sabato 29 marzo 2014

Quei voli misteriosi nei cieli del Texas

Corriere della sera

di Guido Olimpio

Aerei da guerra, bombardieri, velivoli sperimentali? I dubbi dopo l’avvistamento


Tre aerei misteriosi nei cieli del Texas. Li hanno fotografati nel pomeriggio del 10 marzo mentre sorvolavano ad alta quota l’ aeroporto internazionale di Amarillo. Autori dello scoop Steve Douglass, responsabile del blog aeronautico “Deep Black Horizon”, e Dean Muskett.
Le ipotesi sul modello
Foto Steve Douglass-kMTB-U430101277518539h1B-180x140@Corriere-Web-Sezioni
Molte le ipotesi sul modello. La più probabile che si tratti di qualche progetto segreto, uno dei famosi “Black Project”. “La risoluzione delle immagini potrebbe ingannare, tuttavia la forma dell’aereo ricorda quella di un X-47B, l’UCAV (Unmanned Combat Air Vehicle) destinato ad operare dalle portaerei della U.S. Navy - ci dice l’esperto aeronautico David Cenciotti . Solo che le dimensioni della scia di condensazione sembrerebbero indicare un velivolo più grande. Forse l’RQ-180, un UAV stealth sviluppato dalla Northrop Grumman di cui è stata confermata l’esistenza solo di recente”. Douglass ha svolto la sua indagine cercando di capire se per caso si trattasse di un bombardiere B2, ma l’Us Air Force ha risposto nella zona non erano presenti velivoli di quel tipo.  (Foto di Steve Douglass)
L’avvistamento
foto Dean Muskett-kMTB-U430101277518539LHD-180x140@Corriere-Web-Sezioni
Di solito gli aerei sperimentali vengono testati nel deserto del Nevada, vicino all’Area 51, e in qualche installazione della California. Strano, dunque, che li abbiano fatti volare in pieno giorno in una regione non proprio remota. In realtà, questa volta, è sembrato che non volessero nasconderli. E la versione raccontata da Steve Douglass potrebbe confermalo. Il blogger era ad Amarillo insieme al nipote per vedere un museo aeronautico e osservare il traffico dei velivoli, quando ha ricevuto la telefonata da una buona fonte. Uno che ha un lavoro “ufficiale”. La voce gli ha detto: “Steve, sei ancora all’aeroporto? Guarda verso sud ovest ci sono tre aerei in formazione”. E così li ha immortalati. (Foto di Dean Muskett)

29 marzo 2014 | 07:39

Yahoo e la privacy: le richieste all’Italia

La Stampa
antonino caffo

Pubblicato il secondo rapporto di trasparenza che raccoglie le informazioni dopo il Datagate. Ecco i numeri


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Quanto ci spiano i nostri governi? Quante informazioni personali vengono richieste, giorno dopo giorno, dagli organi politici di tutto il mondo? Si tratta di risposte che vagano sempre più nella mente delle persone, soprattutto da quel giugno 2013 quando Edward Snowden ha cominciato a spifferare le marachelle della NSA, l’agenzia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti che nel tempo aveva imparato a spiare proprio tutti, anche i politici europei

Così dagli ultimi mesi del 2013 i big della rete coinvolti nel Datagate hanno cominciato a rilasciare alcuni macro-dati sulle richieste dei vari governi nazionali, specificando il numero di informazioni inviate e quelle negate. Tra le prime aziende a rilasciare il proprio rapporto di trasparenza c’è Yahoo che oggi ha pubblicato la seconda tranche di dati, quella che riguarda le richieste di accesso ai dati degli utenti da luglio 2013 a dicembre 2013. 

Se i dati, rispetto a quelli del primo semestre, sono in generale aumento, in Italia il numero complessivo di richieste è diminuito rispetto alla prima pubblicazione. Per quanto riguarda la richiesta di informazioni fatta pervenire a Yahoo Italia Srl, i cui uffici si trasferiranno presto in Irlanda, si nota una certa diminuzione: dalle 2.637 del giugno 2013 alle 1.909 dello scorso dicembre per un totale di 2.150 account (una singola persona può avere più di un account) rispetto ai 2.937 della rilevazione precedente. 

C’è da dire che Yahoo ha modificato la metodologia con cui presenta i dati nella seconda pubblicazione. È anche per questo che i due report, che coprono l’intero 2013, non sono comparabili. Come ha affermato la stessa azienda, quello pubblicato rappresenta un documento più focalizzato sull’aspetto “utente”. Il motivo è la volontà di voler spiegare quali dati sono stati resi noti alle agenzie di sicurezza, per quale motivo, e perché spesso l’accesso viene negato e secondo quali principi. 
Alla fine, di tutte le richieste ricevute, Yahoo Italia ha fornito l’accesso a 1.333 record che contengono i cosiddetti Non-content data cioè quel tipo di informazioni “meno sensibili” di altre e che si riferiscono ai dati inseriti al momento della registrazione, come l’indirizzo di email alternativo, il nome, il cognome, i dati di fatturazione, l’indirizzo di casa.

Il dato che può preoccupare è il rilascio di contenuti delicati ovvero i log delle chat di Yahoo Messenger, le foto caricate su Flickr, email inviate e ricevute, le risposte inviate su Yahoo Answer. Sono 138 i casi in cui Yahoo Italia ha concesso i dati degli utenti al governo, il 7 per cento del totale; un dato certamente inferiore ad altri Paesi (il Canada, ad esempio, è al 78 per cento) ma che ci pone comunque a metà classifica tra i paesi più “richiesti” e quelli ritenuti meno interessanti. Sono state invece 257 le richieste rimandate al mittente, sia per vizi di forma che per il “nuovo” principio assunto da Yahoo di rilasciare ai governi la “minor quantità di dati necessaria”.

