che diventa perfettamente definita e visibile alla quota di lancio dei missili per i droni, sopra il villaggio di Danda Darpakhel, Nord Waziristan. Il nome della bambina non è noto. Si conosce quello del padre, Bismillah Khan, ucciso alla moglie e a due figli di 8 e 10 anni in raid di un drone, il 23 agosto 2010. Poche ore dopo un fotografo, Noor Behram, scatto la foto delle piccola assieme ad altri due fratelli sopravvissuti. Uno sguardo spaurito ma curioso che ha colpito il gruppo di artisti che hanno lanciato il progetto #NotABugSplat, riferimento «bugsplat», il nome del software usato dai centri di controllo dei droni per ridurre le «vittime collaterali», cioè i civili uccisi per sbaglio. Ma quel volto di bambina forse potrà molto di più che un programma per computer.

Quel Simenon "fascista" esiliato per cinquant'anni

Daniele Abbiati - Mer, 09/04/2014 - 09:09

Il racconto "Minacce di morte" uscì nel '42 sulla rivista ufficiale del regime di Pétain. E ricomparve solo nel '92...

 

Come i drogati odiano la droga, così Georges Simenon, nel 1934, odiava Maigret. «Dopo una ventina di romanzi \ mi sono fermato e sono passato ad altri esercizi. Mi hanno mandato montagne di lettere.
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Si sono offesi. “Le Jour” mi ha chiesto di far rivivere Maigret per qualche settimana. Ho giurato che è l'ultima volta», scrive introducendo la prima puntata del romanzo intitolato semplicemente Maigret e comparso su quel giornale dal 20 febbraio al 15 marzo.

Ma, come i drogati non possono fare a meno della droga, così Simenon non poteva fare a meno di Maigret: il suo organismo (leggi, le sue finanze perennemente anemiche) dipende dal Commissario. E infatti, quattro anni dopo, il buon vecchio Jules Amédée François viene richiamato in servizio dal suo capo supremo. Nel luglio del '38 Paris-Soir commissiona allo scrittore alcuni racconti-giochi a premio per dilettare i lettori, e li paga piuttosto bene. Simenon ricade quindi malvolentieri nel gorgo: è di nuovo schiavo del suo personaggio.

Sarà un caso, ma sempre nel luglio del '38, nel racconto L'improbable Monsieur Owen, comparso in un fascicolo di Police-Film, proprio di droga si parla... Lo leggiamo ora, per la prima volta in italiano, nella raccolta Minacce di morte e altri racconti (Adelphi, pagg. 166, euro 10, traduzione di Marina Di Leo). Erano tempi grami per Simenon come per tutti. C'era aria di guerra, il più distruttivo stupefacente del mondo, e il Nostro la respirava con il fiato corto. Per lui l'unico palliativo era tornare sui propri passi, contravvenire al giuramento messo nero su bianco. In altri termini, resuscitare Maigret.

Se in L'enigmatico signor Owen Maigret si trova a Cannes per una breve vacanza, complice la trasferta della sua signora precipitatasi a Quimper al capezzale di una zia, in Quelli del Grand Cafè e in Minacce di morte, anch'essi finora inediti in italiano, è, rispettivamente, pensionato a Meug-sur-Loire, come nel fallito commiato di Maigret, e chiamato a sua volta a una trasferta in un villaggio presso Corbeil. È come se Simenon non ne potesse più del Quai des Orfèvres, volesse evadere dalla prigione dove si era autorecluso per interposta persona.

E il suo eroe percepisce e riflette la sua stanchezza. In Quelli del Grand Cafè, apparso su Police-Film nell'agosto '38, troviamo una parola grossa buttata lì con nonchalance: «fascista». Qualcuno in paese dice che il ricco macellaio trovato morto non distante dal Grand Cafè dov'era solito giocare a carte con Maigret era un «fascista». Ma poi il Commissario scopre che quel presunto «fascista» era buono, anzi buonissimo, tanto buono da... Da fare che cosa lo scoprirete da soli. Sappiate, per ora, che Maigret lo scopre ma lo tiene per sé, lasciando che la vita, intorno, faccia più o meno tranquillamente il suo corso.

Dunque, un Simenon filo-fascista? Quesito provocatoriamente forzato, ma in linea teorica non del tutto campato per aria, se consideriamo che il quinto racconto qui presentato, Minacce di morte, venne pubblicato, fra marzo e aprile del '42, su Révolution nationale, vale a dire l'organo ufficiale del regime del maresciallo Pétain. Una sorta di damnatio memoriae si è abbattuta su queste pagine che hanno dovuto attendere ben mezzo secolo per essere riproposte in volume (insieme proprio a L'improbable Monsieur Owen e a Ceux de Grand Cafè, fra gli altri), nel '92 nel 25º tomo di Tout Simenon. Fu volontariamente «obliato» dal suo autore, timoroso di vedersi appioppata un'etichetta scomodissima?

