sabato 5 aprile 2014

Autobotte da orbi

La Stampa
Massimo Gramellini


Lo Stato italiano non attraversa un periodo di particolare popolarità, almeno tra gli italiani. Se in Veneto tentano di buttarlo giù con un trattore travestito, in Campania è lui che cerca disperatamente di farsi notare, servendosi persino di un’autobotte. Succede a Casal di Principe, area di infiltrazioni tossiche nel terreno e camorristiche nel consiglio comunale. Quest’ultimo è stato sciolto a fine febbraio e sostituito da una commissione prefettizia. Ma si sa come sono i commissari prefettizi: dei patrioti inguaribili. Appreso che l’intera periferia dell’abitato si dissetava da pozzi inquinati, hanno spedito in perlustrazione un avamposto della presenza statale: un’autobotte gonfia di acqua potabile.

Si immaginavano, gli illusi, che la popolazione sarebbe accorsa in massa intorno al totem unitario per attingere la sostanza vitale in un turbinio di bacinelle, damigiane e secchi colorati. Qual è stata la loro sorpresa alla scoperta che invece non si avvicinava nessuno. Non gli anziani, abitudinari o fatalisti. E nemmeno i giovani, altrettanto diffidenti ma sicuramente più dinamici, al punto da avere risolto da tempo il problema della sete con un dedalo di allacci abusivi alla rete idrica. Così ogni tre giorni l’autobotte repubblicana – respinta come un corpo estraneo, anzi straniero – tornava mestamente nelle retrovie per scaricare il suo contenuto prezioso dentro le fogne. Allo Stato non è rimasto che arrendersi, sospendendo un servizio costoso e soprattutto vano.

In questa storia ci sono così tante metafore del nostro Paese che corro a ubriacarmi alla prima autobotte.



Ultimo tanko

La Stampa
Massimo Gramellini


Il trattore truccato da carro armato. E poi, chissà, i forconi truccati da fucili e le mucche da portaerei. Il rischio, con i secessionisti veneti, non è di farne dei martiri, ma di consegnare problemi reali e giganteschi a una parata di macchiette. La lista dei nostri guai è stranota. Altrettanto nota, ma forse meno meditata, è la lista di coloro che intendono risolverli con ricette strampalate e atteggiamenti grotteschi. Uno legge le biografie e le parole dei «terroristi» e pensa: dopo avere assaggiato e sputato la politica a fumetti della Lega, davvero il ceto medio impoverito e arrabbiato del Nordest immagina di affidare la propria riscossa a persone che al massimo avrebbero potuto fare le comparse in un film del colonnello Rambaldo Buttiglione?

E i tantissimi giovani laureati e disoccupati che comprensibilmente votano per i Cinquestelle non meriterebbero un movimento politico più trasparente e un portavoce meno approssimativo di Beppe Grillo? E il senso di legalità e giustizia sociale che anima il popolo della sinistra può identificarsi in una conventicola di intellettuali che da decenni dice di no a qualsiasi tentativo di cambiare questo sistema sclerotico e oggi si stringe come una vecchia cintura di castità intorno al povero Tsipras? 
Chi sperava che il dilettantismo folcloristico di Berlusconi fosse stata una parentesi deve ricredersi: in Italia la politica continua a essere considerata una cosa talmente poco seria che persino i tentativi di golpe si delegano ai pagliacci. 

Hockey, perde dieci denti per colpa del disco e posta un selfie

Il Mattino


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Un giocatore di hockey su ghiaccio, Mitch Callahan, dopo essere stato colpito dal disco in bocca (ha perso dieci denti) non si è perso d'animo ed ha postato un selfie su Twitter del suo volto pieno di sangue e senza denti. La foto sta facendo il giro del web.

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sabato 5 aprile 2014 - 12:31   Ultimo aggiornamento: 12:38

Con una tessera clonata rubano 3mila euro di carburante alla Juventus

Il Mattino

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TORINO - Usando una Fuel Card clonata hanno rubato alla Juventus oltre tremila euro in carburante. I due, una coppia di torinesi di 39 e 40 anni gestori di una pompa di benzina in città, sono stati arrestati dalla Digos per indebito utilizzo di carte di credito e ricettazione. Tutto è partito dalla denuncia di un dirigente bianconero che ha segnalato alla polizia che nel mese scorso attraverso la Fuel Card della società sportiva erano stati fatti prelievi di carburante da vari distributori per oltre tremila euro, non riconducibili al titolare della carta.

La Digos, dopo indagini approfondite, è riuscita a risalire alla coppia di torinesi e a scoprire un giro di carrte clonate. Da quanto accertato i due avevano fatto diversi rifornimento di benzina usando fuel card clonate riconducibili a ignare società di Milano e Roma. Facevano il pieno alle sia delle proprie auto con la targa nascosta, sia riempiendo di benzina le taniche che si erano portati dietro.
Il sospetto è che i due, grazie al loro lavoro di benzinai, possano aver favorito la clonazione delle carte. Nelle perquisizioni nell'abitazione dei due e al distributore che gestiscono, la polizia ha se1questrato numerose carte magnetiche clonate, materiale Pos e computer. I poliziotti della Digos stanno lavorando per risalire agli eventuali complici della banda.

sabato 5 aprile 2014 - 12:12   Ultimo agg.: 12:14

E' guerra sulla privatizzazione della Cri

La Stampa
flavia amabile

Due comunicati diversi alla fine dell'incontro al ministero della Salute rendono ancora più confusa la disputa sulla data della trasformazione dei comitati locali e provinciali. Si aspetta un incontro al ministero la prossima settimana

Ci si aspettava almeno un po' di chiarezza dall'incontro di oggi al ministero della Salute sulla privatizzazione della Cri e sull'interpretazione da parte dei sindacati dell'illegittima anticipazione delle procedure. La giornata è terminata nella confusione più totale con due comunicati opposti. Il nodo è legale, riguarda gli effetti della privatizzazione, disciplinata dalla legge 101 del 2013, che indicava il 2014 come data d'inizio della trasformazione dei comitati locali e provinciali sulla base di un articolo inserito da un'altra legge, la 178 del 2012. La 178 pero' e' stata modificata inserendo il 2015 in ogni punto in cui era scritto 2014. 

I sindacati sottolineano che "tutto deve essere rinviato al 2015. Ma la privatizzazione è già  iniziata. I sindacati chiedono un decreto per regolamentare i rapporti con i comitati privatizzati. "Occorre un intervento chiaro del ministro Lorenzin. E oggi abbiamo chiesto al direttore generale della ricerca sanitaria e biomedica e della vigilanza sugli enti, Massimo Casciello, di mandare una nota alla Croce Rossa per sospendere gli atti gia' assunti e ripristinare la situazione precedente al 31 marzo. Il tutto in attesa del tavolo e del decreto del ministro. Casciello - spiega Paolo Bonomo, segretario nazionale della Cisl-Fp - si e' detto disponibile".

Questo è quello che è emerso dopo la protesta del mattino dei lavoratori. Per circa 300 persone, infatti, è già scattata la riduzione del 30% del salario dovuta all'applicazione unilaterale del nuovo contratto Anpas scelto per gestire la nuova fase ì, quella privatistica, mentre la Cri continua a guadagnare le stesse cifre sulle convenzioni in essere. Inoltre - proseguono i sindacati - senza le previste norme di raccordo, e con il totale disimpegno della Cri nazionale, non ci sarebbe alcuna garanzia sul mantenimento dei livelli occupazionali. 