Cremazioni. Con Urna Bios saremo tutti alberi dopo la morte

Il Mattino


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Ritornare alla vita dopo la morte, ma sotto forma di albero. Può sembrare bizzarro, ma è quanto promette di fare 'Urna Bios', l'urna cineraria nata in Spagna - da un'idea del designer Gerard Molinè - che permette di ricordare il caro estinto in un modo davvero alternativo, trasformandolo cioè letteralmente in un arbusto. Fabbricata in materiale totalmente biodegradabile, l'urna è composta da una capsula superiore, che contiene semi e un substrato vegetale per facilitare il germoglio, e da una inferiore, dedicata alle ceneri. Il 'funzionamentò sembra essere semplice: una volta venuti in possesso delle ceneri, basterà inserirle nella parte inferiore, togliere sigilli e imballaggio da quella superiore, unire le due parti ed interrare il tutto in un luogo fertile, possibilmente in un bosco dove siano già presenti altre piante.

A questo punto, secondo gli ideatori, basterà aspettare soltanto il tempo necessario a trasformare il congiunto in un albero o pianta a propria scelta. Unica raccomandazione, come per ogni semina che si rispetti, è quella di piantare l'urna nel periodo più adatto all'operazione. L'urna - pensata già nel 1997 e premiata con diversi riconoscimenti nel corso degli anni - è in vendita online all'indirizzo www.urnabios.com e viene spedita in tutto il mondo al costo, tutto sommato economico per una 'resurrezionè, di 75 euro più spese.

sabato 29 marzo 2014 - 09:16

L’anonimo che lascia nella posta assegni circolari da 10 mila euro

Corriere della sera
di Luigi Corvi e Roberto Rotondo

Ad accompagnare l’assegno un biglietto conn scritto: «Grazie per il vostro impegno» L’associazione che segue i malati: «Siamo commossi»


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BUSTO ARSIZIO (Varese) - La prima volta era accaduto nove mesi fa. Una pioggia di assegni circolari per un totale di 41 mila euro era finita nelle cassette della posta di alcune Onlus di Busto Arsizio. Nessun messaggio, nessun indizio per risalire all’anonimo «benefattore seriale», come era stato subito battezzato. Un uomo o una donna misteriosi che si aggirano di notte per la città infilando buste nella cassetta della posta di associazioni che si occupano di minori, di disabili, di malati. Tutto senza lasciare traccia.

Assegno e biglietto
La settimana scorsa il «miracolo» si è ripetuto. Un assegno di diecimila euro è stato inserito, sempre di notte, nella cassetta delle lettere della Unitalsi, l’associazione che assiste e accompagna i malati a Lourdes. Ma questa volta con un breve messaggio. «L’altro giovedì - ricostruisce il presidente della sottosezione cittadina, Alberto Bossi, 70 anni - sono andato nella nostra sede nel primo pomeriggio. Il portone è in un cortile della parrocchia centrale di San Giovanni, nel cuore della città, e ho trovato una busta bianca, senza francobollo. L’ho aperta. C’era un bigliettino scritto a macchina che recitava così, “Grazie per quello che siete e per tutto quello che fate”». Bossi racconta che è stato uno choc. «Mi tremavano le mani - dice - e la sera stessa, alla riunione del consiglio direttivo, ho preso subito la parola e ho spiegato che dovevo comunicare una notizia strabiliante. Ho messo la busta sul tavolo e ho detto ai soci di aprirla. Qualcuno si è commosso fino alla lacrime». Quei soldi per loro saranno molto utili. Con la crisi economica, è diventato difficile persino comprare un biglietto del treno per recarsi a pregare a Lourdes. Ora Bossi sta per proporre ai 153 soci di impiegare quel denaro per comprare delle carrozzine più confortevoli. «Sapevo che esisteva in città un benefattore misterioso - conclude - ma non potevo immaginare che sarebbe venuto anche da noi».
Donazioni trasversali
Un’altra busta con un assegno circolare della stessa cifra è arrivata pochi giorni fa anche alla sede della Aias, l’associazione che si occupa dei bimbi distrofici e che aveva ricevuto un identico assegno nel giugno scorso, quando era stata beneficiata pure la Onlus Bianca Garavaglia, un sodalizio impegnato nella lotta ai tumori infantili. Il benefattore misterioso cerca di dare a tanti, senza distinzioni. Sempre nove mesi fa aveva regalato un assegno circolare di quindicimila euro all’Anfass, l’associazione che offre assistenza ai disabili e alle loro famiglie. Poi era passato dalla sede di una comunità di recupero per tossicodipendenti e aveva lasciato tremila euro. Stessa cifra all’Associazione Lions Tosi-Ravera. In città, c’è chi sussurra che in realtà le buste non vengano sempre infilate nelle cassette delle lettere nottetempo, ma che vengano consegnate, a mano, ai responsabili e che sia lo stesso benefattore a chiedere di raccontare una piccola bugia per rimanere nascosto.

29 marzo 2014 | 09:55

Gli sprechi della sobria Germania 500mila euro per sperma di galli

Franco Grilli - Sab, 29/03/2014 - 09:49

Anche la Germania della cancelliera Merkel incassa ma gestisce male i fondi comunitari. Ecco qualche esempio

Da che pulpito viene la predica, verrebbe da dire. La sobria Germania, quella della cancelliera Angela Merkel pronta a bacchettare tutti sui conti, spende e spande i fondi comunitari (e quindi dei contribuenti) in modo discutibile.


