martedì 1 aprile 2014

La Boldrini dichiara guerra al lusso. Ma vive da regina

Stefano Zurlo - Mar, 01/04/2014 - 15:31

L'ultima gaffe della presidente dei deputati: chiede meno resort per turisti danarosi e più centri di accoglienza, però si dimentica le comodità del suo Palazzo

Deve aver scambiato lo scoglio di Lampedusa con la reggia di Montecitorio. Laura Boldrini tiene una predica quaresimale come se fosse aggrappata all'ultimo lembo d'Europa, e invece tuona dal trono più alto della casta.


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Contraddizioni in una nuvola di incenso. La regina lancia messaggi improntati al più intransigente pauperismo e propone una filosofia tardosovietica che si può riassumere in uno slogan: meno resort per turisti danarosi e più centri d'accoglienza per migranti. Insomma, siamo all'ennesima variazione dell'intramontabile adagio caro alla sinistra massimalista: anche i ricchi piangano. Nel Palazzo, quello che lei presidia, la dieta è di là da venire. I tagli, per ora, fanno male alla carne viva del Paese. Laura Boldrini è troppo impegnata nel difendere la parità di genere, nello sventare complotti sessisti e nel salire al volo, con fidanzato al seguito, sul volo di Stato diretto in Sudafrica per i funerali di Mandela.

Il resto conta poco, come le briciole cadute dalla tavola imbandita. I numeri della Camera, anche quelli sontuosi della vergogna, le scivolano addosso: «casa Boldrini» è una corte con 1.491 dipendenti, palazzi fastosi e saloni luccicanti; del resto lei è la terza carica dello Stato e si sa che la forma può anche essere il biglietto da visita della sostanza. Ma quello che vale alla Camera evidentemente non ha rilevanza nel resto del Paese. Così la Boldrini si sente in dovere di puntare il dito contro l'industria del turismo di lusso, uno dei pilastri della già fragile economia del Paese. «Non possiamo - afferma il presidente della Camera - senza una insopportabile contraddizione, offrire servizi di lusso ai turisti affluenti e poi trattare in modo, a volte inaccettabile, i migranti che giungono in Italia dalle parti meno fortunate del mondo, spesso in condizioni disperate».

Intendiamoci: Laura Boldrini ha vissuto a lungo sulla prima linea dell'emergenza immigrazione e ha sviluppato una sensibilità verso gli ultimi che va rispettata. Fa anche bene a frustare le contraddizioni della società, ma se si è in cima alla piramide della politica italiana e si è al vertice della casta e di quel mondo di privilegi che abita nel Palazzo, allora ci vorrebbe un approccio diverso. Più realistico, meno apocalittico e moralistico. Insomma, chi guida dovrebbe essere portatore di consapevolezza e sapere dove poggia i piedi. Va bene sfruttare il vento di sobrietà che aleggia dalle parti di Montecitorio e Palazzo Madama per tagliare alcune prebende scandalose. Sacrosanto.

Ma Boldrini è oltre: si abbevera ai pozzi della demagogia e spara ad alzo zero sull'industria del divertimento che fra l'altro è uno dei grandi patrimoni di questo Paese e meriterebbe il massimo riguardo. Boldrini confonde i piani, dimentica il contesto. Straccia la cartolina Italia, che dovrebbe essere difesa dalle massime autorità, e si comporta come se fosse ancora portavoce dell'Alto commissario per i profughi. Invece, potrebbe e dovrebbe tutelare il marchio Italia in tutte le sue declinazioni e darsi da fare per accorciare la distanza che separa il Palazzo dal Paese. Montecitorio ha un esercito di quasi 1500 dipendenti, come una grande azienda, e gli stipendi non sono quelli del Paese normale e nemmeno quelli di un hotel a cinque stelle: un barbiere arriva a 136mila euro l'anno, il segretario generale a 406mila.

E ancora, pescando qua e là in un elenco interminabile e grandioso di voci, si scopre che un consigliere parlamentare può incassare fino a 358mila euro e un documentarista può raggiungere quota 237mila. Cifre lunari per i colleghi che lavorano in palazzi senza fregi e valletti. Invece sono questi gli standard di casa Boldrini. Intorno al presidente si muove un apparato imponente, un apparato che se vuole mostra i muscoli e dimostra riflessi insospettabili. Quando su Internet comparvero le immagini deprecabili di una finta Boldrini nuda, immediatamente le forze dell'ordine e la magistratura si attivarono con una velocità sbalorditiva, disponendo perquisizioni e oscuramenti istantanei di blog.

Difendere migranti e clandestini dalla capitale, anzi dalla mangiatoia inesauribile del Parlamento non aiuta la causa degli ultimi. Invece di attaccare resort e relais, Boldrini potrebbe preoccuparsi della spending review, almeno nel perimetro di Montecitorio. E alzare la voce non contro i grandi alberghi ma contro la grande latitante: l'Europa. La Ue che promette mezzi e uomini ma non mantiene e al momento giusto si defila, lasciando l'eterna emergenza nelle mani degli italiani. Ma, si sa, c'è chi crede che la politica sia una filastrocca di slogan contro ricchi e riccastri.

Da Fini a Rutelli, i politici finiti costretti a inventarsi un lavoro

Paolo Bracalini - Mar, 01/04/2014 - 10:46

Sono stati ministri, presidenti della Camera, leader onnipresenti in tv, ma ora sono spariti. Ecco dove sono, da Pecoraro Scanio alla Pivetti. Il ripiego più gettonato: le associazioni

Una presidenza di associazione, ecologista o culturale, non si nega a nessun ex politico. Reinventarsi un lavoro, a quei livelli, non è poi così difficile, le offerte fioccano. Altri desaparecidos della politica, quelli di seconda fila, invece devono lavorare più di fantasia.


apertura

BOCCHINO, PASSATO E LIBERTÀ

Come gli ex colonnelli finiani, tutti riconvertiti a nuove attività. «Facciamo prima a darli per dispersi - dice tranchant l'ex deputato Pdl Amedeo Labocetta - Tranne Italo Bocchino, il più disinvolto di tutti, come mi disse Fini. Lui si è riciclato come lobbista per l'imprenditore Alfredo Romeo, lo si vede al centro direzionale di Napoli, alla sede della Romeo Gestioni Spa». Bocchino scrive sul Secolo d'Italia (dove è stato riassunto anche l'ex onorevole Silvano Moffa) con lo pseudonimo di Oreste Martino. Di Flavia Perina, ex prezzemolina tv ai tempi d'oro (brevissimi) di Fli, si sa che ha un blog e che è in causa col Secolo d'Italia, 800mila euro di risarcimento per essere stata «cacciata dalla direzione da un giorno all'altro». Fabio Granata è finito in Green Italia, movimento politico ecologista, mentre Filippo Rossi, ex giamburrasca finiano, fa il presidente del consiglio comunale di Viterbo. Gli altri? Spariti.

FINI AL CREPUSCOLO

Già, e Gianfranco Fini? Le sta provando tutte per tornare in sella. Per ora scrive saggi e scruta l'orizzonte dal suo esilio, l'associazione «Liberadestra». Ma non sembra girargli benissimo: chi vuole aiutarlo può versare da 100 a 500 euro per diventare «Socio ordinario», più di 500 euro per essere «Sostenitore». Si prevedono file.

RUTELLI DESAPARECIDO

Francesco Rutelli, oltre a seguire le numerose querele fatte per difendersi dalle accuse dell'ex tesoriere manolesta Lusi, «oggi dà il suo contributo a diversi think tank internazionali». Così si legge sul sito di una delle prestigiose associazioni culturali di cui è presidente onorario l'ex leader della Margherita, l'Institute for cultural diplomacy (Icd) di Berlino, dove figura anche l'ex ministro Franco Frattini (che puntava a diventare nuovo segretario generale della Nato). In un intervento pubblico del 2013 all'Icd Rutelli sfoggia un inglese molto più sciolto (anche se col supporto di un testo scritto) rispetto a quello maccheronico («Pliz, visit auar cauntri») di un celebre spot da ministro dei Beni culturali. Già che c'è, Rutelli è anche presidente dell'Associazione Priorità Cultura e leader dell'Api (che poi è un partito).