Dopo ave ricevuto la promessa di un decreto che regoli il trasferimento e una richiesta di stop alla Croce Rossa delle trasformazioni dei comitati dal pubblico al privato, nel pomeriggio i sindacati annunciano vittoria chiedendo  "la sospensione immediata dell'applicazione dei nuovi contratti e la riapertura del confronto sulle norme di raccordo". 

Subito dopo il comunicato dei sindacati arriva l'intervento di Francesco Rocca sul ministero e, in serata, un secondo comunicato. "Nessuna sconfessione da parte del Ministero della Salute, ma solo un chiarimento conclusosi con la nota successiva del Ministero in cui viene ribadita la piena legittimità dell'operato di Croce Rossa posto in essere fino ad oggi in ordine all'applicazione del nuovo contratto collettivo. La Croce Rossa Italiana continuerà a rispettare la legge come ha sempre fatto e a salvaguardare i livelli occupazionali.

La nota del Ministero ribadisce come legittima attribuzione dei Presidenti dei Comitati privatizzati l'individuazione della data di decorrenza del contratto Anpas". "La Cri - ha aggiunto - auspica che vi sia un abbassamento dei livelli di conflitto con tutte le organizzazioni sindacali e che si possa riprendere un percorso sereno volto a migliorare alcuni aspetti del processo di riforma, ma nessun cedimento sulla privatizzazione dei Comitati locali e provinciali, elemento di prossimità verso i bisogni delle comunità vulnerabili e che finalmente grazie a questa privatizzazione possono operare sui loro territori con sempre piu' dinamismo, efficienza e professionalità, sempre attenti ai bisogni di chi soffre".

Disorientati i sindacati di fronte a questa dichiarazione, accompagnata da un documento inviato a Rocca in cui il direttore generale del ministero Massimo Casciello sostiene che i contratti scaduti o già in scadenza vanno ormai regolati dalle norme Anpas, sgrida Rocca per non averlo informato di quanto si stava realizzando ma conferma la validità delle iniziative prese perché la data di decorrenza del nuovo contratto puòessere "ricompresa tra le legittime attribuzioni del Presidente dei comitati privatizzati". 

Parole che contraddicono quanto era stato promesso ai sindacati poche ore prima al ministero. A questo punto si annuncia battaglia. Dovrebbe esserci un nuovo incontro la prossima settimana, stavolta con il ministro della Salute Beatrice Lorenzin. Ma nel frattempo si preparano proteste. "Lo stato di agitazione proseguira' fino a quando non avremo ottenuto una soluzione concreta - concludono le quattro sigle sindacali - e martedì  si terranno assemblee a Roma e in tutta Italia per informare i lavoratori e far crescere la mobilitazione".

Il tanko dei Serenissimi? Una ruspetta. Ma quello che è accaduto è un seme”

La Stampa
cinzia bovio

L’ex ministro Castelli: “Sbaglia lo Stato”. E Bossi: “Italia centralista è fascista”

.it
Umberto Bossi si siede, scarta una morositas e si fa passare l’inseparabile toscano: non lo fuma, non si può. È ospite a Castelletto Ticino, nel Novarese, del tour organizzato per promuovere il recupero dell’antica idrovia Locarno-Milano - un progetto nell’ambito del programma di cooperazione transfrontaliera 2007-2013 Italia-Svizzera legato all’’Expo - ma il discorso corre inevitabilmente agli indipendentisti veneti: ventiquattro di loro sono stati arrestati martedì durante un blitz dei Ros con le accuse da parte della Procura di Brescia di terrorismo ed eversione dell’ordine democratico.

E’ stato pure sequestrato un carro armato artigianale: «Era una ruspetta – dice l’ex ministro Castelli, che accompagna il senatur nella visita - . Lo Stato ha mostrato il suo volto feroce, cosa che succede quando si ha paura. Questi fatti non sono paragonabili all’assalto del campanile di San Marco nel ’97: allora si aveva la pancia piena, ora no. Quanto è accaduto è un seme: ci saranno delle conseguenze. E’ una nuova era per l’indipendentismo e lo Stato ha commesso un grave errore. Sono un vecchio politico e me lo sento: le prossime elezioni saranno determinanti». 

Anche Bossi attacca lo Stato: «Ho fatto passare in Parlamento il federalismo fiscale: è legge ma non si applica. Questo non è un Paese democratico: lo Stato italiano è centralista, dunque fascista. Chi è uscito dal fascismo, più o meno lo ha mantenuto. Ecco allora che la gente prende e spara. Ne ha piene le scatole e vuole la liberazione del Nord». Una breve risposta anche sulle prossime elezioni regionali in Piemonte: «La Lega starà in piedi, alla fine ce la farà. Le alleanze? Grillo non vuole alleati. In Europa stiamo con chiunque sia contro il centralismo, anche il leader del Fronte nazionale Marine Le Pen. Fa niente: chi è contro l’Europa è con noi».

Regalo l’azienda ai miei operai in crisi, nel nome di mio nonno»

Il Mattino
di Lorenzo Mayer

Il gesto di Francesco Regazzo: Nell'offerta comprese le spese notarili nonché tutti i macchinari e le attrezzature per lavorare


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LIDO - «Regalo, in questo tempo di crisi, l'azienda ai miei operai, purché portino avanti, e mantengano vivo il nome di mio nonno nell'attività». Non si tratta di una semplice "boutade" ma di un vero e proprio impegno, messo a verbale nell'assemblea aziendale, e controfirmato dagli operai presenti alla riunione. A lanciare la proposta Francesco Regazzo, amministratore unico della ditta "Italo Regazzo Srl", storica azienda del Lido, che opera da ben cinque generazioni, nei lavori edili stradali, la stessa impresa che, nelle scorse settimane, aveva sollevato il problema di una scarsa turnazione negli appalti gestiti dal Comune di Venezia.

Oggi la situazione nell'edilizia, e negli appalti pubblici, non è facile e Regazzo, nelle ultime settimane, lo ha più volte rilevato. Si dice, poi, che tanti giovani siano a caccia di un posto di lavoro, che faticano sempre più a trovare, e allora ecco la proposta che certamente è destinata a far discutere. «Lavoro qui da trentadue anni - spiega Regazzo - nei tempi belli eravamo arrivati ad avere anche 35 operai, ora siamo rimasti con 4. È sempre più difficile lavorare. E allora ho pensato ai miei operai rimasti: sono pronto a regalare loro tutta la mia parte d'azienda, che possiedo al 50 per cento (l'altra metà è del cugino ndr) purché mantengano il nome di famiglia e del nonno».

Nell'offerta sono comprese anche le spese notarili per la costituzione eventuale di una nuova società "ad hoc", nonché tutti i macchinari e le attrezzature per lavorare.

