domenica 30 marzo 2014

Lo chiamavano Terence Hill

La Stampa

La star di Trinità compie settantacinque anni: ne ricordiamo i ruoli più leggendari


Lo chiamavano Trinità

Per tutti è Terence Hill, ma l'idolo di generazioni di italiani nasce il 29 marzo 1939 a Venezia, con il nome di Mario Girotti. Le sue origini non tradiscano, però: la sua prima lingua è il tedesco, perché il piccolo Mario (figlio di un italiano, originario di Amelia, in Umbria, e di una madre tedesca) si trasferisce subito dai nonni materni in Sassonia, sotto i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Nel 1944 torna in Italia, ma l'imprinting è teutonico – e infatti i suoi primi successi nel western li avrebbe ottenuti in Germania. Il 29 marzo, Terence Hill compie settantacinque anni: una vita dedicata interamente al cinema e, negli ultimi anni, alla TV, con l'enorme successo di Don Matteo. Per l'occasione, ne abbiamo voluto ricordare i ruoli più leggendari.



Dio perdona... io no! (1967)
Il ruolo spartiacque, quello che ne lanciò la stella in Italia, nonché il primo incontro con il futuro compagno inseparabile di avventure Bud Spencer. Dio perdona... io no! è anche il primo episodio di una trilogia western firmata da Giuseppe Colizzi (gli altri due sono I quattro dell'Ave Maria e La collina degli stivali). Spaghetti western tutti d'un pezzo e molto più seri dell'era Trinità, ma comunque indimenticabili, soprattutto grazie alla regia del compianto Colizzi, morto troppo presto nel 1978. Curiosità: Hill interpreta un personaggio chiamato Cat Stevens!



Lo chiamavano Trinità (1970)
Dopo i film di Colizzi, la coppia ormai rodata Spencer-Hill abbandona la serietà e, sotto l'accorta regia di Enzo Barboni (in arte E.B. Clucher), mescola western e commedia con enorme successo (uno dei rari casi nella storia del cinema) in Lo chiamavano Trinità. È l'inizio di un'era: la comicità del duo, molto improntata sul fisico e meno sui dialoghi, nasce qui e si svilupperà poi nei film successivi, compreso il sequel ...continuavano a chiamarlo Trinità.



Il mio nome è Nessuno (1973)
Prodotto da Sergio Leone e diretto da Tonino Valerii (anche se Leone ha diretto alcune sequenze), Il mio nome è Nessuno è un interessante ibrido tra lo stile dei western di Leone e quello della saga di Trinità. Ma c'è di più: Hill recita accanto all'icona Henry Fonda, viene messo nel mezzo anche il Mucchio Selvaggio, si cita Sam Peckinpah e in generale tira aria da crepuscolo del West. Tutto ciò fa di Il mio nome è Nessuno un piccolo capolavoro dell'ultima epoca spaghetti western.



...altrimenti ci arrabbiamo! (1974)
Il coro, il killer Paganini (che non ripete), le Dune Buggy, la musica dei fratelli De Angelis, la gara a birra e salsicce, la rissa finale tra i palloncini. Le idee visive e di sceneggiatura di ...altrimenti ci arrabbiamo! sarebbero bastate per due film, ma sono tutte mescolate ad arte in quello che, dopo Trinità, è forse il film più noto della coppia Spencer-Hill. E a ragione.



Mister Miliardo (1977)
Primo tentativo di Terence Hill di sfondare in USA, Mister Miliardo di Jonathan Kaplan vede l'attore nei panni dell'erede italiano di un miliardario americano, in corsa contro il tempo per arrivare in California prima che il denaro finisca nelle mani dell'esecutore testamentario. Un'avventura divertente, in cui Hill dimostra di avere carisma anche al di fuori dell'Italia. Peccato che la sua carriera in America non sarebbe mai decollata.



La bandera – Marcia o muori (1977)
Circondato da un cast che include Gene Hackman, Catherine Deneuve, Max Von Sydow e Ian Holm, in La bandera – Marcia o muori Hill interpreta Marco Segrain, soldato della Legione Straniera guidato dal Maggiore Foster (Hackman) in una battaglia campale contro una tribù araba, offesa perché un gruppo di archeologi, difesi dalla Legione, ne hanno violato un antico luogo di sepoltura. Secondo tentativo dell'attore di sfondare sul mercato internazionale, stavolta prodotto da Jerry Bruckheimer.



I due superpiedi quasi piatti (1977)
Un altro classico assoluto della filmografia Spencer-Hill: I due superpiedi quasi piatti, diretto ancora da Enzo Barboni, racconta di due ex ladruncoli che, per un equivoco, si arruolano nel corpo di polizia di Miami. Indimenticabili: la rapina all'ufficio di reclutamento, le portiere dell'auto di pattuglia, la gag del sordo e dello storpio, le turiste russe. Il film fu quasi completamente girato a Miami e, durante le riprese, per poco i due attori non furono arrestati. La polizia di Miami li aveva scambiati per falsi poliziotti, perché la produzione non aveva specificato quando e dove si sarebbe girato il film...



Poliziotto superpiù (1980)
Erroneamente scambiato per un altro episodio americano della carriera solista di Hill, Poliziotto superpiù è in realtà italianissimo: è diretto dal grande Sergio Corbucci, girato ancora a Miami, e vede Hill affiancato da una leggenda come Ernest Borgnine. La storia mescola la collaudata ricetta della filmografia di Terence Hill con i fumetti dei supereroi americani. Nello stesso periodo, anche Bud Spencer si era affacciato al fantastico con Uno sceriffo extraterrestre... poco extra e molto terrestre.



Non c'è due senza quattro (1984)
La fase crepuscolare dell'era Spencer-Hill si sarebbe conclusa nel 1985 con il blando Miami Supercops. L'anno prima, però, ebbe un ultimo picco con Non c'è due senza quattro, in cui gli attori interpretano i sosia di due fratelli miliardari brasiliani, ingaggiati per scoprire chi li voglia morti. Nel gran finale, i quattro sono costretti a lavorare insieme per fermare i cattivi e Bud e Terence hanno di che divertirsi, giocando con il contrasto tra le due coppie di personaggi.



Renegade, un osso troppo duro (1987)
Fuori tempo massimo, ma con grande convinzione e voglia di spaccare ancora, Enzo Barboni e Terence Hill si alleano un'ultima volta in Renegade, un osso troppo duro. Hill recita accanto al figlio adottivo Ross, scomparso tragicamente tre anni dopo in un incidente d'auto. La trama vede Luke (Hill) accorrere per aiutare Matt (Ross Hill), figlio di un amico, a prendere possesso di un terreno di sua proprietà. A ostacolarli c'è Henry Lawson (il grande Robert Vaughn), losco affarista che vorrebbe il terreno per sé. Non manca una comunità di mormoni che omaggia apertamente quella di Trinità, chiudendo di fatto il cerchio e un'era prolifica nella carriera dell'attore.