PECORARO E COMPANY DA MINISTRI A SPETTRI

L'ex ministro Verde, Alfonso Pecoraro Scanio, esercita la professione di avvocato civilista, insieme a tante altre cose. Sul suo profilo Linkedin si legge che è: presidente della Fondazione UniVerde, componente della giuria «European Business Award», docente di Politiche dell'Ambiente ed Ecoturismo all'Università di Milano Bicocca e pure a Tor Vergata. E anche a rischio processo, vista la richiesta di rinvio a giudizio per finanziamento illecito fatta dal pm a Roma (nei guai anche il fratello Marco). Il suo ex collega di maggioranza nel governo Prodi, Oliviero Diliberto, lasciata la guida del Pdci da un anno, è tornato ai suoi codici latini: «Non è che sono tornato a fare il docente universitario (Diritto romano a La Sapienza, ndr), non ho mai smesso di farlo. Collaboro con università cinesi, mi muovo tra Roma e Pechino. Sono felicemente un ex politico» dice.

CASTELLI E I FRATELLI PADANI

In casa Lega Nord, l'ex ministro Roberto Castelli è tornato alla sua professione, ingegneria meccanica. Fa il consulente aziendale, oltre a lavorare nella ditta da lui fondata e da qualche anno diretta dal figlio, la «Novicon srl», specializzata in macchine per l'abbattimento acustico industriale. «Ho constatato quanto è difficile lavorare in Italia alle prese con una burocrazia folle». Anche lui felicemente ex: «La politica non mi manca per niente». L'ex capogruppo Marco Reguzzoni si dedica a tempo pieno alla sua «Biocell», ramo biotecnologie, mentre Renzo Bossi manda avanti, con l'aiuto del fratello, un'azienda agricola a Brenta, vicino Gemonio.

BERTINOTTI, PIVETTI E I PRESIDENTI PERDUTI

Desaparecido che però appare con frequenza nei salotti romani è Fausto Bertinotti, detto Bertynights, già presidente di Montecitorio e già testimone di nozze di Valeria Marini, è stato anche il gran leader di Rifondazione comunista, ma ora dice che «la sinistra non esiste più» e ammira Renzi: «È un surfista postmoderno». Altra ex presidente di Montecitorio, Irene Pivetti, fa la lobbista con la sua «Only Italia», network da lei fondato per promuovere le aziende italiane all'estero. «Non vedo cosa ci sia di male ad usare il mio ufficio alla Camera anche per la mia attività professionale» disse la Pivetti, che come ex presidente aveva diritto ad un ufficio a Montecitorio. Privilegi che spettano anche ad altri ex usciti di scena, come Carlo Scognamiglio, già presidente del Senato. Panorama gli chiese se fosse vero che uno degli addetti messigli a disposizione dal Senato (oltre ad un ufficio) fosse invece da lui utilizzato a Milano, a casa sua. «No, lavora nel mio studio, non a casa, e non fa le pulizie, fa lavoro di segreteria. Filippino? No, è messicano» rispose imbarazzato al cronista. Che poi telefonò allo studio del prof: «No, qui in studio non lavora nessun segretario messicano». Desaparecido anche lui.

Una viola Stradivari da 33 milioni, il prezioso strumento va all'asta con una valutazione record

Il Messaggero


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Uno strumento musicale può valere oltre 33 milioni di euro, e probabilmente molto di più una volta conclusa l'asta? Sì, se si tratta di una viola di Stradivari, che Sotheby's e Ingles & Hayday metteranno in vendita in giugno a New York con offerte a buste chiuse che partono da una base d'asta di 45 milioni di dollari. Quello della viola Macdonald, dal nome di un barone tra i primi acquirenti del pregiatissimo 'legno', è di gran lunga il record assoluto per uno strumento musicale: il precedente primato era del violino Lady Blunt, sempre del liutaio cremonese, venduto nel 2011 per 15,9 milioni di dollari. Un prezzo determinato anche dal fatto che nel mondo sono rimaste solo 10 viole Stradivari, a fronte di 600 violini e 50 violoncelli prodotti nel laboratorio di Stradivari. E solo due vengono dal cosiddetto 'periodo d'oro': questa è del 1719.

«Questa viola rappresenta l'acme della sapienza umana nella creazione di strumenti musicali, ed è ottimamente conservata: è come se una viola commissionata direttamente a Stradivari ti fosse consegnata 300 anni più tardi», commenta David Aaron Carpenter, il violinista che suonerà lo strumento da Sotheby's a New York. «In ogni settore esistono capolavori che esercitano la loro influenza oltre i confini del loro ambito. Gli strumenti di Stradivari appartengono a una classe di capolavori artigiani di cui la viola Macdonald rappresenta l'apice indiscusso», aggiunge David Redden, vice presidente di Sotheby's.

A partire dalla fine del XVIII secolo, quando la fama di Stradivari iniziò a crescere, i collezionisti cominciarono a ricercare quartetti d'archi (due violini, una viola e un violoncello) prodotti da Stradivari. Oggi è praticamente impossibile riuscire ad assemblare un quartetto simile e il valore degli strumenti usciti dal laboratorio del liutaio cremonese hanno assunto prezzi stratosferici. La viola Macdonald fu acquistata per Peter Schidlof del Quartetto Amadeus nel 1964 e proviene dalla famiglia del musicista, scomparso nel 1987. In genere questi strumenti vengono acquistati da un collezionista milionario o da una ricca fondazione, che a volte li affidano a un fortunato esecutore per tutta la carriera. Nel caso accadesse, l'altra domanda è: anche se si tratta di beni ampiamente assicurati, chi se la sente di portare una cinquantina di milioni nella custodia?

Una viola Stradivari da 33 milioni, il prezioso strumento va all'asta con una valutazione record



Venerdì 28 Marzo 2014 - 17:15
Ultimo aggiornamento: 17:18

La brugola avvita anche l’America

Corriere della sera

di Rosella Redaelli

Sbarca a Detroit l’azienda di Lissone che ha inventato le viti a testa cava: accordo tra il presidente Gianantonio Brugola e il governatore dello Stato del Michigan


Da Lissone a Detroit. Entro il 2015 le Officine Egidio Brugola (Oeb) sono pronte a sbarcare negli Stati Uniti e ad aprire un nuovo stabilimento a Detroit per la produzione delle viti che le hanno rese famose nel mondo. I piani dell’accordo sono stati discussi ieri mattina da Gianantonio Brugola, presidente dell’azienda fondata dal padre nel 1926, con il governatore dello Stato del Michigan, il repubblicano Richard Snyder, in visita all’azienda. Nessun rischio però di delocalizzazione. «L’azienda è nata a Lissone - garantisce il presidente - e non diminuirà la produzione in Italia. Semplicemente in un mondo globale ci avviciniamo ai nostri clienti, in particolar modo a Ford che a Detroit metterà in produzione 600 mila motori “Dragon”».


Le Officine OEB a Lissone Le Officine OEB a Lissone
 
Le Officine OEB a Lissone Le Officine OEB a Lissone
 
Le Officine OEB a Lissone 

È una nuova pagina che si apre per l’azienda nata nel 1926, quando Egidio Brugola inventò le viti a testa cava esagonale che portano il suo nome. Da allora le Officine Egidio Brugola hanno avuto in via Dante, nel cuore del centro storico della capitale del mobile, l’unico sito produttivo che dà lavoro a 300 addetti. Passati due anni di crisi tra il 2008 e il 2009, con il ricorso anche alla cassa integrazione, la Oeb negli ultimi anni ha invece registrato un’inversione di tendenza con il fatturato che è passato da 108 milioni di euro nel 2012 a 120 milioni lo scorso anno. «Se le cose continueranno ad andare così bene - ha spiegato Egidio Brugola, nipote del fondatore ed oggi vicepresidente - contiamo di aprire negli Stati Uniti nel 2015 e di portare a Detroit il nostro know how , oltre al modello di azienda che sarà simile a quella italiana, ma più piccola. Inizialmente contiamo di assumere una quarantina di addetti».

Inevitabile la scelta di Detroit, capitale dell’auto, per l’apertura del sito produttivo: le viti brevettate dalla Oeb e prodotte a Lissone finiscono sui motori delle principali case automobilistiche. Del resto basta dare un’occhiata alla grande sala conferenze della fabbrica per vedere allineati come in un museo motori Ford, Renault, Jaguar, General Motors e Volkswagen. Ad attrarre gli imprenditori stranieri nello Stato nordamericano c’è anche una politica di detassazione messa in atto dal governatore Snyder, eletto nel 2011. «Prima di entrare in politica ero commercialista - ha scherzato - e forse questo mi ha aiutato a sanare un deficit da 1,5 milioni di dollari. Dopo dieci anni di recessione ora siamo in grande ripresa e sono fiducioso che anche l’Europa e l’Italia usciranno presto dalla crisi. Oeb è un fornitore strategico per le nostre aziende e troverà nel nostro Stato risorse preparate nel campo dell’automotive. Abbiamo 375 centri di ricerca, i quartieri generali del 61% dei produttori e fornitori delle aziende automobilistiche. E tra poco ci sarà anche Oeb».



