mercoledì 9 aprile 2014

Quattrocchi "un italiano vero e orgoglioso": a 10 anni dalla morte in Iraq parla la sorella

Libero


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A quasi dieci anni dall'assasinio di Fabrizio Quattrocchi, guardia di sicurezza privata italiana, ucciso in Iraq il 14 aprile del 2004 dove lavorava per una compagnia militare privata, parla la sorella Graziella. E lo fa con un'intervista su la Repubblica. Graziella ricorda il video della sua esecuzione per mezzo dei terroristi che ha fatto il giro del mondo. In quel video, afferma Graziella, Fabrizio ha dimostrato di "essere un ragazzo leale, un italiano vero". Con l'intento di osservare i suoi esecutori in faccia, con la richiesta di levarsi la kefiah che gli copriva il volto per osservarli, e con quella frase "Vi faccio vedere come muore un italiano", ha dimostrato "fierezza per sua italianità".
 
I giorni precedenti  - "Dieci anni. Sembra un secolo e sembra ieri", rimanda una scritta accanto alla statua che gli hanno dedicato i familiari al cimitero di Staglieno a Genova. Eppure Graziella non ha bisogno di spostare le lancette indietro, per lei il tempo da allora è rimasto fermo. "Lo abbiamo saputo dalla televisione", afferma la donna su Repubblica. "Dicono che la Farnesina ci avesse avvertito, non è vero. Sono stati i giornalisti. Molto spettacolare. Senza pietà. Crudele". Il segnale all'Italia i terroristi l'avevano dato qualche giorno prima, quando le Falange Verdi di Maometto avevano chiesto il ritiro delle truppe italiane dall'Iraq.  "Il 12 aprile era Pasqua, Fabrizio ha chiamato quattro volte. Tranquillo come sempre. Ma ripeteva di avere una gran voglia di tornare a casa. Ancora una settimana o due al massimo, ha detto. Passa un giorno, telefona mio fratello Davide: in tivù dicono che hanno sequestrato quattro italiani in Iraq, c'è anche Fabrizio. Impossibile, ho risposto". Impossibile si perché nessuno sapeva effettivamente dove fosse il 36enne. "Pensavo fosse in Kosovo", ammette Graziella. "In un Paese in guerra no, mai. Forse neppure lui sapeva dove l'avrebbero mandato. Forse era per quello, che sperava di rientrare presto. Ma non voleva spaventarci".

Vi faccio vedere come muore un italiano - Poi la domanda: Quante volte ha visto quel filmato? "Una. Era lui, era Fabrizio. Sapeva che lo avrebbero ucciso, che l'Italia non avrebbe mai ritirato i soldati. Che era finita. Però voleva guardare in faccia i suoi carnefici. Un ragazzo leale che amava il suo Paese, fiero della sua italianità. Tutto qui, se vi basta". In realtà la donna non si scaglia contro le logiche irrazionali della guerra, né contro le scelte del governo italiano, ma contro la politica e i giornali. "Lo hanno ucciso due volte. Le speculazioni. La politica. Noi non abbiamo chiesto nulla. Non siamo mai andati in televisione, tranne quando hanno trasmesso il video dell'esecuzione. Mai un'intervista, se non parole rubate con una telefonata e poi travisate. C'è gente che dopo una tragedia si mette in mostra, si lega a questo o quel partito, s'assicura almeno uno stipendio. Noi no. Vogliamo essere lasciati in pace, niente strumentalizzazioni. La dignità. Quella di Fabrizio". Poi continua: "Credo esista un Dio universale, ed evocandolo non si possono giustificare queste atrocità. Tanto dolore in nome della religione non ha senso. Penso che dieci anni fa fossimo tutti impreparati, non si poteva fare di più".