«Nella mia concezione di impresa - prosegue Regazzo - gli operai hanno sempre avuto un alto valore. Credo, per esempio, che, in un'azienda che funzioni, il numero uno della piramide non debba guadagnare più di dieci volte tanto, anche dell'ultima ruota del carro. Altrimenti non vi è la giusta equità. Visti i tempi di crisi, io, in questi ultimi anni, mi sono anche tolto lo stipendio pur di mantenere la paga ai pochi operai che sono rimasti. Per me non è un problema: per fortuna ho altre rendite che mi permettono comunque di vivere dignitosamente. E un piatto di minestra lo mangio lo stesso, anche senza andare da qualche politico a chiedere, per favore, di lavorare. Ma se i miei dipendenti vogliono sono pronto a cedere a loro il mio testimone. Gratis, non voglio nulla».

sabato 5 aprile 2014 - 11:29   Ultimo agg.: 11:30

Napoli, cucciola paralitica: gara di solidarietà. Adottata!

Il Mattino


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Era nata sotto una cattiva stella la piccola Sweety: abbandonata con i suoi fratellini nei pressi di una fabbrica a Cuma. Ma per fortuna la cucciolata è stata scoperta grazie ad una segnalazione. E i cagnolini sono stati tutti salvati. Una volta al sicuro, la triste scoperta: la piccina aveva gravi problemi motori. Uno ad uno gli altri piccoli sono stati adottati. Per lei però è scattata una vera e propria gara di solidarietà. Finché un bel giorno...


LA STORIA DI SWEETY NEL VIDEO


martedì 1 aprile 2014 - 20:54   Ultimo agg.: mercoledì 2 aprile 2014 22:34

La carica dei cellulari low cost, costruiti in Cina arrivano in Italia a prezzi imbattibili

Il Messaggero
di Andrea Andrei

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Sono smartphone come tutti gli altri: telefonano, navigano su internet, inviano e ricevono email e scaricano app di ogni genere, dai giochi ai social network. Solo che costano quanto un accessorio dell’iPhone o dell’ultimo modello di Samsung Galaxy S. Anche se i dati di vendita dicono che il mercato dei cellulari di alta gamma non conosce crisi, i giganti della telefonia si stanno convincendo che il futuro degli smartphone sia il low-cost. Se da noi, anche grazie ai contratti telefonici, gli smartphone di alta gamma vanno per la maggiore, in un mercato in espansione come quello della Cina i cellulari a basso costo sono un business miliardario. Lì l’anno scorso sono stati distribuiti 354 milioni di smartphone, contro i 139 milioni degli Usa. Secondo la società di ricerche Canalys, entro quest’anno il numero di cellulari spediti in Cina potrebbe arrivare a 422 milioni.

LA GUERRA
La coreana Samsung lo ha capito in tempo e grazie ai cellulari più economici è riuscita a diventare l’azienda leader mondiale nelle vendite di smartphone, ma nel Paese del Dragone deve vedersela con un’agguerrita concorrenza. È il caso di Huawei, colosso dagli occhi a mandorla, il cui successo dalla Cina si è esteso anche qui. Nel mese di aprile uscirà in Italia Ascend Y330, uno smartphone Android che al prezzo di soli 80 euro offre un display LCD da 4 pollici, un processore dual-core da 1.3 GHz e 512 megabyte di memoria Ram. La memoria Rom è di 4 gigabyte, espandibili fino a 32 giga con scheda microSd. Per non farsi mancare niente, lo smartphone cinese sarà disponibile in cinque colori: bianco, nero, rosso, blu e giallo.

La stessa Huawei ha anche progettato, per l’operatore telefonico britannico EE, uno smartphone low cost con connessione super veloce 4G, l’EE Kestrel, che in Gran Bretagna costerà 99 sterline. In Italia Vodafone ha invece lanciato, già da tempo, il suo Smart 4G al prezzo di 199 euro, fabbricato da un’altra azienda cinese, Coolpad. Forse il nome non vi dirà niente, eppure si tratta del secondo produttore di cellulari in Cina, dove è in grado di battere perfino Apple. Uno dei suoi telefoni, Coolpad 9080W, ha uno schermo da 5,7 pollici, una fotocamera da 8 megapixel e un processore quad-core, e costa circa 260 dollari. Nel 2013 i profitti di Coolpad sono saliti del 40 per cento rispetto all’anno precedente.

Nel mercato cinese Samsung è in testa, seguita a stretto giro da Lenovo e proprio da Coolpad. La Mela di Cupertino invece è solo al quinto posto. È anche per questo che l’azienda di Tim Cook ha deciso di lanciare l’iPhone 5C, il suo smartphone “economico”. Il risultato però è stato che il 5C ha avuto più successo in Occidente che nel lontano Oriente.

Coolpad non è l’unico a preoccupare i giganti dell’Ovest. Un’altra azienda, Oppo Mobile, va molto di moda in Cina, tanto che in uno dei suoi spot è comparso anche l’attore Leonardo Di Caprio. Il suo Oppo Find 5, che costa meno di 500 dollari, è dotato di fotocamera da 13 MP e schermo ad alta risoluzione da 5 pollici migliore di quello dell’iPhone 5S. Per non parlare di Xiaomi, che ha costruito il suo successo su internet: non solo vende i prodotti online, ma con forum e social network modifica il software Android montato sui suoi telefoni in base alle preferenze dei clienti.

IL FUTURO
Il business del low cost si sta così rivelando tanto potente da diventare esportabile nei Paesi più ricchi, un po’ per la crisi, vuoi per il fastidio di dover acquistare un gioiello da quasi 800 euro che “scade” molto prima del cibo in scatola. Greg Christie, un ingegnere della Apple che era nel team di progettazione del primo iPhone, ha rivelato che lo stesso Steve Jobs lo avrebbe pensato per durare massimo due anni. Il guru della Mela riteneva che quello fosse il periodo adatto per convincere i clienti a sostituirlo. Non sbagliava: una ricerca della Consumer Intelligence Research Partners mostra che gli utenti acquistano un nuovo iPhone più o meno ogni due anni, spesso in base alla durata del contratto telefonico. Investendo la stessa cifra in smartphone low cost si potrebbe cambiare cellulare una volta l’anno per otto anni, con il risultato di avere sempre in tasca un telefono magari non molto potente ma sempre aggiornato. Una tentazione non da poco.


Sabato 05 Aprile 2014 - 10:28

In California dal 2015 obbligatorie misure antifurto sui cellulari

Corriere della sera
di MARCO LETIZIA

Lo Stato americano sta per varare una legge in tal senso: e i principali produttori si stanno attrezzando


zioni
Le misure per rendere più sicuri i telefonini ed evitarne i furti, un po’ come è avvenuto in passato nel mondo dell’auto, stanno per diventare da opzionali ad obbligatorie, almeno negli Usa.
Leggi
La California infatti sta per varare una legge che dal prossimo anno renderebbe obbligatoria l’esistenza di misure anti-furto su tutti i tipi di cellulari venduti e fabbricati nello Stato americano. Misure simili sono allo studio nello Stato di New York, Illinois e Minnesota, mentre, a livello federale, di segni di legge in materia sono stati presentati in entrambi i rami del Congresso. La scelta dei vari legislatori arriva dopo una specifica richiesta fatta da diversi procuratori generali, da quello di San Francisco, George Gascon, a quello di New York, Eric Schneiderman, preoccupati , non solo dal giro di affari che coinvolge i telefonini rubati (o smarriti) negli Stati Uniti, pari a circa 30 miliardi di dollari, e dal fatto che ormai un furto su tre riguardi uno smartphone, quanto piuttosto dalle statistiche che dicono come l’esito delle rapine sia spesso mortale per chi cerca di resistereal furto dello smartphone.
Misure
Proprio per venire incontro a queste esigenze le principali aziende del settore, Apple prima (con il suo iPhone 5s) e ora Samsung (che con il Galaxy 5 introdurrà due nuove misure di sicurezza «Trova il mio telefonino» e «Riattiva il blocco») hanno dotato i loro modelli di punta di particolari tipi di antifurti. Il più efficace fornisce la possibilità agli operatori di telefonia cellulare, in caso di furto, di impedire l’accesso al telefonino (anche in caso di cambio di scheda) ogni volta che si tenta un reset.
Rischi
C’è chi però la pensa diversamente. E’ la Ctia-The wireless Association, associazione di operatori che lavorano nel campo della telefonia mobile, che avvertono come fornire gli apparecchi di misure di blocco in remoto, potrebbe fornire una pericolosa arma in mano ad hacker esperti, per colpire anche cellulari in uso ad agenzie governative.