Pimpinelli, medico e tifoso doc «Io nerazzurro prima dell’Inter»

Corriere della sera

di Giacomo Valtolina

«Nel 1938 la prima volta allo stadio quando la squadra si chiamava Ambrosiana. Mi portò mio zio, avevo 8 anni. Avversario la Lazio, vincemmo 3 a 1»


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«Sali sul tram, il 6, e poi scendi all’Arco della Pace. Lì, vengo a prenderti io: andiamo a vedere vincere l’Ambrosiana». Anno 1938, destinazione Arena Civica, partita Ambrosiana-Lazio. Chi parla è un bersagliere, rivolto al nipotino Ezio. «I miei genitori non s’interessavano al pallone, e così ci pensò lo zio a portarmi per la prima volta allo stadio...» ricorda il ragazzino, allora otto anni oggi 84 . Un interista self-made, che all’epoca abitava al Musocco dove ancora oggi c’è la farmacia del padre a ricordare al quartiere che la famiglia Pimpinelli, lì, ci visse. Era il 20 marzo del ‘38, quando il piccolo Ezio, su quel tram, ci salì davvero. Tutto il percorso del 6, rimasto immutato, viale Certosa e poi corso Sempione, per «vedere vincere l’Ambrosiana»: 3-1, reti di Frossi, Meazza e Ferrari su rigore. Erano i tempi del quarto scudetto, l’allenatore Armando Castellazzi.
Abbonato per 53 anni
Da quella partita in poi, ci furono pochissime assenze dalle tribune. Cinquantatré anni di abbonamento, dal ‘57 al 2011, le tessere conservate con cura, i biglietti delle trasferte in tutta Europa e poi la maledetta età, implacabile, a sommare anno su anno, fino a cancellare dall’agenda del Pimpinelli il rito dello stadio alla domenica pomeriggio. «L’Inter è stata la mia compagna di vita». Gli occhi lucidi che parlano di gioie passate, rivincite recenti e, in mezzo, un’interminabile era di sconfitte. «Ma sono ormai troppo vecchio per San Siro. Tra scale e posteggi, ho detto basta. Vorrei tornarci solo un’altra volta: l’ultima». Anche perché lo stadio nuovo, dice, che sia il Meazza ristrutturato o l’impianto al Gratosoglio di cui si vociferava mesi fa, «arriverà troppo tardi per me». Chissà.
A bordo campo
Ezio Pimpinelli, leva calcistica 1930, centravanti di sostanza nelle giovanili del quartiere, dopo gli studi all’Università di Pavia scelse d’intraprendere una «rigorosa carriera» da medico dello sport. Ciclismo («seguivo la Milano-Sanremo, il Giro di Lombardia e la Sei giorni di Milano»),il pugilato («Ho fatto campionati mondiali ed europei») e il pallone. «Mi offrivo sempre per fare i test antidoping negli spogliatoi - spiega -. Così non pagavo il biglietto e vedevo la partita da vicino. Per me era un doppio divertimento. Ma di doping nemmeno l’ombra, non come nel ciclismo...».
Anni a bordo campo, incontrando i campioni, da Facchetti a Bergomi, da Beccalossi a Suarez e Jair. «Con qualcuno di loro si chiacchierava, si scambiavano due parole, ma il mio ruolo era quello del medico e l’ho sempre fatto alla milanese: con professionalità e discrezione. Non c’erano grandi confidenze». I più educati? «Mazzola e capitan Facchetti», mentre «con altri c’era più distacco». I più amati? «I centravanti. Da Suarez a Eto’o e Ibrahimovic». Ma il preferito è il regista Corso, «che in campo stava all’ombra ma poteva risolvere le partite con una magia o un calcio da fermo».
L’amarcord
Cinque finali di Coppa Campioni viste, quattro tra il 1964 e il ‘72, roba da far invidia ai milanisti degli anni Novanta. Pimpinelli tira fuori i biglietti originali, amarcord delle partite viste con gli amici: Vienna, San Siro, Lisbona, Rotterdam. Vittorie e sconfitte. I caroselli moderati, la grande gioia, e le disfatte da accettare. «Fu terribile, ne abbiamo viste di ogni». Per la quinta finale ha dovuto aspettare 38 anni, fino a Madrid 2010, la sola delle cinque vista in tv. Meglio Mourinho o Herrera? «Nessun dubbio, Herrera». Altri tempi: «In campo, se le davano ma c’era più anima. Oggi sono tutti più attenti anche se bisogna sempre adeguarsi alla modernità».  L’Inter intesa come una «seconda moglie». La prima, Clementina, l’ha fatta abbonare con lui, nel ‘57-’58. Prima, si era innamorato dei suoi capelli lunghi lunghi: «E quando si ammalò, le donai il mio sangue». Così anche il suocero si convinse al matrimonio. E, infatti, le nozze d’oro, Ezio e Clem le hanno festeggiate nel 2007.

29 marzo 2014 | 11:06

Svolta a Cuba: l’Avana dice sì ai capitali stranieri

Corriere della sera

Spariranno i controlli sugli investimenti, tranne che nella sanità e nella scuola. Il provvedimento votato con una procedura d’urgenza


Sezioni
Un altro passo di Cuba verso un’apertura stile Cina o Vietnam. Il parlamento dell’Avana ha approvato oggi una nuova normativa che punta ad aprire le porte, con qualche limitazione, ai capitali stranieri. La legge viene considerata dal governo una svolta di assoluta importanza. L’ultima parola è spettata alla Asamblea nacional del Poder Popular (il Parlamento monocamerale del paese) che ha tenuto oggi una sessione speciale a porte chiuse per approvare la legge. Erano quattro anni che nell’isola non si ricorreva a tale procedura d’urgenza.
Tranne nella sanità e nella scuola
In sostanza, grazie alla nuova normativa la presenza dei capitali stranieri è ammessa nei diversi settori dell’economia, ad eccezione della salute e l’educazione. Uno dei punti qualificanti del provvedimento, che sostituisce una legge risalente al 1995, riguarda «i contratti di associazione economica internazionale o di imprese controllate da capitali completamente esteri». Un altro aspetto fondamentale è quello tributario, visto che sono previste riduzioni fino al 50% delle tasse sui benefici raggiunti dalle società miste.
Lo sforzo per valorizzare le risorse interne
«Puntiamo all’efficienza e ad associazioni che permettano la nascita di filiere orientate all’export e alla sostituzione delle nostre importazioni», ha precisato il ministro al Commercio e gli investimenti, Rodrigo Malmierca. «Vogliamo favorire - ha aggiunto - i cambiamenti tecnologici e l’ammodernamento delle infrastrutture, oltre a definire i settori fondamentali per gli investimenti, senza abbandonare il programma socialista cubano». L’Avana ha quindi in sostanza deciso di aprire ai capitali stranieri proprio per cercare di sostituire le importazioni in alcuni settori chiave e per rimettersi in carreggiata sul fronte del miglioramento delle tecnologie. Fattori che a loro volta dovrebbero a medio termine rafforzare la crescita dell’economia. La nuova legge rafforza quindi la strada intrapresa ormai da tempo dal presidente Raul Castro, e cioè quella di un’apertura economico-commerciale orientata verso il privato, lasciando intatto il fronte della politica.
Cina, Russia e Brasile in prima fila
Per capire quali saranno gli effetti di questo cambiamento bisognerà attendere, si sottolinea all’Avana, la reazione appunto delle società e dei grandi gruppi stranieri: in particolare quelli di Brasile, che ha già forti investimenti nell’isola, Cina e Russia. Nuovi, poderosi partner, destinati probabilmente a sostituire nel tempo la presenza e gli aiuti, soprattutto petroliferi, del Venezuela.