Un eroe moderno - E' stato difficile uscire dalla sofferenza. "I primi tre anni è stato come se fossimo morti con lui. Se siamo andati avanti è per le cose che ci ha lasciato. I ricordi che posano sulla sua tomba, la medaglia d'oro al valor civile. Per le lettere che ci sono arrivate in questi anni: il re di Giordania, il sindaco di New York, tanti italo-americani che hanno scritto di essersi finalmente sentiti fieri del loro Paese". Non è da tutti vedere la morte in faccia per giorni e poi essere ucciso senza neanche la possibilità di vedere in volto i suoi esecutori. Quella frase "Vi faccio vedere come muore un italiano" racchiude tutto il coraggio di Fabrizio, il coraggio di un eroe moderno "che a modo suo - come afferma la sorella - ha scritto un pezzo di storia d'Italia". "Vorrei solo che tutti capissero la persona che era. La sua dignità, la coerenza. Vorrei che avesse un posto giusto nel ricordo di tutti. Quello di un vero italiano".

La denuncia degli ex dipendenti: «Lavorare ad Apple è un incubo»

Corriere della sera
di M.Ser.

Controlli di riservatezza al limite della paranoia, turni sfiancanti fino a notte fonda
e un ambiente di lavoro poco amichevole. I racconti degli impiegati di Cupertino


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Lavorare in Apple non sarebbe esattamente rose e fiori. A svelare la dura vita di chi è assunto in una delle aziende più ambite al mondo è Business Insider che raccoglie retroscena e fatti (più o meno) inediti. Si inizia dalla riservatezza, che quasi sfiora la paranoia. «Non potevo raccontare nulla a mia moglie. Lavoravo fino a tarda notte e lei non sapeva cosa facevo. Se viaggiavo a Manchester per collaborare coi colleghi inglesi, dovevo vietarle di seguirmi», racconta Robert Bowdidge. Un po’ come nei servizi segreti.
Segretezza come alla Cia
Ai dipendenti, quando capita di lavorare su un nuovo progetto viene detto: «Non se ne deve far parola con nessuno. Nessuno deve sapere». Istruzioni vengono fornite agli ingegneri anche nel caso in cui la moglie sia a conoscenza del lavoro: «Deve dimenticare tutto. Non dovrai più parlarne con lei finché la scoperta non diventa pubblica». Racconta un anonimo: «Il livello di segretezza alla Apple è estremo. Tutto ma proprio tutto è deciso dal team marketing e da due critici di giornali dell’East Coast. Fui scioccato quando scoprii il loro ruolo».
Solitudine e palazzi bui
Niente di idilliaco dunque nel campus di Cupertino. Anche dopo la morte di Steve Jobs le cui sfuriate sono passate alla storia. Morale, lì in quella che è considerata l’Eldorado della Silicon Valley capita anche di non parlarsi per giorni interi. Spiega un impiegato: «Il mio team si trovava in un edificio distaccato a Vallco Parkway, a un paio di miglia. Eravamo separati dagli altri interni e il posto era un palazzo di bui corridoi, con soffitti altissimi, non c’era nemmeno un bar. Ognuno di noi aveva un ufficio privato e potevo passare un intero giorno senza rivolgere la parola agli altri. Va bene quando ci si deve concentrare sul lavoro, ma la sensazione è spesso di solitudine».
Si dorme pochissimo
L’unico vantaggio di lavorare alle dipendenze di Tim Cook? «È che si mangia bene e ci si veste casual», sussurrano gli impiegati al giornalista di Business Insider. «L’organizzazione è paranoica, c’è tensione costante, mancanza di rispetto, si lavora per molte ore». Molti impiegati considerano questo un lavoro da fare per qualche doloroso anno per poi trovare qualcosa di meglio, grazie al nome “Apple” scritto sul curriculum. Alla Apple la struttura è gerarchica, qualsiasi tentativo di ottimizzare o di discutere migliorie cade nel vuoto, se arriva “dal basso”. I sacrifici per ottenere un posto alla Apple sono enormi. «Si lavora spesso la notte e si dorme pochissimo. Devi essere disponibile 24 ore al giorno, sette giorni su sette». Chi ha lavorato sul lancio dell’iPad riporta: «Avevo una stanza senza finestre. Hanno cambiato la serratura della porta e solo io e altri due colleghi potevamo entrarci. La Apple aveva i nostri nomi per l’accesso. Hanno trapanato la scrivania e incatenato i dispositivi con i cavi simili a quelli delle biciclette. La paga non è altissima perché tutti vogliono lavorare alla Apple. Il salario è basso anche per i professionisti». Ma non solo. C’è anche un altro “piccolo” inconveniente: «Cupertino è la città più noiosa della Baia». Alla faccia della Silicon Valley El Dorado.