5 aprile 2014 | 10:18

Con Fotocopiagratis la pubblicità paga le copie al posto degli studenti

La Stampa
luca indemini

L’idea di una startup romana: uno sponsor permette di stampare file e duplicare documenti di ogni tipo. Gratis, ma con un limite

a.it
Vivremo pure in un’epoca digitale, ma a quanto pare in Italia si fa ancora molta fatica a rinunciare alla carta: stampanti e fotocopiatrici sfornano in media 5 miliardi di fogli l’anno. 
In attesa di trovare una soluzione per ridurre l’impatto ambientale del fenomeno, come fare a contenere i costi e sfruttare al meglio questa ingente mole di carta prodotta? Barattando pubblicità per gratuità. Le fotocopie possono diventare un ottimo veicolo promozionale, più efficace e penetrante di flyer, cartoline e locandine; in cambio, lo “sponsor” paga le copie. Questa in sintesi l’idea di Andrea Geremicca , fondatore di Fotocopiagratis :

“La scintilla è scoccata quasi tre anni fa: stavo passeggiando per New York e ho notato delle strisce pedonali molto particolari, erano tutte grigie, tranne una, bianchissima, su cui veniva promossa la marca di un noto detersivo americano. Mi ha fatto riflettere sulle nuove frontiere dell’advertising”. Solo alcuni anni dopo, sul finire del 2013, Geremicca decide di puntare sulle fotocopie come canale per la diffusione dei messaggi pubblicitari. Idea non originale, esistevano già esperienze simili in Giappone e in Italia ci aveva già provato CopyCopy, senza particolare successo.

“Partendo da queste esperienze, abbiamo cercato di realizzare un modello di business efficace – spiega Geremicca –. CopyCopy si era legata alle Università, targettizzando troppo il servizio; inoltre puntava solo sulle fotocopie, non permetteva di stampare da file e non prevedeva limiti al numero di copie gratuite, in questo modo non si tutelavano gli sponsor, che rischiavano di pagare per fare pubblicità ad un unico utente”.Analizzato l’esistente, Andrea Geremicca inizia a strutturare il progetto assieme a Giampiero De Paolis e Stefano Pioda, proprietario di sei copisterie a Roma. Quest’ultima collaborazione offre un bacino di partenza interessante per gli sponsor: nel 2013 i sei centri di Pioda hanno realizzato 40 milioni di fotocopie. Fotocopiagratis si sviluppa attorno a un sito internet, che è il cuore pulsante della startup.

Qui ci si iscrive al servizio, acquistando la tessera annuale da 5 euro, che potrà poi essere ritirata quando ci si reca in una delle copisterie convenzionate; qui si possono caricare i file da stampare, decidere il numero di copie, selezionare il centro copie più comodo e stabilire l’orario in cui passare a ritirare il materiale, evitando code e attese. Sempre sul sito è inoltre possibile condividere dispense, riassunti, appunti con compagni di corso e altri utenti del servizio, dando vita a una vera e propria community, dove gli iscritti potranno accedere a tutti i materiali caricati e scegliere di stampare anche i file di altri utenti.

“Per garantire agli sponsor una buona circolazione del messaggio promozionale abbiamo stabilito dei vincoli – racconta Geremicca -. Ciascun iscritto potrà stampare gratuitamente al massimo 25 pagine al giorno, le altre copie saranno al prezzo convenzionato di 3 centesimi a pagina in tutto il circuito di copisterie aderenti. Inoltre abbiamo stabilito anche un tetto annuo di mille copie, per ridurre il rischio che la stessa tessera venga utilizzata da più persone”.  La prova dei fatti dirà se l’idea è premiante, intanto a livello progettuale sembra convincente: tutti ci guadagnano.

Gli studenti, che risparmiano sulle fotocopie. Le copisterie aderenti, che tra copie gratuite e prezzi convenzionati saranno particolarmente convenienti e dovrebbero veder crescere il numero di clienti. E lo sponsor, che potrà usufruire di uno strumento di promozione che ha un elevato coefficiente di penetrazione e che a differenza di flayer e volantini ha lunga vita, perché lo studente torna più volte sulle dispense. “La pubblicità sarà pubblicata sul retro delle pagine stampate – spiega Geremicca –. Agli sponsor consigliamo di occupare non più di un terzo della pagina, per lasciare lo spazio ad appunti e annotazioni, in questo modo si garantisce il fatto che lo studente torni più volte sul messaggio, almeno ogni volta che deve ripassare”.

Resta l’annosa questione della SIAE e il rapporto con le norme sul diritto d’autore. “Anche per questo motivo abbiamo deciso di introdurre un numero massimo di copie. Fotocopiagratis si attiene al limite del 15 per cento , il personale delle copisterie convenzionate controllerà il rispetto delle regole – precisa Geremicca –. Inoltre la piattaforma si basa sulla stampa di dispense universitarie e appunti, più che sulla copia di libri e testi”.

A fine aprile partirà la fase beta, per testare il sistema in due centri nei dintorni della Sapienza, a Roma. Da settembre, con l’inizio dell’anno accademico, il progetto si estende nelle copisterie in prossimità di tutte le università romane. “Poi puntiamo a Milano, il modello è facilmente replicabile, se funziona potremo allargarci ad altre città – conclude Geremicca –. Intanto stiamo coinvolgendo diversi brand e sponsor, la risposta entusiasta ci fa ben sperare”.

Balzerani "riabilitata". L'ira delle vittime delle Brigate Rosse

Valentina Rigano - Sab, 05/04/2014 - 08:11

Il Comune di Ruvo di Puglia patrocina la presentazione del libro dell'ex brigatista condannata a sei ergastoli e mai pentitasi

Milano - Ammazzano tuo padre perché fa il giudice. Lo piangi per anni, ricordando il suo senso di devozione alla giustizia, guardando alle istituzioni come alla colonna che supporta la bandiera di quel padre che hai perso perché finito nel mirino delle Brigate Rosse.


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Poi un giorno, tra quelle istituzioni, una sceglie di patrocinare la presentazione del libro di chi ha partecipato al suo assassinio, e improvvisamente le tue certezze crollano. Si è sentita così Ambra Minervini, figlia del giudice Girolamo Minervini, ucciso dalle Br il 18 marzo 1980, quando ha appreso della scelta del Comune di Ruvo di Puglia di patrocinare la presentazione del libro di Barbara Balzerani, ex brigatista condannata a sei ergastoli e mai pentitasi, in programma per domani. La famiglia Minervini, attraverso l'Associazione Vittime del Dovere, ha scritto una lettera al Sindaco di Ruvo di Puglia perché ritiri il patrocinio, e presenterà una richiesta d'intervento alla Camera, il prossimo 7 aprile.