La brugola sbarca negli Usa

1 aprile 2014 | 10:43

L’ufficiale accusata di disobbedienza per aver salvato una gatta

Corriere della sera
di Anna Mannucci *


militare
Barbara Balanzoni, tenente medico della riserva selezionata, è stata sotto processo per “disobbedienza aggravata e continuata”. Che cosa aveva fatto la dottoressa di 39 anni durante la missione italiana militare in Kosovo? Aveva salvato una gatta che stava morendo di parto, il 10 maggio del 2012, nella base italiana di Pec. La micia, di nome Agata, si lamentava disperatamente, i soldati si erano preoccupati e avevano cercato il veterinario responsabile, che però era assente, in permesso.

Così hanno allertato la tenente Balanzoni, anestesista rianimatrice, che era intervenuta e con una semplice manovra manuale, analoga a quella che si fa con i neonati umani, aveva salvato la vita della gatta e dei due gattini appena nati (non quella del feto rimasto in utero, che purtroppo era già morto). Un piccolo gesto di altruismo che sarebbe passato inosservato se Agata, troppo dolorante, non avesse dato un piccolo morso alla dottoressa, costringendola a farsi praticare la vaccinazione antirabbica obbligatoria in questi casi.

E così il fatto divenne di pubblico dominio e il soccorso alla micia fu considerato atto di disobbedienza dai capi militari, portando a cinque giorni di consegna e, dopo quasi due anni, a un processo. Facile, a questo punto, pensare a una novella Antigone, un’eroina che disobbedisce a ordini ingiusti -il divieto di avvicinarsi ad animali- segue la legge del cuore invece di quella del potere e in questo modo salva una vita, anzi tre, e ne subisce le pesanti conseguenze. Ed è facile aggiungere a tutto questo l’immagine di una soldata, armata, apparentemente dura, che si lascia andare a un gesto compassionevole, pieno di amore e di pietà e nello stesso tempo di coraggio. L’accudimento materno contrapposto alle legge militare, tipicamente maschile. Ma non è andata così: «Io non ho disobbedito agli ordini – dice la dottoressa Balanzoni- e questo è stato ufficializzato il 7 febbraio scorso, nei preliminari del processo, quando il capo della procura militare ha chiesto e ottenuto la mia assoluzione “perché il fatto non sussiste”».

Insomma, l’ufficiale medico non ha compiuto il reato di disobbedienza «perché non ha disatteso un ordine impartito direttamente a lei, ma una prescrizione di carattere generale», quella di non avvicinarsi ai randagi. Barbara Balanzoni dovrà comunque tornare in aula ad aprile per rispondere di altre due imputazioni rimaste in piedi: diffamazione e ingiurie a inferiore, accuse che lei smentisce con decisione. Ma torniamo al salvataggio di Agata e dei suoi piccoli, di cui è noto anche il padre, Rocco: «Non sono stata coraggiosa e non mi sento un’eroina, si è trattato di buon senso e professionalità, ho fatto solo il mio dovere.

Se dovessi tornare indietro, mi comporterei nello stesso modo». Barbara è rimasta anche molto stupita dal clamore suscitato dal suo caso e dalla tanta solidarietà che ha ricevuto, comprese 178.000 firme a suo favore. «Non sono animalista, anzi, ho scoperto l’animalismo dopo questi fatti, anche se ho sempre vissuto con un cane e un gatto». Inaspettata anche la sua visione dei soldati e dei loro rapporti verso gli animali da compagnia. Non c’è contrasto tra la vita militare e l’amore per i quattrozampe. In tutte le basi militari, nel mondo, ci sono cani e gatti, amati e rispettati, definiti spesso “la componente pelosa dell’esercito”. Grazie a loro si crea amicizia, sono dei catalizzatori di sentimenti positivi, fanno una sorta di pet-therapy di massa, molto utile in queste situazioni difficili.

Un esempio per tutti: Bruno e Chiara, i due cani soldato di Bala Murghab in Afganistan, che dopo lo smantellamento della base italiana, sono stati fatti rientrare in Italia e qui accolti con tutti gli onori. Dunque Barbara Balanzoni, donna, medico e ufficiale, smonta molti pregiudizi sulla sua vicenda e sull’esercito, anche se alla fin fine qualche problema però appare: in tutta la base di Pec, su 600 presenti, c’erano una decina di donne, di cui solo due ufficiali. Presenze che tuttora, per alcuni, risultano strane. Anche se, insiste Barbara, il vertice militare ha grandissima apertura e fiducia nelle donne. E l’ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, capo di Stato Maggior della Difesa, nella sua pagina ufficiale, tra i suoi interessi mette “felini” (il suo gatto).

Omicidi col piccone: Kabobo è infermo, assolvetelo

Corriere della sera

di Giuseppe Guastella

L’arringa della difesa del ghanese che nel maggio scorso ha ucciso tre passanti


Milano, aggredisce passanti col piccone: un morto e due feriti
Era totalmente incapace di intendere e volere Mada Kabobo, il ghanese che l’ 11 maggio dell’anno scorso ha ucciso tre passanti a colpi di piccone in zona Niguarda, ed è per questo che ieri i suoi difensori hanno chiesto al giudice per l’udienza preliminare, Manuela Scudieri, di assolverlo riconoscendone la totale infermità mentale con la sentenza del processo con rito abbreviato prevista per il 15 aprile. Per il pubblico ministero Isidoro Palma, invece, Kabobo era solo parzialmente malato di mente e per questo il magistrato nell’udienza precedente aveva chiesto che fosse condannato a 20 anni di carcere. Secondo Palma, che ha anche chiesto che a pena espiata l’uomo resti altri 6 anni in una casa di cura e custodia come misura di sicurezza, i risultati di una perizia hanno stabilito che la capacità di intendere di Kabobo al momento dei fatti non era «totalmente assente» e quella di volere era «sufficientemente conservata».

La richiesta di assoluzione avanzata dai legali si fonda sui «dati oggettivi riportati in alcune perizie depositate agli atti», spiegano gli avvocati Francesca Colasuonno e Benedetto Ciccarone precisando che «non si tratta di una strategia, ma di una iniziativa pienamente motivata e legata alla schizofrenia paranoide di cui soffre» l’extracomunitario. L’uomo, anche nel caso in cui fosse assolto per infermità mentale, «non tornerebbe comunque libero ma, data la sua pericolosità sociale, gli verrà applicata una misura di sicurezza che lo obbligherà a rimanere per anni in un ospedale psichiatrico giudiziario». In aula sono intervenuti anche i legali dei familiari di Daniele Carella e di Ermanno Masini, due delle vittime della follia omicida di Kabobo, i quali hanno chiesto il risarcimento dei danni, anche se Andrea Masini, figlio di Ermanno Masini, ha detto che, «anche in caso di condanna, qualsiasi pena non sarà soddisfacente. Io voglio continuare questa battaglia per mio padre». Di fronte al palazzo di giustizia, lungo corso di Porta Vittoria, con un sit-in di protesta contro «le sentenze che umiliano le vittime e i loro parenti» organizzato in coincidenza dell’udienza, Fratelli d’Italia ha chiesto con il deputato Ignazio La Russa, ex ministro della Difesa, una «pena severa, giusta e certa» e «giustizia per le vittime»,.

1 aprile 2014 | 08:50

Bliss, ecco com’ è nato lo sfondo del desktop in Windows Xp

La Stampa


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Nessuno ha mai saputo quanto abbia pagato Microsoft per avere l’esclusiva: Charles O’Rear non lo ha mai rivelato, e il segreto è tutelato da un accordo legale. Ma è certo che nessun’altra foto al mondo è stata mai pagata tanto. E riprodotta tante volte, ogni giorno, su centinaia di milioni di computer. Si chiama Bliss, ed è lo sfondo della scrivania di Windows Xp, la più famosa e diffusa tra le tante versioni del sistema operativo di Microsoft, che fra una settimana esatta sarà definitivamente accantonata. O’Rear la scattò nel gennaio del 1996, di ritorno da una gita con la sua ragazza nelle colline della Sonoma Valley, in California, dove ancora vive.

Era da poco passata una tempesta e il cielo stava tornando sereno, così prese la sua macchina fotografica, una Mamiya RZ67 , e scattò alcune foto. Una finì nel database di Corbis, l’agenzia fotografica che Bill Gates comprò nel 1989. Fu scelta per caso, e con leggerissime correzioni nel colore, diventò lo sfondo del desktop di Windows Xp. Oggi quell’angolo di California non è cambiato molto da allora (eccolo in Google Maps), ma sono cambiate le immagini usate come sfondo di scrivania: le variazioni sul tema di Bliss sono innumerevoli.