Oppure stranamente «perduto» e poi miracolosamente «ritrovato» in tempi meno sospetti? In ogni caso Minacce di morte è a buon titolo il racconto maigrettiano più raro in assoluto. Certo, parlare di congiura ai danni di questo Maigret dimesso che accetta di occuparsi del caso soltanto per togliersi un po' dall'atmosfera plumbea del suo ufficio, sarebbe troppo ma a pensar male... con ciò che ne consegue.

In ogni caso, c'è un filo conduttore che lega queste cinque storie minime scritte durante gli anni della guerra che vedono protagonista l'amatissimo Commissario: il suo tedio, la sua apaticità nei confronti di ciò che gli succede intorno. La caccia all'uomo per le vie di Parigi di Il prigioniero della strada lo vede in pratica assistere passivamente, da semplice spettatore, ai tormenti di un sospettato di assassinio. E in Vendita all'asta lo scenario è una tetra locanda fra gli acquitrini della Vandea dove la ricostruzione a freddo (diciamo pure alla Agatha Christie) delle ore in cui è stato commesso un delitto ci mostra un uomo ormai disilluso dal suo stesso partecipare a una commedia umana in cui persino la morte è diventata routine.

Maestro preso in giro dall’alunno, che viene umiliato in classe: docente condannato

La Stampa

Fragile l’ipotesi della lezione simbolica ai danni del ragazzino, costretto a girare carponi in classe e a emettere suoni simili a grugniti. Più corretto parlare di vero e proprio abuso, compiuto dal maestro come reazione per l’offesa subita (Cassazione, sentenza 15149/14).


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“Calma e gesso” di fronte alle provocazioni. Soprattutto quando si è in cattedra – letteralmente – e lo sberleffo arriva da un alunno di neanche 10 anni! Meglio contare fino a cento, prima di rispondere... Soprattutto perché la reazione d’istinto può rivelarsi un clamoroso boomerang. Esemplare la vicenda vissuta da un insegnante di una scuola elementare siciliana: condannato per avere punito un alunno che lo aveva dileggiato dinanzi alla classe. Non regge, difatti, l’ipotesi della lezione simbolica, data al singolo allievo e, indirettamente, a tutti gli studenti, all’interno di un contesto sociale assai complesso. Decisione tranchant dei giudici di merito: «due mesi di reclusione» per il maestro di scuola elementare, colpevole di «avere abusato dei mezzi di disciplina». Fatale la scelta, dell’insegnante, di obbligare «l’alunno a girare carponi in aula, alla presenza degli altri alunni, e ad emettere suoni simili a grugniti».

Tale provvedimento – utilizzato come ‘punizione’ per il «suono di dileggio» che l’alunno «aveva indirizzato, con la bocca» verso il maestro – è valutato come assolutamente eccessivo. Secondo l’uomo, però, i giudici non hanno minimamente tenuto conto del complicato «contesto culturale e ambientale» in cui è collocato l’istituto scolastico. All’interno di quello scenario - «bullistico» e legato all’«area territoriale mafiosa», sostiene l’uomo – era necessario dare «una lezione di forte contenuto simbolico all’alunno, che aveva gravemente compromesso la credibilità dell’insegnante davanti alla scolaresca». Ma per i giudici del ‘Palazzaccio’ non regge la visione sostenuta dall’insegnante, cioè la visione secondo cui la punizione inflitta all’alunno «aveva esclusive finalità educative, tendendo ad evidenziare, di fronte alla scolaresca, la natura dell’offesa arrecata alla funzione docente».

Per essere più precisi, può anche ragionarsi sulla presunta «finalità educativa» del provvedimento adottato nei confronti dell’alunno, ma è assai discutibile sia «la continenza della reazione» del maestro che «la sua pertinenza alle finalità educative», per l’appunto. Dalla vicenda emerge, in maniera chiara, «l’imposizione» all’alunno «di una condotta fisica di per sé gravemente umiliante», destinata a riprodurre sì il «dileggio indirizzato al docente» ma con effetti molto più evidenti sul ragazzino «sul piano psicologico e sulla sfera di onorabilità, che è patrimonio anche dei minori, rispetto alla impertinente ‘offesa’ recata al prestigio del maestro». E, chiariscono i giudici, è irrilevante anche il richiamo, fatto dal docente, al «contesto bullistico, alimentato dall’area territoriale mafiosa» in cui è collocata la scuola.