29 marzo 2014 | 20:33

Don Mazzi insiste: «Non perdonerò mai chi ha condannato Berlusconi»

Il Messaggero


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«Non perdonerò mai chi ha condannato Berlusconi». Lo ha detto don Antonio Mazzi durante la consegnata della nona «Fionda di Legno» di Albenga per il trentennale della fondazione della Comunità Exodus. «Chi ha condannato Berlusconi - ha detto don Mazzi - si deve fare un serio esame di coscienza perchè un magistrato che ha in mano un potere così forte e che lo usa solo per suo interesse, commette un peccato grave. È una magistratura che ha giocato sull'uomo, come anche in altri casi, diciamocelo». La cerimonia si è svolta al cinema teatro Ambra. Il premio «Fionda di Legno» di Albenga viene assegnato annualmente dal gruppo Fieui di Caruggi a personaggi del mondo dello spettacolo, della cultura, del giornalismo italiano che hanno voluto e saputo tirare fiondate «contro il malcostume, le ipocrisie, le truffe, le speculazioni ed il falso perbenismo della nostra epoca».

«Abbiamo deciso di premiare don Mazzi - ha detto Gino Rapa, portavoce dei Fieui di Caruggi - perchè è un visionario e un sognatore come noi e di fiondate ne ha tirate parecchie in questi anni. Ci piacerebbe premiare in futuro Papa Francesco».


Sabato 29 Marzo 2014 - 21:48
Ultimo aggiornamento: 21:49

Una viola Stradivari da 33 milioni, il prezioso strumento va all'asta con una valutazione record

Il Messaggero


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Uno strumento musicale può valere oltre 33 milioni di euro, e probabilmente molto di più una volta conclusa l'asta? Sì, se si tratta di una viola di Stradivari, che Sotheby's e Ingles & Hayday metteranno in vendita in giugno a New York con offerte a buste chiuse che partono da una base d'asta di 45 milioni di dollari. Quello della viola Macdonald, dal nome di un barone tra i primi acquirenti del pregiatissimo 'legno', è di gran lunga il record assoluto per uno strumento musicale: il precedente primato era del violino Lady Blunt, sempre del liutaio cremonese, venduto nel 2011 per 15,9 milioni di dollari. Un prezzo determinato anche dal fatto che nel mondo sono rimaste solo 10 viole Stradivari, a fronte di 600 violini e 50 violoncelli prodotti nel laboratorio di Stradivari. E solo due vengono dal cosiddetto 'periodo d'oro': questa è del 1719.

«Questa viola rappresenta l'acme della sapienza umana nella creazione di strumenti musicali, ed è ottimamente conservata: è come se una viola commissionata direttamente a Stradivari ti fosse consegnata 300 anni più tardi», commenta David Aaron Carpenter, il violinista che suonerà lo strumento da Sotheby's a New York. «In ogni settore esistono capolavori che esercitano la loro influenza oltre i confini del loro ambito. Gli strumenti di Stradivari appartengono a una classe di capolavori artigiani di cui la viola Macdonald rappresenta l'apice indiscusso», aggiunge David Redden, vice presidente di Sotheby's.

A partire dalla fine del XVIII secolo, quando la fama di Stradivari iniziò a crescere, i collezionisti cominciarono a ricercare quartetti d'archi (due violini, una viola e un violoncello) prodotti da Stradivari. Oggi è praticamente impossibile riuscire ad assemblare un quartetto simile e il valore degli strumenti usciti dal laboratorio del liutaio cremonese hanno assunto prezzi stratosferici. La viola Macdonald fu acquistata per Peter Schidlof del Quartetto Amadeus nel 1964 e proviene dalla famiglia del musicista, scomparso nel 1987. In genere questi strumenti vengono acquistati da un collezionista milionario o da una ricca fondazione, che a volte li affidano a un fortunato esecutore per tutta la carriera. Nel caso accadesse, l'altra domanda è: anche se si tratta di beni ampiamente assicurati, chi se la sente di portare una cinquantina di milioni nella custodia?


Venerdì 28 Marzo 2014 - 17:15
Ultimo aggiornamento: 17:18

Se l’ideologia del datore di lavoro limita le scelte (riproduttive) delle dipendenti

Corriere della sera
di Viviana Mazza


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Se un datore di lavoro, per motivi religiosi, è contrario ai contraccettivi usati dalle sue impiegate sotto assicurazione sanitaria, quale dei due diritti dovrebbe prevalere per legge? La libertà religiosa del primo? Oppure i diritti riproduttivi delle donne? La Corte Suprema degli Stati Uniti si ritrova – spaccata – a discutere proprio di questo, in un caso avanzato da una cinquantina di aziende americane (in nome appunto della libertà religiosa).

Una di queste aziende si chiama Hobby Lobby, vende materiali per l’artigianato fai-da-te il suo quartier generale si trova in Oklahoma, nel cuore dell’America conservatrice, nella cosiddetta “Bible Belt”. Per tanti aspetti, è una azienda  da elogiare perché, in un momento di crisi economica, fornisce ai suoi 16 mila dipendenti (in 600 negozi distribuiti in 41 Stati) il doppio del salario minimo di 7,25 dollari l’ora, più un’assicurazione sanitaria che copre anche le spese odontoiatriche, e un orario di chiusura (spesso) alle 8 di sera che consente ai lavoratori di passare tempo in famiglia. Sono cose che corporation come McDonald’s e Wal-Mart non fanno per gli impiegati regolari, e che Hobby Lobby garantisce perché il proprietario, il miliardario David Green, cristiano evangelico, cresciuto in una famiglia estremamente povera, crede sia suo dovere religioso.

Il problema è che le stesse convinzioni lo portano a voler controllare i tipi di contraccettivi di cui le sue dipendenti possono usufruire: non ha niente contro i preservativi e il diaframma, ma non vuole pagare per la pillola del giorno dopo e per spirali intrauterine che possono interferire dopo che l’ovulo è stato fecondato, il che per lui è una forma di aborto. Perciò ha contestato in tribunale l’Affordable Care Act, cioè la riforma sanitaria di Obama, perché prevede che i datori di lavoro che forniscono l’assistenza sanitaria ai dipendenti debbano anche coprire tutti i contraccettivi riconosciuti a livello federale (oppure pagare una tassa salata).