Fotogallery

I 100 blog musicali più influenti del pianeta

La Stampa


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Li ha messi in fila il sito inglese Style of Sound, calcolando la reputazione sui social media. Pitchfork è al primo posto, il dominio anglosassone è netto ma c'è spazio anche per un blog italiano.

“I blog scompariranno nel 2017”, profetizzò Bruce Sterling qualche anno fa. Seppur non ancora in fase terminale, il processo è già visibile nel 2014, complice la frammentazione portata dai social media e il dominio sempre più marcato di un'informazione dettata dai tempi, dagli spazi e dai modi degli smartphone. Eppur si muove ancora, la blogosfera musicale. E tra i superstiti c'è chi continua a svolgere un importante ruolo di “influencer”, spesso mutando forma, ingrandendosi e fondendosi con l'universo dei festival, dei tweet, dello streaming. 

Il sito londinese Style of Sound ha stilato una classifica dei 100 blog musicali più influenti nel 2014. La chart è stata realizzata attraverso un meccanismo basato “sulla qualità dei contenuti, sulla frequenza di pubblicazione, su statistiche relative a SEO (“Search Engine Optimization”: gli strumenti per ottenere una migliore indicizzazione dei siti sui motori di ricerca), Twitter e Facebook”, combinato con i valori Klout di “migliaia di blog” (Klout è un servizio che stima l'influenza di un sito/blog/persona nei social media). 

Evidentemente qualcosa non ha funzionato e la Top 100 è fallata: sarete d'accordo anche voi, colleghi-curatori di blog non presenti in classifica. Tuttavia, se volete consultarla per sapere quali sono i siti assolutamente da seguire e fare i complimenti all'unico italiano presente ( Polaroid al 53° posto, a meno che non mi sia sfuggito qualche altro connazionale dal nome anglosassone), la trovate qui in versione integrale: http://styleofsound.com/top-100-influential-music-blogs/


Le prime 20 posizioni:

1. Pitchfork
2. Consequence of Sound
3. Tiny Mix Tapes
4. Resident Advisor
5. Stereogum
6. The Line of Best Fit
7. Your EDM
8. Pop Justice
9. Dancing Astronaut
10. Drowned In Sound
11. Fake Shore Drive
12. All Hiphop
13. EDM Sauce
14. Large Hearted Boy
15. Rap Radar
16. 2 Dope Boys
17. Fact
18. Hype Trak
19. Indie Shuffle
20. The Wild Honey Pie

Mai una moschea a Milano»

GdF - Mar, 01/04/2014 - 07:12

«Fino a quando ci sarà un consigliere della Lega a Milano, non cederemo un metro quadro di spazio per una moschea».
 

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Così il segretario del Carroccio Matteo Salvini ha risposto ieri, al termine del consiglio federale, all'ipotesi che in vista dell'Expo si possa autorizzare la costruzione di un grande luogo di culto islamico in città. «Finché l'Islam - ha detto - tratterà la donna come un essere umano di serie B e non riconoscerà i valori e le conquiste di libertà dell'Occidente, di moschee a Milano non ne sentiamo alcun bisogno».

Poi l'annuncio di un nuovo simbolo per le elezioni europee del 25 maggio : via la storica scritta «Padania», sostituita da «Basta euro» e «Autonomia». Oltre al simbolo di una lista autonomista sud tirolese. Un restyling per la Lega rinfrancata dal grande risultato in Francia del Front National di Marine Le Pen con cui Salvini ha già stretto un'alleanza. «Grande gioia leghista per il successo di Marine Le Pen - ha commentato ieri - Un incubo per Bruxelles e i difensori di un euro che è morto, la Lega Nord farà la sua parte per liberare l'Italia da questa gabbia». Perché di fatto la campagna elettorale è già cominciata con il primo fine settimana dedicato alla raccolta delle firme per i referendum che vogliono abrogare la legge Merlin riaprendo le case chiuse e quella Mancino contro i reati di opinione.

Oltre alla riforma Fornero sulle pensioni. Il primo bilancio è di 101mila firme raccolte in due giorni negli oltre 1.300 gazebo che saranno nuovamente allestiti il 12 e 13 aprile. «Per il raduno di Pontida del 4 maggio che sarà una Pontida enorme - ha aggiunto Salvini - contiamo di essere già vicini alle 500mila firme necessarie per ogni quesito». Compresi quelli per l'abolizione delle prefetture e la cancellazione della norma che consente la partecipazione degli stranieri ai concorsi pubblici. Un'iniziativa che sembra premiare una Lega che secondo Salvini «è già in forte risalita nei sondaggi».

E a proposito della presidente della Camera Laura Boldrini convinta che «non possiamo, senza una insopportabile contraddizione, offrire servizi di lusso ai turisti e poi trattare in modo a volte inaccettabile i migranti che giungono in Italia», Salvini ha risposto piuttosto duramente nel suo profilo Facebook. «Quindi hotel di lusso per tutti i clandestini? Boldrini clandestina: è una vergogna per l'Italia».

La “guerra del gas” tra Ucraina e Russia Mosca alza i prezzi, Kiev tassa il transito

La Stampa


Prime “ritorsioni” di Gazprom: cancellati gli sconti concessi nell’era Ianukovich

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L’ad di Gazprom, Alexiei Miller, ha annunciato da oggi un aumento del prezzo del metano per l’Ucraina. La nuova tariffa è di 385,5 dollari per mille metri cubi. Finisce quindi lo sconto concesso a dicembre all’Ucraina del deposto presidente Viktor Ianukovich che aveva portato il prezzo da circa 400 a 268,5 dollari. Miller ha giustificato l’aumento del prezzo con il mancato pagamento da parte di Kiev del gas fornito nel 2013 sottolineando che l’Ucraina ha un debito con Mosca per il gas di 1,7 miliardi di dollari. Lo sconto concesso da Mosca era in realtà per molti analisti una sorta di premio al governo ucraino per non aver siglato un accordo di associazione con l’Ue a fine novembre.

In tutta risposta Kiev ha rivisto al rialzo del 10% le tariffe per il transito del gas sul proprio territorio che da gennaio era di 2,73 dollari per mille mc ogni cento chilometri. Lo ha reso noto l’ad di Gazprom, Alexei Miller. 

Intanto il Parlamento ucraino ha approvato una risoluzione per obbligare il ministero dell’Interno e i servizi di sicurezza a disarmare i gruppi armati illegali. La risoluzione è stata approvata con 256 voti a favore (necessari 226). A proporre il disarmo è stato il capogruppo parlamentare del partito di Timoshenko “Patria”, Serghiei Sobolev, che ha denunciato «l’aggravarsi della situazione criminale e numerosi casi di utilizzo di armi non autorizzato» nonché «provocazioni da parte di cittadini stranieri nell’Ucraina sud-orientale e a Kiev». Si tratta di un duro colpo a gruppi paramilitari come quello di estrema destra “Pravi Sektor”, accusato di fare scorta di fucili d’assalto. Proprio ieri notte nel centro di Kiev tre persone sarebbero rimaste ferite dagli spari di un militante di Pravi Sektor, che è poi stato arrestato. I paramilitari sono poi stati costretti dalla polizia a lasciare disarmati la loro sede all’hotel Dnipro



Piazza Maidan c’è ancora

La Stampa
amedeo pagliaroli*



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A Kiev l’odore di fumo è forte. Appena usciti in strada dalla stazione della metropolitana Maidanci si ritrova in un’atmosfera di fermento, agitazione e disordine: agli scalini mancano dei pezzi, la piazza ha un pavimento di terra, manca gran parte dei sampietrini, ci sono pneumatici, brandine, portoni, divani, bancali e sacchi a chiudere i passaggi – resti delle vecchie barricate – il centro della piazza è chiuso perché occupato dalla gente del Maidan che non ha mai lasciato il cuore delle proteste, restano aperti solo pochi passaggi.

Le persone sono sistemate in tende, ben fissate a terra, sulle quali sono scritti i nomi di molte città ucraine, a volte anche polacche, dove dormono, cucinano, fanno la guardia, e alla sera chiacchierano, cantano e si rallegrano. Sventolano ovunque bandiere europee ed ucraine, e qua e là anche di altri stati. Su un lato il Palazzo dei sindacati incendiato, di cui resta la struttura e i tanti buchi neri al posto delle stanze. E’ difficile orientarsi per chi non conosce la città, ma basta poco per capire come funzioni. Ci sono sempre uomini a presiedere i passaggi: “qui non si può, faccia il giro per favore”, e tutto diventa chiaro. Un forte odore di fumo arriva dalle stufe a lavoro: è un odore che sentirò sempre e che mi costringerà ogni sera a lavare la sciarpa, dopo un’oretta di Maidan.