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Qualche esempio? Quasi mezzo milione di euro per lo sperma dei galli. E poi 35mila euro per un semaforo per le mucche. È tutto vero. Come riporta il Fattoquotidiano, grazie ai fondi europei, nella Frisia settentrionale (in Bassa Sassonia) è stato realizzato un progetto per la reintroduzione di una particolare specie di farfalla. Costo: 3,3 milioni di euro. Ma la lista dei fondi incassati e mal spesi continua. Sul mare del Nord, grazie a una iniezione di 50milioni di euro pubblici è stato realizzato un hotel a 5 stelle che ha registrato l'overbooking solo una volta, in occasione di una visita di Angela Merkel. Ora è chiuso. Insomma, nella lista degli Stati che mal gestiscono i fondi comunitari, anche la Germania vi entra di diritto.

Il Veneto vieta catene e corde per gli animali: «Una legge di civiltà»

Il Mattino

Passa in commissione sanità il disegno di legge presentato da Padrin (Fi): ammessi soltanto recinti



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VENEZIA - Mai più cani a corda o a catena nel Veneto: il primo sì alla proposta di legge che prevede questa innovazione si è avuto oggi con il via libera al ddl da parte della commissione Sanità del Consiglio regionale. Il progetto era stato presentato da consigliere Leonardo Padrin (Fi). Unico voto in dissenso quello del consigliere Cristiano Corazzari (Lega), che si è astenuto. «Il codice penale - ha spiegato - punisce già il maltrattamento di animali. Inutile aggiungere una nuova norma regionale». Per il proponente, Padrin, invece, la nuova norma (due articoli) rappresenta «una legge di civiltà», destinata a superare vecchie mentalità e a creare una cultura di rispetto del benessere animale. Cani e animali di affezione non potranno più essere sottoposti a strumenti di costrizione, se non per specifiche e accertate esigenze di sicurezza o veterinarie, ma dovranno usufruire di appositi recinti di adeguate dimensioni.

In sede di approvazione definitiva in aula (relatore sarà lo stesso Padrin, controrelatore Corazzari) verranno spiegate in dettaglio le indicazioni per consentire la realizzazione di recinti da parte dei proprietari. I recinti potranno essere realizzati anche in deroga ai regolamenti urbanistici.

sabato 29 marzo 2014 - 11:12   Ultimo agg.: 12:09

Pensionato va in carcere per un reato del 1990

Nico Di Giuseppe - Sab, 29/03/2014 - 10:53

Dopo una attesa durata quasi 24 anni, nei quali non ha più commesso reati, la sentenza è diventata esecutiva: 4 anni di galera. La moglie del 74enne: "Mio marito è gravemente malato"

La giustizia fa il suo corso. Lento e inesorabile. Ma soprattutto lento.


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Ne sa qualcosa G.V., ex artigiano di 74 anni originario di Cenate Sotto. Dopo una attesa durata quasi 24 anni, la polizia ha bussato alla porta del pensionato per fargli scontare la sua pena. Quattro anni, 7 mesi e 7 giorni per una storia di cocaina che risale al 1990. L'uomo era stato condannato in primo grado nel 1993. La sentenza definitiva è arrivata solo nel 2014. E così, come racconta l'Eco di Bergamo, per G.V. si sono aperte le porte del carcere di Bergamo. Da quel 1990 l'uomo non ha più commesso reati e oggi è gravemente malato. Il suo legale avvocato ha inviato una richiesta di grazia al presidente della Repubblica e un’istanza di sospensione dell’esecuzione della sentenza. "Sono disperata, mio marito è malato grave, spero che il giudice di sorveglianza capisca la situazione", ha affermato la moglie del pensionato.

Incredibili invenzioni del passato

Corriere della sera



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Denunciare i pedofili non è un obbligo"

Marinella Bandini - Sab, 29/03/2014 - 08:34

I vescovi non devono avvisare le autorità in caso di preti che abusano. I prelati hanno deciso di non piegarsi ai diktat della commissione Onu

In Italia, il vescovo - al pari di ogni altro cittadino - «non ha l'obbligo giuridico» di denunciare eventuali casi di pedofilia commessi da un sacerdote e di cui sia a conoscenza.


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Nelle Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici messe a punto dalla Cei si sceglie di rispettare l'ordinamento dello Stato senza vincolare i Pastori alla denuncia senza piegarsi ai diktat della Commissione Onu che aveva criticato l'impostazione giuridica del Vaticano. Rimane dunque fermo, anche in epoca Bergoglio, il principio che da sempre è un po' la «pietra dello scandalo».

Tuttavia ci pensa il segretario generale, fresco di nomina, monsignor Nunzio Galantino, a fare i distinguo, sottolineando che comunque il vescovo ha «il dovere morale di favorire la giustizia che persegue i reati» e «deve agire di conseguenza, cioè prendere decisioni concrete». Tant'è che - si legge nel testo - in caso di indagini o di procedimento penale da parte dello Stato, «risulterà importante la cooperazione del vescovo con le autorità civili, nell'ambito delle rispettive competenze» e «nel rispetto della normativa concordataria e civile». Qui sta il nodo, che per molti rimane irrisolto. Ovvero in quel «segreto confessionale» che deve essere salvaguardato e che i detrattori della Chiesa vorrebbero cancellare. Infatti, i vescovi «sono esonerati dall'obbligo di deporre o di esibire documenti in merito a quanto conosciuto o detenuto per ragione del proprio ministero».

Il testo contiene comunque un forte richiamo all'attenzione alle vittime, punto che in passato non è sempre stato così chiaro. Un segnale importante, che segue a stretto giro la nomina, nella commissione anti-pedofilia istituita da Francesco appena una settimana fa, di Marie Collins, vittima di abusi da parte di una sacerdote quando era bambina. Non si tratta solo - sebbene messo nero su bianco - dell'ascolto sempre e comunque della vittima e dei suoi familiari, ma di «assicurare ogni cura nel trattare il caso secondo giustizia» e anche «impegnandosi a offrire sostegno spirituale e psicologico, nel rispetto della libertà della vittima di intraprendere le iniziative giudiziarie che riterrà più opportune».