L’azienda accusa il governo di violare la libertà religiosa dei titolari. E la Corte Suprema, che ha ascoltato il caso martedì scorso, dovrà prendere una decisione entro fine giugno. Uno degli aspetti più discussi è se anche le corporation (o perlomeno alcune corporation, a controllo familiare e con un numero limitato di azionisti) possano fare appello alla libertà religiosa oppure se questo sia un diritto esclusivo degli individui. Un precedente c’è: nel 2010 la sentenza “Citizens United” ha riconosciuto il diritto delle corporation alla libertà di espressione (provocando una valanga di pubblicità politiche nelle ultime elezioni presidenziali).

E poi c’è il fatto che Obamacare prevede già delle esenzioni nella copertura dei contraccettivi per chiese e altre istituzioni esplicitamente religiose; mentre gruppi no-profit con affiliazione religiosa come ospedali gestiti dalle chiese, scuole parrocchiali e organizzazioni caritatevoli devono fornire il servizio oppure delegare il compito a terzi evitando così il proprio diretto coinvolgimento. Ma Hobby Lobby rientra in un’altra categoria: aziende a scopo di lucro che cercano esenzioni simili a quelle delle organizzazioni religiose.

Alcuni commentatori hanno notato però che la Corte Suprema ha preso in considerazione soprattutto le preoccupazioni dei datori di lavoro, mentre la voce delle dipendenti non è stata ugualmente ascoltata. La rivista New Yorker ha elogiato la presenza di tre giudici donne (sui nove membri) della Corte suprema perché sono state loro a soffermarsi in particolare sui diritti riproduttivi delle donne: tra loro Elena Kagan si è chiesta anche se le aziende, per motivi religiosi, potranno dunque limitare pure le vaccinazioni o le trasfusioni, e in generale scegliere quali leggi federali rispettare e quali no.

Ma la questione, in realtà, va al di là dei diritti delle donne. Sono molto preoccupati, per esempio, gli attivisti per i diritti LGBT: dopo le nozze gay, una loro priorità è la fine delle discriminazioni sul luogo di lavoro, e temono che sulla base della libertà religiosa possano incontrare enormi ostacoli. Hanno guardato con grande preoccupazione l’iniziale approvazione in Arizona di una legge (poi bloccata dalla governatrice dello Stato) che avrebbe permesso alle aziende di rifiutare di servire le coppie gay per motivi religiosi; simili proposte di legge sono apparse in Kansas, Mississippi, Georgia.

Mentre oggi la maggioranza degli americani approva le nozze gay, e secondo un recente sondaggio due terzi delle donne (incluse molte che votano per il partito repubblicano) sono contrarie alle interferenze dei datori di lavoro nelle proprie scelte riproduttive, il conservatorismo sociale rimane una forza politica da prendere in considerazione.

*L’immagine è un disegno dell’artista iraniana Avish Khebrehzadeh

Tessera o passaporto?

La Stampa
yoani sanchez


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Tutto il quartiere lo chiama con il singolare cognome ereditato dal nonno basco. Ben inquadrato nelle questioni ideologiche, ha sempre lasciato intendere chiaramente d’essere “un uomo votato alla causa”. Riunione dopo riunione, rapporto dopo rapporto, denuncia dopo denuncia, erano pochi a superarlo in prove di fede nei confronti del sistema. Una sua caratteristica era lo sguardo severo verso i non conformi e l’abbraccio sempre pronto per chi condivideva la sua ideologia.

È sempre stato così, fino a una settimana fa. Adesso l’albero genealogico ha dato i suoi frutti. Quel personaggio combattivo ha appena ottenuto il passaporto spagnolo. La sua sezione del Partito Comunista l’ha messo a scelta tra la nazionalità straniera e la militanza in quella organizzazione. Fedele, ma non sciocco, ha scelto la prima opzione. Da alcuni giorni ha cominciato una nuova vita senza tessera rossa e ordinamenti. Si è già messo a simpatizzare con i dissidenti del vicinato. “Tu sai che potrai sempre contare su di me”, ha detto ieri a uno che fino a poco tempo fa controllava.

Il Partito Comunista Cubano è una curiosa organizzazione che si vanta di promuovere la solidarietà internazionalità, ma che non vuole tra le sue fila iscritti con due nazionalità. C’è di buono che una tale ristrettezza di vedute favorisce la trasformazione di certi estremisti in “docili stranieri”. Vista la rapidità con cui cambiano idea, viene spontaneo chiedersi se prima avevano creduto davvero in quel che facevano o se erano semplici opportunisti. Forse mentre scelgono un passaporto comunitario stanno solo indossando un’altra maschera, una nuova tonalità per la loro pelle da camaleonti.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Il social Pinterest sotto attacco di hacker: centinaia di foto osè sui profili

Libero


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Negli ultimi due giorni molti utenti di Pinterest, il social network dedicato alla condivisione di fotografie, video ed immagini, stanno denunciando che le loro immagini condivise sui profili sono state sostituite da foto che ritraggono la parte inferiore di donne in costume. A rivelarlo è stato il Daily Mail online che ha riportato che le bacheche di centinaia di utenti sono state invase da foto osè che riportano fondi schiena senza veli e foto di donne in reggiseno. Secondo il social network fondato nel 2010 da Evan Sharp, Ben Silbermann e Paul Sciarra, qualcuno riesce a entrare nei profili degli utenti e a manipolarli dall’interno, si tratterebbe quindi di un hacker.

Profili hackerati - L’attacco non si limiterebbe solamente alla sostituzione di poche foto, bensì centinaia d’immagini. Alcuni utenti infatti hanno denunciato la sostituzione di interi profili, com’è accaduto ad Hermione Way e al co-editor di Techcrunch, Alexia Tsotsis, due tra gli utenti più colpiti delle quali si abbia notizia.

Le indagini e il problema dei pulsanti condivisione - L'azienda ha parlato di un vero e proprio attacco alla sicurezza del sito e ha quindi avviato le indagini. In realtà il sito non è nuovo a queste cose, ma questa volta il numero dei profili è maggiore rispetto al passato. Da tempo, infatti, si segnalava l’aumento di spam sul sito, ma in questo caso, secondo l'azienda, si ha a che fare probabilmente con un vero hacker. "Qualcuno riesce ad entrare nei profili degli utenti e a manipolarli dall’interno", ha fatto sapere l'azienda. Pinterest ha detto che non toglierà le immagini abusive, perchè a quello dovranno provvedere gli utenti. Secondo gli esperti la vulnerabilità starebbe nei pulsanti per la condivisione su Pinterest che si trovano su altri siti. Proprio con queste condivisioni, gli hacker, riuscirebbero a iniettare il codice nel network che poi consente di manipolare gli account e quando un utente clicca con un’immagine il codice la rimpiazza con lo spam.