Perché il Maidan c’è ancora, resiste, ha solo preso una forma diversa: oltre la piazza, al centro della via Khreshchatyk, lungo la quale continuano ad essere allestite tende a gruppi, è ancora sistemato il palco da cui hanno parlato in molti, per ultima Tymoshenko, che ospita senza sosta rappresentazioni teatrali, letture di poesie, canti popolari, tutti in lingua ucraina, ma anche repliche dei comizi dei mesi scorsi e dirette degli interventi del nuovo governo ucraino.

La presenza di pubblico è continua, e nel fine settimana aumenta: gente del Maidan, donne al ritorno dalla spesa, famiglie a passeggio, giovani coppie, vecchie incappucciate, qualche straniero (pochi), tutti guardano attentamente la scena e commentano, applaudono, si accalorano, fanno il tifo, rispondono all’immancabile “Gloria all’Ucraina!”, inneggiano agli “eroi dell’Ucraina”. E’ un sentimento fortissimo, lo si legge ovunque. Nella zona in alto che sovrasta la piazza, una sagoma umana fatta di sassi a commemorare il giovane morto proprio lì. E lapidi in marmo circondate da fiori, poste sotto la Colonna dell’Indipendenza, con incisi i nomi delle vittime. 

Lontano dal centro della città tutto è regolare, ordinato, normale. Non si notano segni delle proteste e si indebolisce l’atmosfera di concitata partecipazione. Ma appena si torna verso la piazza, riprende quell’atmosfera indaffarata – ragazzi e uomini in tenuta militare, che corrono in continuazione e sembrano avere delle missioni urgenti ogni minuto. Cambiano anche i volti: giovani speranzosi, che passeggiano abbracciati alla propria ragazza, si divertono, passano in bici, bevono una birra mentre ascoltano le parole dal palco; uomini arrabbiati, dal viso contrito, spesso stanco, che tengono duro e a volte si infervorano; vecchie signore dimesse, dal viso non stanco, ma stufo, preoccupato, come se ancora temessero il peggio. 

Le parole di Igor sono di grande speranza. Nato e cresciuto in Transnistria, bilingue russo-ucraino e grande appassionato della letteratura di Shevchenko, si definisce russo per cultura e lingua, ma a proprio agio in Ucraina, dove può godere di “un’aria più leggera, dove vivere è più facile”. Crede nell’Europa, fermamente, crede che l’Ucraina meriti l’Europa, e condanna senza mezzi termini e con grande spirito critico quello che chiama “il regime di Putin”. Sergej, ucraino da sempre, con la sua acconciatura cosacca e il baffo lungo, ha sempre sostenuto il Maidan, anche se non l’ha fatto. Precisa che il Maidan non è pro Europa, che resta comunque un traguardo, ma pro Ucraina: anche coloro che non sono a favore dell’integrazione in Europa si uniscono alla lotta perché all’unisono detestano Putin e non vogliono in nessun modo sottostargli.

Pensiero che trova conferma in uno striscione appeso in piazza bene in vista, sui cui campeggia la scritta “Tutti insieme contro Putin. Amiamo i russi, disprezziamo Putin”. Di fronte al rischio che la Russia complichi le procedure di entrata nella nazione per gli ucraini, risponde che non gli interessa, “andare in Russia è l’ultimo dei miei desideri”. Sergej ritiene che la vera componente filorussa in Ucraina si trovi solo in Crimea, le altre manifestazioni filorusse che tanto sono state sbandierate da Putin, dice, “sono false, sono russi portati direttamente da lì”. Entrambi centrano il punto: Putin è terrorizzato dal Maidan non come evento singolo, ma per il ruolo di grancassa che può giocare anche in Russia: i russi potrebbero convincersi che ci si può ribellare ad un potere malato che stritola la popolazione. Ammette, infine, che l’Ucraina è responsabile di quanto avvenuto, come Stato e come insieme di cittadini, “che per vent’anni si sono disinteressati del paese, non si sono preoccupati di creare un esercito forte, né di preparare elezioni oneste e un Parlamento capace.”

Altre parole e altro tono arrivano, invece, dalle persone anziane e vecchie, che hanno un ricordo vivo di altre stragi che l’Ucraina ha già attraversato. Da tutte loro emerge un unico terrore: la guerra. Al museo dello storia di Kiev, una babushka sente che il mio amico mi traduce in russo tutte le scritte in ucraino, e mi chiede da dove venga. Italiano. “Italiano?! La prego, allora, ci lasci un pensiero sul nostro registro! Scriva che ci sostiene, che sostiene l’Ucraina, ci lasci un augurio!”, richiesta che mi verrà rivolta poche ore dopo in un altro museo. Queste donne pensano che tutto prima o poi sarebbe successo, parlano con rassegnazione, ma con tutto il cuore sperano che la situazione si risolva al più presto. “Augurateci che non arrivi la guerra. Solo questo”. Il problema della lingua, conoscendo io solo il russo e non l’ucraino, mi metterà più volte a disagio: a volte mi rivolgo in russo e mi si risponde in ucraino, ma senza alcuna nota di fastidio. Il disagio è solo mio. Gli anziani mi parlano direttamente in russo.

Ho trovato una città consapevole di aver vissuto qualcosa di grande, affaticata, ma in attesa di qualcosa di altrettanto portentoso. Sempre in allerta, ma direi fiduciosa. Non ho ascoltato né letto alcuna voce in difesa di Yanukovich e del vecchio governo. Dove già c’è stato il tempo di creare medagliette e calamite con immagini storiche degli scontri sul Maidan, che i venditori cercano di promuovere a tutti i costi, o di organizzarsi con banchetti che vendono una foto con indosso “il casco di un eroe”. Al ritorno, in una pizzeria romana ho avuto modo di parlare con una signora russa:“Io difendo il mio Presidente”, dice. “Forse ruba, è vero, ma per il paese fa. Ha fatto tanto”. 


*Amedeo Pagliaroli vive a Roma, dove studia lingua e letteratura russa all’Università “La Sapienza”. Interessato ai movimenti che oggi attraversano l’est europeo, ha deciso di andare a conoscere più da vicino la situazione a Kiev.

Salvate i pesci del Giordano”

La Stampa
Maurizio Molinari

La diminuzione dell’acqua negli stagni di acqua dolce nei pressi del Mar Morto sta provocando la scomparsa dei tilapia. Il ministero dell’Agricoltura israeliano si è mobilitato realizzando uno specchio d’acqua artificiale


LaStampa.it
Salvate i tilapia. E’ la diminuzione dell’acqua negli stagni di acqua dolce nei pressi del Mar Morto ad obbligare l’adozione di misure di emergenza nel tentativo di evitare la scomparsa dei tilapia, i pesci del Giordano. A guidare gli sforzi è il ministero dell’Agricoltura israeliano che, assieme all’Autorità dei Parchi e ad “Israel Nature”, ha realizzato uno specchio d’acqua artificiale per sostituire l’habitat naturale dei pesci, ridotto alle condizioni minime a seguito della siccità che continua a investire la regione del Mar Morto. 

L’inizio dell’operazione naturalista risale a due anni fa, quando si decise di prelevare i pesci del Giordano dalla regione del Mar Morto portandoli in un centro di conservazione ed allevamento nei pressi di Dor, ed ora i tipalia tornano nell’area di origine grazie alla realizzazione di due “piscine artificiali”. Poiché il rischio di estinzione della specie tuttavia sussiste il ministero dell’Agricoltura ha deciso di mantenere comunque attivo il “centro di salvataggio” di Dor, affiancandogliene uno simile a Beit Dagan. “In ultima istanza il successo di questa operazione dipenderà dalla capacità dei pesci di riprodursi nel nuovo habitat” spiega ad “Haaretz” Eldad Hazan, direttore della riserva naturale di Ein Feshkha.

La Lega toglie la Padania dal simbolo per raccogliere consensi anche al Sud

La Stampa
marco bresolin

Nuovo logo in vista delle Europee: ci sarà solo la scritta “Basta Euro”


salvini
Addio Padania, ce lo chiede l’Europa. C’era una volta il simbolo della Lega Nord, lo spadone di Alberto da Giussano e, sotto, ben in vista, il nome del Capo: Bossi. Poi sono arrivati gli scandali, le ramazze, i barbari sognanti e il nome del fondatore è sparito. Al suo posto, Bobo Maroni è riuscito a piazzare un più «generico» Padania (e a mettere il pure il suo, un anno fa, in occasione della corsa al Pirellone). Ma il nuovo segretario Matteo Salvini è riuscito ad andare oltre, a mettere nel dimenticatoio - ma si dirà che non è così - anche il nome della fantomatica regione desiderosa d’indipendenza. 