7 aprile 2014 | 17:15

Il distributore automatico che sforna una pizza in tre minuti

Corriere della sera
di Simona Marchetti




Un distributore automatico in grado di sfornare una pizza impastata al momento e farcita solo con ingredienti freschissimi e di consegnarla nel classico cartone in meno di tre minuti? «Un sogno che diventa realtà per ogni studente e goloso di pizza», chiosa ilLos Angeles Times nell’edizione del weekend. Che però esiste per davvero, anche se per trovarne uno bisogna volare in Italia (guarda caso, c’è proprio all’aeroporto di Malpensa, terminal 1) o nel Regno Unito (dove è arrivata dopo, ma ha spopolato in poco tempo), mentre per una volta gli States sono costretti a mettersi in fila ed ad aspettare il loro turno: si chiama Let’s Pizza e, come recita la pubblicità, «è una pizzeria aperta 24 ore su 24 e senza nessuna inutile attesa» perché dal momento in cui si infilano i soldi nell’apposita fessura a quando la pizza viene consegnata passano meno di 180 secondi.

Praticamente nemmeno il tempo di ordinarla in una pizzeria tradizionale e oltretutto senza nemmeno doversi sciroppare una lista infinita di nomi improbabili, visto che ci sono appena cinque varietà fra cui scegliere: margherita, prosciutto, speck, salamino e verdure. Ideata nel 2009 dall’italiano Claudio Torghele (imprenditore originario di Rovereto ma residente negli Usa) e diffusasi poi rapidamente in tutta Europa, Let’s Pizza si distingue da altre macchinette automatiche simili perché non si limita a riscaldare le pizze precedentemente confezionate, ma le fa al momento (l’intero processo è visibile attraverso una finestrella del distributore), mescolando gli ingredienti contenuti in diversi contenitori ed inseriti freschi ogni giorno (ogni ricarica della macchina basta per un centinaio di pizze).


Ma se dall’altra parte dell’Atlantico aspettano di«pizzare» dal 2012 (ovvero, da quando la società A1 Concept annunciò di aver già individuato i centri commerciali negli Usa dove installare le Let’s Pizza), altrettanto non si può dire in Italia, dove la pizza è di casa per tradizione e certe novità vengono guardate malissimo. Non a caso, fin dal debutto della prima macchinetta automatica, le associazioni di pizzaioli della penisola si sono messe di traverso, contestando «la banalizzazione e lo sfruttamento dell’immagine di un prodotto che andrebbe invece tutelato e salvaguardato», come si legge sul portale specializzato pizza.it, mentre l’anno scorso a Sorrento si è fatto anche di più. Ovvero, non rinnovare la concessione per la pizza-machine installata in un parcheggio di pullman del centro. Perché da noi si può scherzare su tutto, ma non sulla pizza.