Soprattutto perché è «distorta» l’«idea che di fronte a simili contesti bullistici possa reagirsi con metodi che finiscono per rafforzare il convincimento che i rapporti relazionali (scolastici o, in genere, sociali) debbano essere risolti sulla base di rapporti di forza o di potere». Ultimo, ma non meno importante, elemento è rappresentato dai «turbamenti» mostrati dal bambino a seguito della «condotta» tenuta dal maestro. Quadro chiarissimo e indiscutibile, dunque: confermata, di conseguenza, la condanna a «due mesi di reclusione, pena condizionalmente sospesa» nei confronti del docente.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Omeopatia, efficace quanto un placebo

La Stampa

Secondo alcuni ricercatori australiani, l’omeopatia non sarebbe più efficace di un semplice placebo. Lo studio che getta un’ombra sui medicinali omeopatici



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L’omeopatia è forse la medicina più discussa dell’ultimo secolo. I convinti sostenitori continuano a difendere la sua efficacia, mentre dalla sponda opposta si sentono grida di totale incredulità. E le vie di mezzo sembrano non esistere. Oggi, uno studio riportato sul Guardian riferisce che l’effetto delle medicine omeopatiche non sarebbe in alcun modo superiore a quello di un placebo. A suggerirlo è un team di ricerca della Australia National Health e Medical Research Council (NHMRC ). In merito alla revisione da loro condotta l’omeopatia non sarebbe in grado di influenzare in alcun modo – né positivamente, né negativamente – malattie come l’asma, l’artrite, disturbi del sonno, raffreddore o influenza, colera, ustioni, malaria e la dipendenza dall’eroina.

«Non vi è alcuna prova attendibile che l’omeopatia sia efficace». È stata la dura sentenza degli scienziati. Per arrivare a tali conclusioni, i ricercatori hanno revisionato 68 tipi di condizioni, tra cui anche quelle che sono state appena citate. Dai risultati è emerso che il successo delle varie terapie omeopatiche non ha superato neppure quelle di un placebo. Eppure l'Australian Homeopathic Association afferma questo tipo di terapia tratta i pazienti come una «persona unica, tenendo conto della personalità, stile di vita e fattori ereditari, nonché la storia della malattia». Ma il team di ricerca risponde che attualmente non si considera in grado di trovare prove conclusive per affermare che i farmaci omeopatici siano in grado di apportare modificazioni a livello salutare di altri trattamenti.

Nel riepilogo del report si legge che «Niente di buona qualità. Studi ben disegnati con un buon numero di partecipanti per ottenere un risultato significativo non sono stati segnalati, così come prove che l’omeopatia abbia causato miglioramenti per la salute maggiore di una sostanza senza alcun effetto sulla condizione di salute (placebo), o che l’omeopatia sia stata in grado di causare miglioramenti di salute pari a quelli di un altro trattamento». Secondo l’immunologo e professore emerito di medicina dell’Università del New South Wales (Australia) l’effetto placebo delle medicine omeopatiche è abbastanza chiaro. La maggior parte delle persone ha malattie di breve durata: se quindi pensano che il farmaco omeopatico funziona, lo farà certamente, visto che dopo pochi giorni, in ogni caso, la persona guarirà.

Secondo Dwyer il pericolo maggiore sarebbe rappresentato dai cosiddetti “vaccini”, soprattutto se vengono utilizzati per malattie gravi. «Vaccini omeopatici sono stati offerti per l’HIV, la tubercolosi, la malaria... nessuno di questi era efficace», ha detto. A rincarare la dose è l’AMA (Australian Medical Association), «L’omeopatia non è una scienza. Non si basa sulla scienza. In molti casi può essere considerata pericolosa e può far rischiare la vita delle persone, e la vaccinazione è un classico esempio di tutto questo», afferma Richard Choong di AMA. «I pazienti sono stati indotti a credere che sono stati vaccinati in qualche modo con l’omeopatia, quando non ci sono prove per dire che sono stati immunizzati contro una malattia», continua Choong.

Insomma, come sempre accade in questi casi, è difficile schierarsi dalla parte dei ricercatori o dell’omeopatia perché da entrambe le parti non pare esserci alcuna intenzione di trovare un punto d’incontro. Specie se si considerano che ci sono comunque scienziati che hanno portato prove sulla sua efficacia attraverso recenti ricerche.A questo punto, probabilmente, non ci resta altro da fare che usare il buon senso e un po’ di equilibrio per scegliere qual è la cura che ci fa sentire meglio. Se invece si tratta di malattie gravi è doveroso un consulto da personale medico altamente qualificato – che potrà poi eventualmente lavorare in team con un medico omeopatico – senza tuttavia tralasciare i trattamenti tradizionali.