Il futuro di Facebook

La Stampa
giuseppe granieri (@gg)

Sarà sempre meno un sito di social network. L'ambizione è diventare il sistema nervoso della nostra vita sociale, con tutte le tecnologie possibili.



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«Il nostro unico limite», spiega Nicola Mendelsohn (Vice Presidente di Facebook) «è la nostra immaginazione». Dopo il gigantesco investimento per comprare Whatsapp, la notizia di questa settimana è che l'azienda di Zuckerberg ha acquisito Oculus, una startup che lavora sulla realtà virtuale nel settore dei giochi. Ovviamente se n'è parlato davvero tanto e con posizioni contrastanti. Da un lato i fan di Oculus, preoccupati dal sospetto che Facebook finisca per snaturare la logica originale dell'azienda, dall'altro gli analisti che cercano di immaginare le ragioni di una mossa per certi versi sorprendente e inaspettata.

La strategia globale di Facebook
Al di là delle speculazioni, anche stimolanti, sul futuro virtuale che Zuckerberg potrebbe costruire intorno al suo miliardo e passa di utenti,  Mendelsohn racconta una storia che aggiunge contesto importante alle notizie di questi mesi. Facebook, ai suoi esordi, ha completamente sbagliato l'approccio strategico, puntando molto sul desktop e non vedendo arrivare l'ondata del mobile. Oggi, invece, «nessun ingegnere può entrare nell'ufficio di Zuckerberg a presentare un progetto che non sia stato disegnato innanzitutto prima per i dispositivi mobili».

Quindi ora la lezione è stata ben assimilata. Ci sono alcune tecnologie che oggi non sono ancora mature e hanno un futuro dalla direzione incerta, esattamente  come qualche anno fa ci appariva lo sviluppo del mobile. E ha ragione Alexis Madrigal quando scrive ( sull'Atlantic) che «tutte le maggiori aziende tecnologiche oggi hanno bisogno di mettere almeno un piede su ogni potenziale tecnologia di domani», per non arrivare in ritardo.

In questa prospettiva ha senso il ragionamento spiegato da Mandelsohn. Nel futuro prossimo la tecnologia di Oculus può essere utilizzata da Facebook per elevare la qualità dell'esperienza dei giochi, ma anche dell'intrattenimento (dai concerti alle partite di calcio). E nel medio periodo l'acquisizione è coerente anche con il sogno di Zuckerberg di utilizzare la realtà virtuale per rendere sempre più immersiva e avvolgente la relazione tra persone all'interno del social network.

Non solo Oculus. Anzi.
 Una notizia che è passata relativamente inosservata, ma che è stata data dal Wall Street Journal, è che proprio Zuckerberg ha investito un bel po' di soldini anche in Vicarious FPC, un'azienda che sviluppa intelligenza artificiale. E l'intelligenza artificiale è un altro di quei trend che stanno accelerando. Proprio la scorsa settimana raccontavamo di come lo sviluppo di algoritmi e di sistemi di A.I. stiano diventando centrali per far funzionare i social network e i sistemi che gestiscono quantità enormi di dati.

Ma Mandelsohn spiega molto bene anche quella che potrebbe essere la vera ragione per cui Facebook ha acquistato Whatsapp. È una ragione che rientra molto facilmente nella strategia a 360 gradi di Zuckerberg. Non è intuitiva per noi occidentali, ma è semplice da spiegare. Moltissimi Paesi emergenti o del terzo mondo non hanno molta facilità di accesso a Internet, ma spesso hanno delle reti di telefonia cellulare molto sviluppate. E Whatsapp, spiega il Vice Presidente di Facebook, potrebbe essere una delle chiavi per entrare in quei Paesi. «Gran parte della crescita», dice Mandelsohn, «verrà proprio dai mercati emrgenti».

E poi ci sono i droni, altro investimento di Facebook coerente con la strategia di portare Internet ovunque. È chiaro che più gente connetti, più aumentano le opportunità.  Ed è chiaro che Facebook sarà sarà sempre meno un «sito» di social network (come ci ostiniamo a continuare a immaginarlo). Piuttosto tenderà a rafforzare sempre più l'ambizione di diventare il sistema nervoso della nostra vita sociale, con tutte le tecnologie possibili.  Puoi farti un'idea delle parole di Nicola Mendelsohn nel pezzo di Abigail Edge: Facebool shares 'immersive' plans and mobile-first thinking.

Separare i fatti dalla finzione.
Ciascuno di noi probabilmente sta immaginando come potrebbe davvero essere questo futuro. E ciascuno di noi lo farà con i suoi riferimenti culturali, da Matrix al «Grande Fratello» di Orwell, a Minority Report. Eccetera. In fondo abbiamo solo la fiction per costruirci un'idea. Ma se vuoi approfondire, qui c'è un articolo di Jennifer Van Groove che fa una buona analisi della differenza tra realtà e aspettative. Si intitola, non a caso, Facebook's Oculus vision: Fact or fiction?.
E Sam Ramji fa il punto della situazione su tutte quelle tecnologie emergenti che spesso finiamo per mettere sotto il nome di Internet delle cose. Una lettura utile:  Looking beyond the Internet of things hype: Here’s what’s in store.

Twitter: @gg

Bancomat, ecco tutte le truffe per clonare le carte

Libero


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Come se non bastasse già l'allarme del bug dell'8 aprile che potrebbe mandare in tilt il 95 per cento delle casse automatiche delle banche a causa della uscita di scena del sistema XP di Microsoft, sbarcano in Italia le ultime tecniche per la clonazione delle schede elettroniche. Come racconta un servizio de Le Iene mandato in onda qualche tempo fa sono arrivate nel nostro Paese nuovi sistemi e nuove tecniche per clonare i bancomat.  Il furto dei numeri identificativi delle schede dei correntisti richiede l’installazione di alcuni dispositivi elettronici allo sportello, in particolare un microchip capace di leggere e memorizzare i dati della scheda al momento dell’inserimento della carta nella fessura, e una microcamera installata nella parte alta della postazione, utile per filmare la composizione del pin da parte del cliente della banca.

Il trucco - A spiegare il trucco nel servizio de Le Iene è un ragazzo bulgaro di 30 anni, nel 2009 finito in carcere proprio perché componente di una banda che clonava bancomat. Il kit di clonazione dei bancomat arriva direttamente dalla Bulgaria e vengono installati sugli sportelli la sera o nel fine settimana. Una volta raccolti i dati, vengono create le carte clone con le quali incassare i soldi. Le carte bancomat così clonate possono essere usate solo per i pagamenti via Pos, non per i prelievi mentre per le carte di credito l’operazione è più semplice. In media in un fine settimana vengono clonate 200 carte tra bancomat e carte di credito. I dispositivi per la clonazione verrebbero installati in pochi secondi.