La Fiat impacchetta le auto estere dei dipendenti: «Così mi spezzi il cuore»

Il Mattino


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"Così mi spezzi il cuore". Un messaggio chiaro da parte dei vertici della Fiat nei confronti dei propri dipendenti dello stabilimento Mirafiori. Finito il consueto orari di lavoro, i dipendenti Fiat sono scesi nel parcheggio e hanno trovato la loro auto impacchettata e arricchita da un cuore spezzato. Un invito al personale dotato di un veicolo della concorrenza ad acquistare i prodotti di casa Fiat attraverso una speciale promozione. "Vederti con un'altra ci ha spezzato il cuore... Ma nonostante ciò continuiamo a pensare a te", si legge nella 'dichiarazione d'amore' che si traduce in 'Parking marketing'. Dopo Mirafiori ora sarà il turno anche di Pomigliano, come la prenderanno i dipendenti?

mercoledì 9 aprile 2014 - 13:43   Ultimo agg.: 14:06

Internet, «buco» in protezione siti A rischio milioni di password e dati

Corriere della sera

Sos esperti, violate password e milioni d’informazioni personali


Nazionale
Scatta l’allarme per la privacy e i dati sensibili di milioni di navigatori del web. C’è una «falla» che mette a rischio milioni di siti internet in tutto il mondo, compresi quelli dei giganti de web, e con loro tutte le informazioni private degli utenti: dalle mail ai dettagli dei conti bancari o delle carte di credito.
Il «bug»
Il «bug» si chiama «Heartbleed» e a lanciare l’allarme sono stati sia un gruppo di ricercatori finlandesi che lavorano per una società di sicurezza di Saratoga, in California, sia da due esperti della sicurezza di Google. Heartbleed potrebbe aver causato la più grande fuga di dati della storia di internet, a vantaggio di hacker che hanno sfruttato e continuerebbero a sfruttare questa vulnerabilità della rete. In pratica - spiega il New York Times - ad essersi «rotto» sarebbe quella sorta di lucchetto (riconoscibile con la sigla «https«) che garantisce la protezione delle informazioni più sensibili di chiunque navighi sul web.
Il sistema OpenSSl
Si tratta del sistema «OpenSSL», il software più diffuso che ad oggi viene utilizzato per il criptaggio di due terzi dei server in tutto il mondo. Tra i siti più vulnerabili ci sarebbero soprattutto Yahoo! e il suo social media Tumblr, e poi Flickr e Oculus. Ma non si esclude che in passato siano stati affetti dal «bug» (presente dal dicembre 2011) tutti i colossi della rete: da Facebook a Google, da Wikipedia ad Amazon, da Twitter ad Apple fino a Microsoft. Il «baco» è così grave che OpenSSL ha preso atto della falla e ha rilasciato un aggiornamento per risolverlo.
L’allarme
La scoperta di questa enorme falla nella rete potrebbe rendere urgente un cambio di password per tutti gli utenti di internet coinvolti, ma anche costringere i siti web interessati a cambiare le chiavi virtuali attraverso cui vengono criptati i messaggi e i dati scambiati tra i siti e i loro utenti o clienti. Quello che rende particolarmente pericoloso «Heartbleed», spiegano gli esperti, è che può essere utilizzato dai pirati informatici senza che questi, una volta carpite e rubate le informazioni volute, lascino dietro di sé alcuna traccia digitale. Insomma, impossibile individuarli.

9 aprile 2014 | 06:49

Apretaste!

La Stampa
Yoani Sánchez


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Tatiana vuol vendere una macchinina per bambini, Humberto è interessato a un paio di scarpe sportive e la pensionata che vive all’angolo sta liquidando una scrivania di mogano. Lo scambio e la compravendita individuale servono ad alleggerire alcune carenze dei mercati statali. Per questo è diventato normale vedere affissi ai muri e alle pareti annunci che offrono sia case in vendita che servizi per riparare mobili. I siti Internet che contengono annunci economici vendono di tutto, da un’antenna parabolica illegale fino al cibo per uccelli.

Nonostante il basso indice di connessione, i portali stile craiglist sono molto popolari sull’Isola. Alcuni di loro hanno sviluppato strategie per raggiungere i lettori cubani, come la distribuzione di annunci economici tramite posta elettronica. Questo è il caso dell’applicazione Apretaste! che offre un servizio di spedizione e ricezione di informazioni tramite e-mail per gli utenti della nostra “Isola dei non connessi”. Vincitore di un hackathon che si è tenuto a Miami lo scorso febbraio, il sito possiede un grande potenziale, oltre a presentare una grafica semplice e per niente ridondante.