«Per assistere all'intitolazione di una via a mio padre, ho dovuto attendere vent'anni. Per vedermi recapitare a casa la motivazione della medaglia, due – racconta Ambra Minervini – mentre per ottenere il patrocinio di un comune per chi ha ucciso un rappresentante dello Stato, sono bastate poche settimane». Sono le parole sofferte della 58enne Ambra, ex impiegata e mamma, orfana del giudice ucciso mentre viaggiava sul bus diretto al ministero della Giustizia, dove aveva appena assunto l'incarico di direttore generale degli istituti di prevenzione e pena, che gli valse la «nomination» a obiettivo delle Br. «Sono cresciuta a pane e giustizia – continua Ambra – persone come mio padre, servitori del Paese, meritano da questo stesso paese il rispetto per il sacrificio a cui sono andati incontro per combattere le battaglie di tutti. Non ci può essere un'istituzione che legittima pubblicamente un'ex terrorista».

Dirigente della colonna romana delle Brigate Rosse, la Balzerani prese parte a numerosi omicidi, tra cui quello di Minervini e alla strage di via Fani. «La Balzerani per lo Stato ha scontato la pena ed ha quindi diritto di vivere la sua bella vita – prosegue Minervini – Ma resta un'assassina e rimarrà tale. Mio padre, che la sua vita non ha potuto viverla, e mia madre, che da quel maledetto giorno è come fosse morta anche lei, sono le sue vittime, e sempre sarà così. Ho scritto una lettera al sindaco, ricordandogli che non solo il dolore di noi familiari e il senso morale e civico, ma anche le nostre leggi consacrano la tutela e il rispetto della memoria dei caduti. Dalle istituzioni lo pretendiamo».

L'associazione Vittime del dovere, che tutela le famiglie di appartenenti a forze dell'ordine, armate e magistratura rimasti uccisi o invalidi per servire lo Stato e che fra i suoi associati annovera anche Ambra Minervini sottoporrà il caso al presidente della Camera il prossimo 7 aprile: «Per noi è inconcepibile la ricerca di palcoscenici e legittimazioni pubbliche – dichiara la presidente Emanuela Piantadosi - da parte di soggetti macchiatisi dei delitti di servitori della nazione uccisi in quanto rappresentanti dello Stato. È un controsenso». Tanto quanto lo Stato consente ai criminali, pagato il debito con la giustizia, di cercare la via del reinserimento nel tessuto sociale, dovrebbe essere implicito il rispetto da parte di costoro e delle istituzioni verso le vittime delle loro scellerate scelte criminali, unitamente al senso di pudore che dovrebbe spingerli a cercare la riabilitazione nella discrezione e nel pentimento. Dovrebbe.

Da Whatsapp a Skype, da Telegram a Firechat: come parlare e chattare gratis

La Stampa
elisa barberis

Da oggi Vine permette di inviare messaggi, mentre arrivano in Italia le chiamate vocali su Facebook Messenger. E debutta un servizio che funziona perfino senza connessione internet


mpa.it
Si fa presto a dire chat: sono sempre di più le app che offrono anche la possibilità di telefonare ai propri contatti. L’ultima novità arriva ancora una volta da Facebook, che da ieri ha introdotto sull’app Messenger le chiamate vocali gratuite tramite VoIP, in prova già nel corso del 2013 per gli utenti di Stati Uniti e Canada e ora estese a chiunque l’abbia scaricato sul proprio smartphone o tablet, sia Apple o Android. In assenza di una rete wi-fi, al servizio vengono applicati i costi per la trasmissione dei dati a seconda del proprio piano tariffario e, come già avviene per Skype, si potrà valutare la qualità della telefonata attraverso una scala da una a cinque stelle.

In ritardo, invece, l’aggiornamento della versione per Windows Phone, che impiegherà ancora qualche settimana per raggiungere la concorrenza. Mentre Whatsapp due giorni fa è stata costretta a fare di nuovo i conti con un breve guasto che ha reso impossibile inviare o ricevere messaggi, il social network più popolare al mondo – forte del suo miliardo di iscritti – ha calato l’asso contro Viber, WeChat e Line, che già forniscono la possibilità sia di creare chat singole o di gruppo, sia di chiamare sfruttando la rete internet. Una risposta ai recenti dati che vedono Facebook in calo tra i social network più utilizzati in versione mobile , in attesa che compia il grande passo anche il gigante della messaggistica istantanea, forte di oltre 330 milioni di utenti giornalieri.

Nonostante sia già presente l’icona, per il momento l’unica telefonata possibile è quella a carico del gestore. I recenti disservizi di Whatsapp, acquistata proprio da Mark Zuckerberg per 19 miliardi di dollari, e la relativa lentezza nell’aggiornamento delle funzionalità rispetto ai competitors, stanno in compenso favorendo la diffusione di Telegram, l’ultima creatura di Pavel e Nikolai Durov, che utilizza chiavi crittografiche per criptare i contenuti inviati. Solo nei giorni immediatamente successivi alla cessione dell’app (quasi) gemella al social network, è stata scaricata e installata su più di 5 milioni di smartphone.


Per quanto riguarda le videochiamate di gruppo, invece, dopo Google Hangouts, a insidiare il primato di Skype arrivano Friendcaller e ooVoo: se il primo permette di video-chattare in contemporanea con sette persone, con il secondo si possono addirittura inserire fino a 12 partecipanti nella conversazione, inviare file e brevi filmati e chiamare gratuitamente verso Stati Uniti e Canada, sia su telefono fisso che cellulare. Tutto a costo zero.

Nelle ultime 24 ore una novità è però arrivata anche in casa Vine. Oltre alla condivisione di video di 6 secondi, ora si potrà chattare e inviare filmati a uno o più contatti e, via e-mail, pure a chi non utilizza l’app (che è di proprietà di Twitter). Già da diversi mesi, invece, Instagram ha aggiunto la possibilità di scambiare messaggi privati, a singoli o gruppi di massimo 15 persone (ma solo a partire da una foto o da un video): una scelta diretta non tanto a contrastare i servizi di instant messanging, quanto Twitter.

Da casa o dall’estero, le modalità per tenersi in contatto e condividere ogni genere di contenuto senza spendere un centesimo sono ormai moltissime. E se mancasse la connessione internet? Niente panico: FireChat, che a una settimana dal lancio sta rapidamente scalando le classifiche delle app più scaricate, consente di inviare messaggi anche senza copertura 3G o wi-fi, grazie al Multipeer Connectivity Framework, introdotto da Apple con iOS7, che crea una catena di diversi dispositivi in grado di portare i dati a destinazione saltndo da un apparecchio all’altro.

È possibile conversare e inviare foto in modo anonimo con le persone intorno a noi, ovvero a portata di Bluetooth, oppure accedere a un’unica grande chat nella stanza “Everyone”. Impossibile per il momento dialogare con chi utilizza Firechat su un dispositivo Android, ma dall’azienda fanno sapere che è già allo studio una rete che sfrutterà tutti i punti di aggancio possibili per moltiplicare le interazioni tra gli utenti.