Come evitare la truffa - Per posizionarli sulle casse automatiche bastano 10 secondi, come mostra il servizio delle Iene. Per difendersi dalla clonazione basta porre attenzione al momento del prelievo. Abbassare sempre la copertura posizionata sulle casse per oscurare la videocamera dei truffatori. Coprire con una mano la tastiera e con l'latra digitare il codice. Poi controllare bene l''ingresso elettronico della carta. Se dovesse esserci una componente plastificata che chiude l'ingresso della cassa dedicato al bancomat fate attenzione e cercate un'altra cassa. Infine occhio alle carte col microchip. Sono difficilmente copiabili in Italia. Ma le schede clonate col microchip possono funzionare all'estero: "Quando viene clonata una carta del genere - afferma il ragazzo bulgaro a Le Iene - la spediamo all'estero e così svuotiamo il conto". 



Shopping sul web e in tv: le nuove regole anti-fregatura

Libero
29 marzo 2014


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Dal prossimo giugno, quando cliccheremo per fare un acquisto su internet, potremo farlo con maggiore tranquillità: truffe, inganni e costi aggiuntivi avranno vita più dura. Questo grazie alla direttiva europea denominata “consumer rights”, recepita dal decreto legislativo numero 21 dello scorso febbraio, che scatterà dal primo di giugno. Una legge che tutela i consumatori sugli acquisti fatti al di fuori dei locali commerciali, ovvero per tutto quello che si compra non in negozio: on line, ma anche al telefono o in tv. Vi è mai capitato, per esempio, di trovare nei contratti servizi in più, non richiesti e a pagamento? Ecco, la nuova norma serve proprio a evitare brutte sorprese.

Ecco dunque alcune novità. I consumatori dovranno avere informazioni assolutamente chiare e certe sul prodotto, sui prezzi e sull’identità del venditore, con relativi indirizzi e recapiti. Non ci potranno essere supplementi di prezzo dovuti all’utilizzo di altri mezzi di pagamento. Le linee telefoniche dedicate ai clienti dalle aziende dovranno avere tariffe base. In caso di vendite a distanza il diritto di recesso aumenta da 10 a 14 giorni, che arriva addirittura a 1 anno e 14 giorni se il venditore non ha informato il cliente su tale diritto. E il rimborso dovrà avvenire entro 14 giorni successivi al recesso con lo stesso mezzo di pagamento utilizzato per l’acquisto. Inoltre, il venditore dovrà indicare chiaramente che, cliccando su un determinato link, si procederà all’acquisto e quindi all’esborso di denaro.

Mentre, per quanto riguarda i contratti stipulati al telefono, si stabilisce che qualsiasi tipo di accordo commerciale è valido solo dopo l’invio di una firma cartacea o elettronica. Tutto ciò perché la crescita dell’e-commerce è ormai esponenziale e rappresenta una bella fetta di torta del mercato. «Nel 2013 c’è stato un incremento del 18 per cento degli acquisti on line, per un giro d’affari di 11,3 miliardi di euro. Un vero e proprio boom che ha riguardato soprattutto il settore dell’abbigliamento. E, naturalmente, più i consumatori si sentono tutelati e garantiti, più acquistano» spiega Luigia Grasso, degli affari legislativi di Confindustria, intervenendo al convegno organizzato dall’Agcm (l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, ovvero l’Antitrust) ieri a Palazzo Giustiniani a Roma per presentare la nuova direttiva.

Proprio la “consumer rights”, infatti, attribuisce all’Antitrust gli stessi poteri istruttori e sanzionatori previsti per le pratiche commerciali scorrette, con multe fino a 5 milioni di euro alle imprese che non rispettano le nuove normative. «Tutelare i diritti dei cittadini in questo settore porta a generare una concorrenza migliore, con più offerte e a prezzi più bassi. Questo significa più acquisti, con tutto quello che di positivo ne consegue a livello di Pil e di crescita economica» osserva il presidente dell’Agcm, Giovanni Pitruzzella. Un piccolo aiuto per contribuire a portare l’Italia fuori dalla crisi? Chissà. Nel frattempo le associazioni dei consumatori esultano.

Anche se secondo qualcuno si poteva fare di più. Per esempio, sono rimasti fuori i prodotti digitali (come software, film e musica), i biglietti di viaggio (treni e aerei) e i pacchetti vacanza. Insomma, se acquistate una settimana al mare o in montagna, non avrete tutte queste tutele. «Però possiamo ritenerci soddisfatti, per una volta abbiamo un’Europa buona, dalla parte dei cittadini» afferma il presidente di Altro Consumo, Paolo Martinello. Nel 2013, dei 639.442 contatti tra l’associazione e i consumatori, 120.250 (il 18,8 per cento) hanno riguardato il settore delle telecomunicazioni (telefonia fissa, mobile, internet, pay tv, etc.).

Mentre «un altro punto dolente è rappresentato dal telemarketing, ovvero le vendite in tv, dove le frodi sono all’ordine del giorno» aggiunge Massimiliano Dona, segretario dell’Unione nazionale consumatori. Per quanto riguarda l’Antitrust, invece, tra i vari interventi, nel 2013 l’autorità ha oscurato 33 siti web che vendevano scarpe contraffatte e potenzialmente tossiche, a febbraio 2014 ha comminato 290 mila euro di multa per pratiche commerciali scorrette ad agenzie di viaggio on line, mentre sanzioni per centinaia di migliaia di euro sono state inflitte ad agenzie on line di vendita di farmaci soggetti a prescrizione medica. Fino al caso più eclatante: i 180 milioni di euro di multa inflitti a Roche e Novartis per aver fatto cartello nel mercato dei farmaci per la vista.

di Gianluca Roselli

L'app che aiuta gli uomini a capire le donne

Libero


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Una divertente e ironica applicazione per gli smartphone si propone di aiutare gli uomini ad affrontare al meglio gli sbalzi di umore che accompagnano molte donne in 'quei giorni' del mese. L'app, messa a punto da Sanofi, si chiama Sos-Pms e dovrebbe aiutare gli uomini durante i giorni di sindrome premestruale della loro compagna, proponendo alcuni accorgimenti che possono farle tornare il sorriso. Uno studio indica infatti che circa 4 donne su 10 manifestano i sintomi tipici della sindrome della luna, ossia la sindrome premestruale, come ad esempio irritabilità, tensione addominale e al seno, inattesi sbalzi d'umore, spossatezza e mal di testa.

Sos sindrome premestruale - Il meccanismo della app è semplicissimo. Tiene il conto dei giorni del ciclo della propria partner e in automatico invia del messaggi con consigli specifici, a seconda delle fasi ormonali che la donna sta attraversando, con un particolare attenzione ai giorni della fatidica sindrome premestruale. Nei giorni che precedono il ciclo, ad esempio, l'app potrebbe consigliare "portale sushi take away per cena. Con una porzione aggiuntiva. Avrà più fame del solito". Tra scherzi e ironia, qualche consiglio potrebbe davvero aiutare gli uomini a 'confortare' le donne nei momenti di disagio.