Attenzione dovrà essere posta anche nella selezione dei candidati al sacerdozio, attraverso una maggiore collaborazione tra diocesi, seminari e ordini religiosi. E di altrettanta cura dovrà essere oggetto il sacerdote accusato di pedofilia, cui si deve garantire sostegno e riservatezza «ferma restando la presunzione di innocenza fino a prova contraria». Tra l'altro si corregge in modo chiaro una distorsione che in passato ha recato non poco dolore: in caso di accuse verso un sacerdote «il semplice trasferimento del chierico risulta generalmente inadeguato, ove non comporti anche una sostanziale modifica del tipo di incarico».

Il vescovo «non è un pubblico ufficiale né incaricato di pubblico servizio» dice la Cei sottolineando che il processo canonico «è autonomo» da quello civile. Tuttavia, e proprio per questo, il vescovo è sempre tenuto a istruire una indagine canonica. Anzi, anche quando non ci sia notizia di un processo civile «dovrà ugualmente procedere senza ritardo a l giudizio di verosimiglianza e, se necessario, all'indagine previa e all'adozione degli opportuni provvedimenti cautelari». Come dimostra l'esistenza - anche in Italia - di dismissioni dallo stato clericale anche laddove non esisteva traccia di processi civili.

Compagni, tutti in posa". Ecco il catalogo della Ddr

Noam Benjamin - Sab, 29/03/2014 - 08:05

Contadini, operai, coppiette, bambini: negli scatti dei fotografi di regime il socialismo (reale) dal volto umano degli anni '60 e '70. Quando anche la felicità era un dovere

Andare dal parrucchiere o dal dentista durate la pausa pranzo. O farsi visitare dal medico prima di iniziare la giornata di lavoro, per concluderla con la spesa allo spaccio aziendale.


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Quante lavoratrici sono messe in condizione di risparmiare tanto tempo e di usufruire di tanti servizi dal proprio datore di lavoro? Nessuna. Eppure una volta tutto ciò era possibile. Almeno sulla carta. Per accedere a queste comodità insperate bisognava avere la fortuna di essere cittadine dell'ex Germania Est, assunte per esempio dalla Mikroelektronik di Erfurt, una grande azienda della rete delle «imprese di proprietà popolare» (Volkseigener Betrieb). Il museo di storia tedesca di Berlino ha appena inaugurato «Farbe für die Republik», una carrellata di foto a colori su carta Kodak che illustrano la vita quotidiana nell'ex Ddr secondo il modello imposto dal regime: felicità e progresso obbligatori per tutti.

In centinaia di pose scattate dai fotoreporter Martin Schmidt (classe 1925) e Kurt Schwarzer (1927-2012), l'ex Ddr fa bella mostra di sé dispensando sorrisi e frutta esotica al pari di un catalogo d'agenzia di viaggi. Sobria e ben costruita, la mostra del Deutsches Historisches Museum (fino al 31 agosto) svela con leggerezza il pesante contenuto propagandistico delle foto scattate fra il 1960 e il 1980: le immagini sono disposte all'altezza del visitatore, ma dal pavimento sbucano pannelli con interviste a storici ed esperti di comunicazione che in poche righe smontano il lavoro dei fotografi di regime. Le contadine del 1962 in pantaloni e scarpe basse indicano per esempio che il lavoro in campagna è moderno (niente gonna) e pulito (niente stivali di gomma). Una pubblicità necessaria in un Paese che aveva appena finito di sigillare i confini, portando a compimento anche il Muro di Berlino.

Arrestata l'emorragia di lavoratori, compresi i contadini in fuga dalla collettivizzazione forzata delle campagne, era il momento di trovare nuova manodopera. Ecco allora spiegata la foto della bella ragazza che guida il trattore con addosso un'immacolata camicetta a righe: il lavoro nei campi non è pesante e si può compiere con il sorriso sulle labbra. Lo stesso vale per i kombinat ad alto valore aggiunto che cercano ingegneri reclamizzando i propri laboratori nuovi di zecca: tramite le propaganda sulle riviste di regime, soprattutto quelle femminili come Für Dich (Per te) e Lernen und Handeln (Imparare e Fare), la Germania socialista cerca di rimediare alla fuga di braccia e di cervelli. Ciò che più colpisce nella mostra è ciò che non si vede: macchinari rotti o obsoleti, carenza di materiali, luoghi di lavoro desolati.

Al contrario, tutto è nuovissimo e colorato; ed è mostrato con abbondanza di sorrisi. Sorridono i soffiatori di vetro la cui tradizione centenaria è diventata lavoro di Stato, sorridono i contadini in pausa pranzo mentre mangiano il dessert sulla terrazza del kolkoz. Solo gli anziani non ridono a comando, soprattutto quelli che venivano spediti a vivere in pensionati collettivi di periferia, casermoni disumani tanto moderni quanto orrendi. Sorridono invece i bambini colti a fare merenda sotto a un busto di Lenin, e sorridono le compagne socialiste immortalate in due pezzi sul Mare del Nord. Attenzione, segnalano i curatori, non sono donne-oggetto in attesa di un uomo, ma lavoratrici emancipate che esprimono la loro felicità. Tanto è palese la gioia dei cittadini della Ddr che a volte i pannelli didascalici diventano superflui.