Mentre visito le pagine di Apretaste!, ricordo una frase che mi ripeto sempre quando devo superare qualche difficoltà. “La creatività è quella capacità di aprire una finestra quando la porta è chiusa”, mi dico come un mantra nelle situazioni complicate. Infatti questo portale di annunci economici è una piccola e promettente finestra aperta nel ferreo muro della disconnessione. Grazie a lei circola un po’ d’aria. Spero che un giorno Tatiana, Humberto e la pensionata che vive all’angolo possano utilizzare le potenzialità di Aprestaste! Non solo grazie alla posta elettronica, ma anche entrando nel sito, cliccando, scrivendo una frase nel suo semplice motore di ricerca per riuscire a trovare le cose di cui hanno bisogno.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Allarme immigrazione “Chiamano col telefonino boom di soccorsi in mare”

La Stampa
francesco grignetti

Vertice d’emergenza al Viminale dopo i 2300 arrivi delle ultime 48 ore


a.it
E’ allarme rosso al ministero dell’Interno. I peggiori timori del ministro Angelino Alfano sembrano prendere corpo. Non soltanto sono arrivati 2300 migranti nelle ultime 48 ore, parte già sbarcati in Sicilia, parte ancora sulle navi di Mare Nostrum in navigazione e appena raccolti sui barconi, ma ieri sera sono giunte alla centrale operativa della Capitaneria di Porto ben 16 richieste di aiuto. Sono telefonate partite da punti diversi del Mediterraneo, con telefoni satellitari del tipo Thuraya, che ormai è prassi gli scafisti imbarcano assieme ai disperati di bordo. Giunti a un certo punto della navigazione, quando sono più o meno a metà strada, dai barconi chiamano soccorso. Il telefono satellitare permette l’identificazione precisa del punto da dove si chiama. E i marinai italiani arrivano.

Sedici chiamate in stretta successione sono però davvero tante. Al punto da far temere quello che si prevedeva, ovvero che la marea umana stipata sulle coste della Libia, ora che il mare è diventato più calmo, sta prendendo il mare per raggiungere l’Italia. Il ministro Alfano ha così convocato su due piedi i vertici delle forze di polizia, il comando della Capitaneria di Porto, e i responsabili del ministero addetti all’immigrazione per preparare un piano di emergenza. Non è difficile immaginare, infatti, che il ministero si possa trovare di colpo a dover sistemare 4-5000 persone. E le strutture ministeriali sono già al collasso.

Per sistemare i 5000 che sono arrivati nella seconda settimana di marzo, si è già dato fondo al barile dell’accoglienza. Ci sono ora 40 o 50 richiedenti asilo sistemati alla bell’e meglio da ogni prefettura italiana. Chi in ostelli, chi in cameroni della Caritas o di altre organizzazioni caritatevoli, chi in alberghetti. Per il momento pagano le prefetture con fondi istituzionali. Ma questi finanziamenti sono pressoché esauriti. E quindi nello staff del ministro sono al lavoro per trovare tra le pieghe del bilancio altri fondi da destinare alla nuova emergenza di inizio aprile. 

Una soluzione che darebbe respiro al Viminale sarebbe il rifinanziamento del sistema Sprar, che si appoggia agli enti locali, e che permetterebbe di accogliere dignitosamente almeno 20 mila richiedenti asilo. Solo che il rifinanziamento per il 2014 costa 230 milioni di euro e finora il ministero dell’Economia non aveva sbloccato i fondi. E non c’è da meravigliarsi, considerando i salti mortali che sono stati fatti per trovare i fondi necessari a coprire lo sgravio Irpef da 80 euro promesso da Matteo Renzi a chi ha lo stipendio basso. 