Microsoft: 12 milioni di download per Office su iPad in una settimana

La Stampa


ampa.it
Office di Microsoft spopola sull’iPad: a una settimana dal lancio delle applicazioni di Word, Excel, Power Point in versione ottimizzata per il tablet di Apple - attesa da tempo - il colosso di Redmond annuncia con un tweet che sono stati finora effettuati oltre 12 milioni di download. Il trio di app è gratis, ma solo per la visione e lettura dei documenti, per modificarli o crearli si paga un abbonamento annuale di 99 euro.

La novità è stata lanciata giovedì scorso da Satya Nadella, il nuovo amministratore delegato di Microsoft, in occasione del suo esordio a San Francisco in un evento per la stampa. Dopo un’attesa con tanti rumors e speculazioni, sull’App Store è finalmente arrivata la suite di produttività più famosa e più venduta al mondo, comprensiva di Word, Excel e PowerPoint, ottimizzata per il mondo Apple. Nei giorni successivi al lancio le app sono subito `schizzate´ in testa a quelle più scaricate dell’AppStore, anche su quello italiano. Dodici milioni di download in una settimana - come ha annunciato Microsoft - è un importante traguardo, anche se al momento non è dato sapere quanti dei nuovi utenti abbiano anche pagato l’abbonamento annuale a Office 365.


Arriva Office per iPad, le immagini in anteprima

Papa Roncalli, l'aiutante e il papa in fuga per vedere Roma di nascosto

Il Messaggero


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Il Vaticano gli stava stretto. «Otto giorni dopo essere stato eletto Papa all'ennesima passeggiata nei giardini vaticani mi ha chiesto: ma il giro è sempre questo?». Guido Gusso, aiutante di camera di Giovanni XXIII, racconta il Roncalli di tutti i giorni, quello che ha accompagnato per cinque anni al patriarcato di Venezia e altri cinque tra le stanze del Palazzo apostolico. «Mi diceva: portami al Gianicolo, al 'fontanone'», racconta Gusso e qualche piccola 'fuga' insieme l'hanno poi davvero fatta. Quella più rocambolesca da Castel Gandolfo per vedere i Prati del Vivaro.

«Mi chiese di procurarmi le chiavi di un cancello vicino al cimitero che era sempre chiuso. Poi lasciammo passare una decina di giorni e quindi sulla mia Opel, blu e avorio, prima facemmo qualche giro nei giardini, poi aprii il cancello e andammo via, ai Prati del Vivaro», seminando gendarmeria, polizia e guardie svizzere. L'auto era una macchina comune, non la Chrysler pontificia, ma l'uomo dentro vestito di bianco non passava inosservato. «Le auto ci seguivano, quando passammo per Marino la gente ci bloccò. Ricordo la gente che urlava: 'viva il Papa'. Ma anche 'Ah Giovà'!», racconta divertito Gusso.

Un'altra volta «volle andare a vedere sul lago di Albano i lavori per le Olimpiadi del '60. Un'altra volta a Roma andammo in una clinica per andare a trovare un ambasciatore inglese suo amico che stava male». Ma l'aiutante di camera racconta anche il Papa, che poi «tanto buono non era», dice Gusso facendo riferimento alla fermezza delle decisioni, che non voleva che si inginocchiasse ogni volta in sua presenza, che anticipava la cena per consentire al suo aiutante di andare a scuola di inglese, che tirava fuori i soldi dalla sua tonaca bianca quando qualcuno ne aveva bisogno, per esempio per sposarsi. C'è poi quella volta che appesero i quadri nel Palazzo apostolico «ma a lui non piaceva la disposizione e mi disse: «Fatti lasciare chiodi e scala. E il giorno dopo li abbiamo staccati dalle pareti e rimessi come voleva lui».

Gusso sulla scala e il Papa sotto che lo reggeva dai piedi. E poi «quante volte ero in ritardo per la Messa delle 7 e veniva lui a bussarmi alla porta: «Guido, devi venire a servire Messa». Però il Papa gliele passava tutte a quell'aiutante, custode di tanti segreti. «Ma prima di morire mi ha chiamato per tirarmi le orecchie e mi ha detto tutto quello non mi aveva detto in dieci anni: soprattutto di accostarmi di più ai sacramenti e di non essere attaccato ai soldi. Mi voleva promuovere e invece gli chiesi di proteggere dal cielo me, il mio Giovannino e mia moglie Antonia. E stato così. Ho avuto un tumore e altri guai e quando ho avuto bisogno sono sempre andato a tirarlo per la sottana».

Gusso dopo tanti anni parla anche di 'cimici'. «Altrimenti - dice - come faceva il 'Borghese' a riferire il contenuto delle conversazioni telefoniche riservate tra il Papa e il Segretario di Stato?». Oppure l'incontro con il primate anglicano Geoffrey Fisher. «Talmente erano sconcertati che non inviarono neanche un fotografo» e infatti di quell'incontro non c'è immagine. È un fiume di ricordi e emozioni e si sente un privilegiato per avere vissuto con un Papa che «per me è già santo, non ho bisogno delle firme». E pensare che a Venezia gli aveva chiesto una raccomandazione per un posto in banca. «Al patriarcato lo stipendio era davvero basso e io volevo sposare la 'morosa', anche lei di Caorle, il mio paese. Monsignor Roncalli rispose: «Stai tranquillo, il tuo avvenire nessuno te lo tocca. Me ne andai un po' perplesso. Dopo un anno è diventato Papa».


Martedì 01 Aprile 2014 - 20:28
Ultimo aggiornamento: 20:29

Germania. Vuole chiamare il figlio Wikileaks, la legge lo blocca

Il Mattino

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Volevano chiamare il figlio Wikileaks, come il sito fondato da Julian Assange che con la controversa pubblicazione di documenti segreti ha provato a cambiare la storia delle relazioni internazionali. Ma, per fortuna del piccolo, hanno trovato un dipendente dell'anagrafe che ha messo un freno al loro "slancio civico". La storia, arriva da Passau, città della Baviera. «Wikileaks non è solo un nome per me - ha spiegato al quotidiano il 28enne giornalista curdo-iracheno Hajar Hamalaw - il fatto è che ha un grande significato». «Wikileaks ha cambiato il mondo», ha spiegato l'audace neo-padre, in Germania da otto mesi, «e le sue rivelazioni hanno avuto grandi effetti a livello mondiale, in particolare in Iraq, da dove veniamo».

Nonostante le nobili ragioni del genitore, un solerte dipendente dell'anagrafe locale ha avuto il buon senso di evitare probabili future turbe psicologiche al pargolo, nato il 14 marzo scorso. «Hanno detto che non è un nome. Pensava fosse il titolo di un programma per la tv», ha spiegato Hamalaw. È la legge tedesca a proteggere «il benessere del bambino», ha precisato una portavoce dell'amministrazione di Passau, Karin Schmeller. Il giornalista si è dunque dovuto piegare all'inflessibilità teutonica, accontentandosi di chiamare il figlio Dako. Almeno formalmente: tra di noi questo bambino continuerà a essere Wikileaks, hanno assicurato i genitori alla stampa.

venerdì 4 aprile 2014 - 22:12   Ultimo agg.: 22:13

MH370: dubbi e trame cospirazioniste sull'aereo scomparso.