Soprattutto quando si scade nel grottesco con trionfi a tavola di arance e banane, merce rarissima nel socialismo reale tedesco, o con coppie di innamorati: lei sorseggia un drink davanti a un ananas mentre lui griglia il pesce in giacca e cravatta. Anche dal soffitto della mostra pendono indicazioni per il pubblico: sono citazioni del vecchio regime Ddr. Una su tutte: «Il fotogiornalista è un lavoratore socialista che opera nell'interesse dell'internazionalismo proletario». Un'indicazione interiorizzata da Martin Schmidt al punto che nel 1966 accettò di fare la spia all'Ovest. Il che gli permise, segnalano i curatori, «di rivedere la madre e il fratello».

Vesuvio 1944, l’eruzione che fece risvegliare Napoli

Il Mattino
di Raffaele La Capria


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NAPOLI - Sono passati settant’anni dall’eruzione del Vesuvio del ’44, una piccola eruzione che, a paragone delle altre, non fece molte vittime. Dunque, nel ricordo mi rimane soprattutto la sua bellezza. E veramente la visione che si presentò ai miei occhi e a quelli di tutti i napoletani nelle notti del ’44 era incomparabile. Il cono del Vesuvio era di un rosso fuoco ardente, e splendeva nel nero notturno come uno smalto luccicante dipinto su un vetro.


sabato 29 marzo 2014 - 08:11   Ultimo agg.: 08:12

Forbici, pinze e bisturi così rinasce un film

La Stampa
franco giubilei

Viaggio nel Laboratorio della Cineteca di Bologna che restaura Chaplin e Rossellini tra filologia e artigianato


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Leggenda vuole che per Roma Citta Aperta Roberto Rossellini si sia servito di pezzi di pellicola raccattati come capitava, fra stock scaduti e materiale comprato al mercato nero, anche perché i tedeschi avevano da poco lasciato la città e i mezzi, più che scarsi, erano di fortuna. Quando gli esperti della Cineteca di Bologna si sono ritrovati fra le mani i resti del film recuperati dieci anni fa negli archivi della Cineteca Nazionale di Roma, la leggenda si è rivelata realtà: quelle «frattaglie», definizione impietosa da addetti ai lavori, erano il negativo originale dell’opera simbolo del Neorealismo italiano, tutta roba che si credeva perduta. Da lunedì l’edizione restaurata tornerà in sala, un momento centrale del Progetto Rossellini promosso dalle due cineteche e da Cinecittà Luce, che ha già visto rimettere a nuovo Stromboli terra di Dio, Viaggio in Italia, Germania anno zero, Paisà e India.

Un lavoro oscuro e di grandissima pazienza, il restauro di un film: pellicole corrotte dagli anni e dall’uso, a volte bruciate, o rabberciate con lo scotch dall’operatore quando si strappavano durante la proiezione, entrano in una clinica molto speciale per uscirne mesi più tardi (per Roma Città Aperta ce ne sono voluti sei), riportate all’antico splendore e a una versione digitale che le mette al riparo dagli insulti del tempo. E’ quel che succede al Laboratorio L’Immagine Ritrovata della Cineteca di Bologna, fra i migliori centri al mondo: dalle sue cure sono passati lungometraggi e comiche di Chaplin, film della Fondazione Scorsese da La Dolce Vita a Il Gattopardo a C’era Una Volta in America. Sempre qui ci si occupa dell’opera di Francesco Rosi: dopo Il Caso Mattei e Lucky Luciano, il prossimo sarà Il Bandito Giuliano.

«Nel nostro centro lavorano un’ottantina fra dipendenti e collaboratori, tutta gente che formiamo noi e che, come nel caso del Gabinetto del Dottor Caligari, a volte si trova a lavorare con una parte di negativo, insieme a positivi di varia provenienza. Per i sottotitoli, in questo caso, ci siamo rifatti all’edizione in 16 millimetri», spiega Elena Tammaccaro, responsabile progetto restauro dell’Immagine ritrovata. Nonostante il ruolo determinante delle tecnologie digitali, i primi interventi restano nel solco di un tradizionalissimo taglio e cucito nel reparto «Riparazione pellicole», tappa iniziale del complesso make-up: «Siamo otto persone, tutte donne, il nostro è un lavoro manuale di grande pazienza – racconta Marianna De Sanctis, fra cumuli di «pizze» da cui occhieggiano etichette storiche come Senso o Germania Anno Zero -.

Noi ci prendiamo cura degli originali, li ripariamo fisicamente, mettendoli in condizione di passare poi attraverso lo scanner senza danneggiarsi. Ci serviamo di forbici, pinze e bisturi chirurgici. Abbiamo anche l’attrezzatura per la duplicazione fotochimica, per realizzare nuove pellicole oltre alla versione digitale». In questa sala tutto è manuale, compresi i passafilm che permettono di osservare le pellicole fotogramma per fotogramma. Le fasi successive sono meno romantiche ma altrettanto efficaci: una volta ripulito in lavatrice (già!), il film viene scannerizzato e va al restauro digitale, per eliminare le impurità dell’immagine e stabilizzarlo. 35 persone correggono righe, polveri, frammenti traballanti, variazioni di luci e densità delle immagini.

«Lavoriamo sui difetti provocati dal tempo – aggiunge la responsabile -. Mediamente restauriamo oltre cento film all’anno, per un fatturato di circa 3,5 milioni». E siamo alla Colour Correction: a questo punto entrano in gioco i committenti del restauro, possibilmente col direttore della fotografia o qualcuno che si trovava sul set, fra filologia e artigianato d’essai. Si lavora su luce e colore, con l’obiettivo di avvicinarsi il più possibile alle condizioni iniziali. Naturalmente c’è anche l’audio, con la digitalizzazione del suono, la riduzione del rumore di fondo e la restituzione del sound originale. Fino al cuore tecno del laboratorio, una visione da 2001 Odissea nello Spazio: è una sala refrigerata ingombra di macchine e server, illuminata in bluette. E’ qui che riposano i film restaurati prima di riprendere la via dei cinema.