Alle prossime Europee, gli elettori non troveranno sulla scheda la scritta Padania. Al suo posto, sul simbolo leghista, quello slogan che ormai è diventato un mantra: «Basta Euro». Il motivo è chiaro: la Lega si presenterà in tutta Italia, non solo in «Padania», e quindi per raccogliere consensi anche al Sud punterà tutto sul «Basta Euro». Accanto ad Alberto da Giussano, laddove un anno fa compariva l’enigmatico simbolino «Tremonti» (nella versione originale, poi bocciata, c’era scritto TreMonti), ci sarà spazio per la scritta «Autonomie» e per il simbolo di «Die Freiheitlichen» (I Libertari), movimento autonomista altoatesino di destra. 

@marcobreso

Spagna, dietro il golpe dell’81 c’era il re Libro-inchiesta accusa Juan Carlos

La Stampa
gian antonio orighi

In uscita “La grande smemoratezza: ciò che Suárez dimenticò e che il re non vuole ricordare“ della giornalista Pilar Urbano. Rivelazioni choc sul ruolo del sovrano spagnolo in anni cruciali per la Spagna: “Io non accuso, io indago e informo su fatti storici che ci riguardano e che erano stati sfigurati e mal storicizzati. I giornalisti devono non solo raccontare storie, ma storie vere”

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Nuove ombre, pesantissime, sul re Juan Carlos, sul trono dal 1975: avrebbe organizzato, dall’80 al febbraio ’81, un ribaltone, un colpo di “governo” incruento, per estromettere l’allora premier centrista Adolfo Suárez ( rieletto nel ’79 ), con il suo candidato ed ex capo del gabinetto reale per 17 anni, il generale Alfonso Armada. Il militare doveva guidare, con il beneplacito di tutti i partiti (tranne che i comunisti), un governo di unità nazionale con dentro persino l’ex premier socialista Felipe González. Ma Suárez si dimise a sorpresa, il sovrano trovò un candidato migliore, Leopoldo Calvo-Sotelo, Armada voleva il potere promesso e scattò il golpe del 23 febbraio ‘81, quello del tenente colonnello Antonio Tejero che occupò il Parlamento per 18 ore. Solo allora il re intervenne per fermare il golpe militare. Ma quello “di governo” trionfò.

Le rivelazioni, una vera e propria bomba atomica, sono contenute nel libro in uscita da Planeta “La grande smemoratezza: ciò che Suárez dimenticò e che il re non vuole ricordare”. L’autrice è la notissima giornalista e scrittrice Pilar Urbano, classe ’40, conservatrice e numeraria dell’Opus Dei, amica di Suárez (deceduto 8 giorni fa ma ritiratosi dalla politica nel 2003 per colpa del morbo di Parkinson che lo trasformò in uno smemorato).

Una purosangue del giornalismo di inchiesta che ha intervistato decine di protagonisti prima di scrivere un testo che fa a pezzi la reputazione di Juan Carlos. Il capo dello Stato, infatti, nominato successore “a titolo di re” dal sanguinario dittatore Francisco Franco, deve la popolarità solo ed esclusivamente al suo proclama tv contro il golpe militare. “Il re ci salvò in extremis dal colpo di Stato (di Tejero e Armada, ndr) che aveva messo lui in moto, non volendo che fosse un putsch, volendo solo che fosse la soluzione”, dice Urbano in una intervista fiume (5 pagine) uscita su “ El Mundo”.

La situazione, agli inizi dell’81, era drammatica. I terroristi dell’Eta colpivano tutti i giorni, la crisi economica pure, i militari nostalgici di Franco preparavano le sciabole, Washington premeva perché la Spagna entrasse nella Nato (Suárez era invece a favore del Movimento dei Non Allineati ). Stando al libro, “Il re non sapeva come togliere di mezzo il premier”. Politicamente, non poteva, perché il sovrano, Costituzione post-franchista del ’78 alla mano, regna ma non governa e non ha neppure la facoltà di sciogliere le Camere.

L’operazione Armada, inizia già nell’80 con vari incontri tra Juan Carlos ed il golpista, che lo informa del progetto di un governo di concentrazione, gli fa notare che un Esecutivo da lui guidato” eviterebbe un golpe militare”. Juan Carlos trasmette il progetto a Suárez, che rifiuta di dimettersi. Anche dopo un incontro, nel gennaio dell’81, con 5 generali franchisti a cui il premier chiede la ragione delle sue dimissioni. Uno di loro, Marry Gordon, tira fuori una pistola, e gli risponde: “ Questa è sufficiente?”. E Juan Carlos è perentorio:” Uno di noi due è di troppo. E, come comprenderai, io non penso affatto ad abdicare”.

Intanto, il re organizza una mozione di sfiducia. Ma alcuni amici gli fanno notare che è meglio un altro candidato al posto del suo prediletto Armada, Calvo-Sotelo ( a favore della Spagna nella Nato, in cui entrerà guardacaso nell’82). Suárez vuole convocare elezioni anticipate, ma il re gli annuncia che non firma lo scioglimento delle Camere (legalmente non può farlo). Però Suárez, che adesso tutti incensano da morto (ed il sovrano si mostrava affranto davanti alla sua bara ), gioca un carta che spiazza tutti: si dimette con un discorso in tv il 29 gennaio. Ma subito dopo il putsch, cambia idea e vuole continuare. Lo scontro con il re è brutale. “Non potrai formare nessun governo. Politicamente sei morto. Non revocare le tue dimissioni. Non cercare di tornare. Devi sapere mettere la parola fine alla tua propria storia”.

Juan Carlos, stando alla giornalista, abbandona l’Operazione Armada il 10 febbraio, 13 giorni prima dell’irruzione armata di Tejero alle Cortes. Perché arriva il putsch? “Il sovrano aveva messo i pattini al generale, che non vuole fermarsi e ricorre a Tejero”. Altri particolari inediti. “i figli del re, il 23 di febbraio, non vanno a scuola, come tutti quelli dei militari americani di stanza a Torrejon ( una delle più importanti basi aeree Nato, allora di uso congiunto ispano-americane ) - rivela Urbano -. E chissà se è vero che lo stesso monarca chiama Barbara Rey (una delle sue amanti, ndr) per dirle di non portare quel giorno i suoi bimbi a scuola perché può succedere qualcosa”.

Le accuse sono bombe al alzo zero contro la monarchia, già molto compromessa per gli scandali che l’hanno vista protagonista,dai soldi intascati dal genero Iñaki Urdangarin (22 milioni di e tra fondi pubblici e privati via una Ong No Profit), per cui è indagato con la secondogenita reale e moglie, l’Infanta Cristina, alle tante amanti del sovrano. Doña Pilar, cosciente di quello che rivela e della sua grande reputazione come giornalista ( ha scritto pure una biografia autorizzata della regina Sofía ), mette le mani avanti.

“Io non accuso. Io indago ed informo di fatti storici che ci riguardano e che erano sfigurati e mal storicizzati. I giornalisti devono non solo raccontare storie, ma storie vere”. Non c’è dubbio. Il suo libro riscrive la storia della transizione alla democrazia, quella del golpe, rovina la reputazione di González, padre storico del socialismo spagnolo, e quello di Manuel Fraga, leader allora dei popolari del premier Rajoy. E fa capire nome e cognome del famoso “Elefante Bianco”, il cervello civile del putsch, mai scoperto o condannato: Juan Carlos.

Non solo. Getta pure nuova luce su di una stranissima ma molto significativa frase dell’allora Segretario di Stato americano Alexander Haig. Commentando il golpe che provocò proteste e condanne in tutto il mondo, l’ex generale ed capo del Supreme Allied Commander Europe, ossia capo della Nato nel Vecchio Continente, si limitò a dire: “È un fatto interno spagnolo”. 

Ricca signora ordina 6 mila euro di carne: «Consegni tutto in villa» ma si "dimentica" di pagare il fattorino

Il Messaggero
di Andrea Ossino


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Settantotto anni, una vita agiata e una folle passione per la carne, più precisamente per la chianina. Una passione che ha finito con il creare problemi con la giustizia a Marina D.P., un’anziana signora che, dopo essere stata rinviata a giudizio, ora siede tra i banchi degli imputati del Tribunale penale di piazzale Clodio. Denunciata perché, dopo essersi fatta consegnare 5.870 euro di carne, oltre mezzo vitello proveniente da una macelleria di Arezzo, ha trovato diverse scuse pur di non pagare la merce, truffando così il fattorino che si era fidato di «quella donna distinta» che risiedeva in una elegante villa dell’Eur. Una truffa in pieno stile “Febbre da cavallo”, quando Mandrake e compagni, nel film di Steno, hanno fatto fessi quelli della macelleria Rinaldi, il cui fattorino aveva consegnato la carne senza mai essere pagato.