In attesa dei fondi per riattivare il sistema Sprar, si guarda all’Europa. E’ da lì, da Bruxelles, che si sperava di avere un aiuto concreto. L’agenzia europea Frontex, dopo il disastro di Lampedusa dell’autunno scorso, aveva promesso di schierare nel Mediterraneo uno schieramento navale europeo di tutto rispetto. Nulla di tutto ciò si è però visto. Ed è sempre all’Europa che lo stesso Alfano si rivolgeva pubblicamente ieri: «Ci batteremo fino in fondo perché si renda conto che l’immigrazione non sono fatti nostri, ma di tutta l’Europa». 

La Ferrari premia i dipendenti: arriva un assegno da 4 mila euro

La Stampa

Dopo il record di utili e fatturato raggiunto nella gestione 2013


a.it
La Ferrari ha ufficializzato che il premio di produzione 2013 ai propri dipendenti ammonta a 4.096 euro, il più alto mai erogato nella sua storia. Il premio beneficia degli ottimi risultati economici raggiunti lo scorso anno con record di utili e fatturato ma anche di altri parametri come il livello della qualità. Dopo i due anticipi di mille euro già percepiti, dunque, i dipendenti Ferrari troveranno nella prossima busta paga il conguaglio di 2.096 euro. 

Il premio, spiega Ferrari, è frutto dell’accordo sindacale di secondo livello siglato nel 2012 ed è legato a una griglia di indicatori operativi anche allo scopo di condividere i successi dell’azienda. Lo scorso anno oltre al premio di risultato era stato erogato il premio triennale voluto dal presidente Montezemolo, che lo ha rinnovato per altri tre anni.

«Ferrari - ricorda la casa di Maranello - nel 2013 ha adottato una strategia, che continuerà nell’anno in corso e nel prossimo, che mantiene sotto le 7.000 unità la produzione di vetture allo scopo di preservare l’esclusività e il valore nel tempo. Lo scorso anno il fatturato è salito del 5% e l’utile della gestione ordinaria dell’8,3%. Tutti valori mai raggiunti prima, così come la posizione finanziaria industriale netta che, a fine 2013 è stata la migliore di sempre».

Basta limiti d'altezza per uomini e donne: caserme aperte anche ai «piccoletti»

Il Mattino


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ROMA - Niente più limiti d'altezza per entrare nelle forze armate e nelle forze dell'ordine (ma anche tra i vigili del fuoco): un disegno di legge approvato oggi a grande maggioranza al Senato ha infatti abolito i vecchi parametri (165 centimetri per gli uomini e 161 per le donne), sostituendoli con una «più generale idoneità fisica». L'assemblea di palazzo Madama ha approvato il ddl (presentato dal Pd) con 225 sì, un contrario e 7 astenuti. Il testo ora passa alla Camera. Caserme aperte, dunque, se il testo passerà anche a Montecitorio, per i tanti «piccoletti» d'Italia, di ambo i sessi, che di fronte al 'nò della visita medica, non si sono arresi e le hanno tentate tutte, facendo anche ricorso al Tar, pur di vestire l'uniforme. Finora le loro aspirazioni si sono scontrate con i rigidi parametri fissati dalla legge, ma tra poco non sarà più così.

L'intento del disegno di legge è proprio «quello di garantire i diritti costituzionali di quanti vogliono impegnarsi nel settore della difesa ed eliminare così una discriminazione tra i giovani che, in un momento di difficoltà per l'occupazione, possono trovare nell'arruolamento nelle Forze armate (ma anche nelle Forze di polizia e nei vigili del fuoco, cui la normativa si estende - ndr), un'importante occasione di lavoro». La relatrice del provvedimento, Silvana Amati, del Pd, spiega che con questa legge «si rimuove un ostacolo considerato da molti ragazzi e da molte ragazze un impedimento alla speranza di futuro. La disciplina vigente per l'arruolamento si basa infatti esclusivamente su un dato fisico, quale l'altezza, definendo così in concreto un ostacolo di ordine normativo. È una discriminazione che non tiene conto della complessità della struttura fisica del soggetto».