La Stampa
Maria Grazia Bruzzone


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Nel buio fitto che ancora circonda l’aereo della Malaysia Airlines, dissoltosi nel nulla ormai quasi un mese fa, filtrano dubbi e insinuazioni che potremmo dire “cospirazioniste” e addirittura ipotetiche quanto fantasiose trame alla James Bond.   Vediamole, senza prenderle troppo sul serio. Sebbene qualche cosa di non detto in quella vicenda debba esserci, a questo punto.   Ma cominciamo dai dubbi.

  “Sta diventando una spy story”, ha affermato del resto l’inviato di uno dei 25 paesi che partecipano alla ricerca dell’aereo.  Al take della Reuters (“Giochi geopolitici sono un handicap nella caccia al jet”, 28/3 ) che lo citava in modo anonimo si riferiva tre giorni fa   lastampa.it (1/4) sottolineando come le ricerche abbiano sofferto della “riluttanza delle varie intelligence coinvolte a condividere dati sensibili”, dal momento che “la tecnologia militare classificata era la base di tutto”. 
E quando si comincia a parlare di servizi di intelligence non si sa mai dove si può andare a parare. Tanto più quando, come in questo caso, ad essere “coinvolte” sono nazioni come la Cina, appena entrata nella corsa agli armamenti, e Malesia, Indonesia e Filippine, che hanno fra loro e con la Cina dispute territoriali, e gli Usa, stranamente molto defilati e silenziosi, viene osservato.

Un poker a carte coperte.   “Il solo Paese con le risorse tecniche per trovare l’aereo - o almeno la sua scatola nera che può essere a varie miglia di profondità - sono gli Stati Uniti. I loro veicoli di profondità sono stati capaci di recuperare il relitto dell’Air France 447 precipitato nel sud Atlantico nel 2009. Perché non hanno offerto subito il loro aiuto? Chiede lastampa.it. E cita il WantChinaTimesdi Taiwan, “Gli Usa hanno voluto sfruttare un vantaggio dalla ricerca per l’aereo scomparso per testare le capacità dei satelliti della Cina e valutare la minaccia missili cinesi contro le proprie porta-aerei”. “Hanno più satelliti e migliori ma non hanno preso parte alla ricerca del volo MH370, aggiunge Erich Shin, reporter del mensile cinese Defense International.

Dubbi/Domande imbarazzanti.   Queste ed altre citazioni sono tratte da un lungo post di Matthias  Chang, noto avvocato malese e segretario politico dell’ex primo ministro Mahathir Mohamad , che lancia poi una serie di dubbi, sotto forma di domande.

*All’aereo è stato ordinato di tornare indietro o quanto meno di fare una svolta, e da chi?
*L’aereo è stato fatto virare manualmente o da un controllo remoto? 
*Nel secondo caso, quali paesi hanno le tecnologie per eseguire un’operazione del genere? 
*L’MH 370 era stato armato prima del suo volo a Pechino? Se è così, quali sono metodi per una missione del genere armi biologiche, bombe sporche? 
*Era Pechino/la Cina  il bersaglio e se così, perché? 
*A chi giova? 
*La serie di paesi che hanno identificato relitti nell’oceano comprende Australia, Francia, Tailandia, Giappone, Gran Bretagna via satellite Immarsat. Perché gli Stati Uniti non hanno offerto fino a oggi nessuna “intelligence” satellitare?
*Perché non c’è stata nessuna attenzione, specialmente da parte dei media stranieri, alle capacità di intelligence e sorveglianza di Diego Garcia, la base militare aereonavale strategica degli Stati Uniti nell’Oceano Indiano? 
*Perché non ci si è chiesti se il percorso del volo MH 370 era nei parametri delle capacità di intelligence di quella base? Perché da lì non si sono alzati velivoli per intercettare quell’aereo “non identificato” che avrebbe potuto mettere a rischio la base militare?

Quindi il post dell’avvocato Chang si dilunga sui satelliti spia americani, dall’antico Hexagon che già nel 1970 aveva una risoluzione di 0,6 metri, ai recenti NROL-25 in grado di osservare bersagli intorno al globo anche al buio e penetrando le nubi, capace di identificare strutture sotterranee come bunker militari, zoomando su oggetti piccoli come il pugno di un uomo da centinaia di miglia di distanza:

*Coma mai un sistema del genere non ha fornito immagini del MH370, si chiede riprendendo una domanda di Slate. com? 
  *E che dire del NROL-39, l’ultimissimo satellite spia del National Reconnaissance Office, il cui emblema è una piovra e il cui motto è ”Niente è oltre la nostra portata”?  
Ebbene, con queste capacità gli Stati Uniti sono rimasti silenziosi, perché? Si chiede infine Chang. “Magari non si vuole che l’aereo sia ritrovato, se qualche l’intelligence è stata responsabile della sua sparizione”, ipotizza maliziosamente l’avvocato. E invita i media malesi, e non solo, a indagare e a porsi le domande qui sopra.

Un Boeing 777 non può scomparire, perché è tracciato in automatico dai fabbricanti.  
Chissà che ad influenzare l’avvocato Chang non sia stato Gordon Duff, l’ ex ufficiale dei Marines che alla vicenda ha dedicato un post sul suo blog molto informato e seguito Veterans Today,   spesso propenso a retroscena quanto meno "alternativi"

Parlando a nome di piloti ex militari che conosce personalmente, Duff è sicuro: al giorno d’oggi, un aereo di linea “non scompare”. Semplicemente “non può” scomparire.  Perché?
Perché il Boeing 777-200 monta motori Rolls Royce, e quei motori vengono costantemente monitorati i tempo reale in Inghilterra dalla ditta costruttrice, che non li vende ma li dà in leasing. Sono monitorati in automatico, senza che si possa spegnere il collegamento.

  Spiega nel post un ex colonnello dell’Air Force, oggi pilota di un aereo come quello malese per conto di una compagnia privata: “Lo spazio aereo è letteralmente saturato di radar attivi e passivi, civili e militari, sensori, satelliti-spia noti e sconosciuti e il Boeing 777-200, l’aereo che guido io, è un mezzo ultrasicuro. Ha una tripla ridondanza dei suoi sistemi di comunicazione (elenco), se un sistema si guasta totalmente, ne esistono altri due per continuare il volo. È progettato per esser guidato facilmente anche da piloti del Terzo Mondo, il volo è costantemente sotto controllo da terra e dai satelliti”.

“Tuttavia la maggior parte di queste cose può essere spenta da bordo.  Tranne alcune, fra cui i motori”.   A riprova il pilota racconta un episodio capitato a un 777 della sua compagnia: il motore di sinistra perdeva olio, era una perdita minima che non aveva neppure attivato l’allarme,   ma allarmò la Rolls Royce che via satellite fece sapere ai piloti di tenere sotto controllo il livello dell’olio e la temperatura nel motore sinistro”.

La Rolls Royce insomma non poteva non sapere in ogni istante dove si trovava l’aereo della Malaysia “scomparso”. Con i suoi dati tecnici.
 
Quanto alla Boeing, già nel 2006 annunciava (citazione dalla rivista Flight Global) il brevetto di “un sistema che, una volta attivato, rimuove ogni controllo da parte dei piloti per riportare automaticamente un aereo commerciale in un aeroporto pre-determinato”.  Un pilota automatico ‘non interrompibile’ che può essere attivato dai piloti, dai sensori di bordo o anche da remoto, via radio o satellite, da parte di agenzie governative come la CIA, se dei terroristi tentano di prenderne il controllo. “Studiamo costantemente come migliorare sicurezza ed efficienza”, sottolineava la società americana n.1 degli aerei. 