I FATTI
È il 28 marzo 2009 quando Marina chiama la macelleria “Antica lavorazioni carni snc”, un’azienda alimentare toscana di Cesa Marciano Della Chiana, e fa la sua ordinazione. Un bel po’ di merce: oltre mezzo vitello di pregiata carne chianina, il cui costo ammonta a 5.670 euro, più duecento euro che servono per la spedizione, per un totale di quasi seimila euro. Il fattorino della macelleria, come da accordi presi, parte dalla provincia di Arezzo diretto nella Capitale. Giunto all’esterno della villa dell’Eur dove risiedeva l’anziana, in viale Egeo, deve avere pensato, vista anche la grandezza dell’edificio e considerata l’importanza dell’ordine di merce richiesto, che la signora fosse una persona molto ricca. Per questo motivo, non ha avuto grossi dubbi quando Marina gli ha detto che non poteva pagare la consegna, per via di alcuni problemi che, nel frattempo, erano sopraggiunti.

LO STRATAGEMMA
«Devo assolutamente andare in ospedale», si è giustificata l’anziana signora. «Mio genero e mio nipote hanno avuto un grave incidente stradale», ha poi spiegato. «A ogni modo stia tranquillo - ha aggiunto - entro pochi minuti arriverà mia nipote. Può lasciare la merce a lei». Peccato, però che la ragazzina non avesse con sé i soldi per pagare. Ma anche lì è arrivata la nuova promessa: «Stia tranquillo, pagherò io tra pochi giorni», ha garantito l’anziana truffatrice. Quindi il fattorino, tratto in inganno, alla fine ha acconsentito alle sue richieste, lasciando nella cucina della villa tutta la carne ordinata.

LA CONSEGNA
Terminata la consegna, il ragazzo è tornato ad Arezzo nella sua macelleria, contento di avere venduto così tanto e in una sola consegna. Una felicità che, però, è presto svanita. I due giorni di attesa, infatti, sono diventati settimane, poi mesi e addirittura anni. E per tutto il periodo la donna, raggiunta telefonicamente dall’azienda alimentare, ha trovato una scusa dopo l’altra per evitare di saldare. A un certo punto, però, il macellaio ha perso la pazienza e ha deciso di rivolgersi alle forze dell’ordine e di sporgere denuncia. Adesso Marina D.P., rinviata a giudizio perché accusata di truffa dal sostituto procuratore Francesca Loy, sta affrontando il processo. Anche se, visto che il reato è stato commesso cinque anni fa e le udienze stanno andando a rilento - il prossimo appuntamento è infatti stato fissato a ottobre - c’è il rischio di una prossima prescrizione del reato. Con buona pace dell’onesto macellaio.



Lunedì 31 Marzo 2014 - 07:22
Ultimo aggiornamento: 23:29

Le torture non servivano” Un rapporto accusa la Cia

La Stampa

La Commissione Intelligence del Senato statunitense: attraverso il controverso programma di interrogatori brutali in realtà sono stati ottenuti scarsi risultati


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La Cia ha «ingannato» il governo americano sul suo «brutale programma di interrogatori», nascondendo la brutalità dei metodi usati e prendendosi il merito di alcune informazioni che i detenuti avevano fornito prima di essere torturati. Inoltre, queste pratiche illegali non hanno fornito alcuna traccia utile per trovare Osama bin Laden. Sono solo alcune gravissime accuse emerse da un severo rapporto della commissione intelligence del Senato ancora riservato, ma reso noto dal Washington Post.

«La Cia - recita il rapporto - ha ripetutamente descritto il programma al Dipartimento di Giustizia e al Congresso come una modalità per mettere mani su informazioni di intelligence che altrimenti non sarebbero state ottenute e che hanno aiutato a sventare complotti terroristici e salvare migliaia di vite. Era vero? La riposta è no». Il documento, composto da 6.200 pagine, rivela anche le divisioni interne alla Cia. Ci sono stati molti ordini di andare avanti con gli interrogatori che arrivavano dal quartier generale, senza tener conto dell’opinione degli agenti sul posto, secondo i quali i prigionieri non avevano più informazioni da offrire.

Vengono inoltre descritte tecniche di interrogatorio ancora del tutto inedite, come l’immersione di un sospetto terrorista in Afghanistan in una vasca di acqua gelata, una pratica simile al “waterboarding” (l’annegamento simulato) ma che non è mai apparsa nella lista di quelle approvate dal Dipartimento di Giustizia, quindi di fatto illegale non solo per il diritto internazionale ma anche per le leggi speciali americane. Ma è sull’utilità di queste torture ai fini della caccia a Bin Laden che la Commissione sostiene una tesi sconvolgente.

Bisogna ricordare che sin dal primo momento dopo la morte del capo di Al Qaida, quasi tre anni fa, molti esponenti di spicco dell’amministrazione Bush e alti dirigenti della Cia hanno sostenuto che proprio grazie al loro controverso programma di “interrogatori”, deciso dopo gli attentati dell’11 settembre, sono state acquisite le informazioni che hanno reso possibile il raid dei Navy Seals contro Osama. In particolare, la loro tesi era che fosse stato Khalid Sheikh Mohammed, la “mente” dell’11 settembre, ad aver dato le dritte giuste per la cattura del suo ex capo, dopo essere stato sottoposto al “waterboarding” per ben 183 volte.

Tesi che oggi viene smentita: secondo il rapporto, le informazioni che Khalid fornì allora non furono in nessun modo cruciali per la cattura di Bin Laden, per cui le torture non furono solo odiose, ma anche inutili. Ora la Commissione Intelligence del Senato americano dovrebbe votare giovedì l’invio di un sommario del rapporto al presidente americano Barack Obama per la declassificazione.

Tutti i segreti del patto tra Pio XI e Mussolini

Matteo Sacchi - Mar, 01/04/2014 - 08:31

Papa Ratti aveva visto nel Duce un'arma contro il comunismo. Ma la svolta razzista lo indignò

C orrendo l'anno 1939 Pio XI, al secolo Achille Ambrogio Damiano Ratti, aveva perduto il suo tradizionale, a volte rabbioso, vigore. La bussola arrugginita e il barometro da ascensione che conservava nel suo ufficio erano ormai solo uno sbiadito ricordo delle sue scalate sulle Alpi.


benito-mussolini
Papa Ratti si sentiva anziano, stanco, malato. Non poteva più permettersi i ritmi di lavoro con cui, un tempo, stupiva tutta la curia. Eppure, pur acciaccato, il pontefice compulsava e vergava convulsamente fogli su fogli. Perché? Perché sentiva incombere sulla Chiesa la minaccia del nazismo e, molto probabilmente, sentiva un grave peso dovuto ai suoi accordi con chi del nazismo era stato il primigenio modello: Benito Mussolini. Ratti era salito sul soglio di Pietro il 6 febbraio 1922, dopo 14 estenuanti votazioni che contrapponevano i cardinali «zelanti» (che rimpiangevano Pio X) ai così detti «politicanti» (che avevano sostenuto le aperture di Benedetto XV), nessuno si sarebbe aspettato l'elezione dell'ex bibliotecario vaticano. E quest'uomo amante della montagna, e dei libri, si trovò, da subito, a dover affrontare una situazione italiana terribilmente turbolenta che culminò con la Marcia su Roma del 28 ottobre 1922.

E se in Italia il fascismo picchiava pesante sulle sedi del Partito popolare e dell'Azione cattolica o sui sacerdoti che si opponevano alla presa di potere da parte delle camicie nere (il caso più noto è quello di Don Minzoni che la sera del 23 agosto 1923 venne ucciso con una bastonata alla nuca in un agguato squadrista) in altre nazioni il pericolo comunista sembrava essere addirittura peggiore. Un peso davvero grande per un nuovo Papa. Fu in questo contesto che Mussolini, noto mangiapreti in gioventù, operò un radicale e strategico cambio di rotta per svuotare dall'interno l'opposizione del

Partito popolare. Iniziò ad ergersi a baluardo della tradizione cristiana e cattolica... Primo capo del governo italiano a farlo, nominò Dio in un discorso parlamentare. Quando poi incontrò in segreto il Cardinal Pietro Gasparri, segretario di Stato Vaticano iniziò un lungo percorso di riavvicinamento che culminò con i Patti lateranensi (11 febbraio 1929) e sanò la pesantissima frattura tra il Vaticano e lo Stato italiano. Una frattura apertasi assieme alla breccia di Porta Pia.