Ecco nome, storia e ombre di Kasper lo 007 del mistero

Gian Micalessin - Sab, 29/03/2014 - 08:20

Fa discutere il racconto di un agente in incognito: i dollari segreti stampati dagli Usa, le torture. Noi sveliamo che cosa non racconta di sé

A volte tornano. E non perdono né il pelo, né il vizio. Così ecco di nuovo tra noi l'agente Kasper. Nell'ultima delle sue vite è l'autore e il protagonista di Supernotes, storia incredibilmente «vera» di uno 007 italiano, scaricato dalla Cia e affidato alle spietate cure di un gruppo di aguzzini cambogiani al soldo degli americani.


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Gente pronta a tutto pur di non fargli rivelare i segreti dei «super dollari», banconote tanto false quanto perfette, fabbricate in Corea del Nord, ma usati dalla Cia per pagare le operazioni clandestine. Roba da Santo Graal dello spionaggio costata al prode Kasper un anno di torture nell'inferno di un campo di prigionia cambogiano. Ma più della storia narrata nel libro vale la pena andare a mettere il naso nelle precedenti vite dell'agente segreto Kasper ricostruite da Il Giornale. A cominciare dalla sua vera identità e la sua storia di uomo dai cento volti, assai più ambigua di quella che in questi giorni traspare dai dibattiti televisivi in cui è apparso col volto semi oscurato. Parliamo del signor Vincenzo Fenili nato a Firenze 55 anni fa e conosciuto ora come un pilota civile dell'Ata, ora come sedicente procacciatore di aerei per un golpe da avanspettacolo, ora come infiltrato dei carabinieri tra i narcotrafficanti, ora come imputato accusato d'essersi intascato cocaina e denaro scambiati con i narcos.

Vite parallele che precedono quella del misterioso agente segreto scaricato dalla Cia e dalla nostra intelligence. La sua insana attrazione per il mondo degli 007 è nota fin dal 1993 quando Vincenzo Fenili, fidanzato all'epoca con una impiegata del Sisde, si ritrova accusato di partecipazione a un fantomatico colpo di stato. Reduce dal servizio di leva nell'Arma dei Carabinieri e da una militanza giovanile nel Fronte della Gioventù, Vincenzo Fenili, classe 1959, è al tempo un pilota dell' Ata. Tra un volo e l'altro appaga la voglia di emozioni e la passione per armi e arti marziali con qualche viaggio nella ex Jugoslavia in guerra dove si spaccia per fotoreporter e raccoglie racconti di viaggio usati per stupire amici ed interlocutori.

Tra questi c'è il collega Giovanni Marra «mente» di un golpe che nelle farneticazioni intercettate al telefono e trasformate in inchiesta dalla procura di Roma prevede « l'assalto a Saxa Rubra e, in contemporanea, l'esplosione di ordigni micidiali, gas al cianuro, a Montecitorio, Palazzo Madama e Palazzo Chigi». Nonostante questi contrattempi due anni dopo Vincenzo Fenili convince i Carabinieri del Ros a infiltrarlo tra i narcotrafficanti sudamericani. L'operazione intitolata «Pilota» in suo onore garantisce il sequestro di 1000 chili di cocaina, ma si conclude con l'incriminazione di Fenili accusato di aver allungato le mani su 85 chili di «coca». Spinto dalla delusione o dall'impellente necessità di cambiar aria Fenili/Kasper vola Cambogia e apre un bar a Phnom Penh.

Con incredibile lungimiranza mette radici insomma, nello stesso posto dove 18 anni dopo porterà a termine la sua audace quanto inutile missione. Prima dell'avventura da Urla del silenzio inanella però una parentesi nelle carceri italiane. Capita nel dicembre 2005 quando reduce da «Sinai», seconda e ultima operazione per conto dei Ros, si ritrova in galera a Roma su richiesta del gip Maria Teresa Covatta che lo accusa - anche stavolta - di aver tratto profitti personali dall'operazione. Se il passaggio dal cielo a scacchi al mondo dei servizi resta oscuro la propensione a circondarsi di personaggi ambigui è evidente. Il misterioso Clancy con cui condivide l'arresto è - nella più prosaica realtà ricostruita dal Giornale - Mister G. E. Mead titolare della Incentive Dynamics, una delle tante società d'intelligence private assoldate da aziende o agenzie federali americane.

Lo strano passato di Kasper alias Fenili fa il paio con alcune singolari coincidenze della sua vita di spia. Il mosaico di avventure, ipotesi e ricostruzioni descritte in Supernotes ricorda spesso vicende o argomenti già letti o visti in inchieste, libri - o più banalmente film - circolati ben prima della sua mirabolante avventura. Le tecniche e le attrezzature usate per «intagliare» le «superbanconote» scoperte da Kaspers/Fenili sono le stesse ipotizzate dal giornalista Klaus W. Bender del Frankfurter Allgemeine Zeitung in The Mystery of the Supernotes (http://www.dias-online.org/65.0.html).

La roulette russa a cui viene costretto a «giocare» Vincenzo Fenili ricorda invece quella più famosa del famoso film Il Cacciatore. La gabbia dei maiali vicina ai prigionieri sembra proprio quella dell'ultima epopea di Rambo in Birmania. Per non parlare della missione in Cambogia capace di sorprendere anche un ex agente operativo del Sismi in piena attività nel 2008 che ci ha aiutato a passare ai raggi X la vicenda narrata nel libro. «A mia memoria - dichiara la fonte del Giornale - non abbiamo mai avuto nessuno da quelle parti. Ma se l'avessimo avuto e avesse scoperto un simile intrigo non sarebbe certo tornato vivo. Non ti fanno il favore di torturarti per poi liberarti e farti scrivere le tue memorie».