Falcone e quella sigaretta sparita dalla gigantografia esposta

Corriere della sera
di Gualtiero Dragotti

Un lettore ha colto nella maxi foto esposta sulla facciata del palazzo di Giustizia di Milano una singolare omissione fatta davanti al computer


Da attento osservatore, Gualtiero Dragotti, affezionato lettore del Corriere della Sera, ha colto una omissione singolare e la segnala nel suo blog.

borselli« Avendo visto da poco il film La mafia uccide solo d’estate (da non perdere!) stamane mi sono soffermato sulla gigantografia che da tempo campeggia sulla facciata del Tribunale di Milano. Raffigura i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, assassinati dalla mafia a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro. E’ una bella foto, così come belli e aperti e onesti sono i volti dei due uomini ritratti. Lo sguardo scende alle mani, e in particolare alla mano di Giovanni Falcone, in primo piano, che stringe tra il dito indice ed il medio… niente. Nel posto dove qualunque fumatore o ex-fumatore si aspetta di vedere una sigaretta, tanto è univoca la posizione della mano, non c’è assolutamente nulla. Verifico rapidamente di non aver preso un granchio, cercando l’immagine originale, in cui ovviamente Giovanni Falcone tiene in mano una sigaretta.
L’opera del burocrate
Ora, l’importanza delle figure di Falcone e Borsellino non ha nulla a che fare con inezie quali fumare o non fumare. Anche la decisione di esporre una gigantografia dei due magistrati all’ingresso del Palazzo di Giustizia è significativa e dovrebbe aver posto tutti coloro che sono stati coinvolti nella iniziativa -buona bella e giusta- a contatto con qualcosa di grande e importante. Tutti, tranne l’ignoto soggetto -io mi figuro un burocrate pavido, di mezza tacca; ben può tuttavia essere stato un dirigente rampante, come anche un precario desideroso di compiacere a prescindere- che ha deciso di ritoccare la foto, cancellando dalle mani di Giovanni Falcone la sigaretta. Un gesto inutile e meschino, piccolo come il suo autore, e piccolo come questa epoca, che ritocca i dettagli e cancella le sigarette invece di guardare negli occhi i propri eroi. Con il rischio di imparare qualcosa.

29 marzo 2014 | 17:35

La guardia d’onore di Mussolini sfida la Sala Rossa: “Blocco tutto”ardia d’onore di Mussolini sfida la Sala Rossa: “Blocco tutto”

La Stampa
beppe minello

Il consigliere di Forza Italia D’Amico contro i colleghi che vogliono togliere al Duce la cittadinanza onoraria: “Ritirino subito la mozione, altrimenti paralizzo i lavori del Consiglio”


NQN
«Anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano» è il titolo di un fortunato libro di Gino&Michele. Anche Angelo D’Amico, 52 anni, un passato nell’Msi, sbarcato in Sala Rossa come Pdl, transitato solingo in Progett’Azione e, recentemente, confluito in Forza Italia, mai arrogante, anzi sempre un po’ defilato, nel suo piccolo s’è, per dirla come i due comici, incazzato. Questa storia della cittadinanza onoraria a Mussolini, che i suoi colleghi del centrosinistra, immediatamente seguiti dai partigiani dell’Anpi, vogliono cancellare, non l’ha proprio mandata giù. E ha dichiarato guerra alla Sala Rossa: «Volete fare una cosa inutile come togliere la cittadinanza data al Duce in un contesto storico ben preciso invece che dedicarvi a cose serie e ben più importanti per i cittadini? Allora dovrete fare i conti con me».

Abituato a stare in mezzo ai militari, visto che è impiegato del ministero della Difesa nella caserma Amione di piazza Rivoli, magazzino dei cannoni del Museo d’Artigliera, D’Amico ha pianificato una strategia degna di Sun Tzu. Intanto, venerdì della scorsa settimana, «con un escamotage» non meglio precisato, è riuscito a far rinviare a ieri la discussione tra i capigruppo per decidere come affrontare in aula la mozione preparata dal Pd, per cancellare Mussolini dagli elenchi anagrafici di Torino. Mossa astuta, perché come già Sun Tzu, che riteneva il tempo uno dei 5 fattori che decidono il risultato di una guerra, così Angelo D’Amico aveva capito che doveva guadagnare tempo per preparare il suo attacco.

D’Amico, oltre un decennio fa Guardia d’onore alla tomba del Duce a Predappio, una certa tendenza a vestirsi di nero che a volte risveglia il ricordo dell’indimenticabile Don Lurio, regolamento della Sala Rossa alla mano, ha preparato un’ottantina di emendamenti per ognuna delle quattro delibere in programma nel Consiglio di lunedì. E, tra la sorpresa generale, ha annunciato la sua intenzione e motivato la sua dichiarazione di guerra: «Volete perdere tempo con la cittadinanza di Mussolini? E io ve lo farò perdere veramente». Qualcuno ha riso amaro, qualcuno ha risposto sprezzante: «Fai un po’ che c... vuoi». Il capogruppo Pd, Paolino, ha proposto e ottenuto di anticipare alle 14,30 l’orario entro il quale presentare gli emendamenti alle delibere in programma lunedì immaginando così di tarpare le ali dell’ex-guardia d’onore del Duce. Inutile: D’Amico, come sappiamo, le aveva già pronte. E così, lunedì, la Sala Rossa dovrà affrontare 320 emendamenti.

Per ridimensionarne l’impatto (ogni emendamento può essere discusso per complessivi 5 minuti da ogni consigliere), la maggioranza dovrà presentare una mozione d’accorpamento. Mozione che farà slittare al lunedì della prossima settimana discussione e voto delle quattro delibere. E comunque solo dopo aver discusso gli emendamenti dell’ex guardia d’onore ridotte a 6-7 che a 5 minuti ognuna per la quindicina di consigliere di minoranza fanno ancora un bel po’ di tempo. E nel frattempo la mozione su Mussolini dovrà aspettare. «Per uscire da questo cul de sac - intima l’ex-guardia d’onore - la maggioranza ha due strade: ritirare la mozione sul Duce “torinese” o non portarla al voto.Oppure, meglio ancora, approvare una mia mozione con la quale chiedo che il Comune di Torino cambi il nome di corso Unione Sovietica in corso Martiri del comunismo». 