Fu il massimo momento di successo politico per Mussolini ma per Pio XI si tratto di un pericoloso Patto con il diavolo come racconta lo storico David I. Kertzer (Rizzoli, pagg. 556, euro 24). Kertzer, che insegna antropologia e storia alla Brown University, sfruttando anche la recente apertura degli archivi vaticani, ricostruisce il complesso rapporto che venne a svilupparsi tra San Pietro e l'altra sponda del Tevere. Se all'inizio Ratti vide in Mussolini l'uomo della Provvidenza pian piano l'avvicinamento ad Hitler del dittatore gli rese chiaro il pericolo delle sue scelte.

Aveva tollerato le pressioni sull'Azione cattolica, aveva mantenuto un basso profilo sulla guerra d'Etiopia, accettato il fatto che molti prelati fossero fascistissimi. Tutto questo nella speranza che Mussolini potesse essere un baluardo contro il comunismo. Non poteva però tollerare che Hitler avesse azzerato tutta l'istruzione cattolica in Germania e poi annesso l'Austria tiranneggiandone i vescovi (che per altro si piegarono alquanto in fretta). E più il tempo passava e più l'Italia si appiattiva sulle posizioni naziste. Il colpo finale furono le leggi razziali.

Kertzer illustra bene tutte le ambiguità del cattolicesimo degli anni Venti rispetto alla questione ebraica ma di certo Ratti non era disposto a cedimenti sul tema della razza. Tanto che convocò il gesuita americano Jhon LaFarge che aveva fondato il concilio cattolico interraziale. Voleva una enciclica forte (Humani Generis Hunitas) di condanna del nazismo e del razzismo e anche del fascismo che su quelle posizioni si era appiattito. Non riuscì a terminarla prima di morire. La sua lotta contro il tempo lo portò sino alle soglie di una svolta epocale, per altro osteggiata da molti membri della curia.

Ad esempio, un suo duro discorso di condanna contro il nazismo e il fascismo era pronto per essere pronunciato proprio in occasione del decennale dei patti lateranensi. Quando dopo la morte di Ratti il suo successore, Pacelli, si trovò in mano quel documento penso fosse bene tenerlo ben occultato negli archivi (e sul perché la discussione durerà a lungo). Rimase nascosto per decenni. Ora Kertzer ricostruisce tutta la vicenda con una copiosissima dose di documenti (il volume ha più di cento pagine di note) anche se non sempre vagliando a fondo tutte le fonti (i presunti Diari di Clara Petacci andrebbero usati forse con più prudenza). E il libro farà discutere, perché attribuisce al Vaticano gravi responsabilità, o almeno gravi errori nel valutare il pericolo del fascismo.

Arriva l'app per le vittime dello stalking: localizza i centri di supporto e antiviolenza

Il Mattino


2014
ROMA - Tecnologia vicina a chi soffre. Dopo l'app che si impegna ad aiutare gli alcolisti arriva un supporto alle vittime dello stalking. La tecnologia diventa un aiuto concreto contro la violenza sulle donne, con la nuova app SOS Stalking, scaricabile gratuitamente su Google Play per la piattaforma Android e su Apple Store per Apple. L'app consente alla vittima, o a chi si sente minacciato, di geolocalizzarsi per trovare i centri anti-violenza e quelli delle forze dell' ordine più vicini, oltre che per accedere alla consulenza gratuita di un team di professionisti (avvocati e psicologi) per un consulto.

martedì 1 aprile 2014 - 09:21   Ultimo agg.: 09:22

Mussolini non è più cittadino onorario di Torino. Ma è scontro in consiglio comunale

Il Messaggero


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Altro che pacificazione, a Torino ci si scontra su Mussolini. Il motivo è questo: il Duce non è più cittadino onorario della città. Dopo un acceso dibattito in Sala rossa (la'aula del consiglio comunale), la mozione di revoca ha ottenuto la maggioranza assoluta, con 29 voti favorevoli, 3 contrari e 5 astenuti. Si sono espressi contro la mozione i consiglieri di Fratelli d'Italia e Angelo d'Amico (Forza Italia). Si sono astenuti gli esponenti di Ncd e della Lega Nord, questi ultimi hanno esposto una bandiera dell'Unione Sovietica per protesta.

Con la revoca della cittadinanza onoraria a Mussolini «la Città sana un vulnus che durava da 90 anni, dimostrando quanto Torino sia legata profondamente alla sua storia e alla sua identità antifascista», ha commentato Michele Paolino, capogruppo del Pd in Sala Rossa.

Per Angelo d'Amico, consigliere di Forza Italia che aveva presentato centinaia di emendamenti ostruzionistici alle delibere all'ordine del giorno per rimandare il voto sul Duce, «il Consiglio comunale si è concesso il lusso di affrontare una questione del tutto superflua per la Città, di nessuna utilità se non per la campagna elettorale della maggioranza». La questione «non aveva alcuna urgenza - concorda il capogruppo di Fratelli d'Italia, Maurizio Marrone, tra i contrari alla mozione di revoca della cittadinanza - se queste sono le priorità di questa amministrazione, ci ritroveremo a discutere di Italo Balbo, il cui nome figura ancora tra i cittadini onorari torinesi».


Lunedì 31 Marzo 2014 - 20:36

Violenta figlia di 3 anni ma niente prigione. Il giudice: «Non si troverebbe bene»

Il Messaggero
di Federico Tagliacozzo


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Ha confessato di aver violentato la figlia di appena tre anni. Ma non farà neanche un giorno di prigione. Il giudice nonostante l'imputato sia reo confesso lo ha condannato solo a 8 anni di libertà vigilata. Il motivo? «Il protagonista dell'abuso non sarebbe in grado di cavarsela in prigione». Protagonista della vicenda è Robert Richards IV, 47 anni, conosciuto per essere erede della famiglia di magnati della chimica americana Du Pont.

Il procedimento a suo carico risale a sei anni fa ma i documenti del procedimento sono stati resi pubblici solo ora. La famiglia Du Pont non ha solo fondato un'industria che ha fatto la storia della chimica ma anche un grande studio di avvocati che lo ha assistito durante il processo: la Richards Layton & Finger. L'uomo è stato condannato a otto anni di libertà vigilata perché il giudice ha ritenuto che Richards non avrebbe potuto sopravvivere in un ambiente, quello carcerario, a cui non era abituato. L'uomo dopo la condanna è riuscito a tenere il processo fuori dai riflettori. La vicenda è stata resa pubblica dalla moglie dell'uomo.


Lunedì 31 Marzo 2014 - 19:33
Ultimo aggiornamento: 19:50

Alberghi a zero stelle

La Stampa
Massimo Gramellini


Illustri boldrinologi sono al lavoro per cogliere il senso profondo delle parole pronunciate ieri dalla presidente della Camera. «Non possiamo, senza una insopportabile contraddizione, offrire servizi di lusso ai turisti affluenti e poi trattare in modo a volte inaccettabile i migranti». Secondo una corrente di pensiero, Boldrini ha inteso dire che i miliardari russi e le vecchie zie inglesi andranno smistati in appositi campi di rieducazione, mentre i nullatenenti in fuga dall’Africa verranno sistemati in Costa Smeralda su una flotta di yacht requisiti per la bisogna: una decisione che peggiorerebbe in maniera drammatica la nostra bilancia dei pagamenti, ma farebbe sensibilmente lievitare il conto in banca presso il paradiso. Altri decrittatori del sacro verbo pauperista si spingono a sostenere che Boldrini auspicherebbe la nascita di villaggi turistici misti, dove la vecchia zia inglese fraternizza col nullatenente subsahariano, pagandogli vitto e alloggio. Una scelta in grado di sanare «la insopportabile contraddizione» ma anche di provocare in pochi anni l’estinzione delle vecchie zie inglesi, a causa degli infarti al momento del conto. 

Infine una sperduta categoria di studiosi del boldrinismo a cui mi onoro di appartenere ritiene che la contraddizione tra il lusso e la miseria non si sana distruggendo il Billionaire, ma mettendo i disperati in luoghi un po’ più umani delle attuali gabbie. E magari cominciando a trattare in modo meno «inaccettabile» i troppi turisti che scappano dall’Italia per la carenza dei servizi, affinché con i loro soldi si possano poi accogliere meglio anche i migranti.