Dai fatti alle deduzioni e alle trame. Insomma, secondo Duff, “mentre alla gente veniva detto che l’aereo era ‘perso’ o  ‘precipitato’ il velivolo veniva monitorato dal NORAD (North American Aerospace Defense Command) e dai suoi partner regionali attraverso i sistemi segreti installati a bordo.  Decine di persone sapevano esattamente dove fosse, come funzionava ogni sistema, che cosa era stato ‘spento’ non solo “quando” ma “dove”, e sanno esattamente dove l’aereo è adesso”. 
Una trama cospirazionista bella e buona, che più oltre  punta il dito sulla solita CIA.
“Quel che hanno detto alla stampa sono bugie. E dopo che è stato ufficialmente rivelato che l’aereo ha continuato a volare per varie ore, continuare a tenere il segreto diventa sempre più problematico”. E la storia del Flyng Dutchman (l’Olandese Volante, leggendario vascello fantasma) che vola verso il Polo Sud appare affatto plausibile.

Quanto ai passeggeri, Duff sostiene che “potrebbero anche essere stati uccisi usando sistemi di controllo non disponibili all’equipaggio o a eventuali dirottatori”….Il “cambio di direzione” di cui si è detto - la svolta di oltre 180° illustrata anche dalle tv - comprende 45 minuti all’altezza di 45.000 piedi.  E c’è una procedura che prevede quel tempo e quella altezza  per depressurizzare la cabina, consumando la riserva di ossigeno e uccidendo i passeggeri”. Conclude il post: “Fonti affermano che l’aereo è atterrato a Diego Garcia, è stato rifornito di carburante, i passeggeri morti sono stati sbarcati, ed è ripartito? Non sarebbe comunque una spiegazione migliore di quella che pretende sia volato verso il Polo Sud, nascosto al mondo per colpa di rotture simultanee di molteplici sistemi di sicurezza, comunicazione, contro-dirottamento e piloti automatici?

 Decisamente cinematografica e senza più dubbi è la trama avanzata da Percy Alvarado Godoy, “giornalista” guatemalteco cresciuto a Cuba “esperto in guerre segrete e con agganci ai servizi dell’Est”,   secondo un blog, più probabilmente lui stesso ex spia dei servizi Cubani (vedi qui e qui, parte 1 e 2) . Secondo lui, il GRU ( intelligence   militare russa) e FSB (ex KGB) “sapevano” che sul volo HM370 era stato caricato un carico altamente sospetto: forse materiale radioattivo, forse bomba biologica. Il carico era stato “osservato” mentre veniva trasferito da qualche paese UE alla Repubblica delle Seychelles, e da qui alla Malaysia .

A portarlo era stata una nave da carico sotto bandiera USA, la MV  Maersk Alabama.  E qui la storia diventa intrigante perché si tratta dell o stesso vecchio cargo che l’8 aprile 2009 fu dirottato da quelli che si dissero pirati somali. La US Navy, con un gruppo speciale di SEAL, si riprese la Maersk Alabama   con un’immediata azione di forza, ammazzando tre dei cosiddetti pirati somali. Poi ci hanno fatto anche un film: “ Captain Phillips - Attacco in mare aperto” , protagonista Tom Hanks. 
Anche stavolta la  Maersk Alabama è incorsa in una strana, tragica disavventura: mentre era attraccata alle Seychelles, il febbraio scorso sono stati uccisi due uomini che vi si trovavano a bordo, due ex Navy Seals, diventati  contractors  privati.

Lavoravano per la Trident Security Systems, che fornisce servizi di sicurezza. I due sono stati trovati morti nella stessa cabina: secondo la CBS, erano morti entrambi “per collasso cardiorespiratorio, probabile infarto dovuto al consumo di droghe”. Secondo Godoy,  entrambi erano degli specialisti nel trasporto di arsenali biochimici e nucleari, e la Trident   non sarebbe che una facciata del Pentagono per operazioni coperte. Fatto sta che il GRU, quando ha osservato che quel certo carico dalla  Maersk   era stato caricato a bordo del Boeing 777 della Malaysian, diretto a Pechino, avrebbe avvisato il Ministero della Sicurezza della Cina: questo avrebbe attivato le misure di sorveglianza in tempo reale e tutti i sistemi di difesa. 

Sul filo di questo fantasioso intreccio, l’autorità cinese avrebbe cercato di far deviare il volo, diretto a Pechino, verso l’aeroporto internazionale dell’isola di Haina.   E però, mentre nella poco nota isola cinese tutto era pronto per ricevere il pericoloso volo, gli americani hanno preso possesso a distanza dell’aereo, che in quel momento si trovava nel Mar della Cina Meridionale vicino alle isole Spratly, per farlo atterrare altrove, in una base per loro sicura. Quale? La Diego Garcia, 3.450 chilometri più lontano, nell’Oceano Indiano.  Sempre lì vanno a parare   le trame. In quell’atollo formalmente britannico, che da decenni ospita una potente base aeronavale USA, usatissima per i bombardamenti di Iraq e Afghanistan, sede delle più segrete e avanzate installazioni militari per il dominio dell’aria ( qui in italiano la poco edificante storia della base).

Su come abbiano dirottato il volo, trasformando il Boeing 777 in una specie di drone, non ci soffermiamo dopo le spiegazioni dell’ex marine Duff. Sarebbe stato in questa fase, dopo essere salito a 45.000 piedi che l’aereo MH 370 avrebbe volato a quota bassissima – come è stato raccontato in seguito ma senza dire il perché: il velivolo doveva sfuggire ai radar (residenti alle Maldive testimoniarono jetssissima quota la mattina dell'8/3 intorno alle  (vedi ad es qui )

E i cellulari dei passeggeri hanno continuato a squillare a lungo, segno che l’aereo non è finito sott’acqua, almeno per un bel po'. Un complotto americano ai danni dei cinesi sventato dai russi? Complotto di che tipo? A che scopo? La storia della bomba sporca/biologica diretta a Pechino resta assai oscura. Come spettatori del film pretenderemmo una spiegazione più convincente.

Notazioni.  Tra i dubbi e le trame si osservano curiose coincidenze: che le “fonti” siano le stesse? Che siano i servizi russi? M ah?! Sempre meglio chiedersi “da dove” arrivano notizie, “storie” e soprattutto “retroscena”.

Detto questo, che a Diego Garcia debbano sapere qualcosa, sembra assai verosimile, vista la loro posizione  e le tecnologie sofisticate.

Voci su un coinvolgimento della base si rincorrono in realtà da un po'  ( qui, con links e tweets) tanto da richiamare una smentita del ministro dei Trasporti malese. Fino all'inverosimile racconto del poco attendibile e ipercomplottista blog jimstonefreelance che avrebbe la prova dell'atterraggio del Boeing laggiù dalle coordinate (exif data) del selfie inviato fortunosamente del tecnico IBM Philip Wood già a bordo del 370, ora detenuto, foto però oscurata da hackers che ora perseguitano il blogger... la storia un po' complicata è raccontata da un blog apparentemente più serio.