Arriva il protocollo speciale per separarsi senza farsi male

La Stampa
roselina salemi

La novità americana che conquista i ricchi e famosi può insegnare qualcosa anche a noi comuni mortali



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A usare per primi l’ossimoro «rottura amichevole» sono stati Orlando Bloom e Miranda Kerr, il Pirata dei Caraibi e l’Angelo di Victoria’s Secret. Si sono lasciati dopo sei anni e un figlio, applicando un protocollo hollywoodiano molto in voga: restiamo amici, non siamo più una coppia, ma ci ameremo come genitori.

L’addio di Gwyneth Paltrow e Chris Martin è quasi una fotocopia: «Anche se ci amiamo molto, rimarremo separati. Siamo, però, e saremo sempre una famiglia e per molti versi siamo più vicini di quanto siamo mai stati». Con analogo contorsionismo verbale Seal e Heidi Klum hanno annunciato la fine del loro matrimonio definendola addirittura «processo amichevole». Amicizia, stima, comprensione e grandi complimenti hanno caratterizzato le dichiarazioni di Monica Bellucci e Vincent Cassel. Per lui «non è cambiato niente. Solo che non siamo più sposati».

«I vip sono così, si lasciano conservando l’affetto per il coniuge», ironizza sul suo blog Selvaggia Lucarelli. «Solo noi comuni mortali ci lasciamo conservando, del coniuge, una ciocca di capelli su cui eseguire rituali voodoo». E se anche noi comuni mortali avessimo qualcosa da imparare dagli educati protocolli nati per evitare divorzi sanguinosi e sgozzamenti mediatici? Psicologi new age, coach e terapiste come Katherine Woodward Thomas, che offre un programma di «separazione consapevole» in cinque settimane, suggeriscono percorsi costruttivi. I dottori Habib Sadeghi e Sherry Sami, marito e moglie, fondatori di un centro di medicina alternativa a Los Angeles (consulenti di Gwyneth Paltrow) la spiegano così: non è un fallimento, ma un nuovo inizio, la trasformazione dell’amore in legame di solidarietà. 


La loro analisi parte dalla preistoria, da quando la vita era breve e il «per sempre» era sì fino alla morte, ma non fino alle nozze d’oro. C’è anche un pizzico di evoluzionismo: gli insetti hanno un esoscheletro, noi mammiferi no, e invece dovremmo costruircene uno emotivo, una «cattedrale interiore», scudo alla vulnerabilità. Tutto questo per arrivare a un nuovo concetto del divorzio. Per quanto affascinante sia l’idea dell’eternità, il matrimonio può non durare. Ma se impariamo l’uno dall’altra, se riusciamo a essere maestri e allievi, se comprendiamo quello che succede al partner e gli facciamo capire cosa proviamo, la rabbia si dissolve e la «separazione consapevole» sostituisce il solito, agguerrito divorzio. A quel punto è possibile amarsi «non più come marito e moglie, ma come padri e madri, e fare un pezzo di strada insieme».

Il dono della separazione consapevole sta nella capacità di progettare ancora, senza fermarsi a piangere su ciò che abbiamo perduto. Sulla carta, funziona. Più sbrigative, anche Milena Stojkovic, mediatrice familiare, e Camilla Galeota, matrimonialista, autrici del manuale «Allora ciao. Divorziare senza farsi (troppo) male» (De Agostini) suggeriscono di mettere da parte l’aggressività, lavorare sul rispetto dell’altro e focalizzarsi sul futuro. Proprio in questi giorni è arrivato al cinema «Noi4», commedia agrodolce su una coppia scoppiata (madre ingegnere, padre artista scansafatiche) che riesce nonostante tutto a trovare momenti di felicità condivisa con i figli.

Il nuovo modello è lì, i reality americani sono pieni di famiglie «moderne» con prole del secondo marito e della terza moglie che filano in perfetto accordo. Da noi è più difficile, in fondo il divorzio è legge da poco. Saranno quarant’anni il 13 maggio, data del referendum. Dateci tempo e forse faremo anche noi, come certe eccentriche coppie, un felice divorce party per sigillare la «rottura amichevole». 

Zuckerberg e i droni sempre in volo per portare il Web ovunque

Corriere della sera

di Alessio Lana

Il ceo di Facebook racconta per la prima volta le modalità del progetto Internet.org:
il traffico dati «sparato» tramite raggi laser sulle zone prive di infrastrutture


drone
Le nostre chiacchiere ormai non bastano più. Facebook è diventata aggressiva e sta espandendo le sue lunghe braccia ovunque. Ci sono settori complementari al social network come Instagram ma anche aree che non hanno nulla a che fare, almeno apparentemente, con condivisioni e Like come Oculus, la startup che produce occhiali per la realtà virtuale. Ora però è il momento dei droni.
L’annuncio su Facebook
Ieri Zuckerberg ha confermato questo interesse tramite un post su Facebook e lo scopo è utilizzare i velivoli autonomi per portare Internet in quei due terzi del globo che sono ancora sconnessi. Un esperimento, guarda caso, a cui sta lavorando anche Google tramite i palloni aerostatici. Zuckerberg però non è solo e alle sue spalle c’è Internet.org, l’organizzazione fondata insieme a Ericsson, Nokia, Qualcomm e Samsung che si propone di diffondere la Rete a livello globale.
Dati a raggi laser
Stando alle prime notizie i droni saranno undicimila, alimentati da celle solari così da permettergli un’autonomia di mesi e voleranno a 20 mila metri, sopra le rotte commerciali e ben al riparo da venti e maltempo che ne potrebbero pregiudicare il funzionamento. Accanto ad essi ci sarebbero dei satelliti mentre la diffusione dei dati è affidata alla FSO (Free-space Optical Communication), tecnologia che sfrutta raggi laser al posto delle onde radio e garantisce una velocità di trasmissione comparabile alla fibra ottica.