Nella Gerusalemme del sottosuolo tra fedeli e turisti Indiana Jones

La Stampa
maurizio molinari

Viaggio nei cunicoli che dalle fondamenta del Tempio di Erode portano alla fonte di Re David


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Per sentir battere il cuore di Gerusalemme bisogna entrare nelle sue viscere ovvero passeggiare nei tunnel sotterranei assieme al popolo di fedeli e curiosi che li frequenta per le ragioni più disparate. Scavati da generazioni di archeologi incuranti di conflitti e conquiste, risalenti alla genesi della città oltre 3000 anni fa e oggetto di roventi diatribe politiche fra israeliani e palestinesi, i tunnel accolgono chiunque desidera immergersi in una dimensione della Storia dove il passato è immanente.

Sin dalle prime ore del mattino piccoli gruppi di ebrei ortodossi, uomini e donne, scendono i gradini del Minheret HaKote che li portano nel tunnel che costeggia il Muro Occidentale dell’antico Tempio di Erode. È la continuazione del Muro del Pianto. Ma rispetto ai circa 60 metri all’aria aperta questi sono 485 metri scavati sotto il quartiere arabo, consentono di toccare la pietra più grande del Secondo Tempio - circa 570 tonnellate di peso - distrutto dalle legioni di Tito e di arrivare nel luogo più vicino a dove l’archeologo Dan Bahat ritiene che si trovasse il Santuario.

È questo il motivo per cui gli ebrei ortodossi hanno ricavato fra le impalcature di legno alcuni piccoli spazi nei quali pregare, separatamente, rivolti verso il luogo considerato più sacro dall’ebraismo. Luci basse, sedie di plastica bianca, piccoli libri di preghiera e un silenzio assordante distinguono questi mini-luoghi di fede, dove gli ortodossi non si accorgono neanche dei gruppi di turisti e appassionati di ogni possibile origine che quasi li toccano fisicamente attraversando con foga, e armati di smartphone, cunicoli angusti e imprevedibili.

Uscendo dal tunnel ci si ritrova nei pressi della Via Dolorosa, nel quartiere cristiano. Bastano dieci minuti a piedi per uscire dalla Porta di Damasco e trovarsi davanti all’entrata della Grotta di Zedekia. Si tratta di 20 mila mq, che scendono fino ad un massimo di 10 metri sotto il suolo, in un luogo dove la tradizione vuole che re Salomone fece estrarre il calcare necessario per la costruzione del Primo Tempio. Nei secoli queste grotte, forse perché segnate da un’origine misteriosa, sono diventate il punto di incontro dei massoni. Tutto iniziò quando la prima Loggia della Terra Santa vi celebrò la riunione inaugurale, il 7 maggio 1873. Forse non è un caso che lungo questo percorso, segnato dall’acqua che gocciola inarrestabile da soffitti sopra i quali c’è il quartiere musulmano della Città Vecchia, si incontrano le persone più diverse: donne vestite in abiti lunghi bianchi come se dovessero andare a una cena di gala, uomini attempati con i cappelli alla Indiana Jones e giovani un po’ disorientati, quasi tutti europei e nordamericani.


È un angolo della città dove il Medio Oriente sembra restare sull’uscio. Ovvero l’esatto opposto di quanto avviene nel sottosuolo della Città di David, la collina a Sud dell’Antico Monte del Tempio - dove oggi si trova la Spianata della Moschea - sulla quale i gevusei costruirono il primo insediamento fra le valli di Hinnom e Kidron. Qui siamo fuori dalle mura della Città Vecchia e il tunnel cananeo e di Ezechia consentono di scendere, su percorsi asciutti e bagnati, fino all’acqua che sgorga dalla fonte di Gihon ovvero il motivo per cui fu possibile il primo insediamento umano, forse 3500 anni fa. I 70 cm di altezza dell’acqua sotterranea spiegano perché i gevusei si accamparono nel luogo dove il re David avrebbe costruito il suo palazzo dando vita a una sovrapposizione fra fede, tradizione e leggenda che accomuna le tre grandi fedi monoteistiche.

A popolare questi tunnel angusti dove sembra esserci più acqua che aria è una moltitudine di individui dalle origini più diverse: gli studenti di scuole rabbiniche arrivano dotati di lumini da minatore legati al capo per farsi largo nell’oscurità con un’enfasi che stride con il silenzio impenetrabile dei turisti cinesi cristiani che, uno a uno, con pazienza e meticolosità sembrano voler toccare ogni centimetro delle pareti del tunnel. Quasi per impossessarsene. E poi ci sono i russi. Cristiano-ordodossi o ebrei, uomini e donne, hanno quasi tutti abiti firmati e guide private. Si muovono in gruppi ristretti, spesso di due sole persone. Guardano turisti e scolaresche con evidente distacco.

Sembrano vivere il tunnel come una sorta di safari per vip fra i tesori dell’antichità. Al ritorno in superficie i contrasti del Medio Oriente si impongono immediati, mozzafiato: il grappolo di case ebraiche di Shiloach incastonate dentro la moltitudine umana del quartiere arabo di Silwan riassume l’aspro conflitto politico che circonda i tunnel. I leader arabi li considerano uno strumento per imporre la «giudaizzazione» di Gerusalemme mentre per gli archeologi israeliani sono uno strumento teso a recuperare un patrimonio dell’umanità. Quale che sia l’opinione su tale lacerante disputa, il variegato popolo dei tunnel continua incrociarsi sotto il suolo di Gerusalemme, attratto dal mistero di come tutto ebbe inizio.

Gli impapocchiati

La Stampa
Massimo Gramellini


La spettacolare omelia in cui Papa Francesco ha maltrattato le centinaia di politici seduti davanti a lui, bollando come corrotte le loro anime, ha fatto sorgere in molti di noi un dubbio esistenziale. Come è possibile che i destinatari di un simile schioccar di fruste, anziché rotolarsi nel fango o almeno scappare a gambe levate, siano rimasti rigidi nei loro completini e sorrisini d’ordinanza, dichiarandosi addirittura stupiti che Bergoglio abbia lasciato la cappella senza salutarli? Azzardo delle ipotesi.

a) I politici italiani sono masochisti. Se li insulti, godono. Più alto è lo scranno da cui arriva il maltrattamento, più sottile sarà la qualità del loro piacere. Quando Napolitano accettò la rielezione a presidente riempiendoli di contumelie gli risposero con un’ovazione. Le parole spietate del Papa li avranno condotti direttamente all’estasi.

b) I politici italiani sono bronzei. Nemmeno un Papa che di fatto li paragona agli assassini di Gesù riesce a scalfire il giubbotto antiproiettile della loro autostima. Esistono anche altri modi per definire l’attitudine a lasciarsi rimbalzare addosso qualsiasi accusa senza mai perdere la calma né soprattutto l’appetito, ma sono tutti troppo volgari.

c) I politici italiani sono ipocriti. Come chiamare altrimenti chi condivide le critiche rivolte alla propria categoria fino a spellarsi le mani, ma è convinto che riguardino tutti tranne lui? Ricordano la vecchia storiella della coppia di amici che vaga da giorni nel deserto, finché uno dei due sbotta: «Sei un cretino!». E l’altro: «Dici a me?».