BASTA LIMITI Oggi, eliminando il limite d'altezza, «introduciamo un parametro - dice la relatrice - che tiene in considerazione la più generale idoneità fisica e affidiamo ad un regolamento, da approvare in tempi brevi, la definizione dei criteri di valutazione della massa metabolicamente attiva dei soggetti interessati al concorso». Soddisfazione bipartisan per l'approvazione del ddl. Il Governo, con il sottosegretario alla Difesa Domenico Rossi (già sottocapo di Stato maggiore dell'Esercito), plaude all'abolizione dei limiti di altezza, sottolineando che la nuova normativa «contempera le aspettative dei giovani e le esigenze delle Forze Armate». Secondo la vicepresidente del Senato Valeria Fedeli (Pd) «si elimina una discriminazione che penalizza specialmente le donne», mentre Pietro Langella, del gruppo Grandi Autonomie e Libertà, parla di «forze armate oggi più giuste». «La dedizione e lo spirito di amore patrio non possono essere misurati in centimetri», aggiunge Marcello Gualdani, del Nuovo Centrodestra.

martedì 8 aprile 2014 - 21:54   Ultimo agg.: 21:55

La prima città senza telefono Esperimento in Alabama

La Stampa
paolo mastrolilli    

                                                                                    
  a.it                                     
Se avete ancora un telefono in casa attaccato al muro tramite una presa, fotografatelo o mettetelo da parte, perché è destinato a diventare un pezzo da museo. Infatti se funziona l’esperimento che la compagnia americana AT&T vuole fare a Carbon Hill, Alabama, le linee di terra saranno presto una reliquia del passato. A febbraio gli abitanti di questo paese hanno ricevuto una lettera, che li sollecita a passare dalle linee telefoniche tradizionali ai cellulari o alle comunicazioni via internet. Se non lo faranno resteranno isolati, perché la AT&T intende staccare la spina al vecchio sistema. Poi seguirà anche Delray Beach, in Florida, e in breve il resto degli Stati Uniti.

Prima o poi questa svolta doveva arrivare. Ce ne accorgiamo nella vita di ogni giorno, dove siamo attaccati ai cellulari, ma non usiamo praticamente più i telefoni di casa. Il 40% delle abitazioni americane già non sono più collegate alle linee di terra, e aziende come AT&T o Verizon hanno investito miliardi di dollari per sostituirle con i cavi in fibra ottica e i collegamenti wirelss. Nell’ultimo decennio Verizon ha speso 23 milardi per sviluppare il suo servizio FiOS, mentre AT&T ha pianificato di convertire il suo intero network in 22 stati alla Internet protocol technology entro il 2020. A fronte di questi investimenti, non ha senso continuare a sostenere i costi delle linee di terra, che comunque la gente non usa più. In totale, fra le due compagnie, si tratta di oltre 250 milioni di clienti, e una volta che tutti avranno cambiato, la rivoluzione sarà completa.

I problemi da risolvere restano due: primo, gli anziani che non si rassegnano al mutamento; secondo, le leggi che obbligano le compagnie telefoniche americane a garantire agli utenti un accesso universale economico, e certi servizi di emergenza come il centralino 911. Il primo problema riguarda soprattutto le persone sopra i 65 anni, ma nel tempo si risolverà da solo, se non si convertiranno. Il secondo presenta alcuni problemi tecnici, ma può essere superato. Per chi non ha cellulari o computer, ad esempio, esistono dei box a cui si può collegare il telefono, che poi fanno da ponte verso una connessione wireless. Le linee di terra, insomma, sono destinate all’estinzione, insieme ai vecchi telefoni che diventeranno buoni solo per i musei, e le scenette di Franca Valeri