Oculus-Facebook e i «meme» in Rete
Oculus-Facebook e i «meme» in Rete
 
 Oculus-Facebook e i «meme» in Rete
Oculus-Facebook e i «meme» in Rete
 
Oculus-Facebook e i «meme» in Rete
 
Anche la Nasa
Al contrario di quanto si credeva, la progettazione è stata affidata ad alcuni ingegneri della Nasa e a quelli di Ascenta, specialisti britannici nei droni e autori dello Zephyr, velivolo a energia solare che, stando a Zuckerberg, detiene il record per il volo più lungo. Titan Aerospace, un’altra azienda specializzata nei velivoli autonomi, rimarrebbe quindi fuori dalla partita nonostante le notizie circa la sua acquisizione da parte del sito biancoblù.
Tanti nuovi utenti
Chiaramente siamo ai primi passi, ancora mancano analisi sui costi e benefici ma l’interesse che si nasconde dietro la mossa di Facebook e Google è lampante: quei due terzi della Terra contano 2,7 miliardi di persone. Basta raggiungerle per farle diventare dei nuovi utenti.

28 marzo 2014 | 13:03

Drivexone, l'auto non ha più segreti: tutti i dati e le informazioni sullo smartphone

Il Messaggero
di Giorgio Ursicino

Vodafone lancia un servizio che consente di individuare la posizione della propria verificare sul display tutti i principali parametri di funzionamento (anche il consumo) con grande precisione.


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ROMA - Tenere sotto controllo la propria auto a distanza, sapere dov’è in ogni istante e avere sempre a portata di mano le statistiche su viaggi e percorsi. È quello che da oggi consente di fare Drivexone, ilnuovo servizio di Vodafone che porta tutto questo con una app sul vostro smartphone.

Collegati con il cuore dell’auto. Drivexone è collegato con un piccolo dispositivo che va applicato alla OBD (On Board Diagnosis), ovvero la centralina di diagnosi, dotata di relativa porta, che tutte le auto vendute nella comunità europea devono avere dal 2003. Il dispositivo è provvisto di una propria sim dati e di un localizzatore GPS e la sua applicazione può essere effettuata da chiunque, senza bisogno di personale specializzato. A quel punto basterà scaricare la app per sistemi iOs o Android, collegare il dispositivo e stabilire così un collegamento continuo con la propria auto.

La panoramica sul proprio smartphone. Si possono rivedere i tempi, le distanze, le velocità medie, i consumi, gli itinerari e i luoghi visitati durante i propri viaggi, verificare in ogni momento la posizione della propria auto, ad esempio per ritrovare il parcheggio inoltre, quando si è alla guida, è possibile monitorare e verificare l’effettivo utilizzo del veicolo e ricevere notifiche sullo stato dell’automobile e segnalazioni su eventuali anomalie. Una vera telemetria come in Formula 1, un servizio insomma utile e divertente, che guarda al futuro sfruttando al massimo le possibilità offerte dalla telematica e dai moderni smartphone sul modello di quanto è già disponibile sul mercato per auto elettriche o ibride plug-in. In questo caso la app sul telefonino offre un servizio mirato al controllo a distanza della ricarica.

Funziona anche in Europa. Drivexone è un servizio concepito all’interno di xone, il ramo di Vodafone nato in California nel 2011 e dedicato allo sviluppo di prodotti innovativi che allarghino l’esperienza di utilizzo dei dispositivi mobili. Montare il Drivexone costa 79 euro, come contributo iniziale per l’installazione del dispositivo di bordo, ai quali aggiungere 3 euro mensili per il servizio che comprende il traffico dati in Italia e nei principali paesi europei. Drivexone dunque è funzionante anche quando la vettura è all’estero e senza costi di roaming.

Ragazzine si fotografano nude nel parco, il giudice le assolve. «La tv è peggio»

La Stampa


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Per quattro ragazze di 18 anni, la villa Negrotto Cambiaso ad Arenzano, in provincia diGenova, era il luogo perfetto per scattare una serie di foto in abiti osè o soltanto in reggiseno e mutandine. Per quell'episodio risalente al febbraio 2010, come anticipato oggi dal Corriere Mercantile, le ragazze che avevano scandalizzato una mamma al parco con il suo bambino ed erano state denunciate, sono state processate e assolte dal giudice di pace Massimo Corradi di Genova per «la particolare attenuità del fatto».

ASSOLTE La difesa ha sostenuto che il comportamento delle giovani che avevano deciso di realizzare un book fotografico per promuovere la loro immagine forse desiderose di entrare nel mondo dello spettacolo, «non offende il senso del pudore e non rappresenta un insulto alla pubblica decenza. In televisione - ha detto l'avvocato Giusy Morabito - durante la fascia protetta si vedono immagini ben più spinte, anche nelle varie pubblicità, rispetto a come si presentavano le quattro ragazze che, tutto sommato, si erano anche posizionate vicino ad alcune siepi».

Sulla stessa linea difensiva anche gli altri legali, Alberto Grondona e Donatella Costa. Chiamati da una mamma indignata per lo «spettacolo» giudicato troppo spinto, erano intervenuti nel parco i carabinieri che avevano sequestrato la macchina fotografica e, dopo aver fatto rivestire le ragazze, le avevano accompagnate in caserma per l'identificazione e le avevano denunciate per atti contrari alla pubblica decenza.


Venerdì 28 Marzo 2014 - 18:33
Ultimo aggiornamento: 18:34